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24/08/18

La macroeconomia e il voto italiano

Proponiamo con piacere la traduzione di un articolo apparso su INET Blog, di grande attualità per il nostro paese. Walter Paternesi Meloni e Antonella Stirati, rispettivamente assegnista di ricerca e professore ordinario di Economia politica presso il dipartimento di Economia dell’Università di Roma Tre, ci invitano a fare un passo indietro ed esaminare le cause macroeconomiche che hanno portato alla vittoria dell'attuale coalizione di governo, tenendo d'occhio anche le sfide che attendono i partiti di governo nei prossimi mesi.

 

 

 

Di Walter Paternesi Meloni e Antonella Stirati, 6 agosto 2018

 

 

Per comprendere l'ascesa della Lega e del Movimento Cinque Stelle basta dare un’occhiata agli indicatori economici.
I risultati delle elezioni del 2018 in Italia - con il successo del Movimento Cinque Stelle, l'importanza relativa acquisita dalla Lega Nord, e il netto calo con conseguente disgregazione del Partito Democratico - hanno attirato molta attenzione all’estero e forse anche suscitato qualche sorpresa. Il carattere anti-euro e anti-austerità di gran parte della retorica pre-elettorale dei due partiti al potere è stato vicino a provocare una crisi istituzionale nel Paese e ha generato le reazioni, tra l’irritato e l’arrogante, di vari leader e commentatori europei.

 

 

In questo breve contributo non è nostra intenzione fare un'analisi sociologica né politica del voto, per la quale non abbiamo competenze, ma fornire alcuni dati sulle tendenze macroeconomiche e sulla disuguaglianza e la distribuzione del reddito nell'ultimo decennio, oltre a ulteriori informazioni sui fatti antecedenti alla crisi del 2008. In questo modo pensiamo di poter aiutare a chiarire alcuni equivoci e facilitare una migliore comprensione del perché la maggioranza degli italiani abbia votato chiaramente contro "riavere la stessa cosa", per quanto capire a favore di cosa abbiano effettivamente votato potrebbe essere meno chiaro.

 

 

Non ci soffermeremo sulla questione scottante e complessa dell'immigrazione, che è comunque centrale nel dibattito politico interno in Italia e in altri paesi europei e allo stesso tempo rivela così apertamente la disunione europea e l'incapacità di unire gli sforzi per affrontarla. Tuttavia, riteniamo che le informazioni riportate di seguito possano indicare che, anche senza tenere conto dell'immigrazione, i problemi economici e sociali siano tali da indirizzare in buona parte la politica italiana nella stessa direzione e misura. In altre parole, riteniamo che la preoccupazione per l'immigrazione non sia necessariamente la ragione principale della svolta politica in Italia. Piuttosto, è un segnale che in Italia, come in altri paesi europei, le politiche di austerità, la deregolamentazione del mercato del lavoro e il crescente tasso di povertà non sono compatibili con un clima che consenta una gestione civile e ordinata dei flussi migratori, nonché  la loro integrazione.

 

Il Double Dip dell'Italia e le sue conseguenze

 

La crisi del 2008 ha colpito duramente l'economia italiana, come si può vedere nella figura 1; eppure il crollo iniziale non è stato maggiore di quello della Germania.

 

 
Figura 1-PIL in termini reali dell'Italia (in miliardi di euro a valore costante).

 



 

 
Fonte: OECD Economic Outlook.

 

 

Entrambi i paesi hanno un grande settore manifatturiero, notoriamente più sensibile alle fluttuazioni dei mercati rispetto al settore dei servizi. Dopo la crisi c’è stata una ripresa iniziale, ma è stata interrotta dalla "crisi dello spread" europea (ovvero, caduta dei prezzi e aumento dei tassi di interesse sui titoli pubblici italiani e di altri paesi "periferici" nei mercati finanziari) e il successivo avvio di politiche di austerità più pesanti, che hanno causato un calo delle spese correnti e degli investimenti pubblici (come documentato dalle figure 2-5) e un aumento delle entrate fiscali complessive di 18 miliardi di euro nel periodo 2011-2013, soprattutto a causa dell'aumento della tassazione indiretta. Come conseguenza di tali misure, il PIL ha subito un forte calo (-73 miliardi di euro reali, vale a dire -4,5 punti percentuali), nonostante una discreta ripresa delle esportazioni. La produzione industriale è scesa molto più del PIL: è scesa di un quarto tra il 2007 e il 2009, ha poi recuperato 7 punti nel 2010-11, ma successivamente è diminuita nuovamente e nel 2015 era ancora leggermente inferiore al livello del 2009.

 

 
Figura 2-Spese correnti del governo italiano, compresa la spesa per gli interessi (in miliardi di euro a valore costante).

 



 
Fonte: OECD.Stat (COFOG).

 

 
Figura 3-Investimenti pubblici italiani (in miliardi di euro a valore costante).

 

 



 
Fonte: OECD.Stat (COFOG).

 

 
Figure 4 e 5-Spesa corrente del governo italiano secondo la funzione (in miliardi di euro a valore costante).

 



 

 



 

 
Fonte: OECD. Stat (COFOG).


La disoccupazione complessiva, pari al 6,2% nel 2007, è cresciuta dall'8,4% toccato nel 2010 al 12,4% nel 2013, ed è attualmente appena inferiore all'11%. La disoccupazione giovanile (quella tra i 15 e i 29 anni) è aumentata di oltre 10 punti (figura 6) in due anni, tra il 2011 e il 2013, a causa della combinazione del calo del PIL e della riforma delle pensioni. Quest'ultima, rinviando il pensionamento dei lavoratori dipendenti, ha impedito il ricambio fisiologico della forza lavoro, e quindi ha ridotto drasticamente le opportunità per i lavoratori più giovani di entrare nel mondo del lavoro a sostituire gli anziani in uscita per pensione. La stessa riforma ha anche causato un aumento della disoccupazione tra i lavoratori anziani che hanno perso il lavoro durante la crisi. Ci sono circa 500.000 disoccupati di età superiore ai 50 anni (la maggior parte dei quali ha grandi difficoltà a trovare un impiego), oltre tre volte quanti ce ne fossero nel 2006.

 

 

Oltre ad aumentare la disoccupazione e ridurre il PIL e il reddito a disposizione delle famiglie, le politiche di austerità colpiscono anche i servizi pubblici e lo stato sociale. In particolare, il Servizio sanitario nazionale e l'istruzione pubblica, che si possono considerare i due pilastri principali del sistema di welfare universale italiano. Il primo ha subito una riduzione del 7% in termini reali tra il 2011 e il 2013, mentre il secondo ha visto un calo progressivo delle risorse a più lungo termine, con una perdita reale del 20% tra il 2007 e il 2015. Ciò ha anche comportato, tra le altre cose, enormi riduzioni del sostegno finanziario concesso agli studenti universitari meritevoli provenienti da famiglie a basso reddito, nonché grandi difficoltà per giovani altamente qualificati nell'ottenere posti di lavoro nell'istruzione pubblica e nei sistemi di ricerca. E questo nonostante la spesa pubblica italiana in questi settori specifici e nel suo complesso (compresi tutti i servizi e la protezione sociale), pro capite e in percentuale sul PIL, sia attualmente, e sia sempre stata, inferiore a quella di altri paesi europei di comparabili dimensioni e livello di sviluppo. Anche gli investimenti pubblici sono diminuiti drasticamente durante il periodo di austerità, con ricadute visibili sul mantenimento degli edifici pubblici e delle infrastrutture.

 

 

Ma, si potrebbe obiettare, queste misure erano necessarie per frenare l'alto rapporto debito pubblico/PIL, che si diceva fosse alla base della "crisi dello spread", ed infatti è così che il messaggio è stato fatto passare. Al contrario, come era in effetti prevedibile, le politiche di austerità hanno causato un aumento del rapporto debito/PIL (figura 7), riducendo il reddito nazionale (il denominatore di quel rapporto) e, di conseguenza, le entrate fiscali.

 

 
Figura 7-Rapporto debito pubblico/PIL dell'Italia.

 



 

 
Fonte: Ameco.

 

 

In altre parole, l'Italia è un esempio vivente del fatto, oggi ampiamente riconosciuto anche dagli economisti tradizionali [1], che i consolidamenti fiscali possono avere effetti "perversi" persistenti sul rapporto debito/PIL, specialmente quando l'economia è in recessione e i moltiplicatori fiscali sono particolarmente alti. Secondo altre interpretazioni della crisi, le previsioni dei mercati finanziari che la Banca centrale europea (BCE) non sarebbe intervenuta sul mercato dei titoli pubblici a causa del suo peculiare statuto hanno avuto un ruolo importante nell'emergere della crisi diffusa e hanno quasi causato il fallimento dell'euro, dovuto alla persistente inerzia da parte della BCE. Ad ogni modo, è stato il cambiamento di rotta della BCE, non l'austerità, a porre fine alla crisi.

 

In realtà, l'austerità ha causato, e causa ancora, una crescente fragilità nell'economia italiana, non solo a seguito dell'aumento del rapporto debito pubblico/PIL, ma anche della riduzione della capacità produttiva nel settore manifatturiero e delle difficoltà nel settore bancario (cfr. Giacchè, 2017). Per quanto riguarda quest'ultimo, la crisi dell'economia reale ha causato un aumento del carico dei crediti in sofferenza nelle banche italiane. Queste ultime in generale erano meno implicate delle banche tedesche e francesi in rischiose speculazioni sul mercato finanziario, ma più attive nel  fornire credito alle famiglie e alle piccole e medie imprese, che rappresentano una quota molto ampia del settore manifatturiero italiano. Le famiglie e le imprese hanno entrambe subito forti perdite a causa delle due crisi menzionate sopra: la prima causata dalla crisi finanziaria internazionale, la seconda dalle politiche di austerità. Per questo la fragilità del settore bancario, oltre ad essere un problema di per sé, tende anche a causare persistenti difficoltà nell’accesso al credito da parte delle famiglie e, ancora più significativamente, delle imprese.

 

 

Nonostante una moderata ripresa negli ultimi tre anni, il PIL reale, l'occupazione (misurata in unità di lavoro standard) e la produzione industriale rimangono molto inferiori ai valori pre-crisi (dal 2007 al 2017, -5,25%; -4,63%; 24,39%, rispettivamente) [2].

 

 

Se guardiamo al lavoro e alla distribuzione del reddito, l'Italia ha subito a partire dagli anni '90 una serie di "riforme" relative ai contratti salariali e di impiego e alla (de)regolamentazione del mercato del lavoro. L'ultimo di questi, approvato nel 2015, ha eliminato tutte le protezioni legali ancora esistenti contro licenziamenti individuali ingiustificati (cioè senza alcuna motivazione disciplinare o economica), ad eccezione di una compensazione monetaria relativamente limitata. In aggiunta a ciò, il continuum delle riforme ha consentito un utilizzo crescente di contratti "atipici" e di breve durata. Questi ultimi rappresentano attualmente il 16% della forza lavoro dipendente totale e il 40% dei dipendenti tra i 15 e i 29 anni, mentre i lavoratori a part-time involontario ammontano a 2,6 milioni.

