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25/11/17

Keynes aveva ragione riguardo al Quantitative Easing (QE)

In questo breve ma sostanziale post tratto dal Real World Economics Review, un grafico illustra empiricamente come il fallimento del QE fosse stato già previsto da Keynes nella sua Teoria Generale. Ancora una volta i numeri ci mostrano chiaramente come il disastro economico dell'Eurozona sia stato un disegno deliberato, o quantomeno colposo, da parte di chi non poteva non sapere che l'esito sarebbe stato una sempre più iniqua redistribuzione della ricchezza nelle mani di pochissimi. Le basi teoriche partono da lontano, i dati parlano chiaro, e le conseguenze pratiche (povertà diffusa, disoccupazione crescente, recessione cronica) sono sotto gli occhi di tutti. A queste condizioni, solo con la consapevolezza di quanto profondamente ingiuste e deliberate siano state la scelte legate all'unione monetaria può permettere ai popoli europei di riguadagnare il terreno perduto in questi anni.

 

di Merijn Knibbe 13 novembre, 2017

 

 

La crescita monetaria causata dal QE nell’Eurozona (si veda il grafico) ha davvero stimolato l’attività economica? Non proprio. Per John Maynard Keynes, in ‘The general theory’ (1936),

 

“La relazione delle variazioni in M (moneta) rispetto a Y (redditi) e r (tasso d’interesse) dipende, principalmente, dal modo in cui si verificano le variazioni in M.”

 



 

In altre parole: è il credito, e non la moneta, a far girare il mondo. La moneta che genera prestiti per permettere alle famiglie di acquistare case già costruite ha un effetto totalmente diverso dalla moneta che genera prestiti per finanziare nuove imprese ad alta intensità d’impiego che producono apparecchiature mediche vitali (ma questo varrebbe anche per l’ultima moda, i giocattoli L.O.L. ball). Il quantitative easing delle banche centrali è un esempio empirico catastroficamente perfetto a dimostrazione di come la moneta circolante non sia aumentata con le misure del QE - ma è invece finita nelle mani dei settori sbagliati dell’economia. Il QE consiste nell’acquisto di obbligazioni di, ad esempio, banche, fondi pensione e compagnie assicurative da parte di una banca centrale. Il grafico mostra che ciò ha contribuito non poco alla crescita monetaria misurata. Il denaro confluito nelle banche tramite la vendita di  obbligazioni  (barre verde chiaro) non viene considerato come ‘moneta sociale’ (ossia moneta circolante nell’economia o M-3). Il denaro del QE versato a fondi pensione e compagnie assicurative e simili (barre azzurro chiaro meno le barre verde verde chiaro) viene invece considerato come parte dell’M-3. Ma i fondi pensione non lo investono in maniera utile. Con quel denaro acquistano soltanto altre obbligazioni e strumenti finanziari. Sarebbe utile se i fondi pensione, di comune accordo con i governi, utilizzassero i fondi del QE per investire in nuove case, ad esempio ad Amsterdam o a Londra. Ma generalmente non lo fanno. Keynes ci aveva visto giusto - non basta prendere in considerazione solo M. E la strategia del QE è sbagliata - o quantomeno per il tipo di QE che abbiamo finora visto. Il QE che conosciamo si potrebbe definire come uno strumento per espandere la massa monetaria nella maniera meno efficiente per influenzare Y. Persino acquistare debiti deteriorati dalle banche (per ridurne il valore) sarebbe stata un’idea migliore.

 

Come leggere il grafico:

 

La linea blu sottile indica la crescita di moneta M-3 Le barre azzurro chiaro rappresentano la quantità di moneta QE che va a fondi pensione, compagnie assicurative e simili, per l’acquisto di obbligazioni esistenti. Le barre verde chiaro sono obbligazioni vendute dalle banche (il denaro confluito nelle banche non è considerato come parte di M-3). Il contributo netto del settore ‘MFI’ (istituzioni finanziarie monetarie, cioè banche e la BCE) alla crescita monetaria dell’Eurozona è dato dalle barre azzurro chiaro meno le barre verdi e viola. È interessante notare che, fino all’inizio del QE, il contributo netto della BCE era negativo! Le ‘attività nette all’estero’ si possono intendere come moneta finita in Svizzera e altri paradisi fiscali.

 

01/11/17

EconoMonitor - John Maynard Keynes: per una politica macroeconomica che funzioni

Dal prestigioso blog di macroeconomia di Nouriel Roubini EconoMonitor traiamo un'autorevole analisi su uno dei concetti forse più trascurati della teoria macroeconomica keynesiana, la preferenza degli agenti economici per la liquidità. Questo concetto viene rivalutato qui come una chiave di lettura utile per spiegare la persistenza dell'attuale crisi economica globale, e le misure raccomandate da Keynes per una tale eventualità, se applicate, vengono indicate come la soluzione più rapida ed efficace per stimolare un'autentica ripresa. Sfortunatamente questo concetto, sommerso dalla predominanza di politiche mainstream di stampo liberista, e trascurato anche dai fan keynesiani dell'ultima ora, non si è ancora affermato come sarebbe auspicabile, né le politiche raccomandate sono state mai applicate. Per questo motivo riteniamo importante aprire anche  qui un dibattito che possa accendere i riflettori sull'argomento.


