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03/12/19

La fine del neoliberismo e la rinascita della Storia

Il premio Nobel Joseph Stiglitz smaschera su Project Syndicate le lunghe menzogne dell'ideologia neoliberale, che ha dominato il mondo negli ultimi 40 anni promettendo ai popoli, in cambio di sacrifici anche troppo presenti, un futuro benessere mai arrivato. Ma soprattutto mostra la sostanziale mancanza di libertà connessa a questa ideologia, che ha schiacciato con furore qualsiasi pensiero economico alternativo, e minato la democrazia stessa attraverso lo strapotere dei capitali. Ora però la corda è vicina a spezzarsi. 

 

 

 

Di Joseph Stiglitz, 4 novembre 2019

 

Per 40 anni, le élite dei paesi sia ricchi sia poveri hanno promesso che le politiche neoliberali avrebbero portato a una crescita economica più rapida e che i benefici sarebbero ricaduti dall'alto in basso, in modo tale che tutti, compresi i più poveri, sarebbero stati meglio. Ora, di fronte all'evidenza, c'è da meravigliarsi che la fiducia nelle élite e nella stessa democrazia siano crollate?

 

 

NEW YORK - Alla fine della Guerra Fredda, il politologo Francis Fukuyama scrisse un celebre saggio intitolato "The End of History?“ ("La fine della Storia?"). Il crollo del comunismo, vi si sosteneva, aveva eliminato l'ultimo ostacolo che separava il mondo intero dal suo destino di democrazia liberale ed economia di mercato. Furono in molti a concordare.


 

Oggi, di fronte alla ritirata dell'ordine mondiale liberale basato sul rispetto delle regole, con sovrani dispotici e demagoghi alla guida di Paesi che contengono oltre la metà della popolazione mondiale, l'idea di Fukuyama sembra stravagante e ingenua. Ma è servita a sostenere la dottrina economica neoliberale che negli ultimi 40 anni ha avuto la meglio.

La credibilità della fede neoliberale nel libero mercato come via più sicura per una prosperità condivisa è oggi agli sgoccioli. E non c'è da stupirsene. Ma il declino simultaneo della fiducia nel neoliberalismo e nella democrazia non è una coincidenza né una semplice correlazione: il neoliberalismo ha minato la democrazia per 40 anni.

 

La forma di globalizzazione prescritta dal neoliberalismo ha reso gli individui e le intere società incapaci di controllare una parte importante del proprio destino, come ha spiegato Dani Rodrik dell'Università di Harvard in modo chiarissimo, e come sostengo nei miei libri recenti Globalization and its discontent revisited ("La globalizzazione e i suoi oppositori rivisto" ) e People, power and profits ("Persone, potere e profitti").



Gli effetti della liberalizzazione del mercato dei capitali sono stati particolarmente nefasti: se un candidato alla presidenza in un mercato emergente perde il favore di Wall Street, le banche portano via i loro soldi da quel paese. Gli elettori devono quindi affrontare una scelta netta: arrendersi a Wall Street o affrontare una grave crisi finanziaria. Come se Wall Street avesse più potere politico dei cittadini del Paese.



Anche nei paesi ricchi, ai comuni cittadini è stato detto: "Non puoi seguire le politiche che ritieni giuste" - che si tratti di una protezione sociale adeguata, di salari dignitosi, della tassazione progressiva o di un sistema finanziario ben regolamentato - "perché il paese perderà competitività, i posti di lavoro scompariranno e ci rimetterai”.



Sia nei paesi ricchi sia in quelli poveri, le élite hanno promesso che le politiche neoliberali avrebbero portato a una crescita economica più rapida e che i benefici sarebbero ricaduti verso il basso in modo tale che tutti, compresi i più poveri, sarebbero stati meglio. Per arrivarci, tuttavia, i lavoratori avrebbero dovuto accettare salari più bassi e tutti i cittadini avrebbero dovuto rassegnarsi a tagli in importanti interventi pubblici.



Le élite hanno affermato che le loro promesse erano basate su modelli economici scientifici e "ricerche basate sulle prove". Bene, dopo 40 anni, i numeri sono sotto i nostri occhi: la crescita si è appiattita e i suoi frutti sono andati in misura travolgente ai pochissimi posti ai vertici. Mentre i salari ristagnavano e il mercato azionario volava alle stelle, il reddito e la ricchezza sono saliti verso l'alto invece di ricadere verso il basso.



In che modo del resto è possibile che schiacciare i salari - per raggiungere o mantenere la competitività - e ridurre gli interventi pubblici porti a un livello di vita migliore? I comuni cittadini si sono sentiti presi in giro. E avevano ragione a ritenere di essere stati truffati.



Ora stiamo vivendo le conseguenze politiche di questo grande inganno: sfiducia nei confronti delle élite, della "scienza" economica su cui si è basato il neoliberalismo e del sistema  politico corrotto dal denaro che ha reso tutto ciò possibile.



La realtà è che, nonostante il suo nome, l'era del neoliberalismo è stata tutt'altro che liberale. Imponeva un'ortodossia intellettuale i cui guardiani erano assolutamente intolleranti al dissenso. Gli economisti con visioni eterodosse sono stati trattati come eretici da evitare o, al massimo, dirottati verso alcune istituzioni isolate. Il neoliberalismo somigliava poco alla "società aperta" che Karl Popper aveva teorizzato. Come ha sottolineato George Soros, Popper ha riconosciuto che la nostra società è un sistema complesso e in continua evoluzione in cui più impariamo, più la nostra conoscenza cambia il comportamento del sistema.



