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02/08/19

L’altra periferia dell’Unione Europea

L’Off-Guardian racconta la storia della periferia europea meno nota, quella dei paesi dell’Europa Centrale e Orientale. Si tratta di una storia che ricorda quella raccontata in un libro a noi molto caro. L’ingresso dei paesi ex-comunisti all’interno dell’Unione Europea non serve ad elevare lo standard di vita di questi al livello dei paesi occidentali: serve a sfruttarne tutte le risorse, in primis una manodopera qualificata a basso costo, a costo di impoverire e desertificare paesi già più deboli.

 

 

Di Frank Lee, 27 luglio 2019

 

 

Partiamo dai dieci paesi più poveri per reddito pro capite dell’Europa, in ordine crescente:

 



 

La media generale di reddito pro capite in Europa è di 37.317 dollari (dati 2018).

 

Quello che salta all’occhio è che la maggior parte di questi paesi è o nei Balcani o nel Sud-Est Europa. Ma questo non è tutto.

 

Il Portogallo, il paese più povero dell’Europa occidentale, con un PIL di 238 miliardi di dollari, è di poco superato dalla Repubblica Ceca (che è in realtà al centro dell’Europa), la migliore esponente dell’Est e il cui reddito nazionale è di 240 miliardi di dollari.

 

Pertanto, in termini di reddito pro-capite, la Repubblica Ceca è l’unico rappresentante dei paesi ex-sovietici in Europa. Questa scissione geopolitica non potrebbe essere più marcata. Queste due eurozone replicano la divisione tra il Sud e il Nord esistente in America con gli USA e il Canada da una parte e l’America Centrale e Latina dall’altra.

 

Gran parte dell’attenzione allo sviluppo europeo – o della sua assenza – si è concentrata sul divario tra l’Europa dell’Est e del Sud. La scissione attuale è attribuibile a strategie economiche provate, testate e fallite promulgate dalle varie istituzioni pro-globalizzazione: il FMI, la World Bank, il WTO eccetera.

 

La moneta unica, l’euro, è diventata a corso legale il primo gennaio 1999 ed è stata adottata dalla maggior parte dei paesi dell’Europa. Ma si è rivelata una rovina per la economia politica del Sud.

 

Quando stati sovrani differenti sono responsabili delle loro stesse strategie economiche e sono in grado di stampare e dare corso alla loro propria moneta sui mercati mondiali, ogni distorsione e cattiva allocazione delle bilance commerciali viene compensata da cambiamenti del tasso di cambio – in breve, dalla svalutazione. Questo si spera aggiusti gli sbilanciamenti e riporti all'equilibrio commerciale.

 

Tuttavia, questa strategia oggi non è più disponibile per gli stati europei del Sud, dal momento che non hanno più la loro propria moneta e, inoltre, sono sotto tutela della BCE. La periferia del Sud usa ora la stessa moneta del blocco del Nord, l’euro, e la BCE le chiede di adottare una politica economica che vada bene per tutti.

 

Pertanto, le svalutazioni sono escluse.

 

Dati i livelli più alti di produttività e i costi più bassi della Germania, dell’Olanda, della Svezia, della Francia eccetera, gli stati della periferia del Sud hanno iniziato ad accumulare cronici deficit di bilancia dei pagamenti. L’unica via d’uscita per loro disponibile è quella che viene definita “svalutazione interna” – vale a dire l'austerity.

 

Questo provoca bassa crescita, alta disoccupazione, intensa emigrazione, spopolamento, tagli alla spesa pubblica e tutte le altre strategie di aggiustamento strutturale del FMI – strategie fallite praticamente ovunque.

 

Se ci occupiamo dell’Europa dell’Est, facciamo luce su un differente ordine di problemi. La maggior parte dei paesi europei dell’Est, Bulgaria, Croazia, Repubblica Ceca, Ungheria e Polonia hanno mantenuto la loro moneta; salvo casi specifici come la Lettonia il cui governo, a differenza del suo popolo, è entrata dove osano le aquile – nell’eurozona e nell’euro

 

(NB Alcuni paesi europei occidentali, come per esempio il Regno Unito, la Danimarca, la Svizzera e la Norvegia, hanno – saggiamente – mantenuto le loro monete).

 

Escludendo la Russia, ovviamente, questi Stati Europei dell’Est – chiamate “economie di transizione” – si sono impantanati nella stagnazione economica che è stata molto spesso difficile se non impossibile da superare. Questi ostacoli sono specifici della periferia dell’Est.

 

L’Unione Europea ora è composta da 28 stati. Non meno di 10 di questi erano ex stati del Blocco dell’Est, e questa proporzione è destinata a crescere con l’imminente adesione di alcune nazioni balcaniche minori. Sebbene la Georgia e l’Ucraina siano in lista per aderire alla UE, dovrebbero anche aderire alla NATO, come è diventata consuetudine per gli stati aspiranti UE.

 

Tuttavia, che ottengano l’adesione è materia di congetture, in quanto questo significherebbe quasi certamente violare una linea rossa con la Russia, risultando un una importante crisi geopolitica. Il centro di gravità dell’Europa si sta spostando. E mentre il processo di adesione all’Unione Europea sta guidando il cambiamento all’interno di questi paesi, sta anche modificando la natura stessa dell’Europa.

 

DOV'È LA MIA PORSCHE?


 

Questi stati dell'Europa orientale emersi dalla disgregazione dell'Unione Sovietica sono stati indotti a credere che venisse loro offerto un nuovo mondo luminoso, con tenore di vita pari a quello dell'Europa occidentale, livelli salariali più elevati e alti tassi di mobilità sociale e consumi (somiglia molto a “con l’euro lavoreremo un giorno in meno guadagnando come se lavorassimo un giorno in più”, NdVdE).

 

Purtroppo, è stata venduta loro un'illusione (un fogno? NdVdE): il risultato della transizione finora sembra essere stato la creazione di un territorio con salari bassi, un'economia di confine ai margini del nucleo europeo altamente sviluppato; una versione in euro del NAFTA e delle maquiladora, ossia unità di produzione a bassa tecnologia, bassi salari e basso costo che si trovano in Messico, appena varcati i confini meridionali degli Stati Uniti.

