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04/01/21

Verso una unione sempre più stretta? Seconda parte - La Commissione



La seconda parte dello studio di Perry Anderson, pubblicato recentemente sulla London  Review of Books, prende in esame un altro fondamentale organo della Ue, la Commissione europea, sin dai primi anni partner fondamentale della Corte di giustizia nel percorso di affermazione della supremazia del diritto comunitario rispetto ai Parlamenti nazionali, in quanto contesto più funzionale ai principi dell'ordoliberismo promosso dai suoi dirigenti e funzionari, pur se in modo diverso durante le tre principali fasi della sua storia. Dopo Maastricht  la Commissione ha perso parte del suo potere in favore del Consiglio europeo, e tuttavia Anderson  descrive come essa mantenga una grande importanza, sia per le enormi dimensioni del suo apparato burocratico, che per lo strumento di allineamento degli stati rappresentato dal formidabile monumento dell'acquis comunitario, che infine per il suo potere di dispensare premi o punizioni attraverso i flessibili fondi di coesione.  

Qui la prima parte sulla Corte di giustizia europea

Qui la terza parte su Parlamento, Banca centrale  e Consiglio europeo 

di Perry Anderson, 

London Review of  Books, gennaio 2021

La Commissione europea, la cui evoluzione è stata più tortuosa, è stata nei suoi primi anni il partner fondamentale della Corte. La sua storia può essere divisa approssimativamente in tre fasi, corrispondenti alle tre figure che terranno la sua presidenza per un intero decennio, ciascuna con due mandati: Walter Hallstein (1958-67), Jacques Delors (1985-95) e José Manuel Barroso (2004- 14). Hallstein, un avvocato e diplomatico tedesco - un democristiano noto soprattutto per la dottrina della Guerra Fredda a cui diede il suo nome, secondo la quale il riconoscimento della Germania occidentale da parte di qualsiasi stato era condizionata al rifiuto di riconoscere la Germania orientale - era un federalista dichiarato, che concepiva la Commissione come un proto-governo della Comunità e la sovranità nazionale una "dottrina del passato", assegnandosi lo status di "primo ministro d'Europa". Nel 1965 De Gaulle mise bruscamente fine alle sue pretese e l’immagine di Bruxelles perse ogni autorità e vigore. Tuttavia, nel suo periodo di massimo splendore, tra il 1958 e il 1964, Hallstein presiedette una Commissione che era un vulcano di energia indirizzata a trovare modi e mezzi per aggirare il Trattato di Roma nell'interesse superiore dell'unità europea.

Come ha dimostrato lo studioso francese Antoine Vauchez, Bruxelles divenne rapidamente una calamita che attirava dall’America avvocati aziendali e investitori alla ricerca di opportunità di mercato, i quali agivano con le aspettative e i modi di fare tipici di una potente federazione. Ben presto strinsero stretti rapporti con un numero considerevole di giuristi belgi esperti in diritto commerciale di alto livello, e questo ambiente comune offriva una facile intermediazione tra le multinazionali che arrivavano e la Commissione, e un ambiente propizio per lo scambio di idee con i dipartimenti chiave, come la Concorrenza e il Servizio giuridico. La Comunità economica europea creata dal Trattato di Roma non era stata concepita come un mercato da far west, e aveva dato vita a una politica agricola comune fortemente sovvenzionata e regolamentata, un anatema per gli economisti liberali, tanto da spingere l’intellettuale collega di Hayek, Wilhelm Röpke, a denunciarla come come nient'altro che un miserabile "Spaakistan", prendendo di mira il fondatore belga della politica agricola. Fin dall'inizio, tuttavia, la Direzione generale per la concorrenza della Commissione era una fortezza popolata da ordo-liberali tedeschi, la cui devozione ai principi di mercato e determinazione dei prezzi, che non dovevano essere ostacolati da ingerenze improprie da parte di alcuno Stato, li rendeva naturali fautori del federalismo, come lo era stato Hayek prima della guerra. In questo campo, il servizio giuridico ha aperto la strada, fornendo alla Corte di giustizia la stragrande maggioranza dei casi su cui le sue sentenze avrebbero potuto edificare una sempre più ampia costruzione del diritto europeo al di sopra dei parlamenti nazionali. Tra il 1954 e il 1978 i dieci più frequenti ricorrenti dinanzi alla Corte hanno proposto un totale di 1381 casi: di questi, 1082 provenivano dalla Commissione o da suoi collaboratori - poco meno dell'80%. Il circuito della collusione era intessuto strettamente. Nel 1964, Hallstein poté annunciare trionfante che l'Europa aveva raggiunto "l'inizio di una vera e piena’unione politica’".

Un anno dopo egli venne neutralizzato e la Commissione ha impiegato altri vent'anni per ritrovare il suo dinamismo. Quando l’ha fatto, è accaduto sotto altri colori. Delors, dal passato giovanile nella confederazione sindacale cattolica francese, a tempo debito si unì al Partito socialista, e lì sostenne una "Europa sociale". Ma se c'era un conflitto tra l'aggettivo e il nome, il nome veniva prima. Come ministro delle finanze sotto Mitterrand, fu Delors che si assicurò che il programma socialista su cui Mitterrand era stato eletto e a cui aveva inizialmente dato attuazione, fosse abbandonato con la famosa inversione a U del 1983 verso l'austerità, al fine di mantenere il franco nel Sistema monetario europeo. A capo della Commissione, Delors si profondeva in dichiarazioni sulla necessità di solidarietà sociale e verso la fine assicurò i fondi di coesione per aiutare le regioni più svantagiate della Comunità. I suoi principali risultati, tuttavia, furono l'approvazione dell'Atto unico europeo - elaborato durante il suo incarico da un emissario della Thatcher – che unificava e deregolamentava i mercati in tutta la Comunità e preparava l'Unione monetaria che sarebbe divenuta il fulcro del Trattato di Maastricht. Nella sua mente, queste erano le necessarie premesse per una solidarietà sociale a livello europeo. Non solo erano economicamente efficienti di per sé, capaci di promuovere una crescita che alla fine sarebbe stata di vantaggio per tutti; senza di esse, i governi non si sarebbero persuasi della necessità di redistribuire la ricchezza tra classi e regioni, aspetto essenziale per un'Europa che volesse ottenere la piena adesione dei suoi cittadini. Figura molto più carismatica e autorevole di Hallstein, uomo politico che trattava alla pari con tutti i leader nazionali dell'epoca, Delors li condusse alla moneta unica, ma non riuscì a raggiungere quegli obiettivi sociali che con essa pensava di poter conquistare. Tutti i governi, tranne Gran Bretagna e Danimarca, aderirono al primo, l'Atto unico. Pochi erano convinti del secondo. Delors fece inserire nel Trattato di Maastricht i fondi di coesione - aiuti per regioni svantaggiate, non per classi - ma queste erano solo le briciole della solidarietà, non il piatto forte: rispetto all'impatto successivo della moneta unica, poco più che l'elemosina di un ente di beneficenza.

Barroso, insediatosi quattro anni prima della crisi finanziaria globale del 2008 ed uscito alla fine del 2014, poco prima che Syriza andasse al governo, è stato il secondo primo ministro in carica di uno stato membro a diventare presidente della Commissione. Un politico della destra portoghese, noto in precedenza soprattutto per aver ospitato il vertice delle Azzorre, cui parteciparono Bush, Blair e Aznar, durante il quale fu lanciata la guerra in Iraq. La sua nomina a Bruxelles l'anno successivo dimostrò quanto fosse vuota l'opposizione nominale di Francia e Germania all'Operazione Iraqi Freedom. Messaggero dell'austerità nel suo stesso paese, il suo mandato ha segnato l'apogeo della spinta neoliberista che seguì l'introduzione della moneta unica, con la promulgazione della direttiva Bolkestein sui servizi del 2004 e la firma del trattato di Lisbona nel 2010. Benché personalmente fosse ambizioso e tenesse al suo ruolo come Hallstein o Delors, le idee che egli rappresentava erano saggezza convenzionale nel nuovo secolo, dato che sin da Maastricht il potere del Consiglio europeo era cresciuto in modo significativo a spese della Commissione, e durante il secondo mandato di Barroso il Consiglio europeo ebbe come suo presidente Van Rompuy, suo rivale davanti alle luci della ribalta con cui i suoi rapporti non furono mai buoni. Il suo mandato è stato meno significativo di quello dei suoi predecessori.

Oggi, 27 commissari, uno per Stato membro, con un portafoglio per ciascuno - naturalmente, di importanza molto diversa, dove la Concorrenza da tempo rappresenta il primo premio - formalmente godono dello stesso status del presidente, attualmente il politico della CDU Ursula von der Leyen. In realtà, come ha sottolineato nel 2012 l'ex direttore generale del Servizio giuridico, il tuttofare di Bruxelles Jean-Claude Piris (22 anni in sella), poiché ciò significherebbe che i quattordici commissari dei paesi più piccoli dell'Unione, che rappresentano solo il 12,65% della popolazione complessiva, potrebbero facilmente battere coi voti i sei commissari dei paesi più grandi, che rappresentano il 70% della sua popolazione, le decisioni sono sempre prese per  “consenso'', ovvero dietro una facciata di unanimità, sotto l'impulso o il veto dei sei stati principali. Allo stesso modo, il presidente della Commissione, responsabile dei rapporti con i capi di governo degli Stati membri, normalmente conferisce soltanto con quelli di quel gruppo selezionato, o forse solo col vertice di Berlino e Parigi: fare altrimenti ‘richiederebbe troppo tempo'. Così composta, la Commissione è formalmente investita del monopolio dell'iniziativa legislativa per l'Unione, ma qui la realtà è diversa: più di due terzi delle sue proposte sono ora elaborate insieme ai rappresentanti degli Stati membri nel fitto sottobosco di Bruxelles - in cui il COREPER,  che riunisce i rappresentanti permanenti degli Stati nell'UE, occupa un posto d'onore - e poi sono automaticamente approvate dal competente Consiglio dei ministri quando gli vengono trasmesse.

Sotto i commissari, nominati per cinque anni, si trova la burocrazia permanente dell'UE, composta da circa 33.000 persone: gli “eurocrati'', come definiti dall'Economist nel 1961, espressione poi divulgata senza intenti peggiorativi da un libro di Altiero Spinelli nel 1966. Nelle sue alte sfere, dove si trovano i capi e gli assistenti delle 32 direzioni generali della Commissione, fino alla metà degli anni '80 le assunzioni sono state fortemente orientate verso funzionari con un background giuridico; sotto di loro, nel corpo dell'amministrazione, era incoraggiato un orientamento umanistico generale, con un Master in studi europei, preferibilmente del Collegio d'Europa a Bruges. Successivamente, e con il successivo allargamento dell'Unione a est, il modello è cambiato. Sotto Romano Prodi (presidenza 1999-2004), il compito di modernizzare il sistema di retribuzione e reclutamento è stato affidato a Neil Kinnock, portando a Bruxelles la lieta novella del New Labour, con esiti prevedibili. Nel 2014, i due terzi dei direttori generali erano formati in economia, con stipendi proporzionalmente più alti per competere con il settore privato; più in basso, in nome della democratizzazione delle future assunzioni, la conoscenza delle lingue straniere o di qualsiasi cultura generale come requisito si è persa, lasciando il posto ai Master in Business Administration.