In nessun ambito questa intolleranza è stata maggiore che nella macroeconomia, dove i modelli prevalenti avevano escluso la possibilità di una crisi come quella che abbiamo vissuto nel 2008. Quando l'impossibile è accaduto, è stato trattato come se fosse un'alluvione di quelle che capitano ogni 500 anni - un evento singolarissimo, che nessun modello avrebbe mai potuto prevedere. Ancora oggi, i sostenitori di queste teorie rifiutano di accettare che la loro fiducia nella capacità dei mercati di autoregolamentarsi e il loro negare le esternalità in quanto inesistenti o irrilevanti hanno portato alla deregolamentazione che ha avuto un ruolo cruciale nell'alimentare la crisi. Eppure la teoria continua a sopravvivere, con tentativi tolemaici di adattarla ai fatti, il che testimonia il fatto che le cattive idee, una volta stabilite, spesso hanno una morte lenta.



Se la crisi finanziaria del 2008 non è riuscita a farci capire che i mercati senza restrizioni non funzionano, la crisi climatica dovrebbe certamente farlo: il neoliberalismo metterà letteralmente fine alla nostra civiltà. Ma è anche chiaro che i demagoghi che vogliono voltare le spalle alla scienza e alla tolleranza non faranno che peggiorare le cose. 



L'unica strada da percorrere, l'unica via per salvare il nostro pianeta e la nostra civiltà, è una rinascita della Storia. Dobbiamo rivitalizzare l'Illuminismo e invitare tutti a onorare i suoi valori di libertà, rispetto per la conoscenza e democrazia.


22/11/18

Moneyweek - L’Italia non si inchina alla UE

La prestigiosa rivista anglosassone MoneyWeek rende conto dell’attuale conflitto tra governo italiano e UE sul deficit di bilancio. Le richieste italiane sembrano assolutamente ragionevoli data la congiuntura economica e la situazione del paese, ma l’UE non vuole transigere dalla sua consueta richiesta di austerità. Le autorità europee contano solitamente sul fatto che “i mercati” costringano i paesi ribelli a piegarsi ai voleri di Bruxelles, ma stavolta le condizioni sono diverse, e le sanzioni UE non possono spaventare nessuno.

 

Di Matthew Lynn, 18 novembre 2018

 

 

L’Italia sta sfidando la UE sulla spesa pubblica. Ma, questa volta, i mercati non vengono in aiuto di Bruxelles. E questo sarà un bel problema per l’UE.

 

Gli interessi sul debito pubblico esploderebbero. Le banche sarebbero in pericolo. Le aziende rimarrebbero senza liquidità e i capitali abbandonerebbero il Paese. In breve tempo, si instaurerebbe una spirale negativa. Mentre il sistema finanziario si avvierebbe verso il collasso, il governo “populista” italiano sarebbe costretto ad abbandonare le sue stravaganti promesse elettorali, abbassare i toni, e obbedire agli ordini della UE.

 

O quantomeno, questo era il copione scritto da Bruxelles quando la Lega e il Movimento Cinque Stelle hanno preso il potere nella prima metà dell’anno. Ciò nonostante, l’Italia ha deciso di aumentare la spesa, sfidando le regole che la tengono soggiogata nell’euro. Il Presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker ha scritto al governo lettere di richiamo. “Le uniche lettere che accetto sono quelle di Babbo Natale” ha risposto Matteo Salvini, il Ministro degli Interni italiano e leader della Lega.

 

Un problema di copione

 

Nemmeno i “bond vigilantes” stanno seguendo il copione. I mercati finanziari non possono o non vogliono fare il lavoro di Bruxelles. Forse non dovremmo stupirci. Secondo lo standard dello scorso decennio, il bilancio presentato dal governo italiano non si può certo definire estremo. Qualche riduzione della tassazione e un po’ di spesa pubblica aggiuntiva spingerebbero il deficit al 2,4% del PIL. Solo qualche anno fa paesi come il Regno Unito facevano deficit del 10% del PIL. Quindi il 2,4% non sembra proprio la fine del mondo. Tuttavia, le regole della moneta unica richiedono ai membri di non fare deficit eccessivi. E la commissione insiste che l’Italia debba rivedere il suo bilancio.

 

Comprensibilmente, il governo ha rifiutato, e viene ora minacciato di sanzioni se non obbedisce. La verità è che una multa in più o in meno non sarebbe molto rilevante. Ma la bancarotta nazionale fa paura a qualsiasi governo, e dovrebbe imporre un cambio di politica. L'Italia ha un debito di 2.100 miliardi di euro, o 131% del PIL. Per alimentarlo, deve pagare miliardi di interessi ogni anno, e rinnovarlo quando arriva a scadenza. Un significativo aumento nel costo del prestito, o la minaccia di tagliarla fuori dai mercati dei capitali, la metterebbero velocemente in ginocchio. È quanto accadde quando la Grecia sfidò la UE, e nel 2011 quando Silvio Berlusconi fu rimpiazzato dal tecnocrate pro-UE Mario Monti. Prima o poi i populisti vengono docilmente costretti all'obbedienza e la crisi è finita.

 

Solo che stavolta non sta andando proprio così. Gli interessi sui bond italiani sono saliti e le azioni delle banche sono scese. Ma neanche lontanamente in modo catastrofico. Non esiste alcuna vera pressione sul governo perché ceda. Come mai?

