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23/05/19

Aumento dell'età pensionabile e disoccupazione giovanile: una generazione perduta

Trattenere i lavoratori anziani sul posto di lavoro provoca davvero un aumento della disoccupazione dei giovani, riducendone le assunzioni: e questo è stato anche l'effetto della legge Monti-Fornero, che ha causato 36.000 dei 160.000 posti di lavoro persi nel relativo periodo. Lo dimostra questa ricerca pubblicata su Vox, portale del CEPR - Center of Economic Policy Research, a prima firma di uno studioso prestigioso come Tito Boeri. Non è dunque peregrina l'affermazione secondo cui l'abolizione della legge Fornero favorisce le possibilità dei nostri figli di trovare un impiego. Ma ormai il danno è fatto: come ricorda l'articolo, il Portogallo nel 2007, la Spagna nel 2011, la Grecia in varie fasi tra il 2010 e il 2016 e l'Italia nel 2011 hanno tutti aumentato l'età pensionabile durante la recessione. L'aumento della disoccupazione giovanile in Europa minaccia di creare una "generazione perduta". Di fronte a questi dati sconvolgenti, la propaganda che imperversa in questi giorni sulle magnifiche sorti e progressive donateci dall'Unione europea diventa ancora più insopportabile.

 

 

 

di Tito Boeri, Pietro Garibaldi, Espen Moen, 8 settembre 2016

 

 

 

 

Il forte aumento della disoccupazione giovanile nella zona euro, a partire  dal 2008, minaccia di creare una "generazione perduta". Questo articolo mostra dati che sostengono  che l'aumento è, in parte, una conseguenza involontaria delle riforme pensionistiche nell'Europa del sud, che hanno trattenuto sul posto di lavoro i lavoratori più anziani. In futuro, riforme che creino età pensionistiche flessibili legate all'ammontare variabile della pensione potrebbero minimizzarne l'impatto sulla disoccupazione giovanile senza aumentare il deficit pubblico legato alle pensioni sul lungo periodo.

 

La maggior parte dei paesi europei ha registrato un drastico aumento della disoccupazione giovanile dall'inizio della Grande recessione, nell'aprile del 2008. Per l'Eurozona nel suo insieme, l'occupazione nelle persone di età compresa tra i 15 e i 24 anni è diminuita di quasi il 17% in sei anni. Nell'Europa del sud, il calo minore è stato del 34% in Italia, quello maggiore del 57% in Spagna. Altre fasce di età hanno sofferto meno: per l'Eurozona nel suo complesso e per tutte le fasce di età più anziane in tutti i paesi il calo è stato del 3%: tra un terzo e un sesto del calo occupazionale per i lavoratori giovani.

 

Nell'area dell'euro nel suo insieme, l'occupazione per le persone nella fascia di età 55-65 è aumentata di circa il 10%. I fattori demografici non spiegano questi cambiamenti. Sia i livelli occupazionali che i tassi di occupazione si sono mossi in direzioni opposte per i lavoratori giovani e senior (Figura 1).

 

Il forte aumento della disoccupazione giovanile era stato previsto da una ricerca sul dualismo contrattuale (Saint-Paul 1993, Boeri 2011). Questa prevede che la disoccupazione giovanile reagirà in modo più accentuato alle fluttuazioni cicliche nei paesi caratterizzati da una forte protezione dell'occupazione nei contratti a tempo indeterminato unita alla possibilità di "licenziare a volontà" per i lavoratori a tempo determinato (Boeri et al 2015). Boeri e Garibaldi (2007) avevano previsto che il calo immediato della disoccupazione giovanile dopo le riforme del mercato del lavoro a due livelli, anche in scenari di crescita lenta, sarebbe stato seguito da disoccupazione giovanile al deteriorarsi delle condizioni macroeconomiche. La ricerca sul dualismo contrattuale, tuttavia, non spiega perché i tassi di occupazione abbiano avuto un andamento divergente tra giovani e anziani.

 

Figura 1 . Tasso di occupazione per lavoratori giovani e anziani nell'UE15



 

 

Il Portogallo nel 2007, la Spagna nel 2011, la Grecia in varie fasi tra il 2010 e il 2016 e l'Italia nel 2011 hanno tutte aumentato l'età pensionabile durante la recessione. Se ne può dedurre che il calo dell'occupazione giovanile è correlato ai cambiamenti delle regole sulle pensioni? La ricerca in campo pensionistico è in genere focalizzata sul lato dell'offerta. Di conseguenza, ignora la sostituzione tra lavoratori giovani e vecchi dal lato della domanda. Vestad (2013) ha utilizzato dati amministrativi per stimare l'impatto di un programma di prepensionamento sull'occupazione giovanile in Norvegia, ma ci sono poche altre ricerche su questo argomento.

