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20/12/19

Assad - L'Europa è stata protagonista principale nel creare il caos in Siria

Pubblichiamo la versione scritta dell’intervista al Presidente siriano Assad. Realizzata da Rai News 24 e poi non mandata in onda senza una ragionevole spiegazione, di fronte al montare delle critiche e al fatto che il video fosse stato divulgato intanto dai media siriani è alla fine stata dirottata su RaiPlay, una scelta che il sindacato Usigrai ha definito "incomprensibile".
Assad risponde in modo convincente, introducendo il punto di vista siriano sulla questione: le ingerenze esterne (europee e americane), le accuse all’esercito siriano mai provate, l’importanza di tornare alla normalità, ossia ad una Siria liberata, riunita e sovrana.

 

 

 

9 dicembre 2019

Traduzione di Carmen The Sister e Malachia Paperoga

 

Damasco. Il presidente Bashar al-Assad ha detto che la Siria uscirà più forte dalla guerra e che il futuro della Siria è promettente e la situazione sta molto migliorando, sottolineando le conquiste dell'esercito arabo siriano nella guerra contro il terrorismo.

 

Il Presidente ha concesso un'intervista alla TV Rai News 24 il 26 novembre 2019; l’intervista doveva essere trasmessa il 2 dicembre, ma la televisione italiana non ha mandato in onda la trasmissione per motivi incomprensibili. Assad ha aggiunto che l'Europa è il responsabile principale della creazione del caos in Siria e che il problema dei rifugiati è il risultato del sostegno diretto al terrorismo da parte dell’Europa insieme agli Stati Uniti, alla Turchia e a molti altri paesi. Il presidente Assad ha sottolineato che, fin dall’inizio della storiella riguardante le armi chimiche, la Siria ha sempre affermato di non averle usate.

 

Il Presidente ha affermato che l’organizzazione OPCW ha falsificato e inventato il rapporto riguardante le armi chimiche, solo perché gli Americani volevano che lo facesse. Quindi, fortunatamente, questo rapporto ha provato che tutto quello che diciamo da qualche anno, fin dal 2013, era corretto.

 

Nel seguito il testo completo dell’intervista:

 

Prima domanda: Signor Presidente, grazie per averci fatto venire. Iniziamo parlando della situazione attuale in Siria, qual è la situazione sul terreno, che cosa succede nel paese?

 

Presidente Assad: Se parliamo di Siria a livello sociale, la situazione è molto, molto migliorata, da questa guerra abbiamo imparato molte lezioni  e penso che il futuro della Siria sia promettente; verremo fuori più forti da questa guerra. Se parliamo della situazione sul terreno: l’esercito Siriano è avanzato negli ultimi tre anni e ha liberato molte aree dai terroristi; rimane ancora Idlib, dove c'è al-Nusra che ha l’appoggio dei Turchi, e abbiamo la parte nord della Siria dove i Turchi hanno invaso il nostro territorio il mese scorso. Riguardo alla situazione politica, possiamo dire che sta diventando molto più complicata, perché abbiamo molti attori coinvolti nel conflitto siriano per a prolungarlo e trasformarlo in una guerra di logoramento.

 

Seconda domanda: Quando lei parla di liberare, sappiamo che lo fa in ottica militare, ma la questione è: qual è la situazione ora per le persone che hanno deciso di rientrare nella società? Il processo di riconciliazione, a che punto è? Sta funzionando?

 

Presidente Assad: In realtà, abbiamo chiamato "riconciliazione" il metodo che abbiamo adottato quando volevamo creare, diciamo, una buona atmosfera: permettere alle persone di vivere insieme, e che le persone che hanno vissuto fuori dalle aree sotto il controllo del governo possano tornare all’ordine della legge e delle istituzioni. Abbiamo concesso l’amnistia a tutti coloro che hanno deposto le armi e obbedito alla legge. Su questo punto la situazione non è complicata, se avrete la possibilità di visitare il paese vedrete che la vita sta tornando alla normalità. Il problema non era quello di persone che lottavano tra loro, la situazione non somigliava a quello che la narrativa occidentale cercava di rappresentare – Siriani che si combattevano tra loro. Il termine “guerra civile” è fuorviante. La situazione era che i terroristi avevano preso il controllo di alcune aree, e avevano imposto le loro regole. Quando i terroristi non ci sono più, la gente torna alla loro vita normale e vivono tutti insieme. Non è stata una guerra di religione, né una guerra etnica, né una guerra politica; sono stati terroristi sostenuti da poteri esterni, che grazie al denaro e alle armi hanno occupato queste aree.