 

 

I salari reali sono rimasti invariati da molto tempo: secondo i dati dell'OCSE, i guadagni lordi medi in termini reali da lavoro dipendente sono attualmente di quasi l'1% al di sotto del livello del 2008 e solo del 3% superiori a quelli del 1990. Il reddito medio annuo lordo dei lavoratori a parità di potere d'acquisto in Italia è attualmente inferiore (pari a 36.700 dollari) rispetto a Francia (43.800) e Germania (47.600), e il terzo più basso nell'Eurozona dopo Portogallo e Grecia. La povertà assoluta è cresciuta e nel 2017 riguarda cinque milioni di persone (8,3% dei residenti); mentre la povertà relativa, che ammonta al 15% della popolazione, è diffusa non solo tra i disoccupati ma anche tra i lavoratori, in particolare quelli che hanno a carico due o più figli. La combinazione di alta disoccupazione, bassa retribuzione e lavori precari ha causato, soprattutto tra i giovani italiani, ma non solo, incertezza, mancanza di prospettive e difficoltà a realizzare una vita individuale e familiare indipendente.

 

Tendenze prima del 2008

 

Un'analisi a lungo termine della stagnazione dell'economia risulta complessa.

 

 

A differenza di altri paesi "periferici" in Europa, l'Italia non ha vissuto un precedente "boom" trainato dal debito in seguito all'unificazione monetaria. Mentre paesi come la Grecia e la Spagna hanno beneficiato, seppur temporaneamente, di una crescita (per quanto destabilizzante) derivante da ingenti afflussi di capitali dai paesi core europei, che a loro volta hanno finanziato l'aumento dell'indebitamento del settore privato e la crescita sostenuta della domanda interna, processi simili non si sono materializzati in Italia. Sebbene il debito delle famiglie private sia aumentato anche in Italia, soprattutto dopo il 2008, rimane ancora molto al di sotto di quello della maggior parte degli altri paesi europei.

 

 

Tuttavia, la situazione era tutt'altro che ideale ancora prima della crisi, ma la causa non è da ricercare nella mancanza di misure di austerità, ma piuttosto in una tendenza politica che, dopo il 2008, si è solo, ma drasticamente, intensificata.

 

 

Già prima dell'inizio dell'euro, nei primi anni '90, nell'ambito del suo obiettivo di convergenza verso l'unificazione monetaria, l'Italia ha perseguito politiche fiscali di avanzo primario del bilancio pubblico, che è continuato fino ad oggi, con la sola eccezione del 2008 (il rapporto debito pubblico/PIL si è ridotto di circa 20 punti tra il 1990 e il 2007). Di conseguenza, la dinamica della spesa pubblica è stata da allora molto più moderata di quella sperimentata dalla Germania o dalla Francia (cfr. figura 8).

 

 
Figura 8-Spesa pubblica totale in termini reali (indice, 1991=100).*

 



 
Fonte: nostra elaborazione su OCSE.Stat, Economic Outlook n. 102 - Novembre 2017. *La spesa totale si riferisce alla spesa corrente più la spesa per investimenti (al lordo dei pagamenti di interessi se non diversamente specificato).

 

 

Queste tendenze, combinate con il peggioramento della distribuzione del reddito, la stagnazione dei salari e l’apprezzamento del tasso di cambio reale, in particolare nei confronti della Germania, hanno causato una stagnazione della domanda aggregata e, di conseguenza, una stagnazione della crescita della produzione e quindi della produttività. Molti studi hanno infatti documentato sia in generale, sia con riferimento specifico ai dati italiani, la validità della legge di Kaldor-Verdoorn, cioè che la crescita della produttività, in particolare nel settore manifatturiero, è in larga misura endogena e dipende dal crescita complessiva dell'economia (Millemaci e Ofria, 2014). Uno dei motivi è la dipendenza degli investimenti privati - che hanno ovviamente un ruolo molto importante nell'aggiornamento dei beni strumentali e della tecnologia - dalla crescita della domanda aggregata (Girardi et al., 2018).

 

 

Infine, va sottolineato che gli italiani, in netto contrasto con la retorica prevalente secondo la quale avrebbero vissuto "al di sopra delle loro possibilità", non hanno mai beneficiato di un sistema di spesa e di welfare pubblico davvero generoso. Nel complesso, la spesa pubblica pro capite, sia al netto che al lordo degli interessi, è sempre stata inferiore a quella di paesi avanzati comparabili, tra cui Francia e Germania (cfr. figura 9).

 

 
Figura 9-Spesa pubblica pro-capite in termini reali (al netto e al lordo degli interessi).

 



 

 
Fonte: nostra elaborazione su OCSE.Stat, Economic Outlook n. 102 - Novembre 2017.

 

 

Le origini dell'elevato debito pubblico non sono dovute a una spesa eccessiva; e - nonostante le entrate fiscali soffrano di un problema strutturale di evasione da parte dei lavoratori autonomi e delle imprese - le origini dell’elevato debito pubblico devono essere principalmente ricercate in un periodo di tempo specifico e relativamente breve, e nelle scelte fatte dalle autorità monetarie. Fu infatti durante gli anni Ottanta che l'Italia vide un raddoppio del rapporto debito pubblico/PIL, come conseguenza di tassi di interesse reali molto alti, che causavano un effetto valanga sul debito pubblico. Tassi di interesse così elevati servivano a sostenere l'obbligo a mantenere un tasso di cambio fisso all'interno dell'Unione economica e monetaria (UEM) tramite l’afflusso di capitali dall'estero, a fronte di un più alto tasso di inflazione rispetto ad altri paesi europei, che comportava un apprezzamento reale e il peggioramento della bilancia commerciale. Questa politica, tuttavia, non riuscì a impedire l'attacco speculativo e la svalutazione della lira italiana nel 1992, con la successiva uscita temporanea dal sistema di cambi fissi. In aggiunta a ciò, secondo alcune interpretazioni, la Banca d'Italia, attraverso tassi di interesse così elevati, mirava a sostenere i rendimenti delle banche nazionali, in modo che fossero in grado di fronteggiare una più intensa concorrenza internazionale nel settore finanziario. A prescindere dalle motivazioni, tuttavia, il punto è che, a partire dai primi anni '90, la preoccupazione di ridurre il peso del debito pubblico non implicava la necessità di una riduzione dell’eccessiva spesa pubblica, ma piuttosto lo scarso contributo del settore pubblico allo stimolo della domanda e alla crescita a livello macroeconomico rispetto ad altri paesi europei, nonché il basso coinvolgimento del settore pubblico (rispetto ad altri paesi industriali) nel fornire infrastrutture e servizi moderni e il sostegno pubblico agli investimenti e all'innovazione tecnica, che finiva col contribuire agli scarsi risultati complessivi in termini di crescita della produttività.

 

 

Conclusioni
Il triste quadro della situazione sociale ed economica italiana contribuisce a spiegare il recente voto italiano. Che si consideri giusta o sbagliata la scelta fatta dagli elettori, il messaggio principale è che la maggioranza della popolazione vuole un cambiamento rispetto al passato. Ciò non implica necessariamente che esista una chiara consapevolezza diffusa su ciò che sta accadendo. L’informazione nei media italiani su tutto ciò che riguarda la vita economica è insufficiente e standardizzata, generalmente tesa al sostegno dell'austerità e della deregolamentazione, e della tesi per cui i problemi del paese sono l’inefficienza, la corruzione e le spese eccessive, o almeno mal pianificate, da parte del settore pubblico. Ma quale che sia la comprensione dei problemi attuali a livello intellettuale, i cittadini sanno per esperienza diretta quali sono le loro difficoltà e i loro problemi. Sia il Movimento Cinque Stelle che la Lega hanno raccolto i voti di milioni di lavoratori della classe operaia e della classe media (in molti casi già elettori del Partito Democratico), e le loro campagne elettorali includevano molte promesse di un radicale cambiamento rispetto all'austerità (il Movimento Cinque Stelle si concentrava sull'attuazione di un ampio sistema di sostegno al reddito per i disoccupati e le persone a basso reddito, e su ulteriori investimenti pubblici nel Sud, mentre la Lega sottolineava una riduzione dell'imposizione fiscale mediante una "flat tax"; entrambe le parti inoltre concordavano sulla necessità di rivedere la legge sulla riforma delle pensioni del 2011 per renderla meno gravosa) e anche rispetto ad ulteriori liberalizzazioni del commercio internazionale. Non è chiaro se e fino a che punto manterranno ciò che hanno promesso. Ma, come già accaduto con il presidente del Consiglio Matteo Renzi alcuni anni fa, a meno che l'attuale governo non riesca a rispondere ai bisogni di una larga fetta del proprio elettorato e dimostri di attuare cambiamenti tangibili in termini di opportunità di lavoro, salari più alti, protezione sociale e investimenti pubblici in servizi e infrastrutture, il consenso attuale rischia di scomparire rapidamente. Tuttavia, anche senza tener conto delle reali intenzioni originali dei partiti ora al governo, le pressioni delle istituzioni europee e dei "mercati finanziari"[3] hanno già suscitato numerose dichiarazioni da parte dei membri del governo italiano, e in particolare del ministro per l’Economia, che ribadiscono la volontà di rispettare le regole di bilancio, il che a sua volta limiterebbe significativamente gli spazi di azione per affrontare i problemi appena elencati. D'altra parte, le iniziative del leader del Movimento Cinque Stelle e del ministro del Lavoro, volte a ridurre moderatamente la deregolamentazione del mercato del lavoro, stanno incontrando feroci critiche e opposizione da parte dell'associazione nazionale dei datori di lavoro (Confindustria). Ma la posta è molto alta: se il governo attuale perde consenso popolare ed elettorale, sia i grandi capitalisti sia gli elettori difficilmente torneranno a forze politiche moderate e liberali come il Partito Democratico o Forza Italia di Berlusconi, e le tensioni all'interno dell'UE e nella zona euro probabilmente continueranno a deteriorarsi.

 

 

 

Bibliografia
DeLong, J. B., Summers, L. H., Feldstein, M., & Ramey, V. A. (2012). Fiscal policy in a depressed economy [con commenti e discussione]. Brookings Papers on Economic Activity, 233-297.

Ciccone, R. (2012). Austerità, BCE e il peggioramento dei conti pubblici, in Oltre l’austerità, MicroMega.

Fatás, A., & Summers, L. H. (2018). The permanent effects of fiscal consolidations. Journal of International Economics, 112, 238-250.

Nuti, D. M. (2013). Perverse Fiscal Consolidation, Sbilanciamoci.info, 11. Versione italiana.

Millemaci, E., & Ofria, F. (2016). Supply and demand-side determinants of productivity growth in Italian regions. Structural Change and Economic Dynamics, 37, 138-146.

Giacchè, V. (2017) The Real Cause of the Italian Bank Bailouts and Euro Banking Troubles, https://www.ineteconomics.org/perspectives/blog/the-real-cause-of-the-italian-bank-bailouts-and-euro-banking-troubles

Girardi, D., Paternesi Meloni, W., & Stirati, A. (2017). Persistent effects of autonomous demand expansions. INET working paper No 70.

 

 

Note
[1] Si vedano DeLong et al. (2012) e Fatàs and Summers (2018); per un’analisi non mainstream, si vedano Ciccone (2012) e Nuti (2013).

[2] Il PIL reale era di circa 1,683 miliardi di euro nel 2007 e di 1,543 nel 2017 (OCSE), le unità di lavoro standard sono passate da 25,125 milioni a 23,962 (Istat) e l'indice di produzione industriale da 118,8 a 95,5 (Ameco).

[3] "I mercati finanziari", naturalmente, sono tutt’altro che una serie di piccoli investitori anonimi, ma possono essere guidati dalle azioni intraprese da un numero relativamente piccolo di grandi istituzioni finanziarie; a sua volta questi saranno molto sensibili alle tensioni con le Istituzioni europee e in particolare all'atteggiamento della Banca centrale europea, poiché da ciò dipende la "rischiosità" (caduta dei prezzi o ridenominazione) dei titoli pubblici italiani e la relativa debolezza delle banche italiane che possiedono una grande percentuale di queste ultime.