Per gli osservatori del percorso dell'UE a partire da Maastricht, tali cambiamenti potrebbero essere abbastanza logici - i neoliberisti venivano neoliberalizzati - ma non furono apprezzati da molti di coloro che li subirono, la loro origine anglosassone gettava sale sulle ferite post-Brexit. "Dopo aver spezzato l'Europa dall'interno per anni, la stanno spezzando dall'esterno distruggendone la legittimità politica", dice uno di loro citando Didier Georgakakis. Un altro, con meno rabbia: 'È folle se ci pensi. Se ne escono dopo averci imposto il loro modello amministrativo?" Ancora un altro:"Il nuovo modello è quello di Procter & Gamble". L'ascesa di Barroso, dalla presidenza della Commissione a presidente della divisione internazionale di Goldman Sachs, è stata una naturale conseguenza di queste riforme. Ma il cambiamento delle prospettive e dei costumi nella Commissione deve essere compresa anche nel suo contesto. Ci sono ora circa 30.000 lobbisti registrati a Bruxelles. Più del doppio del numero di lobbisti che infesta Washington, stimato a soli 12.000. A Bruxelles, il 63% sono lobbisti aziendali e consulenti, il 26% provengono da ONG, il 7% da think tank e il 5% da municipalità. Che l'esecutivo europeo possa resistere al contagio dei vapori di questa palude non è plausibile.

Dopo Delors, la Commissione ha dovuto fare il secondo violino rispetto al Consiglio europeo, che difficilmente nominerà di nuovo alla sua guida una figura di tale statura politica. Il sospetto popolare contemporaneo che considera la Commissione il demiurgo burocratico dell'Unione è in questo senso fuori luogo. Ma rimane un potere considerevole all'interno del complesso meccanismo dell'UE, in ragione di tre attributi ad esso peculiari. Il primo è semplicemente la sua dimensione, come corpo di funzionari permanenti, in confronto a quella di qualsiasi altra istituzione dell'Unione, e la roccaforte inespugnabile del suo funzionamento: 34 diverse "procedure" che nessun laico è in grado di comprendere. Il secondo sta nella incredibile vastità del regolamento, che brandisce come uno strumento di potere all'interno dell'Unione: l'acquis comunitario, impenetrabile per i suoi cittadini, ma inevitabile per i suoi stati, che costituisce il mezzo principale della Gleichschaltung dell'Europa orientale alle norme dell'UE, su cui presiedevano i commissari come proconsoli di Bruxelles. Originariamente messo insieme come una codificazione dei regolamenti CEE a cui il Regno Unito, la Danimarca e l'Irlanda avrebbero dovuto adeguarsi all'ingresso nella Comunità nel 1973, quando era già arrivato a 2800 pagine, l'acquis ora arriva a 90.000 pagine, il più lungo e il più formidabile monumento scritto dell'espansione burocratica nella storia umana (il famigerato codice fiscale degli Stati Uniti è un mero documento di 6500 pagine). L'identificazione eccessiva della conoscenza con il potere di Foucault qui trova la sua incarnazione letterale.

"Questa attrezzatura tecnica e cognitiva", scrive Vauchez, citando Joseph Weiler, non è solo lo strumento che ufficialmente definisce e autentica quell '"Europa" a cui i candidati chiedono di aderire nelle fasi di allargamento; essa si inserisce anche nelle operazioni più ordinarie dell'UE, trasformandosi nel “sistema operativo costituzionale dell'Europa ... assiomatico, fuori discussione, aldilà di ogni dibattito, come le regole del discorso democratico, o anche le stesse regole della razionalità, che sembrano condizionare il dibattito ma non farne parte”.

Né, ovviamente, è istituzionalmente neutro.

Poiché formalizza una figura stabile dell'Europa (le sue fondamenta, le sue missioni) e dei suoi oggetti di valore (il suo corpo legislativo), l'acquis individua implicitamente la capacità e la responsabilità di una “guida razionale'' degli affari europei in particolari istituzioni (qui: la Commissione e la Corte) e gruppi professionali (legali e funzionari dell'UE), espropriandone altri (qui: Stati membri, corti costituzionali, diplomatici nazionali, burocrati, ecc.).

Allo stesso tempo, insieme all'acquis come strumento disciplinare, la Commissione possiede uno strumento di potere capace di ammorbidire le posizioni, che consiste nella ripartizione e nell'erogazione dei suoi fondi di coesione, l'annona della strategia romana di van Middelaar per assicurarsi i clienti. Questi costituiscono una fonte significativa di clientela, un mezzo per indurre all’obbedienza o premiare la lealtà, la cui promessa potrebbe essere fondamentale per conquistare le élite locali alla volontà dell'Unione, dato che le condizioni possono anche essere mitigate laddove la politica richieda di trascurare la corruzione nell'interesse dell’inclusione ideologica, come in Romania e altri paesi candidati all'adesione. Poco notato all'epoca, l'allargamento geografico dell'Unione ad est ha prodotto anche il più grande allargamento operativo della Commissione dai tempi di Hallstein, che si è fatto carico del compito. Che alcuni dei suoi frutti siano diventati da allora delle spine nel fianco, poiché gli stati più avanzati dell'Europa orientale, una volta che le loro élite si sono sentite al sicuro all'interno dell'Unione, sono diventati meno sottomessi, è un'altra delle conseguenze non intenzionali, o contro-finalità, che sono state tante nella storia dell'integrazione.

27/02/20

L'UE è nei guai e Ursula Von der Leyen è la persona sbagliata per salvarla

Da un'economista di Princeton che non ha risparmiato critiche al fallimentare progetto europeo di unione monetaria, un quadro crudo dei disastri presenti e prevedibili per l'UE negli anni a venire. Con una presidente della Commissione per nulla adatta a gestire il campo di battaglia in cui si è trasformata la gestione del bilancio comune europeo. Come era stato previsto, le sempre maggiori divisioni, aggravate dai meccanismi disfunzionali dell'eurozona che hanno allargato le differenze tra paesi, stanno dilaniando l'Europa, in conflitto praticamente su tutto. E i fantomatici stati uniti d'Europa vagheggiati dai tanti sognatori nostrani sono sempre più improbabili e lontani. 

 

 

 

Di Ashoka Mody, 23 febbraio 2020

 

L'Europa sta chiaramente perdendo la sua strada. La sfiducia e le divisioni sono aumentate in modo allarmante, aggravate dalla conflittuale scelta di Ursula von der Leyen come presidente della Commissione e in previsione di un dibattito controverso sul bilancio dell'UE. Oggi è ben difficile identificare un obiettivo strategico su cui i leader europei siano uniti per migliorare la vita dei cittadini europei.

 

Ursula von der Leyen è stata una scelta poco condivisa per la successione a Jean-Claude Juncker come presidente della Commissione europea. Emersa dopo trattative ferocemente conflittuali come compromesso dell'ultimo minuto, è incappata immediatamente in una tempesta di critiche. Perfino i membri del suo stesso partito, l'Unione Democratica Cristiana (CDU), l'hanno presa di mira. Nel ruolo ingrato di ministro della Difesa tedesco, non è stata in grado di superare gli ostacoli posti dal pacifismo tedesco del dopoguerra e dall'insensata austerità nella spesa pubblica, tanto che un ex ministro della Difesa le ha addossato la colpa dello stato "catastrofico" dell'esercito tedesco. Un membro del Bundestag ha dichiarato sarcasticamente: "È utile per l'esercito... che se ne vada." Il ministero della Von der Leyen è stato colpito da accuse di clientelismo e scorrettezze nell'assegnazione di contratti di consulenza. La cancelliera Angela Merkel, benché già suo premier, decise addirittura di non votarla per la Presidenza della Commissione, pur di non scontentare gli alleati di coalizione socialdemocratici della SDP, furenti per la bocciatura del loro candidato.

 

La Von der Leyen ha ricevuto il voto di conferma del parlamento europeo con un margine strettissimo. Dopo il voto segreto, i parlamentari più europeisti di tutti, i Verdi, hanno comunicato di avere votato contro di lei. Per superare l'ultimo ostacolo, ha quindi avuto bisogno dei voti dei partiti di governo xenofobi e scettici in Polonia e, soprattutto, in Ungheria.

 

L'aspro e opportunistico mercato delle vacche scatenato in occasione della nomina della Von der Leyen è stata la dimostrazione su scala ridotta del profondo malessere europeo: l'incapacità di agire con una voce comune nell'interesse comune. Von der Leyen è un prodotto di questo sistema. È abile nella retorica e nelle  tattiche di combattimento da guerra intestina. Ma per riuscire, ora, deve miracolosamente trovare un terreno comune, se vuole agire meglio di quanto non abbia fatto al ministero della Difesa tedesco.

 

Un aspro dibattito sta imperversando sulla dimensione e sulla destinazione del prossimo bilancio dell'UE. E con gli Stati membri che mettono al primo posto i loro interessi nazionali, l'agenda strategica dell'UE è nel caos.

 

Il budget europeo: scorrerà il sangue


La Von der Leyen ha lanciato un "Nuovo corso verde europeo" (New Green Deal) da trilioni di euro, da pagare con i fondi del prossimo ciclo di bilancio dell'UE, che andrà dal 2021 al 2027. "Scorrerà il sangue", ha pronosticato oscuramente un alto funzionario dell'UE, dopo che la Von der Leyen aveva lasciato il ricevimento per festeggiare l'anno nuovo della Commissione europea. Il precedente bilancio dell'UE, che va dal 2014 al 2020, ha registrato un trilione di euro, circa l'uno per cento del PIL dell'UE nello stesso  periodo. Il prossimo bilancio inizia con un buco di 94 miliardi di euro dovuto all'uscita della Gran Bretagna dall'UE. Eppure i "contribuenti netti" - gli stati del Nord (ma lo è anche l'Italia - NdVdE) - hanno escluso di aprire ulteriormente i loro portafogli; i "destinatari netti" - gli Stati membri meridionali (esclusa l'Italia, che in assoluto versa più contributi di quanti ne riceva - NdVdE) e orientali - stanno lottando per mantenere i loro benefici fiscali. I coltelli sono già stati sfoderati, mentre lo sforzo porterà ad aumentare il bilancio comune, nella migliore delle ipotesi, di un misero decimo dell'uno per cento del PIL.

 

L'UE spende il suo fossilizzato bilancio con molti sprechi, anche notevoli. Oltre il 40% delle spese è destinato a sussidi agricoli. In una denuncia scioccante, il New York Times ha riferito che i sussidi agricoli "sostengono oligarchi, mafiosi e populisti di estrema destra". La corruzione parte dal vertice: "I leader nazionali usano i sussidi per arricchire amici, alleati politici e familiari", riporta il documento. Il parlamento europeo è complice. Ha respinto sommariamente l'ultimo tentativo di cancellare alcune delle elargizioni previste. In poche parole, troppi mediatori influenti hanno le loro mani privilegiate nella cassa. Il New York Times ha anche rivelato una preoccupante sovrapposizione geografica tra il versamento dei sussidi e l'inquinamento ambientale, una sovrapposizione di cui i funzionari dell'UE sembrano essere consapevoli.

 

I "Fondi strutturali e di coesione", costituiscono un altro terzo del bilancio. Questi fondi hanno contribuito a risollevare le regioni più arretrate dell'UE. Ma, come riconosce la stessa Commissione europea, questi fondi sono stati a lungo associati alla corruzione attraverso, ad esempio, tangenti e falsificazione di documenti. D'altra parte, sembra che nessuno voglia disturbare questo pacifico status quo. I cosiddetti "amici della coesione" tra i "contribuenti netti" condizionano la continuazione dei contributi al fatto che le loro imprese nazionali traggano vantaggio dai contratti che nascono grazie ai fondi di coesione nell'Europa orientale. Altrimenti, avvertono cupamente, i piani per il bilancio dell'UE sono "destinati a fallire".

