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14/12/18

Sapir e colleghi – È l’euro, argomento tabù, la causa principale dei “gilet gialli”

Un gruppo di economisti, tra cui Jacques Sapir, pubblica un articolo sul blog francese "Les Crises" in cui cerca di riassumere in pochi paragrafi il grande argomento "tabù" di cui in Francia (come e forse più che in Italia) nessuno parla: l'euro. Con la conseguenza del tasso di cambio fisso, l'euro impone di aggiustare gli squilibri tramite svalutazione interna, causando disoccupazione e riduzione del potere d'acquisto. La rivolta, in Francia, è cominciata, sebbene la consapevolezza sulle sue ragioni profonde sia ancora limitata.

 

10 dicembre 2018

 

A quasi vent’anni dal lancio dell’euro, avvenuto il primo gennaio 1999, la situazione della moneta unica è paradossale. Da un lato, il fallimento di questo progetto è palese, ed è stato riconosciuto dalla maggior parte degli economisti competenti, tra cui molti premi Nobel. Dall’altro lato, questo argomento continua a restare un tabù in Francia, tanto che nessun politico di rilievo osa affrontarlo a testa alta. Come si spiega una situazione del genere?

 

Nessuno sembra ricollegare l’attuale movimento dei “gilet gialli” al fallimento dell’euro. Eppure, l’impoverimento della maggior parte della popolazione, di cui esso è il segno più manifesto, è la conseguenza diretta delle politiche messe in atto per tentare di salvare a qualsiasi costo la moneta unica europea. Non si sta parlando, qui, dell’allentamento della politica monetaria da parte della Banca Centrale Europea col suo quantitative easing, peraltro inefficace nel rilanciare la produzione. Si sta parlando piuttosto delle politiche fiscali di aumento delle tasse e di diminuzione degli investimenti pubblici che vengono richiesti, ovunque, da parte della Commissione Europea di Bruxelles. Questi hanno, è vero, raddrizzato i conti con l’estero di alcuni paesi che erano in deficit. Al prezzo, però, di una “svalutazione interna”, vale a dire di una drastica diminuzione dei redditi disponibili, associata a un crollo della domanda interna. Come conseguenza c’è stata una drammatica caduta della produzione nella maggior parte dell’Europa del Sud, associata a un tasso di disoccupazione molto elevato e a un massiccio esodo di forza lavoro da questi paesi verso l’estero.

 

La zona euro è ormai diventata quella con la più bassa crescita economica al mondo. Le differenze tra i paesi membri, lungi dall’essere state ridotte, si sono invece amplificate molto. Anziché favorire la creazione di un mercato europeo dei capitali, la “moneta unica” si è accompagnata a un aumento dell’indebitamento pubblico e privato nella maggior parte delle nazioni. Eppure, l’esistenza stessa dell’euro, di cui si potrebbero ancora discutere gli effetti, è diventato un argomento assolutamente tabù. Nonostante sia ovvio il suo legame con l’attuale scontento, i sostenitori dell’euro continuano a sventolare di fronte ai francesi i suoi illusori vantaggi (l’unico reale è la facilitazione nei viaggi in Europa). Essi disegnano quadri apocalittici della situazione economica in caso di uscita dalla “moneta unica”, nel tentativo di terrorizzare i francesi che non conoscono bene la questione.

 

Di fronte a tali argomenti dobbiamo ribadire tutto ciò che la Francia ha perso in materia di crescita economica, il crollo della sua quota di mercato in Europa e nel mondo, il drammatico indebolimento del suo sistema industriale. I francesi stanno già subendo la diminuzione del loro potere di acquisto, dell’occupazione, del pensionamento, della qualità dei servizi pubblici e via dicendo. Le politiche di “svalutazione interna”, che sono essenziali per mantenere in vita l’euro, non sono ancora state pienamente attuate qui da noi, al contrario che in altri paesi dell’Europa del Sud, eppure stanno già provocando forti reazioni contrarie. Il movimento dei “gilet gialli” ne è la conseguenza diretta.