 

La prima ragione è che un bilancio moderatamente espansivo è una politica perfettamente sensata per l’Italia. Si tratta di un paese che non è praticamente cresciuto nei due decenni da quando si è unito all’euro. Nell’ultimo trimestre, è riscivolato nella crescita zero e si trova a un passo dalla recessione. Ha un alto livello di disoccupazione, e un sacco di risorse economiche inutilizzate. Non c’è bisogno di essere John Maynard Keynes per concludere che un po’ di spese pubbliche aggiuntive potrebbero essere appropriate quest’anno. È l’insistenza dell’UE nell’imporre altra austerità ad apparire estremista.

 

“Too big to fail”

 

Inoltre, le regole del gioco sono cambiate. Nell’ultima euro-crisi, non si sapeva se la Banca centrale europea sarebbe intervenuta. Gli investitori correvano un rischio concreto di default sui titoli greci e italiani. Quindi non stupiva che gli interessi andassero alle stelle. Ma con la Banca Centrale che attualmente sta stampando migliaia di miliardi di euro, oggi questo scenario sembra molto meno probabile.

 

Infine, l’Italia è troppo grande perché possa fallire. Il suo debito potrebbe distruggere il sistema bancario di tutta Europa e potenzialmente innescare il collasso della moneta unica. I mercati lo sanno e quindi non faranno il lavoro al posto della UE così come  lo fecero nel 2011 e nel 2012.

 

Nelle prossime settimane il governo italiano potrebbe subire una sanzione tra i 3 e i 4 miliardi di euro. Ma non verrà escluso dai mercati e le sue banche non collasseranno. Proseguirà come se nulla fosse successo. Questo rappresenterà un grosso problema per Bruxelles. Non ci vorrà molto prima che i greci, gli spagnoli e in verità anche i francesi prendano atto che si può sfidare Bruxelles a piacimento, e non c’è molto che Bruxelles possa fare a riguardo.

 

 

02/11/18

Perché una società neoliberista non può sopravvivere

Torniamo ancora una volta a occuparci dell'approccio teorico all'ideologia neoliberista. T.J. Coles, ricercatore presso il Cognition Institute dell'Università di Plymouth e autore di diversi libri, tra cui Human Wrongs (2018, iff Books), in questa analisi critica sostiene, sulla base di una serie di studi socio-psicologici, che le politiche neoliberiste portano alla distruzione della società e hanno come risultato una situazione di caos ed anarchia diffusi, da cui solo pochi possono trarre vantaggio, ma che in ultima istanza porta all'autodistruzione della civiltà così come la conosciamo. In questo contesto, l'inversione di tendenza che si afferma con sempre più forza a livello globale è incoraggiante. Tuttavia è necessario conoscere e capire i fenomeni attuali per poter combattere il declino sociale dell'egoismo e utilitarismo di politiche di austerità ultra-liberiste.

 

 

T.J. Coles, 25 ottobre 2018

 

Gli esseri umani sono creature complicate. Siamo sia cooperativi che settari. Tendiamo a essere cooperativi all'interno di gruppi (ad es. un sindacato) mentre competiamo con gruppi esterni (ad esempio, una confederazione di imprese). Ma società complesse come la nostra ci costringono anche a cooperare con gruppi esterni - nei quartieri, nel lavoro e così via. Negli ecosistemi sociali, la selezione naturale favorisce la cooperazione. Inoltre, esiste una preferenza per i comportamenti etici, quindi la cooperazione e la condivisione sono qualità apprezzate nelle società umane.

 

 

Ma cosa succede quando siamo obbligati da un sistema economico che ci vuole competitivi a tutti i livelli? Il risultato logico è il declino o il collasso della società.

 

 

IL DOGMA NEOLIBERISTA NEL XX SECOLO

 

 

Ne "L'individuo nella società", Ludwig von Mises, insegnante di Friedrich Hayek (il padre del moderno neoliberismo), scriveva che, nel contratto sociale, il datore di lavoro è alla mercé della folla. Ma in un'economia di mercato improntata all’utilitarismo, "il coordinamento delle azioni autonome di tutti gli individui scaturisce dal funzionamento del mercato". Quindi, in questo mondo fantastico, i datori di lavoro possono licenziare i lavoratori e sostituirli con quelli più economici senza incorrere nei costi sociali dei sistemi di contratto sociale.

 

 

Questo tipo di pensiero ha iniziato a permeare la cultura dei pianificatori del "libero mercato" nei corsi di economia delle università di Ivy League, in particolare dopo gli anni '70.

 

 

Robert Simons della Harvard Business School nota come l'economia sia di gran lunga la disciplina accademica dominante negli Stati Uniti oggi, e che molti laureati trasferiscono questa ideologia dell'interesse personale acquisita all’università nella loro attività lavorativa di gestione patrimoniale, hedge fund, assicurazioni, credito e così via. Simons critica ciò che definisce "l'accettazione universale e indiscussa da parte degli economisti dell'interesse personale - degli azionisti, dei manager e dei dipendenti - come fondamento concettuale per la progettazione e la gestione aziendale". Simons nota che i lavoratori sono una classe utilitaristica, come lo sono i manager, nel senso che cercano di ottenere maggiori benefici. "Per rimediare a questa situazione potenzialmente catastrofica" dei diritti dei lavoratori, "gli economisti di mercato tentano di canalizzare comportamenti sbagliati usando la teoria dello stimolo-risposta" ossia attraverso una legislazione antisindacale, tagli ai servizi sociali e la minaccia dell’outsourcing. Gli economisti di mercato "hanno elevato l'interesse personale ad ideale normativo".