 

Questo ha avuto conseguenze politiche e sociali più ampie per l'intero progetto europeo. Il Brave New World previsto non aveva altri principi guida o progetti se non le solite prescrizioni neoliberali di privatizzazione-deregolamentazione-liberalizzazione; la triade politica ben collaudata del manuale neoliberale.

 

Al centro dell’attuazione di queste politiche c'era una controversa prescrizione, chiamata "shock-therapy". Il fatto che questa politica fosse già stata tentata in Russia e avesse fallito in modo spettacolare non sembrava preoccupare i passacarte. Con le credenze religiose accade sempre così.

 

La dottrina stessa era diventata popolare tra gli ingenui e gli opportunisti delle vecchi "repubbliche dei lavoratori". La terapia d'urto è stata progettata per eliminare tutte le vecchie nozioni fuori moda come l'interventismo dello stato, lo stato sociale, la protezione sociale e nazionale; le misure comprendevano l'improvvisa rimozione delle sovvenzioni statali, la svendita di beni statali (privatizzazione) e la brusca eliminazione dei controlli e delle sovvenzioni che in precedenza erano stati applicati ai salari e ai prezzi.

 

Ma i militanti neoliberisti insistettero su una politica di "liberazione" dei mercati che, secondo loro, massimizzerebbe la crescita e lo sviluppo. Come era prevedibile, naturalmente, queste strategie politiche spalancarono questi paesi alla massima penetrazione e influenza occidentale, spesso predatoria.

 

Lo shock fu programmato per avvenire prima della creazione di mercati finanziari all'interno della regione e, in assenza di capitale d'investimento, gli sforzi di ristrutturazione si concentrarono sulla manodopera, sulla riduzione del costo unitario del lavoro, per diventare "competitivi". Si deve comprendere che nell'economia neoliberale, dal lato dell'offerta, la strada verso la ricchezza e la prosperità comportava politiche che in realtà rendono le loro popolazioni più povere. Sembra esserci un sentore leggermente orwelliano in questo. "La povertà è ricchezza."

 

L'ondata di disoccupazione di massa che questa ha generato all'inizio degli anni '90 va ben oltre le esperienze delle recessioni britanniche degli anni '80, con la disoccupazione che  in alcune regioni raggiunse l'80%. La terapia d'urto ha deliberatamente progettato un crollo nelle economie della regione, distruggendo i legami economici della regione e creando poi una massiccia recessione interna.

 

LA SHOCK-THERAPY – TUTTO SHOCK E NIENTE TERAPIA


 

In ogni caso, lo spettacolo deve continuare. La religione neoliberale adottata da molti di questi stati, spesso da ex membri della nomenklatura comunista, che ha portato ad alti livelli di disoccupazione strutturale, era in realtà destinata a farlo, almeno a breve termine. Pur dolorosa che fosse, questa è stata la scossa necessaria ad una forza lavoro inefficiente e confusa e quindi la precondizione assoluta che avrebbe trasformato queste economie precedentemente arretrate in concorrenti agili ed efficienti sui mercati europei e sarebbe stato il preludio ad un ingresso nelle economie sviluppate sul modello dell'Europa occidentale e degli Stati Uniti. Sì, come no.

 

Nel mondo reale Michael Hudson[1] ha analizzato come questo processo ha funzionato in Lettonia.

 

Come altre economie post-sovietiche, i Lettoni volevano raggiungere la prosperità che vedevano nell'Europa occidentale. Se la Lettonia avesse seguito le politiche che hanno costruito i paesi industrializzati, lo Stato avrebbe tassato progressivamente ricchezza e reddito, per investire nelle infrastrutture pubbliche.

 

Invece, il miracolo baltico della Lettonia assunse forme in gran parte predatorie di ricerca di rendite e di privatizzazioni privilegiate. Accettando il consiglio degli Stati Uniti e della Svezia di applicare le politiche fiscali e finanziarie neoliberali più estreme al mondo, la Lettonia ha imposto le tasse più pesanti sul lavoro. I datori di lavoro dovevano pagare una tassa del 25% sui salari più un 24% dell'imposta sui servizi sociali, mentre i salariati pagano un'altra tassa dell'11%. Queste tre imposte arrivavano al 60% di tasse prima delle detrazioni personali.

 

Inoltre, al fine di rendere il lavoro costoso e non competitivo, i consumatori devono pagare un'IVA del 21% (aumentata bruscamente dal 7%) dopo la crisi del 2008. Nessuna economia occidentale tassa salari e consumi a questo livello.

 

Se da una parte abbiamo una forte tassazione del lavoro in Lettonia, dall’altra c’è invece appena il 10% di tassazione sui dividendi, sugli interessi e su altre rendite e l'aliquota fiscale più bassa sulla proprietà di qualsiasi altra economia. Pertanto, la politica fiscale lettone ha ritardato la crescita e l'occupazione, sovvenzionando contemporaneamente una bolla immobiliare che è la caratteristica principale del "miracolo baltico" lettone.

 

Ora la Lettonia doveva aprire la sua economia agli afflussi di capitale esteri – denaro bollente – da filiali bancarie straniere, principalmente scandinave, il cui interesse principale era quello di finanziare il boom immobiliare. Naturalmente, questi flussi di cassa dovevano essere remunerati e così divennero una tassa finanziaria sul lavoro e sull'industria della nazione. Altre fonti per remunerare i soldi esteri sono state le privatizzazioni delle aziende del settore pubblico lettone. La Svezia è diventata una fonte importante di questi afflussi di denaro in cerca di rendita.

 

Ma nonostante tutto il denaro che fluiva in Lettonia, non è stato fatto alcuno sforzo per ristrutturare l'industria e l'agricoltura, per generare attivi con l’estero per l'importazione di capitali e beni di consumo non prodotti in patria. Dopo aver perso le potenzialità di esportazione durante il periodo COMECON, i legami di produzione esistenti sono stati sradicati, gli impianti industriali sono stati smantellati per il loro valore catastale o trasformati in speculazione immobiliare.

