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14/10/17

Firma la petizione per la riapertura del blog di Jacques Sapir

La sospensione del blog di Jacques Sapir, Russeurope, che i nostri lettori ben conoscono perché tradotto di frequente su queste pagine, è un segnale allarmante della intolleranza crescente verso chi non accetta di allinearsi alla linea politica dominante. Jacques Sapir ne ha spiegato con chiarezza i motivi in una lettera tradotta e pubblicata pochi giorni fa su Goofynomics. Chiediamo a tutti i nostri lettori di firmare subito la petizione online per la riapertura del blog Russeurope e di fare circolare il più possibile l'appello: facciamoci sentire ora, prima che sia troppo tardi.

 

 

 

9 ottobre 2017

 

Il 26 settembre 2017 i responsabili della piattaforma Hypotheses.org e OpenEdition hanno deciso di sospendere il blog di Jacques Sapir, Russeurope. Questa decisione, ritenuta infondata e arbitraria da molti giuristi, ha immediatamente suscitato grande emozione nel mondo accademico e non solo. È una decisione che mette in discussione il principio della libertà dei ricercatori. E nega il fatto che i ricercatori, in particolare nelle scienze umane e sociali, sono direttamente e immediatamente inseriti nel dibattito politico. Infine, questa misura è tale da poter causare enormi danni alle istituzioni di ricerca in Francia e screditarle agli occhi dei ricercatori stranieri. Numerose proteste sono state inviate a Marin Dacos, responsabile della piattaforma Hypotheses.org e al suo superiore al ministero dell'Istruzione e della Ricerca, Alain Beretz.

Fino a oggi Marin Dacos si è rifiutato di rispondere.

 

Firma subito la petizione su change.org

 

Quello che segue è il testo della petizione inviata a Marin Dacos il 9 ottobre 2017 e firmata da numerosi esponenti del mondo accademico francese e non solo.

 

Lettera a

Marin Dacos

OpenEdition

 

Richiesta di riapertura del blog di Jacques Sapir
Parigi, 9 ottobre 2017

 

Per una scienza aperta alla libertà di espressione per i ricercatori
Richiesta di riapertura del blog di Jacques Sapir

 

 

I responsabili della piattaforma Hypotheses.org e di Open Edition hanno preso la decisione di sospendere il blog di ricerca Russeurope che Jacques Sapir aveva aperto nel 2012. Ora non gli è più possibile pubblicare post sul blog.

 

Le ragioni addotte per giustificare questa decisione sembrano essere pretestuose e menzognere. Il comunicato di Marin Dacos, Direttore del Centro per la pubblicazione elettronica aperta (CLEO), afferma: "L'autore del blog ha ripetutamente pubblicato testi caratterizzati da un’impostazione politica di parte, scollegata dal contesto accademico e scientifico proprio di Hypotheses che costituisce una condizione indispensabile per la pubblicazione sulla piattaforma".

 

In realtà il contenuto del blog non è mai stato in contrasto con le regole di Open Edition né con la legge francese. Manca quindi il supporto  giuridico per il congelamento del blog. Il suo contenuto, inoltre, è stato uguale sin dalla sua apertura, nel settembre del 2012. Non si può in alcun modo sostenere che ci sia stato un cambiamento nella natura del blog. Si può inoltre constatare che altri blog si dedicano più o meno regolarmente ad analisi che non sono semplicemente spiegazioni, ma anche prese di posizione. Del resto, l'idea che si possa stabilire una chiara separazione tra scritti accademici e scritti di carattere politico è a dir poco dubbia per quanto riguarda le scienze umane e le scienze sociali.

 

Molti giuristi si sono pronunciati sull’argomento. Come osserva Stéphane Rials: "La legittimità di una misura così generale, in apparenza scarsamente motivata, carente di una base giuridica è contestabile". Concordiamo anche con l'analisi di Roseline Letteron: «Secondo quanto dispone l'articolo L 952-2 del Codice dell’Istruzione, riprendendo l'articolo 57 della legge Savary del 26 gennaio 1984, “ ricercatori che insegnano, insegnanti e ricercatori godono della piena indipendenza e della completa libertà di espressione nell'esercizio dei loro compiti di insegnamento e della loro attività di ricerca, fatte salve le riserve imposte loro, secondo le tradizioni accademiche e di questo Codice, dai principi della tolleranza e dell'obiettività ". (...) La libertà è quindi intera, non solo nell'insegnamento, ma anche nell'attività di ricerca e nei mezzi di comunicazione che consentono di farla conoscere. (...) "Un dipartimento incaricato di gestire una piattaforma di blog, a nome delle università associate, ha gli stessi doveri".