 

 

IL CONTAGIO DELLA SINISTRA

 

 

Nel 1988 l'allora cancelliere Tory Nigel Lawson scrisse che negli anni '70, "il capitalismo, basato sull'interesse personale, è ritenuto moralmente deplorevole" dalla maggioranza dei britannici. Ma altrettanto immorale per Lawson era l'intervento statale: "Non c'è nulla di particolarmente morale in un’azione governativa pesante", sosteneva (a meno che non si tratti di salvare le grandi imprese). Ma, fortunatamente per i Tories, "l'ondata ideologica è cambiata", consentendo loro di ritornare al governo e imporre ulteriori riforme neoliberiste.

 

 

Forse l'aspetto peggiore del neoliberismo è il fatto di aver contagiato il partito laburista. Per fare alcuni esempi: un neoliberista statunitense, Lawrence Summers (in seguito il Segretario al Tesoro di Bill Clinton), fece da tutore al giovane Ed Balls, che presto sarebbe diventato il consigliere economico del futuro cancelliere britannico Gordon Brown. Quando era ancora un semplice deputato, Brown ebbe degli incontri con il presidente della Federal Reserve statunitense, Alan Greenspan. Ciò diede inizio nel Regno Unito a un periodo di ulteriore deregolamentazione finanziaria sotto l’egida del sedicente "New Labour".

 

 

Vi furono tuttavia economisti che, a metà degli anni 2000, poco prima del crack finanziario, iniziarono a vedere crepe nell'ideologia, e osservarono:

 

 

"Vediamo nel pubblico un diffuso disagio riguardo le soluzioni di mercato. Il libero scambio e la globalizzazione, la privatizzazione della previdenza sociale e la deregolamentazione del mercato dell'energia suscitano l'opposizione di molti consumatori, a volte argomentata ​​ma spesso inadeguata. Non è un caso che il sostegno alle soluzioni di mercato sia concentrato tra le classi di maggior successo economico, e l'opposizione tra chi ne ha meno. La libera scelta ha un fascino morale, ma l’aspetto morale è più forte quando non è mescolato all'interesse personale".

 

Nel 2008 gli Stati Uniti, e quindi l'economia globale, sono entrate in crisi. Greenspan testimoniò alla Camera dei rappresentanti: "Ho commesso un errore nel ritenere che l'interesse personale delle organizzazioni, in particolare delle banche e di altri, fosse tale da essere in grado di proteggere i propri azionisti e le proprie società azionarie". Eppure interesse personale significa proprio interesse personale. Gli amministratori delegati e gli alti dirigenti non vedevano la necessità di onorare i loro presunti doveri verso i loro azionisti, per non parlare della popolazione in generale.

 

 

CONSEGUENZE SOCIALI
Le conseguenze politiche di decenni di neoliberismo hanno portato all’espropriazione democratica, in particolare durante il periodo di espansione (dagli anni '70 al 2008), segnato dal declino o stagnazione dell'affluenza elettorale e dall'affermarsi di politiche cosiddette estremiste all'indomani della crisi (dal 2009 a oggi). Ma l'ideologia è radicata nella classe dominante. Così, anche dopo l'inevitabile incidente del 2008, sia la Banca Centrale Europea che la Banca d'Inghilterra hanno continuato a portare avanti il neoliberismo imponendo austerità rispettivamente ai popoli europei e al Regno Unito.

 

 

In questo contesto, le istituzioni finanziarie transnazionali predatorie traggono profitto dal caos. Il fallimento del gigante immobiliare Carillon ne è un esempio calzante. La società fu lasciata fallire e il suo declino avvantaggiò diversi hedge fund, compresi alcuni con sede negli Stati Uniti.

 

 

Le conseguenze sociali del neoliberismo sono ancora più gravi. La classe media americana si è ristretta dagli anni '70, poiché i singoli individui sono diventati o molto poveri o molto ricchi. Uno studio del Harvard Business Review ha rilevato che all'inizio degli anni '80 almeno il 49% degli americani pensava che la qualità dei loro prodotti e servizi fosse diminuita negli ultimi anni. I tassi di suicidio maschile e femminile hanno continuato a salire a partire dalla metà degli anni '90. Uno studio recente suggerisce che l'aspettativa di vita è scesa ovunque tra i paesi ad alto reddito.

 

 

Nel Regno Unito, l'austerità guidata dai Tory ha causato oltre centomila morti in un decennio, secondo il BMJ. Le popolazioni dei paesi più fragili ne hanno risentito ancora di più. Tra il 1990 e il 2005, i paesi sub-sahariani i cui governi hanno chiesto prestiti di adeguamento strutturale al Fondo monetario internazionale e alla Banca di sviluppo africana hanno visto un incremento da 231 a 360 ​​casi di decessi da parto per 100.000 nati vivi, rispettivamente. Secondo un altro rapporto del BMJ, nei paesi dell'America latina un incremento di solo l'1% della disoccupazione tra il 1981 e il 2010 si è tradotto in "significativi peggioramenti nei risultati di salute", tra cui un incremento di 1,14 decessi infantili su 1.000 nascite. Tutto questo equivale a un bollettino di guerra di milioni di morti.