 

Il miracolo del Baltico non è stato altro che una bolla di debito immobiliare finanziata dagli afflussi di capitali esteri. Quando i flussi hanno invertito la direzione, l'entità della deflazione del debito, la deindustrializzazione e lo spopolamento (vedi sotto) sono diventati evidenti.

 

Il programma di austerità... che la Lettonia aveva subito aveva comportato il più rapido crollo dei prezzi delle case al mondo nel giro di un anno, prezzi che avevano raggiunto il picco nel 2007. Nonostante nel 1991 fosse priva di debiti, la Lettonia era diventata il paese più indebitato d'Europa, senza aver utilizzato parte del credito preso in prestito per modernizzare la sua industria o l'agricoltura. [2]"

 

Ciò che era vero per la Lettonia, lo era in generale anche nel resto dell'Europa orientale. Così nel 2008 era diventato evidente che le economie post-sovietiche non erano realmente cresciute, ma erano state finanziarizzate e indebitate.

 

L'economista di Forbes Adomanis ha calcolato nel 2014 che se la convergenza di queste economie con quelle occidentali...

 

...continuasse allo stesso ritmo del periodo 2008-13 (circa lo 0,37% all'anno) ci vorrebbero oltre 100 anni perché i nuovi membri dell’UE raggiungano il livello medio di reddito dei maggiori paesi... considerando che la più rapida e sostenuta convergenza dell'Europa centrale ha coinciso con una bolla del credito che è altamente improbabile si ripeta, sembra più probabile che la convergenza delle regioni sarà più lenta in futuro rispetto al passato." [3]

 

AMICO, MI ALLUNGHI UN EURO?


 

Con la decimazione dell'industria autoctona, il ruolo della finanziarizzazione e del debito è diventato cruciale, in quanto le nuove economie capitalistiche richiedevano un'industria dei servizi finanziari che potesse sostenere le crescenti tendenze verso la speculazione immobiliare e la manipolazione degli asset.

 

Diverse vulnerabilità sono nate dalle azioni di diverse istituzioni, ma l'effetto complessivo è stato quello di creare dipendenza statale dagli investimenti diretti esteri (IDE), e dal sostegno della Banca mondiale, del FMI e della Banca Europea appositamente creata per la Ricostruzione e lo Sviluppo (BERS).

 

La finanziarizzazione generale della regione ha portato a un enorme aumento del debito, sia personale che istituzionale. Le banche occidentali di un certo numero di Stati più piccoli, in particolare Austria e Svezia, hanno cercato di aumentare i loro profitti aumentando la loro quota di mercato nella regione dell'Europa centrale e orientale (PECO), con prestiti aggressivi alle famiglie.

 

Basandosi sull'aspettativa generale dell'adesione dei PECO all'UE sui mercati monetari all'ingrosso e approfittando della deregolamentazione finanziaria e degli standard di protezione dei consumatori nella regione, le banche prestavano denaro denominato in euro, franchi svizzeri e yen giapponesi. Ciò ha permesso loro di offrire ai consumatori tassi di interesse più bassi rispetto a quelli disponibili per il prestito in valute nazionali. E questo prestito ha causato un enorme aumento nei livelli di debito personale delle famiglie, in particolare in Ungheria, Romania, Bulgaria e negli stati baltici.

 

Un'altra conseguenza della terapia d'urto è stata la pressione che avrebbe generato sull'Unione Europea verso un'apertura dei mercati dell'Europa occidentale ai PECO. Il modello adottato dagli Stati periferici, di economie a basso salario basate sulle esportazioni, dipendeva dall'accesso ai mercati dell'UE.

 

Tuttavia, per vendere sui mercati dell'UE, è necessario avere qualcosa da esportare. Ma questi Stati semplicemente non avevano e non hanno la capacità industriale e/o finanziaria di competere con gli Stati dell'Europa occidentale e non l’avranno probabilmente nel prossimo futuro. L’essere subordinato a una serie di regole imposte da istituzioni globali, il FMI, il WB, l’OMC – neoliberali – rende impossibile questo sviluppo.

 

Naturalmente, c'è stato qualche investimento occidentale nei PECO, ma senza voler essere cinici – Io? Non sia mai! – non tutto è stato a beneficio dei PECO, la maggior parte era puramente predatorio.

 

Ad esempio, il Conglomerato transnazionale degli Stati Uniti, la General Electric, dopo avere fiutato opportunità utili per fare soldi facili ha deciso di acquistare una società di illuminazione, la Tungsram, in Ungheria. Ha quindi rapidamente chiuso le linee di prodotti redditizi, riuscendo così a rimuovere una fonte di concorrenza interna dal mercato.

 

Analogamente, l'industria del cemento ungherese è stata acquistata da proprietari stranieri, che hanno poi impedito ai loro affiliati ungheresi di esportare; e un produttore siderurgico austriaco ha acquistato un importante impianto siderurgico ungherese solo per chiuderlo e conquistare il suo ex mercato ex-sovietico per la casa madre austriaca. Per un appetito vorace vediamo invece il caso Volkswagen.

 

VW ha preso il controllo di SEAT nel 1986, rendendola il primo marchio non tedesco dell'azienda, e il controllo di Skoda (vedi sotto) nel 1994, di Bentley, Lamborghini e Bugatti nel 1998, Scania nel 2008 e di Ducati, MAN e Porsche nel 2012.

 

Ma lo shopping di VW non si è fermato qui.

