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29/05/21

Sapir - È possibile un ritorno all'inflazione?


L'economista Jacques Sapir analizza la reale natura del ritorno all'inflazione di cui molti si preoccupano, sottolineando la natura temporanea del movimento dei prezzi  e soprattutto come il vero problema non sia tanto l'inflazione quanto un problema distributivo e di impoverimento.  Eventuali aumenti dei tassi o politiche antinflazionistiche sarebbero solo il segno di una grave incomprensione dei fenomeni che ci stanno davanti, nonché un ennesimo cattivo servizio reso dai governi ai loro popoli.

Grazie per la segnalazione a @Blu_di_Russia


di Jacques Sapir, 27 maggio 2021

Nel contesto di una graduale uscita dalla crisi causata dalla pandemia di Covid-19, oggi si moltiplicano i segnali di una ripresa dell'inflazione. Ciò significa, quindi, che stiamo scivolando in un "nuovo mondo" inflazionistico?

Questo argomento è regolarmente agitato da chi, al governo o all'opposizione, intende riportarci al quadro di austerità a cui siamo sottoposti da circa dieci anni. Eppure non vi è nulla di meno certo. È importante comprendere la reale natura dei rischi inflazionistici.


Un forte aumento della liquidità

È ovvio che questa crisi ha portato, a seconda del paese, ad un grande deficit di bilancio e ad un notevole aumento dei debiti verso le banche, determinando un forte aumento della liquidità perché molti debitori non saranno in grado di rimborsare. Di fatto, anche il deficit di bilancio si tradurrà in forti aumenti di liquidità. Per il 2020, l’ampiezza relativa nei diversi paesi delle politiche a sostegno dell'economia durante la pandemia è stata rilevata dal Fondo monetario internazionale (grafico 1). Si osservano grandi variazioni da paese a paese, sia per quanto riguarda le cifre stanziate, che le quote rispettive di sostegni economici e di sostegni alla liquidità (in particolare, i prestiti garantiti dallo Stato).

 


 

Queste iniezioni di liquidità, che siano effettuate tramite il bilancio dello Stato o tramite la Banca Centrale, preoccupano alcuni e fanno temere un ritorno dell'inflazione. Ma ciò a cui assistiamo oggi sono movimenti di prezzo molto diversi, a seconda del paese e della situazione. L'aumento dei prezzi è reale, pur restando debole, negli Stati Uniti. È quasi inesistente in altri paesi e molto basso nell'Unione europea. Soprattutto, l'origine di questo aumento è molto diversa e potrebbe non essere collegata a fenomeni monetari.


L’ aumento dei prezzi oggi

C'è ovviamente un aumento delle materie prime, ma anche di alcuni manufatti, come i semiconduttori. Per le materie prime, un buon esempio sono i prezzi del petrolio greggio che, calcolati secondo l'indice BRENT, sono ora costantemente superiori a $ 65. La causa è allo stesso tempo la ripresa più veloce della Cina e dell'Estremo Oriente, una ripresa che si fa sentire sulla domanda mondiale di materie prime (la Cina ora determina il prezzo del petrolio), e la distruzione delle catene logistiche al culmine del pandemia, durante le misure di contenimento. In effetti, la domanda è aumentata più rapidamente dell'offerta. Questa inflazione sarà, per sua natura, temporanea. Quando la sincronizzazione della domanda e dell'offerta tornerà al livello del 2019, i prezzi dovrebbero tornare al livello di allora. Tuttavia, si può pensare che la distruzione, anche temporanea, delle catene logistiche incoraggerà alcuni produttori e alcuni paesi ad accorciare queste catene e a  rilocalizzare determinate produzioni. Ciò potrebbe portare a un aumento permanente, ma tutte le stime mostrano un aumento moderato (dal 3% al 5% distribuito su 5 anni). In ogni caso, non vi è alcun legame tra liquidità e aumento dei prezzi.

Ma ci sono altri problemi. In effetti le iniezioni di liquidità sono state molto importanti in alcuni paesi, come si può vedere nel grafico 1. Anche le iniezioni effettuate per il tramite del bilancio sono in realtà iniezioni monetarie, perché finanziate dalle banche centrali. Nei paesi più sviluppati queste iniezioni sono importanti, e negli Stati Uniti sono state accompagnate da ambiziosi piani di stimolo. Il piano Biden di marzo 2021, per esempio, ha aiutato enormemente i consumatori. Può bastare questo per provocare un movimento inflazionistico su scala globale? Per analizzare questo aspetto, dobbiamo guardare all'effetto distributivo della crisi del Covid-19.

 

Inflazione o distribuzione?

Nei paesi dell'Unione europea, ma anche nel Regno Unito e in Giappone, parte di questo denaro iniettato per sostenere l'economia è stato risparmiato durante le fasi di contenimento. È il caso della Francia, dove il risparmio accumulato potrebbe raggiungere i 160 miliardi di euro, ovvero quasi il 7% del PIL. Ma la maggior parte di questi risparmi è stata realizzata dal 10% più ricco della popolazione, una categoria sociale la cui propensione al consumo è relativamente bassa. Non dobbiamo temere l'arrivo massiccio di questa somma sui mercati dei beni di consumo. Il 20% più povero, al contrario, durante i periodi di chiusura ha realizzato un risparmio negativo, perché è stato meno assistito di quanto avrebbe avuto bisogno. Si sono verificati fenomeni di impoverimento che hanno interessato alcune categorie della popolazione. Ciò vale anche per altri paesi, in cui si osservano fenomeni simili. Negli Stati Uniti, d’altra parte, gli aiuti sono stati monopolizzati principalmente da imprese e investitori. Gli aiuti alle famiglie sono stati più deboli, fino al primo piano Biden che ha effettivamente provocato un temporaneo aumento dei consumi. In tutti i casi, osserviamo un reindirizzamento di questo denaro nelle attività finanziarie, da cui l'aumento del mercato azionario o dei prezzi degli immobili.

Gli aiuti sono andati ai più ricchi e il Covid-19 ha accentuato nettamente le disuguaglianze sociali. È quindi evidente che non vi è alcun rischio rilevante di aumento dei prezzi dei beni di consumo, a parte i fenomeni di relativa carenza di cui sopra e a parte il caso degli Stati Uniti, dove si assiste ad aumenti localizzati. Tuttavia assisteremo a un forte aumento del prezzo dei beni patrimoniali, in particolare degli immobili, che peggiorerà ulteriormente le disuguaglianze sociali. Quindi il vero problema non è l'inflazione, ma la distribuzione. I discorsi che mettono in guardia contro l'inflazione tendono a oscurare questa realtà.

 

Non fraintendere il vero problema

La conseguenza, tuttavia, di questi discorsi è che governi e banche centrali potrebbero reagire in modo eccessivo sia di fronte a movimenti temporanei legati a squilibri tra domanda e offerta, che richiederanno indubbiamente uno o due anni prima di attenuarsi, sia di fronte a movimenti dei prezzi delle attività patrimoniali.

Alcune banche centrali hanno già aumentato i loro tassi di riferimento, come la Bank of Canada o la Banca Centrale Russa. La Banca d'Inghilterra si prepara anch’essa a ridurre il volume dei suoi interventi, il che porterà a un aumento dei tassi. Si osserva inoltre, negli Stati Uniti come nella zona euro, una tendenza al rialzo dei tassi decennali. Gli incontri della seconda metà del 2021 della Banca Centrale Europea o della Federal Reserve americana rischiano di essere segnati da un'opposizione, su questo punto, tra falchi e colombe.

Quali potrebbero essere allora le conseguenze di una politica così palesemente sbagliata nell'analisi della situazione? Applicando politiche restrittive, sia in ambito fiscale che monetario, le autorità si assumono due rischi: da un lato, dal 2022-2023 possono interrompere la crescita, proprio quando i principali paesi hanno bisogno di una forte crescita, sia per cancellare le conseguenze immediate del Covid-19, che per riorientare le economie verso percorsi di sviluppo più “verdi”, ma anche più resilienti nei confronti dei disordini dell'economia mondiale. Un aumento dei tassi di interesse sarebbe disastroso. D'altra parte, adottando questa politica, le autorità economiche potrebbero esacerbare il problema della distribuzione che è stato evidenziato con la crisi del Covid-19. Tuttavia, questa questione distributiva, che tocca sia i paesi sviluppati che quelli emergenti, perché in realtà è una diretta conseguenza della globalizzazione finanziaria del mondo, comporta seri rischi di destabilizzazione delle società, ma anche dei rapporti tra Stati. Non può esserci un mondo stabile se i paesi sono essi stessi destabilizzati da conflitti distributivi.

 

Non ottenere la reazione sbagliata

Infatti, qui si vede chiaramente che l'aumento dei prezzi delle materie prime e dei manufatti non è conseguenza dell'iniezione di liquidità nell'economia mondiale, ma di squilibri che possono essere risolti solo attraverso investimenti, e quindi una adeguata politica dei tassi, e che l'aumento delle attività finanziarie e le conseguenti instabilità dei mercati richiedono più una politica strutturale di redistribuzione e regolamentazione dei mercati finanziari che una politica di lotta all'inflazione.

Se la crisi del Covid-19 ci ha insegnato qualcosa, è che le misure rivolte ai più poveri sono spesso le più efficaci. Gli aiuti monetari non discriminatori sono misure di redistribuzione semplici ed efficaci. Anche la politica fiscale può essere, in alcuni stati, un'importante misura redistributiva, sia in termini di effetti ottenuti sul reddito disponibile sia per le nuove risorse messe a disposizione dello Stato. Queste nuove risorse consentiranno di finanziare più servizi pubblici, i cui effetti redistributivi sono anche molto importanti.

Oggi, agitare lo spettro di un ritorno all'inflazione significa non comprendere affatto i problemi, sia ciclici che strutturali, del mondo post-Covid, ma anche rendere al proprio Paese il peggiore dei servizi.

 

20/03/20

L'élite tedesca chiede la fine delle politiche espansive della BCE e il MES per l'Italia

Mentre qualche residuo europeista nostalgico si ostina a pensare che l'UE possa essere la soluzione alla crisi del Coronavirus, e non un problema nell'affrontarla, le élite tedesche chiariscono a tutti che il loro obiettivo è riportare le politiche BCE in linea con i loro interessi - ossia tassi di interesse più alti e fine delle politiche monetarie espansive. Ovviamente sanno che questo manderebbe a gambe all'aria i paesi periferici, ma la soluzione è a portata di mano: intervento del MES e imposizione di pesanti pacchetti di austerità per tutti gli stati in difficoltà finanziaria. Anche nell'emergenza, si conferma che non esiste l'interesse europeo, esistono bensì interessi particolari che vengono regolati in base alla legge della giungla.


 

 

Dal Frankfurter Allgemeine Sonntagzeitung, 15 marzo 2020

 

Traduzione di Musso (@Musso___)

 

 

Il nostro obiettivo

 

La crisi del Coronavirus è attualmente sotto controllo.

 

Si tratta qui principalmente di una crisi dell'offerta, che difficilmente può essere affrontata con una politica della domanda.

 

La Banca centrale europea (BCE) non è pertanto chiamata in causa.

 

Le sue risoluzioni del 12 marzo hanno mostrato che, a differenza di altre banche centrali, come la Fed degli Stati Uniti, non aveva più spazio per ulteriori riduzioni dei tassi di interesse.