 

Terza domanda: Non è preoccupato che il tipo di ideologia estremista che ha preso piede ed è stata il riferimento nella vita di tutti i giorni della gente per tanti anni possa in qualche modo radicarsi nella società e ripresentarsi, presto o tardi?

 

Presidente Assad: Questa è una delle più grandi sfide che stiamo affrontando. Quello che lei chiede è molto corretto. Abbiamo due problemi. Le aree che erano fuori dal controllo del governo sono state governate da due cose: caos, perché non c’era legge, per cui la gente – specialmente le generazioni più giovani – non sanno nulla di Stato, leggi e istituzioni. La seconda cosa, che è profondamente radicata nelle menti, è l’ideologia, l’ideologia oscura, l’ideologia wahabita – dell’ISIS, di al-Nusra o Ahrar al-Cham, o di altre ideologie di terroristi estremisti islamici. Ora abbiamo iniziato con questa realtà, perché quando si libera un territorio bisogna risolvere i problemi, se no a che scopo liberarlo? La prima parte della soluzione è religiosa, perché l’ideologia è un’ideologia religiosa, e il clero siriano, o diciamo le istituzioni religiose in Siria, stanno facendo un grande sforzo a riguardo, e stanno avendo successo; riescono ad aiutare queste persone a capire la vera religione, non la religione che gli è stata insegnata da al-Nusra o dall’ISIS o da altre fazioni.

 

Quarta domanda: Quindi essenzialmente il clero e le moschee sono parte del processo di riconciliazione?

 

Presidente Assad: Si tratta proprio della parte più importante. La seconda parte sono le scuole. Nelle scuole, hai gli insegnanti, hai l’istruzione, e hai i curriculum nazionali, e questo è molto importante per cambiare la mente di queste giovani generazioni. Terzo, abbiamo la cultura, il ruolo dell’arte, degli intellettuali, e così via. In alcune aree, è molto difficile giocare queste carte, quindi è stato molto più facile partire con la religione, e poi con le scuole.

 

Quinta domanda: Signor Presidente, torniamo per un istante alla politica. Lei ha menzionato la Turchia, giusto? La Russia è stato il vostro miglior alleato in questi anni, non è un segreto, ma ora la Russia sta scendendo a patti con la Turchia su alcune aree che sono parte del territorio siriano, come affronta la questione?

 

Presidente Assad: Per capire il ruolo della Russia, occorre capire i principi russi. La Russia crede nella legge internazionale – e nell’ordine internazionale basato su questa legge – sia nell’interesse della Russia e nell’interesse di tutti al mondo. Quindi, per loro, supportare la Siria significa sostenere la legge internazionale; questo è il primo punto. In secondo luogo, essere contro i terroristi è nell’interesse del popolo russo e del resto del mondo. Quindi, essere con la Turchia e cercare compromessi non significa sostenere l’invasione turca; piuttosto hanno voluto giocare un ruolo per convincere i turchi che devono lasciare la Siria. Non sostengono i turchi, non dicono “questa cosa è buona, accettiamola e la Siria deve accettarla”. Non è così. Ma a causa del ruolo negativo degli americani e del mondo occidentale riguardo alla Turchia e ai Curdi, i russi hanno preso posizione, per bilanciare il loro ruolo, per rendere la situazione… non direi migliore, ma meno peggiore se vogliamo essere precisi. Perciò, nel frattempo, questo è il loro ruolo. In futuro, la loro posizione è molto chiara: l’integrità della Siria e la sovranità della Siria. L’integrità e la sovranità della Siria sono in contraddizione con l’invasione turca, questo è molto ovvio e chiaro.

 

Sesta domanda: Quindi, mi sta dicendo che i russi potrebbero trovare un compromesso, ma la Siria non scenderà a compromessi con la Turchia. Voglio dire, le relazioni sono ancora parecchio tese.

 

Presidente Assad: No, nemmeno i russi sono scesi a compromessi riguardo alla sovranità. No, affrontano la realtà. Ora, la realtà è negativa, devi farti coinvolgere per fare qualcosa… Non userei la parola compromesso perché questa non è la soluzione definitiva. Potrebbe essere un compromesso riguardo alla situazione a breve termine, ma a lungo e medio termine, la Turchia dovrebbe andarsene. Non c’è dubbio a riguardo.

 

Settima Domanda: E a lungo termine, sono in programma discussioni tra lei e il signor Erdogan?

 

Presidente Assad: Non mi sentirei orgoglioso se un giorno dovessi farlo.  Mi sentirei disgustato ad affrontare questo tipo di islamisti opportunisti, non musulmani, islamisti – è un altro termine, è un termine politico.  Ma ancora una volta, dico sempre: il mio lavoro non è quello di essere contento di quello che sto facendo o infelice o altro. Non si tratta dei miei sentimenti, ma degli interessi della Siria, quindi ovunque vadano i nostri interessi, lì andrò io.