 

 

 

 

Di Biagio Bossone, 25 luglio 2017

 

 

Il fantasma di John Maynard Keynes…torna a perseguitarci”, così commentava Martin Wolf (2008) alla vigilia della crisi finanziaria globale, individuando nelle lezioni del padre della macroeconomia la strada migliore per comprendere la crisi e ristabilire la salute dell’economia mondiale.

 

 

La gravità della crisi ha effettivamente convinto molti economisti a rivalutare gli insegnamenti di Keynes, che per decenni erano scomparsi dalla teoria e pratica economica mainstream. E se a marzo del 2008, durante l’incontro annuale dell’American Economic Association, gli economisti ostentavano ancora scetticismo verso l’idea di combattere una recessione con stimoli fiscali, solo pochi mesi dopo, nel meeting del gennaio 2009, tutti si dichiaravano praticamente a favore di tali misure (Uchitelle 2009).

 

 

Tuttavia, questo rinnovato interesse da parte della professione economica alle politiche di intervento sulla domanda di Keynes non ha tenuto sufficientemente in conto la teoria keynesiana della preferenza per la liquidità come chiave per spiegare perché in un’economia capitalistica possa esistere disoccupazione involontaria permanente, e in che misura le politiche monetarie e fiscali possano essere efficaci per stimolare la ripresa economica.

 

 

 

 

La teoria keynesiana della preferenza per la liquidità (LPT)

 

 

L’analisi di Keynes smontava l’importanza di produttività ed austerità come basi della teoria neoclassica dei tassi d’interesse. Nel riconoscere il ruolo chiave svolto dall’incertezza – e non soltanto dal rischio calcolato – per tutte le decisioni economiche, a differenza dalla teoria neoclassica, la LPT non considera il tasso d’interesse una ricompensa per la pazienza, o l’astinenza, ma piuttosto un premio agli agenti disposti a separarsi dalla liquidità, e dunque una sorta di metro della loro riluttanza a privarsi del controllo sulla loro liquidità in un mondo dominato dall’incertezza. In qualsiasi momento il tasso d’interesse deve essere tale da far cessare al margine la propensione generale a detenere beni liquidi piuttosto che in altra forma, in base alla quantità di liquidità disponibile nell’economia (Keynes (1971-89), Vol. 7, 167).

 

 

Per Keynes il tasso d’interesse è determinato non sulla base di scelte di risparmio, ma dei livelli di liquidità del risparmio preferiti dagli agenti. Queste preferenze riguardano lo stock dei risparmi (ricchezza), non i flussi di risparmio, e il tasso d'interesse è determinato dalla domanda e dall’offerta dei beni in cui la ricchezza può essere collocata, non dall’offerta e dalla domanda di (flussi di) risparmio - come accade nella teoria neoclassica dei fondi di credito che è a tutt’oggi alla base dei modelli macroeconomici (Woodford 2003) mainstream (neo-Wickselliani). A tal proposito, è importante che l'LPT venga intesa in termini generali e non identificata esclusivamente con la domanda di moneta. L’LPT riguarda la domanda di beni a vari livelli di liquidità, e il tasso d’interesse dipende sia dalla domanda che dall’offerta di beni in tutto questo spettro.

 

 

Di conseguenza, i tassi d’interesse futuri sulle attività finanziarie sono determinati da valutazioni di mercato influenzate dalla psicologia di massa, e dalla misura in cui queste si ripercuotono sulle preferenze di liquidità degli agenti. Per l’LPT, il tasso d’interesse è un fenomeno convenzionale, il cui valore è largamente disciplinato dall’aspettativa prevalente del suo plausibile valore, e che può permanere a livelli cronicamente troppo elevati per permettere la piena occupazione [1].

 

 

Non esiste pertanto un livello d’interesse unico (‘naturale’) che consenta al sistema di adattarsi automaticamente all'equilibrio (‘naturale’) di piena occupazione, ma esiste un qualsiasi livello d’interesse che possa soddisfare le convenzioni dei mercati finanziari in qualsiasi momento (Bibow 2005). Capovolgendo la visione neoclassica, l’LPT ha mostrato come sia la sfera dell’economia reale a doversi adattare a qualsiasi livello d’interesse in cui il sistema finanziario possa trovarsi. [2]

 

 

 

 

LPT e politica monetaria

 

 

Nel rimuovere il risparmio e la produttività come punti fermi reali del tasso d’interesse, l’LPT ha lasciato questi ultimi alla mercé delle convinzioni convenzionali popolari. [3] Eppure, proprio la natura convenzionale del tasso d’interesse, come incapsulato nell’LPT, ha aperto la strada al riconoscimento del ruolo centrale svolto dalle aspettative nella creazione di politiche economiche. In presenza di questa fondamentale indeterminatezza dell'equilibrio macroeconomico - nel contesto di una moltitudine di possibili equilibri - la gestione attiva delle aspettative attraverso la politica monetaria (in combinazione con l'uso dei tassi a breve termine) è diventata lo strumento fondamentale della banca centrale per influenzare le convinzioni (e quindi i tassi d’interesse) e orientare l’economia verso il suo equilibrio ottimale (piena occupazione e bassa inflazione).