 

Dobbiamo dunque spiegare ai nostri compatrioti quale sia lo svantaggio principale dell’euro per la Francia, ossia un tasso di cambio troppo elevato che porta, inevitabilmente, a una perdita di competitività della nostra economia, facendo aumentare i prezzi e il costo del lavoro in Francia rispetto alla maggior parte dei paesi stranieri. Dobbiamo evitare di confondere le idee parlando di una eventuale coesistenza tra un nuovo franco e una “moneta comune 2.0”, dotata di tutti i suoi attributi, perché sarebbe un vicolo cieco. Una simile moneta potrebbe essere concepita semplicemente come una “unità di conto”, analogamente al vecchio ECU. Per quanto riguarda la perdita di sovranità a causa dell’euro, sebbene essa sia indubitabile, è però un argomento teorico, lontano dalle preoccupazioni dei francesi, che sono invece sensibili soprattutto alla loro situazione concreta.

 

A causa della mancata comprensione dei problemi reali, molti dei nostri compatrioti continuano, per il momento, ad avere paura di un qualsiasi sconvolgimento dello status quo, e nel frattempo i sostenitori dell’euro alzano grida ogni volta che il loro feticcio viene messo in discussione. Cosa fare, in questa situazione? Di fronte al malcontento dei francesi, è evidente che non potrà essere condotta alcuna politica di recupero dell’economia in Francia se non si ristabilirà una moneta nazionale il cui tasso di cambio sia adeguato al nostro paese. Ma è altrettanto certo che questo cambiamento dovrà essere fatto in condizioni che siano praticabili e accettate dal popolo francese.

 

La prima di queste condizioni sarebbe quella di preparare una transizione graduale verso un dopo-euro, possibilmente discutendo coi nostri partner l’organizzazione di uno smantellamento concertato. Nel caso ciò non sia possibile, bisognerà prendere l’iniziativa in modo unilaterale, dopo avere messo in atto le opportune misure di protezione. La seconda condizione è quella di far comprendere ai nostri compatrioti i vantaggi di una “svalutazione monetaria” del nuovo franco, accompagnata a una politica economica coerente, che mantenga un controllo sull’inflazione, come avvenne nel 1958 col generale De Gaulle e poi nel 1969 con Georges Pompidou. Oggi l’inflazione va temuta meno che allora, a causa della sottoutilizzazione delle nostre capacità produttive. L’inevitabile perdita di potere di acquisto, derivante dall’aumento dei costi di alcune delle importazioni, sarà modesta e passeggera, e sarà rapidamente compensata dalla ripresa della produzione nazionale. Il debito pubblico del nostro paese non aumenterebbe, perché verrebbe automaticamente convertito in nuovi franchi (secondo la cosiddetta regola della lex monetae, che prevale in materia di finanza internazionale). La Francia e i francesi recupereranno brillanti prospettive di crescita futura che l’euro ha, finora, costantemente soffocato.

 

Forum collettivo firmato da Guy BERGER, Hélène CLÉMENT-PITIOT, Daniel FEDOU, Jean-Pierre GERARD, Christian GOMEZ, Jean-Luc GREAU, Laurent HERBLAY, Jean HERNANDEZ, Roland HUREAUX, Gérard LAFAY, Jean-Louis MASSON, Philippe MURER, Pascal PECQUET, Claude ROCHET, Jean-Jacques ROSA, Jacques SAPIR, Henri TEMPLE, Jean-Claude WERREBROUCK, Emmanuel TODD