 

Ottava Domanda: In questo momento, quando l’Europa guarda la Siria, a parte le considerazioni sul paese, vede due questioni principali: una sono i rifugiati, e l’altra sono i jihadisti o i “foreign fighters” che ritornano in Europa. Come vede queste preoccupazioni europee?

 

Presidente Assad: Dobbiamo partire da una domanda semplice: chi ha creato questi problemi? Come mai ci sono rifugiati in Europa? È una domanda semplice: la causa è il terrorismo che viene sostenuto dall’Europa – e naturalmente dagli Stati Uniti e dalla Turchia e da altri – ma l’Europa è stato l’attore principale nel creare caos in Siria. Quindi, chi semina vento raccoglie tempesta.

 

Nona Domanda: Perché dice che l’Europa è stato l’attore principale?

 

Presidente Assad: Perché hanno pubblicamente sostenuto, l’UE ha sostenuto i terroristi in Siria fin dal primo giorno, dalla prima settimana, proprio dall’inizio. Hanno dato la colpa al governo siriano, e alcuni regimi come quello francese hanno mandato armi in Siria, l’hanno detto – uno dei loro funzionari – mi pare il loro ministro degli Affari Esteri, forse Fabius, ha detto “mandiamole”. Hanno mandato armi; hanno creato questo caos. Ecco perché molte persone hanno trovato difficile rimanere in Siria; milioni di persone non potevano vivere qui quindi hanno dovuto uscire dalla Siria.

 

Decima Domanda: In questo momento, nella regione, ci sono disordini, e c’è un certo caos. Un altro degli alleati della Siria è l’Iran, e qui la situazione si fa complicata. La cosa ha un qualche effetto sulla situazione in Siria?

 

Presidente Assad: Certamente, ogni volta che si crea caos, la situazione diventa brutta per tutti, ci saranno effetti collaterali e ripercussioni, specialmente quando ci sono interferenze esterne. Se è qualcosa di spontaneo, se parliamo di dimostrazioni e di persone che chiedono riforme o un miglioramento della situazione economica o di qualche altro diritto, si tratta di una cosa positiva. Ma se si tratta di vandalismo e di distruggere e uccidere e di interferire da parte di poteri esterni, allora no, - è senz’altro una cosa negativa, brutta, e un pericolo per tutti gli abitanti della regione.

 

Undicesima Domanda: È preoccupato di quello che succede in Libano, che è proprio alle vostre porte?

 

Presidente Assad: Sì, nella stessa maniera. Naturalmente, il Libano potrebbe influire sulla Siria più che su qualsiasi altro paese, perché è un paese confinante. Ma ancora una volta: se si tratta di una cosa spontanea e riguarda riforme e liberarsi di un sistema politico settario, sarebbe una buona cosa per il Libano. Ancora una volta, dipende dalla consapevolezza del popolo libanese nel non lasciare che qualcuno dall’esterno tenti di manipolare il movimento spontaneo o le dimostrazioni in Libano.

 

Dodicesima Domanda: Torniamo a quello che sta succedendo in Siria. In giugno, Papa Francesco le ha scritto una lettera chiedendole di dare attenzione e rispettare la popolazione, specialmente a Idlib, dove la situazione è ancora molto tesa, perché ci sono scontri là, e anche per come i prigionieri vengono trattati in prigione. Lei gli ha risposto, e che cosa gli ha risposto?

 

Presidente Assad: La lettera del Papa riguardava le sue preoccupazioni per i civili in Siria e ho avuto l’impressione che forse in Vaticano non conoscono l’intera situazione. Tutto questo è normale, dal momento che la narrazione mainstream in occidente è tutta incentrata sul “governo cattivo” che uccide la “brava gente”; a leggere e ad ascoltare gli stessi media ogni pallottola dell’esercito siriano e ogni bomba uccide solo civili e solo ospedali! Non uccidono terroristi, perché prendono di mira i civili! Il che non è vero. Quindi, ho risposto con una lettera che spiegava al Papa la realtà della Siria – perché noi siamo i più preoccupati, o quelli che si preoccupano prima, delle vite dei civili, perché non si può liberare un’area in cui le persone si rivoltano contro di te. Non puoi parlare di liberazione mentre i civili sono contro di te o contro la società. La parte più cruciale della liberazione militare di ogni area è di avere il sostegno della gente in quell’area o in generale nella regione. Questo è stato chiaro fin dall’inizio di questi nove anni e il contrario sarebbe contro i nostri interessi.