 

 

Secondo Keynes, l’efficacia delle politiche dipende in larga misura dalla credibilità delle azioni intraprese e delle istituzioni che le intraprendono. Oggi a questi requisiti andrebbe aggiunto un canale di comunicazione con gli strumenti di politica economica, necessario alle banche centrali per poter guidare le aspettative del mercato in linea con gli obiettivi politici. Lungi dall'essere un fattore neutro, la moneta può essere usata per guidare l'attività economica reale e l'accumulazione verso livelli socialmente ottimali.

 

 

Resta aperta la questione se le banche centrali siano sempre in grado di assolvere a tale compito. Keynes riteneva che, laddove le autorità conducano una politica equilibrata e la perseguano costantemente, rassicurando i mercati sul fatto che esse sanno bene cosa va fatto e che perseguono i loro scopi con fermezza, allora sono in grado di influenzare le aspettative degli agenti nella direzione desiderata (Aspromourgos 2006).

 

 

Keynes prevedeva anche la possibilità di situazioni estreme - come una recessione persistente in maniera ostinata  - in cui l'andamento dell'economia provoca una maggiore incertezza, un clima di sfiducia in campo finanziario e aspettative eterogenee. In questi casi, raccomandava alle banche centrali di ricorrere a “misure straordinarie”, come ad esempio operazioni di mercato aperto su titoli a lungo termine, [4] che ricordano molto da vicino delle politiche non-convenzionali (bilancio della banca centrale) ante litteram (Bossone 2013a, b).

 

 

Esistono limiti a tali politiche?

 

 

Keynes ha ripetutamente richiamato la possibilità di un certo limite assoluto che impedisca l’adeguamento al ribasso dei tassi d'interesse (per quanto non fosse del tutto convinto della rilevanza concreta di tale possibilità [5]), dovuto all’incertezza che spinge gli investitori a spostarsi verso la liquidità. Ad un certo punto si raggiunge un plateau, dove le spinte a vendere causate dallo spostamento verso la liquidità dei titolari di titoli annulla la pressione sui prezzi data delle operazioni di mercato aperto. A quel punto, il potere di controllo della banca centrale perde efficacia: il sistema si trova in una trappola della liquidità. Keynes, infatti, ha indicato che questa condizione potrebbe emergere a qualunque livello del tasso d’interesse che possa essere considerato “abbastanza sicuro” (e non necessariamente al limite inferiore pari a zero). Pertanto, esiste una molteplicità di trappole della liquidità. Questo problema non si presenterebbe se le autorità riuscissero a spostare lo stato delle aspettative nella direzione desiderata, o almeno così si pensava.

 

 

Può la politica monetaria, da sola, garantire efficacemente questo risultato?

 

 

L’esperienza della crisi finanziaria globale del 2007-09 e la successiva crisi del debito in Europa hanno mostrato i gravi limiti della politica monetaria. Dopo un breve periodo, durante il quale i governi delle economie più avanzate avevano utilizzato la leva fiscale (in concorrenza con la praticamente illimitata disponibilità di liquidità della banca centrale) come misura tampone rispetto al rischio di crisi finanziaria, alle autorità monetarie è stato lasciato il compito di risollevare l’economia dalla recessione, proprio nel momento in cui le politiche fiscali tendevano nuovamente verso l’austerità, per evitare la crescita eccessiva del debito pubblico. Poiché in tutti i paesi le autorità monetarie si sono comportate di conseguenza, l’effetto generale delle loro politiche è stato che ci è voluto un periodo di tempo eccessivamente lungo per consentire la ripresa economica, sempre che tale ripresa si sia effettivamente realizzata.

 

 

L’LPT spiega questo risultato evidenziando come, anche quando le politiche non convenzionali possono riuscire a fare abbassare i tassi, la preferenza per la liquidità guidata da aspettative pessimistiche può essere così forte e persistente da rendere i tassi d’interesse  inefficaci o comunque insufficienti a spostare le preferenze degli agenti dalla liquidità verso  i consumi e gli investimenti. Infatti, se si tiene conto di quanto siano importanti le aspettative convenzionali, ulteriori riduzioni dei tassi d’interesse non fanno altro che segnalare un'ulteriore fragilità economica e alimentare nel mercato sentimenti ancor più pessimistici, piuttosto che incoraggiare la domanda.

