Wolfgang Munchau commenta su EuroIntelligence l’attuale scenario europeo post-elezioni. La Commissione europea sta avviando una procedura per debito eccessivo contro l’Italia. Questa è riferita, a dire il vero, all’anno fiscale 2018, quando era in vigore la legge finanziaria del governo Gentiloni. Tuttavia, l’attuale scena politica italiana appare molto meno incline al compromesso di quanto lo fosse con il governo precedente, rendendo la situazione potenzialmente esplosiva alla luce degli equilibri in campo. Inoltre, a questa potrebbe aggiungersi a breve una procedura per deficit eccessivo.
Di Wolfgang Munchau, 30 maggio 2019
Nella battaglia in corso tra la Commissione europea e il governo italiano la posta in gioco è alta: il futuro della coalizione italiana, la credibilità delle regole fiscali UE, la solvibilità dello stato italiano e forse il futuro stesso dell’eurozona. Appare come l’ultima grande battaglia politica dell’uscente presidente di commissione Juncker.
Ieri Valdis Dombrovskis e Pierre Moscovici hanno inviato una lettera a Giovanni Tria, dandogli due giorni di tempo per giustificare il fatto che l’Italia non abbia ridotto il debito pubblico. Se Roma non dovesse produrre argomenti soddisfacenti - e non lo farà - rischia di esporsi al primo passaggio della procedura per deficit eccessivo.
La procedura si compone di diversi passaggi, di cui il primo è il report che la Commissione presenterà all’Ecofin per ulteriori procedimenti. Ciò che ne consegue è una procedura molto dettagliata, che potrebbe terminare con l’imposizione di penalità fiscali contro lo stato membro in questione. Questo finora non era mai successo. Abbiamo già sostenuto varie volte che l’eurozona si sottoporrebbe a un grave rischio, se dovesse intraprendere questa procedura.
Il casus belli, stavolta, non è il deficit eccessivo, ma il debito pubblico. Nel 2018 il rapporto debito/PIL dell’Italia è aumentato dal precedente 131% al 132%. Secondo l’ultima previsione sull’Italia formulata dalla Commissione, nel 2020 si arriverebbe a un ulteriore aumento, fino al 135%. La richiesta di Matteo Salvini di realizzare una forte riduzione delle tasse sui redditi non viene ancora nemmeno presa in considerazione in questi numeri. La previsione per il deficit di bilancio, corretto per il ciclo economico, è del 3,4% nel 2020, rispetto al 2,1% di adesso. Il punto, in questo momento, è il debito, ma nel bilancio 2020 il grande nodo sarà lo sforamento del limite del deficit.
Qualsiasi argomento Roma utilizzi, verrà incluso nel report iniziale stilato secondo l’articolo 126 del trattato della UE. La Commissione sottoporrà quindi il report alla Commissione Economia e Finanza. Questo costituirà l’atto di inizio del procedimento.
Non abbiamo idea di quali argomenti Tria potrebbe avanzare per cercare di convincere la Commissione e gli altri governi dell’eurozona che la sua politica fiscale rispetta la lettera o lo spirito delle regole fiscali. Dato l’isolamento politico di Roma nella UE che conta, e dati gli organismi di sorveglianza dell’eurozona, ci aspettiamo che il procedimento faccia il suo corso. Questo, a meno che il governo italiano non abbandoni la sua attuale politica di aumento del debito e del deficit e concordi tagli alla spesa, aumenti delle tasse, o entrambe le cose.
Data la forza politica di Salvini, questo non accadrà in alcuno scenario concepibile. Poniamo l'attenzione su un paio di scenari simulati, circolati sui media italiani, che hanno cercato di tradurre i risultati delle elezioni europee a livello nazionale. Secondo queste simulazioni Salvini avrebbe la maggioranza con una piccola coalizione formata in alleanza con i post-fascisti di Fratelli d’Italia. Viene ipotizzato che per formare un governo non ci sia nemmeno bisogno dell’anemica Forza Italia guidata da Silvio Berlusconi.
Sommandosi alla controversia sul trattamento dei migranti, la radicalizzazione della politica italiana è a nostro parere il risultato diretto del tentativo dei precedenti governi di osservare le regole fiscali alla lettera, in particolare durante la presidenza di Mario Monti. È importante anche notare che la paventata procedura per deficit eccessivo è in realtà riferita all’anno fiscale 2018, per il quale la legge finanziaria fu redatta dal precedente governo, sotto la presidenza del Consiglio di Paolo Gentiloni. Questo conflitto sarebbe perciò sorto anche sotto un governo centrista.