 

Conseguenze economiche della riforma delle pensioni e domanda di lavoro


 

Le conseguenze economiche di una riforma pensionistica e della domanda di lavoro sono più sottili di un semplice spostamento esogeno dell'offerta di lavoro. La maggior parte delle persone coinvolte è già impiegata e non può essere licenziata facilmente. Nell'ambito di una riforma delle pensioni che costringe le imprese a tenere i lavoratori più anziani, sul lavoro vi sono due effetti.

 

- Innanzitutto, vi è un effetto di economia di scala negativo, a causa della diminuzione dei rendimenti di scala. La riforma costringe alcuni dei lavoratori più anziani a rimanere al lavoro invece di andare in pensione. Questo tende ad aumentare la produzione, ma con la diminuzione dei rendimenti marginali di scala nella produzione, il prodotto marginale dei lavoratori giovani diminuisce e così anche l'assunzione di giovani.

 

-  In secondo luogo, vi è un effetto che dipende dal grado di complementarietà tra giovani e vecchi lavoratori: maggiore è la complementarietà, più è probabile che la riforma possa incidere positivamente sull'occupazione giovanile.

 

Quale dei due effetti - effetto scala o effetto di sostituzione - prevale è in definitiva una questione empirica.

 

 

L'Italia e la riforma Monti-Fornero


 

L'Italia fornisce un eccellente caso di studio sul fatto che aumenti inattesi dell'età pensionabile possano avere effetti negativi sull'occupazione giovanile. Nel mezzo di una recessione, il mercato del lavoro è in genere guidato dal lato della domanda. In Italia, i tassi di occupazione per i gruppi di età 15-24 e 55-64 nel 2005 erano quasi gli stessi. Dieci anni dopo, il tasso di occupazione per la fascia di età 55-64 anni era del 45%, mentre il tasso di occupazione giovanile era di circa il 12%. In questo periodo, l'età normale di pensionamento è aumentata, così come i requisiti di contribuzione minima per l'accesso al prepensionamento. Nel dicembre 2011, la riforma Monti Fornero ha aumentato l'età pensionabile fino a cinque anni per alcune categorie di lavoratori. Abbiamo usato questo esperimento di politica per stimare l'impatto degli aumenti dell'età pensionabile sulla domanda di lavoro giovanile.

 

Figura 2. Tasso di occupazione dei lavoratori giovani e anziani in Italia



 

 

Abbiamo avuto accesso a un set di dati sulle imprese italiane prima e dopo la riforma elaborata dall'ente italiano per la sicurezza sociale (INPS). Abbiamo verificato se un aumento improvviso e inaspettato dei requisiti contributivi e di età per la pensione, che ha costretto le imprese a mantenere a libro paga i lavoratori che avevano in precedenza diritto alla pensione, ha influito sulla domanda di lavoro rivolta ai giovani lavoratori. Abbiamo identificato la popolazione colpita dal cambiamento delle regole di pensionamento in ciascuna impresa e abbiamo esaminato le dinamiche delle assunzioni nette nelle stesse imprese.

 

I risultati sono chiari. Prima e dopo la riforma, le imprese che erano più esposte all'aumento obbligatorio dell'età pensionabile hanno ridotto significativamente le assunzioni giovanili rispetto a quelle meno esposte alle riforme (grassetto nostro, ndt). Non possiamo escludere che queste ultime imprese abbiano potuto aumentare le assunzioni a causa della riforma, a causa degli effetti generali di equilibrio. Tuttavia, sosteniamo che era probabile che la riforma avrebbe ridotto le prospettive del mercato del lavoro dei giovani lavoratori.

 

Stimiamo che cinque lavoratori bloccati sul posto di lavoro per un anno significano che l'azienda assume circa un giovane in meno. Le imprese con oltre 15 dipendenti hanno perso 160.000 posti di lavoro per i giovani in questo periodo. Di questi, 36.000 possono essere attribuiti alla riforma. Abbiamo eseguito controlli di robustezza, incluso fare altre regressioni cambiando la dimensione della distribuzione, propensity score matching e test di falsificazione sugli anni pre-riforma.

 

Implicazioni politiche


 

Cautamente, proponiamo due punti.

Ridurre la generosità delle pensioni in piena crisi del debito sovrano europeo era probabilmente inevitabile, nonostante la grave recessione verificatasi nelle economie dell'Europa meridionale. Ma questo restringimento avrebbe potuto essere fatto riducendo le pensioni per i lavoratori che andavano in pensione prima della normale età pensionabile. Ciò avrebbe consentito alle imprese di favorire il pensionamento dei lavoratori anziani meno produttivi. Ragionando a posteriori (così come mostrano le prove esposte sopra), i politici europei avrebbero dovuto fare molto di più per aiutare e sostenere i giovani lavoratori che stavano per entrare nel mercato del lavoro. L'equilibrio tra lavoratori giovani e anziani nel mercato del lavoro dell'Europa meridionale non è stato quello che queste politiche intendevano raggiungere. In Europa rischiamo una generazione perduta.

