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27/10/20

FT - La minaccia incombente di una lunga Covid economica


Martin Wolf sul Financial Times, commentando le previsioni del FMI sull'impatto economico della pandemia, avverte che i politici devono evitare di ritirare troppo presto gli aiuti all'economia, i quali dovranno essere modulati in diverse fasi se non si vuole che il costo del mancato aiuto superi di gran lunga il costo degli stimoli economici che i governi, in queste circostanze, hanno il preciso dovere di assicurare, pena un duro giudizio della storia. (Quale potrà essere dunque il giudizio sul governo italiano, che coi suoi aiuti insufficienti e tardivi sta abbandonando il paese a se stesso, nell'attesa di una mitica pioggia di miliardi dalla UE?) 


I governi devono concentrarsi sul costo dell'inerzia, non sul costo del sostegno alle economie

di Martin Wolf,  20 Ottobre 2020

Molti pazienti che hanno superato l'infezione da Covid-19 hanno ancora dei sintomi debilitanti che perdurano nel tempo. Questo è il "lungo Covid". Ciò che è vero per la salute è probabile che valga anche per l'economia. È probabile che la pandemia provochi nel mondo non solo una profonda recessione, ma anni di debolezza. Per affrontare la minaccia di una "lunga Covid economica", i politici devono evitare di ripetere l'errore di ritirare troppo presto il sostegno all’economia, come avvenuto dopo la crisi finanziaria del 2008.

Questo pericolo è reale, anche se rimane molta incertezza su come si svilupperà la crisi. Non meno importante, non sappiamo nemmeno quanto tempo ci vorrà per riportare il Covid-19 sotto controllo.

Eppure sappiamo già molte cose sull'impatto economico della pandemia. Sappiamo che ha provocato un'enorme recessione globale; che i costi economici sono stati maggiori per i giovani, i non qualificati, le minoranze e le madri lavoratrici; e che ha provocato una grave interruzione dell'istruzione. Sappiamo anche che "quest'anno quasi 90 milioni di persone potrebbero scendere al di sotto della soglia di reddito di estrema privazione di 1,90 dollari al giorno", come ha affermato il FMI.

Sappiamo che molte aziende hanno subito gravi danni, poiché la domanda è crollata o perché sono state bloccate. La seconda ondata della malattia che si sta abbattendo su molte economie peggiorerà la situazione. Come mostra il Rapporto sulla stabilità finanziaria globale del FMI, la fragilità finanziaria è in aumento nei settori già fortemente indebitati delle economie ad alto reddito, nonché nei paesi emergenti e in via di sviluppo.

 Ma sappiamo anche che le cose sarebbero potute andare molto peggio. L'economia mondiale ha beneficiato del sostegno straordinario delle banche centrali e dei governi. Secondo il Fiscal Monitor dell'FMI, il sostegno fiscale all'11 settembre 2020 ammonta a "11,7 trilioni di dollari, o quasi il 12 per cento del PIL globale". Molto di più del sostegno offerto dopo la crisi finanziaria globale.

Sappiamo, tuttavia, che ciò che è già accaduto lascerà profonde cicatrici, che saranno tanto più profonde quanto più a lungo durerà la pandemia.  Per il 2022-23 il FMI prevede già un forte calo dell'attività economica rispetto al potenziale, cosa che sicuramente ridurrà molto gli investimenti privati. Non sorprende che il fondo ora preveda anche, tra il 2019 e il 2025, una crescita del prodotto interno lordo reale pro-capite significativamente inferiore rispetto a quanto previsto a gennaio.




In una crisi di questa portata, c'è solo un soggetto in grado di agire sia come assicuratore che come sostenitore della domanda. Sfortunatamente, la capacità dei governi di agire varia enormemente. Ma quelli con valute accettate a livello globale hanno un enorme spazio di manovra. Lo hanno già usato; dovranno continuare a farlo.

La politica fiscale deve svolgere un ruolo centrale, poiché essa sola può fornire il necessario sostegno mirato. I banchieri centrali sono stati chiari su questo. Il Fiscal Monitor divide utilmente il supporto necessario in tre fasi: lockdown; graduale riapertura; e ripresa post-Covid.

Durante il lockdown, l'onere deve riguardare trasferimenti di denaro, indennità di disoccupazione, sostegni per il lavoro a tempo ridotto, differimento temporaneo delle tasse e dei contributi previdenziali e liquidità per le imprese.

Durante la riapertura, il sostegno deve essere più mirato, con incentivi focalizzati al riportare le persone al lavoro. Si dovrebbero fare piani per maggiori investimenti pubblici. Nel frattempo, il sostegno alle aziende deve essere focalizzato su quelle con prospettive discrete, ma con controlli sui dividendi e sulla paga dei dirigenti.

Nel periodo post-Covid, bisognerà riformare i sistemi di protezione sociale che la pandemia ha dimostrato essere carenti. Nel frattempo, l'attenzione deve spostarsi verso politiche attive del mercato del lavoro e grandi impulsi agli investimenti pubblici. Ciò, sostiene il Fiscal Monitor, stimolerà fortemente gli investimenti privati. Saranno necessari anche meccanismi per una ristrutturazione accelerata del debito.

Realizzare tutto questo nel modo giusto, in particolare per quanto riguarda la tempistica incerta e forse non esattamente così sequenziale tra le varie fasi della malattia, sarà difficile. I responsabili politici devono essere flessibili, ma non parsimoniosi.

Tutta questa spesa aumenterà sostanzialmente il deficit pubblico e il debito. Si prevede che il disavanzo di bilancio delle amministrazioni pubbliche mondiali raggiungerà il 12,7% del PIL quest'anno; nelle economie ad alto reddito raggiungerà il 14,4 per cento. Si prevede che il rapporto globale tra debito delle amministrazioni pubbliche e PIL salirà dall'83 al 100 per cento del PIL tra il 2019 e il 2022, mentre quello dei paesi ad alto reddito passerà dal 105 al 126 per cento.



Non importa. Per i paesi ad alto reddito, i tassi di interesse reali sull'indebitamento a lungo termine sono pari o inferiori a zero. Le banche centrali sono anche impegnate in maniera credibile a mantenere politiche monetarie molto espansive. I governi possono permettersi di spendere. Quello che non possono permettersi è di non farlo, lasciando che l’economia crolli, le persone si sentano abbandonate, le conseguenze diventino irreversibili e le economie a rimangano intrappolate in una bassa crescita permanente.

I governi devono spendere. Ma, nel tempo, devono spostare la loro attenzione dal salvataggio alla crescita sostenibile. Se, in ultima analisi, le tasse dovranno aumentare, dovranno ricadere sui vincitori. Questa è una necessità politica. È anche una cosa giusta.

Siamo solo all'inizio. Non possiamo sapere come andrà a finire, anche perché non sappiamo cosa faranno i governanti al potere. Ma sappiamo che la storia giudicherà duramente i politici se coloro che hanno spazio per farlo non saranno all'altezza dell'occasione.

Dobbiamo prevenire un lungo Covid economico. Ciò non significa abbandonare gli sforzi per tenere sotto controllo la malattia, ma piuttosto il contrario. Per gli anni a venire si richiederà anche una politica economica attiva, creativa e coraggiosa. Senza preoccuparsi di quanto costerà intervenire. Preoccupandosi molto di più di quanto costerebbe non farlo.

 


08/06/20

FT – Non c'è chiarezza nella tesi a favore di una risposta europea alla recessione




Un articolo del Financial Times affronta il tema della “risposta comune” della UE alla crisi da Covid-19, in contrapposizione alle risposte dei singoli paesi. In sostanza, le regoli fiscali sono di fatto sospese, la BCE sta acquistando titoli quasi illimitatamente sui mercati secondari, per cui ciascun paese, anche se in condizioni di maggior debolezza rispetto gli altri,  sarebbe attualmente in grado di finanziarsi per proprio conto. Decidere di non farlo, o insistere per una risposta principalmente europea, è una scelta squisitamente politica. (Peraltro, è questo l’articolo del FT a cui faceva riferimento il prof. Bagnai nella diretta di domenica.)


di Martin Sandbu, 4 giugno 2020

In questo periodo le solite regole fiscali non trovano applicazione, quindi ogni paese potrebbe finanziare da solo la propria ripresa.

24/04/20

Martin Wolf – Perché la BCE può salvare l’eurozona

"La BCE ha una potenza di fuoco praticamente illimitata ed è l'unica istituzione UE con la volontà e la capacità di agire", scrive Martin Wolf nella sua opinione sul Financial Times. Le alternative, come il ricorso al MES o i "coronabond" (o eurobond) sono inadeguate, troppo deboli e comunque controverse dal punto di vista politico per essere realizzate. Wolf, da europeista, si augura che la potenza di fuoco della BCE sia utilizzata per il salvataggio dell'euro, e questa non è esattamente la finalità che condividiamo. È comunque interessante che le voci più disparate si stiano sollevando da ogni parte per affermare con autorevolezza che non c'è altra soluzione percorribile, al momento attuale, se non un pieno e potenzialmente illimitato intervento della BCE con emissione di moneta, e che i prestiti sono del tutto inadeguati alla situazione.


di Martin Wolf, 21 aprile 2020


[La BCE] ha una potenza di fuoco praticamente illimitata ed è l'unica istituzione UE con la volontà e la capacità di agire.


L’eurozona sopravviverà al Covid-19? Se ci riuscirà, sarà per le stesse due ragioni per cui è già sopravvissuta alla crisi finanziaria: il timore di una rottura rovinosa e l’azione dell’unica istituzione capace di agire sulla dimensione di scala necessaria. Nel luglio 2012 Mario Draghi disse al suo audience a Londra: “Entro il nostro mandato, la BCE è pronta a fare qualsiasi cosa sia necessaria [whatever it takes, NdT] per salvare l’euro. E credetemi, sarà sufficiente”. La BCE lo sta dicendo anche adesso. Dovrebbe essere abbastanza.


26/03/20

Il coronavirus ci pone di fronte a una guerra, e dobbiamo mobilitarci di conseguenza - Mario Draghi sul Financial Times



Mario Draghi interviene sul Financial Times con un articolo che  ha l'effetto di una bomba sui burocrati di Bruxelles e sulla esitante e tremebonda politica del governo italiano. I debiti pubblici aumenteranno e ce ne dobbiamo fare una ragione, siamo di fronte a una guerra e in tempi eccezionali le risposte devono essere eccezionali. E veloci. Il rischio è entrare in un ciclo irreversibile di povertà.  Con buona pace del nostro ministro dell'economia, le previsioni sull'impatto della crisi sono di proprozioni inimmaginabili. 


di Mario Draghi, 25 Marzo 2020

Livelli più elevati di debito pubblico diventeranno una caratteristica dell’economia e saranno accompagnati dalla cancellazione del debito privato

La pandemia di coronavirus è una tragedia umana di proporzioni potenzialmente bibliche. Molti oggi vivono nella paura per la propria vita o in lutto per i propri cari. Le azioni intraprese dai governi per evitare che i nostri sistemi sanitari vengano travolti sono coraggiose e necessarie. Devono essere sostenuti.