 

 

Come documentato altrove, le società più vulnerabili, vale a dire le comunità indigene dedite al mantenimento dei loro modi di vita tradizionali, si stanno letteralmente estinguendo man mano che la "civiltà" avanza.

 

 

CONCLUSIONI
Se questo modello decennale continua imporsi in tutto il mondo, specialmente in nazioni con popolazioni massicce come l'India e la Cina che sempre più si stanno allineando a politiche neoliberiste, le attuali condizioni di divisione sociale ed infrastrutture fatiscenti sembreranno al confronto solo un minimo inconveniente, in particolare in contesto di sempre maggiore scarsità di risorse e cambiamenti climatici. Solo se il mutamento culturale contro il neoliberismo cui si assiste oggi, che viene espresso un po’ dappertutto dai movimenti sociali progressisti agli scioperi dei lavoratori, riuscirà a sopravvivere ed espandersi, allora si potrà immaginare un futuro più equo.

03/06/18

Foreign Policy - È ora di scegliere la democrazia e non i mercati finanziari

 

L'economista Luigi Zingales mette in rilievo su Foreign Policy come la decisione del presidente Mattarella di bloccare un governo appoggiato da una maggioranza parlamentare per il timore di reazioni dei mercati fosse sbagliata dal punto di vista sia economico sia politico. In particolare, sebbene nella disamina usi gli argomenti classici della dottrina economica liberale, Zingales sottolinea come non è neanche vero che in Eurozona il giudizio sui governi sia affidato ai mercati: in realtà è affidato alla BCE, che ha il potere di influenzare i mercati, ed è un organismo che nessuno ha eletto.

 

 

 

di Luigi Zingales, 31 maggio 2018

 

La decisione del presidente italiano di respingere un governo eletto non ha senso né dal punto di vista economico né da quello politico.

 

Nel 20° secolo, quando i risultati elettorali non risultarono graditi all'élite dominante e ai suoi alleati internazionali, scesero in strada i carri armati. Nel 21° secolo la reazione è meno cruenta, ma non per questo meno aggressiva. Invece dei carri armati, viene usato il mercato delle obbligazioni.

 

È quello che è successo in Italia domenica scorsa, quando un governo appoggiato da una maggioranza parlamentare è stato bloccato dal presidente della Repubblica, per il timore di come il mercato obbligazionario avrebbe potuto reagire alla nomina dell'ex dirigente della Banca d'Italia, Paolo Savona, di ottantuno anni, designato come ministro dell'Economia. (Per fare totale chiarezza: si è sparsa la voce che fossi anche io in corsa per quel ruolo, ma non mi è mai stato offerto).
La colpa di Savona? Avere sviluppato un piano di emergenza per l'uscita dall'euro, nel caso che questa avvenisse. È come se il presidente degli Stati Uniti licenziasse un ministro della Difesa perché appronta un piano di emergenza in caso di guerra nucleare con la Corea del Nord. Al contrario, entrambi avrebbero dovuto invece essere elogiati per la loro previdenza.

 

Ma ammettiamo pure che il presidente italiano avesse ragione, e che la nomina di Savona potesse scatenare il panico nel fragile mercato obbligazionario italiano. Allo stesso modo, ammettiamo pure che la Costituzione gli desse il diritto di farlo. Sarebbe stata una buona scelta? È giusto che la paura dei mercati annulli il processo decisionale democratico?

 

Agli economisti (me compreso) generalmente piace l'efficienza dei mercati nell'allocazione delle risorse. I buoni economisti, tuttavia, sanno che, per funzionare correttamente, i mercati dovrebbero operare in regime di piena concorrenza e che gli operatori sul mercato dovrebbero essere informati in modo simmetrico. Il mercato del debito sovrano in Europa non soddisfa nessuna delle due condizioni. In un mercato concorrenziale, ogni singolo attore dovrebbe essere un price-taker, ovvero la sua attività di scambio non dovrebbe avere alcun impatto sui prezzi di mercato.

 

E invece, per sua stessa ammissione, la Banca centrale europea (BCE) ha un impatto sui prezzi di mercato. In caso contrario, perché si impegna nell'acquisto di obbligazioni sovrane per ridurne il rendimento, pratica nota come quantitative easing? Di conseguenza, il mercato obbligazionario europeo non si muove più in base al risultato delle decisioni di migliaia di operatori indipendenti; è diventato un "concorso di bellezza", in cui si cerca di anticipare la prossima decisione della BCE. In un simile mercato, la dichiarazione di un membro della BCE che il quantitative easing dovrebbe concludersi prima del previsto (come ha fatto martedì Sabine Lautenschläger, membro del comitato esecutivo della BCE) può essere sufficiente per creare timore e aumentare lo spread tra obbligazioni italiane e tedesche.

 

È saggio vincolare le decisioni politiche di qualsiasi altro paese ai capricci di un simile mercato? Il presidente italiano, evidentemente, lo pensa. Ma farlo è pericoloso: sia dal punto di vista economico sia politico.