 

Come giustamente affermato dalla presidente Lagarde, non spetta all'Eurosistema ridurre i differenziali dei tassi di interesse.

 

Un ulteriore calo del tasso di interesse negativo per i depositi, aumenterebbe ulteriormente la liquidità degli enti creditizi e indebolirebbe la resilienza del sistema bancario in caso di insolvenze dei prestiti indotte dalla crisi.

 

La strategia di politica monetaria della BCE dovrebbe essere a lungo termine e creare una "prospettiva di fiducia", tanto per il superamento della crisi, quanto per il tempo successivo.

 

In questo contesto, riteniamo che sia necessario, dopo un affievolimento della crisi, avviare l'inversione di tendenza dei tassi.

 

Con ciò, non si tratta di un movimento radicale dei tassi di interesse, bensì di segnali per una graduale normalizzazione della politica monetaria.

 

Bisogna dare il via alla fine della sistematica ed esuberante inondazione monetaria del sistema monetario europeo.

 

Un primo passo - dopo un cambiamento nella ‘forward guidance’ - può essere quello di innalzare il tasso di deposito negativo per le banche verso lo zero percento.

 

Lo Scenario

 

Nel contesto della crisi finanziaria del 2008/2009, la BCE ha contribuito a stabilizzare la situazione con una politica, sino ad allora senza precedenti, di bassi tassi di interesse.

 

Dopo due importanti rialzi dei tassi nel 2011, la zona euro è tornata in recessione.

 

Allo stesso tempo, la crisi del debito sovrano della Grecia ha minacciato di diffondersi in altri paesi della zona euro.

 

La BCE ha reagito con ripetuti tagli ai tassi d'interesse, sino allo zero percento.

 

La fiducia nella sopravvivenza della zona euro è stata sostenuta dal discorso "whatever it takes", del presidente della BCE Mario Draghi, nel luglio 2012.

 

In tal modo, agli occhi di molti osservatori, venne implicitamente dichiarata una responsabilità comune ed illimitata, per le emissioni di titoli di stato emessi da parte degli Stati membri.

 

La BCE ha così stabilizzato i mercati finanziari, con successo.

 

La disoccupazione è diminuita in modo significativo.

 

A fronte di ciò, stanno i pericoli, legati al coinvolgimento in regimi di responsabilità, che sono stati approvati aggirando i parlamenti.

 

Nonostante la riuscita stabilizzazione dei mercati, la BCE ha mantenuto i suoi tassi di interesse estremamente bassi e, con il lancio di programmi di acquisto di titoli di inaudita grandezza, ha persino intrapreso una politica continua di denaro straordinariamente economico, come quella negli Stati Uniti all'inizio della crisi finanziaria e bancaria del 2008/2009.

 

Il motivo di fondo era, inizialmente il timore di una spirale deflazionistica e, in seguito, l'obiettivo di raggiungere un tasso di inflazione “inferiore ma vicino al 2%”, che la BCE ha deciso nel 2003 in un diverso contesto di politica monetaria.

 

Il Trattato di Maastricht impone stabilità dei prezzi.

 

Ciò non significa che è possibile trasformare un limite superiore per gli aumenti di prezzo in un obiettivo di prezzo.

 

Sebbene l'economia dell'area dell'euro sia sempre rimasta lontana dal limite di deflazione, l'effetto sul tasso di inflazione è stato davvero modesto.

 

Pure ciò, per la presidentessa della BCE Christine Lagarde, dovrebbe costituire un motivo, per l’annunciata “review” della strategia di politica monetaria della banca centrale.

 

BCE stessa ha, nel suo ultimo Rapporto sulla Stabilità Finanziaria, indicato i sempre più chiaramente negativi effetti collaterali della pluriennale politica del denaro a basso costo.

 

Certamente, lo stato tedesco, come tutti i debitori, fa parte di coloro che guadagnano dalla politica dei bassi tassi di interesse, però i perdenti sono i risparmiatori e i futuri pensionati.

 

La Germania è, nel suo insieme, creditore netto rispetto al resto del mondo, addirittura il secondo più grande, dopo il Giappone.

 

Quindi, i risparmiatori perdono più di quanto lo stato guadagna.

 

La signora Lagarde ha annunciato che avrebbe fatto, nel corso dell'anno, una “review” ed avrebbe, in questo processo, “ascoltato molto”, il che significa che, nella nuova messa a fuoco, sarebbero state incorporate pure opinioni diverse sulla politica monetaria della BCE.

 

Noi vogliamo partecipare a questa formazione dell’opinione e fornire informazioni sulla necessaria correzione del corso della politica monetaria.

 

I nostri argomenti

 

Nonostante anni di politiche a basso tasso di interesse, massicci acquisti di obbligazioni con conseguente liquidità eccessiva e un boom economico sino alla fine del 2017, l'obiettivo del due per cento non è stato finora durevolmente raggiunto.

 

Manifestamente, gli strumenti della BCE non hanno funzionato; tuttavia, essi continueranno a venire utilizzati.

 

Accanto al raggiungimento dell'obiettivo di inflazione, un intento della banca centrale era il sostegno dei bilanci pubblici nell'area dell'euro.

 

Soprattutto, i paesi sovra-indebitati, Italia e Grecia, dovrebbero essere protetti dalle difficoltà, attraverso tassi di interesse bassissimi, sebbene gli strumenti del MES-Meccanismo Europeo di Stabilità siano a tal fine disponibili dal 2012; a differenza dell'acquisto di titoli di stato da parte della BCE, gli aiuti finanziari del MES sono legati ad impegni di riforma.

 

La politica monetaria della BCE, quindi, ha ridotto l'incentivo ad una sana politica di bilancio ed a riforme strutturali favorevoli alla crescita.

 

Inoltre, i differenziali dei tassi di interesse tra paesi con più e meno elevato merito di credito, in linea generale sono non un segnale di una inadeguata trasmissione della politica monetaria, bensì un incentivo a osservare il Patto di Stabilità ed il Fiscal Compact, in tal modo rafforzando l'unione monetaria.

 

La BCE ha, con la sua politica di salvataggio, gestito la politica fiscale.

 

Ha raggiunto il limite del suo mandato, se non superato.

 

Per la politica fiscale, ci sono i parlamenti.

 

L’irrigidimento della politica della BCE vicino la linea dello zero per cento, più tardi l’abbassamento del tasso di deposito in territorio negativo, annulla il più importante strumento di intervento della banca centrale.

 

Con la gestione del tasso di riferimento, c'era, in tempi di una maggiormente fruttuosa politica della BCE, la possibilità di stimolare una maggiore crescita economica.

 

Se la banca centrale, però, per anni senza necessità mantiene la politica del tasso di interesse zero, questo strumento di controllo non è più utilizzabile.

 

L'ultimo taglio dei tassi di deposito durante il mandato di Mario Draghi e la ripresa degli acquisti di titoli non ha avuto alcun impatto visibile sui prestiti delle banche, sugli investimenti e sulla crescita economica.

 

La strozzatura più importante manifestamente è, non nella mancanza di capitale disponibile, bensì nella perdita della competitività di prezzo e tecnica della maggior parte d'Europa.

 

La BCE ha, dopo la necessaria gestione delle crisi nel 2012, deciso, con il massiccio acquisto di titoli di Stato e obbligazioni societarie, di adottare una politica che, agli occhi di molti osservatori, va ben oltre il suo mandato di garanzia della stabilità dei prezzi e, da tempo, ha condotto al finanziamento degli Stati.

 

Il Quatitative Easing (QE), da novembre [2019, ndt], è stato proseguito [ripreso, ndt] con acquisti di obbligazioni per un totale di 20 miliardi di euro al mese.

 

Sino alla fine dell'anno [2020. ndt], BCE, secondo la sua più recente decisione, metterà sino a 120 miliardi di Euro in acquisti di titoli.

 

Tuttavia, la precedente inondazione dei mercati dei capitali ha esacerbato gli effetti negativi delle politiche dei tassi di interesse nulli e negativi.

 

In caso di significativa debolezza economica nella zona euro e per stabilizzare possibili turbolenze sui mercati dei capitali, come oggi per conseguenza del corona virus, rimane ancora alla BCE solo un piccolo spazio di manovra, cosicché taluni osservatori già parlano di forme ancora più estreme di politica monetaria, come l'acquisto di azioni o addirittura di "helicopter money".

 

Particolarmente gravi sono le seguenti distorsioni:

 

(1) Attraverso la politica di tassi di interesse zero e negativo, il “piccolo risparmiatore” subisce perdite patrimoniali reali, come con l'inflazione, che le banche centrali dovrebbero prevenire.

 

L'atteggiamento positivo dei cittadini verso il risparmio, per decenni incoraggiato in Germania, sarà danneggiato.

 

Molti privati in Germania sfruttano la situazione dei bassi tassi di interesse per incrementare i consumi presenti.

 

Il rischio di povertà in età avanzata cresce.

 

(2) Le pensioni saranno permanentemente danneggiate.

 

La coalizione [di governo] è rimproverata di mettere, attraverso generosi “regali pensionistici”, in discussione la stabilità di lungo termine del sistema pensionistico.

 

Tuttavia, la lungamente prolungata politica dei tassi zero a lungo termine, sta danneggiando ancora di più le pensioni.

 

Non da ultimo, sono colpite pure le pensioni professionali: imprese devono compiere accantonamenti significativamente più elevati.

 

Ciò riduce le loro opportunità di investimento e le prospettive di profitto.

 

Mette pure in pericolo posti di lavoro.

 

I fondi pensione, gli enti previdenziali e altri investitori istituzionali, saranno in sempre maggiore quantità spinti verso investimenti più rischiosi, al fine di ottenere un rendimento adeguato del capitale gestito.

 

Ciò comporta il rischio di sensibili perdite di prezzo.

 

L'assicurazione vita con la garanzia di un tasso fisso, era in Germania lo strumento più efficace e stabile per la pensione privata.

 

La politica della BCE la ha duramente colpita.

 

La generazione di profitti [del business] degli interessi garantiti, pone enormi sfide per le compagnie assicurative.

 

(3) Allo stesso tempo, i prezzi dei valori reali, come azioni o immobili, continuano ad essere stimolati [al rialzo].

 

Ciò reca, oltre al rischio di correzioni dolorose, già ad indesiderabili effetti distributivi: i cittadini ricchi che possiedono azioni e proprietà immobiliari in misura superiore alla media, aumentano considerevolmente la propria ricchezza.

 

Gran parte delle fasce di reddito inferiori e medie, che per lo più non hanno risparmi od effettuano investimenti fruttiferi sui conti correnti, non beneficiano di questo effetto.

 

A loro, l’accesso a beni reali è reso considerevolmente più difficile.

 

In particolare, la proprietà della casa è, in molte grandi città, a malapena accessibile.

 

Il risultato è una distribuzione della ricchezza, che minaccia la pace sociale e la stabilità politica.

 

(4) Un gran numero di istituzioni sociali e culturali, in Germania, è supportato da fondazioni.

 

Possono fare il loro lavoro unicamente se riescono a collocare il loro capitale con successo sul mercato dei capitali.

 

Dal momento che, per motivi di cautela, è vietato investire la maggior parte del capitale della fondazione in azioni, oggigiorno molte fondazioni non dispongono del denaro per la gestione corrente.