05/04/18

Zingales – I populisti italiani possono battere l’establishment europeo

In un articolo su Foreign Policy, Luigi Zingales, uomo dell'establishment ma anche suo critico, sembra sorprendentemente augurarsi che l'esito delle elezioni del 4 marzo possa portare finalmente a una contrapposizione vera tra ltalia e UE. Dichiarato senza giri di parole che i problemi della moneta unica erano ben noti fin dal principio, che la crisi degli spread è stata cinicamente manovrata dalla BCE per fini politici, e che l'establishment italiano finora ha preferito barricarsi dietro le istanze europee (anziché opporvisi) per aggirare così il processo democratico, Zingales sembra augurarsi che l'Italia possa finalmente voltare pagina. La presenza di due importanti partiti "populisti" in Italia, anziché di uno solo, secondo Zingales è un bene, a patto che i due non si uniscano in coalizione, perché così mentre uno dal ruolo di governo svolgerebbe delle trattative con l'Europa, l'altro potrebbe presentarsi come spauracchio per un'alternativa ancora più radicale in caso di fallimento. Quel che soprattutto lascia perplessi in questa analisi sono le priorità indicate da Zingales per la possibile intesa, da lui auspicata, tra Movimento 5 Stelle e PD. La prima - che conterebbe su una apertura di Macron alla revisione delle regole sulla immigrazione - pare già smentita sul nascere; le altre due, l'assicurazione europea sulla disoccupazione e la prospettiva di una ristrutturazione del debito pubblico italiano, non farebbero che portare avanti il disegno liberista di integrazione sovranazionale che sta rovinando il nostro paese, con buona pace del "populismo"  che, a parole, dovrebbe trionfare. (Inoltre, l'ostacolo al successo rappresentato dalla mancanza di persone qualificate a negoziare tra i populisti, per quanto riguarda la Lega andrebbe aggiornato...)

 

 

 

di Luigi Zingales, 3 aprile 2018

 

Le recenti elezioni italiane rappresentano per l’Europa un colpo più duro di quello della Brexit. I britannici, dopotutto, erano sempre stati euroscettici. Il Regno Unito aveva aderito all’allora Comunità Economica Europea tardi e con riluttanza, e per la maggior parte degli ultimi 45 anni la maggioranza dei britannici non ha visto l’Unione europea come qualcosa di vantaggioso. Il voto sulla Brexit è stato poco più che la legittimazione politica di un’avversione già presente e profondamente radicata.

 

Al contrario l’Italia, uno dei paesi fondatori della comunità europea, è sempre stato un paese eurofilo. Storicamente più dell’80 percento degli italiani vedeva benefici nell’appartenenza all’UE. Quando il 4 marzo gli italiani hanno votato in massa per partiti euroscettici non lo hanno fatto perché detestano l’Europa, ma perché hanno sentito che l’Europa li stava rovinando. Una coalizione che includa almeno uno di questi partiti formerà, con ogni probabilità, il prossimo governo italiano.

 

Ora la questione critica – non solo per l’Italia, ma per tutta l’Europa – è cosa potrà realmente fare un nuovo governo italiano, con nuovi partiti e nuovi uomini politici. Ciò dipenderà dalla capacità della classe politica populista, non ancora messa alla prova, di trovare punti su cui fare leva per opporsi efficacemente al resto dell’Europa. E i populisti italiani, se saranno creativi, potranno farcela.

 

È l’economia, stupido!

 

Prima delle elezioni italiane il prestigioso giornale tedesco Der Spiegel pubblicava un pezzo che descriveva l’Italia come un paese di bambini che votano per dei clown. Era un articolo ovviamente offensivo. Ma ha anche dimostrato la completa mancanza di comprensione della situazione politica italiana. Per gli elettori italiani – per parafrasare James Carville, ex consigliere politico del presidente USA Bill Clinton – “è l’economia ed è l’immigrazione, stupido!”.

 

La crisi economica italiana inizia nel 2008 ed è confrontabile alla crisi degli anni ’30 in Germania: tre grosse banche sono crollate, il 30 percento delle aziende sono fallite, la disoccupazione ha raggiunto il 12 percento, quella giovanile il 35 percento, e centinaia di migliaia di persone brave e capaci sono costrette a lasciare il paese ogni anno per cercare lavoro all’estero. Dati questi numeri, ciò che sorprende non è il voto di protesta, ma semmai quanto questo voto di protesta sia stato contenuto. Il Movimento Cinque Stelle (che ha ottenuto circa il 32 percento dei voti) è più simile al partito mainstream tedesco dei Verdi che non all’estrema sinistra della Linke, ed è chiaramente più moderato dei partiti anti-establishment come Podemos in Spagna e Syriza in Grecia. Al contempo la Lega (che ha ottenuto il 17 percento dei voti) è più moderata rispetto ad Alternativa per la Germania, che nelle scorse elezioni nel paese tedesco ha preso il 13 percento dei voti nonostante una disoccupazione ad appena il 3,6 percento e un reddito pro capite che negli ultimi due decenni è cresciuto del 30 percento.

 

Se l’Europa non è certamente l’unico colpevole della pessima situazione economica dell’Italia, non si può nemmeno dire che sia senza colpe. Il progetto di una moneta unica europea conteneva grossi difetti – tra cui la combinazione di rigide regole di bilancio e la mancanza di stabilizzatori automatici (come ad esempio l’assicurazione sulla disoccupazione negli USA, un sistema pagato in parte coi fondi federali) – e questi difetti erano ben noti ai suoi creatori, anche a quelli italiani. Nonostante questi ben noti difetti (e l’insorgere di una enorme crisi), nel corso degli ultimi 20 anni non è stato fatto nessun passo avanti per correggerli.

 

Altri problemi sono diventati evidenti solo durante la stessa crisi dell’euro – ad esempio la mancanza di un meccanismo per un intervento rapido volto a evitare il panico sul mercato dei titoli pubblici. Qualsiasi paese con una situazione fiscale precaria come quella italiana deve sapere che la banca centrale è pronta a intervenire per sostenere il debito pubblico in caso di una crisi di fiducia. Si vedano le differenze tra i rendimenti dei titoli del Regno Unito e quelli della Spagna dopo la crisi finanziaria. I due paesi avevano livelli di debito e di deficit molto simili. Ma il mercato ha preteso dalla Spagna, non dal Regno Unito, rendimenti maggiori dei titoli, per il fatto che c'erano incertezze sulla volontà della Banca centrale europea (BCE) di intervenire in caso di necessità.

 

A dire il vero la BCE alla fine è intervenuta, sia nel caso spagnolo che in quello italiano, ma solo dopo un lungo indugio. Il ritardo nell’intervento non era dovuto a incompetenza, ma all’esplicito desiderio di imporre la “disciplina di mercato” – sarebbe a dire, mettere pressione sul governo affinché migliorasse la sua situazione fiscale. È stata una sorta di waterboarding economico (una forma di tortura nota come "annegamento simulato" o "sottomarino", ndt) che ha lasciato l’economia italiana devastata e gli elettori italiani legittimamente infuriati verso le istituzioni europee.

 

… Ma c’è anche l’immigrazione

 

Nel frattempo l’immigrazione ha giocato un ruolo importante (e uno potrebbe dire sproporzionatamente importante) nelle elezioni USA del 2016 e nelle elezioni tedesche del 2017, e lo stesso ha fatto anche nelle elezioni italiane 2018. In Italia, però, il problema immigrazione è fondamentalmente diverso da quello degli Stati Uniti e della Germania. Molti degli immigrati non vogliono stabilirsi in Italia. Si trovano in Italia solo come paese di passaggio per raggiungere successivamente la Francia, la Germania e il Regno Unito.

 

Ma allora perché gli italiani sono così risentiti sull’immigrazione? Perché le regole europee sono progettate affinché il paese di arrivo (che generalmente è l’Italia) sopporti tutti i costi dell’assistenza. È come se tutti gli immigrati degli Stati Uniti passassero per il New Mexico, e fosse questo stato ad essere il responsabile esclusivo della loro assistenza, tramite il proprio bilancio statale – con la differenza ulteriore che gli immigrati che arrivano nel New Mexico possono liberamente muoversi verso il resto della nazione, mentre gli immigrati che arrivano in Italia non possono. La scorsa settimana i media italiani hanno riportato il caso di una donna nigeriana incinta, che stava morendo di cancro e al contempo stava cercando di raggiungere la propria sorella in Francia per affidarle il bambini, ma è stata respinta dalla polizia francese verso l’Italia, dove è morta.

 

Per aggiungere al danno la beffa, la crisi migratoria italiana è un disastro di matrice europea. L’intervento europeo che ha distrutto il paese libico – paese che ora è terreno fertile del terrorismo e dell’immigrazione illegale – è stato voluto dall’allora presidente francese Nicolas Sarkozy, che intendeva accrescere il potere della Francia all'estero  e forse anche nascondere la provenienza del denaro che si dice abbia ricevuto dal leader libico Muammar Gheddafi per la sua campagna elettorale.

 

Certo, l’UE non è l’unica parte in causa nella crisi migratoria italiana. Il governo italiano ha firmato volontariamente la Convenzione di Dublino, che assegna il peso dell’immigrazione al paese di sbarco (sebbene la stessa Convenzione implichi anche che ciascun paese debba farsi carico di una quota di migranti, e la maggior parte dei paesi ha rifiutato), e ha, seppure in modo riluttante, seguito Sarkozy nell’avventura militare libica.

 

Dov’è la speranza?

 

Il quadro della situazione che ho tracciato finora è piuttosto desolante. C’è un lato positivo? Sì, e si trova nel senso di urgenza scatenato dal risultato delle elezioni italiane. Già prima che i voti italiani fossero scrutinati, il presidente francese Emmanuel Macron aveva iniziato ad ammettere che l’Italia era stata lasciata sola nella crisi dell’immigrazione. La settimana seguente Macron ha incontrato la cancelliera tedesca Angela Merkel per riaffermare la necessità di una riforma delle politiche europee e condividere meglio il peso dell’immigrazione in tutto il continente.

 

Ciò che sta spingendo l’attivismo di Macron non è solo la sua ambizione di scrivere la storia come demiurgo di una nuova Europa. È anche la consapevolezza che – se non ci sarà una opportuna reazione – il voto italiano potrebbe alla fine portare all’uscita dell’Italia dall’euro, un’uscita che la Francia non può permettersi. Se la forte economia tedesca potrebbe funzionare anche in una più ristretta unione monetaria dei paesi nordici, lo stesso non si può dire della Francia. Un’Italia con una moneta svalutata sottrarrebbe alla Francia quote di mercato in molti dei suoi più importanti settori economici, dall’agroalimentare al settore automobilistico, fino al settore dei servizi bancari, per non parlare del turismo. È già abbastanza difficile per la Francia mantenere il suo costoso stato sociale e al contempo competere alla pari con le aziende tedesche. Le diventerebbe impossibile continuare così se le aziende italiane riuscissero facilmente a prevalere su quelle francesi grazie a una moneta svalutata. Uno scenario di “Quitaly” [in italiano diremmo “UscITA”, NdVdE] sarebbe il più grande regalo politico che una indebolita Marine Le Pen potrebbe ricevere ora – ed è per questo che Macron intende fare tutto il possibile per evitarlo.