 

Quindi tre quarti del bilancio sono intoccabili. In questo caos, Von der Leyen vuole un quarto del budget per dare il via a un trilione di euro di spesa verde. Inoltre vuole più soldi per l'immigrazione e la gestione delle frontiere, la sicurezza e la difesa e un programma per una "Europa digitale".

 

Per quanto riguarda la protezione ambientale, l'UE sta cercando di stabilire standard molto sfidanti di riduzione delle emissioni, soprattutto perché gli americani stanno arretrando. Ma gli ambiziosi progetti non coincidono con la scoraggiante realtà. Gregory Claeys e Simone Tagliapietra, del Bruegel (un think tank con sede a Bruxelles), prevedono che le autorità europee, in assenza di maggiori fondi, etichetteranno come "verde" la spesa già esistente. In una discussione su Twitter, Claeys ha concluso tristemente: “L'UE è davvero [il] campione del mondo nel rimescolare I (piccoli) fondi che girano per fingere di avere delle politiche. E questo è un problema, perché porta a grandi aspettative ma a scarsi risultati."

 

La fantasia" geopolitica"


La Von der Leyen ha promesso di guidare una Commissione europea "geopolitica". I leader europei adorano coniare nuove espressioni, alzando continuamente la posta: da una "Unione sempre più vicina" a una "Unione politica", fino alla "sovranità europea", l'espressione preferita da Emmanuel Macron. Ora è la volta dell'Europa come forza "geopolitica". La baldanza del "Progetto europeo" è confortante perché la sostanza è esasperante.

 

Nella sua crociata geopolitica, Von der Leyen tiene d'occhio la Cina. "Dobbiamo definire e far rispettare i nostri interessi nei rapporti con la Cina insieme, come europei", ha dichiarato in un'intervista a Die Zeit. "La Cina ci intrappola subdolamente", ha dichiarato. "Ed è per questo che spesso non ci rendiamo conto della coerenza con cui persegue i suoi obiettivi e con quanta intelligenza." Ha messo in guardia soprattutto contro il coinvolgimento nel progetto cinese Belt and Road Initiative (BRI), un programma di infrastrutture transcontinentali, noto per avere incastrato i paesi che l'hanno accolto in debiti insostenibili nei confronti dei cinesi.

 

Ma nessuno le ha prestato attenzione. L'elenco di chi ha aderito al BRI comprende Austria, Bulgaria, Repubblica ceca, Grecia, Portogallo, Ungheria, Polonia e Slovacchia. L'unità su questo fronte è crollata completamente quando anche gli italiani hanno aderito alla BRI, nella speranza che ciò aiutasse la loro economia in difficoltà a migliorare le infrastrutture e ad espandere le esportazioni verso la Cina.

 

Le differenze di posizione tra gli stati membri europei su questioni strategiche e politiche sono innumerevoli. Charles Grant del Centre for European Reform avverte che Francia e Germania operano sempre più unilateralmente, perseguendo ognuna il proprio interesse nazionale. "La Germania", sottolinea, "non ha consultato i suoi partner dell'UE in merito al sostegno da lei dato al gasdotto russo Nord Stream 2, anche se questo aumenterà la dipendenza dell'UE dall'energia russa e causerà tensioni con gli Stati Uniti". Sul coinvolgimento controverso di Huawei nelle reti europee, Grant osserva che “a marzo 2019, la Merkel ha tenuto il francese all'oscuro del fatto che avrebbe permesso a Huawei di concorrere alle gare per alcune parti della rete tedesca 5G; e ha ignorato l'opinione francese secondo cui Huawei rappresentava una potenziale minaccia alla sicurezza e che avrebbe dovuto esserci una risposta comune dell'UE alla società cinese ".

 

Macron ritiene che ciò che è buono per la Francia debba essere buono anche per l'Europa. Ha posto il veto all'inizio dei colloqui sull'adesione della Macedonia del Nord all'UE, sebbene il paese aspirante avesse compiuto un enorme sforzo preparatorio, compreso l'accettare un controverso cambio di nome, per raggiungere i requisiti stabiliti per poter avviare i colloqui. Il veto di Macron è stato uno shock, soprattutto per la Germania, a causa del suo interesse strategico nei Balcani. Macron ha anche allarmato gli altri Stati membri con la sua apertura a sorpresa alla Russia, suggerendo nuove relazioni tra questa e l'UE.

 

Insieme, la fine posta da parte di Macron al processo di adesione della Macedonia del Nord e la sua mano tesa verso la Russia hanno contribuito alle tensioni tra Francia e Paesi di Visegrad: Repubblica Ceca, Ungheria, Polonia e Slovacchia. Macron ha preso l'abitudine di opporsi a questi paesi. Subito dopo essere diventato presidente, nel maggio 2017, ha spinto la Commissione europea a limitare lo spostamento di lavoratori dell'Europa orientale in Francia. Questi lavoratori - come il leggendario idraulico polacco - rappresentavano una forma di "dumping sociale", accusò Macron. Per cercare di guadagnare punti nella sua battaglia politica, Macron ha fatto una mossa meschina, poiché il numero di lavoratori che si sono spostati in Francia è piccolo rispetto alla forza lavoro francese.

 

Un continente a pezzi e in declino


Alla base di questi drammi ricorrenti su questioni di alta politica e strategie c'è una realtà irremovibile: l'UE è una confederazione di stati, proprio come gli Stati Uniti lo erano dopo la guerra di indipendenza del 1776. Nel 1786, diversi stati membri minacciarono di paralizzare gli Stati Uniti appena nati. Madison, un orgoglioso Virginiano, scrisse una storia delle confederazioni, in cui catalogava senza pietà tutte le aspre divisioni che le fecero più volte esplodere. Madison si unì quindi a George Washington e, con probabilità zero di farcela,  nel marzo del 1789 riuscirono a installare un governo federale con autorità fiscale coercitiva e responsabilità di difesa nazionale assoluta secondo la costituzione degli Stati Uniti.

 

La Von der Leyen parla apertamente di Stati Uniti d'Europa. "Tutti gli stati membri dovranno essere pronti a contribuire a una più profonda integrazione", dichiara, senza spiegare perché gli stati membri, bloccati dalle politiche fiscali, estere, di difesa e migratorie, dovrebbero abbandonare i loro confliggenti  interessi nazionali per avanzare sul cammino verso una maggiore integrazione.

 

Gli europei si allontanarono con forza dagli Stati Uniti d'Europa, anche all'ombra della seconda guerra mondiale, quando la spinta a unirsi per cancellare i sanguinosi ricordi del passato era al suo massimo. Oggi le circostanze sono particolarmente avverse a questo obiettivo e probabilmente non faranno che peggiorare.

 

L'Europa è un continente in rapido declino in termini di influenza economica e politica, come sottolineato da Jean-Claude Juncker. Famoso per avere bevuto in qualche occasione un drink di troppo, Juncker, che dice la verità, ha brutalmente notato che la quota europea di valore aggiunto globale scenderà dal 25% di oggi a circa il 15% nella prossima generazione; per allora, nessun paese europeo probabilmente sarà più membro del gruppo elitario del G7. E mano a mano che anche le popolazioni in calo dell'Europa invecchieranno, sarà sempre più difficile arginare la tendenza al declino.

 

Una conseguenza del declino economico e politico è la crescente ansia sociale e alienazione politica all'interno degli stati membri, che porta alla frammentazione politica interna. L'Italia è il classico caso di coma economico, diffusione del lavoro precario e politica disfunzionale. La Germania, pericolosamente in bilico verso un punto di non ritorno economico, si sta sbriciolando politicamente. Inevitabilmente, la frammentazione a livello nazionale si riflette nel parlamento europeo, dove i partiti euro-scettici hanno guadagnato terreno e così anche i Verdi, a spese dei tradizionali partiti conservatori e socialdemocratici.

 

La frammentazione politica diventa una trappola. Gli stati-nazione fanno fatica ad articolare le loro priorità. A livello europeo, i compromessi per realizzare politiche lungimiranti diventano più difficili. Le azioni unilaterali e il blocco della griglia diventano la norma su questioni delicate che incidono sulla sovranità nazionale fondamentale. Il declino economico persiste. L'evoluzione europea si ferma. L'ossessione per le forme e la cerimonia diventa la regola.

 

Nel gennaio 2018, quando ho completato il manoscritto per la prima edizione del mio libro "EuroTragedy: A Drama in Nine Acts" (Eurotragedia: un dramma in nove atti, NdVdE), la mia critica era rivolta all'euro. Ho sostenuto che il più ampio progetto europeo era in gran parte uno sforzo positivo per risolvere le differenze nazionali e raggiungere obiettivi comuni, in particolare su questioni relative al commercio e alla politica di concorrenza. Anche allora era chiaro che le differenze inconciliabili su come trattare i migranti avrebbero afflitto l'UE per anni. Ma a luglio 2019, quando ho redatto la postfazione dell'edizione tascabile, l'Europa stava chiaramente perdendo la sua strada.

 

Come a conferma di questa visione più pessimistica, la sfiducia e le divisioni sono cresciute in modo allarmante. Ciò è stato solo aggravato dalla conflittuale scelta di Ursula von der Leyen come presidente della Commissione europea e in previsione di un dibattito controverso sul bilancio dell'UE. Oggi è difficile identificare anche un solo obiettivo strategico su cui i leader europei siano uniti per migliorare la vita dei cittadini europei.

 

Gli Stati membri riconoscono che, anche collettivamente, possono a malapena influenzare i risultati internazionali. Il grande mercato comune europeo consente ai leader politici e ai burocrati di esercitare una certa influenza in materia di scambi commerciali. Ma questa leva diminuirà con la posizione economica globale dell'Europa. Gli stati-nazione saranno ulteriormente spinti ad azioni unilaterali nei loro interessi nazionali percepiti. Nel frattempo, le strutture europee, che gestiscono compulsivamente i loro processi e le loro cerimonie, rimarranno in piedi per molto tempo, dopo aver perso il loro scopo e la loro capacità di tenere uniti gli europei.

 

 

Ashoka Mody insegna alla Princeton University. L'edizione tascabile della sua EuroTragedy: A Drama in Nine Acts è disponibile negli Stati Uniti e presto nel Regno Unito. 

Pubblicato per gentile concessione di The Spectator Coffee House

14/09/19

La Commissione di Ursula von der Leyen è piena di indagati

Il quotidiano e sito di informazione politica Politico, nella sua edizione europea, analizza nel dettaglio i candidati allla Commissione europea proposti dalla Von der Leyen e ne risulta una Commissione  piena di indagati per vari reati.  Ironicamente c’è anche chi è accusato di aver utilizzato le istituzioni europee per perseguire i propri interessi nazionali. Secondo il quotidiano i diffusi guai giudiziari della Commissione della Von der Leyen, che già ha ottenuto una risicatissima maggioranza, renderanno facile il compito di critica ai suoi oppositori e potrebbero riservare delle sorprese. Sicuramente, aggiungiamo noi, le audizioni di conferma al Parlamento europeo potrebbero essere molto imbarazzanti per chi sinora ha fatto dell'onestà la propria bandiera.

 

 

 

di David M. Herszenhorn e Maia De La Baume, 12 settembre 2019

 

 

Jean-Claude Juncker definì il suo team la Commissione "Last Chance". Il suo successore, Ursula von der Leyen, potrebbe finire per guidare la Commissione “Presunzione di Innocenza".