 

Questa misura di sospensione ha dunque legittimamente suscitato una profonda emozione, nei circoli accademici e non accademici, in Francia e all'estero. La lotta per la libertà di espressione di ricercatori e scienziati riguarda tutti noi, indipendentemente dalle nostre convinzioni politiche. Questa emozione è tale da poter danneggiare  Hypotheses.org, circostanza che va segnalata, deplorata, ma anche considerata inevitabile se questa misura non venisse annullata.

 

Consapevoli delle nostre responsabilità nei confronti dei nostri colleghi e della comunità scientifica francese, consapevoli del discredito che il protrarsi di questa misura potrebbe portare alle istituzioni di ricerca francesi all'estero, noi firmatari di questa petizione chiediamo ai responsabili di Hypotheses.org e Open Edition di annullare la loro decisione e riaprire il blog il più presto possibile.

 

 

*M. Denis Alland, Professeur en Droit Public, Université de Panthéon-Assas (Paris-2)
*M. Tony Andréani, professeur émérite de Science Politique à Paris-Saint-Denis (Paris-8)
*Bernard Cassen, Professeur émérite d’Anglais à l’Université de Paris-8.
*David Cayla (Maître de Conférences en économie à l'université d'Angers).
*Franck Collard, Professeur d’Histoire Médiévale à Paris-Ouest (Paris-10, Nanterre)
*Daniel Bachet, Professeur des Universités, Sociologie, Université Paris-Saclay
*Michel Bergès, Professeur de Sciences Politiques, Université de Bordeaux
*Olivier Berruyer, actuaire et blogueur (Lescrises.fr)
*Bernard Bourdin, Professeur à l'Institut Catholique de Paris, Historien des idées, philosophe politique.
*Coralie Delaume, écrivain et blogueur (l-arene-nue.blogspot.fr)
*Eric Desmons, Professeur de Droit Public, Université de Paris-XIII
*Marcel Gauchet, Directeur d’études (retraité) à l’EHESS, Philosophe.
*Jacques Généreux, économiste, maitre de conférences des Universités, professeur à l’IEPP -  Sciences Po.
*Jacques A. Gilbert, Professeur de Littérature comparée, Université de Nantes
*Brigitte Granville, Professor of International Economics and Economic Policy, Chevalier des Palmes Academiques, Fellow of The Higher Education Academy (FHEA), School of Business and  Management, Queen Mary University of London
*Alain Guery, Directeur de recherche au CNRS, Historien.
*Éric Guichard, Philosophe de l'internet et du numérique, Enssib-Ens, Ancien Directeur de programme au Collège international de philosophie
*Annie Lacroix-Riz, professeur émérite d'histoire contemporaine, université Paris 7.
*Dominique Lecourt, Philosophe, professeur émérite des universités, ancien recteur d’académie, président d’honneur des Presses Universitaires de France.
*Laurent Loty, Historien des imaginaires et des idées scientifiques et politiques au CNRS, Président d’honneur de la Société Française pour l’Histoire des Sciences de l’Homme
*Roseline Letteron, Professeur des Universités, professeur de Droit à Paris-Sorbonne.
*Jérôme Maucourant, Maître de conférences (HDR) en sciences économique à l'Université Jean Monnet de Saint-Etienne
*Laurent Herblay, blogueur (gaullistelibre.com)
*Nicolas Pons-Vignon, Senior researcher in development economics, University of the Witwatersrand, Afrique du Sud
*Benedetto Ponti, professeur de Droit administratif au département de Science Politique de l'Université de Perugia, professeur de droit des médias numériques.
*Bertrand Renouvin, Journaliste et écrivain.
*Stéphane Rials, professeur de relations internationales et de philosophie politique à Panthéon-Assas (Paris 2).
*Claude Roddier, Professeur des universités, retraitée depuis 2001. Professeur d’astronomie à l'université Aix-Marseille
*François Roddier, Professeur des universités, retraité depuis 2001. Directeur du département d'Astrophysique de l'Université de Nice
*Antoni Soy, Honorary Professor of Applied Economy, University of Barcelona. Former Deputy Minister of Industry and Business, Government of Catalonia. Former Mayor of Argentona
*Serge Sur, Professeur émérite à l’Université Panthéon-Assas (Paris 2)
*Pierre-André Taguieff, philosophe et historien des idées, directeur de recherche au CNRS
*Véronique Taquin, écrivain, normalienne et agrégée de Lettres modernes, professeur de chaire supérieure en khâgne au lycée Condorcet.
*Bruno Tinel, économiste, Maître de conférences, HDR, Université Paris 1 Panthéon-Sorbonne
*Jérôme Valluy, Maître de Conférences (HDR) de Sciences Politiques à Paris-1
*Alain Venturini, archiviste-paléographe, conservateur général du patrimoine, directeur des Archives départementales de l'Aveyron
*Xavier Souvignet, Agrégé des Facultés de droit , Professeur de droit public, Université de Grenoble-Alpes