 

 

L’unica cosa che le banche centrali possono ottenere attraverso la continua espansione del loro bilancio e l’adozione di politiche di orientamento espansivo, è di cambiare lentamente le aspettative pessimistiche, segnalando la loro ostinata determinazione a contrastare la recessione e combattere la deflazione (Bossone 2017). Nel lungo periodo, il mercato finisce con l’adeguarsi; tuttavia, questa è una strategia politica molto indiretta e che richiede tempo, perché i soldi iniettati nell’economia attraverso operazioni di mercato aperto non raggiungono direttamente coloro che hanno più propensione a spendere. D’altra parte, l’esperienza dimostra che, laddove sono stati adottati tassi d'interesse negativi per stimolare la domanda aggregata, i canali di trasmissione non hanno funzionato come previsto, dato che l’elevata preferenza per la liquidità li ha effettivamente congelati, con risultati complessivamente insoddisfacenti (Jobst e Lin 2016).

 

 

 

 

Politica monetaria e fiscale

 

 

In condizioni di trappola della liquidità, le politica fiscale si rivela essere più efficace, soprattutto se coordinata con adeguate politiche monetarie. All’indomani della Grande Recessione, molti economisti mainstream (in particolare Krugman 2016 e Delong e Summers 2012) raccomandavano le politiche fiscali come la migliore via d’uscita dalle trappole della liquidità [6]. Anche altri, infrangendo tutti i tabù, raccomandavano misure come il finanziamento monetario dei disavanzi fiscali (Bernanke 2002, 2017, Caballero 2010, Turner 2013, 2015) o la distribuzione pubblica di moneta emessa dalla banca centrale (Blyth e Lonergan 2014, Muellbauer 2014).

 

 

Qui, Friedman (1969) e il suo concetto di ‘helicopter money’ si applicano in maniera più pertinente rispetto a Keynes. Tuttavia, l’analisi LPT di Keynes e l’analisi sul moltiplicatore del reddito forniscono un forte incentivo all’utilizzo congiunto di politiche monetarie e fiscali, al fine di massimizzare il loro impatto sulla domanda aggregata riducendo al minimo l'effetto delle aspettative pessimistiche sulla preferenza per la liquidità (Bossone 2017). Di conseguenza, la Banca Centrale e il Tesoro dovrebbero coordinare le loro azioni in modo da:

 

 

- consentire al governo di finanziare nuove spese, riduzioni fiscali o programmi di welfare sociale appositamente progettati per attivare i più elevati moltiplicatori di reddito senza emettere nuovo debito (il che è particolarmente utile per i paesi con un ambito fiscale fortemente vincolato);

 

 

- distribuire denaro direttamente alla gente, senza doversi affidare a canali di credito bancari, poiché né le banche né il pubblico sono rispettivamente propensi a prestare e ad indebitarsi.

 

 

Tali impieghi concomitanti di politiche monetaria e fiscale rappresentano un “free lunch” (Bossone (2016) e funzionano sempre (Buiter 2014), ma non sono mai stati messi in pratica, probabilmente perché non è stato mai capito a fondo che una forte e persistente preferenza per la liquidità:

 

 

- congela il normale funzionamento di un'economia di produzione monetaria - oggetto della teoria di Keynes

 

 

- e richiede il coordinamento di politiche monetarie e fiscali come unica strategia per intervenire direttamente sulla domanda aggregata (e senza ripercussioni sul debito) e per cambiare rapidamente le aspettative mostrando risultati visibili e una crescita dell’occupazione [7].

 

 

 

 

Conclusioni

 

 

La crisi che ha afflitto le economie avanzate nell’ultimo decennio ha portato nuovamente alla ribalta la teoria macroeconomica di John Maynard Keynes. Oltre che essere stata forse troppo effimera, tale rinascita ha in realtà coinvolto il dibattito specialistico molto meno di quanto un serio processo di rivalutazione avrebbe dovuto adeguatamente richiedere. Una rilettura troppo superficiale della portata rivoluzionaria del pensiero di Keynes ha portato molti tra i suoi recenti simpatizzati a trascurare il ruolo centrale della teoria della preferenza per la liquidità nello spiegare perché le economie capitalistiche possano trovarsi intrappolate in equilibri di sotto-occupazione, e nell’individuare nelle politiche monetarie e fiscali la soluzione al loro malessere.

 

 

Note

 

 

Aspromourgos T (2006) “Keynes, Public Debt and the Complex of Interest Rates”, mimeo.

Balls E, J Howat, e A Stansbury (2016) “Central Bank Independence Revisited: After the financial crisis, what should a model central bank look like?”, M-RCBG Associate Working Paper No. 67, Mossavar-Rahmani Center for Business & Government, Harvard Kennedy School.

Bernanke B (2003) “Some thoughts on monetary policy in Japan”, Interventi presso la Japan Society of Monetary Economics, Tokyo, 31 maggio.

Bernanke, B (2017), “Some Reflections on Japanese Monetary Policy”, presentata alla Bank of Japan, 24 maggio, 2017.