 

Tredicesima Domanda: Ma questo tipo di appello, in qualche modo, vi ha fatto ripensare anche all’importanza di proteggere i civili e la gente del suo paese?

 

Presidente Assad: No, queste cose le facciamo tutti i giorni, non solo per valori morali, principi ed etica, ma perché è nel nostro interesse. Come appena detto, se non avessimo questo sostegno – senza il sostegno della gente, non si può ottenere nulla… non puoi avanzare politicamente, militarmente, economicamente in ogni aspetto. Non avremmo potuto sopportare questa guerra per nove anni senza il sostegno della gente e non avremmo avuto il sostegno della gente se ci fossimo messi ad uccidere i civili. Questa è una semplice equazione, auto-evidente, nessuno può contraddirla. Ecco perché dico che, a prescindere dalla lettera, questa è la nostra preoccupazione. Ma comunque, il Vaticano è uno stato, e noi pensiamo che il ruolo di ogni stato – se si preoccupa di questi civili, è di occuparsi della ragione principale del conflitto. La ragione principale è il ruolo occidentale nel sostenere i terroristi, e sono le sanzioni imposte alla popolazione siriana che hanno reso la situazione molto peggiore – e questa è un’altra causa dei rifugiati che vi ritrovate ora in Europa. Voi non volete i rifugiati, ma allo stesso tempo create la situazione o il clima che suggerirà loro "vai via dalla Siria, da qualsiasi altra parte”, e naturalmente andranno in Europa. Quindi questo paese, ogni paese, dovrebbe affrontare le vere ragioni e noi speriamo che il Vaticano possa interpretare questo ruolo all’interno dell’Europa e nel mondo; convincere molti stati che dovreste smetterla di immischiarvi nelle questioni siriane, smetterla di violare le leggi internazionali. Sarebbe sufficiente questo: abbiamo solo bisogno che la gente rispetti le leggi internazionali. I civili sarebbero al sicuro, si ripristinerebbe l’ordine e tutto andrebbe bene. Non serve nient’altro.

 

Quattordicesima Domanda: Signor Presidente, lei è stato accusato più volte di aver usato armi chimiche, e questo è stato il motivo di molte decisioni e un punto chiave, una linea rossa, per molte decisioni. Un anno fa, più di un anno fa, ci sono stati i fatti di Douma che sono stati considerati un’altra linea rossa. Dopo, ci sono stati bombardamenti, e sarebbe potuta andare peggio, ma qualcosa si è fermato. In questi giorni, attraverso WikiLeaks, sta venendo fuori che potrebbe esserci stato qualcosa di sbagliato nel rapporto. Quindi, nessuno è ancora in grado di dire cosa è successo, ma potrebbe esserci stato qualcosa di sbagliato nel rapporto.

 

Presidente Assad: Abbiamo sempre – fin dall’inizio di questa narrazione riguardo alle armi chimiche – detto che non le abbiamo usate; non possiamo usarle, è impossibile usarle nella nostra situazione per molte ragioni, diciamo ragioni logistiche.

 

Intervistatore: Me ne dia una.

 

Presidente Assad: Una ragione, una molto semplice: quando avanzi, perché mai dovresti usare armi chimiche?! Se stiamo avanzando, perché dovremmo averne bisogno?! Siamo in una situazione molto buona, quindi, perché usarle, specie nel 2018? Ecco la prima ragione. La seconda, molto concreta prova che respinge questa narrazione: quando usi armi chimiche – sono armi di distruzione di massa - parli di migliaia di morti, o almeno centinaia. Questa cosa non è mai accaduta, mai – tutto quello che abbiamo erano quei video di attacchi chimici simulati. Nell’ultimo rapporto che lei ha menzionato, c’è un’incongruenza tra quello che abbiamo visto nel video e quello che hanno visto come tecnici o come esperti. La quantità di cloro di cui hanno parlato: prima di tutto, questo cloro non è un prodotto per la distruzione di massa; in secondo luogo, la quantità che hanno trovato è la stessa quantità che potresti avere in casa, esiste in molte famiglie ed è usata magari per pulire o altro. La stessa identica quantità. Ecco quello che ha fatto l’organizzazione OPCW – hanno prodotto e falsificato il rapporto, solo perché gli americani lo volevano. Quindi, fortunatamente, questo rapporto dimostra che tutto quello che abbiamo detto durante i primi anni, sin dal 2013, era corretto. Noi abbiamo ragione, e loro torto. Questa è la prova, è l’evidenza concreta riguardo a questa questione, Quindi, ancora una volta, l’OPCW è condizionata, è stata politicizzata ed è immorale, e queste organizzazioni che dovrebbero lavorare in parallelo con le Nazioni Unite per creare un mondo più stabile – vengono usate come braccia americane e occidentali per creare più caos.