24/09/17

L’entrata in vigore del CETA è uno scandalo per la democrazia

A quasi un anno di distanza dal nostro post che metteva in guardia contro i pericoli di un'eventuale approvazione del CETA per i cittadini europei, il trattato è entrato in vigore, nel pressoché totale silenzio dei media nazionali, lo scorso 21 settembre. Jacques Sapir fa il punto su ciò che adesso ci aspetta, e il quadro è purtroppo tutt'altro che rassicurante: oltre ai rischi per la salute e per l'ambiente, il CETA rappresenta un grave vulnus alla sovranità nazionale e ai principi democratici.

 

 

 

Di Jacques Sapir, 22 settembre 2017

 

 

Il CETA, trattato di libero scambio con il Canada, è infine entrato in vigore giovedì 21 settembre, ad eclatante dimostrazione di come gli Stati abbiano rinunciato alla loro sovranità, lasciando spazio ad un nuovo diritto, indipendente dal diritto degli stessi Stati e non soggetto ad alcun controllo democratico.

 

Il CETA sarebbe, sulla carta, un “trattato di libero scambio”. In realtà però prende di mira le normative non-tariffarie che alcuni Stati potrebbero adottare, in particolare in materia di protezione ambientale. A questo riguardo, c’è da temere che il CETA possa dare l’avvio a una corsa a smantellare le norme di protezione. A ciò si aggiungono i pericoli che scaturiscono dal meccanismo di protezione degli investimenti contenuto nel trattato. Il CETA crea infatti un sistema di protezione per gli investitori tra l’Unione Europea e il Canada che, grazie all’istituzione di un tribunale arbitrale, permetterà loro di citare in giudizio uno Stato (o a una decisione dell’Unione Europea) nel caso in cui un provvedimento pubblico adottato da tale Stato possa compromettere “le legittime aspettative di guadagno dall’investimento”. In altre parole, la cosiddetta clausola ISDS (o RDIE) è in pratica un meccanismo di protezione dei guadagni futuri. E si tratta di un meccanismo unilaterale: nel quadro di questa disciplina, nessuno Stato può, da parte sua, citare in giudizio un’impresa privata. È chiaro quindi che il CETA metterà gli investitori in condizione di opporsi ai provvedimenti politici ritenuti contrari ai loro interessi. Questa procedura, che rischia di essere molto dispendiosa per gli Stati, avrà certamente effetti dissuasivi già con una semplice minaccia di processo. Al riguardo, non dimentichiamo che, a seguito della dichiarazione della Dow Chemical di voler portare la causa in tribunale, il Québec fu costretto a fare marcia indietro sul divieto di una sostanza, sospettata di essere cancerogena, contenuta in un diserbante commercializzato da questa impresa.

 

Vi sono inoltre dubbi in merito alla reciprocità: si fa presto a dire che il trattato apre i mercati canadesi alle imprese europee, tanto più che il mercato dell’Unione Europea è già adesso aperto alle imprese canadesi. Ma basta solo guardare alla sproporzione tra le popolazioni per capire chi ci guadagnerà. Al di là di questo, c’è il problema più ampio del libero scambio, in particolare dell’interpretazione del libero scambio che si evince dal trattato. Al centro si trovano gli interessi delle multinazionali, che di certo non coincidono con quelli dei consumatori né dei lavoratori.

 

I rischi rappresentati dal CETA riguardano quindi la salute pubblica e, senz’ombra di dubbio, la sovranità. Ma ancora più grave è anche la minaccia posta dal trattato alla democrazia. Al momento della sua votazione finale nel Parlamento Europeo, tra i rappresentanti francesi sono stati quattro i gruppi a votare contro: il Fronte di Sinistra, gli ambientalisti dell’EELV, il Partito Socialista e il Front National. Un’alleanza forse meno anomala di quanto sembri, se si prendono in considerazione i problemi sollevati dal trattato. È indicativo il fatto che sia stato rigettato dalle delegazioni di tre dei cinque paesi fondatori della Comunità Economica Europea, e dalle seconda e terza maggiori economie dell’Eurozona. Ciononostante è stato ratificato dal Parlamento Europeo il 15 febbraio 2017, e deve adesso passare la ratifica dei singoli parlamenti nazionali. Nondimeno, è già considerato parzialmente in vigore prima della ratifica da parte degli organi rappresentativi nazionali. Il CETA è quindi entrato in vigore provvisoriamente e parzialmente il 21 settembre 2017 per gli aspetti riguardanti le competenze esclusive dell’UE, ad esclusione, per il momento, di certi aspetti di competenza concorrente che necessitano di votazione da parte dei paesi membri dell’UE, in particolare le parti riguardanti i tribunali arbitrali e la proprietà intellettuale. Ma anche così, circa il 90% delle disposizioni dell’accordo vengono già applicate. Ciò rappresenta un grave problema politico di democrazia. Come se non bastasse, anche nel caso in cui un paese dovesse rigettare la ratifica del CETA, quest’ultimo resterebbe comunque in vigore per tre anni. È evidente che è stato fatto di tutto perché il trattato fosse formulato ed applicato al di fuori del controllo della volontà popolare.