 

Studio di un caso: l’acquisizione VW di Skoda


 

Cinque mesi dopo la caduta del comunismo e prima che la shock therapy iniziasse, Citroen, General Motors, Renault e Volvo volevano intensamente impadronirsi di Skoda. VW vinse l'offerta offrendo 7,1 miliardi di marchi, promettendo di aumentare la produzione a 450.000 auto all'anno entro il 2000. Le parti del motore dovevano essere prodotte in Boemia e si promise di utilizzare fornitori cechi. La forza lavoro ceca doveva essere mantenuta. Il governo ceco fu favorevole a questo tipo di investimenti diretti esteri (IDE) e diede a VW una posizione protetta nel mercato interno, oltre a un bonus fiscale di due anni che cancellava i debiti di Skoda.

 

Le cose però si misero al peggio, quando VW ripudiò i suoi debiti e le sue promesse. L'investimento iniziale di 7,1 miliardi di marchi fu ridotto a 3,8 miliardi, non ci sarebbe stato un impianto per motori cechi e nessun impegno a produrre 450.000 automobili entro il 2000. La forza lavoro si sarebbe ridotta a 15.000 persone a seguito di un aumento degli esuberi, e VW si sarebbe sempre più rivolta a fornitori di ricambi tedeschi piuttosto che a filiali ceche, portando 15 imprese di questo tipo a sostituire i loro concorrenti cechi. [4]

 

Questi sono esempi dei modi in cui è stato imposto lo status di "economia periferica" della regione PECO (Paesi dell’Europa Centrale e Orientale). Un rapporto di sfruttamento tra Oriente e Occidente. L'esperienza Skoda con il risultato negativo derivante dall'apertura dei principali settori dell'apparato produttivo del paese target (Repubblica Ceca) alla strategia globale di una multinazionale occidentale non è unica ed è una caratteristica comune dei flussi di Investimenti Diretti Esteri.

 

Dopo appena un paio di anni di "shock-therapy", gran parte dell'infrastruttura industriale di base degli stati periferici era caduta nelle mani di società multinazionali, dalle catene di negozi, agli impianti di produzione di energia elettrica alle acciaierie. Due fenomeni politici/sociali sono risultati dell'accaparramento di asset (scusate, volevo dire investimenti produttivi).

 

POLITICO


 

Dall'avvento della terapia d'urto, ci si sarebbe aspettato che gli elettori dell'Europa orientale avrebbero votato in massa per i partiti di sinistra per le solite ragioni. Vale a dire per mitigare i peggiori effetti sociali ed economici della transizione capitalista.

 

Ma questi stessi partiti avevano seguito la linea di Blair, si erano cioè fortemente impegnati nella "terza via" pseudo-riformista in linea con le ortodossie dell'economia neoliberale, in quanto questo era visto come parte del loro impegno per l'adesione all'Europa. Nel vuoto ideologico sono emersi nella regione i movimenti populisti e di destra, in Polonia e Ungheria, in particolare, nonché semifascisti nei paesi baltici, dove hanno sempre avuto un presidio.

 

Questi gruppi hanno cercato di sfruttare il malcontento della gente. Le forze politiche che fiorivano ai tempi dell'impero austro-ungarico sono riemerse – come il "socialismo cristiano" antisemita e il "liberalismo nazionale" patriottico. E, forse più importante, è arrivata la migrazione di massa e lo spopolamento in tutta l'area...

 

SPOPOLAMENTO


 

“Lo spopolamento dell'Europa orientale è collegato non solo al deflusso dei lavoratori: dopo il 1989, negli ex "paesi socialisti" è iniziata l'era del capitalismo selvaggio, accompagnata dal crollo dei sistemi sociali e medici, da un forte aumento della mortalità, soprattutto tra gli uomini, con un simultaneo calo del tasso di natalità..."

 

Il giornale francese Le Monde diplomatique in giugno ha descritto la catastrofe demografica senza precedenti che ha colpito i paesi dell’Europa dell’Est dopo il collasso del sistema comunista.

 

Il processo è iniziato alla fine del 1989, appena dopo la caduta del Muro di Berlino. A seguito dell’evento, ci furono esodi di massa della popolazione della Germania dell’Est, della Polonia e dell’Ungheria verso i paesi dell’Europa Occidentale, in cerca di redditi più alti, esodi che continuano ancora oggi, e che coprono praticamente tutti i paesi che appartenevano al campo socialista.

 

Come risultato della nuova “riallocazione delle persone”, le perdite umane dell’Europa dell’Est sono state molto maggiori di quelle registrate durante entrambe le guerre mondiali. Negli ultimi 30 anni, la Romania ha perso il 14% della popolazione, la Moldavia il 16,9%, l’Ucraina il 18%, la Bosnia il 19,9%, la Bulgaria e la Lituania il 20,8%, la Lettonia il 25,3%. Lo spopolamento ha inoltre riguardato le ex regioni della Germania dell’Est, che sono state letteralmente svuotate.

 

Una sorta d’eccezione è stata la Repubblica Ceca, dove è stato possibile preservare i principali “benefici del socialismo” sotto forma di supporto sociale alla popolazione, di un sistema sanitario gratuito e assistenza.

 

Lo spopolamento dell'Europa orientale non è collegato solo al deflusso dei lavoratori: dopo il 1989 negli ex "paesi socialisti" è iniziata l'era del capitalismo selvaggio, accompagnata dal crollo dei sistemi sociali e medici, da un forte aumento della mortalità, soprattutto tra gli uomini, con un calo simultaneo del tasso di natalità.

 

Tuttavia, il principale crollo demografico è stato causato dall’emigrazione della popolazione, specialmente tra le persone più giovani, più attive, più qualificate. Nella terra d’origine sono rimasti i bambini, i pensionati e le persone incapaci di cercare attivamente lavoro all’estero. Tutto ciò nonostante il fatto che per 40 anni dopo la fine della guerra nei paesi dell’Europa dell’Est c’era stata una lenta ma costante crescita della popolazione.

 

Secondo le Nazioni Unite, tutti i 10 paesi più “a rischio di estinzione” sono nell’Europa dell’Est: Bulgaria, Romania, Polonia, Ungheria, Repubbliche baltiche e l’ex Jugoslavia, così come la Moldavia e l’Ucraina. Secondo le previsioni demografiche, nel 2050 la popolazione di questi paesi si ridurrà di un altro 15-23%.