L’attuale tendenza della politica italiana non favorisce il compromesso. Luigi di Maio, leader del Movimento Cinque Stelle, verrà sottoposto a un voto di fiducia online da parte dei membri del suo partito. Ma se anche la coalizione dovesse durare ancora per alcuni mesi, non riusciamo a immaginare come possa raggiungere un compromesso compatibile con i parametri di Maastricht in vista della prossima legge finanziaria. Siamo di fronte a un prevedibile sforamento di deficit significativo, ben oltre la soglia del 3%, in qualsiasi scenario. Un governo decisamente di destra sarebbe meno elastico dal punto di vista fiscale rispetto all'attuale grande coalizione, perché non si impegnerebbe a mantenere l’attuale costoso sistema di welfare voluto dal Movimento Cinque Stelle. Ciononostante, un’amministrazione guidata da Salvini sarebbe puro veleno per la UE. Più la UE preme contro il governo italiano, maggiore sarà il contraccolpo da parte dell'Italia stessa. Questo è il motivo per cui non mi unisco al sollievo per la presunta debolezza dei populisti. Penso che un trionfo di Salvini abbia un impatto sulle politiche della UE ben maggiore di 10 o 20 europarlamentari “radicalisti” in più.
Al tempo stesso non c’è molto che la Commissione possa fare ora. Il Trattato pone un obbligo legale alla Commissione affinché agisca in queste circostanze, e lettere simili sono già state recapitate al Belgio e a Cipro. La questione è ovviamente meno esplosiva nel caso di questi ultimi paesi, benché la missiva belga potrebbe rappresentare un fattore di complicazione nelle difficili trattative post-elettorali che stanno avendo luogo in Belgio in questo momento per formare una maggioranza di governo.
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30/05/19
Juncker contro Salvini – La battaglia esistenziale della politica europea
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07/01/18
Politico – Il maggior quotidiano economico polacco lancia l’adesione all’euro come offerta di pace all’UE
Nella Polonia che la UE cerca di punire per la difesa del proprio interesse nazionale, al grido di “è a rischio la democrazia”, puntuale come da programma, il maggior quotidiano economico del paese pubblica e firma una lettera aperta scritta assieme a importanti accademici, imprenditori e tecnocrati polacchi. Lo scopo: chiedere al governo l’adesione all’euro. Per noi italiani, un deja-vu: gli argomenti a sostegno dell’adesione sono quelli riservati a un pubblico considerato adolescente – non rimanere da soli, essere razionali, entrare nel “club dei paesi giusti” – con in più “il terrore della Russia” per ovvi motivi storici. La parte di élite nazionale più legata al capitale internazionale, che vorrebbe usare l’euro come metodo di governo per risolvere a proprio favore il conflitto di classe nazionale, si presenta come quinta colonna del progetto europeista. Ma per la fortuna del popolo polacco, fermamente pro-UE ma anti-moneta unica, il proprio governo ha ben chiaro quale sia il costo dell’adesione: privarsi della flessibilità per reagire a potenziali crisi e togliere al potere esecutivo la propria indipendenza. Da Politico.
Di Jan Cienski, 4 gennaio 2017
Le relazioni tra Polonia e Commissione europea sono terribili.
Ed è proprio per questo motivo che un gruppo di economisti e il più importante quotidiano economico del paese questa settimana hanno lanciato un’iniziativa affinché il paese adotti l'euro.
L'idea è emersa dalla crescente preoccupazione in Polonia che, dopo la Brexit e l'elezione del presidente francese pro-UE Emmanuel Macron, la UE potesse consolidarsi intorno all'eurozona a 19 membri. È un'idea un po' donchisciottesca, data la realtà politica di Varsavia: il partito Legge e Giustizia, ben in sella nei sondaggi, guarda a Bruxelles con scetticismo e tra i suoi punti di riferimento c’è la visione dell'euro stesso come strumento di oppressione economica, dominato dalla Germania. Ma questo è solo uno dei modi in cui la Brexit sta scuotendo la visione dell'Europa in tutti e 27 i paesi che rimangono nell’Unione.
Le voci che oggi chiedono un ripensamento sull’euro si stanno appellando a un diverso tipo di oppressione nell’isolamento. Con l'uscita del Regno Unito, il gruppo di paesi non appartenenti all'euro include le relativamente piccole Svezia e Danimarca, e quindi i paesi dell'Europa centrale e meridionale, per la maggior parte poveri - molti dei quali hanno affermato di voler aderire alla moneta comune il più rapidamente possibile. E questo potrebbe lasciare la Polonia ai margini dei giochi.