 

Oltre al duro interrogatorio da parte dei membri del Parlamento europeo durante le audizioni di conferma, la Von der Leyen e alcuni dei suoi candidati saranno probabilmente messi sulla graticola nelle prossime settimane e mesi dagli investigatori e dalle commissioni parlamentari nell'ambito delle indagini – a Bruxelles o nei loro paesi d'origine – che in alcuni casi minacciano di far deragliare le loro candidature.

 

Martedì, mentre la Von der Leyen si stava preparando a presentare la sua lista di commissari in una conferenza stampa a Bruxelles, uno dei nomi più importanti della sua lista, Sylvie Goulard, ex ministro della difesa francese ed ex-parlamentare europeo, è stata convocata in una stazione di polizia a Nanterre, un sobborgo Ovest di Parigi, ed è stata interrogata riguardo all’accusa secondo cui lei e altri parlamentari europei francesi avrebbero impiegato assistenti pagati dall'UE che  invece lavoravano per i loro partiti in Francia.

 

Goulard, un'alleata di lunga data del presidente Emmanuel Macron, si è dimessa da Ministro della difesa nel giugno 2017 per difendersi da un’accusa per la quale, secondo quanto riportato, avrebbe rimborsato al Parlamento 45.000 euro. La richiesta di sottoporla a interrogatorio in presenza del suo avvocato, proprio lo stesso giorno in cui il suo nome è stato proposto come commissario responsabile del mercato interno, a supervisionare quello che i leader considerano uno dei principali vantaggi dell'adesione all'Unione europea, rappresenta un esempio particolarmente lampante dei problemi legali che coinvolgono alcuni membri della squadra della Von der Leyen.

 

Ma la Goullard non è certo l’unica che si trova in cattive acque.

 

Rovana Plumb, commissaria per i trasporti in pectore, è un’ex ministra romena coinvolta in un caso di corruzione del 2017, nel quale è accusata di aver aiutato il leader del suo partito socialdemocratico in un affare immobiliare illecito che coinvolge la proprietà di un’isola nel Danubio.

 

E colui che è stato scelto come commissario per l’agricoltura, il polacco Janusz Wojciechowski, è sotto inchiesta da parte dell’ufficio UE per la lotta antifrode per presunte irregolarità nei rimborsi di spese di viaggio durante il suo mandato di eurodeputato, tra il 2004 e il 2014. Questa indagine, insieme al controllo delle accuse contro la Goulard da parte dell’agenzia UE antifrode OLAF, ha suscitato una delle domande più scomode al Presidente eletto durante la sua conferenza stampa di martedì.

 

"Nella sua squadra, ci sono un certo numero di commissari discutibili, un paio di loro sono sotto indagine o sotto osservazione dell'OLAF", ha domandato un giornalista. "Perché non ha semplicemente rinunciato a loro? La sua Commissione rischia di avere già un’immagine offuscata, dato che comprende persone sospettate di aver commesso frodi, nonostante la presunzione d’innocenza."

 

Nel porre la domanda, il giornalista ha fatto riferimento alla Commissione di Jacques Santer, che è stata costretta a dimettersi nel marzo 1999 per uno scandalo di corruzione incentrato sul commissario francese, l'ex Primo Ministro Edith Cresson. Non era certo il tipo di paragone che la Von der Leyen desiderava quando aveva annunciato la sua nuova squadra, anche se Plumb e Wojciechowski avevano negato ogni addebito.

 

"L’OLAF è un organismo indipendente ed è così che dovrebbe essere" ha detto la Von der Leyen. "La presunzione d’innocenza vale sempre per tutti, come lei ha giustamente sottolineato."

 

Questa presunzione è importante per la Von der Leyen a livello personale, dato che deve affrontare un terzo grado da parte del Parlamento tedesco per accuse di sperpero di denaro e cattiva gestione durante il suo mandato al Ministero della Difesa tedesco, che ha guidato per cinque anni e mezzo prima di essere scelta all'inizio di luglio come prima donna a capo della Commissione europea.

 

Una commissione d'indagine del Parlamento tedesco sta esaminando quanto fossero remunerativi i contratti che il Ministero della difesa ha assegnato a costosissimi consulenti esterni senza un'adeguata supervisione e se una rete di connessioni personali informali che coinvolge alcuni funzionari del ministero abbia facilitato tali accordi. La commissione prevede di citare la von der Leyen e di convocarla a Berlino per essere interrogata, probabilmente a dicembre.

 

Lo scandalo del Ministero della difesa era noto, ma non ha influenzato le designazioni dei leader nazionali dell'UE quando essi hanno deciso di proporre la Von der Leyen per la posizione di vertice dell'UE. Un funzionario dell'UE ha respinto il suggerimento che il Consiglio europeo avrebbe dovuto impegnarsi in un vaglio più approfondito dei candidati, affermando che era impossibile trovare qualcuno con una carriera in politica che non avesse affrontato qualche tipo di contestazioni o di accuse.

 

Alla conferenza stampa di martedì, la Von der Leyen ha cercato di utilizzare la benedizione da parte del Consiglio dei suoi candidati alla Commissione come prova del fatto che aveva assemblato una squadra solida, anche se ha ammesso che alla fine le indagini avrebbero fatto il loro corso.

 

"Infine lasciatemi dire che l'elenco dei commissari proposti è stato accettato dal Consiglio, cosa sempre necessaria", ha detto. "Penso che abbiamo una squadra eccellente di uomini e donne. Non voglio commentare le indagini dell'OLAF perché sono completamente indipendenti, concluderanno il loro lavoro e ascolteremo ciò che hanno da dire."

 

Tuttavia, alcuni eurodeputati hanno già emesso i loro verdetti sui candidati più controversi della Von der Leyen.

 

Dacian Ciolo, ex Primo Ministro rumeno e commissario UE per l'agricoltura, ora leader del gruppo liberale-centrista Renew Europe al Parlamento europeo, ha dichiarato di aver messo in guardia la Von der Leyen dall'accettare la candidatura della Plumb da parte di Bucarest. In un'intervista di mercoledì, Cioloș ha detto a POLITICO che avrebbe votato contro il candidato rumeno e avrebbe esortato i membri del suo gruppo a fare altrettanto.

 

"Conosco Rovana Plumb", ha detto Cioloș, opponendosi a chi suggeriva che avrebbe dovuto sostenerla per un senso di solidarietà nazionale. "Come posso essere sicuro che rappresenterà i valori europei?"

 

Rimane da capire effettivamente quante difficoltà i candidati della Von der Leyen dovranno affrontare sulla strada per la nomina. Ma alcuni addetti ai lavori del Parlamento prevedono un'aspra battaglia nella nuova e sempre più divisa assemblea, in quanto i deputati sono pronti a silurare i candidati dei gruppi politici rivali.

 

Della squadra della Von der Leyen, 10 sono socialdemocratici di centro-sinistra; nove provengono dal suo Partito Popolare Europeo di centro-destra; sei sono affiliati a Rinnovamento Europa, mentre uno, il candidato lituano, è nominalmente dei Verdi.

 

Altri dicono che i candidati in difficoltà potrebbero ottenere la conferma più facilmente del previsto - come parte di un accordo tra i gruppi politici di turarsi il naso e ottenere la nomina di tutti i candidati alla nuova Commissione.

 

Al momento, il primo scenario - di udienze per le nomine potenzialmente trasformate in una feroce rissa partigiana - sembra il più probabile.

 

Cioloș, per esempio, ha detto di aver accettato le spiegazioni sulle accuse della Goulard, che fa parte della sua famiglia politica, e che avrebbe appoggiato la sua nomina, perché in ultima analisi risulta chiaro che lei rispetta le regole dell'UE, come prova il suo rimborso dei fondi UE.

 

Ma l'importante eurodeputato francese Francois-Xavier Bellamy, dei conservatori del partito Repubblicano, ha affermato che le accuse sollevavano interrogativi sull'idoneità della Goulard all'ufficio, nonostante il suo lungo e completo curriculum negli affari UE.

 

"Credo che sia un cattivo segnale inviato ai nostri partner europei dare l'impressione che qualcuno che non è qualificato, o che non è abbastanza libero dal punto di vista legale per poter essere un ministro, possa assumersi la responsabilità di un incarico a livello di Commissione europea ", ha dichiarato.

 

Nel frattempo, Ismail Ertug, un eurodeputato tedesco di centro-sinistra, ha difeso Plumb, sua compagna socialista, e ha suggerito che alcuni conservatori stavano inventandosi false accuse contro di lei. "Dobbiamo chiarire che l'autorità rumena anticorruzione ha lasciato cadere le accuse", ha detto Ertug in un'intervista. "Questo deve essere preso in considerazione."

 

Comunque, Ertug ha affermato che tutte le accuse sarebbero state esaminate dal Parlamento. "Alla fin fine, saranno tutte esaminate", ha detto. "Siamo all'inizio del processo. Il momento decisivo sarà già la prossima settimana a Strasburgo."

 

La Von der Leyen, alla sua conferenza stampa di martedì, ha rifiutato di fare previsioni sul procedimento di conferma delle nomine, anche se ha riconosciuto che alcuni candidati affronteranno delle difficoltà.

 

"So che il processo delle audizioni al Parlamento europeo è molto importante  e che ciascun commissario, ogni vicepresidente, dovrà essere convincente", ha affermato.

 

 

 

Lili Bayer, Janosch Delcker, Florian Eder, Rym Momtaz, Carmen Paun e Zosia Wanta hanno contribuito a questo articolo.  

08/06/19

La valuta parallela dell'Italia è esplosiva per la zona euro

Come riporta questo articolo di Die Welt, in Germania la questione dei minibot italiani è presa molto seriamente. La diffusione di questi titoli statali di piccolo taglio, il cui valore sarebbe garantito dalla possibilità di usarli per pagare le tasse, porrebbe di fatto le basi per l’adozione di una nuova moneta nel Bel Paese. In uno scontro con l’UE, come avvenuto con la Grecia, l’Italia si troverebbe così a negoziare da una posizione di forza. Un paese che non ha beneficiato dei trattati attuali, che versa a Bruxelles più di quanto riceva in fondi europei, che ha un attivo di bilancia commerciale e con un’alternativa pronta già nelle tasche dei cittadini, potrebbe chiedere molto all’UE, oppure decidere che andarsene sia la scelta migliore. 

 

 

 

Di Daniel Eckert, 4 giugno 2019

Traduzione di Musso

 

 

Il governo italiano gioca con il fuoco. I politici della Lega di Matteo Salvini continuano a mettere sul tavolo l'idea di una moneta parallela. I minibot, ora resi possibili dal Parlamento, sono un primo passo in questa direzione.

 

Portano un nome che suona in qualche modo carino: i minibot. Ma una volta diffusi, i loro effetti potrebbero non essere carini. Perché i minibot sono uno strumento finanziario con il quale il governo populista d'Italia potrebbe scardinare l’eurozona. Quantomeno potrebbero sconfessare Bruxelles e l'Unione europea (UE) e seminare un nuovo dissidio nel cuore dell'unione monetaria.

 

Tra l’indifferenza dell’opinione pubblica interna, la Camera dei Deputati italiana ha votato la scorsa settimana per l'introduzione dei minibot. In futuro, lo stato dovrebbe avere il diritto di pagare i fornitori nazionali con questi titoli di credito. Si parla di una cifra di importo miliardario. Allo stesso tempo, il Tesoro può accettare queste carte anche per il regolamento dei debiti fiscali. Pertanto, la definizione di mezzi di pagamento sembra essere soddisfatta, soprattutto dal momento che i minibot, come suggerisce il termine "mini", dovrebbero essere emessi in piccole denominazioni (ad esempio, 100 euro).

