Visualizzazione post con etichetta Germania. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Germania. Mostra tutti i post

23/10/20

Politico - Trump, Biden e i "f ****** tedeschi



Su Politico si disegna un ampio quadro delle relazioni difficili tra USA e Germania, e delle narrazioni che da tempo alimentano le pubbliche opinioni dei due paesi. Da questo punto di vista sembra non sia tanto rilevante chi vincerà le elezioni presidenziali americane, perché le divergenze sono profonde e di lunga data, e coinvolgono in maniera bipartisan entrambi gli schieramenti della politica USA. 


di MATTHEW KARNITSCHNIG, 20 ottobre 2020

La stretta alleanza degli Stati Uniti con Berlino sarà messa in discussione chiunque vinca le elezioni presidenziali.

John McCain era di umore malinconico.

 Era la primavera del 2017 e stavo rendendogli quella che sarebbe stata l'ultima visita, nel suo ufficio del Senato a Capitol Hill.

Dopo avermi aggiornato sulle ultime novità nel nostro stato, l'Arizona, McCain si rivolse ad un'altra delle sue passioni: l'Europa. Il senatore era appena tornato da un viaggio nei Balcani (ove, tra gli altri luoghi, aveva trascorso un po’ di tempo in uno dei padiglioni di caccia di Tito) ed era preoccupato che né Washington né gli europei stessero prestando sufficiente attenzione alla situazione della sicurezza in quella regione, in particolare per quanto riguarda la minaccia rappresentata dalla Russia. Feci una domanda sui tedeschi, sapendo quanto McCain fosse stato frustrato nel corso degli anni per la posizione di Berlino sulla Russia. (Nel 2015 McCain, infuriato per il rifiuto di Berlino di aiutare ad armare l'Ucraina, disse che la linea di Angela Merkel gli ricordava "le politiche degli anni '30", un riferimento alla sfortunata strategia di pacificazione del Regno Unito nei confronti di Hitler).

McCain, che non aveva mai abbandonato la parlata colorita di quando era pilota di caccia, sfoderò un malizioso sorriso.

"I fottuti tedeschi," rise. "Cosa c'è da dire?"

Se fosse ancora vivo, McCain avrebbe senza dubbio molto da dire sulla linea di politica estera del governo della Merkel negli ultimi anni.

Dalla morte di McCain nel 2018, la Germania non ha mai sostenuto gli Stati Uniti su quasi nessuno dei principali fronti di politica estera, sia nei riguardi della Cina, che della Russia, dell’Iran, di Israele o del Medio Oriente in generale.

Inoltre, Berlino continua a non essere all'altezza degli obiettivi di spesa per la difesa della NATO e del ministero della Difesa - negli ultimi giorni ha dovuto rinunciare al progetto di acquisto di un nuovo fucile d'assalto standard per una controversia sui brevetti – è tutta una commedia degli equivoci.

Si è tentati di incolpare Donald Trump di questa nuova divisione transatlantica, per la sua messa in discussione degli obiettivi della NATO e per la sua bizzarra ossessione di amore-odio sia verso la Merkel che verso la Germania in generale, la terra dei suoi antenati.

McCain, non certo un fan di Trump, si sarebbe unito senza dubbio a quel coro. Ma probabilmente avrebbe anche sottolineato che le divisioni di cui si parla sono anteriori a Trump e avrebbe puntato dritto a una domanda fondamentale: da che parte sta la Germania?

Nessuno, su entrambe le sponde dell'Atlantico, sta neanche tentando di nascondere le profonde divergenze nella relazione tra i due paesi. Di recente ho chiesto a Christian Lindner, il leader dei Liberi Democratici tedeschi, un partito ufficialmente filoamericano, quali fossero le sue aspettative per il partenariato tedesco-americano. La sua risposta: "A quale relazione transatlantica si sta riferendo?"

Con le relazioni tedesco-americane al loro livello più basso dalla seconda guerra mondiale, la frustrazione di McCain per la politica tedesca ci ricorda che l'esasperazione dell'establishment transatlantico americano nei confronti della Germania è profonda ed è bipartisan. Le stravaganti provocazioni di Trump hanno spinto molti tedeschi a dimenticare che anche Barack Obama ha fatto pressioni su Berlino perché spendesse di più nella difesa. In effetti, il primo presidente a criticare gli europei come "profittatori" è stato Obama.

Questa storia suggerisce che le speranze di molti a Berlino, che i rapporti USA-Germania tornino in qualche modo alla normalità precedente, nel caso Joe Biden (un caro amico di McCain per decenni) vincesse la presidenza, non sono solo esagerate: sono una fantasia.

Non si torna indietro

Una delle ragioni principali per cui non si può tornare indietro è l'attenzione di Washington sulla Cina, una delle poche aree di consenso bipartisan negli schieramenti della politica americana.

"Poiché la politica estera degli Stati Uniti si concentra sempre di più sulla concorrenza strategica con la Cina e subordina le relazioni con gli alleati di lunga data a quella priorità assoluta, l'Europa dovrà affrontare scelte difficili, chiunque sia il presidente", ha osservato recentemente Hans Kundnani di Chatham House.

Eppure c'è una spiegazione più prosaica del perché l'orologio transatlantico non può tornare indietro nel tempo: trent'anni dopo la fine della Guerra Fredda, è diventato sempre più difficile spiegare agli americani perché il paese ha bisogno di rimanere in Europa.

Ciò è particolarmente vero per la presenza militare americana in Germania, dove gli Stati Uniti hanno basato il loro impegno europeo per decenni. Gli attacchi di Trump alle modeste spese militari di Berlino possono scatenare indignazione in Germania, ma negli Stati Uniti sono considerate, tra le sue esplosioni, le meno controverse.

Potrebbe essere perché, come Obama prima di lui, ha delle ragioni. Perché gli Stati Uniti dovrebbero continuare a sostenere il peso finanziario di proteggere il paese più ricco d'Europa? A questa domanda diventa ancora più difficile rispondere se si considera il continuo impegno della Germania con la Russia, ad esempio tramite il gasdotto Nord Stream 2, nonostante le forti obiezioni degli Stati Uniti e di altri alleati.

Il mese scorso, Wolfgang Ischinger, un ex ambasciatore tedesco negli Stati Uniti che ora è presidente della Conferenza sulla sicurezza di Monaco, l’incontro annuale dell'alleanza transatlantica, ha messo in guardia contro l'annullamento del Nord Stream 2 sulla scia del sospetto avvelenamento da parte della Russia del leader dell'opposizione Alexei Navalny con un agente nervino.

Fermare il progetto "scatenerebbe un urlo di trionfo nell'amministrazione Trump", ha detto Ischinger a un pubblico in prima serata alla televisione tedesca.

In altre parole, era più importante mantenere la parola della Germania con la Russia che concedere a Trump di apparire vittorioso, soprattutto dopo le minacce di sanzioni che Washington aveva lanciato per mesi verso chiunque fosse collegato al progetto. Non importa che gli Stati Uniti siano presumibilmente il più stretto alleato di Berlino, con truppe e armi nucleari di stanza in Germania per proteggerla, tra tutti i paesi, dalla Russia.

Finora, il governo tedesco ha seguito il consiglio di Ischinger e ha mostrato poca disponibilità ad abbandonare il gasdotto, una mossa che preoccupa Berlino perché provocherebbe ulteriormente Vladimir Putin.

Il calcolo dei tedeschi nel resistere alla pressione degli Stati Uniti si fonda in parte sulla convinzione che gli Stati Uniti abbiano bisogno della Germania quasi quanto la Germania ha bisogno degli Stati Uniti.

L'approccio di Trump "ha conseguenze dannose, più per gli Stati Uniti che per la Germania", mi ha detto di recente Norbert Röttgen, presidente della commissione per gli affari esteri del Parlamento tedesco ed esponente conservatore candidato a sostituire la Merkel, riferendosi alla decisione di Trump di ridurre il numero delle truppe statunitensi nel paese di circa un terzo. "È difficile lavorare con quel tipo di irrazionalità."

Calcolo discutibile

Eppure il nucleo centrale di questo argomento - che gli Stati Uniti hanno bisogno della presenza dei tedeschi per il loro "progetto di potere" e per condurre guerre senza fine in Medio Oriente – ha le sue radici più nelle realtà dell'amministrazione di George W. Bush che nella probabile strategia degli Stati Uniti negli anni a venire, quando Washington focalizzerà la sua attenzione e le sue risorse sull'Indo-Pacifico.

Nonostante questo cambiamento strategico e le profonde tensioni nelle relazioni tedesco-americane, dire "Auf Wiedersehen" è tutt'altro che semplice. La lobby transatlantica - una sorta di combinazione di think tank tedeschi e americani popolata da un assortimento eterogeneo di accademici, generali in pensione e ambasciatori, alcuni a libro paga del "complesso militare-industriale" - è decisa a preservare la relazione, qualunque cosa accada. Lo stesso vale per molti membri del Congresso, compresi i repubblicani.

Alcuni osservatori ritengono che il modo migliore per procedere sarebbe quello di "ridefinire" la NATO, trasferendo una parte maggiore dell'onere sull'Europa. Benché Washington abbia compiuto alcuni progressi su questo fronte negli ultimi anni, spronando gli altri paesi membri a destinare più risorse ai loro militari, gli Stati Uniti rappresentano ancora circa il 70% della spesa totale per la difesa dei membri della NATO.

"Bisogna uscire dalla mentalità che questa sia una relazione sul tipo di un protettorato ... è distruttivo per entrambe le parti", ha detto Dan Hamilton, una voce americana di spicco negli affari transatlantici che ha trascorso decenni tra mondo accademico e diplomazia, da entrambe le sponde dell'Atlantico. "Dà agli americani questo tipo di atteggiamento paternalistico nei confronti degli europei e significa che gli europei non sono tenuti a fare molto".

Sebbene molti europei accetterebbero senza dubbio questo tipo di partnership, è tutt'altro che chiaro se i tedeschi lo accoglierebbero. La Germania, sebbene più di recente abbia cominciato a spendere, si muove a rilento su una linea di difesa. In effetti, l'esercito del paese è così gravemente disfunzionale dopo anni di abbandono, che è difficile vedere un miglioramento fondamentale all'orizzonte. Secondo un recente studio della Conferenza sulla sicurezza di Monaco, meno della metà dei tedeschi pensa che la spesa militare dovrebbe aumentare,.

La percezione degli Stati Uniti da parte dell’opinione pubblica tedesca raramente è stata peggiore. Secondo uno studio di Pew pubblicato il mese scorso, solo il 26 per cento dei tedeschi ha una visione "positiva" degli Stati Uniti, il tasso più basso tra tutti i paesi ad esclusione del Belgio. Ciò contrasta con le valutazioni più favorevoli verso gli Stati Uniti in Spagna, Italia e Regno Unito, tra il 40 e il 45 per cento.