 

Il problema è che il suo potere può essere limitato. Qualsiasi riforma richiede il consenso del resto dell’Unione e, soprattutto, della Germania. Gli elettori tedeschi sono terrorizzati all’idea di diventare i finanziatori di ultima istanza di un’Europa in fallimento. Per questa ragione i politici tedeschi si oppongono a qualsiasi forma di accordo per una condivisione dei rischi, sia pure la più modesta e ragionevole, come quella di un deposito assicurativo comune per le banche supervisionato dalla BCE. È come se lo stato di New York avesse insistito che fosse la California a ripianare interamente le perdite che il fallimento di IndyMac ha inflitto alla Federal Deposit Insurance Corp.

 

Il poliziotto buono e il poliziotto cattivo

 

Nonostante ciò la strategia di un nuovo governo italiano dovrebbe essere quella di fare leva sull’evidente interesse di Macron a riformare l’eurozona. E può farcela, se gioca le carte giuste.

 

Il primo passo dovrebbe essere quello di respingere la strategia negoziale aggressiva adottata dall’ex ministro delle finanze greco Yanis Varoufakis. Lui pensava di poter ottenere concessioni sul debito dai suoi partner europei minacciando un default volontario sui titoli greci precedentemente acquistati dalla BCE, al fine di far saltare il quantitative easing e provocare un contagio in tutto il continente. Varoufakis non ha considerato che i politici tedeschi avrebbero preferito perdere dei miliardi piuttosto che cedere a una minaccia, perché in tal caso sarebbero stati certamente rimossi da un elettorato furioso nelle elezioni immediatamente seguenti.

 

Sebbene l’Italia abbia maggiore potere contrattuale rispetto alla Grecia, può essere soffocata finanziariamente proprio nello stesso modo – come la Grecia lo fu nel 2015 – se dovesse rendere esplicita la propria minaccia. Nel momento in cui il governo italiano dovesse minacciare di uscire dall’euro, i capitali inizierebbero immediatamente a defluire dal sistema bancario italiano. Per restare aperte, le banche italiane dovrebbero allora ottenere qualche forma di liquidità di emergenza dalla BCE. Se il governo italiano dovesse esplicitare le proprie considerazioni su una uscita dall’euro, la BCE avrebbe l’incentivo a negare tali prestiti, provocando una corsa agli sportelli.

 

Il governo italiano potrebbe bloccare temporaneamente la corsa agli sportelli imponendo dei controlli sui movimenti di capitali e dei limiti sul ritiro di contante agli sportelli, proprio come è avvenuto in Grecia. Ma queste misure impatterebbero gravemente sull’economia, minando il sostegno popolare a qualsiasi governo decidesse di imporle. Cosa più importante, causerebbero fratture in qualsiasi coalizione e nei partiti stessi. Alcuni osservatori – come Wolfgang Münchau sul Financial Times – hanno sostenuto che l’Italia sia troppo grande per fallire, implicando che il resto dell’Europa dovrebbe correrle in soccorso. Forse ha ragione, ma l’aiuto verrebbe eventualmente all’ultimo istante, dopo mesi se non anni di perdite sui depositi e di recessione economica. In una qualsiasi guerra di logoramento – indipendentemente da quale governo la porti avanti – l’Italia dovrebbe colpire per prima.

 

Ma anche il tradizionale metodo italiano di rinunciare a qualsiasi richiesta di riforma fondamentale dell’eurozona in cambio dell’ottenimento di un po’ di flessibilità sulle regole di bilancio europee (note anche come fiscal compact) non è una strategia vincente. Questo approccio finora ha ottenuto ben poco vantaggio per  l’Italia e ha causato una perdita di consenso di metà dell’elettorato del paese.

 

Sarebbe molto meglio se un nuovo governo italiano adottasse un approccio su due livelli: un grosso sforzo per rivedere i difetti delle regole europee con l’implicita minaccia (anziché esplicita) che se tale strategia dovesse fallire il governo in carica crollerebbe e quello successivo uscirebbe dall’euro. È su questo che la presenza di due grossi partiti euroscettici italiani può portare un vantaggio. Se i due non governeranno assieme, uno dei due potrebbe negoziare con l’Europa sostenendo che, se le trattative fallissero, l’altro salirebbe al potere e sarebbe peggio.

 

I primi ministri Matteo Renzi e Paolo Gentiloni hanno già giocato a loro modo questa strategia dal 2014 al 2017, quando chiedevano maggiore flessibilità di bilancio al fine di evitare un'ulteriore crescita dei partiti populisti. Ma c’erano due grosse differenze rispetto ad ora: primo, erano alquanto isolati in Europa nella loro richiesta di maggiore flessibilità fiscale, ed erano incapaci di ispirare una coalizione più ampia. Oggi se l’Italia conduce la sua battaglia per le necessarie riforme, anziché per chiedere flessibilità sulle regole già esistenti, può contare sul sostegno della Francia di Macron, che ha a sua volta da ammorbidire il proprio elettorato sempre più euroscettico, col rischio di perdere le prossime elezioni.

 

La seconda differenza rispetto ai precedenti tentativi italiani di strappare qualche concessione all’Europa è che il resto del continente prima non credeva che la minaccia populista fosse una minaccia reale, specialmente dopo una serie di risultati rassicuranti nel corso del 2017, dalla Francia all’Olanda, all’Austria. Ora due partiti populisti in Italia avrebbero, assieme, la maggioranza dei seggi parlamentari alla Camera e al Senato, e la questione non è più se la minaccia populista sia reale, ma quale forma prenderà il populismo italiano.

 

Quale populismo?

 

Storicamente il populismo ha preso molte forme, alcune più a destra e altre più a sinistra. In questo l’Italia non è diversa dagli altri paesi. Da un lato c’è la Lega, che rappresenta una forma di nazionalismo economico un po’ come il Front National della Le Pen in Francia. Dall’altro lato c’è il Movimento Cinque Stelle, che enfatizza maggiormente le istanze progressiste come il reddito di cittadinanza, le questioni ambientali e la lotta alla corruzione.

 

Al momento presente una coalizione tra i due partiti populisti sembra la cosa più probabile, dato che le divisioni ideologiche ora sono meno forti del desiderio di sostituire l’attuale establishment. Da un lato una tale coalizione avrebbe la maggiore coerenza interna nel trattare una linea dura con l’Europa. Dall’altro lato però indebolirebbe la posizione negoziale italiana. Se la coalizione dovesse fallire, non ci sarebbe alcuna alternativa se non il ritorno al vecchio regime.

 

Un’altra possibilità sarebbe un governo della Lega con i suoi alleati di centrodestra (che assieme hanno ottenuto il 37 percento dei voti), con una benevola astensione da parte del Partito Democratico. In questa coalizione l’euroscetticismo della Lega sarebbe diluito dalle posizioni più moderate dei suoi alleati. Il problema è che il resto della coalizione (e specialmente il partito dell’ex primo ministro Silvio Berlusconi) è poco propenso a riformare l’Europa. Sarebbe più o meno la stessa cosa di prima.

 

La terza opzione è una coalizione tra Movimento Cinque Stelle e Partito Democratico, il grande perdente delle ultime elezioni. Al momento questa sembra una possibilità remota, dato che il PD rigetta categoricamente l’idea. Tuttavia questa proposta avrebbe molti vantaggi. Primo, legittimerebbe l’elettorato italiano dando al primo partito, il Movimento Cinque Stelle, la possibilità di governare, mentre la presenza del Partito Democratico garantirebbe i partner europei e i mercati dalle opzioni più radicali (come il tentativo di uscire dall’euro). Rappresenterebbe anche una minaccia credibile per l’Europa, perché il fallimento di una coalizione Movimento Cinque Stelle-PD consegnerebbe l’Italia nelle mani dei populisti nazionalisti pronti a uscire dall’euro.

 

Le tre priorità

 

La prima priorità di un nuovo governo dovrebbe essere quella di riformare la Convenzione di Dublino sull’immigrazione. Questo sarebbe un risultato comunque minore, visto che Macron ha già aperto degli spiragli su questo punto. Oggi i richiedenti asilo politico non possono entrare legalmente in Europa, ma una volta che sono entrati possono fare richiesta di asilo politico. Dovrebbe essere vero l’opposto. Quando sono verificate certe condizioni dovrebbe essere relativamente facile per un richiedente asilo fare domanda dal proprio paese di origine, ma dovrebbe essere impossibile farlo dopo essere entrato illegalmente nel continente. Secondo punto, il pattugliamento delle coste e delle frontiere europee dovrebbe essere a carico di tutte le forze europee e non solo di quelle di frontiera. Di conseguenza gli immigrati che vengono soccorsi dalla polizia di frontiera dovrebbero essere suddivisi automaticamente tra i paesi membri in ragione del numero dei propri cittadini, e non abbandonati tutti in Grecia o in Italia. Terzo punto, la stessa libertà di movimento che viene garantita ai cittadini dei paesi europei all’interno della UE dovrebbe essere garantita anche agli immigrati. Questo renderebbe l’immigrazione davvero un problema europeo e non un problema dei paesi di frontiera.

 

La seconda priorità è quella di creare una qualche forma di assicurazione europea per la disoccupazione. L’Italia e la Grecia sono gli unici paesi nell’eurozona a non avere un ampio programma di assicurazione per la disoccupazione. Il Movimento Cinque Stelle ha fatto una campagna molto insistente a favore di una qualche forma di assicurazione. Tutti gli altri hanno insistito sull’infattibilità di un tale piano alla luce degli attuali limiti di bilancio imposti dall’Europa. La soluzione potrebbe essere una forma di assicurazione su base europea, che si attiverebbe nel momento stesso in cui un paese affronta un’ampia recessione. Questa non sarebbe solo una vittoria per il governo che riuscisse a metterla in atto, ma sarebbe anche un primo aggiustamento dei difetti della moneta unica.

 

Infine, per rassicurare i tedeschi che non dovranno pagare per una bancarotta italiana, il governo italiano potrebbe accettare la proposta avanzata dalla Germania di permettere ai paesi in difficoltà finanziaria di ristrutturare il proprio debito sovrano a due condizioni. Primo, che ogni paese possa emettere titoli pubblici solo fino al 60 percento del PIL che siano esenti da qualsiasi forma di bail-in e che siano garantiti dagli altri paesi dell’eurozona. In questo modo qualsiasi paese potrebbe finanziarsi con degli “asset sicuri” a un tasso conveniente. Secondo, che solo i titoli di nuova emissione possano essere considerati “senior” e pertanto garantiti. Questo provvedimento allevierebbe parzialmente le preoccupazioni tedesche sul rischio di una propria sottoscrizione di passività italiane già esistenti. Inoltre renderebbe “junior” tutti i titoli già esistenti, aprendo la possibilità di una ristrutturazione volontaria dei debiti già esistenti nei paesi più indebitati, cosa che avrebbero dovuto fare quando sono entrati nell’euro.

 

I maggiori ostacoli

 

Arrivare a un tale accordo non sarebbe facile, eppure gli ostacoli maggiori non starebbero nei partner europei dell’Italia, ma nell’Italia stessa. Il primo problema è quello della qualità del personale italiano a Bruxelles. Ancora oggi i burocrati e il personale politico italiano non sono certo tra i negoziatori più competenti. È poco probabile che un partito populista riesca a identificare e a promuovere una nuova squadra di negoziatori più competenti, così dalla sera alla mattina.

 

Il secondo ostacolo viene dalla visione cinica che l’establishment italiano ha dell’Europa. Se l’Italia non è stata capace di ottenere accordi migliori non è solo colpa dei suoi governi deboli e dei suoi burocrati incompetenti. La maggior parte dell’establishment italiano ha accolto le rigide regole europee per costringere gli italiani ad accettare ciò che altrimenti non avrebbero mai approvato attraverso un processo democratico. Come mi ha confessato l’amministratore delegato di una grossa banca italiana: “L’Italia sarebbe gestita meglio se fosse gestita dalla Germania”. La maggior parte dell’establishment italiano, quindi, è riluttante a opporsi a qualsiasi revisione delle regole europee.