Ma queste azioni comportano anche un costo economico enorme e inevitabile. Mentre molti affrontano il pericolo di perdere la vita, molti altri affrontano la perdita del sostentamento. Giorno dopo giorno, le notizie economiche stanno peggiorando. Nell'intera economia le imprese affrontano perdite. Molte si stanno già ridimensionando e stanno licenziando i lavoratori. Una profonda recessione è inevitabile.

08/11/19

ZH - Nuovo piano di Unione bancaria del Ministro delle finanze tedesco per salvare l'UE (e Deutsche Bank)

Anche il sito Zero Hedge collega la gravissima esposizione di Deutsche Bank, vicina al fallimento e con la quotazione delle azioni prossima allo zero, alla nuova disponibilità del ministero delle Finanze tedesco nei confronti del completamento dell'Unione bancaria, sinora sempre osteggiata per il timore dei tedeschi  di doversi caricare i problemi dei sistemi bancari altrui, Italia in primo luogo.  E tuttavia il piano, dice Zero Hedge, potrebbe essere osteggiato dall'Italia. [E c'è da sperarlo, aggiungiamo noi, perché le condizioni poste dai tedeschi per la condivisione dei (loro) rischi  costringerebbero l'Italia a una "ristrutturazione preventiva" del debito pubblico, una "calamità immane, un colpo di pistola alla tempia" per il nostro Paese, come dichiarato nella sua audizione alla Camera da Giampaolo Galli, il quale avverte come siano rimaste solo poche settimane per fermare la pericolosa ondata. Non si può tacere sul carattere tardivo di questa giusta preoccupazione, ma meglio tardi che mai.]


 

 

Zero Hedge, 6 Novembre 2019

 

Meno di un anno dopo aver fallito nel suo tentativo di salvare il colosso bancario tedesco Deutsche Bank, prossimo al fallimento (tramite la fusione tra Commerzbank e Deutsche Bank, che nelle intenzioni avrebbe dovuto dar vita a un nuovo campione nazionale), il ministro delle Finanze tedesco Olaf Scholz ha intrapreso una campagna per convincere l'Unione europea a portare a termine l'unione bancaria.

 

Molti hanno sostenuto che la mancanza di un quadro normativo bancario globale europeo rende il sistema particolarmente vulnerabile al caos e alle infiltrazioni da parte di gruppi criminali (come dimostra lo scandalo del riciclaggio di denaro che ha coinvolto diversi giganti bancari dell'Europa settentrionale).

 

E con la Brexit che si sta finalmente avvicinando alla conclusione, o almeno così sembra, Scholz sostiene che la posizione globale dell'Europa sarebbe a rischio se non si portasse a compimento l'integrazione del settore finanziario dell’eurozona, visto che l'Ue sta perdendo uno dei suoi principali centri finanziari.

 

Il piano per centralizzare il controllo delle banche della zona euro fu concepito anni fa in risposta alla crisi del debito che all'inizio del decennio minacciava di destabilizzare l'intero continente. Molti sostenevano che il sistema contribuirebbe a evitare i salvataggi pubblici pagati dai contribuenti, con un nuovo sistema di garanzia dei depositi progettato per aiutare a mantenere aperti i rubinetti della liquidità. Tuttavia, alcuni criticavano il piano (specialmente in Germania) come uno schema che farebbe gravare sui contribuenti tedeschi la cattiva gestione delle banche straniere.

 

In un lungo editoriale pubblicato sul FT il 5 di novembre, Scholz ha sostenuto che è giunto il tempo di porre fine alle divisioni politiche che hanno sinora impedito di realizzare l'unione bancaria. Il progetto è fondamentale per garantire che le banche dell'Ue possano essere ristrutturate in sicurezza senza un salvataggio pubblico. Nell'editoriale, Scholz cerca di collegare la tempistica di questa proposta alla Brexit.

 

In realtà, possiamo individuare un'altra ragione per cui la Germania vorrebbe iniziare a sostenere l’unione bancaria.

 

Si tratta di Deutsche Bank, il colosso del credito tedesco in difficoltà con un'esposizione sui derivati ​​di decine di trilioni di dollari. DB è una banca che, grazie ad anni di cattiva gestione e di criminali reati societari, è diventata il più grande domino dell’estremamente instabile sistema finanziario europeo. DB ha continuato a perdere una quantità sbalorditiva di denaro ogni trimestre, mentre tentava di ridurre le spese riducendo drasticamente il personale.

 



 

Nel frattempo, la persistente crisi della banca ha spinto il prezzo delle sue azioni costantemente al ribasso, in direzione "0".

 

Come spiega il FT, la componente più controversa del piano di Scholz non è ancora stata colta dai suoi connazionali. È uno schema di deposito che in caso di un crollo bancario dovrebbe proteggere i depositanti. A prima vista, sembra qualcosa che i tedeschi non potrebbero mai prendere in considerazione.

 

Benché la politica stia ora affrontando una strada in salita, il piano ha già ottenuto il sostegno del nuovo presidente della Commissione europea Ursula von der Layen (anche se secondo Reuters il piano non è stato formalmente discusso dal governo tedesco, e non è chiaro se il cancelliere Angela Merkel lo sosterrà).

 

Secondo il FT, il piano di Scholz prevede molte garanzie volte a proteggere il popolo tedesco dal pericolo di doversi caricare il peso del salvataggio delle banche straniere dei paesi con sistemi finanziari più deboli. Ma queste stesse garanzie potrebbero comportare una riduzione del sostegno da parte dell’Italia.

 

A parte lo schema dei depositi, il piano di Scholz prevede anche la modifica delle regole UE sul capitale bancario che elimini gli incentivi per le banche ad acquistare grandi quantità del debito sovrano del loro paese, oltre a proporre norme europee comuni sulla tassazione delle società.

 

Scholz vuole anche che l'Ue armonizzi le leggi sull'insolvenza bancaria, sostenendo che l'attuale combinazione di norme nazionali mini i tentativi dell'Ue di assicurarsi che i creditori senior condividano i costi dei fallimenti bancari.

 

Finora, il piano ha ricevuto una "accoglienza tiepida", secondo un altro rapporto di Reuters. Secondo quanto riferito, sia la BCE che la Commissione, entrambe sotto una nuova guida, hanno dichiarato di sostenere il completamento dell'unione bancaria del Continente, e pur con alcune divergenze hanno elogiato il piano di Scholz come "un'ottima base di partenza" per ulteriori colloqui.

 

 

20/10/19

FT - Angela Merkel chiede uno sconto per la Germania sul contributo al bilancio UE

Se Atene piange, Sparta non ride: mentre Boris Johnson combatte in Parlamento per portare a termine la Brexit secondo il mandato popolare, in Unione europea iniziano a volare gli stracci su come dividere il nuovo bilancio, da concordare nel 2021 e che durerà sette anni. Non paga di essere il paese che si è più avvantaggiato dell'Unione monetaria, la Germania lamenta che con l'uscita del Regno Unito si ritroverà con un fardello troppo pesante. L'Italia, contribuente netto (ovvero versa all'Ue più soldi di quelli che riceve), al momento non fiata. Ne dà conto il Financial Times. 

 

17 ottobre 2019

 

 

La cancelliera afferma che Berlino deve affrontare un "onere eccessivo" a causa della Brexit

 

Angela Merkel, cancelliera tedesca, ha chiesto che la Germania ottenga uno sconto nell'ambito del prossimo bilancio dell'Ue, affermando che Berlino deve affrontare un "onere eccessivo" a causa dell'uscita della Gran Bretagna dall'Unione.

 

La Cancelliera parlava di fronte al Bundestag in vista di un vertice chiave dell'UE a Bruxelles, dove sarà esaminato il prossimo bilancio a lungo termine dell'unione. Il piano di spesa, che dura sette anni, deve essere concordato all'inizio del 2021.

 

I negoziati su quello che è noto a Bruxelles come il quadro finanziario pluriennale (QFP), saranno insolitamente difficili: la Brexit ha aperto un buco nel bilancio e tutti gli stati membri dovranno fare di più.

 

Ma c'è disaccordo su quanto grande debba essere il budget. La Germania, insieme ad altri grandi contribuenti netti come i Paesi Bassi e l'Austria, vuole che sia limitato all'1% del reddito nazionale lordo dell'UE, mentre la Commissione europea ha proposto l'1,1%.

 

La Merkel ha affermato che anche una percentuale dell'1% comporterebbe un "chiaro aumento dei contributi" della Germania. I funzionari di Berlino affermano che la Germania dovrebbe pagare in media 40 miliardi di euro lordi, 10 miliardi di euro in più rispetto a quanto ha attualmente investito.

 

"A causa di questo aumento e dell'imminente uscita della Gran Bretagna dall'Ue, la Germania sarà eccessivamente gravata quando si tratterà del QFP", ha affermato Angela Merkel. "Per questa ragione dobbiamo parlare di un'equa ripartizione degli oneri sul piano finanziario e di uno sconto per la Germania".

 

La Commissione europea dopo la Brexit vuole eliminare tutti gli sconti per gli stati membri che sono contribuenti netti.

 

Secondo un diplomatico dell'Ue, il contributo netto della Germania al bilancio dell'UE salirà a 30 miliardi di euro nel 2027, mano a mano che lo sconto già previsto verrà gradualmente eliminato. L'anno scorso il contributo netto tedesco è stato di 13,5 miliardi.

 

Infatti alcuni dei maggiori contribuenti netti al bilancio dell'Unione beneficiano già degli sconti, che hanno origine nella riduzione sui pagamenti "eccessivi" del Regno Unito per i sussidi agricoli dell'Ue, che Margaret Thatcher ottenne dall'Unione a Fontainebleau 35 anni fa.

 

Questi "meccanismi compensativi" limitano la somma pagata dai paesi più ricchi. Mark Rutte, il Primo Ministro olandese, ha sostenuto che queste riduzioni mantengono il sistema "equo".

 

Germania, Paesi Bassi, Danimarca, Svezia e Austria chiedono che vengano mantenute.

 

La Francia è invece il più grande fautore della eliminazione degli sconti, e anche un gruppo di Stati membri che sono percettori netti di contributi, come Polonia, Ungheria e Paesi baltici, sostiene la loro abolizione.

 

La Merkel ha dichiarato anche ai parlamentari di sostenere il principio secondo cui l'erogazione dei fondi dell'Ue deve essere strettamente collegata al rispetto dello stato di diritto negli Stati membri, affermando che la questione è della "massima priorità" per la Germania.

 

24/05/19

FT e Telegraph - Cosa c'è in gioco nelle elezioni europee e la rotta dello stato profondo UE

Sul tema delle imminenti elezioni per il Parlamento europeo, alcuni spunti di riflessione ci vengono dagli articoli pubblicati da due importanti quotidiani europei: "Cosa c'è in gioco nelle elezioni europee 2019" del Financial Times e "Nessuna elezione europea potrà mai deviare di un millimetro dalla sua rigida rotta lo stato profondo dell'UE"  del Telegraph. Di entrambi  riportiamo ampi stralci.