 

La politica dei tassi di interesse della BCE danneggia pure il volontariato e la vita culturale in Germania.

 

(5) L'attività di deposito e credito è una parte essenziale del modello di business delle banche tedesche.

 

Soprattutto, la generazione di margini sui prestiti è fortemente limitata dalla politica dei tassi di interesse zero e dai tassi di interesse negativi sui depositi presso la banca centrale.

 

La conseguentemente limitata redditività, pesa sulle opportunità di [concedere nuovo] credito.

 

Attraverso la politica della Bce, la capacità d’azione delle banche tedesche ed il loro successo nella concorrenza internazionale verranno chiaramente compromesse.

 

Certamente, molte banche ancora ricavano da prestiti a lungo termine esistenti.

 

I risultanti utili di bilancio, sono effetti una tantum.

 

In tempi di nuovo ordine geopolitico e delle da esso risultanti crescenti incertezze, un sistema bancario europeo funzionale e competitivo costituisce un presupposto importante, per sostenere le imprese e le economie della zona euro nel gioco di forza dei "Grandi".

 

(6) La politica del tasso di interesse zero della BCE, fa sì che il denaro sia investito, non solo in progetti sempre più rischiosi, ma anche in progetti ed imprese non redditizi (“Zombie-Companies”).

 

Troppo denaro conduce ad una allocazione del capitale macroeconomicamente drasticamente inadeguata e, quindi, a perdite di produttività, così come ad un indebolimento della Germania come sede attraente per le imprese.

 

Se i tassi di interesse dovessero una buona volta aumentare, esiste un aumentato rischio di fallimenti aziendali e, attraverso ciò, di conseguenti perdite su obbligazioni e prestiti, nonché perdite di posti di lavoro.

 

Per la stabilità economica della Germania nel futuro, sono urgentemente necessarie riforme strutturali ed innovazioni.

 

Tuttavia, l’inondazione di liquidità della BCE alimenta una apparenza di redditività e fa apparire redditizi investimenti che non possono sostenersi in un ambiente concorrenziale.

 

La nostra conclusione

 

I molteplici effetti collaterali, non giustificano più il proseguimento della politica monetaria ultra-espansiva della BCE.

 

Più a lungo la strategia esistente verrà mantenuta, più difficili saranno le complicazioni, quando in futuro verrà adottata una politica più restrittiva.

 

Noi insistiamo quindi un sollecito segnale di inversione di tendenza nei tassi di interesse, quanto meno la rinuncia ad ulteriori misure espansive di politica monetaria (tassi di interesse ancor più bassi, oppure ulteriori acquisti di titoli) giustificati dalla crisi del coronavirus.

 

In ogni caso, la BCE non potrebbe fare quasi nulla per questa crisi.

 

Dopo il superamento di questa crisi, dovrebbe essere avviata l'inversione di tendenza dei tassi di interesse.

 

Questo può essere fatto solo se ben preparato ed accompagnato da una comunicazione intelligente, ma non dovrebbe farsi aspettare un altro anno intero.

 

 

Edmund Stoiber [CSU] è stato primo ministro bavarese fino al 2007, Peer Steinbrück [SPD] è stato ministro delle finanze fino al 2009 e Wolfgang Clement [SPD] è stato ministro dell'economia della Repubblica federale fino al 2005.

 

Gunther Oettinger [CDU] è stato commissario europeo per la Camera fino al 2019.

 

Hans-Werner Sinn è stato presidente dell'Istituto Ifo fino al 2016.

 

Franz-Christoph Zeitler [CSU] è stato vicepresidente della Bundesbank fino al 2011.

 

Kurt Faltlhauser [CSU] è stato ministro delle finanze bavarese fino al 2007.

 

Marcus Vitt è portavoce del consiglio di amministrazione della banca Donner & Reuschel.

 

04/11/19

Bloomberg - La Germania ha il terrore dell'inflazione perché non capisce la sua storia

Repetita iuvant. Studiosi come Alberto Bagnai e Vladimiro Giacché ci hanno spiegato da anni che l'ascesa del nazismo seguì non l'iperinflazione di Weimar, come molti sostengono, bensì il periodo successivo di deflazione e impennata della disoccupazione provocate dalle "riforme strutturali" del tempo. Ora, come riporta Bloomberg, finalmente è uno studio tedesco a denunciare il tenace attaccamento della Germania a una visione distorta della propria storia, secondo cui l'iperinflazione sarebbe alla radice dell'ascesa di Hitler. Da questo deriva la sottovalutazione dei rischi connessi a deflazione e disoccupazione e un terrore dell'inflazione quantomeno esagerato. Insomma, la storia insegna, il problema è che non andrebbe capita al contrario. 

 

 

di Piotr Skolimowski, 2 novembre

 

 

Nuovi studi suggeriscono che l'intenzione  di Christine Lagarde di conquistare i cuori e le menti della scettica opinione pubblica tedesca potrebbe iniziare con una lezione di storia.

 

All'avvio del suo mandato di otto anni come presidente della Banca centrale europea a Francoforte, la Lagarde dovrà trattare con un'opinione pubblica tedesca preoccupata che la politica monetaria ultraespansiva della sua istituzione stia facendo più danni che benefici. Secondo il Jacques Delors Institute di Berlino, questa critica deriva dal fatto che molti tedeschi non comprendono bene la propria storia.

 

Secondo uno studio dell'Istituto, la maggior parte dei tedeschi ritiene che il periodo tra le due guerre del loro paese sia stato influenzato da una sola crisi, che ha portato all'ascesa di Adolf Hitler - l'iperinflazione durante la Repubblica di Weimar.

 

In realtà, tuttavia, i nazisti presero il potere dopo un periodo di deflazione, durato più di un decennio dopo la fine dell'iperinflazione.

 



 

"Guardando indietro a una versione distorta della propria storia, molti tedeschi concludono che la disoccupazione di massa e l'alta inflazione siano due facce della stessa medaglia", hanno scritto i ricercatori Nils Redeker, Lukas Haffert e Tobias Rommel in un documento pubblicato venerdì.

 

Poiché questo fraintendimento è più comune tra le persone più istruite e politicamente esperte, "il gruppo di persone che segue più da vicino la politica monetaria della BCE è anche il gruppo che più probabilmente trae lezioni sbagliate dalla storia tedesca", scrivono i ricercatori.

 

Lagarde ha posto come priorità fondamentale del suo mandato ascoltare una vasta gamma di voci e parlare con tutti.

 

"I politici e i media tedeschi dovrebbero cercare di prestare attenzione alle complessità della storia economica", scrivono i ricercatori. "La BCE dovrà anche aumentare la consapevolezza tedesca in merito ai rischi della deflazione rispetto all'inflazione, e sia la Bundesbank che il governo tedesco potrebbero fare la loro parte su questo punto."

 

 

24/04/19

De Grauwe e Polan - L’inflazione è sempre e ovunque un fenomeno monetario?

Traduciamo sommario e conclusioni di un importante paper pubblicato su International Macroeconomics nel 2001. De Grauwe e Polan dimostrano che l'assunzione,  così diffusa sulla nostra stampa e nella mentalità comune, per cui la stampa di moneta provoca sempre inflazione  non ha alcun riscontro pratico nelle economie, come quelle dell'eurozona, caratterizzate da bassa inflazione. Era quindi noto fin dal 2001 che le politiche della BCE - che pretendono di calibrare l’inflazione agendo sugli aggregati monetari – sono inutili e destinate a fallire. Questo paper tra l'altro risulta utile a inquadrare un certo dibattito in corso...

 

 

Di Paul De Grauwe e Magdalena Polan, giugno 2001

 

 

Sommario

 

Utilizzando un campione di 160 paesi negli ultimi 30 anni, verifichiamo la relazione tra moneta e inflazione esposta dalla teoria quantitativa. Analizzando l’intero campione di paesi troviamo una relazione positiva forte tra l’inflazione di lungo periodo e il tasso di crescita della moneta. La relazione, tuttavia, non è proporzionale. Il forte collegamento tra l’inflazione e l’espansione monetaria è quasi interamente dovuto alla presenza nel campione di paesi ad alta (o altissima) inflazione. La relazione tra inflazione ed espansione monetaria per i paesi a bassa inflazione ( negli ultimi 30 anni inferiore in media al 10% annuo) è debole. Troviamo che l'inflazione media di lungo periodo e i fattori specifici per paese hanno un’influenza significativa sulla forza della relazione. Confermiamo anche che l’espansione monetaria e la crescita economica nel lungo periodo sono indipendenti; ossia tassi più alti di crescita monetaria non portano a maggiori tassi di crescita del Pil.

 

[…]

 

Conclusioni

 

La teoria quantitativa della moneta è basata su due asserzioni. In primo luogo, nel lungo periodo c’è proporzionalità tra la crescita monetaria e l’inflazione, ossia quando la crescita monetaria aumenta di una data percentuale, l’inflazione aumenta anch’essa della stessa percentuale. Inoltre, nel lungo periodo l’espansione monetaria da una parte e la crescita economica e i cambiamenti nella velocità di circolazione della moneta dall’altra sono indipendenti, ossia produzione e cambiamenti di velocità di circolazione non vengono influenzati dalla crescita della moneta.

 

Abbiamo sottoposto queste asserzioni a verifica empirica utilizzando un campione che comprende la maggior parte dei paesi del mondo negli ultimi trent’anni. I nostri risultati possono essere riassunti come segue. In primo luogo, analizzando l’intero campione di paesi, troviamo una forte relazione positiva tra l’espansione monetaria di lungo periodo e l’inflazione. Tuttavia, questa relazione non è proporzionale.

 

Il nostro secondo risultato è che questo forte legame tra inflazione e crescita della moneta è quasi interamente dovuto alla presenza nel campione di paesi ad alta inflazione (o con iperinflazione).  La relazione tra l’inflazione e la crescita monetaria per i paesi a bassa inflazione (in media inferiore al 10% annuo nei 30 anni) è debole, se non inesistente. Dall' analisi dei dati panel da noi raccolti concludiamo che per i paesi a bassa inflazione (ossia con inflazione annua inferiore al 10%) non ci sono prove di una relazione proporzionale di lungo periodo tra espansione monetaria e inflazione, come invece previsto dalla teoria quantitativa. Troviamo anche, peraltro, che questa mancanza di proporzionalità tra espansione monetaria e inflazione non è dovuta a una relazione sistematica tra espansione monetaria e crescita della produzione. Troviamo che, conformemente alla seconda asserzione della teoria quantitativa della moneta, nel lungo periodo l’espansione monetaria e la crescita economica sono indipendenti, ossia tassi più alti di espansione monetaria non portano a maggiori tassi di crescita economica. Questo risultato è coerente con il gran numero di analisi econometriche che usano serie temporali su singoli paesi. La maggior parte di questi studi ha dimostrato che nel lungo periodo la moneta è neutrale, ossia non ha effetti permanenti sul livello di produzione.

 

Un terzo risultato (ottenuto da un’analisi di dati panel) indica che effetti specifici per paese assumono un'importanza crescente quando il tasso di inflazione aumenta. Interpretiamo questo risultato nel senso che la velocità accelera al crescere dell’inflazione; portando così a tassi di inflazione superiori ai tassi di crescita degli aggregati monetari.  Ciò spiega anche perché nelle regressioni trasversali i tassi di inflazione aumentano più che proporzionalmente alla crescita della moneta nei paesi ad alta inflazione.