 

Questo significa, in particolare, che la popolazione della Bulgaria passerà da 7 a 5 milioni di persone, la Lituania da 2 a 1,5 milioni. Secondo gli esperti del centro demografico internazionale Wittgenstein a Vienna, “è uno spopolamento senza precedenti in un periodo di pace”.

 

Tra le ragioni principali c’è la combinazione fatale di tre fattori – basso tasso di natalità, alta mortalità ed emigrazione di massa. Ma se nei paesi dell’Europa Occidentale il calo del tasso di natalità è compensato da nuove ondate migratorie, i paesi dell’Europa dell’Est si rifiutano categoricamente di accettare il “sangue fresco” rappresentato dagli immigrati, e questa questione ha acquisito una straordinaria rilevanza politica.

 

Nel punto di massima crisi migratoria nel 2015, la Slovacchia e la Repubblica Ceca hanno accettato rispettivamente 16 e 12 rifugiati, l’Ungheria e la Polonia nemmeno uno.

 

Nel frattempo, l’Europa dell’Est continua a perdere i “quadri d’oro” – i migliori specialisti e i giovani. Nella sola Ungheria, da quando essa ha aderito alla UE nel 2004, 5.000 medici hanno lasciato il paese, la maggior parte di loro prima dei 40 anni. C’è carenza di tecnici e meccanici che sono anche loro emigrati verso l’Austria, la Germania e altri paesi dell’Europa Occidentale.

 

È un processo perfettamente comprensibile, dal momento che in Ungheria vengono pagati 500 euro al mese per lavori manuali pesanti, mentre in Austria per fare lo stesso lavoro ricevono 1.000 euro a settimana.

 

In alti paesi, l’emigrazione di specialisti di qualifica media si fa sentire anche di più: centinaia di migliaia di infermieri, carpentieri, fabbri e lavoratori qualificati si sono spostati dalla Polonia, dalla Romania, dalla Serbia e dalla Slovacchia verso Ovest. In Romania, l’emigrazione della popolazione viene chiamata una “catastrofe nazionale”. La popolazione di questo paese nel periodo post-comunista è scesa da 23 a 20 milioni di abitanti.

 

Il trasferimento di lavoratori da Est non è stato solo spontaneo, ma anche sistematicamente predatorio. Molte compagnie tedesche e britanniche di “cacciatori di teste” hanno iniziato in gran numero ad attirare specialisti dell’Est appena dopo l’accesso dei paesi dell’Est nella UE. Come scrive la tedesca Die Welt, qualifiche, gioventù e denaro escono dai paesi dell’Europa dell’Est, mentre gli anziani e i bambini rimangono profondamente delusi dalla “libertà” e “democrazia”.

 

A partire dai primi anni ’90, la Bosnia ha perso 150.000 abitanti, la Serbia circa mezzo milione. Tuttavia, la perdita più significativa è stata osservata in Lituania: più di 300.000 persone su un totale di 3 milioni di abitanti ha lasciato il paese.

 

Ma le conseguenze più tragiche del “disastro post-comunista” si sono fatte sentire in Ucraina – che una volta era una delle Repubbliche più sviluppate dell’URSS. Se agli inizi degli anni '90 nella Repubblica c’erano 52 milioni di persone, ora la popolazione non supera i 42 milioni. Secondo le previsioni dell’istituto demografico di Kiev, nel 2050 la popolazione della Repubblica sarà di 32 milioni di abitanti.

 

Questo significa che l’Ucraina è il paese che sta morendo più velocemente in Europa e, forse, nel mondo. Secondo fonti ucraine, il paese è stato abbandonato da 8 milioni di persone (gli esperti credono che il numero sia in realtà tra i 2 e i 4 milioni), che sono andate a lavorare in paesi dell’Unione Europea o nella vicina Russia. Secondo recenti sondaggi, il 35% degli ucraini dichiarano di essere pronti ad emigrare. Il processo è accelerato dopo che l’Ucraina ha ottenuto il regime privo di visti con la UE: circa 100.000 persone hanno lasciato il paese ogni mese.

 

È in Ucraina che i tre fattori hanno coinciso in maniera più estrema: caduta del tasso di natalità, aumento della mortalità (il tasso è al doppio della natalità) ed emigrazione di massa della popolazione. Confrontiamo le rispettive dinamiche della Francia e dell’Ucraina. Se prima del 1989 i tassi di crescita delle popolazioni in questi due paesi erano confrontabili, successivamente la popolazione in Francia è aumentata di 9 milioni di persone, e l’Ucraina ha perso lo stesso numero di abitanti.

 

Gli esperti credono che la crisi demografica nell’Est Europa non possa continuare indefinitamente. Il sistema di sostegno sociale e di sanità non può fisicamente funzionare nelle condizioni in cui la maggioranza della popolazione è composta da pensionati e bambini, a un certo punto ci sarà inevitabilmente un collasso dell’entità statale.

 

Ma non dovremmo essere troppo ottimisti a riguardo dell’Europa Occidentale, dove il tasso di natalità è comunque estremamente basso. Mentre la parte più sviluppata del continente beneficiava temporaneamente delle risorse umane provenienti dall’Europa dell’Est, un influsso molto più rapido di immigrati dal Medio Oriente e dall’Africa cambierà inevitabilmente l’immagine socioculturale dei paesi dell’Europa Occidentale, dove stanno già nascendo conflitti etnici e religiosi.

 

Se il tasso di fertilità delle donne francesi autoctone è di 1,6 bambini a donna, per gli adulti invece che vengono dal Medio Oriente e dall’Africa questo numero è di 3,4 bambini o più. Gli attuali asili francesi sono già per tre quarti composti da rappresentanti di minoranze etniche, e in futuro grandi cambiamenti socio-culturali attendono il paese. Questo aspetto è già stato esposto dallo scrittore francese Michelle Houellebecq nel suo best-seller Sottomissione.