 

È pericoloso dal punto di vista economico, perché gli economisti preparati sanno che il mercato delle obbligazioni sovrane può avere più punti di equilibrio. Di conseguenza, quando il rapporto tra debito e PIL è alto, è sufficiente che si sparga una voce per spostare il mercato obbligazionario da un punto di equilibrio a un altro, con il rischio di default. In generale, questa eventualità è impedita dalla banca centrale nazionale. Quando è stata creata la BCE, tuttavia, i meccanismi necessari a una banca centrale non furono previsti appositamente, con lo scopo di lasciare ai mercati l'imposizione di un vincolo disciplinare ai paesi membri. Ma questa è stata una decisione cattiva dal punto di vista economico, che ha reso obbligatorio che la BCE alla fine fosse costretta a intervenire attivamente. Il risultato per gli stati membri è che non sono stati disciplinati da un mercato adeguatamente funzionante, ma dalla BCE - un'istituzione composta da individui che, anche se animati dalle migliori intenzioni, possono sbagliare.

 

Il che ci porta ai pericoli dal punto di vista politico. Qualsiasi sistema istituzionale che attribuisca a un organismo non eletto come la BCE un ruolo prevalente rispetto agli organismi eletti, senza controllo, solleva seri problemi di legittimità. Immaginiamo l'ipotesi in cui il commento di un dirigente della BCE tedesco scateni involontariamente una crisi sul mercato obbligazionario italiano, che costringa l'Italia a ricorrere a un programma del Meccanismo europeo di stabilità-Fondo monetario internazionale. Che tipo di legittimità politica avrebbe un simile risultato in Italia? Anche un paese meno affascinato da poco plausibili teorie complottiste comincerebbe a sospettare una trama tedesca. Questo sospetto diventerebbe poi certezza se un commissario europeo tedesco dichiarasse che i mercati finanziari insegneranno agli italiani a non votare per i populisti. Fortunatamente, quest'ultimo punto è ipotetico, ma non troppo: il commissario europeo alle Finanze Günther Oettinger  ha dichiarato  che sperava che "lo sviluppo negativo dei mercati" fornisse "agli elettori un segnale di non votare per i populisti di destra o di sinistra".

 

Sto negando il diritto dei partner europei degli italiani di essere preoccupati per il bilancio pieno di promesse (e nessuna misura per pagarle) concordato dal Movimento Cinque Stelle e dalla Lega? Assolutamente no. Mi associo anche alle preoccupazioni espresse dall'economista tedesco Hans-Werner Sinn sul cosiddetto debito Target2 che l'Italia sta accumulando nel sistema dell'euro: debito che è il risultato di un maggior numero di investitori stranieri che vendono obbligazioni italiane piuttosto che acquistarle.

 

Entrambe le preoccupazioni, tuttavia, riflettono gli errori di concezione fondamentali dell'euro. Lo Stato dell'Indiana non si preoccupa di quanto è spendaccione lo Stato dell'Illinois, né del debito che la Federal Reserve Bank di Chicago accumula con la Federal Reserve centrale. L'Illinois è libero di scegliere i suoi governatori senza interferenze dell'Indiana (anche se alcuni conservatori fiscali preferirebbero diversamente), proprio come lo Stato dell'Illinois è libero di fare default senza trascinare con sé tutte le sue banche locali e l'intera economia locale. Il motivo è che ci sono sufficienti istituzioni federali, dall'assicurazione contro la disoccupazione all'assicurazione sui depositi, per assorbire lo shock. E c'è un'autorità politica comune - in particolare, il Congresso degli Stati Uniti, in cui gli Stati più piccoli sono in proporzione più rappresentati - per risolvere eventuali controversie che potrebbero sorgere.

 

Le tensioni politiche in Europa non sono quindi inevitabili. La moneta comune europea, tuttavia, è stata creata prima delle istituzioni necessarie per sostenerla. La speranza - formulata esplicitamente da alcuni politici italiani - era che una crisi alla fine avrebbe accelerato la creazione di queste istituzioni. Ma quasi vent'anni dopo l'introduzione dell'euro e dieci anni dopo una crisi economica di quelle che si scatenano una volta in un secolo, i progressi verso la creazione di queste istituzioni in Europa sono stati minimi.

 

Molti europei non sono d'accordo. Considerano incoraggianti i progressi dell'ultimo decennio, soprattutto se confrontati con la totale immobilità dei primi dieci anni dell'euro. Certo, per chi vive all'ultimo piano la costruzione di una pompa per drenare l'acqua non appare urgente come per chi vive in cantina. L'Italia, in Europa, vive in cantina: e sta affogando.

 

Nessun governo italiano può riformare l'Eurozona da solo. Eppure le riforme non si faranno, se non ci si prova. Il presidente francese Emmanuel Macron sembra disposto a spendere un po' di capitale politico per promuovere una riforma della zona euro, ma ha bisogno di un alleato in Italia - la terza maggiore economia dell'area economica - per renderla una priorità. Questo sarebbe il principale vantaggio di una coalizione tra il Movimento Cinque Stelle e la Lega. Entrambe le parti hanno promesso di combattere per le riforme in Europa - una promessa su cui scommettono il loro futuro politico.

 

Piuttosto che criminalizzare le richieste di aiuto, l'Europa dovrebbe rimboccarsi le maniche e proporre un piano per il cambiamento. Altrimenti, non solo "il bel Paese " - come gli italiani chiamano la nostra patria - affonderà, ma affonderà l'idea stessa che nel continente si possa convivere in pace e prosperità.

 
(La foto di apertura è di Philippe Huguen/AFP/Getty Images)

17/04/14

138 Anni di Storia Economica mostrano che è l'eccessivo debito privato che provoca le depressioni

Da Washington's Blog  un'analisi storica mostra come l'eccessivo debito privato sia spesso all'origine delle grandi crisi economiche... Basterebbe ricordare la storia per capire che a un certo punto la cancellazione dei debiti diventa necessaria per evitare il crollo.
Grazie a Federico Nero per la segnalazione e la collaborazione nella traduzione di questo lungo brano!