 

Infine, troviamo che nei paesi a bassa inflazione la crescita della moneta e i cambiamenti nella sua velocità di circolazione sono inversamente correlati, mentre nei paesi ad alta inflazione è vero il contrario, ossia l’espansione monetaria e la crescita della velocità sono correlate positivamente. Quest’ultimo risultato conferma la nostra interpretazione della correlazione positiva tra espansione monetaria ed effetti fissi nel nostro modello di dati longitudinali.

 

Si può dare a questi risultati la seguente interpretazione. Nel gruppo dei paesi a bassa inflazione, l’inflazione e la crescita del Pil sembrano fenomeni di derivazione esogena, per lo più non correlati al tasso di crescita degli aggregati monetari. Di conseguenza, i cambiamenti della velocità di circolazione della moneta devono necessariamente condurre a cambiamenti di natura opposta negli aggregati monetari (data la definizione p+y=m+v).

 

La situazione è molto diversa nei paesi ad alta inflazione. Nel loro caso, un aumento nella crescita degli aggregati monetari porta  a un incremento sia dell’inflazione che della velocità. Quest’ultima rinforza la dinamica inflazionistica. Questo processo è stato ben documentato negli studi empirici sull'iperinflazione ed è confermato dai nostri risultati (vedere Cagan, 1956).

 

Tutto questo porta alla conclusione che per i paesi a bassa inflazione respingiamo la previsione di proporzionalità della teoria quantitativa. Confermiamo, d'altra parte, che moneta e  produzione nel lungo periodo sono indipendenti.

 

I nostri risultati hanno delle implicazioni sulla questione dell’utilizzo degli aggregati monetari come obiettivi intermedi della politica monetaria. Come ben noto, la Banca centrale europea continua a dare un ruolo di primo piano al tasso di crescita degli aggregati monetari nella sua strategia di politica monetaria. La BCE basa questa strategia sulla considerazione che “l’inflazione è sempre e ovunque un fenomeno monetario”. Ciò può essere vero per i paesi ad alta inflazione. I nostri risultati, tuttavia, indicano che non esiste alcuna prova di questa affermazione in contesti di inflazione relativamente bassa, che è una caratteristica dei paesi dell’eurozona. In questo ambiente la crescita monetaria non è utile a segnalare condizioni inflattive. Ne consegue anche che l’uso degli aggregati monetari come strumento per indirizzare le politiche economiche verso l'obiettivo della stabilità dei prezzi non sarà di alcuna utilità per i paesi a inflazione storicamente bassa.

 

 

02/02/19

L'eurozona sta attraversando una crisi di identità e l'Italia ne sosterrà il peso

"Piuttosto che ripensare al loro modello economico sballato, i leader europei spingeranno l'Italia in una situazione ingestibile": così pochi mesi fa l'economista Ashoka Mody avvertiva che le politiche fiscali anticicliche necessarie a portare l'Italia fuori dalla sua lunga recessione rischiano di risultare impossibili e irrealistiche in una Unione dalla politica monetaria bloccata e che non recede dai suoi dogmi fallimentari di austerità fiscale.   Pochi mesi dopo, siamo al paradosso: la stessa Commissione che ha in tutti i modi cercato di ostacolare il governo italiano nella sua volontà di praticare strategie economiche anticicliche, ora gli punta il dito contro gettandoci sulle spalle la colpa della nuova "recessione tecnica" (anche se giustamente qualcuno osserva che parlare di "nuova" recessione è in realtà una lieve imprecisione).
Prima di giungere al punto di non ritorno, dice Mody,  sarebbe necessario trovare un accordo costruttivo su uno stimolo fiscale ben dimensionato e ben speso  - e naturalmente sbloccare la leva strategica della politica monetaria.


 

 

 

 

di Ashoka Mody, 16 novembre 2018

 

Potremmo trovarci di fronte all'aprirsi di un'altra crisi dell'eurozona. Come in tutte le crisi, ci sono due elementi centrali: la storia e la tragedia in sé.

 

La storia è chiara. L'eurozona è un progetto concepito male sin dall'inizio: per un gruppo eterogeneo di paesi, una politica monetaria unica era il classico caso di "taglia unica" che non va bene a nessuno. In particolare, l'Italia aveva bisogno del sostegno della svalutazione, divenuto impossibile una volta abbandonata la lira. L'Italia ora è bloccata in una crescita estremamente bassa e il minimo shock può spingerla verso la recessione.

 

La tragedia della zona euro nasce non solo dall'arroganza di un'impresa avviata contro il parere dei molti che avvertivano che sarebbe finita male. Nasce anche dalla mentalità che ha accompagnato il progetto. Poco dopo la sua creazione, è stato subito chiaro che i paesi membri non avrebbero istituito un'unione fiscale per trasferire risorse verso i paesi in recessione, al fine di compensare la mancanza di una propria valuta e di una politica monetaria indipendente. Come ho spiegato nel mio libro  EuroTragedy: A Drama in Nine Acts,(La tragedia dell'euro: un dramma in nove atti - ndr), un'unione fiscale era politicamente impossibile: i paesi proteggevano il nucleo della loro sovranità nazionale e si rifiutavano di rinunciare alle loro entrate fiscali. Nell'aprile del 1998, il cancelliere Helmut Kohl aveva dichiarato apertamente che la Germania non avrebbe mai pagato i conti di altri paesi. Se non avesse preso quell'impegno, non ci sarebbe stato nessun euro.

 

Data l'impossibilità di creare un'unione fiscale, la risposta giusta sarebbe stata abbandonare l'idea di un'unione monetaria. Invece a Maastricht nel 1991, per  l'insistenza tedesca, le autorità europee crearono una serie di regole fiscali - al cui centro era posto il limite del deficit di bilancio pari al 3% del Pil - come base per proseguire. L'austerità a livello nazionale, sosteneva la versione dichiarata dei fatti, avrebbe assicurato un'eurozona "stabile". Gli economisti avvisarono immediatamente che le regole erano profondamente dannose. Impongono infatti l'austerità proprio nel momento in cui un paese sta per entrare in recessione, peggiorando la recessione, forse in maniera molto grave. Sono diventate famose le parole dell'ex presidente della Commissione europea Romano Prodi, sul fatto che le regole fiscali erano "stupide".

 

Eppure, come lemming, le autorità europee hanno insistito su queste regole. Che sono diventate parte dell'identità dell'Ue. I leader sembrano convinti di non essere "buoni" europei se non si inchinano a queste regole. Hanno dato vita a un'unione monetaria profondamente sbagliata e, per loro, le regole e la narrativa della "stabilità" giustificano questa decisione e sostengono la loro convinzione che l'eurozona sopravviverà. Ma sposare teorie così dannose ha profonde conseguenze macroeconomiche, come ha sottolineato il premio Nobel George Akerlof.

 

Nel 2010, con l'economia greca in recessione, i governi europei e il Fondo monetario internazionale (Fmi) hanno chiesto al governo greco di aumentare rapidamente le tasse e tagliare le spese, come prezzo da pagare per ricevere i prestiti necessari a pagare i creditori privati ​​in preda al panico. Olivier Blanchard, allora capo economista del Fmi, suonò un campanello d'allarme: l'austerità proposta era virtualmente senza precedenti, scrisse in una nota interna, e avrebbe minato l'economia greca. Ma il punto di vista europeo, adottato anche dal management del Fmi, non poteva consentire altrimenti. Come aveva previsto Blanchard, l'economia greca si contrasse drasticamente, le entrate fiscali diminuirono e, come effetto perverso, l'austerità causò l'allargamento del deficit di bilancio del governo. In quello che era ormai diventato un ciclo distopico, i creditori ufficiali richiesero ancora più austerità, il che ha fatto precipitare la Grecia in una delle peggiori depressioni economiche che si siano mai registrate a memoria d'uomo.

 

Tagliare la spesa, se fatto al momento sbagliato, provoca sofferenze e instabilità.

 

Ignorando quello che era evidente, il modello di recessione indotta dall'austerity fu applicato ad altre economie dell'eurozona negli anni 2011-2013, creando una prolungata sofferenza economica, che ha sollevato ansie politiche e causato aspre divisioni tra i paesi creditori e debitori dell'eurozona.

 

Ma le regole si sono incrostate sempre più saldamente all'identità europea. Nel gennaio 2012, durante una recessione italiana apparentemente senza fine, l'allora presidente del consiglio italiano Mario Monti affermò che la Germania  aveva vinto il dibattito economico europeo . La "preziosa" visione di Berlino, si inchinava Monti, era stata "meravigliosamente esportata". E consigliava ai paesi ad alto debito di dimostrare "concretamente" di avere compreso gli imperativi della disciplina. A giugno 2014, il cancelliere Angela Merkel affermò che le regole erano un "guardrail" che offriva protezione.

 

Portiamo avanti velocemente il nastro fino a oggi: la stessa filosofia è rimasta intatta.

 

A maggio di quest'anno, gli italiani hanno eletto due partiti anti-establishment e di protesta. La Lega, di destra e anti-immigrazione e il Movimento Cinque stelle, più volto a sinistra ed euroscettico, hanno formato un governo. Il commercio mondiale intanto stava rallentando e l'economia italiana, con le sue sorti strettamente legate a quelle del commercio globale, stava rallentando parallelamente. Il governo della Lega e dei Cinque stelle ha annunciato un'agenda politicamente risonante, ma ambiziosa e poco realistica, di tagli alle tasse e con l'introduzione di un reddito universale.

 

Lo scontro è stato immediato. Le autorità europee erano pronte a difendere la loro ideologia economica, a cui ostinatamente si attaccano, anche se, invece di proteggerla, ha ripetutamente esposto l'Europa a nuove ferite. E così, dato che i funzionari europei hanno insistito sul rispetto delle regole, i leader italiani hanno fatto promesse elettorali che non possono mantenere.

 

Mentre il governo italiano deve frenare sulla sua generosità fiscale, le autorità europee devono riconoscere che è necessario uno stimolo ben progettato per evitare che l'Italia cada in recessione. Una recessione renderebbe più difficile il rimborso del debito già elevato del Paese, che aumenterebbe i tassi di interesse e peggiorerebbe la crisi - addossando un peso potenzialmente insopportabile sulle fragili banche del Paese. Invece di guardare alla via giusta, le due parti hanno parlato senza ascoltarsi.

 

La Commissione ha insistito sul fatto che l'elevato debito e il grande deficit, che il nuovo governo ha ereditato dai precedenti, richiedono una stretta fiscale. Questa posizione è supportata da due fonti diverse. Alcuni sostengono che il vero problema dell'Italia è la cronica bassa crescita della produttività e che uno stimolo fiscale non farà nulla per aumentarla. Il che è vero, ma fuori argomento. La politica fiscale non aumenta la crescita a lungo termine, ma impedisce a un'economia di precipitare in una crisi lunga e politicamente divisiva, un rischio preoccupante per un paese con bassa produttività cronica. Un secondo argomento è che, poiché il governo italiano ha un pesante fardello rappresentato dal debito, la spesa fiscale per stimolare l'economia "spaventerà" gli investitori, che vorranno tassi di interesse più elevati e, quindi, annulleranno l'influenza benefica dello stimolo. Questo argomento è importante perché  proviene da Blanchard, ora al Peterson Institute of International Economics.