Blyth M ed E Lonergan (2014) “Print Less but Transfer More: Why Central Banks Should Give Money Directly to the People”, Foreign Affairs, Essay, edizione settembre/ottobre 2014

Bibow J (2005) “Liquidity Preference Theory Revisited—To Ditch or to Build on It?,

The Levy Institute Economics Institute Bard College, Working Paper No. 427, agosto.

Boianovsky M (2004) “The IS-LM Model and the Liquidity Trap Concept: From Hicks to Krugman”, History of Political Economy (2004) 36 (Suppl 1), 92-126.

Bossone, B (2013a) “Unconventional Monetary Policies Revisited (1a parte)”, VoxEu, 4 ottobre.

Bossone, B (2013a) “Unconventional Monetary Policies Revisited (2a parte)”, VoxEu, 5 ottobre.

Bossone B (2015) “Helicopter Money, Central Bank Independence and the Unlearned Lesson From the Crisis”, EconoMonitor, 4 settembre.

Bossone B (2016) “The true costs of helicopter money”, VoxEu, 5 settembre 2016.

Bossone B (2017) “Secular stagnation (and policy options) from a liquidity perspective”, in fase di pubblicazione (disponibile su richiesta presso l’autore).

Buiter W H (2014) “The simple analytics of helicopter money: why it works – always”, Economics, Vol. 8, 2014-28.

Caballero R (2010) “A helicopter drop for the Treasury”, VoxEu, 30 agosto.

Delong J B, and L H Summers (2012) “Fiscal Policy in a Depressed Economy”, Brookings Papers on Economic Activity, Spring, The Brookings Institution.

Friedman M (1969) “The Optimum Quantity of Money”, in Milton Friedman, The Optimum Quantity of Money and Other Essays, Chicago: Adline Publishing Company, 1-50.

Lansing K J (2017) “R-star, Uncertainty, and Monetary Policy”, FRBSF Economic Letters, 30 maggio,

Muellbauer J (2014) “Combatting Eurozone deflation: QE for the people”, VoxEu, 23 dicembre.

Jobst A and H Lin (2016) “Negative Interest Rate Policy (NIRP): Implications for Monetary Transmission and Bank Profitability in the Euro Area”, IMF WP/16/172, International Monetary Fund.

Keynes J M (1971-89) “The Collected Writings of John Maynard Keynes”, 30 vols, London: Macmillan for the Royal Economic Society.

Krugman P (2015) “John and Maynard’s Excellent Adventure”, New York Times Blog, 14 marzo 14.

Krugman P (2016) “What Have We Learned From The Crisis?”, lezione tenuta presso il Picciotto Prize, Graduate Institute, Geneva, 20 settembre.

Tily G (2012) “Keynes’s monetary theory of interest”, in Threat of fiscal dominance?, BIS Papers No. 65, Bank for International Settlements, maggio.

Turner, A (2013), “Debt, money and Mephistopheles: how do we get out of this mess”, Cass Business School Lecture, 6 febbraio.

Turner, A (2015), The Case for Monetary Finance – An Essentially Political Issue

16th Jacque Polak Annual Research Conference, 6 novembre.

Uchitelle L (2009) “Economists Warm to Government Spending but Debate Its Form”. New York Times. 6 gennaio.

Wolf M (2008) “Keynes offers us the best way to think about the financial crisis”, Financial Times, 23 dicembre.

Woodford M (2003) “Interest and prices: Foundations of a theory of monetary policy”, Princeton, New Jersey: Princeton University Press.

[1] Keynes (1971-89), Vol. 7, 203-204. È interessante sottolineare che Lansing (2017) prevede una correlazione fortemente negativa tra tasso di interesse "naturale" ("r-star") e indice di incertezza macroeconomica.

[2] A dettare le regole è il tasso d’interesse sulla liquidità, fissando “lo standard che l’efficienza marginale di un’attività di capitale deve raggiungere per essere sostenibile.” (Keynes (1971-89), Vol. 7, 222.)

[3] Keynes notava:

“Nel mio Treatise on Money ho definito un presunto tasso d’interesse unico, che ho chiamato il saggio d'interesse naturale...lo ritenevo un’evoluzione e un chiarimento del “tasso d'interesse naturale” di Wicksell ...

Avevo però trascurato il fatto che in ogni singola società esiste...un diverso tasso d’interesse naturale per ogni ipotetico livello di occupazione ... analogamente, per ogni tasso d’interesse esiste un livello di occupazione per il quale tale tasso è il "naturale" , nel senso che il sistema sarà sempre in equilibrio con quel tasso d'interesse e quel livello di occupazione. Parlare di tasso d’interesse naturale, o suggerire che la definizione di cui sopra fornisse un valore unico per il tasso d’interesse indipendentemente dal livello di occupazione era dunque un errore. In quel momento non avevo ancora capito che, a determinate condizioni, il sistema potrebbe essere in equilibrio anche con livelli di occupazione parziali.

Non sono più del parere che il concetto di tasso d’interesse "naturale"...sia utile o significativo per contribuire alla nostra analisi ...