 

Secondo il Financial Times, il risultato di queste elezioni, dalle quali dovrebbe emergere una nuova e forte ondata euroscettica e nazionalista, anche se ancora minoritaria, contribuirà a dare forma all'agenda politica di Bruxelles per i prossimi cinque anni, aprendo la strada a un cambiamento delle politiche europee.

 

A questo proposito, è  risaputo che il Parlamento europeo non dispone di grandi poteri, in quanto condivide l'approvazione di regolamenti e direttive con il Consiglio dei Ministri, senza nemmeno avere l'iniziativa legislativa, di cui la Commissione detiene il monopolio. Oltre a questo, il Parlamento europeo ratifica i trattati e ha il potere di approvare la nomina del Presidente della Commissione e incidere sulla nomina dei vari Commissari.

 

In che modo dunque le elezioni del 2019 cambieranno il corso dell'Unione? Così risponde il FT:

 

"I deputati sono eletti a livello nazionale e in seguito vengono assegnati ai diversi gruppi del Parlamento europeo. I due principali gruppi pro-UE, il PPE e i Socialisti, rischiano di perdere terreno. Per la prima volta potrebbero perdere la loro maggioranza congiunta. Potrebbero non arrivare alla maggioranza nemmeno con l'appoggio dei Liberali. Il Parlamento europeo sta diventando più frammentato, come la politica nazionale in tutta Europa. I Verdi potrebbero acquistare potere di influenza grazie a un aumento dei consensi in Germania, ma lo stesso potrebbero fare i nazionalisti e gli euroscettici. 

 

Si prevede che i nazionalisti e gli euroscettici conquistino peso, in particolare in Italia, in Spagna e, in misura minore, in Germania. Già nelle ultime elezioni del 2014 in Francia, Polonia, Ungheria e Regno Unito o sono arrivati primi o ci si sono avvicinati molto, e probabilmente riaccadrà. Gli euroscettici di sinistra e di destra potrebbero aggiudicarsi un terzo dei seggi, rafforzati dalla temporanea presenza degli eurodeputati britannici pro-Brexit.

 

Al di fuori del contingente britannico pro Brexit, nessun partito euroscettico sostiene apertamente l'uscita dall'UE. Vogliono invece portare l'UE in una direzione più conservatrice, con meno interventi da Bruxelles. Ci sono grandi differenze tra i vari partiti nazionalisti. Ma insieme potrebbero ostacolare l'agenda del Parlamento e quindi dell'UE. I nazionalisti possono assumere il controllo di alcune Commissioni e formare minoranze di blocco contrastando l'azione dell'UE in alcune aree, per esempio le procedure di infrazione nei confronti degli Stati in caso di violazione delle regole. Se i partiti mainstream sono divisi, una minoranza nazionalista potrebbe spingere il Parlamento a essere più duro sulla migrazione o sui trattati di liberalizzazione del commercio."

 

L'altro aspetto non secondario, anzi forse di prioritaria importanza, sottolineato dal Financial Times è che i risultati delle elezioni per il Parlamento europeo potrebbero anche avere importanti ripercussioni nella politica interna di alcuni paesi, come ad esempio l'Italia, dove, a prescindere da quanto possa essere realistica la previsione di elezioni anticipate formulata dal quotidiano, certamente una forte affermazione della Lega potrebbe modificare gli equilibri di potere all'interno della compagine di governo, rinforzando le posizioni più euroscettiche che erano nel programma della Lega prima del cosiddetto contratto di governo con i 5 Stelle, stipulato come alleato di minoranza col 17%.

 

"La Gran Bretagna non è l'unico paese in cui potrebbero esserci grandi ripercussioni politiche interne. Si prevede che la Lega di Matteo Salvini riporterà una decisa vittoria in Italia, superando il Movimento Cinque Stelle, suo partner nella coalizione di governo. La vittoria potrebbe incoraggiarlo a uscire dalla coalizione e provocare le elezioni anticipate, per cementare il suo vantaggio politico. Un pessimo risultato per i socialdemocratici in Germania potrebbe accelerare la fine del governo della grande coalizione di Angela Merkel. La sconfitta per il partito di governo Law and Justice in Polonia potrebbe danneggiare le sue possibilità nelle prossime elezioni politiche che si terranno in autunno. Emmanuel Macron sta affrontando il suo primo test elettorale da quando è diventato Presidente, due anni fa, mentre il partito Popolare di centro-destra in Spagna potrebbe entrare in crisi."

 

L'altro articolo di Ambrose Evans Pritchard sul Telegraph, "Nessuna elezione europea potrà mai deviare di un millimetro dalla sua rigida rotta lo stato profondo dell'UE", pone seri argomenti su cui riflettere. Il giornalista infatti afferma che se anche l'elezione al Parlamento europeo di un nutrito gruppo di euroscettici può senz'altro rappresentare una scossa per la politica interna della Francia o dell'Italia, non cambierà assolutamente nulla nella "governance" dell'UE. Lo stesso Steve Bannon, questa settimana, ha parlato delle elezioni del Parlamento europeo qualificandole come "una delle elezioni più importanti di sempre", e tuttavia, secondo Pritchard, una volta che il clamore si sarà calmato l'inesorabile macchina della UE riprenderà il suo ferreo controllo.

 

Seguiamo il suo ragionamento.

 

Il gruppo degli euro-ribelli non ce la farà mai a capire dove si trovano gli interruttori della luce dell'Espace Leopold a Bruxelles. Non padroneggiano le procedure e non sono capaci di stringere d'assedio le potenti commissioni che "co-decidono" —vale a dire, possono porre il veto o riscrivere – il 60 per cento delle nuove normative che calano dall'alto sui Parlamenti nazionali. La loro vocazione è la critica.

 

Le questioni quotidiane vengono lasciate alla squadra tedesca e ai suoi satelliti. Con questo non voglio portare avanti un argomento anti-tedesco, ma semplicemente affermare un fatto della vita europea. I deputati tedeschi sono legislatori di carriera. L'elezione è il primo passo di un incarico permanente.

 

Sono promossi attraverso un sistema di liste di partito per anzianità e diligenza. Quando si arriva al dunque, operano come una sola coorte, superando le differenze che separano socialdemocratici e democristiani. La Grande Coalizione di oggi a Berlino è già stata a lungo operativa a Strasburgo.

 

Questa professionalità è il motivo per cui i due gruppi principali sono entrambi gestiti dai tedeschi. Manfred Weber guida il blocco del centro-destra (EEP) e Udo Bullmann guida i socialisti. Klaus Welle gestisce la sala macchine come segretario generale del parlamento, mentre il suo connazionale Martin Selmayr opera in tandem come capo dell'apparato della Commissione. I punti nodali sono nelle competenti mani tedesche.

 

Quello che mi ha colpito durante la crisi bancaria dell'eurozona — se la si chiama "crisi di debito" ci si arrende alla falsa narrazione dei creditori — è come Berlino abbia silenziosamento assunto il controllo di ogni organismo che contava. Klaus Regling ha guidato i fondi di salvataggio (EFSF e ESM). Un diligente esecutore agli ordini di Wolfgang Schauble è stato messo alla guida dell'Eurogruppo."

 

Per mostrare questa inesorabile resilienza dello stato profondo della UE, Pritchard ripercorre l'episodio da molti dimenticato della Convenzione di Laeken. All'inizio del secolo, ricorda Pritchard,  si era diffusa un'ondata di sfiducia e di protesta nei confronti delle istituzioni europee:  i danesi e gli svedesi avevano votato no all'euro, e gli irlandesi con referendum avevano rifiutato la ratifica al trattato di Nizza, i vertici europei erano il bersaglio di veementi proteste e iI vertice di Laeken  si era svolto dietro una fortezza di filo spinato:

 

"In quel momento di ricerca dell'anima i leader europei flirtarono brevemente con la ritirata. I popoli europei ormai vedevano l'UE come una "minaccia alla loro identità" - leggi la Dichiarazione di Laeken - e non c'era alcun desiderio di "un superstato europeo e di istituzioni europee che si insinuassero in ogni aspetto della vita".

 

I leader promisero di abbandonare la brutta abitudine di ricorrere ai trattati. Avrebbero restituito il potere agli stati membri. Una Convenzione, ispirata alla Convenzione di Filadelfia del 1787 e composta in parte da deputati dei Parlamenti nazionali, avrebbe scritto una costituzione europea per ripristinare la "legittimità democratica".

 

Menziono questo episodio dimenticato perché quanto è successo rappresenta una lezione. Gli addetti ai lavori hanno dirottato il processo. I propositi dissidenti dei sostenitori degli stati nazione furono annullati nei gruppi di lavoro. Il potere era affidato alla regale presidenza di Valéry Giscard d'Estaing. Egli impiegò gli avvocati della Commissione per redigere il documento. Le volpi hanno preso il controllo del pollaio.

 

"Era un gruppo auto-selezionato dell'élite politica europea", dichiarò Gisela Stuart, l'inviato di Tony Blair al praesidium. Quella dura esperienza l'ha resa un Brexiteer.

 

Come temeva, il testo finale proponeva un Presidente dell'Unione europea, un ministro degli Esteri, un dipartimento per la giustizia e soprattutto un tribunale supremo europeo competente per la prima volta su tutti i settori della politica (vale a dire, diritto dell'Unione e diritto comunitario, con la carta dei diritti che apre le porte a tutto). Praticamente l'impalcatura di un aspirante stato. Laeken era stato capovolto." 

 

Anche se la costituzione fu respinta dai referendum francesi e olandesi, il processo non si fermò, perché come disse Giscard d'Estaing a Le Monde nel 2007: "L'opinione pubblica sarà guidata, senza rendersene conto, ad adottare le proposte che non osiamo presentare direttamente". Infatti la Merkel ripropose lo stesso testo della costituzione europea come trattato di Lisbona e il trattato fu ratificato senza referendum grazie a un golpe dell'esecutivo e con la complicità delle élite filo-europee nei parlamenti nazionali. Solo agli irlandesi fu necessariamente concesso un voto popolare — perché previsto dalla loro Costituzione —e avendo bocciato il trattato furono poi costretti a votarlo di nuovo con la pistola alla tempia del crollo post-Lehman del 2009.

 

Questa volta sarà diverso? si chiede Pritchard.

 

Pritchard è convinto della posizione autenticamente euroscettica di Salvini, il quale, dice "ha compreso la sfida e sa benissimo che per rompere la morsa della Curia politica dell'UE l'intera sovrastruttura gramsciana deve essere sovvertita"  E tuttavia si dice purtroppo  abbastanza scettico sulla possibilità di vincere questa guerra di trincea europea, che dura da quasi trent'anni, e pensa che nulla di sostanziale cambierà fino a quando non sarà la stessa Germania a perdere fiducia nel progetto dell'euro, magari a causa del debito italiano che alla fine costringerà la Bundesbank a tagliare il sostegno Target2 alla Banca d'Italia.

 

Su Salvini, afferma che lui e Orban non si possono più considerare degli sprovveduti outsider, e tuttavia dice che "l'uomo forte della Lega ha troppa fretta. La lunga e lenta marcia attraverso le istituzioni non fa per lui."