Uno studio della Conferenza sulla sicurezza di Monaco ha rilevato una percentuale altrettanto bassa di tedeschi (27%) che considera gli Stati Uniti il ​​più importante alleato militare del paese. Circa la metà dei tedeschi afferma che l'alleato più importante del paese è la Francia.

Su una base puramente oggettiva, i risultati sono sbalorditivi. Che piaccia o no ai tedeschi, la dipendenza del paese dagli Stati Uniti per la sua sicurezza è a tutti gli effetti totale.

Anche se gli Stati Uniti dovessero procedere con il ritiro delle truppe, il paese continuerà ad avere più truppe in Germania che in quasi tutti gli altri paesi del mondo. La loro presenza - se il loro scopo principale è proteggere la Germania, direttamente o meno - si aggiunge all'ombrello di sicurezza garantito anche dall'arsenale nucleare americano.

Sebbene la dipendenza economica della Germania dagli Stati Uniti sia in qualche modo diminuita con l'ascesa della Cina, l'America rimane il più grande mercato di esportazione della Germania e un centro di produzione chiave per aziende come BMW e Siemens.

La maggior parte dei commentatori attribuisce la scarsa opinione dei tedeschi nei confronti degli Stati Uniti alla loro viscerale avversione per Trump. Ma questa è solo una parte della storia. Gli americani che credono che la maggior parte dei tedeschi senta di dover ancora gratitudine agli Stati Uniti per la riabilitazione del paese dopo la seconda guerra mondiale e per aver aperto la strada alla riunificazione, si stanno illudendo. Anche le élite del paese vedono l'America come un "amico-nemico", nella migliore delle ipotesi. Il recente sconvolgimento sociale negli Stati Uniti ha convinto anche molti tedeschi istruiti che il paese a cui una volta guardavano con considerazione è tutt'altro che un modello, specialmente quando si tratta di democrazia.

"È un sistema profondamente ingiusto e per certi versi antidemocratico", ha concluso Michael Butter, professore tedesco di letteratura americana, durante un recente dibattito con me sulla campagna presidenziale statunitense alla radio tedesca.

Il panorama dei media tedeschi è diventato una cassa di risonanza dell'idea che l'America è uno stato profondamente imperfetto, razzista e semi-democratico, di fanatici religiosi armati. Al momento, il Paese è sull'orlo del collasso e / o di una guerra civile. Il messaggio di fondo: Trump è solo un sintomo di una disfunzione molto più profonda.

Sebbene quella narrazione abbia preso piede in altri paesi (compresi gli stessi Stati Uniti), raramente viene raccontata con tale fervore o mancanza di sfumature come in Germania.

Per un americano, a volte può sembrare che i tedeschi desiderino quasi che Trump venga rieletto, semplicemente per il fattore "ve l’avevamo detto". Che alla radice del perdurante senso di superiorità culturale del paese vi sia la schadenfreude (malignità, compiacimento per le disgrazie altrui, ndt), o l'umiliazione subita per mano degli Stati Uniti in due guerre mondiali, o una combinazione di entrambe, nessuno lo sa.

"La nostra amicizia con l'America non è mai stata veramente sentita", mi ha confidato recentemente un eminente esponente filoamericano dei Democratici Cristiani della Merkel, davanti ad alcuni boccali di birra.

Impazziti e catastrofici

Un recente bestseller tedesco che riesce a canalizzare lo stato d'animo attuale si intitola “Crazed, The American Catastrophe” (“Impazziti, la Catastrofe Americana”, ndt). Il libro (e un documentario con lo stesso titolo che uscirà alla fine di questa settimana) sostiene che gli Stati Uniti si sono trasformati in "una nazione arrabbiata unita da nient'altro che odio". Klaus Brinkbäumer, il coautore, è un ex editore di Der Spiegel ed è il  responsabile della famosa copertina del 2017 che rappresentava Trump che decapita la Statua della Libertà, in stile ISIS. "Crazed" è il sequel della sua opera del 2018, "America’s Obituary". (Brinkbäumer era anche il capo dell'ex reporter di Der Spiegel, Claas Relotius, il quale è andato avanti per anni ad affascinare i lettori con storie fantasiose che alimentavano i cliché tedeschi sulla vita americana, fino a quando  non è stato tutto smascherato come frode giornalistica, con storie risultate piene di invenzioni.)

Alimentati da una costante copertura mediatica anti-americana, non sorprende che molti tedeschi abbiano espresso più sollievo che allarme per la decisione di Trump di ritirare le truppe americane. Secondo un sondaggio di YouGov condotto ad agosto, quasi la metà dei tedeschi approva questa mossa. Mentre un quarto dei tedeschi vuole vedere gli Stati Uniti ritirare tutte le truppe, meno di un terzo sostiene il mantenimento degli attuali livelli di truppe, per un totale di circa 36.000 uomini.

Mentre l'antiamericanismo tedesco ha una lunga storia di alti e bassi, il sentimento attuale è fondato su profondi disaccordi politici che sarà difficile ignorare, indipendentemente da chi occuperà la Casa Bianca.

Analogamente al suo approccio morbido verso la Russia, Berlino è stata anche riluttante a prendere misure che potrebbero mettere a repentaglio le sue relazioni economiche con la Cina, un partner commerciale chiave.

Anche se Biden vincesse - come sta pregando la maggior parte dei tedeschi - non c'è motivo di aspettarsi che la posizione della Germania sulla Cina cambierà, date le realtà economiche in gioco. E anche se i consiglieri di politica estera di Biden, la maggior parte dei quali hanno prestato servizio nell'amministrazione Obama, notoriamente ammirano la Merkel, la cancelliera non sarà ancora in giro per molto, avendo dichiarato che si dimetterà alla fine del suo attuale mandato, il prossimo autunno.

L'unico candidato in corsa per sostituirla, che probabilmente devierà dalla sua linea di politica estera - Röttgen - è considerato un outsider.

Un'altra questione che incombe sulle relazioni a lungo termine tra i due paesi è cosa succederà dopo che Biden se ne sarà andato, specialmente se verrà sostituito da un repubblicano. L'establishment politico tedesco si è effettivamente alleato con il partito democratico. Questo fatto non sfuggirà ai repubblicani una volta che torneranno al potere.

Ciò che preoccupa gli strateghi di Berlino è anche che la Germania non si è praticamente preparata su cosa fare se Trump sorprenderà tutti e riuscirà a essere rieletto.

Tutti sanno che la Germania rimarrebbe esposta, il futuro della NATO sarebbe in dubbio.

Maximilian Terhalle, analista e studioso strategico tedesco, afferma che la reazione della Germania sarà quella di rivolgersi a Parigi, abbracciando la visione francese di una "autonomia strategica" europea e un'architettura di sicurezza "che si estenda da Lisbona agli Urali".

Ciò comporterebbe anche un ulteriore riavvicinamento (leggi concessioni) verso la Russia, cosa a cui la Polonia e i Paesi baltici resisterebbero con le unghie e con i denti. L'Europa sarebbe divisa sulla sicurezza, con alcuni paesi che si affretterebbero ad assicurarsi accordi bilaterali con gli Stati Uniti.

Ma ci sarebbe un chiaro vincitore.

"Il mantra di Putin, che la fine della Guerra Fredda non è stato il verdetto finale della storia, alla fine potrebbe rivelarsi giustificato", ha detto Terhalle.

In altre parole, McCain, che ha sempre voluto sbagliarsi sulla Germania, potrebbe ancora avere ragione.

 

24/04/20

Handelsblatt: non esistono aiuti senza condizioni. Gli italiani sonotroppo ricchi

Mentre in Italia si farnetica di aiuti europei incondizionati che ci sostengono, nei paesi del nucleo si suona tutt'altra musica: no ai Coronabond, prestiti con chiare condizioni, divieto assoluto di trasferimenti fiscali anche indiretti, e attacco ai risparmi degli italiani. Saranno questi ultimi, e non le istituzioni europee, a sopportare il peso della crisi. L'Unione Europea della solidarietà non esiste.


Di Sven Afhüppe, 23 aprile 2020, tradotto da @Musso___


Nemmeno nella crisi del Coronavirus la solidarietà può darsi in cambio di niente.


In questa crisi, i paesi dell'UE devono difendersi l'un l'altro. Tuttavia, un fondo per la ricostruzione può essere giustificato solo a condizioni chiare.

È ancora difficile immaginare quanto duramente l'Europa sarà colpita dalla pandemia del Coronavirus. Le previsioni dei ricercatori economici dipingono un quadro cupo a causa del calo simultaneo della domanda e dell'offerta. Ogni stato membro dovrà affrontare un grave shock economico - con il collasso delle entrate fiscali, l'aumento della disoccupazione e l'aumento del debito pubblico. Anche la Germania. Più un paese sarà colpito dal nuovo virus, più sarà difficile riavviare l'economia dopo la fine della crisi.

12/04/20

Die Welt: la Merkel non dia soldi ai mafiosi italiani

Mentre in Italia qualcuno si illude che i tedeschi concepiscano l'Europa come una casa comune destinata a diventare uno stato federale, i quotidiani come Die Welt chiariscono che per gli europei del nord i paesi periferici sono mafiosi approfittatori, pronti a depredare (???) i sudati risparmi tedeschi. L'ipotesi favolistica che l'Unione Europea possa tradursi in solidarietà tra nazioni vicine, si disintegra contro la realtà della volontà politica degli attori reali.



Di Schiltz Christoph B., 9 aprile 2020, tradotto da Musso (@Musso___)


I paesi dell'Unione europea dovrebbero certamente aiutarsi a vicenda nella crisi da Coronavirus. Ma senza limiti? E senza alcun controllo? In Italia, la mafia sta solo aspettando una nuova pioggia di soldi da Bruxelles.

In questi giorni sono in gioco le basi dell'Unione Europea. Una delle domande più importanti di fronte alla pandemia del Coronavirus è: fino a che punto deve arrivare la solidarietà finanziaria tra i 27 Stati membri? Bisogna essere generosi. Ma senza alcun controllo? E senza limiti? La solidarietà è un'importante categoria europea, ma anche la sovranità nazionale e la responsabilità dei politici nazionali nei confronti degli elettori del loro paese sono fondamentali.

20/03/20

L'élite tedesca chiede la fine delle politiche espansive della BCE e il MES per l'Italia

Mentre qualche residuo europeista nostalgico si ostina a pensare che l'UE possa essere la soluzione alla crisi del Coronavirus, e non un problema nell'affrontarla, le élite tedesche chiariscono a tutti che il loro obiettivo è riportare le politiche BCE in linea con i loro interessi - ossia tassi di interesse più alti e fine delle politiche monetarie espansive. Ovviamente sanno che questo manderebbe a gambe all'aria i paesi periferici, ma la soluzione è a portata di mano: intervento del MES e imposizione di pesanti pacchetti di austerità per tutti gli stati in difficoltà finanziaria. Anche nell'emergenza, si conferma che non esiste l'interesse europeo, esistono bensì interessi particolari che vengono regolati in base alla legge della giungla.