 

Da quel momento in poi, è solo un piccolo passo verso una valuta parallela, e questo è esattamente ciò che Matteo Salvini, leader della Lega di destra e vice primo ministro, potrebbe mirare a fare. Il portavoce economico della Lega, Claudio Borghi, è un acceso sostenitore dei piccoli mostri fiscali. Come per gli altri paesi dell'unione monetaria, vale anche per l'Italia: la moneta a corso legale è solamente l'euro.

 

I minibot come minaccia contro la Commissione Europea

Se i minibot si diffondessero in tutta l'economia italiana e venissero passati di società in società e di cittadino in cittadino, lo stato italiano potrebbe farsi il proprio denaro. Nel corso del tempo, i nuovi coupon sarebbero negoziati sul mercato e quotati ad un prezzo (presumibilmente inferiore) rispetto all'euro. Sarebbe l'inizio della strisciante uscita dell'Italia dall'euro.

 

Piani per i minibot erano discussi in Italia già prima delle elezioni parlamentari del 2018. Erano poi anche nell'accordo di coalizione, ma non furono perseguiti, poiché il desiderio della popolazione di un Italexit (un'uscita del paese dall'unione monetaria) non era particolarmente grande.

 

"Posso ben immaginare che i minibot ora tornino, per rappresentare una minaccia contro la Commissione europea nella prossima procedura di deficit", afferma Thomas Mayer, capo economista e direttore fondatore del ‘Flossbach von Storch Research Institute’. Mentre ciò non permetterebbe a Roma di aggirare i criteri fiscali, poiché essi si concentrano su deficit e debito piuttosto che sul finanziamento: "Ma si può minacciare di lasciare gradualmente l'euro, se si è costretti dall'UE a ridurre il deficit".

 

"I minibot non sono l'inizio di una nuova valuta", afferma Erik Nielsen, Chief Economist presso UniCredit a Londra. Tuttavia, la retorica dello stesso governo italiano ha il potenziale di disorientare le persone. La confusa politica di comunicazione di Roma ha contribuito a confondere l'idea potenzialmente significativa di cartolarizzare il debito pubblico, con la dottrina voodoo di una valuta parallela. Così, gli investitori hanno reagito quasi freneticamente alla vitazione del Parlamento in merito al minibot, venerdì, prima che si calmassero, più tardi.

 

Yanis Varoufakis ha seguito una strategia simile durante il suo breve mandato come ministro delle Finanze greco nel 2015. Alla fine, tuttavia, non è riuscito a prevalere contro la troika composta dalla Commissione europea, dalla Banca centrale europea e dal Fondo monetario internazionale (FMI). "La sua valuta parallela era solo all’inizio della pianificazione e i creditori fecero sapere, che la Grecia poteva anche lasciare l'unione monetaria, se lo avesse voluto", dice Mayer.

 

Al contrario, i minibot in Italia, secondo lui, sono già ben progettati. "La Commissione e altri paesi preferirebbero non minacciare una uscita dell'Italia. Salvini ha carte migliori oggi, rispetto a Varoufakis nel 2015", dice Mayer, riferendosi all'importanza dell'economia italiana.

L'Italia è la terza economia più grande nella zona euro dopo la Germania e la Francia. A differenza di altre economie, tuttavia, il membro fondatore della Comunità europea del 1957 non ha apparentemente beneficiato dell'appartenenza all'unione monetaria. Soprattutto dopo la crisi finanziaria, la debolezza degli europei del Sud è divenuta sempre più evidente: l’indice della Borsa di Milano oggi è allo stesso livello di dieci anni fa. Il Dax è più che raddoppiato nello stesso periodo.

 

Mentre altre importanti economie europee possono indebitarsi a tassi d'interesse pari a zero o appena marginali, i partecipanti al mercato dei capitali italiani richiedono il 2,6 per cento per i titoli di stato decennali. L’agitata Grecia ora paga solo leggermente di più, il 2,8 per cento. Il debito è uno dei più alti del mondo, pari a oltre il 130 percento del prodotto interno lordo. Secondo le normative dell'UE, è consentito un massimo del 60 per cento.

 

 

Tuttavia, è ancora del tutto incerto se Salvini troverà una maggioranza parlamentare a sostegno della distribuzione dei minibot. Nell'elezione alla Camera dei Deputati nel 2018, la Lega aveva ottenuto il 17,4% dei voti. Nelle elezioni europee del 26 maggio, tuttavia, i populisti di destra hanno raddoppiato la loro percentuale di voti, arrivando al 34,3%.

 

Pertanto, l'uomo politico della Lega potrebbe impostare le eventuali elezioni anticipate come un voto sull'indipendenza del paese da Bruxelles. Da sola, la minaccia di una valuta parallela, potrebbe destabilizzare l'eurozona. Con un debito totale di 2,3 trilioni di euro, Roma ha un enorme potenziale di minaccia.

 

03/06/19

FT - Gli economisti sostengono Salvini nella disputa sulla spesa pubblica italiana

La Commissione Europea si prepara allo scontro con il governo italiano sull'ipotesi di un'espansione fiscale per l'anno venturo. A supportare la posizione di Bruxelles, le stime dell'output gap italiano, del tutto simili a quelle per la Germania, secondo la Commissione; peccato che il PIL pro-capite tedesco sia cresciuto del 25% dal 2000, mentre quello italiano sia sceso del 2,6%. È anche per queste differenze di contesto che l'indicatore in questione viene pesantemente criticato nella sua essenza teorica da molti economisti di primo piano, tra i quali Olivier Blanchard, ex-economista capo del FMI, che pur non essendo morbido verso il governo italiano apre alla possibilità di una politica fiscale espansiva. In tutto questo, i più accesi sostenitori della posizione di Bruxelles sono immancabilmente in Italia: gli economisti dell'Università Bocconi, quinta colonna dell'ideologia liberal-europeista nel paese. Dal Financial Times.

 

di Chris Giles e Miles Johnson, 30 maggio 2019

 

 

Matteo Salvini ha riacceso la battaglia di Roma contro Bruxelles sui suoi piani di spesa pubblica, e anche se i mercati finanziari sono indifferenti, molti economisti internazionali - pur spesso non amando la sua politica,  ritengono che potrebbe avere ragione.

 

La Commissione Europea mercoledì ha scritto a Roma per mettere in guardia Salvini dal suo nuovo tentativo di espandere il bilancio italiano, dopo che il vice primo ministro del paese, e leader del partito anti immigrazione Lega, ha invocato uno "shock fiscale" per rilanciare la crescita.

 

Ma le preoccupazioni della commissione sono basate su "insensatezze" economiche, secondo Robin Brooks, capo economista dell'ortodosso Institute of International Finance,  l'organizzazione che rappresenta le banche più grandi del mondo.

 

Al centro della disputa c'è il concetto dell'output gap, una misurazione di quanto sia surriscaldata un'economia. Per qualsiasi paese, l'output gap cerca di stimare quanto il livello del Pil effettivo si trovi sopra o sotto il livello massimo potenziale al quale le pressioni inflazionistiche sono stabili. Se la produzione effettiva è sensibilmente sotto il potenziale, ciò implica che il governo avrà più libertà di azione per accrescere la spesa in modo da stimolare l'economia fino a che non si ristabilisce l'equilibrio.

 

La commissione ha determinato che l'output gap dell'Italia è quasi zero - lo 0,3% del reddito nazionale quest'anno, solo leggermente maggiore della stima dello 0,2% per la Germania. Ciò implica che l'economia italiana non ha spazio per una crescita aggiuntiva,  non più di quanto ne abbia la Germania; pertanto la commissione si oppone ai piani di spesa di Salvini.

 

[caption id="attachment_17923" align="alignnone" width="700"] La prestazione relativa dell'economia italiana si è fermata - PIL pro capite, indice 100 nel 2000. In blu la Germania, in rosso l'Italia.[/caption]

 

Tuttavia l'Italia ha una disoccupazione molto più alta rispetto alla Germania, e il PIL pro-capite italiano è sceso del 2,6% dal 2000, mentre quello tedesco è cresciuto del 25%. Brooks ha affermato che queste differenze sono "irragionevolmente dannose" per l'Italia, aggiungendo che "sono assolutamente improbabili se viste in una prospettiva transnazionale".

 

"L'argomentazione tecnica della commissione non riesce a catturare appropriatamente il potenziale di crescita dell'Italia poiché ne riflette la scarsa prestazione economica degli ultimi anni, non quel che sarebbe possibile con politiche migliori", ha detto Brooks.

 

L'output gap è una costruzione teorica perché il livello potenziale della produzione non può essere stimato con certezza; di conseguenza, tra gli economisti di primo piano sta crescendo la preoccupazione che queste stime tecniche stiano diventando una maledizione.

 

Un funzionario di alto livello, addetto alle stime economiche in un ente internazionale di primo piano, ha detto al FT che gli output gap sono "molto sensibili" alla rielaborazione dei dati e al livello attuale della prestazione economica.

 

"Come variabile economica usata per [indirizzare] le politiche, è molto instabile", ha detto il funzionario.

 

Olivier Blanchard, ex capo economista del FMI, adesso al Peterson Institute, ha affermato: "Davvero non sappiamo se la disoccupazione italiana può scendere sotto, diciamo, il 6%. Penso che sia possibile, perché quando è successo l'ultima volta, non ci sono state pressioni inflazionistiche, e non vedo ragione perché le cose dovrebbero essere cambiate molto".

 

Il pericolo, secondo Adam Tooze della Columbia University, è che "si perseguono obiettivi politici utilizzando i mezzi tecnici dell'economia", con l'effetto indesiderato di rafforzare le forze populiste in Europa.

 

"Quale sia la cosa giusta da fare [per l'Italia] è opinabile, ma quel che è certo è che la Commissione Europea non dovrebbe pubblicare insensatezze", ha detto Tooze.

 

La Commissione non è d'accordo. I suoi funzionari riconoscono la mancanza di certezza delle loro stime,  ma insistono che il loro lavoro è equo per tutti i paesi. Un funzionario anziano della UE ha affermato che la metodologia è  stata sviluppata nel corso di molti anni dagli stessi stati membri, e che "non è mai un'estrapolazione meccanica di un indice".

 

[caption id="attachment_17924" align="alignnone" width="700"] La Commissione pensa che l'output gap italiano sia prossimo alla zero - Differenze tra l'output attuale e potenziale come percentuale del PIL; media di cinque anni.[/caption]

 

"Le stesse regole prevedono la necessità di una valutazione complessiva e un certo margine di discrezionalità per consentire un giudizio economico", ha detto il funzionario. "L'output gap quindi è soltanto una parte del quadro complessivo in base al quale si determinano i requisiti fiscali e tutti i fattori rilevanti devono essere tenuti in conto".



Ma raramente la commissione ha subito critiche così accese su un indicatore tecnico. La posta in gioco è alta perché la guerra sull'output gap determinerà quanto spazio di manovra avrà il governo populista italiano nei mesi a venire.

 

Alcuni dei più accaniti sostenitori della linea di Bruxelles vengono proprio dall'Italia. Tommaso Monacelli, dell'Università Bocconi, ha affermato che non c'è nulla di strano nelle stime che suggeriscono che la produzione potenziale dell'Italia non è cambiata nei 20 anni passati.