 

Inoltre, l'età pensionabile dovrebbe essere il più flessibile possibile. Per quanto riguarda l'Italia, il sistema a contribuzione definita a lungo termine è fattibile e sostenibile. Un sistema come questo, tuttavia, ha una fase di transizione prolungata. Durante l'aggiustamento di medio periodo del nuovo sistema, la politica dovrebbe seriamente tentare di aumentare la neutralità attuariale della flessibilità del pensionamento. Dal punto di vista di un più ampio coordinamento fiscale, i nostri risultati suggeriscono che le miopi regole di bilancio che impongono improvvisi aumenti dell'età pensionabile durante crisi importanti potrebbero avere effetto opposto. Possono causare un congelamento prolungato e quasi totale delle nuove assunzioni, in particolare quando i lavoratori più anziani sono bloccati sul posto di lavoro dall'aumento dell'età pensionabile.

 

Le regole fiscali dovrebbero concentrarsi piuttosto sulla sostenibilità fiscale a lungo termine. Una riforma del 2005 del Patto di stabilità e crescita ha tentato di farlo, ma a parole, non nella pratica. Ha affermato che un deterioramento di breve periodo del deficit di bilancio potrebbe essere tollerato se, allo stesso tempo, un governo riduce le sue passività a lungo termine. In pratica, tuttavia, questo principio può essere applicato solo includendo esplicitamente nel patto qualsiasi sforzo che riduca le passività nascoste associate ai diritti previdenziali, le passività a lungo termine più importanti nelle nostre società che invecchiano.

 

Ciò significa che a un cittadino potrebbe essere data la possibilità di andare in pensione quando lo desidera, a condizione che l'entità della pensione rifletta l'età e l'aspettativa di vita. Più pensioni potrebbero essere pagate nei periodi di crisi senza incidere sulle passività a lungo termine, perché le pensioni aggiuntive per chi anticipa la pensione sarebbero inferiori a quelle pagate alle persone che andranno in pensione dopo. Pertanto questo sistema potrebbe essere neutrale rispetto al bilancio e operare come uno stabilizzatore automatico. Un patto che consenta una flessibilità sostenibile nel pensionamento aiuterebbe anche i paesi di fronte all'enorme shock demografico associato all'attuale crisi dei rifugiati.

 

 

 

Bibliografia


Boeri, T. (2011) "Institutional reform and dualism", Handbook of Labor Economics 4b ed. D. Card and O. Ashenfelter. Elsevier.

Boeri, T. e Garibaldi P. (2007) “Two Tier Reforms of Employment Protection: a Honeymoon Effect?" The Economic Journal 117 (521), F357-F385

Boeri, T., Garibaldi, P. e E. R. Moen (2015) “Graded security from theory to practice”, VoxEU.org, 12 June.

Boeri, T. Garibaldi, P. e E. R. Moen (2016) “A Clash of Generations? “Increase in Retirement Age and Labor Demand for Youth”, CEPR Discussion Paper 11422 and WorkInps Paper 1.

Saint Paul, G. (1993) “On the Political Economy of Labor Market Flexibility", NBER Macroeconomic Annual 151-192

Vestad, O. L. (2013) “Early Retirement and Youth Employment in Norway", Statistic Norway.

 

04/10/17

La Polonia riduce l’età pensionabile, sfidando il trend europeo

Come riporta Reuters, pare che nel mondo sia possibile essere un’economia più piccola di quella italiana, permettersi una propria moneta, crescere a ritmi del 3,9 per cento, fare politiche demografiche attive e addirittura abbassare l’età della pensione. Fortunatamente ci pensano gli austeri banchieri a ricordare a tutti il più grande pericolo per l’umanità, ossia che gli stipendi dei lavoratori crescano troppo velocemente. E che è proprio un peccato che certi governi tengano addirittura fede alle proprie promesse elettorali.

 

Di Marcin Goettig, 1 ottobre 2017

 

Varsavia (Reuters) – Lunedì la Polonia abbasserà l’età pensionabile, onorando una costosa promessa elettorale che il partito conservatore al governo aveva fatto, e andando controcorrente rispetto alle tendenze europee a incrementare gradualmente l’età della pensione, mentre le persone vivono più a lungo e rimangono più in salute.