 

 

Dal Frankfurter Allgemeine Sonntagzeitung, 15 marzo 2020

 

Traduzione di Musso (@Musso___)

 

 

Il nostro obiettivo

 

La crisi del Coronavirus è attualmente sotto controllo.

 

Si tratta qui principalmente di una crisi dell'offerta, che difficilmente può essere affrontata con una politica della domanda.

 

La Banca centrale europea (BCE) non è pertanto chiamata in causa.

 

Le sue risoluzioni del 12 marzo hanno mostrato che, a differenza di altre banche centrali, come la Fed degli Stati Uniti, non aveva più spazio per ulteriori riduzioni dei tassi di interesse.

 

Come giustamente affermato dalla presidente Lagarde, non spetta all'Eurosistema ridurre i differenziali dei tassi di interesse.

 

Un ulteriore calo del tasso di interesse negativo per i depositi, aumenterebbe ulteriormente la liquidità degli enti creditizi e indebolirebbe la resilienza del sistema bancario in caso di insolvenze dei prestiti indotte dalla crisi.

 

La strategia di politica monetaria della BCE dovrebbe essere a lungo termine e creare una "prospettiva di fiducia", tanto per il superamento della crisi, quanto per il tempo successivo.

 

In questo contesto, riteniamo che sia necessario, dopo un affievolimento della crisi, avviare l'inversione di tendenza dei tassi.

 

Con ciò, non si tratta di un movimento radicale dei tassi di interesse, bensì di segnali per una graduale normalizzazione della politica monetaria.

 

Bisogna dare il via alla fine della sistematica ed esuberante inondazione monetaria del sistema monetario europeo.

 

Un primo passo - dopo un cambiamento nella ‘forward guidance’ - può essere quello di innalzare il tasso di deposito negativo per le banche verso lo zero percento.

 

Lo Scenario

 

Nel contesto della crisi finanziaria del 2008/2009, la BCE ha contribuito a stabilizzare la situazione con una politica, sino ad allora senza precedenti, di bassi tassi di interesse.

 

Dopo due importanti rialzi dei tassi nel 2011, la zona euro è tornata in recessione.

 

Allo stesso tempo, la crisi del debito sovrano della Grecia ha minacciato di diffondersi in altri paesi della zona euro.

 

La BCE ha reagito con ripetuti tagli ai tassi d'interesse, sino allo zero percento.

 

La fiducia nella sopravvivenza della zona euro è stata sostenuta dal discorso "whatever it takes", del presidente della BCE Mario Draghi, nel luglio 2012.

 

In tal modo, agli occhi di molti osservatori, venne implicitamente dichiarata una responsabilità comune ed illimitata, per le emissioni di titoli di stato emessi da parte degli Stati membri.

 

La BCE ha così stabilizzato i mercati finanziari, con successo.

 

La disoccupazione è diminuita in modo significativo.

 

A fronte di ciò, stanno i pericoli, legati al coinvolgimento in regimi di responsabilità, che sono stati approvati aggirando i parlamenti.

 

Nonostante la riuscita stabilizzazione dei mercati, la BCE ha mantenuto i suoi tassi di interesse estremamente bassi e, con il lancio di programmi di acquisto di titoli di inaudita grandezza, ha persino intrapreso una politica continua di denaro straordinariamente economico, come quella negli Stati Uniti all'inizio della crisi finanziaria e bancaria del 2008/2009.

 

Il motivo di fondo era, inizialmente il timore di una spirale deflazionistica e, in seguito, l'obiettivo di raggiungere un tasso di inflazione “inferiore ma vicino al 2%”, che la BCE ha deciso nel 2003 in un diverso contesto di politica monetaria.

 

Il Trattato di Maastricht impone stabilità dei prezzi.

 

Ciò non significa che è possibile trasformare un limite superiore per gli aumenti di prezzo in un obiettivo di prezzo.

 

Sebbene l'economia dell'area dell'euro sia sempre rimasta lontana dal limite di deflazione, l'effetto sul tasso di inflazione è stato davvero modesto.

 

Pure ciò, per la presidentessa della BCE Christine Lagarde, dovrebbe costituire un motivo, per l’annunciata “review” della strategia di politica monetaria della banca centrale.

 

BCE stessa ha, nel suo ultimo Rapporto sulla Stabilità Finanziaria, indicato i sempre più chiaramente negativi effetti collaterali della pluriennale politica del denaro a basso costo.

 

Certamente, lo stato tedesco, come tutti i debitori, fa parte di coloro che guadagnano dalla politica dei bassi tassi di interesse, però i perdenti sono i risparmiatori e i futuri pensionati.

 

La Germania è, nel suo insieme, creditore netto rispetto al resto del mondo, addirittura il secondo più grande, dopo il Giappone.

 

Quindi, i risparmiatori perdono più di quanto lo stato guadagna.

 

La signora Lagarde ha annunciato che avrebbe fatto, nel corso dell'anno, una “review” ed avrebbe, in questo processo, “ascoltato molto”, il che significa che, nella nuova messa a fuoco, sarebbero state incorporate pure opinioni diverse sulla politica monetaria della BCE.

 

Noi vogliamo partecipare a questa formazione dell’opinione e fornire informazioni sulla necessaria correzione del corso della politica monetaria.

 

I nostri argomenti

 

Nonostante anni di politiche a basso tasso di interesse, massicci acquisti di obbligazioni con conseguente liquidità eccessiva e un boom economico sino alla fine del 2017, l'obiettivo del due per cento non è stato finora durevolmente raggiunto.

 

Manifestamente, gli strumenti della BCE non hanno funzionato; tuttavia, essi continueranno a venire utilizzati.

 

Accanto al raggiungimento dell'obiettivo di inflazione, un intento della banca centrale era il sostegno dei bilanci pubblici nell'area dell'euro.

 

Soprattutto, i paesi sovra-indebitati, Italia e Grecia, dovrebbero essere protetti dalle difficoltà, attraverso tassi di interesse bassissimi, sebbene gli strumenti del MES-Meccanismo Europeo di Stabilità siano a tal fine disponibili dal 2012; a differenza dell'acquisto di titoli di stato da parte della BCE, gli aiuti finanziari del MES sono legati ad impegni di riforma.

 

La politica monetaria della BCE, quindi, ha ridotto l'incentivo ad una sana politica di bilancio ed a riforme strutturali favorevoli alla crescita.

 

Inoltre, i differenziali dei tassi di interesse tra paesi con più e meno elevato merito di credito, in linea generale sono non un segnale di una inadeguata trasmissione della politica monetaria, bensì un incentivo a osservare il Patto di Stabilità ed il Fiscal Compact, in tal modo rafforzando l'unione monetaria.

 

La BCE ha, con la sua politica di salvataggio, gestito la politica fiscale.

 

Ha raggiunto il limite del suo mandato, se non superato.

 

Per la politica fiscale, ci sono i parlamenti.

 

L’irrigidimento della politica della BCE vicino la linea dello zero per cento, più tardi l’abbassamento del tasso di deposito in territorio negativo, annulla il più importante strumento di intervento della banca centrale.

 

Con la gestione del tasso di riferimento, c'era, in tempi di una maggiormente fruttuosa politica della BCE, la possibilità di stimolare una maggiore crescita economica.

 

Se la banca centrale, però, per anni senza necessità mantiene la politica del tasso di interesse zero, questo strumento di controllo non è più utilizzabile.

 

L'ultimo taglio dei tassi di deposito durante il mandato di Mario Draghi e la ripresa degli acquisti di titoli non ha avuto alcun impatto visibile sui prestiti delle banche, sugli investimenti e sulla crescita economica.

 

La strozzatura più importante manifestamente è, non nella mancanza di capitale disponibile, bensì nella perdita della competitività di prezzo e tecnica della maggior parte d'Europa.

 

La BCE ha, dopo la necessaria gestione delle crisi nel 2012, deciso, con il massiccio acquisto di titoli di Stato e obbligazioni societarie, di adottare una politica che, agli occhi di molti osservatori, va ben oltre il suo mandato di garanzia della stabilità dei prezzi e, da tempo, ha condotto al finanziamento degli Stati.

 

Il Quatitative Easing (QE), da novembre [2019, ndt], è stato proseguito [ripreso, ndt] con acquisti di obbligazioni per un totale di 20 miliardi di euro al mese.

 

Sino alla fine dell'anno [2020. ndt], BCE, secondo la sua più recente decisione, metterà sino a 120 miliardi di Euro in acquisti di titoli.

 

Tuttavia, la precedente inondazione dei mercati dei capitali ha esacerbato gli effetti negativi delle politiche dei tassi di interesse nulli e negativi.

 

In caso di significativa debolezza economica nella zona euro e per stabilizzare possibili turbolenze sui mercati dei capitali, come oggi per conseguenza del corona virus, rimane ancora alla BCE solo un piccolo spazio di manovra, cosicché taluni osservatori già parlano di forme ancora più estreme di politica monetaria, come l'acquisto di azioni o addirittura di "helicopter money".

 

Particolarmente gravi sono le seguenti distorsioni:

 

(1) Attraverso la politica di tassi di interesse zero e negativo, il “piccolo risparmiatore” subisce perdite patrimoniali reali, come con l'inflazione, che le banche centrali dovrebbero prevenire.

 

L'atteggiamento positivo dei cittadini verso il risparmio, per decenni incoraggiato in Germania, sarà danneggiato.

 

Molti privati in Germania sfruttano la situazione dei bassi tassi di interesse per incrementare i consumi presenti.

 

Il rischio di povertà in età avanzata cresce.

 

(2) Le pensioni saranno permanentemente danneggiate.

 

La coalizione [di governo] è rimproverata di mettere, attraverso generosi “regali pensionistici”, in discussione la stabilità di lungo termine del sistema pensionistico.

 

Tuttavia, la lungamente prolungata politica dei tassi zero a lungo termine, sta danneggiando ancora di più le pensioni.

 

Non da ultimo, sono colpite pure le pensioni professionali: imprese devono compiere accantonamenti significativamente più elevati.

 

Ciò riduce le loro opportunità di investimento e le prospettive di profitto.

 

Mette pure in pericolo posti di lavoro.

 

I fondi pensione, gli enti previdenziali e altri investitori istituzionali, saranno in sempre maggiore quantità spinti verso investimenti più rischiosi, al fine di ottenere un rendimento adeguato del capitale gestito.

 

Ciò comporta il rischio di sensibili perdite di prezzo.

 

L'assicurazione vita con la garanzia di un tasso fisso, era in Germania lo strumento più efficace e stabile per la pensione privata.

 

La politica della BCE la ha duramente colpita.

 

La generazione di profitti [del business] degli interessi garantiti, pone enormi sfide per le compagnie assicurative.