 

Sicuramente Pritchard non è un ingenuo e ha capito perfettamente come sia difficile muoversi all'interno delle istituzioni di uno stato profondo, sia questo uno stato nazionale occupato da amministratori pubblici e dirigenti fedeli al vecchio regime, sia e a maggior ragione quando si tratta delle imperscrutabili entità europee.

 

A tutto questo si possono però aggiungere alcune osservazioni.

 

La prima è che ora ci troviamo in un momento storico in cui torna possibile riprendere la guerra di trincea e finalmente imboccare l'uscita da questo meccanismo mostruoso. Occorre in primo luogo dare una scossa ai governi nazionali dei singoli paesi, e del nostro in particolare, perché possa meglio difendere e portare avanti con decisione l'interesse del popolo.  La guerra dentro la UE non sarà facile né breve, ma se Pritchard potrebbe anche avere ragione  nel dire che Salvini non ha la vocazione alla lunga marcia dentro le istituzioni,  è pur vero che comunque ha avuto la capacità di circondarsi dei migliori intellettuali di cui oggi il paese dispone, di una straordinaria competenza e capaci di agire con intelligente prudenza ed efficacia. Non facciamo loro mancare il nostro appoggio. Se lo stato profondo UE non si smuoverà, e molto probabilmente non lo farà, saranno forti abbastanza da porre argini e guidarci verso una via d'uscita. Il momento è adesso, dobbiamo sfruttarne ora le potenzialità, perché queste condizioni non si ripresenteranno, o comunque non certo prima di aver dovuto attraversare un lunghissimo e duro inverno, ancora peggiore di quello in cui ci troviamo.

 

 

06/01/19

Münchau - La crisi del liberalismo moderno è causata dalle forze del mercato

In un commento sul FT Wolfgang Münchau spiega come, anche prendendo alla lettera i principi dell'ordoliberismo, la crisi del capitalismo è in realtà dovuta alla degenerazione degli stessi principi di mercato che tale dottrina considera supremi e inappellabili. Laddove i primi ordoliberisti tedeschi avevano chiaro che fosse necessario creare le condizioni per un'equa ridistribuzione delle risorse, una sorta di "aiuto" alla mano invisibile del mercato perché si orientasse in direzione inclusiva della maggior parte della popolazione, oggi l'attenzione è focalizzata su dati e concetti macroeconomici complessivi come il PIL, che mal si prestano a descrivere la reale condizione delle famiglie. Una parte crescente di popolazione diviene così non tracciabile dagli operatori, che puntualmente poi restano sorpresi quando la maggioranza esclusa esprime, nelle strade come nelle urne, il malcontento represso con risultati indesiderati.

 

 

 

Wolfgang Münchau, 23 dicembre 2018

 

 

Quando penso alla crisi del nostro sistema liberale, mi viene in mente un incontro di quasi 20 anni fa a Berlino con Wolfgang Kartte, ex presidente dell'ente tedesco per l’antitrust. Gli chiesi perché lui e i suoi successori avevano spesso adottato posizioni così conservatrici nei casi di concorrenza, e in particolare perché erano così sprezzanti nei confronti delle argomentazioni economiche.

 

Come la maggior parte dei responsabili delle politiche economiche in Germania, Kartte, deceduto nel 2003, era un avvocato. Mi rispose che secondo lui il suo lavoro consisteva nell’aiutare i deboli a difendersi dai forti. Questo era il compito di un avvocato, non di un economista. Aggiunse anche che non era interessato a creare un livellamento di risorse, ma a favorire i più deboli.

 

La crisi del liberismo moderno ha elementi simili. Oggi si ripresenta una nuova versione del problema deboli contro forti - ma non c'è nessuno che inclini il campo nella direzione opposta. Le imprese più piccole pagano più tasse in relazione al loro reddito rispetto alle grandi multinazionali. Le politiche economiche dopo la crisi finanziaria hanno finito per ampliare le differenze di reddito e di ricchezza. I grandi flussi migratori hanno creato insicurezza, così come l'arrivo di nuove tecnologie. Quando gli elettori vengono chiamati deplorevoli - o trattati con sufficienza, come è successo nel Regno Unito dopo il voto sulla Brexit - al danno si aggiunge la beffa.

 

Kartte era un ordoliberista tedesco di vecchio stampo, della scuola di pensiero nata dopo il crollo della democrazia tedesca nei primi anni '30. La macroeconomia dell'ordoliberismo tedesco è alquanto inadeguata. Ma c’è una cosa in cui eccellevano. I loro principali studiosi hanno spiegato meglio di chiunque altro come l'ordine liberale tedesco degli anni '20 abbia fallito alienando la maggior parte della popolazione.

 

Una risposta breve e insolente sarebbe che la Repubblica di Weimar avrebbe favorito i più forti. Gli shock macroeconomici del periodo - iperinflazione e depressione - sono ben noti a tutti. È chiaro che abbiano contribuito in larga misura all'alienazione politica delle classi medie. Ma non sono stati le uniche cause. Quel periodo vide anche la crescita dei cartelli industriali che minacciavano la sopravvivenza di piccoli commercianti e imprenditori.

 

Quando gli ordoliberisti giunsero finalmente al potere nella Germania del dopoguerra, iniziarono a inclinare il piano nella direzione opposta creando un'infrastruttura aziendale e finanziaria per sostenere le piccole e medie imprese. Il Mittelstand tedesco è stato una causa della forza tedesca, ma anche della sua stagnazione. E una delle lezioni principali della storia economica moderna è che non si può prescindere dalla distribuzione del reddito e della ricchezza.

 

Questo non significa necessariamente auspicare la ridistribuzione. Si tratta di gestire attivamente il campo di applicazione del capitalismo per garantire che la maggior parte della popolazione non resti esclusa. Pensiamo al capitalismo imprenditoriale di Margaret Thatcher nel Regno Unito negli anni '80. Tramite la privatizzazione, ordinari risparmiatori divennero azionisti. Attraverso la vendita di case popolari, inquilini si trasformarono in proprietari.

 

Oggi non è possibile replicare questo esempio: non ci sono case popolari da vendere, né società da privatizzare. Ma per salvare il capitalismo moderno avremo bisogno di trovare modi per mantenere l'elettore medio coinvolto nel sistema, proprio come fece la Thatcher negli anni '80. Direi che gli elettori sono ancora relativamente soddisfatti in paesi come la Germania, il Benelux e l’Irlanda. Ma lo sono molto meno in Regno Unito, Francia o Italia.

 

Ciò che spesso conduce i sostenitori e i difensori della moderna democrazia liberale fuori strada nella loro analisi è la loro dipendenza da variabili aggregate macroeconomiche come il prodotto interno lordo e il tasso di disoccupazione registrato ufficialmente. Il decennio prima del referendum sulla Brexit è stato un decennio di relativa crescita del PIL. Nulla nei dati suggeriva che il Regno Unito avrebbe votato per lasciare l'UE. Ma le informazioni granulari dipingono un'immagine diversa. I dati basati sul sondaggio ufficiale delle risorse familiari e dal think-tank Resolution Foundation mostravano che, tra il 2002 e il 2015, il reddito delle famiglie escluso il costo degli alloggi era stagnante per il 60% delle famiglie a più basso reddito.

 

Anche l'attuale ondata di malcontento in Francia mal si concilia con una crescita del PIL relativamente solida dopo la crisi finanziaria. Ma uno studio del McKinsey Global Institute ha mostrato che la crescita del reddito si è interrotta bruscamente per quasi tutte le famiglie nelle economie avanzate.

 

Il principale collegio elettorale che sostenne la rivoluzione Thatcher negli anni '80 era il C2 - la classificazione demografica per la classe operaia qualificata. La Thatcher si è occupata della classe media. I suoi successori dapprima hanno ignorato le classi medie, poi si sono mostrati scioccati da eventi come Brexit.

 

Ogni sistema che lascia indietro il 60% della popolazione è sempre destinato a fallire. È l'ironia della sorte: il liberalismo sta fallendo proprio a causa delle stesse forze del mercato.

 

 

14/11/18

Folkerst-Landau sul FT - L'Europa deve stringere un accordo con l'Italia

Il Chief Economist di Deutsche Bank, dopo avere inaspettatamente difeso l'Italia in una nota intervista a Bloomberg di qualche tempo fa, sul Financial Times ora scopre le carte in tavola lanciando la sua proposta per risolvere il pericoloso scontro tra Italia e Bruxelles, che minaccia la sopravvivenza dell'euro: sarebbe saggio offrire all'Italia un prestito del MES, il cosiddetto meccanismo europeo di stabilità, per permetterle di riacquistare parte del suo debito, il cui costo è salito a causa dello spread, e consentirle così un certo spazio fiscale per investimenti e per la ripresa. Naturalmente per rendere digeribile la proposta all'opinione pubblica tedesca occorre correggere nella direzione della verità la storia finora raccontata della "dissolutezza" delle nostre finanze pubbliche. La digestione resta comunque difficile per l'Italia, che come noto ha già versato oltre 50 miliardi per finanziare i vari fondi salva stati. Questi hanno in realtà salvato le banche francesi e tedesche, e ora l’Italia pagherebbe questo prestito a interesse con un commissariamento del suo governo e una definitiva cessione di sovranità. In proposito è illuminante questo thread di @giuslit, che in pochi tweet spiega tutto. 

 

 

di David Folkerts-Landau, 12 novembre 2018

 

Un'altra crisi del debito sovrano nell'area dell'euro è inevitabile, a meno che l'approccio conflittuale della Commissione europea al problema del debito italiano non ceda il passo a una maggiore cooperazione. L'imminente deterioramento della posizione fiscale dell'Italia - trainato dall'aumento dei rendimenti obbligazionari, dal rallentamento della crescita e dalla prossima recessione - e la situazione politica stanno preparando il terreno a ulteriori turbolenze nei mercati. Solo la presunzione, tra gli investitori, che la Banca centrale europea garantirà l'accesso dell'Italia ai mercati internazionali sta impedendo un ulteriore aumento dei rendimenti.

 

Contrariamente ai pregiudizi diffusi, l'Italia è stata un paese parsimonioso. Il peso del suo debito è un retaggio del periodo precedente all'ingresso nell'eurozona. Da allora ha registrato un avanzo primario di bilancio (entrate superiori alle spese, al netto della spesa per interessi) quasi ogni anno. In confronto, tutti gli altri paesi della zona euro, ad eccezione della Germania, hanno accumulato disavanzi primari anno dopo anno. Dal 2000 il nuovo debito dell'Italia è stato tutto utilizzato per pagare gli interessi; non per finanziare la spesa. Inoltre, negli ultimi anni il paese ha anche ottenuto un avanzo delle partite correnti.

 

Tuttavia, la politica di riduzione del debito attraverso una politica fiscale restrittiva, insieme a dolorose riforme strutturali per promuovere la crescita, ha fallito. L'Italia è in stagnazione. Negli ultimi due decenni l'economia italiana è cresciuta appena del 7%, contro il 40% della Spagna e il 30% di Francia e Germania.

 

Nel frattempo, il suo debito ha continuato a crescere. I tagli di spesa hanno abbassato il tenore di vita in misura tale da radicalizzare l'elettorato italiano. Gli sforzi di riforma si sono fermati, perché non possono essere attuati contemporaneamente all'austerità. Persino la Germania nel 2003 ha infranto i limiti di deficit della Ue con il suo programma di riforme Agenda 2010.