 

"Il problema economico dell'Italia riguarda la [bassa] crescita di lungo periodo", ha detto, aggiungendo che la debolezza deriva da anni di bassi investimenti, scarsa ricerca e sviluppo e adozione di tecnologia. "Non serve a nulla pensare a politiche di espansione fiscale per riavviare l'economia italiana", ha affermato.

 

Le ambizioni fiscali di Salvini ricevono il sostegno da parte di alcune aziende. Angelica Donati, dirigente all'interno della società di costruzioni posseduta dalla famiglia, con sede a Roma, accoglie con entusiasmo il tentativo del governo di semplificare le regole sugli investimenti pubblici che "hanno effettivamente paralizzato le attività in tutta Italia".

 

Tuttavia, c'è il rischio che l'Italia venga considerata disponibile a tollerare corruzione e decisioni sbagliate in materia di appalti, minando la fiducia dei mercati - un problema potenzialmente significativo, data la necessità di Roma di convincere gli investitori che detengono la montagna del debito pubblico italiano.

 

  1. Il signor Monacelli prevede che l'espansione fiscale della coalizione di governo porterà

01/03/19

Moscovici: “Gli avanzi primari sono troppo alti”, e incolpa l’FMI e il governo greco

Si avvicinano le elezioni europee, e gli eurocrati provano a lavarsi le mani, sporche di sangue, delle atrocità da loro commesse in Grecia. Come riporta Keep Talking Greece, Pierre Moscovici rivela che l’avanzo primario richiesto alla Grecia è troppo alto, ma questo non perché l’abbia voluto l'unione europea, bensì i cattivi del Fmi. Giova ricordare che qualche mese lo stesso commissario Ue chiedeva un maggiore surplus primario all’Italia a causa dell’alto rapporto deficit/PIL (130%, mentre quello della Grecia è addirittura intorno al 180%). Il nostro eroe-per-un-giorno raccomanda allora di allentare i vincoli di bilancio greci? Ovviamente no, perché ormai per lui è tardi per ridiscutere gli accordi a suo tempo presi, con la pistola alla tempia, dalla Grecia. L’ipocrisia degli eurocrati non ha limiti, ma tra due mesi i popoli europei avranno l’occasione per ripagarli con la giusta moneta.

 

 

28 febbraio 2019

 

 

Il commissario Ue, Pierre Moscovici, ha colto di sorpresa i Greci dichiarando che il surplus primario richiesto al Paese è “troppo elevato”.

 

Giovedì il Commissario agli affari finanziari stava ricevendo alcuni membri del parlamento greco, quando ha dichiarato che parte degli avanzi primari richiesti al Paese erano “troppo alti e impraticabili”.

 

“Ieri, un giornalista mi ha intervistato riguardo i surplus e ho replicato che pacta sunt servanda, i patti vanno rispettati” ha detto Moscovici.

 

“Questi surplus non sono stati proposti dalla Commissione Europea, ma imposti da altri e sono stati accettati nel quadro di un Accordo dell’Eurogruppo”, ha aggiunto.

 

Nel suo solito stile da Moscovici io-non-ne-so-nulla, ha scaricato il barile sul Fondo Monetario Internazionale per l’imposizione e al governo greco per averla accettata.

 

Il Santo Pierre (Moscovici NdVdE) potrebbe avere dimenticato o rimosso il ricordo del ruolo della Commissione Europea nel ricatto alla Grecia, che l'ha costretta ad accettare tutte le direttive dell’Fmi, inclusi gli alti surplus primari.

 

Milioni di Greci però non l’hanno dimenticato.

 

“Naturalmente rispetto gli accordi perché la stessa Grecia sarà più rispettata se rispetta gli accordi”, ha detto il Commissario.

 

Allo stesso tempo, ha notato che i surplus primari “non sono realistici, a un certo punto dovranno essere ridotti”. La Commissione Europea sa che un paese può non riuscire sempre a raggiungere gli obiettivi, ha aggiunto.

 

Voglio davvero vedere Moscovici e più in generale la Commissione lottare per la Grecia, la prossima volta che questa proverà ad abbassare i surplus previsti. Per esempio quando New Democracy arriverà al potere, come ha promesso il suo leader Kyriakos Mitsotakis?

 

Ah! Quando si tratta di prendere una posizione chiara, Moscovici diventa cauto e si rifiuta di prendere impegni.

 

Alla domanda fatta dall’agenzia di stampa statale Amna “c’è spazio per rinegoziare gli obiettivi di avanzo primario?” Moscovici ha risposto:

 

“Non consiglierei a nessuno di farlo. La Commissione non è nello spirito di perpetuare questi avanzi per sempre, ma la credibilità è ancora al centro della questione. È dimostrando in maniera duratura che la Grecia può convincere i suoi partner, quando verrà il momento, che si può fare un passo avanti. Questo potrebbe essere il risultato, non una precondizione. Se provi a farlo immediatamente, creerai solo dubbi nei tuoi partner. La gente deve avere fiducia che la Grecia rispetterà i suoi impegni non solo per gli ultimi sei mesi, ma anche per i prossimi anni. Quindi (chiedere di ridurre i surplus primari NdVdE) non è l’idea più brillante che si possa avere”.

 

Quindi, per Moscovici, l’alfa e omega nei rapporti tra Grecia e i creditori UE è la fiducia.

 

Il resto è semplicemente “avanzi primari irrealizzabili imposti dal Fmi e accettati dal Governo greco”.

 

La fiducia, e nient’altro che la fiducia.

 

Amen

 

P. S. Poi questi politici in Europa ancora si domandano perché ci sia un crescente euroscetticismo. Hanno mai considerato che possa magari essere a causa di questa ipocrisia?

 

 

02/02/19

L'eurozona sta attraversando una crisi di identità e l'Italia ne sosterrà il peso

"Piuttosto che ripensare al loro modello economico sballato, i leader europei spingeranno l'Italia in una situazione ingestibile": così pochi mesi fa l'economista Ashoka Mody avvertiva che le politiche fiscali anticicliche necessarie a portare l'Italia fuori dalla sua lunga recessione rischiano di risultare impossibili e irrealistiche in una Unione dalla politica monetaria bloccata e che non recede dai suoi dogmi fallimentari di austerità fiscale.   Pochi mesi dopo, siamo al paradosso: la stessa Commissione che ha in tutti i modi cercato di ostacolare il governo italiano nella sua volontà di praticare strategie economiche anticicliche, ora gli punta il dito contro gettandoci sulle spalle la colpa della nuova "recessione tecnica" (anche se giustamente qualcuno osserva che parlare di "nuova" recessione è in realtà una lieve imprecisione).
Prima di giungere al punto di non ritorno, dice Mody,  sarebbe necessario trovare un accordo costruttivo su uno stimolo fiscale ben dimensionato e ben speso  - e naturalmente sbloccare la leva strategica della politica monetaria.


 

 

 

 

di Ashoka Mody, 16 novembre 2018

 

Potremmo trovarci di fronte all'aprirsi di un'altra crisi dell'eurozona. Come in tutte le crisi, ci sono due elementi centrali: la storia e la tragedia in sé.

 

La storia è chiara. L'eurozona è un progetto concepito male sin dall'inizio: per un gruppo eterogeneo di paesi, una politica monetaria unica era il classico caso di "taglia unica" che non va bene a nessuno. In particolare, l'Italia aveva bisogno del sostegno della svalutazione, divenuto impossibile una volta abbandonata la lira. L'Italia ora è bloccata in una crescita estremamente bassa e il minimo shock può spingerla verso la recessione.

 

La tragedia della zona euro nasce non solo dall'arroganza di un'impresa avviata contro il parere dei molti che avvertivano che sarebbe finita male. Nasce anche dalla mentalità che ha accompagnato il progetto. Poco dopo la sua creazione, è stato subito chiaro che i paesi membri non avrebbero istituito un'unione fiscale per trasferire risorse verso i paesi in recessione, al fine di compensare la mancanza di una propria valuta e di una politica monetaria indipendente. Come ho spiegato nel mio libro  EuroTragedy: A Drama in Nine Acts,(La tragedia dell'euro: un dramma in nove atti - ndr), un'unione fiscale era politicamente impossibile: i paesi proteggevano il nucleo della loro sovranità nazionale e si rifiutavano di rinunciare alle loro entrate fiscali. Nell'aprile del 1998, il cancelliere Helmut Kohl aveva dichiarato apertamente che la Germania non avrebbe mai pagato i conti di altri paesi. Se non avesse preso quell'impegno, non ci sarebbe stato nessun euro.

 

Data l'impossibilità di creare un'unione fiscale, la risposta giusta sarebbe stata abbandonare l'idea di un'unione monetaria. Invece a Maastricht nel 1991, per  l'insistenza tedesca, le autorità europee crearono una serie di regole fiscali - al cui centro era posto il limite del deficit di bilancio pari al 3% del Pil - come base per proseguire. L'austerità a livello nazionale, sosteneva la versione dichiarata dei fatti, avrebbe assicurato un'eurozona "stabile". Gli economisti avvisarono immediatamente che le regole erano profondamente dannose. Impongono infatti l'austerità proprio nel momento in cui un paese sta per entrare in recessione, peggiorando la recessione, forse in maniera molto grave. Sono diventate famose le parole dell'ex presidente della Commissione europea Romano Prodi, sul fatto che le regole fiscali erano "stupide".

 

Eppure, come lemming, le autorità europee hanno insistito su queste regole. Che sono diventate parte dell'identità dell'Ue. I leader sembrano convinti di non essere "buoni" europei se non si inchinano a queste regole. Hanno dato vita a un'unione monetaria profondamente sbagliata e, per loro, le regole e la narrativa della "stabilità" giustificano questa decisione e sostengono la loro convinzione che l'eurozona sopravviverà. Ma sposare teorie così dannose ha profonde conseguenze macroeconomiche, come ha sottolineato il premio Nobel George Akerlof.

 

Nel 2010, con l'economia greca in recessione, i governi europei e il Fondo monetario internazionale (Fmi) hanno chiesto al governo greco di aumentare rapidamente le tasse e tagliare le spese, come prezzo da pagare per ricevere i prestiti necessari a pagare i creditori privati ​​in preda al panico. Olivier Blanchard, allora capo economista del Fmi, suonò un campanello d'allarme: l'austerità proposta era virtualmente senza precedenti, scrisse in una nota interna, e avrebbe minato l'economia greca. Ma il punto di vista europeo, adottato anche dal management del Fmi, non poteva consentire altrimenti. Come aveva previsto Blanchard, l'economia greca si contrasse drasticamente, le entrate fiscali diminuirono e, come effetto perverso, l'austerità causò l'allargamento del deficit di bilancio del governo. In quello che era ormai diventato un ciclo distopico, i creditori ufficiali richiesero ancora più austerità, il che ha fatto precipitare la Grecia in una delle peggiori depressioni economiche che si siano mai registrate a memoria d'uomo.

 

Tagliare la spesa, se fatto al momento sbagliato, provoca sofferenze e instabilità.

 

Ignorando quello che era evidente, il modello di recessione indotta dall'austerity fu applicato ad altre economie dell'eurozona negli anni 2011-2013, creando una prolungata sofferenza economica, che ha sollevato ansie politiche e causato aspre divisioni tra i paesi creditori e debitori dell'eurozona.