 

Blanchard, mentre era al Fmi, ha costantemente preso una posizione favorevole allo stimolo. Ha condotto la battaglia intellettuale contro l'austerità esagerata. In un documento meritatamente famoso, di cui è coautore un altro membro dello staff del Fmi, Daniel Leigh, Blanchard ha evidenziato che l'austerità è particolarmente debilitante quando viene inflitta a un paese in recessione, un risultato ampiamente ripreso dalla letteratura economica.

 

In uno studio di verifica, Leigh e i suoi colleghi del Fmi hanno smentito un altro mito: che i paesi con alti livelli di debito debbano sottoporsi  all'austerità, oppure gli investitori allarmati pretenderebbero maggiori tassi di interesse, il che potrebbe far aumentare pericolosamente il debito. L'articolo, pubblicato su una rivista scientifica di altissimo livello, sostiene che anche per i paesi con debito molto elevato l'austerità fiscale è una cattiva idea.

 

E quindi, lo stimolo fiscale  può aiutare anche i paesi  ad alto debito ad affrontare una recessione incombente. Tuttavia, un esercito di commentatori, incluso l'influente  comitato editoriale del  Financial Times, sta citando il recente commento di Blanchard sul caso italiano per difendere l'insistenza della Commissione sull'austerità.

 

La stessa Commissione, nel frattempo, continua a rifarsi alla sacralità delle regole. In un linguaggio che ricorda il "guardrail" della Merkel, il commissario europeo per gli affari economici e monetari Pierre Moscovici ha  twittato : "L'eurozona è come un condominio: è compito dell'amministratore far rispettare le regole comuni, in modo che nessuno tocchi un muro portante!

 

Durante gran parte della crisi finanziaria e della zona euro, la Banca centrale europea (Bce) ha peggiorato le cose con la sua politica monetaria restrittiva. All'inizio, i tassi di interesse eccessivamente alti della Bce hanno peggiorato la recessione. Quindi, trattenuta dalla Germania e da altri stati membri dell'area Nord, la Bce ha ritardato l'introduzione degli acquisti di titoli di Stato (quantitative easing) per abbassare i tassi di interesse a lungo termine. Con una politica monetaria così inerte, a partire dall'inizio del 2013, il tasso di inflazione core nell'eurozona è sceso a circa l'1 per cento. L'inflazione in Germania è stata leggermente superiore all'1% e in Italia inferiore.

 

L'inflazione bassa fa sì che i consumatori ritardino gli acquisti, che si riduca la crescita e che aumenti il peso del rimborso del debito. Tuttavia, nonostante il rischio di una bassa inflazione prolungata, la Bce a settembre di quest'anno ha cantato vittoria e ha deciso di sospendere gradualmente il programma di acquisto di obbligazioni.

 

Questa tendenza a limitare l'uso dello stimolo monetario fa parte della filosofia della zona euro, esattamente come l'enfasi sull'austerità fiscale.

 

Il rischio ora è che se l'Italia cade in una recessione, il suo tasso di inflazione diminuirà ulteriormente, il che aumenterebbe il suo tasso di interesse reale (calcolato tenendo conto dell'inflazione). Il tasso di interesse reale è già superiore al 2,5 per cento, il che è straordinariamente alto per un'economia alle soglie della recessione. La stretta combinata del tasso di interesse e dell'austerità fiscale potrebbe rivelarsi insopportabile per l'economia italiana e le sue banche instabili. Così l'Italia si trova di fronte allo spettro di un'economia debole, che peggiora le finanze pubbliche e aumenta la probabilità che i debitori non siano in grado di restituire i loro prestiti bancari. L'Italia potrebbe facilmente precipitare in una crisi finanziaria ingestibile.

 

Se il Paese andrà incontro a un simile destino, la versione dei fatti sarà che il governo italiano è stato irragionevole, e che i suoi piani fiscali stravaganti hanno innescato la crisi. È vero che i piani del governo italiano sono irragionevoli, non c'è modo per il governo di raggiungere i suoi obiettivi fiscali. Ugualmente, tuttavia, l'insistenza della Commissione sulla rigidità fiscale potrebbe provocare una terribile crisi. Dati i rischi, il comportamento sconsiderato della Commissione le dà ben poca autorità morale per accusare gli italiani di essere stati intransigenti.

 

L'eurozona è intrappolata in una crisi di identità. Le affermazioni a lungo ripetute secondo cui l'euro accelererebbe il commercio all'interno dell'area dell'euro sono state screditate (qui  e  qui), senza che rimanga alcun beneficio tangibile da celebrare. Al contrario, i rischi di una politica monetaria di taglia unica che non si adatta a nessuno sono evidenti. La tendenza della Bce a praticare una politica monetaria restrittiva peggiora le cose, specialmente per i paesi più deboli.

 

Senza reali benefici e con rischi anche troppo reali, la forza unificante attorno alla quale i leader e gli intellettuali della zona euro si stringono è la virtù della temperanza e della parsimonia. Gli argomenti contorti usati per giustificare l'austerità derivano dall'immagine di sé dei leader europei. Tuttavia, questo approccio, ammantato dall'aura della prudenza, amplifica i pericoli che l'Europa si trova ad affrontare.

 

Il tiro alla fune tra le autorità italiane e la Commissione  limita fortemente la capacità della Bce di contenere la crisi. Per accedere al sostegno della Bce, l'Italia dovrebbe accettare un regime di austerità e riforme che potrebbero dimostrarsi esplosive a livello nazionale. Ma senza l'accordo su un simile regime, la Bce non sarà in grado di attivare l'Outright Monetary Transactions, per acquistare titoli di stato italiani, e quindi contenere l'aumento del tasso di interesse richiesto dai mercati. E anche se il governo italiano rispettasse le richieste, alcuni membri del Consiglio direttivo della Bce potrebbero impedire alla banca l'acquisto delle obbligazioni, nel timore che un default italiano sulle sue obbligazioni li costringerebbe a sopportarne le perdite.

 

In questo gioco a chi resiste di più non ci saranno vincitori. Ben prima di raggiungere il punto di non ritorno, è necessario un accordo costruttivo - supportato da un resoconto dei fatti condiviso: uno stimolo adeguatamente dimensionato e ben speso è nell'interesse di tutti. Sfortunatamente, rimane intatta la riluttanza a pagare le bollette degli altri - una riluttanza a spendere che si scontra con la realtà. Sembra che siamo bloccati su un percorso tragicamente antagonistico.

 

26/10/18

WSJ - Dietro la disputa tra Bruxelles e Roma. Come può la UE rifiutare una manovra che rispetta i parametri di Maastricht?

L’economista mainstream Marcello Minenna, sul quotidiano mainstream Wall Street Journal, spiega la disputa in corso tra Bruxelles e Roma sul bilancio italiano. Al centro della contesa stanno stime econometriche sulle quali, afferma Minenna, è più che probabile che il governo italiano abbia ragione. Bruxelles tende a sottostimare il potenziale di crescita di un’Italia che viene da anni di crisi con disoccupazione elevata. Tra queste stime ci colpisce, in particolare, il tasso di disoccupazione sotto il quale non dobbiamo scendere per non attivare pressioni inflazionistiche sui salari (NAWRU). Ma perché non possiamo tollerare pressioni inflazionistiche (specie se si tratta di far lavorare i disoccupati) ora che l'inflazione è decisamente sotto il due per cento? Minenna non lo dice, ma qui lo sappiamo, da anni: l’euro (come ogni cambio fisso) è insostenibile se economie diverse viaggiano a tassi di inflazione diversi.

 

 

di Marcello Minenna, 23 ottobre 2018

 

La resa dei conti tra Roma e Bruxelles occupa da settimane i media europei e gli investitori. Il nuovo governo italiano, composto da partiti politici particolarmente ribelli, ha proposto un deficit di bilancio pari al 2,4 percento del PIL per il prossimo anno. Martedì la Commissione Europea ha dichiarato che questa cifra è troppo elevata e ha dato all’Italia tre settimane di tempo per proporre una revisione della bozza di bilancio. Tuttavia, il 2,4 percento è ben sotto il limite del 3 per cento stabilito dal Trattato di Maastricht. Perché Bruxelles impone a Roma un limite così stretto?

 

La risposta è che i burocrati dell’Unione Europea hanno cambiato il modo in cui valutano i bilanci degli stati membri, e la nuova formula è fortemente fuorviante.

 

La crisi dei debiti sovrani iniziata nel 2010 ha spinto Bruxelles a rivedere i criteri di Maastricht, in base all'idea che un limite fisso di deficit al 3 per cento e di debito al 60 per cento possa permettere un eccessivo margine di manovra durante i boom economici e uno troppo esiguo durante le recessioni. Dal 2011 la Commissione ha considerato invece il budget di bilancio "strutturale”, che esclude le voci “uniche” come le politiche per reagire ai disastri naturali e le cosiddette componenti cicliche del bilancio pubblico - questo include sia la tendenza all'aumento della spesa sociale durante le recessioni che gli aumenti del gettito fiscale durante i boom.

 

Bruxelles può allora stabilire obiettivi specifici per i singoli paesi e imporre piani che i governi nazionali sono tenuti a seguire. Per l’Italia, quest’anno la Commissione ha chiesto una riduzione della parte di deficit strutturale pari allo 0,6 percento del PIL. Il bilancio consegnato dal governo italiano riporta invece un aumento (anziché una riduzione) del deficit strutturale pari allo 0,8 percento del PIL. Questa differenza - “una deviazione significativa dal percorso di aggiustamento”, come viene definita nel gergo degli eurocrati - è la fonte dell’attuale controversia.

 

Quello che la Commissione non vuole ammettere è che l’intero metodo poggia su congetture. Per calcolare il deficit “strutturale”, si deve prima definire quanta parte del deficit dipende da fattori ciclici. E per capire in che punto del ciclo economico si trovi un paese, nella pratica, è necessario stimare l’“output gap”, cioè la differenza tra il PIL effettivo e quello potenziale. Quest’ultimo è una stima del prodotto che un’economia potrebbe raggiungere in condizioni di piena occupazione, di pieno utilizzo dei capitali, ma senza provocare pressioni inflazionistiche. L’entità dell’output gap è una stima piuttosto importante nel momento in cui la Commissione stabilisce degli obiettivi fiscali.

 

La stima di questo output gap è la vera fonte della divergenza tra Roma e Bruxelles, e sono le stime di Bruxelles ad avere poco senso. La previsione fatta dalla Commissione prevede un output gap positivo dello 0,5 percento per il 2019. In altre parole, Bruxelles ritiene che l’Italia il prossimo anno avrà una produzione dello 0,5 percento più elevata rispetto a quanto possibile in una condizione di piena occupazione e pieno utilizzo dei capitali [ma senza pressioni inflazionistiche, NdT]. Pertanto, la Commissione ritiene che Roma oggi debba ridurre il deficit.

 

Tutto questo è ottimistico, per usare un eufemismo. Bruxelles ritiene che l’Italia produrrà al di sopra del suo potenziale, nonostante il suo tasso di disoccupazione sia a doppia cifra da anni. La stima fatta dalla Commissione su un output gap positivo dell’Italia il prossimo anno è quasi pari alla stessa stima fatta per la Germania (0,6 percento), ma la Germania sta avendo un tasso di crescita economica annuale attorno al 2 per cento e un tasso di disoccupazione inferiore al 4 per cento.