 

(3) Allo stesso tempo, i prezzi dei valori reali, come azioni o immobili, continuano ad essere stimolati [al rialzo].

 

Ciò reca, oltre al rischio di correzioni dolorose, già ad indesiderabili effetti distributivi: i cittadini ricchi che possiedono azioni e proprietà immobiliari in misura superiore alla media, aumentano considerevolmente la propria ricchezza.

 

Gran parte delle fasce di reddito inferiori e medie, che per lo più non hanno risparmi od effettuano investimenti fruttiferi sui conti correnti, non beneficiano di questo effetto.

 

A loro, l’accesso a beni reali è reso considerevolmente più difficile.

 

In particolare, la proprietà della casa è, in molte grandi città, a malapena accessibile.

 

Il risultato è una distribuzione della ricchezza, che minaccia la pace sociale e la stabilità politica.

 

(4) Un gran numero di istituzioni sociali e culturali, in Germania, è supportato da fondazioni.

 

Possono fare il loro lavoro unicamente se riescono a collocare il loro capitale con successo sul mercato dei capitali.

 

Dal momento che, per motivi di cautela, è vietato investire la maggior parte del capitale della fondazione in azioni, oggigiorno molte fondazioni non dispongono del denaro per la gestione corrente.

 

La politica dei tassi di interesse della BCE danneggia pure il volontariato e la vita culturale in Germania.

 

(5) L'attività di deposito e credito è una parte essenziale del modello di business delle banche tedesche.

 

Soprattutto, la generazione di margini sui prestiti è fortemente limitata dalla politica dei tassi di interesse zero e dai tassi di interesse negativi sui depositi presso la banca centrale.

 

La conseguentemente limitata redditività, pesa sulle opportunità di [concedere nuovo] credito.

 

Attraverso la politica della Bce, la capacità d’azione delle banche tedesche ed il loro successo nella concorrenza internazionale verranno chiaramente compromesse.

 

Certamente, molte banche ancora ricavano da prestiti a lungo termine esistenti.

 

I risultanti utili di bilancio, sono effetti una tantum.

 

In tempi di nuovo ordine geopolitico e delle da esso risultanti crescenti incertezze, un sistema bancario europeo funzionale e competitivo costituisce un presupposto importante, per sostenere le imprese e le economie della zona euro nel gioco di forza dei "Grandi".

 

(6) La politica del tasso di interesse zero della BCE, fa sì che il denaro sia investito, non solo in progetti sempre più rischiosi, ma anche in progetti ed imprese non redditizi (“Zombie-Companies”).

 

Troppo denaro conduce ad una allocazione del capitale macroeconomicamente drasticamente inadeguata e, quindi, a perdite di produttività, così come ad un indebolimento della Germania come sede attraente per le imprese.

 

Se i tassi di interesse dovessero una buona volta aumentare, esiste un aumentato rischio di fallimenti aziendali e, attraverso ciò, di conseguenti perdite su obbligazioni e prestiti, nonché perdite di posti di lavoro.

 

Per la stabilità economica della Germania nel futuro, sono urgentemente necessarie riforme strutturali ed innovazioni.

 

Tuttavia, l’inondazione di liquidità della BCE alimenta una apparenza di redditività e fa apparire redditizi investimenti che non possono sostenersi in un ambiente concorrenziale.

 

La nostra conclusione

 

I molteplici effetti collaterali, non giustificano più il proseguimento della politica monetaria ultra-espansiva della BCE.

 

Più a lungo la strategia esistente verrà mantenuta, più difficili saranno le complicazioni, quando in futuro verrà adottata una politica più restrittiva.

 

Noi insistiamo quindi un sollecito segnale di inversione di tendenza nei tassi di interesse, quanto meno la rinuncia ad ulteriori misure espansive di politica monetaria (tassi di interesse ancor più bassi, oppure ulteriori acquisti di titoli) giustificati dalla crisi del coronavirus.

 

In ogni caso, la BCE non potrebbe fare quasi nulla per questa crisi.

 

Dopo il superamento di questa crisi, dovrebbe essere avviata l'inversione di tendenza dei tassi di interesse.

 

Questo può essere fatto solo se ben preparato ed accompagnato da una comunicazione intelligente, ma non dovrebbe farsi aspettare un altro anno intero.

 

 

Edmund Stoiber [CSU] è stato primo ministro bavarese fino al 2007, Peer Steinbrück [SPD] è stato ministro delle finanze fino al 2009 e Wolfgang Clement [SPD] è stato ministro dell'economia della Repubblica federale fino al 2005.

 

Gunther Oettinger [CDU] è stato commissario europeo per la Camera fino al 2019.

 

Hans-Werner Sinn è stato presidente dell'Istituto Ifo fino al 2016.

 

Franz-Christoph Zeitler [CSU] è stato vicepresidente della Bundesbank fino al 2011.

 

Kurt Faltlhauser [CSU] è stato ministro delle finanze bavarese fino al 2007.

 

Marcus Vitt è portavoce del consiglio di amministrazione della banca Donner & Reuschel.

 

13/02/20

Germania: uscita anticipata della Merkel ed elezioni dopo che la delfina si è fatta da parte?

Dalla Reuters un aggiornamento sulla Germania in crisi: aumentano le possibilità di elezioni anticipate dopo che il piano per la successione di Angela Merkel è fallito, una Cdu in calo di consensi non riesce a controllare i suoi stessi membri (che in Turingia votano con AfD) e si apre la gara alla successione per la guida del partito e il ruolo di Cancelliere. Tutto questo potrebbe spingere la SPD a staccare la spina al governo e andare ad elezioni anticipate. Intanto, la forte frenata dell'industria (produzione a -3,5% in dicembre) certifica la fragilità intrinseca del modello mercantilista, che "impoverendo i vicini" devasta i suoi stessi mercati. Dall'economia, alla politica, al governo: in Germania e di riflesso nell'Unione europea le linee di frattura sono sempre più ampie e profonde.

 

 

 

Di Madeline Chambers, 11 febbraio 2020

 

BERLINO (Reuters) - Il piano della cancelliera Angela Merkel per una successione ordinata sta crollando e aumentano le possibilità di elezioni anticipate in Germania dopo che la sua delfina conservatrice, Annegret Kramp-Karrenbauer, ha rinunciato alle sue ambizioni al ruolo di leader.

 

Nei prossimi mesi i Democratici Cristiani (CDU) della Merkel dovranno scegliere chi vogliono alla guida del partito e come candidato alla cancelleria alle prossime elezioni federali, previste per l'ottobre del 2021. La stessa persona probabilmente, ma non necessariamente, ricoprirà entrambe le cariche. È presto per prevedere come si evolverà la situazione, ma di seguito sono riportati tre possibili scenari.

 

1) Via la Merkel, nuove elezioni entro sei mesi


 

La Merkel, che è stata un'ancora di stabilità nella più grande economia europea durante i suoi quasi 15 anni di mandato, ha affermato che non si candiderà per la rielezione e si è dimessa da presidente del partito nel 2018, consegnandolo nelle mani di Annegret Kramp-Karrenbauer.

 

Ma dato che in seguito al ritiro della Kramp-Karrenbauer potrebbe diventare leader del partito un candidato suo rivale, la Merkel potrebbe essere costretta a farsi da parte prima del previsto, spingendo così i suoi partner della coalizione socialdemocratica (SPD) a lasciare il governo e provocare elezioni anticipate.

 

La pressione perché si  risolva rapidamente il problema, con la stessa persona che occupi entrambi i ruoli, potrebbe giocare a sfavore della Merkel.

 

I principali contendenti al ruolo di presidente della CDU e candidato cancelliere dell'alleanza conservatrice "Union" stanno già iniziando le manovre di avvicinamento, compromettendo la CDU e il suo partito gemello bavarese, Christian Social Union (CSU).

 

Numerosi conservatori di alto livello, tra cui il capo della CSU Markus Soeder, hanno esortato la CDU a decidere presto in merito alla sua leadership, sostenendo che trascinare la questione fino alla conferenza del partito, a dicembre, farebbe calare i voti dell'Unione nei sondaggi.

 

Il sostegno alla CDU nello stato orientale della Turingia è precipitato di quasi 9 punti percentuali, da quando i consiglieri regionali la scorsa settimana hanno rotto un tabù in vigore dal dopoguerra, votando con l'estrema destra a sostegno del presidente della Regione. Anche a livello nazionale il consenso sta diminuendo.

 

La preoccupazione per questo declino potrebbe spingere la CDU ad agire entro l'estate o l'inizio dell'autunno per scegliere un nuovo leader e candidato cancelliere come Friedrich Merz, un rivale di vecchia data della Merkel, con il quale per la cancelliera potrebbe risultare impossibile collaborare.

 

Da parte sua, l'SPD potrebbe rifiutarsi di collaborare con personaggi di destra come Merz o Jens Spahn - specialmente se uno di loro dovesse sostituire la Merkel come cancelliere prima delle elezioni - e potrebbe staccare la spina al governo, mandando la Germania alle urne.

 

2) La Merkel rimane in carica per tutta la presidenza Ue, elezioni all'inizio del 2021


 

I tedeschi, amanti della stabilità, preferiscono un cambiamento graduale e vogliono evitare di votare nel bel mezzo della presidenza tedesca dell'Unione europea nella seconda metà del 2020.

 

Molti parlamentari conservatori e socialdemocratici vorrebbero che la Merkel svolgesse un ruolo di primo piano nei negoziati con la Gran Bretagna post-Brexit e nella definizione delle relazioni dell'Ue con la Cina, questione che sarà in cima all'agenda dell'Ue durante il semestre di presidenza.

 

La Merkel ha dichiarato di attendere con impazienza la presidenza dell'Ue, dove potrà avvalersi delle sue capacità negoziali e della sua profonda esperienza dei problemi dell'Ue, dalla crisi del debito della zona euro all'afflusso di migranti nel 2015. La presidenza potrebbe aiutare i conservatori a sfruttare al meglio le loro credenziali in vista delle elezioni.

 

Un altro fattore è la popolarità in gran parte immutata della Merkel. I sondaggisti sostengono che molti elettori la vedono quasi come una figura presidenziale e che preferirebbero che rimanesse in carica fino al termine del suo mandato.

 

Tutto ciò aumenta le possibilità che la Merkel rimanga in carica almeno fino alla fine dell'anno, ma potrebbe anche consentire a un nuovo leader di beneficiare di un rimbalzo nei sondaggi.

 

3) La Merkel rimane in carica fino a termine, elezioni nell'autunno del 2021


 

Anche se la CDU decidesse rapidamente sulla sua leadership, alcuni candidati potrebbero collaborare con la Merkel fino alla fine del suo mandato, anche se si ritroverebbe a essere una specie di anatra zoppa.