09/06/18

De Grauwe - Va cambiato il sistema: la crisi italiana lo dimostra

Paul De Grauwe da tempo ricorda come in una unione monetaria non esista altro modo per un paese che perde competitività se non attuare una dolorosa svalutazione interna, ovvero schiacciare i salari. In questa intervista riconosce lucidamente che lo stato di cose oggi è insostenibile e che la mancanza di collaborazione dei paesi nord-europei rischia di far crollare l'intero eurosistema. Non auspica però un'uscita immediata e unilaterale dell'Italia dall'euro, ma piuttosto una ripresa degli investimenti pubblici, se necessario anche in violazione degli stringenti parametri dell'eurozona, da lui stesso definiti insensati. Ovviamente, la questione aperta rimane: che fare se l'Ue non dovesse concedere all'Italia la flessibilità necessaria ad attuare le politiche espansive di investimento che oggi sono così urgenti?

 

 

Di Alexander Trentin, 1 giugno 2018

 

 

Professor De Grauwe, come si spiega che i partiti populisti abbiano vinto le elezioni in Italia?
È il risultato delle difficoltà di ripresa dei paesi della periferia dell'Euro dopo la crisi finanziaria. Molti paesi hanno perso competitività. Per cercare di ristabilire un equilibrio economico hanno ridotto i prezzi e i salari al fine di essere competitivi, un meccanismo chiamato dagli economisti “svalutazione interna”. Si tratta di un processo molto doloroso, in cui ai paesi viene imposta l'austerità. La svalutazione interna ha intensificato la recessione, aumentato la disoccupazione e causato sofferenze a molte persone. Ci sono stati contraccolpi politici, in particolare in Italia. Il paese ha decisamente esagerato nell'imporre misure di austerità. Questo ha causato uno scontento diffuso, che i partiti politici hanno saputo incanalare. Una certa responsabilità di ciò ricade sui paesi del Nord Europa. Questi paesi avrebbero potuto alleviare l'onere dell'Italia stimolando la propria economia. Invece essi stessi hanno adottato politiche di austerità. Questo ha creato fino a tempi recenti una tendenza deflazionistica nella zona euro. Tutti i costi sono ricaduti sui paesi in deficit, mentre i paesi creditori non erano disposti a condividere la loro parte. C'è un errore nel sistema.

 

 

Si tratta davvero di un difetto sistemico? Non è colpa del sistema se i paesi del Nord Europa non sono disposti a fare di più.
Non esiste alcun meccanismo per garantire che gli aggiustamenti funzionino in modo simmetrico sia nei paesi creditori sia in quelli debitori. In una unione monetaria, a un certo punto i paesi iniziano a divergere. Pertanto, deve esserci un meccanismo per ristabilire la convergenza. E ciò dovrebbe essere simmetrico: i paesi in deficit devono ridurre la spesa, mentre i paesi in surplus dovrebbero aumentare le loro spese. Questo non ha funzionato. Non c'era alcuna volontà da parte dei paesi creditori di farlo. L'errore è quindi sistemico: se ci fosse stato un bilancio centralizzato, questo avrebbe stabilizzato l'economia per l'intera eurozona. Con appositi stanziamenti si sarebbe trasferito denaro, assicurando che l'impatto fosse più simmetrico. Ma poiché un bilancio centrale è ben lontano dalla realtà, dobbiamo fare affidamento sul fatto che i singoli paesi siano disposti a collaborare e fare ciascuno la propria parte. E non lo fanno.

 

 

Quale sarebbe la ragione principale che potrebbe portare il governo italiano a lasciare l'eurozona?
È la sensazione che il Paese sia imprigionato in una gabbia costruita dai tedeschi, come ha detto Paolo Savona. Gli italiani vedono l'eurozona come un vincolo per l'economia - e in una certa misura è così. Altra cosa è chiedersi se il Paese starebbe meglio fuori. I partiti populisti vogliono creare una narrazione secondo cui l'Italia sia stata oppressa dall'esterno, specialmente dai tedeschi, e debba liberarsi. Questo è diventato un argomento molto sensibile.