 

Alcuni sostengono che i limiti del deficit dell'Italia devono essere allentati per far ripartire l'economia. Ma questo porterebbe solo a un aumento della crescita a breve termine. Disavanzi più elevati, con conseguente aumento del debito, spingeranno verso l'alto i rendimenti obbligazionari, aumentando ulteriormente i deficit. E di conseguenza l'inasprimento della pressione fiscale sul reddito o sulla ricchezza per finanziare le spese porterà a diminuire il tasso di crescita ed allontanerà ulteriormente l'elettorato.

 

Inoltre, l'atmosfera politica in Europa è tale che ridurre il debito dell'Italia attraverso la mutualizzazione o i trasferimenti fiscali diretti è inconcepibile. Anche l'opzione di una ristrutturazione del debito con il coinvolgimento del settore privato è irrealizzabile. L'unica opzione valida è quella di ridurre la spesa per il servizio del debito italiano. Ciò creerebbe lo spazio per aumentare la spesa diretta a modernizzare l'economia senza aumentare deficit e debito. L'aumento della spesa per le infrastrutture, dando anche la garanzia di una attuazione delle riforme, farà finalmente aumentare i tassi di crescita del paese rispetto ai suoi attuali livelli anemici. E migliorerà anche la sua capacità di servire il debito in futuro. Se l'economia non dovesse crescere, allora è inevitabile che saremo costretti ad accettare una sostanziale ristrutturazione del debito italiano.

 

Gli investitori privati ​​non accetteranno volontariamente una dilazione dei pagamenti del servizio del debito. Pertanto, dovrebbe essere coinvolto il Meccanismo Europeo di Stabilità, finanziando un riacquisto di parte del debito ad alto costo. L'interesse sul prestito dovrebbe essere pagato quando l'economia italiana raggiungesse una maggiore produttività e una maggiore crescita. Il MES non sovvenzionerebbe direttamente l'Italia con un trasferimento fiscale, anche se aumenterebbe significativamente la sua esposizione verso il paese e probabilmente i costi del prestito aumenterebbero.

 

Se il servizio del debito italiano fosse dimezzato, a circa due punti percentuali del prodotto interno lordo, sarebbe possibile aumentare la spesa pubblica di circa 35 miliardi di euro all'anno. Coinvolgere l'ESM in questo percorso equivarrebbe a un voto di fiducia sul potenziale di crescita dell'Italia e comporterebbe un significativo calo dei rendimenti e del servizio del debito. La Banca centrale europea potrebbe anche utilizzare il suo programma OMT (outright monetary transactions) per portare i rendimenti ai livelli pre-crisi.

 

La bozza di questo grande accordo è la seguente: l'Italia deve accettare che miglioramenti duraturi nella crescita non saranno raggiunti senza le riforme strutturali. L'Europa, da parte sua, dovrebbe riconoscere che la soluzione al peso del debito non è semplicemente l'austerità.

 

Se entrambe le parti possono accettare questo accordo, si apre la strada verso una soluzione MES. Alcuni sosterranno che aiutare l'Italia vuol dire solo incoraggiare la dissolutezza. Ma le prestazioni del paese negli ultimi decenni contraddicono questa visione.

 

Una crisi del debito italiano costituisce un rischio esistenziale per la zona euro. L'attuale "gioco del coniglio" è irresponsabile. Ignora i pericoli insiti in ogni crisi finanziaria, i cui costi farebbero sembrare insignificanti quelli del MES.

 

L'autore è chief economist presso Deutsche Bank

 

06/09/18

In UE si ricicla denaro sporco. La soluzione? “Più Europa”!

Mentre in Europa scoppia l’ennesimo scandalo di riciclaggio di denaro sporco, come al solito le autorità UE non hanno che una soluzione da proporre: più Europa, con la creazione di nuove e potenti istituzioni “indipendenti” che sottraggono altri ambiti al controllo democratico. Dopo il fallimento dell’Unione Bancaria, che ha imposto il folle e distruttivo meccanismo del “bail-in” senza assicurare una garanzia a livello europeo dei depositi, l’UE si butta in una nuova avventura sulle spalle dei suoi cittadini.

 

Di Mehreen Khan, 5 settembre 2018

 

 

L’UE ha un problema di soldi sporchi. Questa settimana è trapelata l’indiscrezione che Danske Bank – la banca danese che concede più prestiti – ha gestito in un solo anno circa 30 miliardi di dollari provenienti dalla Russia o da paesi ex-sovietici attraverso una succursale in Estonia – si tratta del peggiore di una serie di scandali recenti riguardanti il flusso illecito di denaro straniero.

 

Si tratta di una questione che mette insieme alcune delle maggiori nevrosi europee:  grandi quantità di soldi, banche molto grandi e la maligna influenza russa. Aspettiamoci che le direttive anti-riciclaggio (AML) diventino l’acronimo più in voga tra i politici preoccupati per gli anelli deboli del sistema bancario.

 

Insieme alla Danske, anche alcune banche di Malta e della Lettonia sono accusate e hanno messo in moto la UE. Un “documento di riflessione” confidenziale su cui ha messo le mani il Financial Times, proveniente dai più importanti decisori dell’area valutaria (inclusa la BCE, l’Autorità Bancaria Europea e la Commissione Europea) avverte che l’UE ha bisogno di risolvere le “lacune” e le “deficienze” del suo sistema per assicurarsi il rispetto delle regole.

 

Il documento dei decisori mette in luce come una persistente mancanza di comunicazione, coordinamento e risorse delle autorità bancarie nazionali stia ostacolando la lotta al denaro sporco. Include una statistica sorprendente: ci sono solo 2,2 impiegati a tempo pieno dedicati al problema in tutte le tre agenzie dell’UE per il controllo bancario, dei mercati e assicurativo.

 

All’inizio dell’anno, la stessa UE si era ritrovata nella posizione imbarazzante di essere avvertita dalle autorità USA che una banca lettone stava aiutando il finanziamento del programma nucleare della Corea del Nord.

 

Il documento, che è stato mandato questa settimana ai paesi membri della UE e ai parlamentari europei, mostra una serie di opzioni per aggiustare i “problemi”. In breve: la risposta al problema del riciclaggio di denaro è “più Europa”.

 

La proposta più concreta è una scadenza di quattro mesi entro cui la BCE deve raggiungere un accordo con le autorità nazionali che permetta loro di condividere dati sensibili. Tra le raccomandazioni più ambiziose c’è quella di considerare la centralizzazione della messa in atto delle regole anti-riciclaggio, nelle mani di una nuova e potente autorità UE (il FT appoggia questa idea).

 

Nonostante tutte le soluzioni proposte, gli scandali del riciclaggio di denaro getteranno una luce spiacevole sul progetto UE, lanciato al culmine dell’euro-crisi e ancora incompiuto, di ripristinare la fiducia nel suo sistema finanziario e costruire l’Unione Bancaria.

 

Come ha detto al FT in luglio Valdis Dombrovskis, commissario dell’eurozona, il problema dell’UE non è soltanto di stabilità finanziaria e di banche, ma anche “una questione di integrità morale".

 

03/09/18

FT - Le tensioni razziali in Germania si riversano sulle strade di Chemnitz

Il Financial Times riporta un resoconto molto equilibrato di quanto sta avvenendo a Chemnitz, in Germania, dove da giorni si susseguono scontri tra estrema destra e antifa a seguito alle manifestazioni cittadine contro l'omicidio di un trentacinquenne tedesco per mano di due immigrati richiedenti asilo, sfociate anche in una caccia all'immigrato. Tra l'insofferenza e la disillusione della popolazione verso i politici locali e nazionali della CDU, aspramente criticati per la loro ipocrisia e la politica sull'immigrazione e la sicurezza; l'ascesa di AfD, l'unico partito a non aver condannato gli scontri e la reazione della popolazione; il preoccupante riemergere di gruppi neonazisti e i raduni di antifa; l'impotenza della polizia nel contenere gli scontri, quella che rimane impressa è l'istantanea di un paese in crisi di nervi, dove l'aria di guerra civile si sta riversando dai social alle strade e alla piazze. (En passant, è impossibile non sottolineare la differenza abissale del taglio informativo tra FT e l' "ammiraglia" dell'informazione italiana, il Corriere della Sera, che riduce i fatti di Chemnitz a populismo, xenofobia e fake news nel chiaro intento di supportare un'agenda politica ben precisa).

 

di Guy Chatzan, 31 settembre 2018

 

 

Michael Kretschmer, primo ministro della Sassonia, sapeva che stava entrando nella tana dei leoni. Ma perfino lui sembrava impreparato ai fischi, alle grida e alle contestazioni che gli hanno dato il benvenuto a Chemnitz, città in ebollizione tra rabbia e dolore.

 

Rivolgendosi ad un'assemblea municipale con gente del posto, sbigottita per l'assassinio di un uomo di 35 anni avvenuto in città lo scorso fine settimana, Kretschmer voleva che i presenti si dissociassero dagli estremisti di destra che si sono appropriati delle proteste pacifiche per l'omicidio, che le autorità sospettano sia stato perpetrato da un siriano e da un iracheno.

 

"Non è una buona cosa stare in una manifestazione dove c'è gente che fa il saluto di Hitler", ha detto. "E' tempo di dire: 'Non avremo nulla a che fare con quelle persone'".

 

Le reazioni sono state furiose: "Stai dando a credere che la cosa peggiore che è accaduta sia stato il saluto nazista", ha risposto un uomo per le rime. " La cosa peggiore è che un tizio sia stato ucciso".

 

Chemnitz, la terza città più grande della Sassonia, è diventata il simbolo dell'incessante crescita dell'estrema destra in Germania. In una serie di manifestazioni questa settimana, giovani uomini in felpe nere con cappuccio hanno cantato "Germania ai tedeschi" e "Fuori gli stranieri". Un paese che pensava di aver fugato da lungo tempo il nazismo si è trovato di fronte alla sua brutta rinascita.

 

Ma le persone raccolte giovedì sera per ascoltare Kretschmer, una stella nascente dell'Unione Cristiano Democratica (CDU) di Angela Merkel, hanno accusato i politici locali e nazionali di fare lo stesso, diffamatorio fascio tra loro e il nazismo. Hanno anche detto che i politici stanno ignorando i loro problemi e minimizzando la minaccia dei crimini degli immigrati.

 

Gli scontri di questa settimana sono stati scatenati dalla morte di un uomo identificato come Daniel H, avvenuta nel centro cittadino domenica. Mentre turbinavano le voci che i killer fossero dei mussulmani richiedenti asilo, una folla è andata su tutte le furie, inseguendo tutti quelli che sembravano stranieri. Sono seguiti scontri tra dimostranti di destra e di sinistra. La polizia è sembrata impotente nel fermare la violenza. Due uomini sono adesso in custodia per la morte avvenuta nel fine settimana.