 

Il candidato di continuità Armin Laschet, premier dello stato del Nord Reno-Westfalia, è uno di questi candidati e come centrista sarebbe probabilmente anche accettabile per la SPD.

 

Questo potrebbe accadere anche se i conservatori scegliessero Soeder, della Baviera, come candidato cancelliere.

 

Sebbene molti considerino Soeder un candidato forte, sinora nessun leader della CSU è mai stato cancelliere.

11/02/20

Turingia – Il paziente zero della rivoluzione tedesca?

Un attento osservatore come Tom Luongo sottolinea un’altra crisi per il governo Merkel: in Turingia i dirigenti locali del suo partito si accordano con AfD e fanno saltare l’alleanza tacita con i Verdi. Gli equilibri della politica tedesca stanno cambiando, le alleanze della Merkel sono sempre più fragili e complesse, mentre il fallimento della politica mercantilista tedesca è alle porte. Il gigante tedesco ha i piedi di argilla e rischia di cadere da un momento all’altro.

 

Di Tom Luongo, 6 febbraio 2020

 

 

La politica tedesca è in subbuglio. Le elezioni dello scorso autunno hanno indebolito la cancelliera Angela Merkel, costringendo la sua Unione dei Cristiani Democratici (CDU) a una coalizione indesiderata in Brandeburgo con i Social Democratici (SPD) e i Verdi.

 

L’ascesa nelle regioni dell’ex Germania est di quella che è la nemesi politica della Merkel, Alternativa per la Germania (AfD), ha complicato una rete di deboli alleanze già di per sé complessa, volta a consentire alla CDU della Merkel di rimanere al potere.

 

L’aumento del sostegno ad AfD ha recentemente raggiunto proporzioni preoccupanti in Turingia. Lo scorso autunno la Linke (31,0%) e AfD (23,4%) sono stati i partiti di maggioranza in Turingia. Anche se entrambi sono euroscettici dichiarati, sono anche come l’acqua e l’olio.

 

La Linke è un partito decisamente di sinistra, mentre AfD è più un partito populista di centrodestra, dipinto dagli istrionici media tedeschi ed europei come lo spauracchio di estrema destra del passato nazista tedesco.

 

La CDU della Merkel è arrivata solo terza (21%).

 

Per mesi da quando ci sono state le elezioni, senza poter intravedere una via che conducesse a un governo di maggioranza perché i partiti dell’establishment si rifiutano di lavorare con AfD, i partiti hanno provato con il massimo sforzo a mettere insieme una coalizione.

 

Dopo due votazioni indicative, lo stallo è stato superato da AfD, che ha appoggiato il candidato dei Liberali Democratici (FDP) Thomas Kemmerlich. Ne è seguito il caos.

 

Mercoledì i loro piani sono stati interrotti a sorpresa quando AfD si è schierata con la CDU e con il partito pro-imprese dei Liberali Democratici (FDP) per battere di poco ai voti la candidatura di Ramelow ed eleggere invece Thomas Kemmerich di FDP.

La mossa ha istantaneamente provocato un'onda d’urto in tutta la Germania, creando una spaccatura tra il ramo CDU della Turingia e il suo centro a Berlino. Il capo della CDU e ministro federale della Difesa Annegret Kramp-Karrenbauer ha accusato i suoi colleghi di avere rotto i ranghi, infrangendo la pratica usuale del partito di evitare qualsiasi collaborazione con Afd, partito anti-establishment e anti-migranti.

 

AfD ha tolto il sostegno al suo stesso candidato e ha sostenuto Kemmerlich, relegando  i Verdi, che si sono a malapena aggiudicati un seggio,  fuori dal governo.

 

La situazione insostenibile in Turingia è infine scoppiata in faccia alla Merkel. Negare l’esistenza di quasi un quarto dell’elettorato nei colloqui di coalizione è in definitiva un suicidio politico a fuoco lento.

 

Si tratta di un altro esempio dei tentativi disperati delle élite politiche tedesche per rimanere al potere.

 

Sono riuscite a farlo con successo in Brandeburgo, ma solo facendo quello che la Merkel non poteva fare a livello nazionale nel 2017, arrivare a un accordo con la SPD e con i Verdi.

 

AfD non sparirà nel nulla, in particolare nell’ex Germania est. I partiti di sinistra sono fluidi e la Mekel continua a usare lo status nominale di centrodestra della CDU come bastone per forzare i suoi provvedimenti preferiti.

 

Più questo accade, più l’opposizione diventa dura. E in Turingia il risultato è stato che i membri locali della CDU, in rivolta contro la proibizione della Merkel di lavorare con AfD, le hanno disubbidito per ostacolare la coalizione di minoranza Linke/SPD/Verdi che avrebbe dovuto vincere.

 

Alla fin fine, perché la Merkel è così arrabbiata per quanto successo, a parte le ovvie beghe interne al suo partito? Perché ha costretto Kemmerlich a sciogliere il governo e ad andare a elezioni anticipate in Turingia?

 

Il motivo sta nella camera alta del Parlamento tedesco, il Bundesrat. Me ne sono occupato in novembre dopo il voto. La Merkel ha un’alleanza ufficiosa con i Verdi per mantenere il controllo del Bundesrat e, di conseguenza, del Bundestag.

 

Come mi hanno fatto notare gli osservatori politici tedeschi, il gioco che sta giocando la Merkel nel lavorare con la SPD nel Bundestag funziona soltanto se riesce a soddisfare i Verdi nel Bundesrat.

 

Ma a causa della natura del Bundesrat (eletto su base regionale - NdVdE), dove le delegazioni dei singoli stati devono votare in blocco, fino al voto in Turingia i Verdi avevano potere di veto con 37 dei 69 seggi e potevano stoppare qualsiasi legge.

 

Ma ora questi quattro seggi andranno probabilmente a qualcun altro e questa defezione dei membri del partito CDU in Turingia rischia di innescare una crisi costituzionale in Germania, se AfD riesce a entrare nel Bundesrat.

 

Aggiungere i Verdi alla coalizione del Brandeburgo era un modo per bilanciare le potenziali perdite in Turingia. In questo modo l’attuale Bundesrat ha l’aspetto qui sotto con i Verdi che hanno 41 seggi più quattro altri potenziali dalla Turingia.

 



 

Questo rende palese la verità: la Merkel ha usato i Verdi per spingere la propria agenda UE senza darlo a vedere al pubblico. Il gioco le ha dato una copertura politica interna.

 

 

Se i Verdi perdono in Turingia, scendono a 41 seggi.

 

Ma ecco il vero problema, di cui nessuno dei media tedeschi si occuperà ma che sta per presentarsi. AfD ha formalmente contestato la ripartizione dei seggi in Assia, dove la CDU e i Verdi hanno un’alleanza fragile e una maggioranza di un solo seggio.

 

Questa contestazione potrebbe far cadere il governo in Assia, e probabilmente lo farà. Infatti, l’istituzione che deve decidere a riguardo non è politica. È amministrativa. Le leggi sono chiare e una volta che il caso verrà giudicato i cinque seggi dell’Assia saranno rimessi in gioco.

 

Infine, se/quando questo accadrà, mi aspetto che la SPD verrà aggiunta alla coalizione e l’ordine verrà ripristinato, dal punto di vista della Merkel. Ma siccome ci saranno nuove elezioni in Turingia, esiste la possibilità che la situazione per la Merkel si deteriori ancora più velocemente.

 

Già il fatto che l’unica opzione fossero le elezioni anticipate è stato profondamente imbarazzante per l’establishment. Questo favorirà i partiti minori, mentre la SPD continua a ripensare alla sua coalizione con una CDU che sta perdendo il controllo dei suoi membri.

 

La politica tedesca si gioca sul trasmettere un senso di coerenza, secondo il mio punto di vista. I cambiamenti devono essere misurati e graduali. Ma questo si basa sulla stabilità economica e sulla prosperità. Il rapido cambiamento del panorama politico tedesco che ha dato il via a questi eventi mette in dubbio questa tesi.

 

Le cattive condizioni economiche degli stati dell’Est spostano i conservatori tedeschi verso AfD. Il fatto che la Germania venga messa in difficoltà dalla Brexit e dall’ostilità di Trump nei confronti della Merkel non aiuta. Un’Europa incapace di una crescita economica che consenta alle aziende tedesche di esportare è un altro fattore. E le continue sanzioni alla Russia hanno ostacolato il relativo mercato per quasi sei anni.

 

Dopo quasi dieci anni di politiche rovinose della BCE e di insistenza della Merkel nell’obbedire a tutte le sfide e ai cambiamenti sta velocemente montando l'erompere di rivoluzione politica contro di lei.

 

Che succede se AfD vince la maggioranza nelle nuove elezioni? Che succede se i Verdi non riescono ad arrivare al 5% e non guadagnano alcun seggio? Che succede se i membri della sua CDU in Turingia scendono ancora a patti Con AfD?

 

Queste sono domande che Angela Merkel non vuole affrontare, ma la Germania ha bisogno di farlo.

 

 

 

 

28/01/20

Wahrheit Macht Frei… La verità vi farà liberi

In occasione della Giornata della Memoria 2020, pubblichiamo un articolo di Strategic Culture che rimette ordine nei fatti storici del tempo. Sarebbe infatti opportuno che l’Europa non ricordasse del nazismo e dell’Olocausto solo ciò che le fa comodo, riscrivendo la storia di tutto il resto. Il tentativo recente da parte del governo polacco e dell’UE di attribuire all’Unione Sovietica parte della responsabilità dei crimini della Germania nazista è un insulto al popolo russo, che più di ogni altro ha pagato un prezzo — elevatissimo — per combattere e sconfiggere i nazisti, oltre ad avere materialmente liberato numerosissimi campi di concentramento, Auschwitz compreso. 

 

 

Di Finian Cunningham, 22 gennaio 2020

 

 

Ricorre questa settimana il settantacinquesimo anniversario della liberazione del campo di morte di Auschwitz dai nazisti ad opera dell’Armata Rossa sovietica. Ma l’evento epocale viene oscurato da nuovi tentativi da parte delle autorità polacche – supportate da funzionari americani e tedeschi – di scaricare la colpa della Seconda guerra mondiale sull’Unione Sovietica.

 

La famigerata massima tedesca “Arbeit Macht Frei” (“Il lavoro rende liberi”), che sormontava il cancello di ingresso metallico di Auschwitz, attraverso il quale milioni di prigionieri si avviarono verso la morte, potrebbe oggi essere sottotitolata con la frase più onesta “Wahrheit Macht Frei” (“La verità vi farà liberi”).

 

Perché quello che si sta verificando nella commemorazione di Auschwitz della Polonia, e più in generale nelle dichiarazioni sulle origini della Seconda Guerra Mondiale, è una spaventosa distorsione della storia per soddisfare gli attuali interessi geopolitici occidentali e danneggiare la Russia. Ma nascondere o negare le cause della guerra serve solo a condannare il mondo a ripeterla.