Se anche un tale tasso d'interesse esistesse...si tratterebbe del tasso che potremmo definire il saggio d’interesse neutro, vale a dire un tasso naturale che, nel senso sopraindicato, sia coerente con la piena occupazione, tenendo in conto gli altri parametri del sistema; per quanto in questo caso lo si

dovrebbe forse denominare come tasso ottimale.” (Keynes (1971-89), Vol. 7, 242-3)


[4] Si veda ad esempio Keynes (1971-89), Vol. 6, 334.

[5] Keynes (1971-89), Vol. 7, 207.

[6] Come riconosciuto da Krugman (2015), questa linea di pensiero si basa più sulla reinterpretazione di Keynes di Sir John Hicks che sulla teoria originale di Keynes. Si veda anche Boianovsky (2004).

[7] Sul coordinamento fiscale monetario si veda, Bossone (2015) e Balls et al (2016).

04/10/17

La Polonia riduce l’età pensionabile, sfidando il trend europeo

Come riporta Reuters, pare che nel mondo sia possibile essere un’economia più piccola di quella italiana, permettersi una propria moneta, crescere a ritmi del 3,9 per cento, fare politiche demografiche attive e addirittura abbassare l’età della pensione. Fortunatamente ci pensano gli austeri banchieri a ricordare a tutti il più grande pericolo per l’umanità, ossia che gli stipendi dei lavoratori crescano troppo velocemente. E che è proprio un peccato che certi governi tengano addirittura fede alle proprie promesse elettorali.

 

Di Marcin Goettig, 1 ottobre 2017

 

Varsavia (Reuters) – Lunedì la Polonia abbasserà l’età pensionabile, onorando una costosa promessa elettorale che il partito conservatore al governo aveva fatto, e andando controcorrente rispetto alle tendenze europee a incrementare gradualmente l’età della pensione, mentre le persone vivono più a lungo e rimangono più in salute.

 

L’abbassamento dell’età pensionabile a 60 anni per le donne e a 65 per gli uomini è un provvedimento caro soprattutto ai sostenitori del governo di centro-destra (sì, avete letto bene, anche in Polonia è il centro-destra a preoccuparsi degli interessi dei lavoratori NdVdE) del Partito della Legge e della Giustizia (PiS), e inverte un provvedimento che l'aveva portata a 67 anni, approvato nel 2012 dal governo centrista allora in carica.

 

Il provvedimento dovrebbe avere impatti immediati limitati sull’economia, che è in fase di boom, ma potrebbe mettere sotto pressione il bilancio statale in futuro.

 

Questa mossa avviene mentre la disoccupazione in Polonia è scesa ai livelli più bassi dai tempi dell’abbandono del comunismo all’inizio degli anni ’90, e potrebbe aumentare la tensione sui salari che stanno già crescendo al ritmo più alto da cinque anni a questa parte (Orrore! I salari crescono e l’età della pensione cala! È proprio vero che fuori dall’eurozona c’è solo l’inferno NdVdE).

 

“Il mercato del lavoro polacco deve affrontare una disponibilità sempre più limitata di lavoratori” ha dichiarato Rafal Benecki, un economista di Varsavia che si occupa dell’Europa Centrale presso ING Bank.

 

La popolazione della Polonia è di 38 milioni di abitanti e sta invecchiando a uno dei ritmi più rapidi all’interno dell’Unione Europea.

 

“Il governo sta buttando via uno degli strumenti più efficaci per aumentare la partecipazione al mercato del lavoro”, ha detto Benecki (commovente come un banchiere si preoccupi che non ci sia abbastanza concorrenza – da parte dei loro nonni - per i giovani che si affacciano sul mercato del lavoro NdVdE).

 

  • I lavoratori che vengono dall'Ucraina


 

Gli economisti e i banchieri centrali dicono che il crescente afflusso in Polonia di centinaia di migliaia di lavoratori provenienti dall’Ucraina potrebbe ridurre la tensione sui salari (ecco un’altra tendenza che accomuna i banchieri: la tutela degli immigrati quando questi possono fare concorrenza ai lavoratori locali NdVdE).

 

I numeri del ministero del Lavoro mostrano che i datori di lavoro polacchi hanno richiesto più di 900.000 permessi a breve termine per i lavoratori ucraini nella prima metà del 2017, rispetto a 1.260.000 permessi totali nell’anno 2016.

 

“Con l’arrivo di lavoratori dall’Ucraina, finora il problema che alcuni avevano previsto – mancanza di lavoratori, tensioni sul mercato del lavoro – sta diminuendo” ha detto il Governatore della Banca Centrale  Adam Glapinski all’inizio di settembre.

 

Il governo ucraino del partito PiS ha stimato che il costo della riduzione dell’età pensionabile è di circa 10 miliardi di zloty (eh già, perché in Polonia gli euro non ce li hanno, poveri loro… NdVdE), ossia 2,74 miliardi di dollari, nel 2018, all’incirca lo 0,5 per cento del PIL.