 

Roma ritiene che il PIL del prossimo anno sarà invece dell’1,2 percento inferiore (anziché superiore) alla sua produzione potenziale. Altri economisti ritengono che l’output gap sia addirittura più vicino a un valore negativo del 4 o 5 per cento.

 

Il problema sta nel metodo che la Commissione usa per stimare variabili cruciali per il calcolo dell’output gap, come la produttività e, soprattutto, il “tasso di disoccupazione a salari stabili” [“non accelerating wage rate of unemployment”], o NAWRU. Questo è il presunto tasso di disoccupazione di equilibrio, tale da non generare pressioni al rialzo sui salari. Maggiore è il divario tra il tasso di disoccupazione effettivo e il NAWRU, maggiore sarà l’output gap.

 

Bruxelles sta stimando una crescita economica potenziale quasi certamente troppo bassa, quando stima il suo NAWRU. La stima del NAWRU per l’Italia nel 2018 è di una disoccupazione al 9,9 percento, ovvero neanche l’1 per cento inferiore al tasso di disoccupazione effettivo - il che suggerirebbe che l’Italia non abbia alcuna speranza di ridurre il tasso di disoccupazione al di sotto di quel livello (comunque elevato) senza andare incontro a un significativo aumento di inflazione.

 

Roma usa stime diverse per calcolare l’output gap, più in linea con le caratteristiche particolari del mercato del lavoro italiano. Sebbene non abbia divulgato pubblicamente la sua stima del NAWRU, essa è probabilmente attorno all’8,5 percento. Bruxelles in passato ha ammesso che le stime fatte dall’Italia sul proprio output gap potrebbero essere più precise, il che sarebbe un buon argomento per concedere a Roma una maggiore flessibilità fiscale, anche sotto le regole di bilancio della stessa Commissione Europea.

 

La grande questione è che nessuno di questi modelli tiene adeguatamente conto della carenza di investimenti, dei ritardi nella produttività, e di un insieme di altri fattori che influenzano la salute economica complessiva dell’Italia, salute economica che a sua volta determina il gettito e il bilancio fiscale. Non è chiaro se il nuovo governo italiano abbia dei piani efficaci per migliorare tutti questi fattori, e se aumentare la spesa in recessione sarà davvero di aiuto. Ma è sicuro che la lotta che si prepara sul deficit di bilancio si riduce alla fine a una spettacolare disputa su modelli econometrici di dubbia esattezza.

24/04/18

25 aprile - Unione monetaria: un punto di vista italiano

La memoria del 25 aprile non dovrebbe essere pretesto per esercizi di retorica, nel migliore dei casi vacui e nel peggiore strumentali a posizioni contrarie agli interessi veri e profondi del nostro Paese. Per celebrare degnamente il giorno della Liberazione, riproponiamo un articolo di Alberto Bagnai, che analizza la crisi dell'eurozona e le sue conseguenze dal punto di vista dell'Italia, segnalando ancora una volta come il vincolo esterno legato alla moneta unica sia diventato un mezzo per orientare il processo democratico a dispetto della volontà popolare - e agire sulla distribuzione del reddito. Onorare il 25 aprile per noi significa difendere la sovranità e la democrazia in Italia.

 

 

Nel primo dei due capitoli scritti per L’euro est-il mort?, libro pubblicato in Francia che raccoglie i contributi di più autori coordinati dall’economista Jacques Sapir,  Alberto Bagnai - ben noto ai nostri lettori per il blog Goofynomics e presidente dell'associazione a/simmetrie - analizza la crisi dell’eurozona con l’aiuto dell’esperienza italiana, particolarmente utile da due punti di vista: perché l’Italia stessa è un’unione monetaria che non è un’area valutaria ottimale e ne ha già sperimentato le conseguenze; e perché le élite italiane hanno dichiarato molto esplicitamente quali erano, dal loro punto di vista, gli obiettivi dell'unione europea: utilizzare il vincolo esterno legato alla moneta unica per orientare il processo democratico e in questo modo la distribuzione del reddito. Senza il “sogno europeo”, il “ce lo chiede l’Europa” e le crisi generate dalla moneta unica non sarebbe stato possibile realizzare il programma di “riforme strutturali” che hanno indebolito e impoverito i lavoratori e in generale le fasce di popolazione più deboli. Il vero successo dell'euro, amaramente, è stato questo.

 

 

di Alberto Bagnai, ottobre 2016

 

 

Leuro e il declino delleconomia italiana

 

Adam Smith ce l’aveva ben detto, nel terzo capitolo del primo libro de «La ricchezza delle nazioni»: la divisione del lavoro è limitata dalla dimensione del mercato. Non ci si può aspettare che un produttore privo di sbocchi sul mercato sia spinto ad adottare innovazioni e quindi aumentare la produttività. A che cosa gli servirebbe produrre di più, o produrre a un costo più basso, se non ha qualcuno a cui vendere? La produttività non è una questione puramente esogena o tecnica. Nell’economia classica (Smith), come in quella keynesiana, e, ci permettiamo di aggiungere, nell’economia tout court, la produttività dipende anche dalla domanda.
Che cosa c'entra questo con l'Italia?

 

L'evento che più salta all’occhio nell'economia italiana degli ultimi trent'anni è senza dubbio l'improvviso arresto del tasso di crescita della produttività del lavoro, che si manifesta poco dopo la metà degli anni 90. Dal 1971 al 1996 la produttività del lavoro era aumentata a un tasso medio annuale del 2.7%, non lontano dal 3.0% della Francia e dal 2.9% della Germania. Tra il 1997 e il 2010 il tasso di crescita in Italia crolla allo 0.3%, mentre rimane all'1.4% in Francia e all'1.3% in Germania. È nel 1997 che comincia il declino dell'economia italiana, questo è un fatto così evidente che anche i sostenitori dell'euro sono costretti ad ammetterlo. In effetti il 1997 è un anno cruciale nel percorso verso la moneta unica. I paesi candidati infatti si erano impegnati ad adottare, nei due anni precedenti all'entrata in vigore dell'euro, una parità fissa rispetto all'ECU. Questo punto determinante sfugge ai più: per quello che riguarda il rapporto tra i paesi europei, l'euro in effetti ha inizio nel 1997, perché è a partire da questa data che i tassi di cambio tra i futuri paesi membri sono resi fissi (con margini di oscillazione molto ridotti).

 

La rigidità del tasso di cambio comporta una riduzione pressoché immediata del tasso di crescita delle esportazioni. La chiusura degli sbocchi sui mercati esteri, dove i prodotti italiani diventavano progressivamente sempre meno competitivi, produsse gli effetti che erano già chiari a Smith nel XVIII secolo, e sarebbero stati studiati più approfonditamente da Kaldor nel XIX: un circolo vizioso di caduta della produttività, che provoca una caduta della competitività, che causa una caduta delle esportazioni, che comporta un ulteriore calo della produttività. La crescita media dell'economia italiana tra il 1980 e il 1997 era stata del 2.3%. Dal 1997 alla crisi del 2009 scende all'1.3%. Se si tiene conto anche degli anni della crisi, dal 1997 al 2015 la crescita media è stata dello 0.4%. Il PIL nel 2015 era uguale a quello del 2000. L’Italia è tornata indietro di 15 anni e questa catastrofe senza precedenti nella sua storia e senza uguali oggi nell'eurozona dipende in larga misura dal fatto che la crisi ha colpito un'economia sofferente e in declino. Un declino che coincide con ciò che ne è stato la causa: l'adozione de facto dell’euro.[i]

 

 

LItalia e leuropeismo

 

Forse è per questo che, quando si affronta l'argomento dell'euro in Italia, è ormai difficile trovare qualcuno disposto a sostenere che la moneta unica ci protegge dalle crisi. I fatti dimostrano che argomenti economici di questo tipo erano falsi. Chi difende il progetto ora cerca piuttosto di mettere in rilievo la sua dimensione politica, che sarebbe soprattutto quella di favorire il superamento degli Stati-nazione. Questi ultimi, ci dicono, sarebbero la causa dei conflitti. Di conseguenza, per assicurare la pace ai popoli europei, bisogna spazzare via il «nazionalismo», creando un immenso Stato federale, di cui l'euro sarebbe un simbolo. In più, questo aiuterebbe gli Stati «piccoli», come l'Italia, a difendersi meglio dai «grandi» paesi emergenti. Diversi politologi (in particolare Majone e Zielonka) sottolineano che questo implica un modo di ragionare un po' assurdo: per combattere il nazionalismo si ricorre a un nazionalismo di ordine superiore[ii].

 

I grandi Stati federali, così come li conosciamo, derivano soprattutto dall'antico impero britannico (Stati Uniti, Canada, Australia, India). In realtà sono Stati-nazione, dove la lingua e le istituzioni inglesi sono dominanti (con l'eccezione dell'India, dove le differenti culture locali sono state difficili da sradicare e dove quindi la struttura federale non ha consentito di evitare numerosi conflitti). In Europa, gli Stati-nazione si affermano con i Trattati di Westfalia (1648), che misero termine alle guerre di religione. Le loro costituzioni sono uno strumento di protezione dei diritti fondamentali, a cui sarebbe pericoloso rinunciare senza sapere esattamente da che cosa sarebbero sostituite. È stata la Nato, e non l'Europa, che ci ha assicurato fino a oggi un lungo periodo di pace (o meglio, di guerra fredda), e tra le cause dell'ultima guerra mondiale c'è stato l'errore che Keynes aveva denunciato in anticipo: schiacciare la Germania sotto il suo debito di guerra.[iii] Prostrare un paese sotto il peso di un debito insostenibile: è esattamente lo stesso errore che si sta ripetendo oggi con la Grecia, e questo per salvaguardare l'euro «che porta la pace».

 

C'è forse del metodo, in questa follia europeista. In fondo, tutte le unioni monetarie sono, per definizione, strumenti di integrazione finanziaria, concepiti per facilitare il libero movimento dei capitali. Ora, la liberalizzazione dei movimenti dei capitali comporta una compressione dei redditi da lavoro[iv]. L'accanimento con cui le élite europee difendono la moneta unica, nonostante i suoi limiti evidenti, potrebbe quindi spiegarsi con la volontà di proteggere i profitti a spese dei salari.