 

Anziché vedersi assegnato un posto d’onore in prima fila per la liberazione dei campi di sterminio nel sud della Polonia il 27 gennaio 1945, ad opera dell’Armata Sovietica, oggi Mosca viene messa a margine, nonostante il suo ruolo fondamentale nel distruggere il regime nazista e tutti i suoi orrori.

 

Sembra che il presidente Russo Vladimir Putin abbia declinato l’invito a presenziare al settantacinquesimo anniversario in Polonia. La Russia verrà rappresentata dal suo ambasciatore nel Paese. Putin sarà presente a un evento equivalente in Israele, e in quella commemorazione alternativa gli sarà riconosciuta la meritata importanza, per mettere in risalto i risultati ottenuti nella liberazione dal predecessore della Russia, l’Unione Sovietica. Possiamo capire le ragioni per cui il Presidente Russo ha deciso di non prendere parte all’evento in Polonia, a causa delle affermazioni tossiche fatte recentemente da Varsavia e da altri stati occidentali sulle accuse rivolte all’Unione Sovietica di essere stata collusa con la Germania nazista nell’istigare la guerra.

 

Questa distorsione della storia ha persino ottenuto uno status ufficiale quando il Parlamento europeo – a seguito di pressioni da parte degli stati Baltici e della Polonia – ha adottato una risoluzione, lo scorso settembre, in cui l’Unione Sovietica viene dichiarata colpevole come il Terzo Reich Nazista per aver dato inizio alla Seconda Guerra Mondiale.

 

Quando il presidente Putin ha liquidato la risoluzione come una “sciocchezza” e ha proseguito sottolineando la collaborazione documentata della stessa Polonia con la Germania nazista, l’attuale governo polacco, insieme ai diplomatici tedeschi e americani, hanno raddoppiato le accuse verso Mosca, imputandole di avere una parziale responsabilità nell'esplosione della peggiore conflagrazione della storia.

 

Queste accuse occidentali e polacche hanno origine dallo storico patto di non aggressione firmato tra nazisti e sovietici il 23 agosto 1939, una settimana prima che i nazisti invadessero la Polonia. Si sostiene quindi che la distensione tra Stalin e Hitler abbia incoraggiato quest’ultimo a dare il via alla guerra.

 

Come ha riferito Radio Free Europe: “L’inviato tedesco Rolf Nikel e l’ambasciatore USA in Polonia Georgette Mosbacher hanno entrambi dichiarato il 30 dicembre che la Germania e l’Unione Sovietica hanno colluso, nel 1939, per iniziare la guerra che avrebbe portato alla morte di decine di milioni di persone nell’Europa continentale”.

 

Il Primo ministro polacco Mateusz Moraweicka ha denunciato la versione della storia di Putin come “falsa… che calpesta la memoria di tali eventi. La Polonia deve difendere la verità, non per i propri interessi, ma per il bene di ciò che definisce l’Europa”.

 

Si tratta di un esempio di distorsione della storia quanto mai audace.

 

Le ragioni di questa riscrittura sono ovvie. La Germania può così scaricare parte della sua colpa riguardo alla guerra che ha terrorizzato l’Europa con il genocidio fascista.

 

Coinvolgendo i Sovietici nell’orrore nazista, gli americani e i loro surrogati di destra in Polonia e negli stati Baltici possono rianimare le loro invenzioni fiacche e stantie su una “aggressione russa” verso l’Europa di oggi. Questo capovolgimento è particolarmente disprezzabile, se consideriamo che l’Unione Sovietica soffrì più di ogni altra nazione la barbarie nazista, con più di 25 milioni di morti e decine di milioni di feriti.

 

La Polonia è forse quella che ha più da guadagnare dalla falsificazione della storia. Il suo stesso vergognoso passato di collusione col regime nazista prima e durante la guerra verrebbe, si prevede, cancellato e scaricato nel dimenticatoio della storia.

 

Ironia della sorte, tutti coloro che si accodano alla denigrazione della Russia per la presunta complicità sovietica con la Germania nazista sostengono che Putin sta “riscrivendo la storia” , facendo riferimento ai documenti sovietici e alla propaganda.

 

Uno dei migliori resoconti accademici del periodo dalla Prima guerra mondiale fino alla fine degli anni '30 e allo scoppio della guerra è l'opera dello storico britannico A. J. P. Taylor, dal titolo 'Le origini della Seconda Guerra Mondiale' (pubblicata nel 1961). Taylor non è un "compagno di viaggio" dell'Unione Sovietica. Il suo studio è un esercizio professionale di studio oggettivo.

 

La prospettiva russa è sostanzialmente appoggiata da Taylor (e da altri storici occidentali, vedi ad esempio questo recente saggio  di Michael Jabara Carley). Il patto di non aggressione nazista-sovietico alla vigilia dello scoppio della guerra fu un disperato tentativo di Mosca di tenere a bada il Terzo Reich. Dovuto al fatto che, come sottolinea Taylor, le potenze occidentali, in particolare la Gran Bretagna, la Francia e la Polonia, avevano costantemente respinto tutti gli appelli sovietici a stringere un patto collettivo europeo di sicurezza contro la Germania nazista.

 

Quando Hitler si annesse l'Austria nel 1936 e invase la Cecoslovacchia nel 1938, Gran Bretagna, Francia e Polonia si voltarono dall'altra parte. Il manifesto del Fuhrer nel Mein Kampf e le sue varie invettive durante gli anni '30 ebbero come obiettivo esplicito l'annientamento dell'Unione sovietica e degli ebrei europei per la soluzione finale.

 

I ministri polacchi durante questo periodo condivisero lo spregio nazista per il popolo sovietico ed ebraico. Il caso dell'ambasciatore polacco a Berlino Josef Lipski, che nel 1938 propose a Hitler un piano per deportare gli ebrei europei in Africa, è inconfutabile.

 

Ciò che le autorità polacche oggi sono costrette a negare sono fatti storici obiettivi che assegnano complicità ai loro predecessori nello scatenare il mostro nazista. Il fatto che Auschwitz e altri campi di sterminio nazisti si trovino sul territorio polacco non sembra dare a questi russofobi virali alcuno spunto di riflessione. Il fatto che l'Armata Rossa sovietica abbia salvato milioni di polacchi dalla barbarie nazista – una barbarie che i loro vacillanti e illusi leader politici avevano incoraggiato – è forse l'esempio più chiaro di come "la menzogna non vi farà liberi".

 

21/01/20

EuroIntelligence – Il mondo ha scoperto come ricattare la Germania

Wolfgang Munchau in uno dei suoi “Briefing” su EuroIntelligence evidenzia come la Germania si trovi con le mani sempre più legate negli affari con l’estero, a causa della dipendenza del suo sistema economico da una ormai cristallizzata politica mercantilista. Gli Stati Uniti prima, e ora la Cina sulla questione dello sviluppo della rete 5G da parte di Huawei in Europa, possono sempre sollevare contro la Germania la minaccia dei dazi, particolarmente verso l’industria automobilistica, a causa della dipendenza del paese tedesco dalle esportazioni. E quello che vale per la Germania, vale sempre di più per la intera UE.

 

 

di Wolfgang Munchau - EuroIntelligence, 17 gennaio 2020

 

Dopo che l’amministrazione Trump ha minacciato di imporre dazi sulle auto tedesche come conseguenza della questione Iran, adesso è la Cina che avanza la stessa minaccia con riferimento a Huawei. Il mondo ha scoperto che la Germania, e per estensione la UE, è vulnerabile alle minacce in chiave mercantilista. Questo è ciò che accade quando i surplus commerciali non si realizzano per caso, ma sono parte essenziale della propria strategia economica.

 

Il New York Times cita un membro della commissione per gli affari digitali del Bundestag, secondo il quale i cinesi avrebbero chiarito, durante conversazioni private con i funzionari tedeschi, che faranno rappresaglia proprio là dove fa male: contro l’industria automobilistica. Anche il precedente ambasciatore cinese in Germania aveva avvertito che ci sarebbero state conseguenze, ma senza specificarle. Le minacce manifestate in privato sembrano essere diventate uno strumento fondamentale della diplomazia internazionale. Il Washington Post questa settimana ha riportato che l’amministrazione statunitense avrebbe minacciato i funzionari UE di imporre dazi sulle automobili a meno che la UE non acconsentisse ad avviare una procedura di arbitrato sul nucleare iraniano.

 

Angela Merkel, come sempre, conduce l’affare da dietro le quinte. L’ultima decisione spetta al Bundestag. C’è forte opposizione contro Huawei da parte delle lobby pro-atlantiste nella CDU, e specialmente da parte di Norbert Rottgen, capo della commissione per gli Affari esteri. Uno degli argomenti degli Stati Uniti contro l’offerta di Huawei è che le compagnie automobilistiche in futuro raccoglieranno un’ampia quantità di dati personali sui conducenti, e la Germania renderebbe di fatto questi dati disponibili al Partito Comunista Cinese.

 

Rottgen ha sollevato un altro punto importante, secondo la nostra prospettiva. Se si permette a Huawei di entrare in Germania, si mina l’unità europea e si danneggiano indirettamente i due concorrenti nord-europei di Huawei. Da un punto di vista strategico è il classico caso in cui la UE dovrebbe unirsi, preferire la “opzione europea”, e accettare il fatto che questa potrebbe essere più costosa, più lenta e meno conveniente.

 

Riteniamo, comunque, che le chance siano a favore di Huawei. La politica estera tedesca è da sempre mercantilista, non strategica. La Germania e la Francia hanno sempre dato priorità ai propri ristretti interessi industriali rispetto al bene europeo.

 

Non dobbiamo nemmeno sovrastimare l’effettiva influenza e posizione di Rottgen. È uno di quei membri della CDU che viene citato nei media anglofoni, ma questo non riflette necessariamente la maggioranza del Bundestag, e forse nemmeno la maggioranza del suo stesso gruppo. La CSU è a favore di Huawei. La CDU è divisa. La SPD è tradizionalmente il partito delle auto e del carbone. I tedeschi potrebbero giungere alla conclusione che sarà comunque difficile evitare i dazi statunitensi sulle automobili.

 

E l’opinione pubblica è diventata incredibilmente anti-americana. Secondo un sondaggio di Deutschlandtrend, il 57% dei tedeschi non ha alcuna fiducia negli Stati Uniti, mentre solo il 25% esprime la stessa opinione rispetto alla Russia.

06/12/19

La Germania è il cuore marcio dell’Europa

Come riporta Tom Luongo, i problemi europei hanno origine in primo luogo dalla Germania, che ha utilizzato la moneta unica come strumento di colonizzazione dei paesi europei più deboli. Ora il giocattolo ha raggiunto il suo limite ed esploderà non appena finiranno gli effetti espansivi messi in campo dalla BCE, che, anziché risolvere i problemi, li ha lasciati invece aggravarsi a dismisura.