 

Esiste una soluzione? È possibile stimolare il meccanismo di natalità tra gli Europei? I demografi credono che sia impossibile sia nell’Europa dell’Est che dell’Ovest. Nell'Ovest del continente gli standard di consumo sono così alti che l’arrivo di un nuovo figlio significa automaticamente una diminuzione dello standard di vita. Nell’Est opera un altro meccanismo: la povertà, la mancanza di prospettive e la distruzione delle relazioni familiari rendono la nascita di un figlio indesiderabile. Nel frattempo, la proporzione di Europei sulla popolazione totale mondiale è in diminuzione. Se nel 1900 l’Europa rappresentava il 25% degli abitanti mondiali, ora è intorno al 10%. [5]

 

CONCLUSIONi


 

Come in altri esempi precedenti di convergenza verso la modernizzazione e le relative politiche di sviluppo, l’Europa dell’Est rappresenta un esempio classico di sviluppo del sottosviluppo.

 

La teoria generale liberista della graduale evoluzione fu descritta da W.W. Rostow, un economista americano, professore e teorico politico che ricoprì il ruolo di Assistente speciale alla Sicurezza nazionale del presidente USA Lyndon B. Johnson dal 1966 al 1969.

 

La sua teoria delle cinque fasi di crescita sostiene che tutte le società progrediscono attraverso stadi simili di sviluppo, e che le aree oggi sottosviluppate sono quindi in una situazione simile a quella in cui erano in passato le aree ora sviluppate; quindi il compito di aiutare le aree sottosviluppate per uscire dalla povertà consisterebbe nell’accelerare il loro cammino sul presunto sentiero comune verso lo sviluppo, con vari mezzi come gli investimenti, i trasferimenti di tecnologia e un’integrazione più stretta con il mercato mondiale.

 

Questa visione, tuttavia, è stata sottoposta a forti critiche. La teoria della dipendenza (vedi Immanuel Wallerstein, Andre Gunder-Frank, Samir Amin e Paul Baran) è essenzialmente un corpo di teorie di scienza sociale che punta alla nozione che le risorse fluiscono da una “periferia” di stati poveri e sottosviluppati a un “nucleo” di stati ricchi, arricchendo gli ultimi a spese dei primi.

 

Una dei concetti chiave della teoria della dipendenza è che gli stati poveri vengono impoveriti, mentre i ricchi vengono arricchiti dal modo in cui gli stati poveri vengono integrati nel “sistema-mondo”. I teorici della dipendenza sostengono che i paesi sottosviluppati non sono semplicemente delle versioni primitive dei paesi sviluppati, ma hanno caratteristiche e strutture uniche proprie; e, fatto cruciale, sono nella condizione di essere i membri deboli di una economia di mercato mondiale, mentre le nazioni sviluppate non sono mai state in una posizione analoga; non hanno mai dovuto coesistere con un blocco di paesi più potenti di loro.

 

Al contrario degli economisti del libero mercato (vedi sopra), la scuola della dipendenza sostiene che i paesi sottosviluppati hanno bisogno di ridurre la loro apertura ai mercati mondiali in modo da poter perseguire un cammino più finalizzato a preoccuparsi dei loro bisogni, e meno esposto a pressioni esterne.

 

Direi che hanno ragione.

 

Gli stati periferici e semi-periferici che vengono integrati nel sistema-mondo vengono “dominati”, se mi passate il termine, da élite avide che fanno parte di una classe sociale superiore cosmopolita in un sistema mondiale globalmente finanziarizzato. Le fughe di capitale dalla periferia al nucleo sono una caratteristica comune del sistema-mondo, così come delle materie prime e di altri prodotti energetici dal mondo “in via di sviluppo”. L’Europa dell’Est e le sue élite si integrano perfettamente in questo schema, in quando forniscono di materie prime, lavoratori e turismo così come di fughe di capitale da Est a Ovest.

 

Come abbiamo visto il concetto che gli Investimenti Diretti Esteri portino crescita e sviluppo è il modo sbagliato di vedere la questione. Nessuna economia sviluppata è diventata tale aprendo la sua economia alla competizione e a investimenti in ingresso (inevitabilmente predatori) da economie e paesi più avanzati. Sono state le politiche mercantiliste e nazionaliste dello stato capitalista ad avere sempre rappresentato la strada verso lo sviluppo. Il Regno Unito è stato il primo, seguito velocemente dalla Germania e dagli Stati Uniti nel diciannovesimo secolo, e nel ventesimo secolo da un gran numero di stati dell’Asia orientale in questo ordine: Giappone, Corea del Sud e Cina, e diversi altri.

 

Nel caso della Russia, questo stato ha una posizione globale semi-periferica, sia in termini politici sia economici. Troppo grande e troppo piccola in termini economici con un PIL basso, ma con un rapporto debito/PIL molto basso (15%). La Russia è sia semi-sovrana sia semi-periferica e una guerra in qualche modo sotterranea è in corso tra gli Euroasiatici sovranisti e gli integrazionisti Atlantici con Putin che è in una posizione intermedia.

[La Russia] non è esattamente un esempio classico di capitalismo periferico, ma piuttosto semi-periferico.

 

La Russia è caratterizzata, da una parte, dalla sua dipendenza dal nucleo, ma dall’altra dalla sua capacità di sfidare la dominazione del nucleo in alcune aree specifiche. Questa posizione semi-dipendente della Russia è condizionata dal suo passaggio al capitalismo, mentre la sua posizione semi-indipendente  è dovuta alla sua eredità sovietica.

 

In particolare, questa eredità ha trovato manifestazione in un arsenale nucleare importante, tuttora paragonabile a quello degli Stati Uniti. Se questo non fosse esistito, la Russia si sarebbe trovata soggiogata agli interessi Occidentali molto tempo fa, proprio come l’Ucraina”. [6]

 

Il futuro della Russia e del mondo devono ancora essere decisi.

 

Per quello che riguarda l’Europa dell’Est, non è un esagerato dire che ormai è soggiogata, finita dritta nella trappola del sottosviluppo, dove rimarrà probabilmente nel prossimo futuro.