La lettera aperta pubblicata sul giornale Rzeczpospolita sostiene che per la Polonia iniziare a lavorare per l'adozione dell'euro ha senso dal punto di vista sia politico sia economico - è un impegno che si è assunta nel 2004 quando è entrata a far parte dell'UE.
Nella lettera si osserva che, anziché crollare, la zona euro è uscita dalle recenti crisi e costituirà il nucleo dell'UE in futuro. Con la metà delle esportazioni della Polonia indirizzate verso l'area della moneta comune, ha anche senso che Varsavia abbia voce in capitolo sulla Banca Centrale Europea.
La lettera sostiene che chiedere di aderire all'euro potrebbe modificare il dibattito sulla Polonia all’interno della UE. A dicembre, la Commissione ha avviato una procedura basata sull’Articolo 7 che potenzialmente potrebbe far perdere alla Polonia il proprio diritto di voto, a causa delle preoccupazioni per la sua aderenza allo stato di diritto.
"Iniziare i preparativi per adottare l'euro potrebbe diventare un modo per la Polonia di uscire dall'impasse in cui si trova", si sostiene nella lettera, aggiungendo che il paese dovrebbe usare la moneta comune per ancorarsi all'Europa occidentale: "In futuro saremo o nella zona euro, o nella zona di influenza russa".
Il governo polacco non abbraccerà questa iniziativa esattamente con entusiasmo.
"Non stiamo certo correndo verso l'eurozona; sta attraversando problemi e ha molti limiti", ha dichiarato il mese scorso il primo ministro Mateusz Morawiecki all'ultra-cattolica Radio Maryja. "Non abbiamo fretta di rinunciare ai nostri vantaggi, inclusa la flessibilità per reagire a potenziali crisi".
Il governo non ha risposto all'appello, ma i firmatari sperano che abbia comunque un impatto su Morawiecki - un ex banchiere, che è stato membro del consiglio economico di Donald Tusk, attuale presidente del Consiglio Europeo, quando questi era primo ministro polacco.
"Morawiecki generalmente è una persona razionale", ha affermato Witold Orłowski, economista alla PwC e in passato membro del consiglio economico. "Questo appello non è del tutto insensato. C'è una possibilità che possa avere effetto".
La Polonia soddisfa i criteri macroeconomici per aderire all'euro - standard che soddisfaceva anche nel 2007, l'ultima volta che il partito Legge e Giustizia al governo è stato al potere. L'idea però all'epoca fu accantonata.
Tusk la resuscitò brevemente nel 2008, impegnandosi a unirsi all'euro entro il 2012, ma poco tempo dopo si verificò il crollo della Lehman Brothers, che scatenò la crisi finanziaria globale. Il governo di Tusk non è più tornato sull’idea dell'euro e non ha speso alcun capitale politico per sforzarsi di convincere i polacchi che aveva senso aderire.
Sebbene l'anno scorso un sondaggio dell'organizzazione CBOS abbia rilevato che l'88% dei polacchi è a favore dell'UE, solo il 22% vuole adottare l'euro.
E questo nella politica interna rende difficile da vendere il progetto di lanciare una campagna pro-euro.
I tanti legami della Polonia con l'UE la pongono anche in una posizione delicata, se il governo cambiasse politica e chiedesse di aderire all'euro. Uno dei criteri è l'indipendenza della banca centrale, mentre il governo ha compiuto uno sforzo calcolato per mettere le istituzioni indipendenti sotto il suo controllo politico.
"Non c'è dubbio che se la Polonia si candidasse all’adesione adesso sarebbe respinta per una serie di motivi", ha dichiarato Orłowski. "Ma la politica può apparire in un modo oggi e in un altro modo tra due anni. Se Morawiecki è ragionevole e non ritiene che l'euro sia Satana, potremmo almeno iniziare il lavoro tecnico necessario per aderire prima o poi".
Di Jan Cienski, 4 gennaio 2017
Le relazioni tra Polonia e Commissione europea sono terribili.
Ed è proprio per questo motivo che un gruppo di economisti e il più importante quotidiano economico del paese questa settimana hanno lanciato un’iniziativa affinché il paese adotti l'euro.
L'idea è emersa dalla crescente preoccupazione in Polonia che, dopo la Brexit e l'elezione del presidente francese pro-UE Emmanuel Macron, la UE potesse consolidarsi intorno all'eurozona a 19 membri. È un'idea un po' donchisciottesca, data la realtà politica di Varsavia: il partito Legge e Giustizia, ben in sella nei sondaggi, guarda a Bruxelles con scetticismo e tra i suoi punti di riferimento c’è la visione dell'euro stesso come strumento di oppressione economica, dominato dalla Germania. Ma questo è solo uno dei modi in cui la Brexit sta scuotendo la visione dell'Europa in tutti e 27 i paesi che rimangono nell’Unione.