 

Da quando è andato al potere, nel 2015, l’attuale governo ha velocemente aumentato la spesa pubblica per tenere fede alle promesse elettorali di aiutare le famiglie e ridistribuire i frutti della crescita economica in modo più equo (già scorgiamo gli austeri anti-populisti nostrani scuotere la testa con veemenza di fronte a questi sciagurati provvedimenti NdVdE).

 

Nonostante la crescita della spesa pubblica, il bilancio pubblico ha registrato il primo surplus da più di due decenni nel periodo gennaio-agosto, principalmente grazie a un intervento governativo contro l’evasione fiscale e grazie ai bonus concessi per i nuovi nati, che hanno alimentato i consumi (intollerabile: non solo la Polonia fa politiche di aiuto alle famiglie per risolvere i problemi demografici, ma addirittura osa sfruttare il moltiplicatore keynesiano! NdVdE).

 

La crescita economica ha raggiunto il 3,9 per cento nel secondo trimestre, ma gli economisti avvertono che l’aumentato costo delle pensioni potrebbe causare problemi, se l’economia dovesse rallentare.

 

“Sono preoccupato di quello che succederà quando il ciclo economico si invertirà” dice Marcin Mrowiec, capo economista presso Bank Pekao.

 

“Potremmo svegliarci con salari superiori a quelli che le società possono permettersi e… spese permanentemente più alte per le pensioni” (fortunatamente invece, nell’eurozona potremo affrontare la prossima recessione con una disoccupazione vicina ai massimi storici, un’età pensionabile sulla soglia della demenza senile e uno stato sociale che ha fatto passi indietro di decenni. Evviva! NdVdE).

 

 

07/07/17

EHOC: una prospettiva veramente keynesiana sulla crisi dell’eurozona

Pubblichiamo oggi la traduzione di un altro articolo della rivista European House of Cards. Joachim Starbatty dà una lettura keynesiana dell’eurocrisi. Secondo Keynes, per paesi come quelli dell’europeriferia, la soluzione è semplice: stimolare la domanda con spesa governativa e svalutare la moneta per recuperare competitività. Il problema è che questo è impossibile, perché il “core” dell’eurozona li ha legati con un cambio fisso. È il cambio fisso il vero ostacolo alla ripresa economica in Europa. Purtroppo, nonostante questo semplice dato sia sotto gli occhi di tutti gli addetti ai lavori, continua a essere negato per non turbare il “sogno di un’Unione Europea sempre più stretta”.

 

Di Joachim Starbatty

 

 

La soluzione di J.M. Keynes – un aumento della spesa governativa in grado di stimolare la ripresa economica durante una recessione – viene spesso proposta come soluzione per i paesi troppo indebitati del Sud dell’eurozona. Ma per i paesi della periferia dell’eurozona, questo approccio non rappresenta un cammino credibile verso la ripresa economica.

 

Nel suo libro epocale “La teoria generale dell’occupazione, degli interessi e della moneta” (1936) Keynes dimostrò che la capacità produttiva inutilizzata e i lavoratori potrebbero essere rimessi in opera grazie alla spesa del governo.

 

Quello che non discuteva era la competitività, che è al cuore del problema che devono affrontare le economie dei paesi dell’eurozona in crisi. La spesa a deficit deve essere intesa come un ponte: Keynes offre una soluzione per sfruttare le risorse inutilizzate fino a quando la domanda del mercato non si riprende.

 

Tuttavia, la spesa governativa non produrrà un’efficiente allocazione dei fattori di produzione, quando non ce ne era fin dal principio. In altre parole, non può risolvere il problema della mancanza di competitività economica di base. Inoltre, una spesa pubblica su larga scala richiederebbe altro debito pubblico, che per molti paesi sarebbe insostenibile.

 

Nella “Teoria generale” di Keynes, tuttavia, troviamo un suggerimento: un’economia può uscire dal suo problema di disoccupazione manipolando il tasso di cambio. Un governo che deve affrontare un’alta disoccupazione può stimolare l’occupazione svalutando la moneta, cosa che si traduce in esportare più beni e importare occupazione.

 

Di conseguenza, i suoi partner commerciali importeranno più beni ed esporteranno occupazione. È la strategia indicata come “Beggar-my-neighbour (Frega il vicino)”. Ed è quello che sta avvenendo nell’eurozona. Il principale problema dell’unione monetaria è un rapporto di prezzi relativi falsato: il valore dell’euro è troppo basso per la Germania e troppo alto per i paesi della periferia, In Germania, il surplus della bilancia di pagamenti è aumentato dall’1% del 2000 all’oltre 8% attuale e la disoccupazione è scesa dall’11% del 2005 al 5% attuale, mentre la disoccupazione della periferia del Sud è quasi raddoppiata. Questa è una chiara prova empirica della politica “frega il vicino”.

 

È comprensibile che gli esportatori tedeschi siano soddisfatti dell’euro-regime; ma è incomprensibile che i governi della periferia europea aderiscano a un sistema monetario che sta distruggendo i loro Paesi.