 

In effetti questo non è affatto ciò che normalmente si definirebbe un trattato di “libero scambio”. Si tratta di un trattato il cui scopo è essenzialmente imporre norme decise dalle multinazionali ai singoli parlamenti degli Stati membri dell’Unione Europea. Se ciò che si voleva dare era una dimostrazione della natura profondamente anti-democratica dall’UE, non si poteva certamente fare di meglio.

 

Ciò pone un problema sia democratico che di legittimità di chi si è fatto fautore del trattato. In Francia uno solo dei candidati alle elezioni presidenziali, Emmanuel Macron, si era dichiarato apertamente a favore del CETA. Anche uno dei suoi principali sostenitori, Jean-Marie Cavada, aveva votato al Parlamento europeo per l’adozione del trattato. Si profila quindi nelle elezioni presidenziali, e non per la prima volta nella nostra storia, il famigerato “partito dall’esterno” che a suo tempo (per l’esattezza il 6 dicembre 1978) era stato denunciato da Jacques Chirac dall’ospedale di Cochin…[1]

 

Prima della sua nomina a ministro del governo di Edouard Philippe, Nicolas Hulot aveva preso nettamente posizione contro il CETA. La sua permanenza al governo, a queste condizioni, ha il valore di un voltafaccia. Come ministro della Transizione Ambientale (sic), non ha sicuramente finto un certo rammarico lo scorso venerdì mattina su Europe 1. Ha riconosciuto che la commissione di valutazione nominata da Edouard Philippe lo sorso luglio aveva identificato diversi potenziali pericoli contenuti nel trattato. Ma ha anche aggiunto: “...i negoziati erano ormai arrivati a un punto tale che, a meno di non rischiare un incidente diplomatico con il Canada, che certamente vorremmo evitare a tutti i costi, sarebbe stato difficile bloccarne la ratifica”. Questa è una perfetta descrizione dei meccanismi di irreversibilità deliberatamente incorporati nel trattato. Non dimentichiamo inoltre che, prima di essere nominato ministro della Transizione Ambientale, l’ex-presentatore televisivo aveva più volte dichiarato che il CETA non era “compatibile con il clima”. Si può qui immaginare quanto fosse grande la spada che ha dovuto ingoiare: praticamente una sciabola.

 

Da parte sua, fin dalla sua elezione Emmanuel Macron si è presentato come difensore allo stesso tempo dell’ecologia e del pianeta riprendendo, capovolgendolo, lo slogan di Donald Trump “Make the Planet Great Again”. Ha spesso ribadito questo concetto, sia alle Nazioni Unite che in occasione del suo viaggio alle Antille dopo l’uragano “Irma”. Ma non si può ignorare che il suo impegno a favore del CETA e la sua sottomissione alle regole dell’Unione Europea, che ha comunque registrato un terribile ritardo sulla questione degli interferenti endocrini, dimostrino come non sia decisamente l’ecologia a motivarlo, e che al massimo questa non sia che un pretesto per una comunicazione di pessimo gusto e di bassa lega.

 

È dunque necessario avere ben chiare le conseguenze dell’applicazione del CETA, oltre alla minaccia che esso rappresenta per la sovranità nazionale, la democrazia e la sicurezza del paese.

 

[1] Haegel F., « Mémoire, héritage, filiation : Dire le gaullisme et se dire gaulliste au RPR », Revue française de science politique, vol. 40, no 6,‎ 1990, p. 875

11/07/17

Sapir – Che cosa ci ha rivelato il G-20 di Amburgo

Jacques Sapir commenta a caldo sul suo blog Russeurope i risultati del G-20 di Amburgo. Secondo l’economista francese Stati Uniti, Russia e Cina ne escono più forti, grazie anche alla nuova intesa tra Putin e Trump. Mentre il vero perdente è l’Unione europea, campione del libero scambio più integrale, sconfitta dalla dichiarazione finale del summit, che riconosce ai singoli Stati la possibilità di reagire con misure autonome a comportamenti illeciti in campo commerciale. Secondo Sapir “è innegabile che l'incontro di Amburgo ha ufficialmente messo agli atti l'esistenza di un mondo multipolare, un mondo su cui nessun Paese può rivendicare il diritto di dettare legge né esercitare il potere”. Alla diplomazia francese, conclude, non resta che smaltire la sbornia mondialista.