 

 

 

Come consiglierebbe al governo italiano di procedere?
Mi concentrerei sull’aumentare la capacità del Paese di intraprendere investimenti pubblici. Le infrastrutture in Italia sono in pessimo stato. E le infrastrutture sono la chiave per la crescita a lungo termine. Se un Paese non è più in grado di investire, è perduto. Tuttavia, al momento è impossibile per l'Italia investire abbastanza a causa dei vincoli di bilancio imposti dalle regole europee. Il mio consiglio al governo sarebbe: comunicare a Bruxelles che se non li autorizza a fare investimenti pubblici finanziati con l'emissione di obbligazioni, sono pronti a uscire. Ma naturalmente, l'uscita dall'eurozona causerebbe forti incertezze. La transizione verso una valuta nazionale sarebbe drammatica, con un rischio di crisi bancaria, poiché molte banche detengono il debito italiano, che sarebbe quindi denominato nella valuta nazionale. Uno scenario preoccupante, per cui non me la sento semplicemente di dire: “Uscite subito dall'euro, sarà meglio”. Se però ci fosse la possibilità di effettuare una transizione graduale, allora probabilmente consiglierei al governo di lasciare l'euro, perché non va bene per l’Italia.

 

 

 

Cosa ne pensa della tesi che l'economia italiana soffra per la mancanza di riforme strutturali?
L'Italia ha recentemente introdotto diverse riforme strutturali. Vi sono state importanti riforme del sistema pensionistico e del mercato del lavoro. Certo, si può sempre obiettare che non basta. Ma la capacità di investimento è molto più importante per la crescita.

 

 

Se l'Italia rimane nell’Eurozona, come può gestire la sua enorme mole di debito?

È un circolo vizioso. Se l'Italia non cresce, il carico del debito continuerà ad aumentare. E se si prova a tagliare il debito con l'austerità, il paese continuerà a ristagnare. Il paese è ai peggiori posti in termini di stagnazione economica: il PIL pro capite oggi è ai livelli del 1999. E poiché il paese è nell’eurozona, l'Italia non può ricorrere all’inflazione per ridurre il debito in termini reali. L'economia deve tornare a crescere. La chiave è investire, ma al governo non è permesso. In questo senso si trova in una gabbia. L'Italia deve uscire da questa gabbia, altrimenti non crescerà e il peso del debito resterà alto.

 

 

Qual è la sua valutazione della proposta della Lega Nord di introdurre una valuta parallela, i Minibot?
Lo interpreto come un semplice espediente per portare l'Italia fuori dall'eurozona. Se venisse introdotta una moneta parallela, il paese abbandonerebbe in pochissimo tempo l'euro. È un'applicazione della legge di Gresham: i soldi cattivi scacciano quelli buoni. Le autorità manterrebbero la parità tra l'Euro e il Minibot, poiché entrambi sarebbero accettati per i pagamenti delle tasse. Ma poiché il Tesoro probabilmente emetterebbe Minibot per coprire il suo deficit di bilancio, creerebbe un eccesso di questa valuta parallela. Di conseguenza, la valuta parallela varrebbe meno del vero euro, sarebbe quotata nel mercato a sconto. Il vero euro scomparirebbe dal sistema di pagamenti: tutti pagherebbero con la moneta parallela più economica e manterrebbero l'euro come riserva di valore. Chi ha presentato questa proposta probabilmente ne è consapevole. È un piano progettato per spingere il paese fuori dall’eurozona.