 

 

 

 

Di Tom Luongo, 3 dicembre 2019

 

In Europa la crisi arriverà dalla Germania. La Germania è entrata in un periodo di crisi politica che, al momento, non è ancora esplosa.

 

Ma la pira è stata costruita, le torce sono accese e tutto ciò che rimane da fare è trascinare la cancelliera Angela Merkel sul rogo e dare fuoco.

 

Per coloro che vogliono capire gli impulsi fondamentali che hanno portato l’Unione Europea dove si trova oggi e il ruolo centrale della Germania, è veramente necessario leggere “Il cuore marcio d’Europa” di Bernard Connolly.

 

Si tratta di un libro che condanna praticamente tutti coloro che hanno mono-maniacalmente spinto per il progetto europeo ma, a mio parere, quella che ne esce peggio è in particolare la Germania.

 

Infatti il progetto dell’euro, come moneta, venne guidato dagli industriali tedeschi che puntavano ai vantaggi che avrebbe portato loro una moneta unica.

 

Questo è un concetto che ho sottolineato molte volte: la moneta unica rende più economici i prodotti industriali del Nord Europa, mentre sovrapprezza la capacità produttiva del Sud.

 

Inoltre, aumenta l’effettiva qualità del debito di questi ultimi paesi, portandola a un livello molto più alto del suo valore di mercato. Ciò ha consentito loro di prendere in prestito denaro a tassi molto più bassi di quanto avrebbero mai potuto fare in altre condizioni.

 

Questo ci ha portato esattamente dove siamo oggi: con gli enormi squilibri interni che hanno destabilizzato queste economie ed eroso ulteriormente la loro capacità produttiva e competitività, lasciandoli con una montagna di debito, impossibile da ripagare, che viene utilizzato come ulteriore strumento per estrarre gli ultimi asset realmente di valore dai paesi stessi, quando l’inevitabile crisi colpisce e il debito deve essere ristrutturato.

 

Pensare che questo meccanismo non fosse noto a chi ha progettato l’euro è totalmente da ingenui. Questo ragionamento non viene fatto solo da Connolly, ma anche da Gyorgy Matolcsy, Presidente della Banca Centrale di Ungheria.

 

Grazie a un lettore fisso molto generoso, sto leggendo ora questo libro: “L’impero americano contro il Sogno Europeo”. Matolcsy in apertura sferra un caustico attacco all’euro, sostenendo che non avrebbe mai dovuto essere introdotto, fin dall’inizio.

 

Il fatto è che gli effetti della moneta unica erano perfettamente prevedibili. Ma l'autore tocca un argomento ancora più importante rispetto a quanto fa Connolly nel suo libro. La Germania estrae ricchezza e accumula rendite grazie all'arbitraggio sul tasso di cambio.

 

Sentirlo potrà irritare i miei lettori tedeschi ma, ancora una volta, se pensate che questo non fosse il piano fin dall’inizio, ossia colonizzare paesi come la Grecia, che non si riuscì a conquistare militarmente durante la Seconda Guerra Mondiale, allora non riuscite a capire perché il resto d’Europa si sta arrabbiando.

 

Maltocsy si spinge ancora più in là nella sua critica alla Germania, affermando che se questa estrazione di ricchezza fosse stata distribuita a tutta la UE durante i venti e più anni di euro, sotto forma di investimenti, le cose sarebbero andate molto meglio.

 

Ma la Germania non ha mai abbandonato la sua mentalità mercantilista, preferendo vendere BMW e Porsche agli spagnoli e ai greci, mentre prestava loro i soldi necessari a tassi di interesse calmierati.

 

Poi, quando è arrivato il conto, la Germania ha chiesto loro l’austerità per ripagarlo e nel frattempo ha dato loro dei fannulloni.

 

Ecco perché oggi la Germania è il centro marcio di un presunto impero europeo che cade a pezzi. Ed ecco perché tutti, inclusi i tedeschi, verranno ora impoveriti mentre la montagna di debito impossibile da ripagare collassa.

 

Gli imperi crollano sempre dall’interno.

 

L’impero americano sta affrontando lo stesso identico problema, ma siccome il dollaro è la valuta di riserva mondiale, verrà semplicemente colpito più tardi.

 

Ecco perché il Dow Jones Industriale e lo S&P500 sono ai massimi storici nonostante le ultime bordate del presidente Trump nell’ambito della guerra commerciale con la Cina, mentre il tedesco DAX fa fatica a rimanere sui livelli massimi del 2018.

 

Il Dow Jones risente delle differenze nelle incertezze economiche e politiche tra gli USA e la Germania. Perché…

 

La notizia importante è che i partner di coalizione di Angela Merkel, i Social Democratici (SPD), hanno appena eletto un nuovo leader che è ostile al governo di coalizione, in quanto attribuisce alla Merkel la colpa del collasso elettorale del suo partito a livello nazionale. Questo mette il futuro politico della Merkel in pericolo o, come minimo, assicura che lei avrà meno controllo su un governo tedesco largamente paralizzato.

 

Negli ultimi mesi abbiamo visto in generale i mercati tirare un sospiro di sollievo dopo che la FED e la BCE si sono attivate per immettere liquidità. Ma questo intervento non risolve i problemi sottostanti, li rimanda soltanto, gonfiando per qualche altro mese la curva dei rendimenti, in questo caso degli Stati Uniti e della Germania.

 

Ma l’impulso reflattivo è ora dominante o è una semplice pausa tra crisi, come suggerisce Jeff Snider di Alhambra Partners?

 

Io propendo per la seconda ipotesi, dato che la FED continua ad accumulare Repo (pronti contro termine, NdVdE) sul suo bilancio, ormai più di 208 miliardi di dollari da settembre, e un’altra operazione Repo di 42 giorni ieri è stato sottoscritta per una quantità doppia dell’offerta.

 

Certo, potrebbe trattarsi di semplici trucchetti da fine trimestre, ma perché? E ci chiederemo le stesse cose quando questi Repo da 42 giorni scadranno a fine gennaio?

 

La vera domanda è che cosa sta spingendo le banche USA ad aver bisogno di così tanti dollari per mantenere liquidi i mercati. E perché tutti si sentono agitati dalla mancanza di dollari.

 

La risposta è che tutti si aspettano la stessa cosa, che qualcosa cambierà in maniera decisa, e quando lo farà tutti vorranno dollari, non euro, non sterline, yen o yuan.

 

L’economia tedesca sta rallentando, lo fa da più di un anno.

 

E quando l’impulso reflattivo finirà, i mercati che non hanno toccato i massimi storici saranno molto più vulnerabili a un collasso. L’impero mercantilista multigenerazionale tedesco ha raggiunto il suo zenith. Non può più spingersi oltre senza cedere terreno politico al resto d’Europa o abbandonare proprio quella cosa che ha creato l’impero fin dall’inizio: l’euro.

Ecco il problema principale che sta al cuore del progetto europeo. E non può essere nascosto ancora a lungo.

 

16/11/19

In Germania la libertà di opinione è in pericolo: Lucke tenta per la terza volta di tenere la sua lezione

Dal Frankfurter Allgemeine Zeitung un articolo di Matthias Wyssuwa sugli ultimi preoccupanti eventi avvenuti in Germania, dove sembra essere messa in pericolo la libertà di opinione.  Bernd Lucke, cofondatore di AfD, ha insegnato all’Università di Amburgo fino alla sua entrata in politica. Dopo aver lasciato il partito, ha trascorso gli anni successivi come parlamentare europeo a Bruxelles. Ora è tornato alla sua cattedra ad Amburgo. Ma ha problemi a tenere le sue lezioni.

 

 

di Matthias Wyssuwa, 30 ottobre 2019

 

Bernd Lucke potrà sicuramente tenere mercoledì la sua prima lezione, senza urla o opposizioni. Nel mezzo del campus dell'Università di Amburgo, in un grande blocco grigio, c'è una piccola aula. Davanti, molti studenti, per via della biblioteca e della pausa caffè. Non hanno idea di cosa stia accadendo nell’aula. Le porte sono chiuse a chiave, e se si bussa, dopo un certo tempo escono fuori due uomini vestiti di nero, con guanti di pelle infilati nelle tasche. Uno dice: “chiuso per lavori”, e la porta si richiude.

 

Ma nell'aula non ci sono lavori. Bernd Lucke sta registrando in privato la sua lezione, in modo tale da poterla inviare ai suoi studenti, nel caso in cui più tardi non riesca a tenerla in pubblico. L’Università comunica in seguito che si tratta di "un'offerta dell'Università agli eventuali studenti  timorosi, per consentire loro di studiare senza disturbi e al riparo dalla grande attenzione dei media". Solo alla fine si apre la porta dell’aula, e si vede Lucke in cattedra. Ora deve andare a tenere la sua vera lezione, circa duecento metri oltre, in un’altra aula. Protetto da recinzioni e dozzine di agenti di polizia, e solo in questo modo,  Lucke oggi è in grado di tenere la sua prima lezione in pubblico senza alcuna interruzione.

 

La situazione ad Amburgo è difficile. Dopo il suo rientro all'Università di Amburgo, Bernd Lucke aveva già provato due volte a tenere la sua lezione di "Macroeconomia II". Al primo tentativo, chiamati a raccolta dal comitato studentesco, alcune centinaia di studenti avevano protestato davanti all'edificio principale dell'Università contro il co-fondatore di AfD. Più tardi, numerosi disturbatori non hanno permesso a Lucke di prendere la parola in aula. Hanno fatto ostruzionismo facendo rumore, imprecando, facendo volare palle di carta. La sicurezza personale di Lucke non sarebbe mai stata messa in pericolo, almeno così è stato comunicato in seguito.

 

L’università vuole offrire una lezione alternativa

 

La scorsa settimana, in un secondo tentativo, il personale dei servizi di sicurezza si è appostato all'ingresso dell'aula, facendo entrare solo chi si fosse registrato per il corso e avesse con sé la propria carta d'identità. Tuttavia, gli uomini della sicurezza si sono dovuti arrendere a circa 15 disturbatori, che sono riusciti a farsi strada nell'aula. La lezione è stata interrotta, e Lucke è stato fatto uscire fuori da una porta laterale.

 

Al terzo tentativo i poliziotti erano pronti ed equipaggiati da capo a piedi. Il luogo della lezione non è stato comunicato pubblicamente, anche se comunque è velocemente trapelato. Anche in questo caso, potevano entrare solo gli studenti registrati al corso e in grado di identificarsi. Almeno all’inizio è andato tutto liscio. Solo un paio di studenti distribuivano volantini. Dietro l’angolo mezzi della polizia pronti ad intervenire.