 

Certo, si tratta di un obiettivo politicamente legittimo. Tuttavia, due cose dovrebbero metterci in guardia. Da una parte, il fatto che ormai la Banca centrale europea (BCE) si preoccupa per le conseguenze negative dei bassi salari sulla deflazione, e quindi sulla ripresa dell’economia europea.[v] Forse il bel gioco è durato troppo? Dall’altra, dovrebbe allarmarci il modo sottilmente sleale attraverso il quale il progetto europeo è stato presentato come qualcosa di cui non si poteva neppure discutere, viste le sue nobili intenzioni (garantire la pace) e le cui conseguenze economiche sarebbero andate a vantaggio delle classi sociali più deboli (perché l’euro le avrebbe «protette», e la «grande Europa politica» li avrebbe aiutati a combattere il «grande capitale internazionale»).
Nell'analisi dell'attuale vicolo cieco in cui si trova l'Europa, l'esperienza italiana può aiutarci. Nel percorso storico e politico italiano, due elementi sono a mio parere utili a questo scopo. Il primo è che l'Italia, proprio come la zona euro della quale fa parte, è essa stessa un'unione monetaria, che non è un'area valutaria ottimale, a causa delle profonde differenze strutturali tra Nord e Sud del paese. Gli italiani vivono quotidianamente i problemi che sorgono quando regioni troppo diverse si riuniscono sotto una stessa moneta, e hanno dovuto imparare ad affrontare questi problemi. Il secondo è che le élite italiane hanno dichiarato molto esplicitamente quali erano, dal loro punto di vista, gli obiettivi dell'unione europea. Si trattava, infatti, di utilizzare il vincolo esterno legato alla moneta unica per orientare il processo democratico e in questo modo la distribuzione del reddito. Se, come fa osservare Featherstone, dalla creazione - nel 1979 - del sistema monetario europeo il vincolo esterno in Europa è stato applicato un po' dappertutto per influenzare le politiche nazionali, la sua filosofia politica non è mai stata espressa così chiaramente come dagli esponenti politici italiani (al punto che perfino nella letteratura scientifica internazionale si usa l'espressione italiana «vincolo esterno»).[vi]

 

 

LItalia come unione monetaria

 

Nel 2006, uno studio della Banca d’Italia faceva osservare che 145 anni dopo l'unificazione monetaria dell’Italia (realizzata contemporaneamente all'unificazione politica), i livelli dei prezzi e i tassi d'inflazione nelle differenti regioni e province non convergevano ancora del tutto.[vii] Un fenomeno molto intrigante. Infatti, stando alla teoria economica ortodossa, a determinare il livello dei prezzi è la quantità di moneta circolante. Sarebbe dunque logico attendersi che a una moneta unica corrisponda un livello di prezzi, o almeno un'inflazione, unici. Questo studio mostra che in Italia non va affatto così. Uno studio successivo mostrò che la medesima cosa succedeva su scala europea, dove si assiste a una divisione dei paesi in tre «club d’inflazione»: i paesi del Nord (che convergono verso un' inflazione bassa), l’Italia (con un'inflazione media), e i paesi del Sud (con un'inflazione relativamente elevata).[viii] L'esperienza delle regioni italiane suggerisce tuttavia che questo stato di fatto è destinato a persistere molto a lungo, il che significa che bisognerà attendere molto tempo perché tutti i paesi europei convergano verso il medesimo tasso di inflazione.

 

Da questi fatti statistici derivano due conseguenze significative.
In primo luogo, il fatto che una moneta unica conduca comunque a livelli di inflazione diversi rimette in discussione l'ingenua convinzione che sia la moneta che «causa» i livelli dei prezzi. Non si tratta di un'osservazione puramente teorica, al contrario: si tratta di una constatazione politica. L'inizio della terza globalizzazione (la globalizzazione «finanziaria») è stato caratterizzato da due importanti riforme istituzionali: la liberalizzazione dei movimenti internazionali di capitali e l'affermazione del principio dell'indipendenza dai governi della Banca centrale.[ix] Quest'ultimo si traduce nella proibizione rivolta alla Banca centrale di finanziare programmi di spesa pubblica attraverso l'emissione di moneta (incluso l'acquisto di titoli di debito pubblico al momento dell'emissione).

 

Questo divieto, giustificato all'epoca con la necessità di contenere l'inflazione legata all'impennata del prezzo del petrolio, ha avuto come conseguenza quella di obbligare gli Stati sovrani a rivolgersi ai mercati finanziari (e dunque in misura sempre crescente agli investitori internazionali) per soddisfare i loro bisogni di finanziamento. Si partiva dal principio che questo avrebbe sottoposto i governi, potenzialmente corrotti o miopi, alla disciplina dei mercati, visto che questi si sarebbero rifiutati di finanziare governi inefficienti.

 

Alla base di questo approccio, c'era l'idea che, poiché è la moneta che provoca l'inflazione, lasciando la gestione della massa monetaria nelle mani dei governi, questi ne avrebbero sicuramente approfittato a fini elettorali, provocando di conseguenza un aumento dell'inflazione.

 

Tuttavia, il fatto che da una parte una moneta unica possa coesistere con tassi di inflazione diversi e divergenti e dall'altra che la creazione massiccia di moneta da parte della BCE non sia riuscita a rianimare l'inflazione in Europa ci permette di vedere chiaramente che il legame tra massa monetaria e inflazione non è automatico. Questo spiega perché a una moneta unica non corrisponde un'inflazione unica. L'esperienza europea (e prima di questa l'esperienza italiana) ormai ci conferma che la dinamica dei prezzi è legata ad altri elementi strutturali di un sistema economico, in particolare al mercato del lavoro: è il tasso di disoccupazione, e non quello di creazione di moneta, che regola il tasso d'inflazione.[x] Questo d'altra parte spiega perché è nel sud d'Italia, dove la disoccupazione è maggiore, che l'inflazione è più bassa. Se però la moneta non causa l'inflazione, non è più giustificabile la decisione di sottrarne la gestione ai governi per garantire la stabilità dei prezzi. Se cade questa motivazione, bisogna dunque che ci domandiamo quale sia la giustificazione per proibire il finanziamento monetario del debito pubblico. In effetti, l'idea di sottomettere gli Stati alla disciplina dei mercati o, in altri termini, di privatizzare il più possibile il circuito del risparmio e dell'investimento, sembra un po' superata, in un periodo in cui si assiste alla crisi mondiale di questi stessi mercati.

 

Il fatto che una moneta unica non garantisca la convergenza dei tassi d'inflazione ha un'altra conseguenza importante. Se infatti non si produce una convergenza, la moneta unica non può garantire che il rapporto tra i prezzi dei beni prodotti all'interno di un paese e quelli prodotti all'estero, quello che si definisce il tasso di cambio «reale», sia stabile. Nei paesi dove l'inflazione è più bassa, questo rapporto avrà la tendenza a diminuire. Si assisterà così a quella che si definisce una svalutazione del tasso di cambio reale, che corrisponde a un miglioramento della competitività, e comporta un surplus commerciale, al quale dovrà necessariamente corrispondere un deficit da qualche altra parte (nei paesi dove l'inflazione è più alta). Se il paese più forte avesse la sua propria valuta, questa tendenza sarebbe compensata da una rivalutazione del suo tasso di cambio: la moneta del paese forte diventerebbe anch'essa più forte, perché tutti la richiederebbero per acquistare i beni che produce.
Ma se la moneta è unica, il paese più forte non può rivalutare, il che vale a dire che non può riallineare la sua moneta alla sua produttività. Il peso dell'aggiustamento sarà allora sostenuto dai paesi che, per svariate ragioni (storiche, tecnologiche, sociali, culturali) in quel momento sono meno produttivi.

 

Negli anni '80 c'era la tendenza a interpretare questi fenomeni in un'ottica moralistica. Il deficit commerciale, si diceva, spronerà i deboli a correggersi. Un eccesso persistente di importazioni crea necessariamente un debito estero (perché bisogna pagare i beni che si acquistano all'estero) e una perdita di posti di lavoro (perché le importazioni non creano lavoro nelle regioni di destinazione, ma in quelle di provenienza). I paesi deboli si troveranno dunque di fronte a un dilemma: o diventare più produttivi (in modo da poter avere prezzi meno elevati) o perdere posti di lavoro, e sceglieranno per forza di cose la strada giusta, cioè fare le riforme necessarie a diventare più produttivi.

 

L'idea secondo cui, una volta buttati nella piscina della moneta unica, i paesi più deboli avrebbero volenti o nolenti imparato a nuotare era di per sé piuttosto autoritaria e sorda allo spirito di «solidarietà» e «unione sempre più stretta» declamato dal progetto europeo. In più, era smentita dall'esperienza italiana, e anche dalla più recente esperienza tedesca, che dimostrava che le regioni più deboli non riescono a recuperare facilmente il loro ritardo, quando sono schiacciate dal peso di una moneta troppo forte.[xi]

Infine, questa idea era un po' ingenua, nel senso che è ingenuo illudersi che, in mancanza di una rivalutazione della valuta del paese forte, la riduzione dei prezzi nel paese debole possa sistemare le cose. Certo, in linea di principio per far scendere i prezzi basta essere più produttivi: se lo stesso lavoratore produce il doppio dei beni, i beni possono essere venduti a metà prezzo.  Ma un aumento della produttività non si ottiene dall'oggi al domani. Questo meccanismo non è compatibile con l'urgenza generata dalle crisi finanziarie.

 

Quando scoppia la crisi, è piuttosto la disoccupazione (o la chiusura delle aziende) che assicura la moderazione dei prezzi. Se però la disoccupazione persiste, i lavoratori si trasferiscono. Per gli economisti «ortodossi» è un bene: il tasso di disoccupazione scende, perché, dopo che i disoccupati se ne sono andati, non ci sono più disoccupati. Pangloss non saprebbe dirlo meglio!

 

Gli economisti keynesiani hanno invece il buon senso di rendersi conto che questi disoccupati sono anche clienti delle aziende locali: la loro uscita di scena provoca quindi una crisi di domanda, che fa sprofondare le regioni deboli nella trappola del sottosviluppo. Se calano gli acquirenti locali, bisogna andare a caccia di mercati all'estero, e per farlo è necessario tagliare ancora maggiormente il costo del lavoro, ovvero i redditi dei lavoratori, spingendo ulteriormente a calare la domanda interna, in una spirale senza fine.

 

Del resto, è proprio questo che spiega la mancata convergenza dei prezzi tra le regioni italiane. La svalutazione «interna» (vale a dire la contrazione dei salari) è un meccanismo molto più lento e inerziale della svalutazione «esterna» (abbassamento del tasso di cambio della valuta nazionale). Una volta che il processo di aggiustamento è avviato, è difficile interromperlo al momento giusto, soprattutto se per favorirlo si sono messe in atto riforme strutturali (come il «jobs act» italiano o la «loi travail» francese). Il rischio è quindi di ritrovarsi intrappolati in una spirale deflazionistica. È quello a cui abbiamo assistito per decenni in Italia ed è quello da cui ci mette in guardia oggi la BCE a livello europeo.

 

Ci sono studi che dimostrano che la rigidità del tasso di cambio si accompagna a una crescita più debole.[xii] Non c'è da stupirsene: quando il meccanismo di aggiustamento si basa sulla diminuzione dei salari, è necessario che aumenti la disoccupazione (perché in caso contrario i lavoratori non accetterebbero la riduzione dei loro redditi). Ma è il lavoro che crea il valore. Un sistema economico che si riequilibra attraverso la disoccupazione è dunque destinato a creare meno valore.

 

L’esperienza italiana ci mostra che in questo gioco nessuno è vincitore. Se le regioni del Nord per un certo periodo hanno potuto sfruttare quelle del Sud come fonte di manodopera a basso costo, e allo stesso tempo come mercato per i prodotti delle loro industrie, a lungo termine la divergenza tra le due parti del paese risulta un rischio per la crescita, che compromette la stabilità finanziaria e finisce col creare tensioni secessioniste (rappresentate in Italia dalla Lega Nord). Lo stesso scenario si presenta oggi su scala europea.