 

 

 

Sarebbe utile una condivisione dei rischi, nel senso che una parte del debito pubblico italiano fosse garantita dagli altri paesi dell'euro?
Sia chiaro: il nervosismo sui titoli italiani si basa su ragioni politiche, non su ragioni economiche. Con gli attuali tassi di interesse, l'Italia non presenta problemi nel sostenere il debito. Il problema politico è che i due partiti che formano un governo hanno in programma di uscire dall'eurozona. Non si teme che l'Italia non possa ripagare il debito, ma che la valuta di questi pagamenti sarà effettuata in una nuova lira. E il tasso di cambio della lira scenderebbe forse dal 20 al 30%, il che rappresenterebbe una perdita per gli obbligazionisti. Non è che il debito italiano non sia sostenibile. Io sono sempre stato a favore degli eurobond. In una simile proposta, il debito fino al 60 per cento del PIL sarebbe una responsabilità congiunta dell'eurozona, e l’eccedenza sarebbe una responsabilità individuale. Sarebbe un buon sistema, ma la Germania ha esagerato, respingendo la proposta.

 

 

Potrebbe essere una soluzione riunire insieme i titoli di stato di diversi paesi dell'Eurozona?
Il Comitato europeo per il rischio sistemico ha proposto di creare nuovi titoli garantiti, i cosiddetti European Safe Bonds, ESBies. L'idea è che un istituto finanziario comprerebbe titoli di stato e emetterebbe i propri titoli. Lo scopo sarebbe di creare asset sicuri grazie all'ingegneria finanziaria. Analogamente alle obbligazioni di debito collaterale, ci sarebbero diverse tranche: una tranche senior a basso rischio e una tranche junior che sarebbe più rischiosa, in quanto subirebbe per prima perdite nel caso in cui i titoli di stato dovessero andare in default. Sono molto scettico riguardo a questa proposta. La proposta non risolve il problema dell’intriseca instabilità del mercato dei titoli di stato nell'eurozona. Nessuno degli stati sovrani dell'eurozona è garantito da una banca centrale. Si limitano ad emettere obbligazioni, che di fatto sono denominate in una valuta straniera. I governi potrebbero trovarsi nella situazione di non disporre degli euro per pagare gli obbligazionisti. E a spingerli in una situazione del genere può solo essere la speculazione. È una crisi che si autoalimenta: se tutti temono che un governo non paghi, la liquidità scomparirà dal mercato, il governo non potrà trovare liquidità a tassi di interesse ragionevoli, e dovrà fare default. Solo una banca centrale, pronta a intervenire, può prevenire una simile crisi. Questo non può essere risolto dagli ESBies, perché continueranno ad esistere i mercati dei titoli di stato nazionali.

 

 

 

I mercati obbligazionari non servono a disciplinare i paesi che accumulano troppo debito?
Non è così che funziona. Dopo l'introduzione dell'euro, ci sono stati otto anni di spread quasi nullo tra i paesi - il mercato obbligazionario stava dando a credere che detenere un titolo greco avesse lo stesso rischio che detenere un titolo tedesco. In questo senso, i mercati non hanno disciplinato proprio nulla. Quand poi è scoppiata la crisi, i mercati hanno reagito scompostamente. I mercati di solito sbagliano: o sono troppo clementi o troppo severi. In una fase di boom, i mercati e le agenzie di rating sono troppo euforici e nessuno vede i rischi. Ma quando arriva il crash, i mercati vedono rischi ovunque. Questa avversione al rischio ha già provocato due profonde recessioni in Europa.

 

 

L'economista tedesco Hans-Werner Sinn ha espresso in un'intervista la sua preoccupazione che i crediti della Germania nell’eurosistema di pagamenti Target2 siano a rischio. Condivide le sue preoccupazioni?
Il problema della Germania è che negli ultimi venti anni ha avuto un enorme surplus di esportazioni. Una conseguenza del surplus di esportazioni è l'accumulo di crediti finanziari con il resto del mondo. Prima della crisi, questi erano tutti crediti privati, come per i prestiti bancari. Con la crisi, i crediti su altri paesi dell'euro sono stati spostati al settore pubblico e sono confluiti nei saldi Target2. Questi saldi sono il risultato del surplus di esportazioni e dei crediti da esso creati. È stata una scelta della Germania accumulare questi crediti. I tedeschi dovrebbero chiedersi: è stata una politica saggia accumulare tutti questi crediti? Essere un creditore comporta sempre dei rischi, in quanto i debitori potrebbero non essere disposti a rimborsare il proprio debito. Questo è vero sia in un'unione monetaria sia fuori.