Troppo debito pubblico danneggia l'economia ... ma troppo debito privato la UCCIDE

Premessa : Desideriamo sfatare i miti sia della sinistra che della destra.

Ad esempio, abbiamo più volte sostenuto che il debito e
il deficit pubblico contano. Oltre un certo livello, essi costituiscono un grande peso per l'economia. Cosa che fa incazzare i nostri lettori liberal.

19/03/14

Perché il Mercato dei Bond dell'Eurozona si è Stabilizzato?

Sul suo blog, l’economista greco Yanis Varoufakis  spiega i vari fattori che hanno contribuito alla stabilizzazione dei mercati obbligazionari europei, ossia il calo dei famosi spread, allargando lo sguardo anche ai mercati obbligazionari globali. La conclusione è lapidaria: la crisi dell’euro sta riprendendo il fiato prima di ritornare più forte di prima. 


di Yanis Varoufakis


Nel giugno 2012, quando le banche centrali avevano portato i tassi di interesse praticamente a 0, l’Italia doveva rifinanziare il proprio enorme debito (3.000 miliardi di dollari) a tassi dell’8%. La Spagna era messa anche peggio. Con il PIL che calava del 2% all’anno, questo livello di interessi significava che il debito stava salendo al ritmo del 10% annuo. In breve: insolvenza! Questo era lo spettro che si aggirava sulle maggiori economie europee nell’estate del 2012, che faceva presagire che l’eurozona fosse al capolinea. Oggi, i tassi per l’Italia e la Spagna sono scesi al livello più gestibile del 3-4% e il PIL si è stabilizzato. C’è perfino un flusso di denaro che si dirige verso le inguaiate banche europee, perfino verso la devastata borsa greca, in cerca dell'opportunità di acquisire partecipazioni a prezzo di saldo. Questi fenomeni possono facilmente essere confusi con i segnali  della famosa “luce in fondo al tunnel”. Ma confusi” è la parola chiave.

25/12/13

I sacrifici umani non portano crescita economica

John Aziz su Pieria paragona il fanatismo inglese per l’austerità, con i conseguenti tagli alle spese sociali, ai sacrifici umani di un tempo: oggi si vogliono placare gli dèi del mercato, ma i bond vigilantes non esistono in uno stato a moneta sovrana e una vera ripresa si ottiene solo con politiche fiscali espansive.  


No, Human Sacrifices Do Not Lead To Economic Growth

David Cameron pretende che l'economia britannica sia in ripresa, e naturalmente il suo governo ne rivendica il merito alle sue politiche di austerità. 
 
Sotto molti punti di vista, si tratta di uno scherzo di pessimo gusto. Possiamo paragonarlo a una società primordiale che, fatti sacrifici umani per placare gli dèi ed avere un buon raccolto, ottiene effettivamente un buon raccolto — cosa che, ovviamente, non ha nulla a che fare con i sacrifici umani e molto a che fare con il tempo — e quindi sostiene l’utilità dei sacrifici umani.

11/10/13

Sul Triplo Mandato della Fed

Some people seem surprised by Janet Yellen’s comments that give the appearance that she adheres to a triple mandate:
Read more at http://pragcap.com/about-the-feds-triple-mandate#oyubq7KJ7vOzrxvu.99
Pragmatic Capitalism di Cullen Roche riporta un passaggio del discorso della Yellen in cui l'obiettivo di stabilizzare il sistema finanziario è posto in maniera esplicita. Del resto, anche Stiglitz raccomanda esattamente la stessa cosa.



Alcuni sono rimasti sorpresi dal discorso della Yellen, dal quale si evince che ella aderisce all'idea di un triplo mandato della Fed: 

"Mi impegno a dare il massimo per mantenere fede alla promessa e rispondere alla grande responsabilità che il Congresso ha affidato alla Federal Reserve - di promuovere la massima occupazione, la stabilità dei prezzi, e un sistema finanziario forte e stabile." 

11/12/12

L'uscita di Mario Monti è l'unico modo per salvare l'Italia

Anche Evans Pritchard dal Telegraph prende le distanze dal coro: Mario Monti sarà pure un grande gentleman eropeo, ma è anche un sommo sacerdote del progetto UE  e un protagonista dell'adesione dell'Italia all'euro, la valuta sbagliata.

 

di Ambrose Evans Pritchard - L'Italia ha solo un grave problema economico. Ha la valuta sbagliata.


Il paese è più ricco della Germania in termini pro capite, con circa 9.000 miliardi di € di ricchezza privata. Ha il più grande avanzo primario nel blocco dei G7. Il suo debito pubblico e privato combinato è al 265pc del PIL, inferiore a quello di Francia, Olanda, Regno Unito, Stati Uniti o Giappone.

28/05/11

Il debito estero come strumento di dipendenza. Parte seconda: Gli Strumenti Finanziari.