 

NOTE

  • [1] Michael Hudson – Killing the Host – The Financial Conquest of Latvia, Chapter 20.

  • [2]Ibid – page 289

  • [3]Ibid, footnote, 308 Forbes January 24, 2014.

  • [4]Peter Gowan – Global Gamble – Washington’s Faustian Bid for World Domination – 1999 – p.225

  • [5]Dmitriy Dobrov – Novinite Insider 5 July 2018 – A Bulgarian publication.

  • [6]Ruslan Dzarasov – Ukraine, Russia and Contemporary Imperialism – Semi-Peripheral Russia and the Ukraine Crisis – p.87


 

06/09/18

In UE si ricicla denaro sporco. La soluzione? “Più Europa”!

Mentre in Europa scoppia l’ennesimo scandalo di riciclaggio di denaro sporco, come al solito le autorità UE non hanno che una soluzione da proporre: più Europa, con la creazione di nuove e potenti istituzioni “indipendenti” che sottraggono altri ambiti al controllo democratico. Dopo il fallimento dell’Unione Bancaria, che ha imposto il folle e distruttivo meccanismo del “bail-in” senza assicurare una garanzia a livello europeo dei depositi, l’UE si butta in una nuova avventura sulle spalle dei suoi cittadini.

 

Di Mehreen Khan, 5 settembre 2018

 

 

L’UE ha un problema di soldi sporchi. Questa settimana è trapelata l’indiscrezione che Danske Bank – la banca danese che concede più prestiti – ha gestito in un solo anno circa 30 miliardi di dollari provenienti dalla Russia o da paesi ex-sovietici attraverso una succursale in Estonia – si tratta del peggiore di una serie di scandali recenti riguardanti il flusso illecito di denaro straniero.

 

Si tratta di una questione che mette insieme alcune delle maggiori nevrosi europee:  grandi quantità di soldi, banche molto grandi e la maligna influenza russa. Aspettiamoci che le direttive anti-riciclaggio (AML) diventino l’acronimo più in voga tra i politici preoccupati per gli anelli deboli del sistema bancario.

 

Insieme alla Danske, anche alcune banche di Malta e della Lettonia sono accusate e hanno messo in moto la UE. Un “documento di riflessione” confidenziale su cui ha messo le mani il Financial Times, proveniente dai più importanti decisori dell’area valutaria (inclusa la BCE, l’Autorità Bancaria Europea e la Commissione Europea) avverte che l’UE ha bisogno di risolvere le “lacune” e le “deficienze” del suo sistema per assicurarsi il rispetto delle regole.

 

Il documento dei decisori mette in luce come una persistente mancanza di comunicazione, coordinamento e risorse delle autorità bancarie nazionali stia ostacolando la lotta al denaro sporco. Include una statistica sorprendente: ci sono solo 2,2 impiegati a tempo pieno dedicati al problema in tutte le tre agenzie dell’UE per il controllo bancario, dei mercati e assicurativo.

 

All’inizio dell’anno, la stessa UE si era ritrovata nella posizione imbarazzante di essere avvertita dalle autorità USA che una banca lettone stava aiutando il finanziamento del programma nucleare della Corea del Nord.

 

Il documento, che è stato mandato questa settimana ai paesi membri della UE e ai parlamentari europei, mostra una serie di opzioni per aggiustare i “problemi”. In breve: la risposta al problema del riciclaggio di denaro è “più Europa”.

 

La proposta più concreta è una scadenza di quattro mesi entro cui la BCE deve raggiungere un accordo con le autorità nazionali che permetta loro di condividere dati sensibili. Tra le raccomandazioni più ambiziose c’è quella di considerare la centralizzazione della messa in atto delle regole anti-riciclaggio, nelle mani di una nuova e potente autorità UE (il FT appoggia questa idea).

 

Nonostante tutte le soluzioni proposte, gli scandali del riciclaggio di denaro getteranno una luce spiacevole sul progetto UE, lanciato al culmine dell’euro-crisi e ancora incompiuto, di ripristinare la fiducia nel suo sistema finanziario e costruire l’Unione Bancaria.

 

Come ha detto al FT in luglio Valdis Dombrovskis, commissario dell’eurozona, il problema dell’UE non è soltanto di stabilità finanziaria e di banche, ma anche “una questione di integrità morale".

 

09/01/18

Politico – La Lettonia, una nazione che sta scomparendo

Politico si occupa della gravissima crisi demografica che ha colpito la Lettonia, portata ad esempio di miracolo economico innescato dall'austerità, da quando è entrata nell'Unione Europea. La bassa natalità, l'alta mortalità, e l'abbandono dei giovani in cerca di opportunità migliori, facilitato dalla libertà di movimento consentita dall'appartenenza alla UE, stanno minacciando l'esistenza stessa del piccolo paese baltico. Indipendentemente dalle ragioni specifiche per le quali l'ingresso nella UE ha avviato l'esodo, viene da domandarsi quale sia il senso di un'appartenenza "europea" che anziché favorire uno sviluppo omogeneo o preferibilmente prioritario per le zone più povere scatena un deflusso di forza lavoro (a basso salario) verso i paesi più ricchi.

 

 

di Gordon J. Sander, 05 gennaio 2018

 

Riga – Atis Sjanits ha un incarico un po’ inusuale per essere un ambasciatore. Il diplomatico lettone infatti non è responsabile delle relazioni con un’altra nazione – ma si deve occupare della diaspora che sta avvenendo nel suo stesso paese.

 

Il compito di Sjanits è quello di reagire all’esodo scatenato dall’entrata della Lettonia nell’Unione Europea. Da quando è entrata nel blocco europeo, infatti, quasi un quinto dei cittadini del paese baltico se n’è andato a cercare lavoro in uno dei maggiori e più ricchi paesi UE: Gran Bretagna, Irlanda, Germania.