 

Ma le regole si sono incrostate sempre più saldamente all'identità europea. Nel gennaio 2012, durante una recessione italiana apparentemente senza fine, l'allora presidente del consiglio italiano Mario Monti affermò che la Germania  aveva vinto il dibattito economico europeo . La "preziosa" visione di Berlino, si inchinava Monti, era stata "meravigliosamente esportata". E consigliava ai paesi ad alto debito di dimostrare "concretamente" di avere compreso gli imperativi della disciplina. A giugno 2014, il cancelliere Angela Merkel affermò che le regole erano un "guardrail" che offriva protezione.

 

Portiamo avanti velocemente il nastro fino a oggi: la stessa filosofia è rimasta intatta.

 

A maggio di quest'anno, gli italiani hanno eletto due partiti anti-establishment e di protesta. La Lega, di destra e anti-immigrazione e il Movimento Cinque stelle, più volto a sinistra ed euroscettico, hanno formato un governo. Il commercio mondiale intanto stava rallentando e l'economia italiana, con le sue sorti strettamente legate a quelle del commercio globale, stava rallentando parallelamente. Il governo della Lega e dei Cinque stelle ha annunciato un'agenda politicamente risonante, ma ambiziosa e poco realistica, di tagli alle tasse e con l'introduzione di un reddito universale.

 

Lo scontro è stato immediato. Le autorità europee erano pronte a difendere la loro ideologia economica, a cui ostinatamente si attaccano, anche se, invece di proteggerla, ha ripetutamente esposto l'Europa a nuove ferite. E così, dato che i funzionari europei hanno insistito sul rispetto delle regole, i leader italiani hanno fatto promesse elettorali che non possono mantenere.

 

Mentre il governo italiano deve frenare sulla sua generosità fiscale, le autorità europee devono riconoscere che è necessario uno stimolo ben progettato per evitare che l'Italia cada in recessione. Una recessione renderebbe più difficile il rimborso del debito già elevato del Paese, che aumenterebbe i tassi di interesse e peggiorerebbe la crisi - addossando un peso potenzialmente insopportabile sulle fragili banche del Paese. Invece di guardare alla via giusta, le due parti hanno parlato senza ascoltarsi.

 

La Commissione ha insistito sul fatto che l'elevato debito e il grande deficit, che il nuovo governo ha ereditato dai precedenti, richiedono una stretta fiscale. Questa posizione è supportata da due fonti diverse. Alcuni sostengono che il vero problema dell'Italia è la cronica bassa crescita della produttività e che uno stimolo fiscale non farà nulla per aumentarla. Il che è vero, ma fuori argomento. La politica fiscale non aumenta la crescita a lungo termine, ma impedisce a un'economia di precipitare in una crisi lunga e politicamente divisiva, un rischio preoccupante per un paese con bassa produttività cronica. Un secondo argomento è che, poiché il governo italiano ha un pesante fardello rappresentato dal debito, la spesa fiscale per stimolare l'economia "spaventerà" gli investitori, che vorranno tassi di interesse più elevati e, quindi, annulleranno l'influenza benefica dello stimolo. Questo argomento è importante perché  proviene da Blanchard, ora al Peterson Institute of International Economics.

 

Blanchard, mentre era al Fmi, ha costantemente preso una posizione favorevole allo stimolo. Ha condotto la battaglia intellettuale contro l'austerità esagerata. In un documento meritatamente famoso, di cui è coautore un altro membro dello staff del Fmi, Daniel Leigh, Blanchard ha evidenziato che l'austerità è particolarmente debilitante quando viene inflitta a un paese in recessione, un risultato ampiamente ripreso dalla letteratura economica.

 

In uno studio di verifica, Leigh e i suoi colleghi del Fmi hanno smentito un altro mito: che i paesi con alti livelli di debito debbano sottoporsi  all'austerità, oppure gli investitori allarmati pretenderebbero maggiori tassi di interesse, il che potrebbe far aumentare pericolosamente il debito. L'articolo, pubblicato su una rivista scientifica di altissimo livello, sostiene che anche per i paesi con debito molto elevato l'austerità fiscale è una cattiva idea.

 

E quindi, lo stimolo fiscale  può aiutare anche i paesi  ad alto debito ad affrontare una recessione incombente. Tuttavia, un esercito di commentatori, incluso l'influente  comitato editoriale del  Financial Times, sta citando il recente commento di Blanchard sul caso italiano per difendere l'insistenza della Commissione sull'austerità.

 

La stessa Commissione, nel frattempo, continua a rifarsi alla sacralità delle regole. In un linguaggio che ricorda il "guardrail" della Merkel, il commissario europeo per gli affari economici e monetari Pierre Moscovici ha  twittato : "L'eurozona è come un condominio: è compito dell'amministratore far rispettare le regole comuni, in modo che nessuno tocchi un muro portante!

 

Durante gran parte della crisi finanziaria e della zona euro, la Banca centrale europea (Bce) ha peggiorato le cose con la sua politica monetaria restrittiva. All'inizio, i tassi di interesse eccessivamente alti della Bce hanno peggiorato la recessione. Quindi, trattenuta dalla Germania e da altri stati membri dell'area Nord, la Bce ha ritardato l'introduzione degli acquisti di titoli di Stato (quantitative easing) per abbassare i tassi di interesse a lungo termine. Con una politica monetaria così inerte, a partire dall'inizio del 2013, il tasso di inflazione core nell'eurozona è sceso a circa l'1 per cento. L'inflazione in Germania è stata leggermente superiore all'1% e in Italia inferiore.

 

L'inflazione bassa fa sì che i consumatori ritardino gli acquisti, che si riduca la crescita e che aumenti il peso del rimborso del debito. Tuttavia, nonostante il rischio di una bassa inflazione prolungata, la Bce a settembre di quest'anno ha cantato vittoria e ha deciso di sospendere gradualmente il programma di acquisto di obbligazioni.

 

Questa tendenza a limitare l'uso dello stimolo monetario fa parte della filosofia della zona euro, esattamente come l'enfasi sull'austerità fiscale.

 

Il rischio ora è che se l'Italia cade in una recessione, il suo tasso di inflazione diminuirà ulteriormente, il che aumenterebbe il suo tasso di interesse reale (calcolato tenendo conto dell'inflazione). Il tasso di interesse reale è già superiore al 2,5 per cento, il che è straordinariamente alto per un'economia alle soglie della recessione. La stretta combinata del tasso di interesse e dell'austerità fiscale potrebbe rivelarsi insopportabile per l'economia italiana e le sue banche instabili. Così l'Italia si trova di fronte allo spettro di un'economia debole, che peggiora le finanze pubbliche e aumenta la probabilità che i debitori non siano in grado di restituire i loro prestiti bancari. L'Italia potrebbe facilmente precipitare in una crisi finanziaria ingestibile.

 

Se il Paese andrà incontro a un simile destino, la versione dei fatti sarà che il governo italiano è stato irragionevole, e che i suoi piani fiscali stravaganti hanno innescato la crisi. È vero che i piani del governo italiano sono irragionevoli, non c'è modo per il governo di raggiungere i suoi obiettivi fiscali. Ugualmente, tuttavia, l'insistenza della Commissione sulla rigidità fiscale potrebbe provocare una terribile crisi. Dati i rischi, il comportamento sconsiderato della Commissione le dà ben poca autorità morale per accusare gli italiani di essere stati intransigenti.

 

L'eurozona è intrappolata in una crisi di identità. Le affermazioni a lungo ripetute secondo cui l'euro accelererebbe il commercio all'interno dell'area dell'euro sono state screditate (qui  e  qui), senza che rimanga alcun beneficio tangibile da celebrare. Al contrario, i rischi di una politica monetaria di taglia unica che non si adatta a nessuno sono evidenti. La tendenza della Bce a praticare una politica monetaria restrittiva peggiora le cose, specialmente per i paesi più deboli.

 

Senza reali benefici e con rischi anche troppo reali, la forza unificante attorno alla quale i leader e gli intellettuali della zona euro si stringono è la virtù della temperanza e della parsimonia. Gli argomenti contorti usati per giustificare l'austerità derivano dall'immagine di sé dei leader europei. Tuttavia, questo approccio, ammantato dall'aura della prudenza, amplifica i pericoli che l'Europa si trova ad affrontare.

 

Il tiro alla fune tra le autorità italiane e la Commissione  limita fortemente la capacità della Bce di contenere la crisi. Per accedere al sostegno della Bce, l'Italia dovrebbe accettare un regime di austerità e riforme che potrebbero dimostrarsi esplosive a livello nazionale. Ma senza l'accordo su un simile regime, la Bce non sarà in grado di attivare l'Outright Monetary Transactions, per acquistare titoli di stato italiani, e quindi contenere l'aumento del tasso di interesse richiesto dai mercati. E anche se il governo italiano rispettasse le richieste, alcuni membri del Consiglio direttivo della Bce potrebbero impedire alla banca l'acquisto delle obbligazioni, nel timore che un default italiano sulle sue obbligazioni li costringerebbe a sopportarne le perdite.

 

In questo gioco a chi resiste di più non ci saranno vincitori. Ben prima di raggiungere il punto di non ritorno, è necessario un accordo costruttivo - supportato da un resoconto dei fatti condiviso: uno stimolo adeguatamente dimensionato e ben speso è nell'interesse di tutti. Sfortunatamente, rimane intatta la riluttanza a pagare le bollette degli altri - una riluttanza a spendere che si scontra con la realtà. Sembra che siamo bloccati su un percorso tragicamente antagonistico.

 

08/12/18

Adam Tooze - Ma la Ue, come pensa che andrà a finire?

Nel braccio di ferro con il governo italiano sulla finanziaria 2018, la Commissione europea sta giocando una partita molto pericolosa. Secondo Adam Tooze, professore di storia alla Columbia University, la Commissione potrebbe pagare un prezzo altissimo per il suo tentativo di piegare il governo giallo-verde: potrebbe forse ottenere una vittoria temporanea, ma la conseguenza sarebbe un riposizionamento della politica italiana su linee ancora più populiste e nazionaliste, oppure potrebbe arrivare a scatenare una crisi finanziaria che porterebbe all'Italexit e alla fine della UE. Se Bruxelles non ha nulla di meglio da offrire che il rispetto della disciplina dell'eurozona, e se per farla rispettare da un paese grande come l'Italia non ha altro mezzo che i mercati, o si piega ad un compromesso che salvi la faccia a tutti o rischia una vittoria di Pirro. Dal New York Times.

 

 

di Adam Tooze, 5 dicembre 2018

 

L'Unione europea e l'Italia sono in stallo da settimane sul debito pubblico italiano. Bruxelles - sostenuta dal resto dei governi europei - sembra credere che presto Roma cederà, segnando un'altra vittoria a favore della disciplina dell'Unione europea. Ma non è affatto sicuro. Inoltre, anche se il governo italiano si rimettesse in riga, le conseguenze politiche potrebbero rivelarsi disastrose per l'Europa. Comunque finisca questa tragedia, l'Europa sta giocando un gioco pericoloso.

 

Il confronto è iniziato a ottobre, quando il governo di Roma ha presentato una bozza di bilancio per il 2019 in cui proponeva un incremento del deficit italiano. Il 23 ottobre la Commissione Europea ha respinto il bilancio - una mossa senza precedenti. Da allora, Bruxelles ha dato il via alle procedure per penalizzare l'Italia, sulla base delle stringenti regole dell'Unione europea sul deficit eccessivo.

 

Il vero problema finanziario dell'Italia, comunque, non è il deficit annuale di bilancio ma l'eccezionale mole del debito pubblico, pari a un totale di 2600 miliardi di euro, la gran parte del quale è stato accumulato decenni fa da partiti politici che oggi non esistono più. Oggi il debito si mantiene intorno al 133% del Prodotto interno lordo.