 

 

Di Jacques Sapir – 9 luglio 2017

 

L'incontro del G-20, che si è tenuto dal 7 al 9 luglio ad Amburgo, ha dimostrato l’ attuale esplosione delle relazioni internazionali. Ha inoltre evidenziato la posizione più forte sia di Paesi come gli Stati Uniti, sia della Cina e della Russia. E ha messo agli atti l'incapacità dei paesi dell'Unione Europea di fare avanzare la loro agenda di una cosiddetta "governance globale" basata sulla negazione della sovranità dei singoli Stati.

 

 

Una vittoria di Vladimir Putin?

 

In particolare, tre punti di questo incontro sono significativi.

 

Il primo è senza dubbio l'incontro tra Vladimir Putin e Donald Trump. L'incontro, che in parte ha finito col mettere in ombra gli altri incontri bilaterali, ha posto le basi per la futura cooperazione tra Stati Uniti e Russia. Se gli Stati Uniti hanno ottenuto dai russi l’accordo su un cessate il fuoco nel Sud-ovest della Siria - tregua di cui si può pensare che lasci presagire una divisione a breve del paese [ 1] - hanno anche ufficialmente accettato che Assad resti al potere, e che mantenga il controllo su una grande parte della Siria "utile". Il che significa concedere a russi e iraniani, questi ultimi non presenti al G-20, quello che chiedevano. Se questa divisione viene condotta fino in fondo, infatti, non riguarderà soltanto le forze che sostengono Assad e l'opposizione cosiddetta "moderata", ma includerà anche le forze curde del nord del Paese: la contrarietà della Turchia su questo punto è evidente e ben nota. È probabile dunque che una delle conseguenze di questa tregua sarà un riavvicinamento tra la Turchia e la Russia sull'idea dell'unità della Siria, una soluzione molto meno svantaggiosa per Ankara. Il cessate il fuoco è una soluzione temporanea, che garantisce solo una protezione minimale delle milizie sostenute dagli Stati Uniti in Siria. Questo è il motivo per cui è stato accettato dalla Russia, che sarà ora in grado, con l'aiuto dell'Iran e il sostegno forzato e costretto dei partiti curdi, di far avanzare progressivamente la sua idea di unità della Siria. La tregua è dunque un successo tattico, ma una sconfitta strategica per gli Stati Uniti [per meglio comprendere la tesi di Sapir, si veda la nota di approfondimento al termine dell'articolo, ndVdE]

 

 

Mette in evidenza invece il ruolo pienamente recuperato da Vladimir Putin, che al G-20 è stato al centro dell'attenzione. Non solo non ci sono più tentativi di "isolare" la Russia, ma Putin può contare su dichiarazioni, sia da parte del segretario di Stato Roy Tillerson sia di Donald Trump, che fanno appello a un rapporto costruttivo con la Russia.

 

Un successo di Donald Trump gli ayatollah del libero scambio?

 

È molto probabile che nel "grande accordo", che ha avuto luogo tra il presidente russo e quello degli Stati Uniti, questo sia stato compreso in pieno. In cambio di questa grande concessione, Trump ha chiesto a Putin di tenere a bada la Corea del Nord, e ha ottenuto il suo sostegno sia sulla questione commerciale sia su quella del clima.

 

In effetti, bisogna leggere attentamente il comunicato conclusivo. Sulla questione del commercio, l'America ha vinto la partita [2] . Dopo una notte di trattative tra gli sherpa, il G20 ha sì condannato il "protezionismo", ma allo stesso tempo ha anche riconosciuto agli Stati il diritto di difendersi sul terreno commerciale, in caso qualcuno attui pratiche illecite. Questo è importante, e da collegare con la posizione russa. Per questo paese sono da condannare le misure che impediscono a uno Stato di avere accesso a determinati beni e prodotti, come le sanzioni, e non le misure volte ad aumentare il costo di questi beni e prodotti per proteggere l’industria nazionale. Da questo, diventano importanti i termini usati nel comunicato finale:

 

"Noi (...) continueremo a combattere il protezionismo, comprese tutte le pratiche commerciali sleali, e a riconoscere il ruolo degli strumenti legittimi di difesa su questo punto".