 

Le tensioni latenti sull'immigrazione, l'identità, la razza e la religione hanno intorbidito la Germania da quando la Merkel ha lasciato entrare più di un milione di migranti al culmine della crisi dei rifugiati. Questi hanno alimentato l'ascesa di Alternativa per la Germania (AfD), un partito di estrema destra che ha guadagnato 92 seggi parlamentari nelle elezioni dell'anno scorso e adesso è il più grande partito di opposizione al Bundestag. Quelle tensioni sono esplose allo scoperto a Chemnitz.

 

La città, di circa 250 mila abitanti non molto distante dal confine ceco, è probabile che rimanga il centro della crisi. Proteste e contro-proteste sono programmate per questo fine settimana, alimentando i timori di nuovi scontri. AfD ha pianificato una marcia per sabato, assieme al movimento anti-Islam Pegida, mentre anche i gruppi anti-fascisti hanno convocato i propri sostenitori. Le strade di Chemnitz adesso sono un campo di battaglia per forze opposte, che fino ad ora si erano fatte la guerra sui social media e sulle chat room di internet.

 

"È stata una settimana storica", ha detto Matthias Kurth, un abitante di Chemnitz che ha partecipato all'assemblea municipale presso la sede della squadra cittadina di calcio. "Tutte le emozioni che si sono sviluppate tra la popolazione negli ultimi tre anni sono arrivare in superficie adesso".

 

Queste hanno le loro radici nell'afflusso di rifugiati, ha detto - "questa sensazione che i nostri leader abbiano infranto la legge e quindi ci abbiano lasciato, noi gente comune, ad affrontare le conseguenze".

 

L'atmosfera all'incontro di giovedì era tesa. Mentre i partecipanti osservavano un minuto di silenzio in onore di Daniel H, canti di "levatevi dalle palle!" sono stati sentiti venire da una folla di contestatori di destra che si erano raccolti nella strada fuori dal palazzo; molti di loro erano uomini giovani, dall'aspetto tetro e vestiti con magliette nere e occhiali da sole. Alcuni sventolavano uno striscione con le parole: "Il popolo si sta sollevando".

 

Nel frattempo, nella sede del club di calcio, i locali esprimevano frustrazione per la politica sui rifugiati del governo. Perché, chiedevano, quelli che hanno criticato apertamente quella politica sono stati etichettati come razzisti?

 

"Perché dovrei essere condannata come persona di destra per aver detto che l'uomo che è morto è tedesco e gli uomini che lo hanno ucciso erano stranieri?", ha detto Monika Krauss, un'infermiera.

 

Ha detto a Kretschmer che i neo-nazisti erano una piccola minoranza tra i dimostranti. La maggior parte di quelli in marcia erano cittadini comuni, "insegnanti di scuola materna, dottori, avvocati". Tutti loro "vogliono poter camminare per le strade della città senza paura". I media hanno distorto la verità, ha detto, concentrando le telecamere sugli estremisti mentre alla loro destra e alla loro sinistra c'erano solo "normali cittadini".

 

L'accoglienza per la sindaca di Chemnitz, Barbara Ludwig, è stata ancora più ostile. È stata fischiata mentre richiamava i locali ad una convivenza pacifica. Quando ha detto che prendeva seriamente la questione dell'ordine e del diritto, un uomo nel pubblico ha gridato "ipocrita!".

 

AfD è l'unico partito politico a non aver condannato gli eccessi di destra a Chemnitz. Il suo leader, Alexander Gauland, questa settimana ha detto che quando vengono commessi omicidi, "è normale che la gente vada su tutte le furie".

 

Il messaggio è stato apprezzato in città. AfD adesso è il secondo partito più forte in Sassonia, dietro alla CDU della Merkel. Alcuni pronosticano addirittura che possa superare i Cristiano Democratici nelle elezioni regionali dell'anno prossimo.

 

I sostenitori di AfD sono stati in prima fila nel raduno organizzato giovedì all'esterno della società di calcio dall'alleanza di destra "Pro Chemnitz".

 

Matthias Henke, uno dei dimostranti, teneva un cartello con cui accusava la CDU di essere dei "traditori". "La Merkel parla di mantenere il diritto e l'ordine, ma la gente viene massacrata nelle strade", ha detto. "Se le cose continuano così, stiamo andando verso una guerra civile".

 

28/08/18

FT - La Germania deve abbandonare il suo surplus da record e riportarsi in equilibrio

Sul Financial Times si sottolinea per l'ennesima volta un tema che non giunge mai alla ribalta dei media italiani, eppure rappresenta uno dei più grossi problemi, sia per la Germania stessa, sia per i paesi partner dell'eurozona, sia per il resto del mondo: l'abnorme surplus commerciale del paese, che in silenzio trasgredisce da anni le regole previste dai trattati europei. Qui si individuano le ragioni di questa propensione dei tedeschi per la crescita a spese degli altri, trainata dalle esportazioni, legate alla riunificazione delle due Germanie degli anni '90, e le modalità seguite per attuarla. Il risultato è che la Germania, economia più potente dell'eurozona, ha il più grande settore a basso salario dell'Europa occidentale.

 

 

 

di Anke Hassel*, 27 agosto 2018

 

L'economia tedesca ha bisogno di maggiori investimenti interni e di contrastare i salari bassi

 

Il surplus delle partite correnti della Germania, il saldo commerciale tra esportazioni e importazioni, dovrebbe ormai raggiungere quasi 300 miliardi di dollari, ovvero il 7,8 per cento del prodotto interno lordo: è il più grande del mondo.

 

Questo ha attirato le critiche dell'amministrazione Trump e di organizzazioni internazionali come l'FMI, che segnalano i crescenti squilibri globali tra paesi in deficit e in surplus e i rischi per la stabilità dei mercati finanziari derivanti dagli alti livelli di attività all'estero.

 

La risposta della Germania è quella di insistere sui benefici per tutti del libero scambio, sulla domanda di prodotti tedeschi di alta qualità e sulle esigenze di una società che invecchia.

 

Tuttavia questi argomenti non sono del tutto convincenti, in quanto le esportazioni elevate potrebbero essere parzialmente compensate da una maggiore domanda interna, e salari più alti consentirebbero ai tedeschi di risparmiare per la vecchiaia.

 

La Germania è un caso estremo di combinazione di alti tassi di esportazione e depressione della domanda interna. Nonostante le sue dimensioni, ha questa peculiarità in comune con il Benelux e con i paesi scandinavi, anch'essi fortemente trainati dalle esportazioni. Parte della spiegazione per le performance delle esportazioni tedesche è la sottovalutazione dell'euro, ma ciò non spiega la crescita dei bassi salari negli ultimi due decenni e la debolezza della domanda interna.

 

Allora perché la Germania si comporta in questo modo? La chiave per comprendere l'ossessione dei politici e degli imprenditori tedeschi per una crescita trainata dalle esportazioni sta nelle conseguenze della riunificazione nel 1990. L'economia della Germania riunificata all'inizio fu colpita da una grave recessione nel 1992-93, quando 500.000 posti di lavoro manifatturieri andarono persi e il mercato del lavoro dell'ex Germania dell'Est crollò.

 

Negli anni '90 la disoccupazione si aggirava intorno al 19%, nonostante i generosi regimi di prepensionamento e riqualificazione. Nel 1999 la Germania era etichettata come "il malato d'Europa".

 

Furono due le principali risposte a tutto questo. In primo luogo, le imprese manifatturiere nella Germania occidentale e i loro sindacati hanno avviato importanti sforzi di ristrutturazione per recuperare competitività. Furono negoziati accordi a livello aziendale, basati sulla condizione che l'occupazione del nucleo centrale della forza lavoro di quelle società fosse assicurata e che gli aumenti salariali rimanessero moderati.

 

La seconda risposta è stata la ristrutturazione del mercato del lavoro della Germania dell'Est. I salari nelle regioni deindustrializzate dell'Est si ridussero a livelli bassi, come riflesso di strutture industriali e produttività deboli.

 

Negli anni '90 la disuguaglianza di salari e di reddito aumentò in tutta la Germania. In Germania crebbe anche la dimensione dei settori a basso salario, passando dal 15% nel 1995 al 22,6% nel 2006, approssimativamente lo stesso livello di oggi. Si è dovuti arrivare al 2015 per introdurre un modesto salario minimo. Di conseguenza, la Germania oggi ha il più grande settore a basso salario dell'Europa occidentale, persino maggiore di quello del Regno Unito.

 

Contrariamente a quanto a volte si sostiene, le riforme del mercato del lavoro dei primi anni 2000, intitolate a Peter Hartz, ex capo delle risorse umane presso la Volkswagen, non possono essere considerate la causa dell'economia a bassi salari della Germania.

 

Tuttavia hanno rinforzato le tendenze preesistenti, tagliando l'indennità di disoccupazione e portandola a un sussidio correlato al reddito di 12-18 mesi, in confronto piuttosto misero. Ciò ha aumentato le pressioni sulle grandi aziende manifatturiere perché evitassero i licenziamenti e sui sindacati perché accettassero bassi aumenti salariali.

 

Ad Est, i tagli ai sussidi di disoccupazione e altri aspetti delle riforme Hartz hanno spinto i disoccupati di lunga durata di bassa o media qualificazione verso impieghi nel settore dei servizi a basso reddito. Sono state introdotte anche agevolazioni volte a favorire il lavoro part-time per le persone a bassa o media qualificazione.

 

Gli aumenti salariali sono stati bloccati da altre politiche. Il sistema del quoziente familiare per le imposte sul reddito delle coppie sposate si traduce in una riduzione dell'orario di lavoro delle donne e nel fatto che le persone a basso reddito da lavoro in Germania sopportano l'aliquota d'imposta effettiva più elevata nel club dei paesi più ricchi dell'OCSE.

 

Infine, il freno all'indebitamento, entrato in vigore nel 2011, ha messo ulteriormente sotto pressione il governo federale e i governi regionali, perché dessero priorità al risparmio rispetto agli investimenti. Rispetto ad altri paesi europei, la Germania ha un record particolarmente negativo di investimenti pubblici.

 

Riequilibrare l'economia è necessario e andrebbe a vantaggio della Germania e dei suoi partner commerciali. Il paese ha bisogno di maggiori investimenti interni e di un migliore livello retributivo, soprattutto nel settore dei servizi. Sebbene le tensioni sul mercato del lavoro potrebbero spingere i salari verso l'alto, la strategia tedesca in patria è considerata di successo ed è saldamente sancita da leggi e istituzioni. Ciò significa che un reale cambiamento richiederà una significativa e difficile inversione di tendenza della politica.

 

 

 

*L'Autrice è direttore della ricerca presso l' Institute of Economic and Social Research (WSI) e professore di politiche pubbliche alla Hertie School of Governance (Berlino)

01/07/18

Conviene alla Merkel abbracciare la visione di Macron sulla riforma dell’Eurozona? Due esperti a confronto

Un articolo del Financial Times ospita due punti di vista contrapposti, per quanto entrambi moderati, sulle proposte di Macron per riformare l'Eurozona e correggerne gli squilibri e le asimmetrie più eclatanti, e soprattutto sull'opportunità o meno per la Germania di accettarle. Per chi segue il dibattito in Italia si tratta di analisi ben note, persino superate. Ma è interessante osservare come anche sul piano internazionale si sia ormiai insinuata la convinzione che la moneta unica, così come è stata strutturata, non sia sostenibile. ll punto di vista della cieca intransigenza, qui difeso da Sinn, è al momento quello sostenuto dalla leadership tedesca. E non è difficile dedurne che sarà proprio questa intransigenza, alla lunga, a portare al crollo dell'intera costruzione della moneta unica.