 

Le elezioni del 4 marzo, però, non hanno rappresentato solo un voto anti-europeo: sono state soprattutto un voto anti-establishment. Gli italiani si sono democraticamente ribellati contro un establishment che è incapace di guidarli. O l’establishment italiano impara rapidamente la lezione o sarà obbligato a farsi da parte – non solo per il bene dell’Italia, ma per il bene di tutta l’Europa.

 

18/03/18

FT - I risultati delle elezioni italiane denunciano l'inadeguatezza dell'Eurozona

Per quanto contenga anche una serie di affermazioni discutibili, questo articolo di Martin Wolf - pubblicato su uno dei capisaldi dell'informazione economica ortodossa, il Financial Times - mette in luce come il risultato delle elezioni italiane sia da addebitare al fallimento economico dell'eurozona. Ma soprattutto rileva l'assenza in Italia di spazi di manovra politica "all'unico livello che conta veramente, quello nazionale". Economia stentata e impotenza della politica sono una ricetta per produrre populismo e fragilità del sistema, conclude. Non proprio novità, ma ora arrivano dal Financial Times, che supera di slancio a sinistra la pseudosinistra italiana.   

 

 

 

di Martin Wolf, 13 marzo 2017

 

 

Fino a quando la prosperità non sarà distribuita meglio, l'Europa rimarrà vulnerabile agli sconvolgimenti

 

I risultati delle elezioni in Italia danno una lezione all'Europa. Un tempo gli italiani erano tra i sostenitori più entusiasti del progetto europeo. Ora non è più così. La combinazione di malessere economico e impotenza politica ha screditato non solo l'élite politica e parlamentare italiana, ma anche l'impegno del Paese con l'UE. Questo non significa che l'Italia stia per uscirne: i costi sarebbero eccessivi. Significa però che oggi è molto maggiore la minaccia sia di attriti tra l'Italia e l'establishment europeo sia di ulteriori perturbazioni finanziarie ed economiche.

 

I risultati elettorali sono altrettanto sconvolgenti di quelli del referendum sulla Brexit e dell'elezione di Donald Trump negli Stati Uniti: il 55% degli elettori ha scelto i partiti euroscettici e antisistema.

 

Grafico 1

Fallimento cumulativo dell'obiettivo di inflazione

Indice dei prezzi al consumo di fondo (esclusi alimentari ed energia) in Eurozona
(100=gennaio 2017)


 



 

Linea blu: inflazione effettiva (media mobile su 12 mesi)

Linea rosa: obiettivo

Linea verde (scala a destra): scostamento dall'obiettivo (%)

 

Il Movimento Cinque stelle - un non ben caratterizzato partito di protesta - ha ottenuto il 32% dei voti, mentre la Lega - un partito nazionalista di destra - ne ha presi il 18%. La percentuale di voti del Partito democratico di centro-sinistra, quello in cui l'establishment europeo aveva riposto la sua fiducia, è crollata dal 41% di quattro anni fa al 19% di oggi. La quota di Forza Italia, di Silvio Berlusconi, è scesa al 14%. La rivoluzione populista divora chi l'ha generata.

 

Perché gli elettori italiani sono così disincantati? Le risposte ovvie sono che l'andamento dell'economia è stato molto deludente, e i politici italiani affermati sono sembrati del tutto inefficaci. Questo certo non è dovuto soltanto - e probabilmente nemmeno come prima causa - alla partecipazione dell'Italia all'euro. Ma l'essere parte dell'eurozona ha peggiorato le cose. Non da ultimo, offre un capro espiatorio esterno, che politici senza scrupoli sono felici di sfruttare (offre soprattutto un vincolo esterno usato per imporre le politiche economiche deflazionistiche che hanno schiacciato l'economia del Paese, ci permettiamo di far notare, NdVdE). Incolpare gli stranieri è sempre una strategia allettante. In un paese in crisi con una popolazione frustrata, è irresistibile.

 

 

Grafico 2

Crescita fiacca del PIL nominale

Crescita effettiva e obiettivo di crescita del PIL nominale in Eurozona (Q1 2007=100), con % di scostamento dall'obiettivo

 



Linea blu: crescita effettiva 

Linea rosa: obiettivo

Linea verde (scala a destra): scostamento dall'obiettivo (%)

 

 

Un aspetto da notare dell'eurozona è stata l'inadeguatezza della sua politica macroeconomica generale. Nel gennaio 2018 l'indice dei prezzi al consumo della zona euro (esclusi i prezzi instabili) era inferiore del 7,2% rispetto a quello che sarebbe stato se da gennaio 2007 fosse aumentato a un tasso annuo dell'1,9% - ovvero un tasso di inflazione che è un'interpretazione ragionevole dell'obiettivo della Banca centrale europea "tassi di inflazione nel medio termine inferiori, ma vicini, al 2% ".

 

Un altro modo di valutare la politica macroeconomica è in termini di crescita del prodotto interno lordo nominale. Al terzo trimestre del 2017, il PIL nominale della zona euro era inferiore dell'11% rispetto a quello che sarebbe stato se fosse cresciuto ad un tasso annuo del 3% dall'inizio del 2007 - un tasso che sarebbe stato coerente con una crescita reale annua intorno all'1% e inflazione del 2%. Sotto Mario Draghi, in generale, la BCE ha agito con successo. Eppure nel suo complesso la politica macroeconomica è stata chiaramente inadeguata. Non è riuscita a determinare un'adeguata crescita della domanda aggregata complessiva (vedi i grafici).

 

Grafico 3

Divergenza nelle entrate nominali

PIL nominale (Q1 2007=100)

 



 

All'interno di questo contesto macroeconomico debole, tra i singoli paesi membri si sono aperte divergenze enormi. Il PIL nominale della Germania è aumentato del 34% tra il primo trimestre del 2007 e l'ultimo trimestre del 2017 (un tasso medio annuo composto del 2,7%). Nello stesso periodo l'Italia è cresciuta di appena il 9 % (un tasso medio annuo composto dello 0,8 per cento).

 

Non sorprende che, data la modesta crescita generale del PIL nominale, perfino l'inflazione media di fondo annuale della Germania sia stata in media di poco superiore all'1%. Un'inflazione così bassa nel principale paese creditore ha reso molto più difficili gli adeguamenti della competitività all'interno dell'eurozona.

 

Se il governo italiano fosse stato in grado di perseguire la sua tradizionale politica di svalutazione e inflazione, avrebbe potuto generare un aumento molto più sostenuto del PIL nominale. Questo sicuramente avrebbe prodotto livelli più elevati anche della produzione reale. Il PIL reale dell'Italia nell'ultimo trimestre del 2017 è stato, invece, inferiore del 5% al suo livello nel primo trimestre del 2007, mentre il PIL reale pro-capite era ancora circa del 9% inferiore rispetto al livello del 2007, un decennio pieno dopo. Non c'è da meravigliarsi che gli italiani siano disillusi.

 

Grafico 4

Divergenza nelle entrate reali

PIL reale pro capite (2007=100)

 



 

Senza dubbio l'Italia ha enormi problemi economici strutturali, che limitano fortemente la crescita, ma la produzione potenziale non può essere diminuita così tanto dal 2007. L'Italia soffre anche di una domanda cronicamente insufficiente, un problema a cui l'eurozona, come è gestita ora, semplicemente non è in grado di porre rimedio. Questo è in parte dovuto al fatto che la domanda globale [in eurozona] è stata troppo scarsa e in parte al fatto che, se si rispettano le regole, la domanda non può essere sostenuta dove è più debole.

 

Una recessione prolungata, con alta disoccupazione e bassa occupazione, ha inevitabili conseguenze politiche. Ma la maggiore frustrazione potrebbe essere che le persone per cui gli Italiani votano non hanno praticamente alcuno spazio di manovra. La questione è stata chi votare (o talvolta non votare del tutto) perché portasse avanti le politiche decise a Bruxelles e Berlino. Perché non votare per un comico o per un partito creato da un comico? Potrebbe non fare molta differenza riguardo a quello che succede in Italia, ma almeno potrebbe essere più divertente.

 

Alcuni economisti italiani ora sostengono che il paese potrebbe ottenere un certo grado di libertà di politica macroeconomica emettendo il cosiddetto " denaro fiscale ", una valuta parallela che potrebbe essere utilizzata per pagare le tasse in Italia.

 

Grafico 5

Divergenza nell'occupazione

Tasso di occupazione (% tra i 15 e i 64 anni)

 



 

Tecnicamente, questo è possibile. Scatenerebbe sicuramente reazioni isteriche nell'Europa settentrionale, poiché eliminerebbe il monopolio della politica monetaria della BCE. Ma il fatto stesso che una idea così radicale sia discussa dimostra la portata del disincanto in un paese così grande e importante. A meno che e fino a quando la zona euro non sarà in grado di generare prosperità ampiamente condivisa, rimarrà vulnerabile agli sconvolgimenti politici.

 

La debolezza del sistema, oltre all'impotenza della politica democratica all'unico livello che conta veramente (quello nazionale) resta una ricetta per il populismo e la fragilità.

 

L'Italia, come molti dicono, è troppo grande sia per fallire sia per essere salvata. Ma i suoi elettori si sono spostati dall'eurofilia allo scetticismo.

 

Che questo piaccia o no, i rischi di ulteriori sconvolgimenti sono grandi.

 

16/03/18

ZH - L'esito elettorale in Italia? Colpa della Russia

Con un certo sarcasmo Zero Hedge nota la colpevolizzazione quasi immediata della Russia dopo il risultato elettorale italiano, agli occhi degli osservatori internazionali. Un articolo particolarmente esplicito è stato quello diffuso su El Pais da Samantha Power, uno dei diplomatici più in vista dell'amministrazione Obama, nonché ambasciatore americano all'ONU. Poco importa che la Power sia stata tra i più ferventi guerrafondai e sostenitrice degli interventi in Siria e Libia, che hanno scatenato i flussi di immigrati di cui oggi gli italiani si lamentano. Poco importa anche che in Italia ci siano livelli mai visti di disoccupazione, stagnazione economica e nessuna prospettiva per il futuro. L'esito elettorale è stato evidentemente determinato dalle fonti di notizie russe.

 

 

di Zero Hedge, 06 marzo 2018

 

Se in Europa c'è una tornata elettorale, e se vincono i partiti anti-establishment (come è appena successo in Italia e, qualche mese fa, in Austria), a chi pensate di dare la colpa? A Vladimir Putin, ovviamente!

 

È proprio questo che ha fatto Samantha Power, uno dei diplomatici più in vista dell'amministrazione Obama, pubblicando un articolo sullo spagnolo El Pais, spiegando come la Russia abbia predeterminato l'esito della tornata elettorale di domenica in Italia, insistendo sul discorso immigrazione. "L'Italia si aggiunge alla lunga lista dei paesi le cui elezioni sono state influenzate dalla Russia. Sputnik continuerà a fare quello che sta facendo. La domanda è: come intendono reagire, le nostre democrazie? Gli elettori si decideranno a ripudiare i candidati che cercano di beneficiare delle interferenze russe?"

 

Come vedete, la disoccupazione giovanile al 38% non c'entra nulla, come non c'entrano nulla l'economia in stagnazione, il peso del debito, la quantità di giovani che vivono ancora a casa coi genitori, le scarse opportunità di avanzamento di carriera e la percezione che è tutto manipolato. No, è colpa della Russia!