 

 

Unione monetaria e  «vincolo esterno» tra economia e politica

 

Quanto detto finora non è una novità. Nel 1996, Rudiger Dornbusch (MIT) già sosteneva che «la critica più seria che si può rivolgere a un’unione monetaria è che abbandonando gli aggiustamenti ottenuti attraverso il tasso di cambio è destinata a trasferire al mercato del lavoro il compito di regolare la competitività e i prezzi relativi… Le perdite di prodotti e di lavoro finiranno col prevalere…».[xiii] Due anni più tardi, Paul Krugman segnalava che «il pericolo più evidente e più immediato è che l’Europa diventi giapponese: che scivoli inesorabilmente nella deflazione, e che nel momento in cui i banchieri centrali decidono di mollare la presa, sia troppo tardi».[xiv] Ben prima, nel 1971, Nicholas Kaldor (Cambridge) aveva stabilito un punto: «Sarebbe un errore pericoloso credere che l’unione economica e monetaria possa venire prima dell’unione politica, perché se la creazione dell’unione monetaria e il controllo della Comunità sulle finanze nazionali provocano tensioni che portano al crollo del sistema, l’unione monetaria avrà impedito lo sviluppo di una unione politica, invece di favorirlo».[xv]

 

Oggi sta accadendo proprio quello che gli economisti più autorevoli avevano previsto: siamo in deflazione, perché gli aggiustamenti agli shock esterni (come la crisi dei «subprimes») si sono trasferiti sul mercato del lavoro (e quindi sui salari, attraverso l’aumento della disoccupazione), cosa che ha messo sotto pressione le economie nazionali e ha allontanato le prospettive fondate di una unione politica.

 

Da questo punto di vista, si può dunque affermare che l’euro è uno dei più grandi successi della scienza economica: tutto quello che questa aveva previsto si è realizzato, ed esattamente nel modo in cui la scienza economica l’aveva previsto.[xvi] Si sarebbe tentati di concludere che l’unione monetaria è stata al contrario una grande sconfitta della politica: dopo avere ignorato gli avvertimenti degli economisti, i politici non hanno raggiunto nessuno degli obiettivi che ostentavano (prosperità, stabilità, pace) e ci si può chiedere se mai li raggiungeranno. Tuttavia il dibattito politico italiano ci offre una visione più sfumata, che cercherò di descrivere partendo dalle dichiarazioni di tre dei nostri uomini politici che hanno ricoperto ruoli di responsabilità in Europa.

 

Nel 2001, Romano Prodi (all’epoca presidente della Commissione Europea) affermò: «Sono sicuro che l’euro ci obbligherà a introdurre nuovi strumenti di politica economica. È politicamente impossibile proporli adesso, ma un giorno ci sarà una crisi e si creeranno questi nuovi strumenti ».[xvii]

 

Quali erano questi strumenti che si ritenevano necessari, ma non erano proponibili politicamente? Ovviamente, tutto ciò che poteva portare a una maggior flessibilità verso il basso dei salari. A questo riguardo si può citare Tommaso Padoa-Schioppa (allora membro del comitato esecutivo della BCE, e in seguito ministro nel governo Prodi): «Nell’ Europa continentale, un programma completo di riforme strutturali deve oggi spaziare nei campi delle pensioni, della sanità, del mercato del lavoro, della scuola e in altri ancora. Ma dev’essere guidato da un unico principio: attenuare quel diaframma di protezioni che nel corso del Ventesimo secolo hanno progressivamente allontanato l’individuo dal contatto diretto con la durezza del vivere, con i rovesci della fortuna, con la sanzione o il premio ai suoi difetti o qualità».[xviii]

 

Chiaramente, l'idea di essere riavvicinati bruscamente alla durezza del vivere non poteva sorridere agli elettori. Questa durezza, in particolare la disoccupazione, è stata usata per assicurare la flessibilità dei salari verso il basso: il meccanismo di aggiustamento ritenuto essenziale alla sopravvivenza della moneta unica, e che oggi è in fase di accartocciarsi su se stesso in una crisi deflazionistica (come Krugman aveva previsto). Ma se anche questo meccanismo potesse funzionare, tuttavia, resterebbe un piccolo problema: i salari, in una economia capitalistica, costituiscono il reddito della maggioranza dei cittadini. Questo rende di per sé poco politicamente sostenibile un sistema economico che a ogni crisi esige di ridurli. A questo proposito, nel 1998, Mario Monti (allora Commissario europeo per il mercato interno) aveva dichiarato: «Tutto sommato, alle istituzioni europee interessava che i Paesi facessero politiche di risanamento. E hanno accettato l’onere dell’impopolarità essendo più lontane, più al riparo, dal processo elettorale».[xix]

 

L'esperienza italiana ci offre quindi una nuova griglia analitica, coerente con le dichiarazioni dei politici italiani: a quanto pare, le élite dei paesi dell'UE periferici, come l'Italia, volevano smantellare e privatizzare lo stato sociale (Padoa Schioppa), sotto la pressione di una situazione di emergenza causata da crisi economiche (Prodi), utilizzando l'UE come capro espiatorio (Monti). Si tratta di una dinamica politica che è stata teorizzata e analizzata da molti autori, tra cui Featherstone.

 

L'adesione all'euro, e in precedenza al Sistema monetario europeo, ha creato un "vincolo esterno" il cui scopo era quello di garantire la sostenibilità politica del progetto, a molti livelli: in primo luogo, perché le crisi che il processo di integrazione monetaria rende inevitabili, aprono finestre di opportunità per l'avanzamento del progetto di unione politica. È la teoria di Jean Monnet, secondo il quale «l’Europa sarà costruita attraverso le crisi e sarà la somma delle soluzioni apportate a queste crisi».[xx] Inoltre, le crisi finanziarie permettono di proporre ai cittadini, come misure di emergenza, tagli di bilancio i cui effetti sulla distribuzione del reddito saranno permanenti.[xxi]

 

Ancora, perché ciò consente di attribuire a un ente "terzo", "indipendente" e soprattutto sottratto al controllo diretto degli elettori, vale a dire "l'Europa", la responsabilità delle politiche regressive che gli stessi elettori avrebbero respinto se fossero state proposte dai governi nazionali. È qui che le parole di Monti sono coerenti con l'analisi di Featherstone del "vincolo esterno”: dato che la moneta unica non è compatibile con il modello europeo di tutela del lavoro, quest'ultimo deve cedere il passo alla prima.
Per garantire il successo di questo progetto politico, che era, in sostanza, un progetto di redistribuzione del reddito, bisognava presentarlo come il risultato inevitabile di fenomeni incontrollabili (come ad esempio la globalizzazione) ed errori del passato (la prodigalità dei governi). La realtà era un po' diversa: lo smantellamento dello stato sociale e del sistema di protezioni del lavoro non mirava al consolidamento dei bilanci pubblici, che non ne avevano bisogno,[xxii] quanto piuttosto a promuovere l'aggiustamento verso il basso dei salari, meccanismo essenziale in un regime di moneta unica.

 

Da questo punto di vista, l’euro è stato senza alcun dubbio un grande successo. Ormai in Italia più o meno tutti ammettono che lo spauracchio del debito pubblico non giustificava le riforme realizzate negli ultimi cinque anni (dalla riforma delle pensioni, a quella della scuola, a quella del codice del lavoro, come suggerito da Padoa Schioppa). L’insorgere della crisi bancaria ha mostrato a tutti che il problema era altrove, vale a dire nel circuito finanziario privato, e non in quello pubblico.[xxiii] Impoverire un intero paese con politiche di imposte più alte e tagli alle prestazioni sociali ha peggiorato la situazione, ma cancellare i risultati di questi errori non sarà facile.

 

 

[i][i] Bagnai, A. 2016. Italy’s decline and the balance-of-payments constraint: a multicountry analysis. International Review of Applied Economics, 20, 1-26.

 

[ii] Giandomenico Majone (2014) Rethinking the union of Europe post-crisis  Has integration gone too far?, Cambridge: Cambridge University Press; Jan Zielonka (2014) Is the EU doomed?, Cambridge: Polity Press.

 

[iii] John Maynard Keynes (1931) Essays in persuasion, London: MacMillan.

 

[iv] Su questo ultimo punto, Davide Furceri et Prakash Loungani (2015) « Capital Account Liberalization and Inequality »,IMF Working Papers 15/243, International Monetary Fund.

 

[v] Banca Centrale Europea (2016) « Economic Bulletin », n. 3 (marzo).

 

[vi] Kevin Featherstone K. (2001) “The political dynamics of the vincolo esterno: the emergence of EMU and the challenge to the European social model”, Queens Papers on Europeanisation, 6, Belfast: Queens University.

 

[vii] Fabio Busetti, Silvia Fabiani, Andrew Harvey (2006) "Convergences of prices and rates of inflation," Temi di discussione (Economic working papers) 575, Bank of Italy, Economic Research and International Relations Area.

 

[viii] Fabio Busetti, Lorenzo Forni, Andrew Harvey, Fabrizio Venditti (2007) "Inflation Convergence and Divergence within the European Monetary Union," International Journal of Central Banking, vol. 3(2), pp. 95-121, giugno.

 

[ix] Carmen M. Reinhart, Belen Sbrancia (2011) “The liquidation of government debt”, BIS Working Papers, n. 363, novembre

 

[x] Questo approccio è ormai condiviso dalla Banca Centrale Europea (op. cit.).

 

[xi] L'esperienza tedesca è descritta da Vladimiro Giacché (2013) Anschluss. Lannessione. Lunificazione della Germania e il futuro dellEuropa. Reggio Emilia: Imprimatur Editore.

 

[xii] Eduardo Levy-Yeyati, Federico Sturzenegger (2003) "To Float or to Fix: Evidence on the Impact of Exchange Rate Regimes on Growth," American Economic Review, vol. 93(4), pp. 1173-1193; Martin T. Bohl, PhilipMichaelis, Pierre L. Siklos (2016) “Austerity and recovery: Exchange rate regime choice, economic growth, and financial crises”, Economic Modelling, vol. 53, pp. 195-207

 

[xiii] Rudiger Dornbusch (1996) “Euro fantasies”, Foreign Affairs, vol. 75, n. 5 (la traduzione è nostra).

 

[xiv] Paul Krugman (1998) “The euro: beware of what you wish for”, Fortune, dicembre (la traduzione è nostra).

 

[xv] Nicholas Kaldor (1971) “The Dynamic Effects of The Common Market”, The New Statesman, 12 marzo.

 

[xvi] Restano da spiegare le complesse ragioni che hanno portato la maggior parte degli economisti a difendere, al momento della sua crisi, il medesimo progetto del quale avevano preannunciato il faIlimento.

 

[xvii] Romano Prodi (2001) “Prodi pledges to make role more visible after attacks on leadership”, intervista sul Financial Times, 5 dicembre 2001, p. 1 (edizione di Londra).

 

[xviii] Tommaso Padoa Schioppa (2003) “Berlino e Parigi: ritorno alla realtà”, Il Corriere della Sera, 26 agosto 2003.

 

[xix] Federico Rampini (1998), Intervista sull’Italia in Europa, Roma, Bari: Laterza.

 

[xx] Jean Monnet (1976) Mémoires, Paris: Fayard.

 

[xxi] Ishac Diwan (2001) “Debt as Sweat: Labor, financial crises, and the globalization of capital”, mimeo, World Bank.

 

[xxii] Commission Européenne (2012), “Fiscal sustainability report”, settembre.

 

[xxiii] Richard Baldwin, Francesco Giavazzi (2015) The Eurozone crisis: a consensus view of the causes and a few possible solutions, Londre: CEPR Press-