 

Nessuno vuole, e questo è ovvio, un ritorno all’autarchia. Ma un numero crescente di Paesi accetta l’idea che una protezione tariffaria possa essere necessaria. Riconoscendo agli Stati il diritto di applicare mezzi legittimi di difesa, senza legarli ad alcun accordo internazionale, come ad esempio l’organismo per la risoluzione dei conflitti dell’OMC, l'Unione europea, che in questo G-20 è stata il campione della difesa del libero scambio totale, ha subito una sconfitta in campo aperto. In un certo senso, se Emmanuel Macron è sincero nella sua volontà di promuovere una "Europa che protegge", potrebbe appoggiarsi a questa sconfitta degli ayatollah del libero scambio di Bruxelles.

 

La sconfitta degli accordi di Parigi

Sulla questione dell'ambiente, benché Emmanuel Macron abbia cercato di utilizzare il G-20 come un nuovo palcoscenico per celebrare l’accordo sui cambiamenti climatici di Parigi, è chiaro che ora è in una posizione molto debole.

 

I Paesi del G-20 hanno trovato un compromesso per evitare la rottura definitiva con Washington, ma anche con la Russia e con la Cina, dopo che questa ha annunciato la sua uscita dall’accordo di Parigi. Il comunicato finale "ha preso atto" dell'uscita degli Stati Uniti. Ma l’accordo è descritto come "irreversibile" per tentare di isolare gli Stati Uniti su questo punto. Tuttavia, ci si può domandare chi isola chi, quando si ricorda che il testo dell'accordo di Parigi non è realmente vincolante, ed è già stato messo in discussione da molti altri Paesi. Certo, la cancelliera tedesca può dichiarare alla stampa di essere felicissima del fatto che tutti gli altri capi di Stato e di governo si attengano all’accordo di Parigi. Ma il processo che porta al suo sostanziale svuotamento è già in atto. La dichiarazione finale, infatti, dice che il G20 "si adopererà per lavorare a stretto contatto con altri partner per facilitare il loro accesso e un uso più pulito ed efficiente dei combustibili fossili, e contribuire a distribuire le energie rinnovabili e altre fonti di energia pulita".

 

In effetti, con il G-20 è stato possibile cominciare a vedere la realtà che si cela dietro l’altisonante retorica sul "rischio climatico": quella di un tentativo di aprire alle grandi aziende nuovi campi di azione, per esempio la sostituzione del motore a carburante delle automobili con un motore elettrico, benché la realizzazione della batteria necessaria per questi veicoli produca emissioni di anidride carbonica quanto otto anni di utilizzo di un veicolo diesel, trascurando in misura sempre maggiore i problemi reali di inquinamento con cui si confrontano le persone, sia che si tratti dell'inquinamento atmosferico [3], o dell'inquinamento dell’acqua e degli alimenti prodotti dall'agricoltura industriale.

 

Una sconfitta del globalismo?

 

Il bilancio complessivo di questo G-20 è quella di una sconfitta dei sostenitori di una forma di "globalismo" e del riconoscimento della legittimità di azione delle nazioni sovrane. Questo risultato, come è normale, è stato coperto con molti strati di zucchero per addolcire la pillola. Ma è innegabile che l'incontro di Amburgo ha ufficialmente messo agli atti l'esistenza di un mondo multipolare, un mondo su cui nessun paese può rivendicare il diritto di dettare legge né esercitare il potere. E in un certo senso, questo è un gran bene. Ma ora è necessario che la diplomazia francese torni alla realtà e si riprenda dalla sua ubriacatura globalista. Si può scommettere che sarà un passaggio doloroso, e accompagnato da postumi di sbornia permanenti…

 

Note

 

[1] https://www.bloomberg.com/news/articles/2017-07-08/putin-s-endgame-in-syria-gains-traction-after-deal-with-trump

[2] http://www.lepoint.fr/monde/le-journal-de-trump/sommet-du-g20-trump-bataille-avec-ses-homologues-08-07-2017-2141610_3241.php

[3] Vedi N. Meilhan, "Sulfates or no sulfates" in http://leseconoclastes.fr/2017/07/sulfates-or-no-sulfates-that-is-the-question/

 

 

[Nota di approfondimento di Saint Simon,VdE - Per rendere più comprensibile la complicata situazione siriana, una piccola disamina degli schieramenti in campo.