 

Secondo un'analisi sui social media svolta da un'azienda privata,  l'articolo sul giornale spagnolo promosso dalla Power ha avuto grande successo. L'articolo afferma che Sputnik, la fonte di notizie russa, e i suoi onnipotenti mezzi di diffusione, hanno radicalizzato il discorso sull'immigrazione in Italia. Questo, ovviamente, perché gli italiani non possono essere per davvero insoddisfatti di vivere in un paese che è la meta primaria di destinazione di chi attraversa il Mediterraneo dalla Libia, e non hanno il diritto di sentirsi traditi dalle politiche migratorie di Bruxelles, che la scorsa estate ha minacciato l'Italia di ricorrere "all'opzione nucleare" e ha equiparato l'Italia a una nazione europea di serie B.

 

Ma aspettate, l'ironia inizia adesso: ricordate che Samantha Power era stata un'accesa sostenitrice degli "interventi umanitari" condotti dalle forze militari degli Stati Uniti fin dai tempi della Jugoslavia? Durante il suo incarico come membro del Consiglio di Sicurezza, e poi come ambasciatore dell'amministrazione Obama all'ONU, questo pretesto di intervento sovrano è stato usato per distruggere la Libia, che sotto Gheddafi fungeva da tampone all'immigrazione irregolare verso l'Europa, e che oggi è diventata uno snodo fondamentale per il traffico di esseri umani. La scusa dell'intervento umanitario era stata invocata anche per armare i gruppi ribelli in Siria, scatenando la guerra che ha costretto milioni di persone a sfollare e ha spinto molti milioni di siriani a cercare di fuggire in Europa. La Power, tra l'altro, sosteneva la necessità di un intervento diretto come in Iraq.

 

L'articolo della Power ha attirato una quantità di repliche piccate, con gli utenti di Twitter pronti a ricordare alla Power i numerosi interventi attuati da Washington, e definendo la sua posizione "ridicola". Ad ogni modo li potete ignorare: sono certamente tutti degli agenti russi al comando del Cremlino.

 





 

Nel frattempo le elezioni italiane di domenica, proprio come le recenti elezioni in Germania e in Austria, hanno scosso la scena politica, con gli elettori che abbandonano i partiti di governo di centro-sinistra e si orientano verso forze anti-establishment. Il Movimento Cinque Stelle è emerso come il singolo partito con la maggiore percentuale di voti, ottenendo oltre il 32%, mentre il partito anti-immigrazione Lega Nord è andato ben oltre le aspettative, raccogliendo il 17% dei voti. L'intero blocco di centro sinistra, guidato dal Partito Democratico dell'ex primo ministro Matteo Renzi, ha ottenuto in totale solo il 23% dei voti, e ha ammesso che si tratta di "una sconfitta elettorale molto netta".

 

L'analista politico Daniele De Bernardin ritiene che domenica le persone abbiano semplicemente votato per un cambiamento, non per un partito nello specifico.

 

"Negli ultimi cinque anni abbiamo avuto molti cambiamenti nei partiti di governo nel paese. Il Movimento Cinque Stelle è un movimento che mette insieme persone diverse con visioni del mondo diverse", ha detto, aggiungendo che questo partito può essere visto come "movimento post-ideologico". Ciò che unisce le persone è in realtà "il senso di voler cambiare le cose nel paese" ha concluso.

 

Poche ore dopo l'umiliante sconfitta, Matteo Renzi ha rassegnato le dimissioni. Anche questo, ovviamente, per colpa della Russia.

10/03/18

Mario Nuti: "State attenti a ciò che desiderate"

In un articolo uscito sul suo blog prima delle elezioni del 4 marzo, l'economista Mario Nuti offre la spiegazione del perché gli elettori socialisti e socialdemocratici italiani dovessero votare a destra nelle elezioni del 2018: per permettere una netta vittoria della compagine di centro-destra, il cui programma contiene molti elementi di sinistra, e disarticolare definitivamente i partiti liberal-liberisti di sinistra. In questo modo si potrà formare lo spazio per la rinascita di una sinistra, nelle parole di Nuti, vera, socialista e pro-lavoro, contrapposta alla sinistra liberal-liberista del PD e addentellati più o meno radicali. Per quanto riteniamo, diversamente da Nuti, che la rinascita di una sinistra del genere richiederà molto tempo, tutti gli elettori socialisti e socialdemocratici possono almeno dire: mission accomplished!

 

di D. Mario Nuti, 4 marzo 2018

 

 

Indro Montanelli (1909-2001), il prestigioso giornalista e scrittore italiano, ha manifestato in molte occasioni il suo grande disdegno per Silvio Berlusconi, la sua indole e le sue politiche. Eppure nel 2001 Montanelli dichiarò in un'intervista: "Voglio che vinca, faccio voti e promesse alla Madonna perché vinca, cosicché gli Italiani vedano chi è quest'uomo. Berlusconi è una malattia da curare con la vaccinazione, con una buona iniezione di Berlusconi al governo [a Palazzo Chigi]; Berlusconi Presidente dell'Italia [al Quirinale], Berlusconi dovunque desideri andare, Berlusconi al Vaticano. Soltanto dopo saremo immuni. L'immunità ottenuta con la vaccinazione" (La Repubblica, 26 marzo 2001).

 

Nelle elezioni del 13 maggio 2001 la prima parte dei desideri di Montanelli si avverò: Berlusconi e i suoi alleati ottennero la maggioranza assoluta in entrambe le camere del Parlamento.

 

Montanelli avrebbe dovuto essere più cauto su ciò che desiderava. Il suo giudizio sull'uomo era corretto: a Milano, la corte di primo grado e quella di appello condannarono Berlusconi per frode fiscale nel 2012 e nel 2013. La condanna di quattro anni fu successivamente ridotta ad un anno e tre mesi: una condanna che non scontò mai, in virtù del fatto di essere ultra-settantenne, ma che lo privò dei diritti politici per due anni, fino al 2019.

 

"È il bugiardo più sincero che conosca, perché è il primo a credere alla proprie menzogne", aveva detto ancora Montanelli; l'ha fatta franca nonostante un gigantesco conflitto di interessi (con la complicità della sinistra); Marco Travaglio, nel libro B. come Basta, Paperfirst, 2018, racconta come gestì il paese.

 

Ma d'altro canto Montanelli aveva completamente e tragicamente torto: l'elettorato italiano, che aveva già avuto una breve esposizione a Berlusconi nel 1994-95 e larghe dosi di richiami vaccinali nel 2001-05 e nel 2008-11, sembra ancora incline a spingere la sua coalizione verso la vittoria nelle elezioni del 4 marzo 2018.

 

Nonostante la prognosi e la cura sbagliate di Montanelli, io azzardo un desiderio simile, anche se in circostanze differenti, riguardo altri partiti e per ragioni diverse.

 

Al momento c'è una finta sinistra, a suo dire social-democratica, che giustifica se stessa facendo finta di difendere gli interessi dei lavoratori, mentre in realtà distrugge le loro aspettative di vita con politiche iper-liberiste, globaliste e deflattive, promuovendo movimenti no-border di capitali e di forza lavoro, deregolamentazioni, privatizzazioni, la distruzione dello stato sociale e una diseguaglianza senza precedenti dei redditi e della ricchezza.

 

Inevitabilmente, è necessario un processo in (almeno) due fasi per sbarazzarsi di questa finta sinistra e rendere la sinistra di nuovo disponibile a rappresentare i lavoratori, l'equità, a promuovere l'accesso delle organizzazioni dei lavoratori ai tavoli di decisione, a prevenire la caduta dei salari e la disoccupazione di massa, a rafforzare lo stato sociale in tutte le sue manifestazioni, dall'istruzione alle pensioni e a una sanità decenti, e anche nelle sue attuali, pur carenti, funzioni di semplice rete di salvataggio.

 

Se questa analisi è corretta, i socialisti e i socialdemocratici italiani dovrebbero votare per il centro-destra, da Noi con l'Italia-UDC alla Lega a Forza Italia. Vinceranno comunque, questa volta. Meglio che vincano bene, prevenendo qualsiasi tentativo dello stato di gettare il paese nel ripugnante caos escogitato da Napolitano nel 2011 e nel 2013, che ha portato a cinque anni di governo illegittimo e incompetente, nonché al collasso di una posizione e di un partito propriamente di sinistra.

 

Se il centro-destra governa bene, la sinistra avrà un attimo di respiro, necessario a costruire un programma appropriato e la struttura di un partito democratico, e per consolidare il suo elettorato. Come minimo, facendo un passo indietro rispetto alla caricatura di sinistra rappresentata da Grasso, Boldrini e da vecchi arnesi come Bersani. E sbarazzandosi di tutta la deplorevole collusione con la corruzione di Rignano sull'Arno e Laterina [paesi natali rispettivamente di Renzi e della Boschi, ndt].

 

Il centro-destra potrebbe governare bene, visto che molti degli elementi del programma proposti dall'attuale coalizione di centro-destra dovrebbero essere in un programma della sinistra: tasse più basse sui redditi; controlli sull'immigrazione di natura economica in Italia; nuove relazioni con la UE; una revisione delle regole e della gestione dell'eurozona; allentamento delle norme che ostacolano la possibilità di avere una casa; sicurezza in casa propria; difesa degli interessi italiani a livello internazionale, etc. etc. In effetti è una vergogna che questi temi non siano parte del manifesto della sinistra, o per dirla giusta dei molti manifesti delle cosiddette sinistre.

 

Bisognerebbe perseguire e attuare un rimescolamento degli elettori in base a questi valori; e questo sarebbe molto diverso dalla scellerata Grosse Koalition di interessi e approcci opposti tenuti insieme esclusivamente dalla ricerca del potere e dal suo mantenimento, a danno dei processi democratici.

 

E se il centro-destra non riesce a farcela, torneremo a votare di nuovo (e credo che lo faremo) ma questa volta, con una seconda fase del processo, una seconda consultazione popolare, possiamo sperare di avere una vera sinistra da votare. La classe "progressista" e i traditori della nazione possono rimanere sulla loro piattaforma, e non presentarsi come la finta sinistra che è tutto quel che c'è sul tavolo questa volta.

 

Dixi et salvavi animam meam.

 

08/03/18

L’Italia non sta prosperando, sta esplodendo

Mentre molti si strappano i capelli per un risultato delle elezioni italiane inatteso, accusando gli elettori italiani – tanto per cambiare – di ignoranza, razzismo o estremismo, la causa è molto più semplice: dalla sua introduzione l’euro ha portato prima risultati economici deludenti, e poi disastrosi, impedendo la ripresa economica.

 

 

Di Jeffrey P. Snider, 5 marzo 2018

 

 

Potrebbe arrivare un momento, non troppo distante nel futuro, in cui la Brexit verrà non dico dimenticata, ma messa in secondo piano nel contesto della disintegrazione europea. In primo piano, se le cose continuano così, ci sarà l’Italexit. Gli italiani, non i britannici, faranno scoppiare la bolla dell’euro, e di conseguenza tutto l’esperimento europeo.

 

Ormai, la formula la conosciamo. Se qualcuno è contrario a una integrazione e unione europea più stretta, allora deve essere un fascista xenofobo, un razzista della peggior specie. Questa tattica, anziché plasmare gli elettori, sembra che si sia rivolta contro chi utilizza le catene e spera con fervore di continuare questo esperimento per molto tempo.