 

 

 

Quale prospettiva immagina per l'eurozona?
In gran parte ciò dipende da come sarà risolta la crisi italiana. L'eurozona ha intrapreso un percorso di ripresa economica, ma ora questa strada è incerta. Si dovrebbero superare queste stupide regole auto-imposte di pareggio di bilancio. Queste impediscono di finanziare investimenti a debito. Nessuna azienda privata seguirebbe una regola così stupida. Altrimenti saremmo ancora nell'età della pietra. Se hai un buon progetto, chiedi un prestito. E i governi dovrebbero essere in grado di farlo. In molti posti, specialmente tra gli economisti tedeschi, c'è questa visione cinica, secondo cui gli investimenti governativi sarebbero improduttivi. Questo è sicuramente sbagliato.

 

 

 

In che misura il mercato dei titoli di stato conta sull'ipotesi che la BCE alla fine intervenga?
È chiaro che la BCE può fermare immediatamente una crisi nel mercato dei titoli. Lo abbiamo visto nel 2012: la semplice dichiarazione da parte della BCE di essere pronta a intervenire sul mercato ha avuto un effetto decisivo. Tanto che non ha neanche dovuto acquistare alcun titolo, in quel momento. La domanda è se adesso interverrà. E questo è incerto. Il problema principale è che ora ci troviamo in un sistema in cui la sopravvivenza di un governo dipende dalla buona volontà di un piccolo numero di persone sedute attorno a un tavolo a Francoforte. In un paese autonomo, se il governo sovrano è nei guai è sempre il governo sovrano a prevalere e a costringere la banca centrale ad emettere la necessaria liquidità. Nell'eurozona è il contrario: è la BCE a prevalere sugli stati sovrani. Questa è una struttura di governance inaccettabile e, nel lungo periodo, insostenibile. Ha funzionato finché i paesi in crisi erano relativamente piccoli, come la Grecia. Ora colpisce l'Italia, in futuro potrebbe colpire altri grandi paesi come la Francia. La gente non accetterà che il destino del proprio paese sia nelle mani di funzionari pubblici senza alcuna legittimità democratica. Questo sistema deve essere cambiato, e la crisi italiana lo rende molto evidente.

02/03/18

L'euro è un disastro, produce dolore inutile

Mentre il surreale dibattito italiano continua a presentare l’euro come un salvifico certificato di appartenenza alla civiltà, al di fuori del quale c’è solo pianto e stridor di denti, riproponiamo un articolo non recente ma quanto mai attuale di Forbes. La radice del problema è esposta con crudezza: imponendo la svalutazione interna – ovvero far calare i salari – come unico sistema per far fronte agli shock asimmetrici all’interno della stessa area valutaria, l’euro costringe nei fatti a una politica che impone sofferenze, grandi quanto inutili. Per far abbassare i salari servono condizioni economiche drammatiche: ecco perché l’euro è un disastro.
 

 

 

Di Tim Worstall, 11 settembre 2016

 

Che Joe Stiglitz insista sul fatto che l'euro, la moneta europea, sia stato un errore disastroso è ben noto. Ha appena pubblicato un intero libro sull'argomento, in fin dei conti. Che Paul Krugman ne sia decisamente poco entusiasta è altrettanto noto - ha sottolineato già da un pezzo perché non funzionerà mai senza una integrazione fiscale molto maggiore. I fanatici della questione sapranno che anche Milton Friedman era contrario all’euro, come dimostra questo articolo del 1997:

 