Continua la seconda parte del pezzo mandato da Nicola,  tratto dal n.16 della  Rivista Indipendenza.org,    dove si spiegano con la stessa chiarezza gli strumenti del dominio finanzario: i rating, le cartolarizzazioni, i derivati.
Fondo Monetario Internazionale ed Unione Europea. Significative analogie

La questione dell’indebitamento verso l’estero non concerne solo gli acquisti di titoli di Stato. Al fine di rispettare i vincoli del Patto di stabilità, che restringono fortemente il ricorso all’indebitamento pubblico interno e vietano i finanziamenti monetari della Banca Centrale, lo Stato è tra l’altro spinto a tagliare i trasferimenti agli Enti Territoriali. I quali, bisognosi di fondi, si stanno pesantemente indebitando verso banche d’affari e fondi d’investimento esteri. Lo Stato stesso ricorre al contempo ad operazioni finanziarie (esempio: le cartolarizzazioni) verso tali istituti finanziari, anch’essi generatori di un non palese ma altrettanto pericoloso indebitamento.
Oltre all’indebitamento pubblico verso l’estero, aumenta quello privato: il caso Parmalat, il primo grande gruppo italiano a ricorrere ai servizi delle banche d’affari statunitensi, rappresenta un monito per le stesse parassitarie grandi famiglie. Stato e grandi imprese si stanno avvitando insomma in una spirale debitoria i cui effetti non si sono ancora pienamente dispiegati. Il baratro davanti cui si trova la collettività di questo paese, in futuro chiamata come in Argentina alla socializzazione selvaggia dei costi di tali politiche, non è ancora percepito. Così come non si è presa coscienza delle conseguenze derivanti dal processo d’unificazione europea, analoghe a quelle scaturenti dai cosiddetti programmi di aggiustamento strutturale del Fondo Monetario Internazionale (FMI) negli Stati ad esempio dell’America Latina o del Sud-Est asiatico. Programmi con cui tali Stati, costretti ad accedere ai prestiti-usurai dell’FMI, si sono visti rimodellare gli elementi portanti del proprio sistema economico.

09/05/11

La truffa delle vendite allo scoperto del 9/11

Su segnalazione di Zio Barbero, un articolo di Global Research sull'illusione del 9/11 e di Osama Bin Laden:  i dati sullo shorting dei giorni precedenti!

di  Dean Henderson - 9 Maggio 2011

Nel mentre che la squadra dei Navy Seal si stava calando nel complesso di Abbottabad presunto alloggio di Osama bin Laden, il Dipartimento di Giustizia Usa citava in giudizio la Deutsche Bank. In una causa civile svoltasi martedì scorso in tribunale federale di Manhattan, il procuratore Preet Bharara ha chiesto un risarcimento danni sui mutui emessi dalla Deutsche Bank e garantiti dai contribuenti degli Stati Uniti. La terza banca più grande del mondo controllata dalla dinastia Warburg che ha finanziato Hitler, Deve anche rispondere del suo ruolo nei traffici di breve termine appena prima del 9/11.

18/02/11

Il vicolo cieco di Wall Street

Felix Salmon, blogger finanziario di Reuters, ci spiega come Wall Street sta rappresentando uno spettacolo sempre più lontano dall'economia reale.
Opinion Page del NYT  - 13 febbraio 2011
 
Buona lettura:

Ultimamente sono circolate grandi notizie sulla Borsa. La settimana scorsa è arrivato un report secondo cui la Deutsche Börse, gigante tedesco del mercato, intende comprare la New York Stock Exchange , creando un'azienda del valore di circa 24 miliardi di dollari; questo poco tempo dopo che il Dow ha superato la barriera dei 12.000 punti per la prima volta da prima della crisi finanziaria. 

Questi avvenimenti hanno occupato i titoli dei giornali perché sembravano indici di tendenze significative dell'economia americana. Ma guardiamo alla Borsa Valori americana più da vicino, e non ci troveremo granché. In verità, il mercato azionario sta diventando sempre più irrilevante - una tendenza che minaccia i principi basilari del capitalismo americano.

11/01/11

Nuove regole per l'economia globale

Articolo di Dani Rodrik, sottotitolato "Strade per la prosperità": pone alcune regole per una globalizzazione dal volto umano (più semplici a dirsi che a farsi)...

Dani Rodrik è professore di Economia politica alla Harvard University's John F. Kennedy School of Government e l'autore di One Economics, Many Recipes: Globalization, Institutions, and Economic Growth.

Buona lettura:

CAMBRIDGE 2011-01-10
Supponiamo che i responsabili politici mondiali si incontrassero di nuovo a Bretton Woods, nel New Hampshire, per progettare un nuovo ordine economico mondiale. Sarebbero naturalmente preoccupati dei problemi di oggi: la crisi della zona euro, la ripresa globale, la regolamentazione dei mercati, gli squilibri macroeconomici internazionali, e così via. Ma queste problematiche richiederebbero che i leader riuniti superassero se stessi e prendessero in considerazione la solidità delle intese economiche globali.
Ecco i sette principi di buon senso della governance economica mondiale che potrebbero condividere. (Li ho discussi più in dettaglio nel mio nuovo libro, Il paradosso della globalizzazione).

1. I mercati devono essere profondamente integrati dentro sistemi di governance. L'idea che i mercati si auto-regolano con la recente crisi finanziaria ha ricevuto un colpo mortale, e dovrebbe essere seppellita una volta per tutte. I mercati richiedono il sostegno di altre istituzioni sociali. Essi devono basarsi su tribunali, norme giuridiche, e organi di controllo sull' applicazione delle regole. Essi dipendono dalle funzioni di stabilizzazione svolte dalle banche centrali e dalla politica fiscale anticiclica. Hanno bisogno di politiche di fiscali redistributive, reti di sicurezza sociale, e assicurazione sociali. E tutto questo è vero anche per il mercato globale.