 

L’abbassamento dell’età pensionabile a 60 anni per le donne e a 65 per gli uomini è un provvedimento caro soprattutto ai sostenitori del governo di centro-destra (sì, avete letto bene, anche in Polonia è il centro-destra a preoccuparsi degli interessi dei lavoratori NdVdE) del Partito della Legge e della Giustizia (PiS), e inverte un provvedimento che l'aveva portata a 67 anni, approvato nel 2012 dal governo centrista allora in carica.

 

Il provvedimento dovrebbe avere impatti immediati limitati sull’economia, che è in fase di boom, ma potrebbe mettere sotto pressione il bilancio statale in futuro.

 

Questa mossa avviene mentre la disoccupazione in Polonia è scesa ai livelli più bassi dai tempi dell’abbandono del comunismo all’inizio degli anni ’90, e potrebbe aumentare la tensione sui salari che stanno già crescendo al ritmo più alto da cinque anni a questa parte (Orrore! I salari crescono e l’età della pensione cala! È proprio vero che fuori dall’eurozona c’è solo l’inferno NdVdE).

 

“Il mercato del lavoro polacco deve affrontare una disponibilità sempre più limitata di lavoratori” ha dichiarato Rafal Benecki, un economista di Varsavia che si occupa dell’Europa Centrale presso ING Bank.

 

La popolazione della Polonia è di 38 milioni di abitanti e sta invecchiando a uno dei ritmi più rapidi all’interno dell’Unione Europea.

 

“Il governo sta buttando via uno degli strumenti più efficaci per aumentare la partecipazione al mercato del lavoro”, ha detto Benecki (commovente come un banchiere si preoccupi che non ci sia abbastanza concorrenza – da parte dei loro nonni - per i giovani che si affacciano sul mercato del lavoro NdVdE).

 

  • I lavoratori che vengono dall'Ucraina


 

Gli economisti e i banchieri centrali dicono che il crescente afflusso in Polonia di centinaia di migliaia di lavoratori provenienti dall’Ucraina potrebbe ridurre la tensione sui salari (ecco un’altra tendenza che accomuna i banchieri: la tutela degli immigrati quando questi possono fare concorrenza ai lavoratori locali NdVdE).

 

I numeri del ministero del Lavoro mostrano che i datori di lavoro polacchi hanno richiesto più di 900.000 permessi a breve termine per i lavoratori ucraini nella prima metà del 2017, rispetto a 1.260.000 permessi totali nell’anno 2016.

 

“Con l’arrivo di lavoratori dall’Ucraina, finora il problema che alcuni avevano previsto – mancanza di lavoratori, tensioni sul mercato del lavoro – sta diminuendo” ha detto il Governatore della Banca Centrale  Adam Glapinski all’inizio di settembre.

 

Il governo ucraino del partito PiS ha stimato che il costo della riduzione dell’età pensionabile è di circa 10 miliardi di zloty (eh già, perché in Polonia gli euro non ce li hanno, poveri loro… NdVdE), ossia 2,74 miliardi di dollari, nel 2018, all’incirca lo 0,5 per cento del PIL.

 

Da quando è andato al potere, nel 2015, l’attuale governo ha velocemente aumentato la spesa pubblica per tenere fede alle promesse elettorali di aiutare le famiglie e ridistribuire i frutti della crescita economica in modo più equo (già scorgiamo gli austeri anti-populisti nostrani scuotere la testa con veemenza di fronte a questi sciagurati provvedimenti NdVdE).

 

Nonostante la crescita della spesa pubblica, il bilancio pubblico ha registrato il primo surplus da più di due decenni nel periodo gennaio-agosto, principalmente grazie a un intervento governativo contro l’evasione fiscale e grazie ai bonus concessi per i nuovi nati, che hanno alimentato i consumi (intollerabile: non solo la Polonia fa politiche di aiuto alle famiglie per risolvere i problemi demografici, ma addirittura osa sfruttare il moltiplicatore keynesiano! NdVdE).

 

La crescita economica ha raggiunto il 3,9 per cento nel secondo trimestre, ma gli economisti avvertono che l’aumentato costo delle pensioni potrebbe causare problemi, se l’economia dovesse rallentare.

 

“Sono preoccupato di quello che succederà quando il ciclo economico si invertirà” dice Marcin Mrowiec, capo economista presso Bank Pekao.

 

“Potremmo svegliarci con salari superiori a quelli che le società possono permettersi e… spese permanentemente più alte per le pensioni” (fortunatamente invece, nell’eurozona potremo affrontare la prossima recessione con una disoccupazione vicina ai massimi storici, un’età pensionabile sulla soglia della demenza senile e uno stato sociale che ha fatto passi indietro di decenni. Evviva! NdVdE).