Se un paese è colpito da uno shock negativo che richiede, per esempio, di abbassare i salari rispetto a quelli di altri paesi, questo effetto può essere ottenuto modificando un unico prezzo, il tasso di cambio, piuttosto che cercando di cambiare migliaia e migliaia di livelli salariali separati, o con l'emigrazione del lavoro. Le difficoltà imposte alla Francia dalla sua politica del "franco forte" illustrano il costo della decisione – spinta da scelte politiche – di non utilizzare il tasso di cambio per adattarsi all'impatto dell'unificazione tedesca. La crescita economica della Gran Bretagna dopo avere abbandonato lo SME, alcuni anni fa, per disincagliare la sterlina, dimostra l'efficacia del tasso di cambio come meccanismo di aggiustamento.


 

Una moneta unica ti priva di uno degli strumenti necessari a gestire gli shock asimmetrici nell’area valutaria interessata. Non è più possibile modificare il tasso di cambio per aiutare a gestire gli shock. Di fatto, una volta che c’è una moneta unica, una politica monetaria unica e la camicia di forza dell’insistente politica fiscale, non resta che una strategia possibile: modificare migliaia e migliaia di salari separati ovvero quella che viene chiamata svalutazione interna.

 

Chiunque abbia letto la mia rubrica da un po’ saprà che ho ripetuto abbastanza spesso questo concetto. Oggi la novità è che Paul Krugman ha citato James Tobin su questo punto:

 

L'implicazione - empiricamente discutibile - dell'usuale ipotesi del “tasso naturale (di disoccupazione)” secondo cui un tasso di disoccupazione anche solo leggermente superiore al livello critico determinerà una deflazione sempre più accelerata. La curva di Phillips sembra essere piuttosto piatta ad alti tassi di disoccupazione. Durante la grande contrazione del 1930-33, i livelli salariali furono lenti a cedere, anche di fronte alla massiccia disoccupazione e alla sostanziale deflazione dei prezzi al consumo. Solo alla fine, nel 1932 e nel 1933, i livelli dei salari diminuirono più rapidamente, in risposta alla prolungata disoccupazione, ai licenziamenti, ai fallimenti e alle minacce e timori che tutto questo continuasse a peggiorare.


 

Friedman e Tobin sono stati spesso considerati uno l'antitesi dell'altro. Ma c'è molto più accordo tra economisti apparentemente assai diversi rispetto a quello che generalmente si pensa. Potrebbero esserci problemi nuovi da affrontare su cui c’è disaccordo. Ma le basi generali della materia sono condivise, al di là di queste discrepanze.

 

Ed è proprio questo il caso: qui abbiamo Friedman che spiega il punto fondamentale, ovvero che la svalutazione interna è l'unica politica che rimane, e Tobin che sottolinea quanto sia dannatamente difficile da ottenere. Un altro modo di leggere Tobin è la quantità di dolore economico che dovrà essere inflitto per far calare il livello dei salari. Lui e Friedman sarebbero stati concordi sul fatto che variare il tasso di cambio avrebbe causato molto meno dolore.

 

Su questo punto, citiamo Krugman:

 

Di certo in Grecia il ritorno della disoccupazione di massa dopo il 2008 non ha prodotto grandi risultati in termini di calo dei salari, tranne, infine, dopo anni di disoccupazione a livello di crisi.


La struttura dell'euro impone il sistema più difficile di adattare le economie agli shock asimmetrici, insiste sulla strada che implica la maggiore sofferenza. Ed ecco, naturalmente, il motivo per cui è un disastro. Perché infliggere infelicità agli uomini non dovrebbe essere considerato un obiettivo desiderabile per la politica - anzi, il suo obiettivo dovrebbe essere proprio quello opposto, alleviarla.

 

Sì, è proprio un disastro. E in effetti non c’è bisogno di quattro premi Nobel per dircelo. È chiaro come il sole che lo è, e quindi prima crolla, meglio è. Insieme, si spera, al sistema che lo ha creato, la stessa UE.