Le voci che oggi chiedono un ripensamento sull’euro si stanno appellando a un diverso tipo di oppressione nell’isolamento. Con l'uscita del Regno Unito, il gruppo di paesi non appartenenti all'euro include le relativamente piccole Svezia e Danimarca, e quindi i paesi dell'Europa centrale e meridionale, per la maggior parte poveri - molti dei quali hanno affermato di voler aderire alla moneta comune il più rapidamente possibile. E questo potrebbe lasciare la Polonia ai margini dei giochi.
La lettera aperta pubblicata sul giornale Rzeczpospolita sostiene che per la Polonia iniziare a lavorare per l'adozione dell'euro ha senso dal punto di vista sia politico sia economico - è un impegno che si è assunta nel 2004 quando è entrata a far parte dell'UE.
Nella lettera si osserva che, anziché crollare, la zona euro è uscita dalle recenti crisi e costituirà il nucleo dell'UE in futuro. Con la metà delle esportazioni della Polonia indirizzate verso l'area della moneta comune, ha anche senso che Varsavia abbia voce in capitolo sulla Banca Centrale Europea.
La lettera sostiene che chiedere di aderire all'euro potrebbe modificare il dibattito sulla Polonia all’interno della UE. A dicembre, la Commissione ha avviato una procedura basata sull’Articolo 7 che potenzialmente potrebbe far perdere alla Polonia il proprio diritto di voto, a causa delle preoccupazioni per la sua aderenza allo stato di diritto.
"Iniziare i preparativi per adottare l'euro potrebbe diventare un modo per la Polonia di uscire dall'impasse in cui si trova", si sostiene nella lettera, aggiungendo che il paese dovrebbe usare la moneta comune per ancorarsi all'Europa occidentale: "In futuro saremo o nella zona euro, o nella zona di influenza russa".
Il governo polacco non abbraccerà questa iniziativa esattamente con entusiasmo.
"Non stiamo certo correndo verso l'eurozona; sta attraversando problemi e ha molti limiti", ha dichiarato il mese scorso il primo ministro Mateusz Morawiecki all'ultra-cattolica Radio Maryja. "Non abbiamo fretta di rinunciare ai nostri vantaggi, inclusa la flessibilità per reagire a potenziali crisi".
Il governo non ha risposto all'appello, ma i firmatari sperano che abbia comunque un impatto su Morawiecki - un ex banchiere, che è stato membro del consiglio economico di Donald Tusk, attuale presidente del Consiglio Europeo, quando questi era primo ministro polacco.
"Morawiecki generalmente è una persona razionale", ha affermato Witold Orłowski, economista alla PwC e in passato membro del consiglio economico. "Questo appello non è del tutto insensato. C'è una possibilità che possa avere effetto".
La Polonia soddisfa i criteri macroeconomici per aderire all'euro - standard che soddisfaceva anche nel 2007, l'ultima volta che il partito Legge e Giustizia al governo è stato al potere. L'idea però all'epoca fu accantonata.
Tusk la resuscitò brevemente nel 2008, impegnandosi a unirsi all'euro entro il 2012, ma poco tempo dopo si verificò il crollo della Lehman Brothers, che scatenò la crisi finanziaria globale. Il governo di Tusk non è più tornato sull’idea dell'euro e non ha speso alcun capitale politico per sforzarsi di convincere i polacchi che aveva senso aderire.
Sebbene l'anno scorso un sondaggio dell'organizzazione CBOS abbia rilevato che l'88% dei polacchi è a favore dell'UE, solo il 22% vuole adottare l'euro.
E questo nella politica interna rende difficile da vendere il progetto di lanciare una campagna pro-euro.
I tanti legami della Polonia con l'UE la pongono anche in una posizione delicata, se il governo cambiasse politica e chiedesse di aderire all'euro. Uno dei criteri è l'indipendenza della banca centrale, mentre il governo ha compiuto uno sforzo calcolato per mettere le istituzioni indipendenti sotto il suo controllo politico.
"Non c'è dubbio che se la Polonia si candidasse all’adesione adesso sarebbe respinta per una serie di motivi", ha dichiarato Orłowski. "Ma la politica può apparire in un modo oggi e in un altro modo tra due anni. Se Morawiecki è ragionevole e non ritiene che l'euro sia Satana, potremmo almeno iniziare il lavoro tecnico necessario per aderire prima o poi".
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