 

I risultati del voto non sono ancora completamente disponibili, ma è chiaro che ieri gli Italiani hanno votato ampiamente  per i partiti anti-establishment e anti-euro. Anche se il parlamento italiano potrebbe essere nel caos nel prossimo futuro, la febbre euroscettica e anti-establishment si è imposta molto più del previsto (per l’ennesima volta). Perfino i commentatori mainstream che hanno scritto diffusamente quanto successo, non possono astenersi dal prendere atto della realtà:

 

Dopo che i partiti tradizionali erano riusciti a contenere i populisti in Germania, Francia e Olanda negli scorsi dodici mesi, le loro difese sono state annientate in Italia, dove gli elettori si sono ribellati contro due decenni di crescita economica deludente e contro un’impennata di immigrazione. Il risultato è un partner molto più imprevedibile per i leader europei come Angela Merkel e Emmanuel Macron, che fronteggiano la minaccia USA di una guerra commerciale mentre cercano di riformare l’area valutaria”.

 

L’articolo di Bloomberg (come prevedibile) dipinge la rabbia economica italiana come “due decenni di crescita deludente” con l’evidente intento di delegittimare la disaffezione degli elettori. Una versione più onesta sarebbe stata “le cose vanno male da vent’anni, perché si ribellano adesso? Per gli immigrati”. Quest’affermazione non avrebbe potuto essere più vera, ma spogliata del suo evidente pregiudizio e delle nascoste intenzioni misantropiche.

 

È tecnicamente vero che l’economia italiana è stata a lungo una delle più deludenti, ma si può comunque sostenere che queste performance scadenti sono cambiate. Fino al 2008 circa, gli Italiani si potevano definire, se non soddisfatti, quantomeno indifferenti riguardo la loro economia deludente all’interno dell’euro. Tuttavia non credo sia vero, visto che la stessa UE era godeva di buona popolarità nel Paese fino al momento del panico globale proveniente dagli USA.



Ciò che oggi spiega la rivolta è la ripresa da quel momento di panico, o meglio la sua assenza. Come ho già scritto, la dinamica è divenuta esplosiva semplicemente perché gli Italiani, come gli Americani e tutti gli altri, si sono sentiti dire ripetutamente che la loro economia non solo era in ripresa, ma ultimamente stava prosperando. Per molti, potrebbe essere.

 

Tuttavia questo non è il punto, visto che in un’economia ci sono sempre alcuni settori che stanno bene e alcuni altri che stanno male. Quando troppe persone finiscono, e rimangono, nell’ultimo gruppo, ecco che iniziano i problemi. E quando queste persone che sono rimaste escluse dalla ripresa si sentono dire ripetutamente che le cose vanno molto bene e non riescono a capire come sia possibile, la sfiducia e la caccia al colpevole sono gli unici risultati garantiti.

 

La paura irrazionale dei robot è dello stesso tipo. Se non viene loro fornita una risposta onesta, le persone cercheranno da soli la risposta sul perché non sembrano sperimentare questa prosperità. L’immigrazione è una questione simile ma più complessa (dobbiamo tener conto anche fattori sociali, oltre che economici).



Ma anche questa spiegazione generale sottostima parecchio la gravità del problema. Perfino coloro che sono occupati, che sono decisamente pochi in Italia rispetto al totale della popolazione, non stanno affatto migliorando la propria condizione. Questa mancanza di opportunità può e in effetti diventa palpabile, una frustrazione che deve essere affrontata con una spiegazione onesta, ma in questo decennio perso lo è stata raramente, se non mai.

 

Gli economisti non fanno che parlare di ripresa. Non importa quante evidenze si accumulano contro questo concetto, continueranno a sostenere che c’è o, se messi alle strette, che arriverà domani.

 

Questo punto di vista parte con un preconcetto, e poi si mette a cercarne conferme. La tecnocrazia viene difesa a tutti i costi, perfino quando la cosa che più la caratterizza e l’incompetenza totale. Nel luglio del 2012, Mario Draghi promise di fare “tutto il necessario” per difendere la moneta unica, e quindi in termini politici per mantenere vivo il sogno dell’integrazione.

 

La maggior parte delle persone lo hanno visto come un gesto nobile, lo spunto di un funzionario serio messo sotto pressione, per aiutare le normali persone europee che soffrivano sotto la repressione finanziaria per ragioni che non potevano comprendere. Queste persone avrebbero dovuto invece ascoltare Mario Draghi e giudicarlo per quello che è: un semi-pazzo totalmente confuso:

 

“L’euro è come un calabrone. È un mistero della natura perché non sarebbe in grado di volare, eppure vola. Quindi l’euro è stato un calabrone che volava molto bene per molti anni. E ora – e penso che le persone si chiedano “come è possibile?” – magari c’era qualcosa nell’atmosfera, nell’aria, che ha permesso al calabrone di volare. Ora qualcosa deve essere cambiato nell’aria, e ora sappiamo cosa, dopo la crisi finanziaria”.

 

Come il suo predecessore Jean-Claude Trichet o Ben Bernanke, la sua controparte alla Federal Reserve degli USA, Mario Draghi non ha idea di quello che è successo nel 2008, o, per quel che vale, quello che è successo di nuovo nel 2011. La sua banca centrale, come tutte le banche centrali, stanno tentando di risolvere un problema che non capiscono, e la conseguenza è che non risolvono mai nulla.

 

Le persone potrebbero essere giustamente arrabbiate per questo. Non ci vuole molto per riconoscere che questi elettori potrebbero avere ragione, e che si tratta di una critica legittima che non ha nulla a che vedere con il lato oscuro della tragica storia europea. L’economia tuttavia è forse la disciplina più fragile mai inventata. Essa impedisce anche solo il minimo pizzico di onesta introspezione, in larga parte perché si tratta più di una forza (o farsa) politica che scientifica.

 

Da nessuna parte questo è evidente quanto in Europa. Il rischio per la situazione politica europea non è poi così complesso. È facilmente attribuibile a quella cosa che a nessuno è concesso di mettere in discussione:

 

"La minaccia per l’euro oggi è più grande che nel 2012, e riguardo a questo Draghi ha completamente fallito. Non viene dagli squilibri Target 2 o dai tassi della Grecia, ma da sconvolgimenti politici legati direttamente a quello che Mario Draghi sembra non poter comprendere. Può promettere tutto quel che vuole, ma il destino dell’Europa non verrà deciso dal suo euro."

 

È ripresa o morte per l’Europa, la stessa scelta che si pone nel resto del mondo nel caso di una stagnazione così tanto prolungata. In Cina, come già abbiamo notato, a riguardo si stanno muovendo, sembra, preparandosi alla morte. Gli elettori europei possono sembrare irrazionali, ma solo se pensate che l’euro è stato ed è un calabrone nelle capaci mani di brillanti apicoltori tecnocrati.

 

Non si è trattato di due decenni di problemi economici, solo l’ultimo è stato più che sufficiente a far diventare l’Italia così avversa a quello che una volta aveva abbracciato entusiasticamente. La disgregazione dell’euro è cominciata con la distruzione monetaria, alimentata da errore dopo errore, e ora si sposta sempre più vicina al suo compimento grazie all’inutilità tecnocratica coperta solo dallo stridore politico. Siamo davvero sorpresi del fatto che non è stata una formula vincente alle urne?

 

A voler vedere, penso che gli Italiani, gli Inglesi, gli Americani, ecc. sono stati finora notevolmente tranquilli. Hanno dato ai tecnocrati il beneficio del dubbio una volta dopo l’altra, con politiche ed esperimenti discutibili seguiti da promesse che non sono nemmeno andate vicine all’essere realizzate. Dieci anni è un periodo molto lungo per non aver combinato nulla. La questione è tutta qui, molto semplice.

 

Volete salvare l’Europa? Iniziate a smetterla con queste frottole palesemente disoneste  riguardo la prosperità.



 

 

07/03/18

Sapir - Terremoto politico in Italia

Da RussEurope in esilio, Jacques Sapir commenta il risultato delle elezioni italiane, che hanno segnato una sconfitta storica per i partiti  socialdemocratici, appiattiti senza riserve sul montante neoliberismo e letteralmente cancellati dal verdetto degli elettori. Questa sconfitta potrebbe diffondersi per contagio negli altri paesi europei, come in Germania, dove l'SPD, accettando la Grande Coalizione, ha segnato la propria condanna a una morte lunga e dolorosa. Qualunque sarà l'esito sul governo di queste elezioni, i partiti che ne escono vincenti dovrebbero tenere presente quello che evidenzia Sapir: queste elezioni italiane hanno il valore di un referendum sulla questione europea. 

 

 

 

di Jacques Sapir, 6 marzo 2018

 

 

Una sconfitta storica

 

Le elezioni che si sono svolte in Italia domenica 4 marzo hanno provocato un vero terremoto politico. Il partito di centrosinistra (il PD) e il suo leader sono stati cancellati. I partiti euro-scettici o cosiddetti "populisti" sono arrivati primi. È probabile che nei prossimi mesi questo terremoto si diffonderà, per un effetto di contagio, verso altri paesi dell'Unione europea. E' utile dunque trarne delle lezioni. Va ricordato, tuttavia, che il sistema elettorale italiano è complesso.

 

La Camera dei Deputati comprende 630 seggi, di cui 232 sono eletti a maggioranza relativa in altrettanti collegi uninominali, mentre 398 sono eletti con sistema proporzionale a livello nazionale. Il Senato della Repubblica è composto da 315 seggi. Dei 315 senatori, 116 sono eletti a maggioranza relativa in collegi uninominali, mentre ben 199 sono eletti con sistema proporzionale nei collegi plurinominali e con soglia di sbarramento regionale del 20% (a livello regionale) o del 3 % (a livello nazionale). Non si può formare un governo senza fare coalizioni.

 

 

Vincitori e vinti

 

Questi risultati rivelano quattro fenomeni significativi [1]. In primo luogo, la coalizione guidata da Berlusconi e composta da tre partiti, è giunta in testa con circa il 35% dei voti. Poi, il Movimento 5 Stelle (M5S), il cosiddetto partito populista, ha fatto un balzo in avanti superiore alle attese e ha totalizzato circa il 33% dei voti. Ciò mette in evidenza il crollo del Partito Democratico (PD) di Matteo Renzi, che con circa il 19% dei voti (o il 22% se si aggiungono piccole frange dissidenti), ha riportato il peggior risultato della sua storia. Infine, e questo è il quarto punto saliente di queste elezioni, la "Lega Nord" (Lega), che ha abbandonato la sua dimensione separatista per diventare un vero partito nazionale, ha fatto meglio, nella coalizione di destra, di Forza Italia, il partito di Berlusconi.

 

Sono dunque due i vincitori di queste elezioni: Di Maio, che ha guidato la campagna M5S, e Salvini, il leader della Lega. A questo si aggiunga l'elezione, nei collegi proporzionali, di due economisti ben noti per le loro posizioni anti-Euro, Alberto Bagnai e Claudio Borghi. I grandi perdenti di queste elezioni sono i partiti "europeisti". Ed è anche la sconfitta, pesante, di Matteo Renzi, questo leader del PD che è stato presentato come la nuova stella della politica italiana e che, come primo ministro, ha attuato una politica non molto lontana da quella condotta oggi da Emmanuel Macron in Francia.


 

Una campagna elettorale polarizzata

 

La campagna elettorale si è polarizzata intorno a due problemi chiave: la situazione economica dell'Italia e il problema del flusso incontrollato di migranti. Sul primo punto, è chiaro che l'euro ha avuto effetti drammatici, come in Francia, sull'economia italiana. Quest'ultima non può nascondere dietro un saldo commerciale in surplus (ma un surplus dovuto principalmente alla compressione delle importazioni) una situazione generale catastrofica. Va anche notato che il famoso "jobs act" creato da Renzi, a cui si è ispirata la "legge sul lavoro" in Francia, si è dimostrato un fallimento spettacolare, al punto che si parla di abrogarlo.