 

Per loro c'è una sola possibilità di tornare alla prosperità economica: una consistente svalutazione di una nuova valuta nazionale.

 

In alcuni casi, sarà necessaria una ristrutturazione del debito. Il governo tedesco naturalmente è consapevole dei prezzi relativi truccati e impone ai governi della periferia europea una svalutazione interna, basata su un abbassamento dei salari guidato dall’alta disoccupazione, dalle politiche di austerità e dall'import in caduta. Possiamo imparare in dettaglio da Keynes quello che succede ai governi che seguono le ricette della cancelliera Angela Merkel. Nel suo Trattato sulla riforma monetaria” (1923), Keynes criticava aspramente le politiche deflazionistiche della Francia, messe in atto per difendere un Franco sopravvalutato. Dopo la Grande Depressione, l’Inghilterra e gli USA seguirono i suoi consigli e abbandonarono il Gold Standard: la sterlina inglese e il dollaro americano si svalutarono, e i due Paesi divennero più competitivi della Francia.

 

Il governo francese dovette decidere se svalutare a sua volta, o perseguire una politica deflazionistica di tagli alla spesa per riottenere competitività. Keynes osservò che “nemmeno un politico completamente incosciente applicherebbe una politica finalizzata al dimezzamento dei salari, al raddoppio del debito pubblico e alla riduzione drastica dei prezzi delle esportazioni”. Vi suona familiare?

 

La Troika e i politici dei Paesi creditori europei hanno adottato proprio questa politica, per sei anni. E così, anche se un aumento della spesa governativa non può risolvere la crisi, il taglio della spesa, delle pensioni e dei salari non farà altro che aggravarla.

 

Keynes ha dedicato un intero capitolo del suo Trattato a questo problema: se una nazione debba perseguire politiche deflazionistiche o svalutare la sua moneta. Ed è giunto a una chiara conclusione: la politica giusta per le nazioni è svalutare, e raggiungere un valore della moneta adeguato al commercio e ai salari. Di conseguenza i Paesi dovrebbero perseguire una svalutazione esterna, cioè un adeguamento del loro tasso di cambio, anziché una svalutazione interna, realizzata attraverso tagli salariali.

 

Se Keynes fosse vissuto oggi, raccomanderebbe la Grexit e l'uscita dall'euro degli altri paesi che si trovano in crisi economica. Il ritorno alle valute nazionali restituirebbe ai singoli paesi il Controllo della loro politica monetaria, che potrebbe finalmente allinearsi alle esigenze di ciascuna economia nazionale. Era fatale che intrappolare Germania e Grecia insieme in un'unica politica monetaria avrebbe avuto conseguenze disastrose. La situazione attuale non è una sorpresa, ma una conseguenza logica dell'Unione Monetaria Europea.

 

Perché l'élite politica dell'Unione europea rifiuta perfino di prendere in considerazione anche solo la possibilità che un paese esca dall'eurozona, per non parlare di sviluppare un quadro giuridico - di cui ci sarebbe bisogno già da molto tempo - per un simile evento?

 

L'unica risposta è che l'euro è ormai una questione ideologica. L'euro è il simbolo di un'unione sempre più stretta.

 

Per questo è considerato "politicamente scorretto" nel giro delle istituzioni europee mettere in discussione la forma attuale dell'Euro, nonostante gli enormi costi sociali che infligge all'Europa meridionale.

 

02/11/14

John Maynard Keynes è l'economista di cui il mondo ha bisogno adesso

Su BloombergBusinessWeek, un elogio delle politiche keynesiane e di John Maynard Keynes stesso, mai così attuale e necessario come oggi, nella crisi da deflazione che, dopo aver affossato l'eurozona, rischia di diventare globale e in cui le ricette economiche supply-side stanno mostrando tutti i loro limiti teorici e ideologici.


di Peter Coy, 30 Ottobre 2014

C'è un medico in casa? L'economia globale non riesce a crescere, e i suoi custodi stanno andando a tentoni. La Grecia ha preso la  medicina prescritta ed è stata ricompensata con un tasso di disoccupazione del 26 per cento. Il Portogallo ha obbedito alle regole di bilancio e i suoi cittadini sono alla ricerca di posti di lavoro in Angola e Mozambico, perché a casa ce ne sono ben pochi. I tedeschi si sentono anemici nonostante il loro enorme surplus commerciale. Secondo Sentier Research, negli Stati Uniti il reddito di una famiglia media al netto dell'inflazione è del 3 per cento inferiore a quello del momento peggiore della crisi 2007-09. Qualunque sia la medicina somministrata, non sta funzionando. Il capo economista di Citigroup Willem Buiter ha recentemente descritto la politica della Banca di Inghilterra come "un pout-pourri intellettuale di fattoidi, teorie parziali, metodicità empirica senza alcuna base teorica solida, presentimenti, intuizioni e idee sviluppate solo a metà." E questo, ha detto, è anche meglio di quello che altri paesi stanno tentando .