 

Il debito, a questo livello, può facilmente diventare insostenibile, crescendo più velocemente del reddito necessario a ripagarlo. Il debito è detenuto in gran parte da banche, sia nazionali che estere. Uno scenario in cui l'Italia avesse difficoltà a soddisfare le sue necessità di finanziamento assesterebbe un colpo devastante al fragile sistema finanziario europeo. Dato questa delicato equilibrio, c'è poco spazio per gli errori. Deve essere colta ogni opportunità per abbassare il rapporto debito/PIL.

 

Dato che l'eurozona dal 2013 ha sperimentato una ripresa modesta, e anche l'economia italiana sta riprendendo a crescere, la Commissione europea afferma che l'Italia dovrebbe stringere la cinghia. Roma ha da obiettare.

 

Naturalmente, nessun governo vuole adottare dei tagli. Ma qua c'è un punto ancora più fondamentale: dichiarare, come fa la Commissione, che l'Italia può permettersi di fare tagli al bilancio perché ha avuto un po' di crescita è in palese contraddizione con le attuali condizioni economiche e politiche del paese.

 

Negli ultimi 10 anni, il Prodotto interno lordo pro-capite in Italia è crollato. Il declino è un caso unico tra le grandi economie avanzate (è addirittura peggiore del tristemente noto decennio perduto del Giappone). E la sofferenza economica è distribuita in modo estremamente ineguale: più del 32% di giovani italiani sono senza lavoro. Il pessimismo, la delusione e la frustrazione sono innegabili. Dichiarare, come fa la Commissione, che questo è un buon momento per l'austerità è dare uno schiaffo ad una realtà che, per molti italiani, rasenta una vera emergenza personale e nazionale.

 

I due partiti che formano l'attuale governo italiano, la Lega e il Movimento Cinque Stelle, sono stati eletti a marzo per rispondere a questa crisi. La Lega è xenofoba; i Cinque Stelle sono imprevedibili e bizzarri. Ma i programmi economici coi quali hanno fatto campagna elettorale difficilmente possono dirsi stravaganti. La Lega vuole tagli alle tasse per il suo elettorato, fatto di piccole imprese. I Cinque Stelle vogliono un reddito minimo garantito per i propri elettori nelle regioni più povere dell'Italia meridionale. Entrambi vogliono andare incontro ai pensionati. Queste proposte aumenteranno il deficit. Ma allo stesso tempo, sostengono da Roma, porteranno uno stimolo davvero necessario.

 

La questione chiave è quanto grande deve essere questo stimolo.

 

Le previsioni del governo italiano sul bilancio sono ottimistiche. Ma altri, inclusa la Banca d'Italia e il Peterson Institute of International Economics, avvertono che l'Italia è caduta in una trappola: i timori per la sostenibilità del debito fanno sì che qualsiasi stimolo abbia l'effetto perverso di far salire i tassi d'interesse, dando una stretta ai prestiti bancari e riducendo la crescita.

 

Durante la crisi dell'eurozona gli economisti dell'Università Bocconi di Milano hanno diffuso l'idea dell'"austerità espansiva": i tagli alla spesa pubblica stimolano la fiducia e la crescita. Gli anni successivi alla crisi finanziaria hanno mostrato quanto fosse sbagliata questa tesi. Adesso gli economisti sembrano avere un nuovo meme: l'espansione fiscale restrittiva, uno stimolo che si annulla poiché mina la fiducia e fa alzare i tassi d'interesse.

 

Ad ogni modo, queste argomentazioni non sono determinanti. Anche sulla base degli assunti pessimistici della Commissione europea, il deficit proposto da Roma non manderebbe fuori controllo il debito italiano. Ciò che porterebbe l'Italia ad una crisi vera sarebbe un improvviso rialzo dei rendimenti, non al 3%, ma al 5% o più. Se ciò dovesse accadere, innescato da uno shock della fiducia dei mercati nell'Italia, ci sarebbe un'impennata esplosiva nel costo del servizio del debito. Il governo si troverebbe escluso dai mercati dei capitali. Le banche italiane avrebbero bisogno del sostegno dell'Unione europea. L'aiuto arriverebbe solo dopo un accordo su un pacchetto di tagli del deficit. Ma esclusa questa possibilità, l'Italia potrebbe trovarsi sulla via d'uscita dall'eurozona. Questo è il rischio che rende il confronto tra Roma e la Commissione così preoccupante. Il gioco a chi cede per primo potrebbe facilmente spaventare i mercati.

 

Al momento, la fiducia dei mercati è ancora sostenuta dal programma di acquisto titoli di stato della Banca centrale europea. Nel 2019 il presidente uscente dalle BCE, Mario Draghi, un sostenitore di lungo corso della disciplina per l'Italia, cesserà l'acquisto di titoli di stato. La tensione è destinata a salire.

 

La Commissione europea, naturalmente, è vincolata a difendere le proprie regole. Ma l'Unione europea come si aspetta che si svilupperà lo scontro?

 

Bruxelles ha una gamma limitata di sanzioni a sua disposizione. A differenza della Grecia, che era un beneficiario netto della generosità dell'Unione europea, l'Italia è un contributore netto al bilancio della UE. Non sarà facile applicare multe e penali.

 

Dovranno essere pertanto i mercati a garantire la disciplina. Ma sarebbe una prospettiva terrificante: non solo il debito italiano è enorme, ma nemmeno le banche italiane sono piccoline. L'Italia è troppo grande sia per fallire che per essere salvata.

 

Quindi qual è il piano? Se la Commissione sta scommettendo che la crisi di bilancio forzerà il governo italiano a piegarsi, in quale direzione immagina che si piegherà?

 

L'ultima volta che il debito pubblico italiano è salito alla ribalta nell'eurozona è stato nell'autunno del 2011. Allora la soluzione fu politica: il Primo Ministro Silvio Berlusconi fu rovesciato a favore del tecnocrate non eletto Mario Monti. Monti era il prediletto dei mercati. Ma in Italia l'indignazione pubblica per la sospensione delle normali procedure democratiche ha contribuito a innescare l'impennata del Movimento Cinque Stelle, che è culminata con il 32% dei voti a suo favore a marzo.

 

Difficilmente la Commissione europea può desiderare che questo ciclo si ripeta.

 

Sulla scorta della vittoria elettorale, i Cinque Stelle sono il socio di maggioranza della coalizione di governo che si è formata a maggio. Ma l'equilibrio dei poteri si è spostato. Mentre la popolarità dei Cinque Stelle è diminuita, il sostegno alla Lega è raddoppiato, arrivando al 34%. La Lega è il partito delle piccole imprese del nord Italia. È tutt'altro che entusiasta dei piani dei Cinque Stelle per aumentare l'assistenza sociale al sud. Un rimpasto governativo con una prevalenza della Lega che lasciasse cadere il dispendioso reddito minimo garantito dei Cinque Stelle sarebbe sulla buona strada per soddisfare le richieste finanziarie della Commissione europea. Il nuovo governo potrebbe addirittura trovare un terreno comune con Bruxelles sui temi di una "riforma dal lato dell'offerta". Questo rassicurerebbe senza dubbio gli investitori, ma sarebbe un risultato disastroso per l'Unione europea, poiché consegnerebbe una vittoria politica a Matteo Salvini, il vice primo ministro italiano, che non fa segreto del suo desiderio di ridisegnare l'Europa come un'arena di politici nativisti e neo-nazionalisti.

 

Se l'intenzione della Commissione non è di rafforzare la Lega, forse Bruxelles spera in una ritirata tattica di Roma. Potrebbe ancora essere trovato un compromesso che salvasse la faccia sulle costose proposte sulle pensioni. Se il governo crolla, forse nuove elezioni potrebbero portare ad una maggioranza più accondiscendente.

 

Ma questa, per usare un eufemismo, è una strategia ad alto rischio e negativa. Soprattutto, non può risolvere il profondo senso di crisi che c'è in Italia. Se l'Unione europea è determinata a tenere il punto sul debito e deficit, dovrebbe offrire qualcosa di positivo in cambio, come una strategia comune europea per gli investimenti e la crescita, o un approccio più cooperativo al problema dei rifugiati, che ha sostenuto l'ondata della Lega. Se tutto quello che Bruxelles ha da offrire è la disciplina, sta invitando la politica italiana a ricostruirsi su linee ancora più nazionaliste e ancora più ostili all'Europa.

 

 

18/11/18

Il 60% degli italiani pensa che la UE non vada bene per l'Italia

Dal Sunday Express, un sondaggio, a cura di Coldiretti e Ixé, mostra il profondo euro-scetticismo degli italiani riguardo all'Unione europea, atteggiamento ormai maggioritario nel paese. I due terzi degli italiani sono infatti convinti che le politiche della UE vadano a scapito dell'Italia e sono particolarmente preoccupati per il cibo, poiché ritengono che le normative europee non siano adeguate a garantire la qualità, la sicurezza ma anche il rispetto della tradizione gastronomica dell'Italia.

 

di Alahna Kindred, 15 novembre 2018.

 

 

Sei italiani su dieci si sentono maltrattati dall'Unione europea, riporta un sondaggio scioccante.

 

Più della metà degli italiani intervistati sta perdendo fiducia nella UE, mentre soltanto il 7% crede ancora che l'istituzione abbia a cuore i loro interessi. Queste rivelazioni esplosive arrivano mentre l'Italia è ancora in rotta di collisione con la UE, dopo aver rifiutato di cambiare il suo bilancio. La coalizione populista ha sfidato la Commissione europea e ha promesso di non modificare la bozza di bilancio.

 

Il governo italiano insiste che non cambierà il suo obiettivo di deficit del 2,4% nel 2019 in modo da soddisfare le sue promesse elettorali.

 

L'Italia è stata invischiata in un'aspra lotta con Bruxelles sul suo deficit di bilancio; la Commissione Europea ha fissato la scadenza di giovedì perché Roma risponda alle sue richieste.

 

L'ultimatum di Bruxelles non ha precedenti nei suoi rapporti con i paesi membri.

 

Roma ha fatto una piccola concessione alle richieste di Bruxelles sul bilancio, inclusa una clausola di salvaguardia per impedire al deficit di crescere oltre il 2,4% l'anno prossimo.

 

Il vice-primo ministro Luigi Di Maio ha detto: "Non supereremo il 2,4% di deficit, e crediamo che la crescita economica l'anno prossimo sarà del 1,5%".

 

"Se a Bruxelles piace il nostro piano, saremo felici; altrimenti andremo avanti".

 

La dichiarazione arriva mentre i sondaggi di Coldiretti e Ixé rivelano anche che il 43% degli italiani pensa che le politiche economiche di Bruxelles siano ideate dai paesi più forti senza molta considerazione per le economie più deboli.

 

Un'area nella quale gli italiani sono fermamente convinti di questo è quella che riguarda il cibo.

 

Due terzi degli italiani credono che le politiche della UE sul cibo danneggino i prodotti made in Italy e solo il 10% crede che il settore agroalimentare benefici delle scelte dalla UE.

 

Un portavoce della Coldiretti ha detto: "La netta maggioranza degli italiani crede che i regolamenti comunitari e le recenti scelte che riguardano i trattati internazionali non siano adeguati a garantire la qualità, la sicurezza ma anche il rispetto della tradizione gastronomica dell'Italia".

 

L'istituto Ixé ha intervistato 1000 italiani tra il 28 settembre e il 5 ottobre 2018.