 

Ma, come si può ben vedere sia dall'ascesa della Lega che dal cambiamento di atteggiamento su questo tema del M5S, anche il problema dell'immigrazione selvaggia è stato uno dei temi principali di questa campagna. L'Italia, a causa della sua posizione geografica, ma anche della mancanza di reazione da parte di altri paesi dell'Unione europea, è stata lasciata sola ad affrontare i flussi migratori, alcuni dei quali sono provocati dalla pessima situazione in Libia, causata dall'intervento dei paesi NATO, che l'Italia non può né gestire né controllare. La situazione su questo punto è critica.

 

 

Due uomini forti

 

Due uomini emergono da queste elezioni, Luigi di Maio (M5S) e Matteo Salvini (Lega). Di Maio ha fatto molto per dare al M5S un volto accettabile per le élite italiane. Con la sua apparenza di giovane tecnocrate, riesce ad essere rassicurante, e in effetti le borse europee hanno reagito solo moderatamente ai risultati della notte del 4 marzo. Egli appare, in un certo senso, più rispettabile di Beppe Grillo, il fondatore del Movimento. Resta da vedere quanta autonomia avrà Di Maio nei confronti del leader storico. Tuttavia, il successo del M5S (il 32% dei voti) è dovuto molto anche ai risultati ottenuti al sud, dove questo partito ha cancellato il PD. Questi risultati si spiegano sia con i suoi attacchi a un sistema corrotto, che dal rileivo dato al problema dell'immigrazione selvaggia.

 

Anche Salvini ha fatto molto per trasformare un partito regionale, che all'epoca raggiungeva il 4% alle elezioni politiche, in un vero partito nazionale. Ha avuto un successo oltre ogni speranza. Il fatto che sia in vantaggio su Forza Italia, il partito di Silvio Berlusconi (18% contro il 13,9%), e che segua da vicino il PD (con il 18% contro il 19%), è una prova del suo successo. Inoltre surclassa il movimento populista e nazionalista "Fratelli d'Italia", che faceva parte della coalizione di destra e ha ottenuto solo il 4,3% dei voti. Ha raccolto alcuni elettori del M5S, turbati dal recente ammorbidimento sull'euro da parte del Movimento. È indubbiamente una forza con cui si dovrà fare i conti in futuro. Ma, se vuole radicare il suo successo, la Lega dovrà migliorare la sua copertura nazionale.


 

Vixerunt ... il PD

 

Quando Cicerone, la mattina del fallimento della congiura di Catilina a Roma ( «Qusque tandem, Catilina, abutere patientia nostra… ») apparve con la sua armatura sul Foro, esclamò "Vissero" (Vixerunt), nel senso che i cospiratori erano stati messi a morte.

 

E possiamo riprendere la sua esclamazione per riferirci a ciò che è rimasto della socialdemocrazia italiana. Perché la pesante sconfitta subita va oltre la sconfitta personale di Matteo Renzi. Se questa sconfitta consacra il rifiuto di un programma politico, consacra anche - e forse soprattutto - il fallimento di una strategia, quella dell'adattamento al neoliberismo, ai suoi dogmi e alle sue regole. Questo fallimento non è un fatto solo italiano. In Germania, ne risente gli effetti l'Spd, quello che una volta era un grande partito socialdemocratico che dettava la linea ai "fratelli" socialisti europei, e che è ormai superato da AFD (il 16% contro il 18% negli ultimi sondaggi). Questo fallimento, paradossalmente, spiega il voto dei membri dell'SPD per la Grande Coalizione (o GroKo) di questa stessa domenica 4 marzo. Chiamato ad approvare o respingere un accordo di coalizione con Angela Merkel, ma consapevole che un rifiuto avrebbe riportato gli elettori tedeschi alle urne, con conseguenze disastrose per l'SPD, i suoi membri hanno quindi votato per la GroKo. In tal modo, evitano una morte rapida per consegnarsi ai tormenti di una morte che si protrarrà per diversi anni, ma che non sarà meno inevitabile.

 


 

La cancellazione dei partiti europeisti

 

Un'ultima cosa da notare a proposito dei risultati di queste elezioni del 4 marzo, è la cancellazione dei partiti "europeisti". Dal momento che sappiamo che anche Berlusconi ha mostrato di avere delle riserve sull'euro (vuole un sistema a "due valute" che non è praticabile nella realtà ma equivale a una condanna dell'euro) e che ricordiamo i vecchi discorsi del M5S, oltre il 68% degli elettori italiani ha votato per partiti più o meno euroscettici. Da questo punto di vista, queste elezioni hanno anche il valore di un referendum sulla questione europea ...

 

 

[1] https://www.leggo.it/politica/news/elezioni_2018_live_risultati_chi_ha_vinto_5_marzo_2018-3587165.html

 

 

26/02/18

Bloomberg - Elettori italiani infuriati per un'economia nel caos

PIL pro-capite ancora lontano dai livelli pre-crisi (mentre il resto d'Europa ha ormai ampiamente recuperato). Disoccupazione all'11% e crescita asfittica dei posti di lavoro, per lo più a tempo determinato. E nell'ultimo decennio povertà in impetuoso aumento, tasso d'insolvenza in crescita e prezzi immobiliari in caduta libera. E la pressione fiscale più alta d'Europa.  É questa l'impietosa fotografia della situazione economica italiana fatta da Bloomberg ad un passo dalle elezioni politiche del 4 marzo. La fotografia di un fallimento, o di un successo se vista come il compimento della trasformazione dell'economia italiana in senso mercantilista  - un'economia guidata dalle esportazioni e con il mercato interno devastato - voluta dai governi del PD sotto gli austeri auspici della UE. Un successo che gli elettori alle urne non dimenticheranno di premiare.

 

 

 

di Lorenzo Totaro e Giovanni Salzano, 21 febbraio 2018

 

L'economia italiana sta crescendo di nuovo, ma registra ancora le peggiori prestazioni  dell'eurozona, provocando risentimento tra gli elettori prima delle elezioni del 4 marzo.

 

Mentre gli ultimi sondaggi prima del blackout di due settimane che precede il voto mostrano che non ci sarà nessun vincitore assoluto, i partiti stanno focalizzando l'attenzione sull'economia.

 

L'ex primo ministro Silvio Berlusconi promette che i suoi piani di riduzione delle tasse guideranno una crescita più rapida. Il Movimento Cinque Stelle anti-establishment garantisce un "reddito di cittadinanza" per i più svantaggiati.

 

Il Partito Democratico al governo punta su una stabile ripresa dalla peggiore recessione che ha colpito il paese dalla Seconda Guerra Mondiale. Tuttavia è ostacolato da una disoccupazione bloccata quasi all'11%.

 

In pochi seguono da vicino i più recenti dati sull'economia dell'Istituto nazionale di statistica Istat, ma gli italiani sanno che la ripresa ha molti più alti e bassi di quanto non suggerisca la retorica del governo.

 

Questi sette grafici mostrano perché.

 

La crescita c'è, ma è lenta

 

L'economia è cresciuta per 14 trimestri consecutivi, anche se al ritmo attuale occorrerebbero ancora sei anni per tornare al livello precedente alla crisi finanziaria. Nel frattempo, l'economia dell'eurozona a 19 paesi gode della sua migliore crescita in un decennio.

 

[caption id="attachment_14214" align="alignnone" width="830"] Il PIL pro-capite di Italia, Spagna, Regno Unito, Francia, Germania e dell'eurozona dal 2007 al 2019. I dati sono normalizzati rispetto al 2007 (2007 = 1.0) - i dati 2018 e 2019 sono stime. Fonte: AMECO - Direzione Generale degli Affari Finanziari ed Economici della Commissione Europea; ultimo aggiornamento novembre 2017.[/caption]

 

Bei tempi per le esportazioni

 

Il "Made in Italy" suona ancora magico. Ciò significa che le esportazioni e la produzione industriale aumentano con il miglioramento dell'economia globale.

 

[caption id="attachment_14215" align="alignnone" width="817"] Produzione industriale (in nero) ed esportazioni (in rosso). Valori destagionalizzati, normalizzati al 2007 (2007 = 100). Fonte: calcoli di Bloomberg News basati su dati Istat.[/caption]

 

Più posti di lavoro, ma più incertezza

 

L'Italia ha creato quasi 1 milione di posti di lavoro da quando il Partito Democratico ha riformato le leggi sul lavoro nel 2014, ma il 59% sono temporanei. In altre parole, il lavoratore sfortunato potrebbe ritrovarsi per strada al termine del contratto.

 

[caption id="attachment_14216" align="alignnone" width="821"] Variazione dei posti di lavoro a tempo indeterminato (in nero) e a tempo determinato (in rosso) da maggio 2014. Fonte: calcoli di Bloomberg News basati su dati Istat.[/caption]

 

Ci sono più poveri, molti di più

 

Anche nella terza economia più grande della zona euro, per i più sfortunati la possibilità di ritrovarsi poveri è dietro l'angolo. Gli italiani a rischio di povertà sono aumentati di oltre 3 milioni, arrivando a 18 milioni nel decennio fino al 2016, l'ultimo anno per il quale sono disponibili dati.

 

[caption id="attachment_14217" align="alignnone" width="817"] Italiani a rischio povertà, in milioni (a sinistra) e in percentuale della popolazione totale (a destra), nel decennio dal 2006 al 2016. Fonte: calcoli di Bloomberg News basati su dati Eurostat.[/caption]

 

La Flat Tax guadagna sostenitori

 

In Italia le imposte sul reddito delle persone fisiche, con una aliquota massima comprese le addizionali che arriva al 47,2%, sono tra le più alte in Europa e ben al di sopra della media del 39% dei 28 paesi membri dell'UE. Non c'è da meravigliarsi che la proposta più discussa nella campagna elettorale sia la promessa dell'ex premier Silvio Berlusconi di una tassa uguale per tutti del 23%.

 

[caption id="attachment_14218" align="alignnone" width="803"] Aliquota massima sul reddito delle persone fisiche (incluse addizionali) in Italia (in rosso), rispetto alla media UE (in nero). Fonte: Eurostat.[/caption]

 

L'incremento dei prestiti in sofferenza

 

Sempre più persone e piccole imprese non riescono a rimborsare i propri prestiti. Nel 2013 le regioni con alti tassi di insolvenza tendevano a votare il Movimento Cinque Stelle. Ciò potrebbe significare guai per il partito di governo.

 

[caption id="attachment_14219" align="alignnone" width="832"] Tasso di insolvenza dei prestiti, calcolato rispetto agli importi dei prestiti (in nero) e rispetto al numero dei debitori (in rosso). Fonte: Banca d'Italia[/caption]

 

Casa dolce casa svalutata

 

I prezzi delle case italiane sono in calo da più di sei anni in termini nominali e hanno continuato a diminuire lo scorso anno. Si sta esaurendo anche la parziale ripresa del numero di compravendite.

 

[caption id="attachment_14220" align="alignnone" width="806"] Indice del prezzo nominale delle case (in nero), delle nuove case (in rosso) e delle case esistenti (in blu), normalizzato al 2010 (2010 = 100). Fonte: calcoli di Bloomberg news basati sui dati Istat.[/caption]

 

Anche se l'economia è cresciuta per 14 trimestri consecutivi, ciò non ha convinto gli elettori che il paese ha svoltato l'angolo per avviarsi verso una prosperità duratura. Chiunque dopo il 4 marzo erediterà l'amministrazione dell'economia, troverà ad attenderlo un lavoro molto difficile.