 

 

di Isabelle Mateos y Lago e Hans-Werner Sinn, 27 giugno 2018

 

 

Sì - è necessaria una maggiore condivisione del rischio

 

 

Scrive Isabelle Mateos y Lago che il progetto di espansione dell'UE presentato a settembre da Emmanuel Macron è stato accolto in Germania con un educato silenzio. Almeno fino al mese corrente, ossia quando Angela Merkel ha presentato le sue proposte: una serie di passi, per lo più piccoli passi, nei settori della governance economica, dell'immigrazione e del controllo delle frontiere, degli affari esteri e della difesa.

 

 

Mentre, a prima vista, le differenze non potrebbero essere più evidenti, il presidente francese e la cancelliera tedesca concordano su un punto essenziale: "Se restiamo fermi, saremo polverizzati", come ha affermato la Merkel. Tuttavia, ciò che offrono non sono forse due visioni alternative, quanto piuttosto delle mosse decisive rispetto a ciò che è politicamente fattibile oggi.

 

 

Se la visione di Macron è "più giusta", lo è soprattutto perché il momento di procedere con audacia è ora. I mercati ci hanno ricordato durante le trattative per il nuovo governo italiano che sono capaci di passare rapidamente dalla compiacenza al panico. La calma è in larga misura tornata, ma non sarebbe saggio darla per scontata.

 

 

Nonostante tutti i progressi compiuti per ridurre l’instabilità derivante dalla crisi del debito dell'eurozona, l’agenda è in larga parte incompiuta. Il circolo vizioso tra banche ed emittenti sovrani esiste ancora, così come il potenziale per il contagio internazionale. Se sotto stress, l'eurozona potrebbe ancora esplodere.

 

 

L'intuizione di Macron di settembre, secondo il quale sono necessari profondi cambiamenti per prevenire l'implosione, era corretta. Ma i recenti sviluppi politici dimostrano che l'Europa non può permettersi il lusso di temporeggiare finché l'umore dei suoi cittadini non migliora.

 

 

Come molti hanno osservato, la Germania ha solo accettato la moneta unica a condizione in primo luogo che i suoi membri fossero vincolati dalle sue stesse regole interne: una politica monetaria incentrata su bassa inflazione e una politica fiscale che mantenga basso il debito pubblico e il deficit. Dopo quasi 19 anni di questo esperimento, abbiamo imparato tre cose.

 

 

Innanzitutto, se uno Stato membro sviluppa un divario di competitività positivo (come ha fatto la Germania negli anni 2000), gli altri paesi, mancando l'opzione della svalutazione, possono colmare il divario solo attraverso aggiustamenti reali (come la moderazione salariale o le politiche di aumento della produttività). Se il divario non si può colmare, la crescita genererà significativi squilibri nelle partite correnti che, quando i finanziamenti vengono a mancare, rischiano di provocare delle crisi.

 

 

In secondo luogo, se i cicli economici dei vari paesi iniziano a divergere, la politica monetaria unica aggraverà questa divergenza, in quanto sarà troppo espansiva per i paesi in crescita e troppo restrittiva per quelli in recessione. Sono necessari strumenti efficaci di politica fiscale per contrastare questa forza centrifuga. Ma l'uso della politica fiscale è volutamente limitato, e lo sarà ancora di più nella prossima crisi, perché tutti gli Stati membri tranne la Germania ci arriveranno con rapporti molto più elevati di debito rispetto al prodotto interno lordo.

 

 

Insomma, queste regole potrebbero funzionare bene per la Germania, ma non per l'Italia, mentre gli altri membri dell’eurozona sono distribuiti tra i due estremi. Con queste premesse, due sono gli esiti possibili: o la Germania accetta un cambiamento delle regole che faccia funzionare l’eurozona per i paesi che non possono o non vogliono adottare il modello economico tedesco; o l'Italia deciderà di avere un futuro migliore al di fuori del blocco della moneta unica, un passo che porterebbe alla fine del sistema finanziario europeo e potrebbe addirittura portare altri paesi alla stessa conclusione.

 

 

L'opinione di Macron si basa sulla convinzione che il primo scenario sarebbe migliore per tutti i cittadini europei; è pertanto necessario condividere maggiormente i rischi sia pubblici che privati, avere più simmetria e maggiore flessibilità nell'affrontare gli shock e gli squilibri. Gli strumenti specifici sono negoziabili. Non dovrebbero necessariamente comportare la fine della disciplina, la mutualizzazione dei rischi esistenti o i finanziamenti tedeschi delle presunte follie altrui.

 

 

Nel passato l'Europa ha sempre fatto passi avanti in risposta alle crisi. Ma la prossima crisi rischia di infliggere il colpo micidiale. Se non si dà risposta a questo pericolo in tempo, ciò potrebbe imporre un significativo premio di rischio sulle attività europee in previsione dei potenziali danni futuri. La prevenzione può sembrare costosa, ma non agire rischia di esserlo molto di più.

 

 

La scrittrice è capo stratega multi-asset di BlackRock ed ex-funzionaria del FMI

 

 

 

No - la cancelliera deve resistere alle richieste di unione fiscale

 

 

Hans-Werner Sinn scrive: Angela Merkel ha risposto a Emmanuel Macron. I leader tedeschi e francesi hanno trovato un terreno comune su questioni quali la politica di asilo, il controllo delle frontiere esterne, gli interventi militari, il terrorismo, l'economia digitale, la ricerca, l'istruzione e l'Africa. Ma non sono d'accordo su questioni di redistribuzione e competizione.

 

 

Nel suo discorso alla Sorbona tenutosi a settembre, il presidente Macron ha messo in guardia dall’esporre i cittadini europei alle forze della concorrenza sfrenata e ha chiesto una modifica del trattato per istituire un'unione fiscale con "trasferimenti finanziari" internazionali, un ministro delle finanze dell'eurozona e un bilancio comune. La Merkel, d'altra parte, ha recentemente sottolineato i vantaggi degli accordi commerciali ed è riluttante ad approvare un'unione fiscale.

 

 

Ma il cancelliere tedesco è sotto attacco interno della CSU, il suo partner di coalizione, sull'immigrazione e ha bisogno di un successo politico. Sotto pressione, la Merkel ha accettato di convertire il meccanismo europeo di stabilità in un Fondo monetario europeo sotto controllo intergovernativo. Sarebbe favorevole ad un fondo di investimento europeo per aiutare gli Stati membri meno competitivi e sarebbe persino d’accordo con la proposta di Macron di un bilancio dell’eurozona.

 

 

Le ultime concessioni della Merkel hanno infastidito la CSU. La Germania si è infatti impegnata a fornire assistenza finanziaria agli Stati membri in difficoltà e a mitigare l'austerità imposta dal mercato. Ha avuto pressioni dalla Francia per cofinanziare ingenti fondi di salvataggio fiscale nel 2010 e 2015, è il maggior garante dell'assicurazione creditizia di default della Banca centrale europea, noto come OMT, e fornisce di gran lunga il più grande stock di credito scoperto "di scopo" ad altri paesi europei, attualmente 956 miliardi di euro.

 

 

L'opposizione alle proposte dell'onorevole Macron non è solo forte nella CSU, ma anche nel resto dell'Europa. Si teme che nuovi fondi per le economie in difficoltà minaccino gli incentivi alle riforme e che l'approccio a due velocità del presidente francese dividerà l'Europa.

 

 

I sostenitori di Macron sostengono che l’eurozona abbia bisogno di un sistema assicurativo internazionale per assorbire gli shock temporanei esogeni. Ma l'assicurazione è impossibile quando gli shock derivano dallo scoppio di bolle interne e da politiche sbagliate. Inoltre, i trasferimenti temporanei rischiano di diventare permanenti, come quelli diretti all'Italia meridionale, al sud della Spagna e alla Germania orientale. Impediscono lo sviluppo attraverso quello che gli economisti chiamano "malattia olandese", un riferimento alle difficoltà incontrate dai Paesi Bassi negli anni '60 e '70 dopo un boom spinto dalle vendite di gas naturale.

 

 

Fortunatamente, la  Merkel non è favorevole ad un regime comune di assicurazione dei depositi, che consentirebbe alle banche in difficoltà dell'UE di raccogliere fondi da tutta Europa e di investirli in progetti dubbi. Questa proposta suona un campanello d'allarme in Germania, dove per permettere agli stati tedeschi di proteggere correntisti e creditori le Landesbank sono diventati istituti di finanza speculativa. Gli Stati Uniti hanno avuto un'esperienza altrettanto negativa con le casse di risparmio negli anni '80. L'assicurazione comune sui depositi ha mutuato i rischi delle banche e consentito loro di attirare fondi quasi illimitati per le attività speculative. Un'assicurazione sui depositi sarebbe più adatta a limitare l'azzardo morale solo se fosse nazionale e privata.

 

 

L'Europa è a un bivio: o continuerà a conciliare rischi e responsabilità e si baserà sull'intervento del governo o si accontenterà dell'equilibrio concorrenziale di un'economia di mercato prospera.

 

 

Se sceglie il primo percorso, rischia di ripetere gli errori degli Stati Uniti nei suoi primi decenni. Due ondate di mutualizzazione del debito negli anni 1780 e 1813 causarono un eccessivo indebitamento statale perché riducevano artificialmente gli spread di interesse e rendevano poco chiare le responsabilità di rimborso. Il nuovo debito innescò boom keynesiani, poi trasformatisi in bolle. Il tentativo di calmare i mercati attraverso la mutualizzazione del debito e la condivisione dei rischi si rivelò problematica. Fu solo dopo questa amara esperienza che gli Stati Uniti tornarono a un sistema di auto-responsabilità, vietando i salvataggi degli stati sovra-indebitati.

 

 

Piuttosto che reinventare la ruota, l'Europa farebbe meglio ad imparare dall'esperienza degli Stati Uniti e tornare a una politica di rigidi vincoli di bilancio, concentrando i suoi sforzi su sicurezza, controllo delle frontiere, difesa e altri tipi di politiche pubbliche.

L'autore è ex-presidente dell'Istituto Ifo per la ricerca economica

 

27/06/18

FT - Perché l'industria tedesca dovrebbe temere una Brexit senza accordo

Un eventuale mancato accordo sulla Brexit - osserva sul Financial Times il direttore di Eurointelligence Wolfgang Münchau  - sarebbe dannoso soprattutto per la Germania e per la sua industria automobilistica, già fortemente colpita in uno dei suoi maggiori mercati di esportazione dalla minaccia dei dazi di Trump. In questo quadro, una guerra commerciale anche con l'UK provocherebbe all'economia mercantilista della Germania, che punta tutto sulle esportazioni, l'equivalente di un arresto cardiaco. E per ironia della sorte,  a finire intrappolati nei contro-dazi cinesi all'America sono proprio i fiammanti Suv Mercedes e BMW prodotti negli USA !  