 

Gli Stati Uniti vorrebbero mantenere il controllo del Sud-Ovest siriano, al confine con Giordania e Israele, per poter organizzare successivamente una eventuale nuova avanzata in Siria col supporto degli alleati sauditi e israeliani, e controllare le vie di approvvigionamento dall'Iraq. Tuttavia, poiché sul campo le fazioni sostenute dagli USA sono prossime alla sconfitta militare, l'unico modo per ottenere ciò è sedersi al tavolo coi vincitori, Siria e Russia, e trovare un accordo per dividere la Siria, in cambio del riconoscimento del controllo diretto di Assad su gran parte di essa. Se la Siria venisse divisa, tuttavia, i curdi dell'YPG, alleati degli USA, che hanno combattuto contro Assad e l'ISIS nel nord della Siria, spingerebbero per ritagliarsi il proprio stato indipendente. Questo sarebbe inaccettabile per la Turchia di Erdogan, il cui peggior incubo strategico è proprio la formazione di uno stato curdo indipendente alle sue frontiere, che rinfocolerebbe il secessionismo curdo nelle regioni orientali della Turchia. Di conseguenza Erdogan, pur essendo stato uno dei nemici irriducibili di Assad, troverebbe preferibile riavvicinarsi alla Russia e sostenere l'idea dell'unità della Siria. Messi di fronte a questo scenario, per non perdere il sostegno della Turchia nella regione, gli USA si troveranno costretti ad abbandonare l'idea di dividere la Siria, costringendo i curdi ad accettarne l'unità. Così, per gli USA, la vittoria tattica - il cessate il fuoco che consentirebbe di tenere militarmente le regioni che si vogliono staccare dalla Siria - si trasformerà appunto in una sconfitta strategica - l'accettazione forzata dell'unità della Siria e la rinuncia ad altre azioni militari.]

14/02/17

Sapir: DECODEX e il Ministero della Verità

 Jacques Sapir su Russeurope denuncia lo stile orwelliano del "Decodex", un particolare motore di ricerca recentemente lanciato dal sito del quotidiano francese Le Monde, che pretende di indicare ai lettori quali siti di informazione sono affidabili e quali no, con un sistema a quattro colori: rosso, arancione, blu, verde. Con il risultato prevedibile che verdi, cioè "affidabili", sono solo i siti in sintonia con la posizione ideologica del giornale. Mentre impazza in Europa e negli Usa la nuova caccia alle streghe contro le presunte fake-news - paradossale, in un contesto in cui la menzogna domina nei media ufficiali più importanti - avvenimenti come il lancio di questo Decodex ne rivelano con chiarezza sempre maggiore lo scopo reale.

 

di Jacques Sapir, 9 febbraio 2017

Il sito web del quotidiano Le Monde ha lanciato nei giorni scorsi, uno "strumento" chiamato "Decodex", che dovrebbe consentire agli utenti dei diversi siti di discernere la verità dalla menzogna.

Nessuno qui contesta la necessità di verificare le fonti. Si potrebbe supporre che questo strumento sia un onesto tentativo di aiutare il lettore. Ma in realtà quello che risulta è che si tratta di uno strumento ideologico, che serve sia all'autopromozione del quotidiano (il che si può anche capire, senza per questo approvarlo), sia, ed è su questo punto che l'intera operazione è molto più discutibile, come uno strumento di vaglio ideologico. Sostenendo di combattere contro quelle che sono chiamate le "fake news", cioè la moltiplicazione di notizie false, i giornalisti di Le Monde non hanno trovato di meglio da fare che reinventare l'Indice dei libri proibiti del Vaticano. A quando l' imprimatur?

Il Decodex si presenta come un motore di ricerca utilizzabile da chiunque. Il sistema classifica i siti da verdi (garanzia di informazione "buona") a rossi (sito ritenuto pericoloso), passando per l'arancione (sito poco serio) e il blu (sito di satira). Sennonché, per far funzionare un sistema come Decodex, è necessario preliminarmente fare un elenco dei siti di informazione ritenuti o meno raccomandabili e una lista dei criteri da usare per valutare e giudicare la credibilità di questo o quel sito. E qui entriamo in un territorio in cui gioca alla grande la soggettività ideologica dei giornalisti di Le Monde. Attribuendo i colori - che sia verde, arancione o rosso - Le Monde si arroga il diritto di ergersi a giudice, mentre lui stesso non è che - e nessuno glielo rimprovera - un giornale d'opinione, giornale che difende le sue idee, ma idee che rappresentano solo la sua soggettività. Quello che infastidisce, quello che sorprende di questa invenzione di Le Monde è che il giornale si è così attribuito il ruolo di censore del Web, delle informazioni online. Si appropria così di un potere che potrebbe, al limite, appartenere a una commissione indipendente, o al CSA (Conseil supérieur de l'audiovisuel, Consiglio superiore dell'audiovisivo, ndt), ma certamente non a un giornale che è una parte in gioco nel campo dell'informazione e non può quindi pretendere di avere l'imparzialità necessaria per una simile funzione.