 

Dopo il secondo tentativo fallito, l'Università aveva inviato una lettera a Katharina Fegebank, la senatrice dei Verdi. Nella lettera, l’Università aveva proposto di tenere la lezione solo in forma digitale, in sostituzione della lezione in aula. L’Università avrebbe "preferito la versione digitale come mezzo di de-escalation", così sembra aver dichiarato, facendo presente nella lettera "che l'Università è arrivata al suo limite nell’attuazione delle misure di sicurezza". Avrebbe inoltre richiesto che "la sicurezza dell'evento e delle persone coinvolte fosse completamente garantita dalle forze dell'ordine". Secondo l'Università, Lucke avrebbe rifiutato di tenere la lezione in forma puramente digitale. E il Senato aveva già chiarito con una direttiva che la lezione si sarebbe dovuta svolgere nell’orario previsto.

 

Se si continuerà ad andare avanti così anche nelle prossime settimane, è tutto da vedere. Nel cosiddetto “Streitgespräch” (NdT: “Controversia") del settimanale "Die Zeit", Lucke ha chiesto alla senatrice Fegebank di avviare un procedimento disciplinare contro di lui. In tal modo egli potrebbe dimostrare di essersi sempre schierato a favore della Costituzione, in maniera attiva e secondo coscienza. Fegebank è stata però reticente a riguardo, sebbene abbia sostenuto che debba essere fatto tutto il possibile affinché le sue lezioni possano svolgersi correttamente. Ma ha anche esternato come egli abbia fondato un partito che oggi va nella direzione dell’estremismo di destra: “Nessuno può toglierle questa responsabilità, nemmeno io”. Da giorni Fegebank sta affrontando feroci critiche da parte dell’opposizione per il suo comportamento.

 

All'Università di Amburgo ora verrà probabilmente offerta una lezione alternativa di "Macroeconomia II". E l'Università propone un’offerta agli studenti e ai dipendenti che si sentono turbati dagli incidenti dei giorni scorsi: "Come misura immediata, la clinica ambulatoriale psicoterapica dell'Università di Amburgo offre terapie ad hoc per la gestione del disturbo post traumatico da stress".

 

 

08/11/19

ZH - Nuovo piano di Unione bancaria del Ministro delle finanze tedesco per salvare l'UE (e Deutsche Bank)

Anche il sito Zero Hedge collega la gravissima esposizione di Deutsche Bank, vicina al fallimento e con la quotazione delle azioni prossima allo zero, alla nuova disponibilità del ministero delle Finanze tedesco nei confronti del completamento dell'Unione bancaria, sinora sempre osteggiata per il timore dei tedeschi  di doversi caricare i problemi dei sistemi bancari altrui, Italia in primo luogo.  E tuttavia il piano, dice Zero Hedge, potrebbe essere osteggiato dall'Italia. [E c'è da sperarlo, aggiungiamo noi, perché le condizioni poste dai tedeschi per la condivisione dei (loro) rischi  costringerebbero l'Italia a una "ristrutturazione preventiva" del debito pubblico, una "calamità immane, un colpo di pistola alla tempia" per il nostro Paese, come dichiarato nella sua audizione alla Camera da Giampaolo Galli, il quale avverte come siano rimaste solo poche settimane per fermare la pericolosa ondata. Non si può tacere sul carattere tardivo di questa giusta preoccupazione, ma meglio tardi che mai.]


 

 

Zero Hedge, 6 Novembre 2019

 

Meno di un anno dopo aver fallito nel suo tentativo di salvare il colosso bancario tedesco Deutsche Bank, prossimo al fallimento (tramite la fusione tra Commerzbank e Deutsche Bank, che nelle intenzioni avrebbe dovuto dar vita a un nuovo campione nazionale), il ministro delle Finanze tedesco Olaf Scholz ha intrapreso una campagna per convincere l'Unione europea a portare a termine l'unione bancaria.

 

Molti hanno sostenuto che la mancanza di un quadro normativo bancario globale europeo rende il sistema particolarmente vulnerabile al caos e alle infiltrazioni da parte di gruppi criminali (come dimostra lo scandalo del riciclaggio di denaro che ha coinvolto diversi giganti bancari dell'Europa settentrionale).

 

E con la Brexit che si sta finalmente avvicinando alla conclusione, o almeno così sembra, Scholz sostiene che la posizione globale dell'Europa sarebbe a rischio se non si portasse a compimento l'integrazione del settore finanziario dell’eurozona, visto che l'Ue sta perdendo uno dei suoi principali centri finanziari.

 

Il piano per centralizzare il controllo delle banche della zona euro fu concepito anni fa in risposta alla crisi del debito che all'inizio del decennio minacciava di destabilizzare l'intero continente. Molti sostenevano che il sistema contribuirebbe a evitare i salvataggi pubblici pagati dai contribuenti, con un nuovo sistema di garanzia dei depositi progettato per aiutare a mantenere aperti i rubinetti della liquidità. Tuttavia, alcuni criticavano il piano (specialmente in Germania) come uno schema che farebbe gravare sui contribuenti tedeschi la cattiva gestione delle banche straniere.

 

In un lungo editoriale pubblicato sul FT il 5 di novembre, Scholz ha sostenuto che è giunto il tempo di porre fine alle divisioni politiche che hanno sinora impedito di realizzare l'unione bancaria. Il progetto è fondamentale per garantire che le banche dell'Ue possano essere ristrutturate in sicurezza senza un salvataggio pubblico. Nell'editoriale, Scholz cerca di collegare la tempistica di questa proposta alla Brexit.

 

In realtà, possiamo individuare un'altra ragione per cui la Germania vorrebbe iniziare a sostenere l’unione bancaria.

 

Si tratta di Deutsche Bank, il colosso del credito tedesco in difficoltà con un'esposizione sui derivati ​​di decine di trilioni di dollari. DB è una banca che, grazie ad anni di cattiva gestione e di criminali reati societari, è diventata il più grande domino dell’estremamente instabile sistema finanziario europeo. DB ha continuato a perdere una quantità sbalorditiva di denaro ogni trimestre, mentre tentava di ridurre le spese riducendo drasticamente il personale.

 



 

Nel frattempo, la persistente crisi della banca ha spinto il prezzo delle sue azioni costantemente al ribasso, in direzione "0".

 

Come spiega il FT, la componente più controversa del piano di Scholz non è ancora stata colta dai suoi connazionali. È uno schema di deposito che in caso di un crollo bancario dovrebbe proteggere i depositanti. A prima vista, sembra qualcosa che i tedeschi non potrebbero mai prendere in considerazione.

 

Benché la politica stia ora affrontando una strada in salita, il piano ha già ottenuto il sostegno del nuovo presidente della Commissione europea Ursula von der Layen (anche se secondo Reuters il piano non è stato formalmente discusso dal governo tedesco, e non è chiaro se il cancelliere Angela Merkel lo sosterrà).

 

Secondo il FT, il piano di Scholz prevede molte garanzie volte a proteggere il popolo tedesco dal pericolo di doversi caricare il peso del salvataggio delle banche straniere dei paesi con sistemi finanziari più deboli. Ma queste stesse garanzie potrebbero comportare una riduzione del sostegno da parte dell’Italia.

 

A parte lo schema dei depositi, il piano di Scholz prevede anche la modifica delle regole UE sul capitale bancario che elimini gli incentivi per le banche ad acquistare grandi quantità del debito sovrano del loro paese, oltre a proporre norme europee comuni sulla tassazione delle società.

 

Scholz vuole anche che l'Ue armonizzi le leggi sull'insolvenza bancaria, sostenendo che l'attuale combinazione di norme nazionali mini i tentativi dell'Ue di assicurarsi che i creditori senior condividano i costi dei fallimenti bancari.

 

Finora, il piano ha ricevuto una "accoglienza tiepida", secondo un altro rapporto di Reuters. Secondo quanto riferito, sia la BCE che la Commissione, entrambe sotto una nuova guida, hanno dichiarato di sostenere il completamento dell'unione bancaria del Continente, e pur con alcune divergenze hanno elogiato il piano di Scholz come "un'ottima base di partenza" per ulteriori colloqui.

 

 

04/11/19

Bloomberg - La Germania ha il terrore dell'inflazione perché non capisce la sua storia

Repetita iuvant. Studiosi come Alberto Bagnai e Vladimiro Giacché ci hanno spiegato da anni che l'ascesa del nazismo seguì non l'iperinflazione di Weimar, come molti sostengono, bensì il periodo successivo di deflazione e impennata della disoccupazione provocate dalle "riforme strutturali" del tempo. Ora, come riporta Bloomberg, finalmente è uno studio tedesco a denunciare il tenace attaccamento della Germania a una visione distorta della propria storia, secondo cui l'iperinflazione sarebbe alla radice dell'ascesa di Hitler. Da questo deriva la sottovalutazione dei rischi connessi a deflazione e disoccupazione e un terrore dell'inflazione quantomeno esagerato. Insomma, la storia insegna, il problema è che non andrebbe capita al contrario. 

 

 

di Piotr Skolimowski, 2 novembre

 

 

Nuovi studi suggeriscono che l'intenzione  di Christine Lagarde di conquistare i cuori e le menti della scettica opinione pubblica tedesca potrebbe iniziare con una lezione di storia.

 

All'avvio del suo mandato di otto anni come presidente della Banca centrale europea a Francoforte, la Lagarde dovrà trattare con un'opinione pubblica tedesca preoccupata che la politica monetaria ultraespansiva della sua istituzione stia facendo più danni che benefici. Secondo il Jacques Delors Institute di Berlino, questa critica deriva dal fatto che molti tedeschi non comprendono bene la propria storia.

 

Secondo uno studio dell'Istituto, la maggior parte dei tedeschi ritiene che il periodo tra le due guerre del loro paese sia stato influenzato da una sola crisi, che ha portato all'ascesa di Adolf Hitler - l'iperinflazione durante la Repubblica di Weimar.

 

In realtà, tuttavia, i nazisti presero il potere dopo un periodo di deflazione, durato più di un decennio dopo la fine dell'iperinflazione.

 



 

"Guardando indietro a una versione distorta della propria storia, molti tedeschi concludono che la disoccupazione di massa e l'alta inflazione siano due facce della stessa medaglia", hanno scritto i ricercatori Nils Redeker, Lukas Haffert e Tobias Rommel in un documento pubblicato venerdì.

 

Poiché questo fraintendimento è più comune tra le persone più istruite e politicamente esperte, "il gruppo di persone che segue più da vicino la politica monetaria della BCE è anche il gruppo che più probabilmente trae lezioni sbagliate dalla storia tedesca", scrivono i ricercatori.

 

Lagarde ha posto come priorità fondamentale del suo mandato ascoltare una vasta gamma di voci e parlare con tutti.

 

"I politici e i media tedeschi dovrebbero cercare di prestare attenzione alle complessità della storia economica", scrivono i ricercatori. "La BCE dovrà anche aumentare la consapevolezza tedesca in merito ai rischi della deflazione rispetto all'inflazione, e sia la Bundesbank che il governo tedesco potrebbero fare la loro parte su questo punto."