 

Nel 2000 la popolazione lettone era di 2,38 milioni di persone. All’inizio di quest’anno era di 1,95 milioni. Nessun altro paese ha avuto un crollo così drastico della propria popolazione – si tratta del 18,2% secondo le statistiche delle Nazioni Unite. Solo la Lituania, paese limitrofo della Lettonia e su una simile traiettoria, con il 17,5% in meno, e la Georgia con il 17,2% in meno, si avvicinano al record lettone.

 

La realtà è che stiamo vedendo sparire il nostro popolo, e molto velocemente”, ha detto Sjanits in un’intervista nel suo ufficio, all’interno dell’imponente edificio del ministero degli esteri nella capitale.

 

A dire il vero la migrazione economica non è l’unico motivo per il quale la popolazione del paese sta diminuendo. A questo fenomeno contribuiscono anche il tasso di nascite relativamente basso e il tasso di mortalità relativamente alto del piccolo paese baltico.

 

Il risultato finale, dice Sjanits, è nientemeno che una minaccia all’esistenza stessa dello stato lettone. Detto in altre parole, non stanno nascendo abbastanza futuri soldati o futuri contribuenti.

 

La Lettonia è un paese a bassa densità abitativa”, ha detto Otto Ozols, un importante giornalista e commentatore televisivo. “Andando avanti di questo passo, nel giro di 50 anni o giù di lì la Lettonia potrebbe smettere di essere una nazione”.

 

Siamo a cinque minuti dalla nostra mezzanotte”, ha detto.

 

L’impatto della crisi demografica lettone è più grave e più evidente nella sua regione più povera, Latgale, nell’angolo sud-orientale del paese, al confine con la Russia. Il salario medio mensile in Lettonia è di 670 euro. Nella regione di Latgale, le persone guadagnano mediamente circa la metà di quella cifra. “Le paghe sono ridicole”, ha detto Aleksandr Rube, giornalista del Latgales Laiks, il giornale locale. “C’è qualcuno che deve chiedersi il perché le persone se ne vogliano andare?

 

Alcuni giovani si spostano nella capitale, Riga – la cui popolazione è di 640.000 persone, e finalmente ora sta un po’ crescendo dopo un lungo declino. Ma la maggior parte di loro se ne va semplicemente dal paese. Interi quartieri di edifici vuoti a ridosso del centro nel capoluogo regionale di Daugavpils danno alla città il senso di un parziale abbandono.

 

È fin troppo semplice”, ha detto Rube. “Le frontiere sono aperte, le informazioni sulla vita negli altri paesi UE sono disponibili e tutti le hanno. Per cui molti dei nostri giovani se ne vanno in Inghilterra, in Irlanda o in Germania”.

 

Di solito non tornano più indietro, se non per fare qualche visita.

 

Io non voglio tornare”, ha detto Irina Sivakova, 22 anni, che è andata in Inghilterra ormai diversi anni fa ed è tornata nella città natale per fare visita alla sorella. “La situazione qui è troppo brutta”. Alla domanda sull’impatto della Brexit sul modo in cui è stata trattata in Gran Bretagna, però, ha ammesso che “a molti britannici noi non piacciamo”.

 

Le persone come Sivakova sono la disperazione di Vladislavs Stankevics, il nonostante tutto ottimista capo dell’ufficio per lo sviluppo economico di Latgale. “Qui ci sono posti di lavoro”, ha detto nel suo ufficio di epoca sovietica in centro città. “Di base chiunque abbia voglia di lavorare ha la possibilità di restare e di trovare un impiego”.

 

Sebbene insista che i salari aumenteranno, ha ammesso che al momento attuale sono piuttosto bassi. “Inoltre”, ha continuato, riferendosi ai giochi militari tra la NATO e la Russia avvenuti in quella zona durante l’ultimo anno, “tutto questo parlare della guerra, che sia vera o no, non rendono la situazione particolarmente attraente per chi vuole restare”. E allontana anche gli investimenti esteri, ha aggiunto.

 

Ci sono segni del fatto che, sebbene la tendenza non dia alcun segno di volersi capovolgere, stia tuttavia perdendo la sua forza. Secondo l’Ufficio Statistico Centrale della Lettonia, il numero di emigrati che sono tornati nel paese natale nel 2016 era del 40%, a confronto di appena il 26-37% dei precedenti tre anni.

 

Un sacco di gente qui pensa che sia facile andare all’estero e fare un sacco di soldi”, ha detto Svetlana Lonska, che è tornata dopo molti anni e ha avviato con successo una palestra di Zumba fitness. “Io cerco di spiegare a tutti che farsi una vita in un altro paese è molto più difficile di quanto si creda”.

 

Svetlana cerca anche di parlare agli aspiranti emigranti che c’è più vita che denaro. “Sono orgogliosa di aver saputo guadagnarmi da vivere nel mio paese natio e nel luogo dove sono nata. Questo per me ha un significato”.

 

Ciononostante ha ammesso che “la gente continua ad andarsene”.

05/01/14

La Lettonia entra nell’euro contro la volontà dei propri cittadini

Il presunto allievo modello dell’austerità – la Lettonia – entra nella moneta unica, nonostante il parere contrario dei suoi cittadini. Come scrive A.E. Pritchard sul Telegraph, il suo discutibile successo è un caso particolare, non applicabile ad altri paesi. Inoltre, il modello di sviluppo che il paese sta seguendo ricorda quello appena andato a rotoli a Cipro.


A capodanno, 5 anni dopo che la sua economia si è disintegrata, il piccolo stato baltico entra nell’eurozona contro la volontà dei propri cittadini, diventando il 18mo e più povero membro dell’unione monetaria

Il paese ha subìto con stoicismo una depressione in stile anni trenta e una drastica terapia d'urto imposta dalla UE, rispettando rigorosamente i termini di un bail-out a cura UE-FMI.

Attraverso le esportazioni, la Lettonia ha riequilibrato i propri conti e ha sfidato i critici difendendo il suo aggancio all’euro contro tutto e tutti, ma l'impresa ha avuto un costo sociale elevato.