 

 

di  Wolfgang Münchau, 24 giugno 2018

 

Le prospettive per le case automobilistiche sono sensibilmente peggiorate dopo il referendum del Regno Unito sulla Brexit

 

Alcuni eventi producono conseguenze importanti. Altri invece non riescono a incidere. La promessa di rinvio al Parlamento della decisione sulla Brexit rientra tra questi ultimi. La Camera dei Comuni ha respinto un astuto meccanismo che avrebbe potuto portare a un ribaltamento della Brexit.

 

Esiste poi un'altra categoria di eventi che riescono a diventare determinanti, ma non nella maniera che appare ovvia. Un esempio potrebbe essere la minaccia di Donald Trump di imporre tariffe alle importazioni di automobili. Ma cos'ha a che fare questo con la Brexit?

 

L'aspettativa delle tariffe di Trump ha il potenziale per cambiare il modo in cui l'UE guarderà alle sue future relazioni commerciali con il Regno Unito.

 

Per capirlo, immaginiamo che i negoziati sulla Brexit falliscano. Il Regno Unito si ritirerebbe dall'UE a marzo del prossimo anno senza un accordo. Le merci britanniche che entrano nell'UE sarebbero soggette alle tariffe UE e viceversa. L'UE applica un dazio del 10% sulle importazioni di automobili. Il Regno Unito potrebbe reciprocamente imporre dei dazi.

 

Consideriamo ora la posizione delle case automobilistiche tedesche. Secondo l'associazione tedesca dell'industria automobilistica, il paese l'anno scorso ha esportato 769.000 automobili nel Regno Unito, il suo principale mercato di esportazione. Gli Stati Uniti sono al secondo posto, con 494.000 automobili. Le case automobilistiche tedesche esportano 258.000 veicoli prodotti in Germania anche in Cina, oltre a quelli prodotti negli stabilimenti statunitensi e cinesi.

 

Se il Regno Unito fosse costretto a una hard Brexit con un cosiddetto "effetto precipizio", nel giro di pochi mesi l'industria automobilistica tedesca si troverebbe a fronteggiare nuovi dazi in entrambi i suoi maggiori mercati di esportazione. La settimana scorsa la Daimler-Benz ha lanciato un profit warning, proprio in relazione al previsto aumento delle tariffe cinesi sulle auto Mercedes prodotte negli Stati Uniti.

 

Immaginate cosa potrebbe succedere quando nel 2019 gli Stati Uniti imporranno tariffe sulle auto europee, e dopo si avesse la Brexit, probabilmente a distanza di pochi mesi. Se il Regno Unito partecipasse a una guerra tariffaria, l'industria subirebbe l'equivalente commerciale di un arresto cardiaco.

 

Tutto questo si sommerebbe al crescente scandalo sulle emissioni diesel. Mercedes potrebbe dover richiamare 774.000 auto per rimuovere i dispositivi software incriminati. A questo si aggiunga l'impatto commerciale a lungo termine del divieto del diesel nelle città, l'aumento delle vendite di auto elettriche e il complesso impatto dell'intelligenza artificiale, e le prospettive per l'industria tedesca peggiorate sensibilmente dopo il referendum sulla Brexit.

 

Ovviamente, l'UE non sta negoziando la Brexit a beneficio dell'industria tedesca. Né dovrebbe farlo. Angela Merkel dopo il referendum sulla Brexit del 2016 ha detto che non vuole che i capi dell'industria intervengano in queste delicate trattative. Ma il cancelliere tedesco non ha il margine di manovra politica di cui avrebbe bisogno per perseverare in una posizione che potrebbe provocare la perdita di centinaia di migliaia di posti di lavoro. L'ultima cosa di cui ha bisogno è una guerra commerciale intra-europea.

 

Anche la geopolitica è cambiata dopo il referendum sulla Brexit. Trump pone una duplice sfida per la Germania e l'UE - sia sul commercio che sulla politica estera. Il ritiro degli Stati Uniti dall'accordo nucleare iraniano e dall'accordo sul clima di Parigi hanno riavvicinato l'UE e il Regno Unito. E il primo ministro britannico Theresa May si è rivelato un alleato affidabile per l'UE. Gli interessi del Regno Unito e dell'UE sono ora più allineati rispetto a due anni fa.

 

Un'unione doganale con un accesso al mercato unico soltanto per le merci sarebbe molto utile al perseguimento del reciproco interesse, più di qualsiasi altro progetto Brexit con i paesi con cui si sono svolti negoziati: Norvegia, Svizzera o Canada. Ridurrebbe gli effetti economici per entrambe le parti, rispetterebbe gli impegni sul confine irlandese e manterrebbe l'integrità del mercato unico.

 

Affinché una unione doganale possa funzionare fino in fondo, i prodotti dovrebbero rimanere soggetti alle regole del mercato interno dell'UE. Il Regno Unito diventerebbe formalmente membro del mercato unico. Detto questo, l'UE è in grado di offrire un accordo doganale personalizzato, per le merci ma non per i servizi, con i vari diritti e obblighi che derivano da questo accordo.

 

Questo trasformerebbe il Regno Unito in uno stato vassallo, come sostengono alcuni dei Brexiters? Ovviamente no. Il Regno Unito non sarebbe soggetto ai trattati europei. L'unione doganale stabilirebbe restrizioni chiare ma limitate della sovranità: non accordi commerciali con paesi terzi in relazione ai manufatti; accettazione degli standard di produzione dell'UE; e un impegno minimo sulla libertà di movimento, ma ben al di sotto degli obblighi che si applicano oggi.

 

Non c'è paragone con i vincoli alla sovranità che derivano dalla piena adesione all'UE. E queste concessioni sono banali rispetto ai paralizzanti costi economici, sociali e politici di una hard Brexit senza accordo.

 

L'argomento decisivo a favore di un'unione doganale deriva dagli avvenimenti densi di conseguenze che si sono manifestati dopo il referendum, per il Regno Unito e per l'Unione europea.

13/06/18

FT - La Spagna salva l'Aquarius, ma l'Europa è ancora in alto mare

Per il Financial Times la questione Aquarius è un segnale importante quanto inaspettato dato dagli italiani - che come dimostrano le ultime elezioni hanno definitivamente perso la pazienza riguardo ai flussi migratori incontrollati -  sulla necessità di politiche europee più eque e collaborative. È importante - dice il FT - che l'Europa sia capace di reagire positivamente a questo grosso nodo, perché uno stallo in materia di immigrazione ostacolerebbe la cooperazione anche in altri campi - dalla risposta al protezionismo di Trump alla mitica unione bancaria. In realtà, la mancanza di cooperazione e coordinamento tra i paesi europei è palese non solo nell'accoglienza agli immigrati, ma in tutti gli squilibri economici e sociali che si sono accumulati negli anni soprattutto nell'eurozona e hanno portato le economie europee a divergere sempre più. 

 

 

12 giugno 2018

 

La caotica politica sull'immigrazione mette a rischio le altre priorità dell'UE

 

L'offerta del primo ministro spagnolo Pedro Sánchez di un porto sicuro per i 629 migranti intrappolati nel Mar Mediterraneo è un sollievo immediato per le anime disperate a bordo, ma anche, cosa non meno importante, per l'Europa nel suo insieme.

 

Il salvagente lanciato da Sánchez, dopo che l'Italia ha negato all'Aquarius l'accesso ai porti italiani, può essere considerata una vittoria a breve termine del ministro degli interni italiano, Matteo Salvini, la cui politica anti-immigrazione sembra aver retto al suo primo contatto con la realtà.  Ma il fatto più significativo è che l'intervento della Spagna evidenzia la necessità per tutti i paesi europei di impegnarsi direttamente e in maniera equa sul problema della migrazione.  Un'operazione di salvataggio non fa una strategia.

 

La pazienza degli italiani, lasciati soli in prima linea nella sfida dell'immigrazione - con 120.000 migranti arrivati ​​via mare solo nel 2017 - è finita. Le elezioni politiche del mese scorso ne hanno dato ampiamente prova. La coalizione sinistra / destra dei partiti della Lega e dei Cinque Stelle ha vinto, in parte, sfruttando la frustrazione degli elettori a proposito dell'immigrazione. Le elezioni in tutta Europa sono state influenzate dalla mancanza di una politica coerente. La cancelliera tedesca Angela Merkel è bloccata dentro una coalizione in seguito alla sua decisione del 2015 di consentire a 1 milione di migranti di entrare in Germania. Theresa May è il primo ministro del Regno Unito perché i Brexiters hanno sventolato la bandiera anti-immigrazione.

 

Più a est, il primo ministro ungherese Viktor Orban ha cavalcato un'ondata anti-immigrati. Nelle recenti elezioni europee, solo Emmanuel Macron, presidente della Francia, è riuscito a vincere nonostante l'alterato rapporto di forza sulla politica dell'immigrazione.

 

È necessario un approccio più collaborativo, perché la geografia è tiranna. Il peso della migrazione è distribuito in modo non equo tra i vari punti di pressione a livello nazionale. Tripoli sarà sempre più vicina a Trapani in Sicilia che ad Amburgo.

 

Le soluzioni saranno trovate nelle capitali europee, non in mare. Al vertice UE di questo mese, l'unione deve dimostrare una leadership migliore e una maggiore unità sull'immigrazione. Senza un riequilibrio delle responsabilità dei diversi paesi in materia di immigrazione, le altre priorità - la risposta al protezionismo americano o il completamento dell'unione bancaria europea - diventano più difficili da raggiungere.

 

Di fronte alla determinazione del Presidente Donald Trump di smantellare il sistema del commercio globale, l'UE deve comportarsi come la superpotenza economica che ha sempre avuto il potenziale di essere. E cominciano ad apparire dei segnali, inclusi quelli che inaspettatamente giungono dall'Italia, che riuscirà a farlo. Ma i dissensi sull'immigrazione potrebbero spezzare un fronte unito.

 

Le riunioni preparatorie tenutesi a Lussemburgo la scorsa settimana per discutere le quote dei rifugiati e un sistema comune di condivisione delle responsabilità per i richiedenti asilo sono finite in stallo.

 

Salvini non ha partecipato, come protesta per le proposte troppo limitate e riduttive. L'Ungheria e la Polonia respingono le quote di rifugiati e Austria, Danimarca e Paesi Bassi hanno condotto colloqui informali per istituire al di fuori dell'UE dei campi per i richiedenti asilo respinti.

 

Nel tentativo di mantenere l'ordine in vista del vertice, la Merkel - anche se personalmente bruciata dalla questione rovente della politica sull'immigrazione - si è espressa. Dichiarandole "questioni esistenziali", ha chiesto una maggiore protezione delle frontiere, una politica comune in materia di asilo e maggiori risorse per affrontare le cause profonde della migrazione in Africa.

 

Altri dovrebbero seguirne l'esempio. Senza una migliore politica dell'immigrazione dell'UE - e un minor numero di migranti lasciati alla deriva - l'autorità morale europea sui diritti umani diminuirà, il nazionalismo distruttivo prospererà, la libertà di movimento ne risentirà e la capacità dell'unione di lavorare insieme si indebolirà ulteriormente.