La dimensione ideologica dell'operazione si rivela quando si esamina un po' questo Decodex. Si constata allora che le fonti dell'establishment dei media (i giornali con cui Le Monde ha collaborazioni, apertamente o implicitamente) sono sempre verdi. Gli altri sono di colore arancione e rosso, in particolare le fonti cosiddette alternative. È qui che si rivela la dimensione "monopolista"  dell'operazione. In un mondo dove il giornalismo tradizionale è messo in discussione, perché chiunque può, a suo piacimento, creare un sito d'informazione, l'operazione Decodex si rivela come lo sforzo un po' puerile ed evidentemente disperato di alcuni giornalisti per assicurarsi il monopolio dell'informazione. Sarebbe stato più utile, e più vantaggioso per tutti, che questi cosiddetti giornalisti si interrogassero sulle ragioni della loro perdita di lettori. Ma su questo tipo di autocritica, è meglio non illudersi: chiaramente, non ne sono capaci.

Vediamo un esempio eloquente. Il mio blog ha ottenuto, come il blog di Olivier Berruyer, la classifica di arancione. Olivier però ha risposto in modo pungente ai guardiani di Decodex. La classificazione è stata motivata con un esempio di "notizie false" che Le Monde presenta in questo modo: " ... a volte riferisce informazioni false, negando la presenza di truppe russe in Ucraina nel 2014, benché fosse stata accertata." Se questi "giornalisti" avessero fatto il loro lavoro, avrebbero potuto constatare che non avevo affatto negato la presenza di soldati russi a Donetsk e Lugansk, ma che, citando in particolare un generale americano di stanza presso la NATO, avevo segnalato che la presenza di militari russi non era in grado di spiegare le vittorie riportate dalle forze della DNR e LNR nel settembre 2014. Ma è chiaro che qui la verità importa poco ai giornalisti di Le Monde. Chi vuole annegare il suo cane lo accusa di avere la rabbia.

Sarebbe facile anche ribattere che lo stesso Le Monde ha pubblicato notizie false o non confermate, come ha dimostrato Vincent Glad in un articolo sul sito di  Libération [1]. Lo stesso Le Monde ha ripreso recentemente la notizia falsa di un'azione di hackeraggio dei russi contro una centrale elettrica negli Stati Uniti. Allora perché non attribuire allo stesso Le Monde l'arancione nella classifica di Decodex ?

Aude Lancelin si è scagliata contro questa operazione di Le Monde, e si può pensare che probabilmente finirà con lo screditare in misura anche maggiore la stampa tradizionale. In realtà, una rapida scorsa dei diversi siti coinvolti mostra che i potenziali utenti del Decodex lo utilizzano in modo opposto rispetto a quello che volevano i giornalisti di Le Monde. I contatti di questi blog sembrano essere aumentati e tutto sembra mostrare che il lettore consideri "sospetta" una classificazione verde che dovrebbe segnalare la "buona" informazione, e ricerchi proprio i siti segnalati da Decodex come "sospetti". Se questo è confermato, avremmo il risultato paradossale di un'operazione organizzata di diffamazione, per usare il linguaggio del Ministero della giustizia, che si ritorce contro i suoi stessi autori...

Al di là di questo, Decodex pone un problema fondamentale. Nessuno può certificare la "verità". Alcuni fatti possono essere ragionevolmente stabiliti, ma sempre sapendo che resta comunque un margine di incertezza.

L'interpretazione di questi fatti, però, si differenzia a seconda delle opinioni, della soggettività di ciascuno, delle diverse ricerche che possono essere fatte. Qui rimando il lettore ai miei molti post sul tema della disoccupazione in Francia, e sull'abuso da parte dei giornalisti della famosa "categoria A" della DARES (una categoria di disoccupati utilizzata dall'istituto francese di statistica - DARES, Direction de l'animation de la recherche des études et des statistiques ndt). Nessuno può decidere di avere il monopolio della verità e dell' informazione; non si può certificare una "verità", né metterla sotto diritto d'autore. È per questo che l'intera operazione Decodex si rivela in realtà abbastanza nauseante, per quello che descrive dell'immaginario dei suoi autori. Non ci si deve, dunque, meravigliare del costante calo di lettori di questa stampa che continua a screditarsi in modo così costante e regolare. Questa stampa che ormai è arrivata a mescolare il ridicolo alla vergogna.

A nessuno può sfuggire il sapore "orwelliano" del Decodex. C'è un "Ministero della Verità" all'opera in quello che hanno fatto i giornalisti di Le Monde.

 

[1] Glad, V. " Qui décodexera le Décodex? De la difficulté de labelliser l'information de qualité" ("Chi decodexerà il Decodex? Sulla difficoltà di certificare l'informazione di qualità"), post del 3 febbraio 2017.