 

Quindicesima Domanda: Signor Presidente, dopo nove anni di guerra, lei parla degli errori degli altri. Vorrei che ci parlasse dei suoi errori, se ne ha fatti. C’è qualcosa che avrebbe fatto diversamente, e qual è la lezione che ha imparato e che può aiutare il suo paese?

 

Presidente Assad: Sicuramente, perché quando si parla di aver fatto qualcosa, si trovano sempre degli errori, fa parte della natura umana. Ma quando si parla di pratica politica, si hanno due cose: si hanno strategie o grandi decisioni; e si parla di tattiche – o in questo contesto, di implementazioni. In questo senso, le nostre decisioni strategiche o principali erano di opporsi al terrorismo, di iniziare la riconciliazione e di opporsi alle influenze esterne nei nostri affari. Oggi, dopo nove anni, adottiamo le stesse politiche; siamo ancora più aderenti a queste politiche. Se pensassimo che erano sbagliate, le avremmo cambiate; ma in realtà no, pensiamo che non ci fosse niente di sbagliato in queste politiche. Abbiamo intrapreso la nostra missione, abbiamo implementato la costituzione proteggendo il popolo. Ora, se dobbiamo parlare di errori di implementazione, naturalmente si trovano molti errori. Penso che se vogliamo parlare di errori riguardo alla guerra, non dovremmo parlare delle decisioni prese durante la guerra causate dalla guerra – o parte di essa, è un risultato di qualcosa avvenuto prima. Abbiamo dovuto affrontare due cose durante questa guerra: la prima era l’estremismo. L’estremismo è iniziato in questa regione alla fine degli anni ’60 e ha accelerato negli anni ’80, specialmente l’ideologia Wahabita. Se vogliamo parlare di errori nell’affrontare questa questione, allora sì, dirò che siamo stati molto tolleranti con qualcosa che era molto pericoloso. Questo è un grosso errore che abbiamo condotto in quei decenni; parlo di diversi governi, incluso il mio prima di questa guerra. Il secondo: quando hai persone che sono pronte a rivoltarsi contro l’ordine costituito, distruggere proprietà pubbliche, commettere atti vandalici e così via, sono persone che lavorano contro il tuo paese, sono pronte a lavorare con potenze straniere – intelligence straniere, chiedono interferenze militari esterne contro i loro paese. Quindi, qui si pone la questione: come abbiamo fatto ad averli? Se lo chiede a me, le dirò che prima della guerra avevamo più di 50.000 fuorilegge che non vennero catturati dalla polizia, per esempio; per questi fuorilegge, il nemico naturale è il governo, perché non vogliono andare in prigione.

 

Sedicesima Domanda: E cosa mi dice della situazione economica? Perché parte di essa – non so se una piccola o grande parte – ma una parte è stato anche il malcontento e i problemi della popolazione in certe aree in cui l’economia non funzionava. C’è qualche lezione da imparare?

 

Presidente Assad: Potrebbe essere un fattore, ma sicuramente non un fattore principale. Alcune persone parlano dei quattro anni di siccità che hanno spinto la gente a lasciare la propria terra nelle aree rurali per recarsi in città... potrebbe essere un problema, ma questo non è il problema principale. Hanno parlato della politica liberale... non avevamo una politica liberale, siamo ancora socialisti, abbiamo ancora un settore pubblico - un settore pubblico molto grande nel governo. Non puoi parlare di politica liberale mentre hai un grande settore pubblico. Abbiamo avuto crescita, buona crescita.

Ovviamente, nell'attuazione della nostra politica, di nuovo ci sono stati degli errori. Come si possono creare pari opportunità tra le persone? Tra zone rurali e tra le città? Quando l'economia cresce, le città ne trarranno maggiori benefici, ciò creerà più immigrazione dalle aree rurali alle città... questi sono fattori che potrebbero avere un ruolo, ma non è questo il problema. Nelle zone rurali in cui si ha più povertà, il denaro del Qatar ha svolto un ruolo più efficace che nelle città, è naturale. Lì paghi per mezz'ora quello che ottengono in una settimana; va molto bene per loro.

 

Diciassettesima Domanda: Siamo quasi arrivati alla fine, ma ci sono altre due domande che voglio farle. Una riguarda la ricostruzione, e la ricostruzione sarà molto costosa. Come può immaginare di potersi permettere questa ricostruzione, chi potrebbe essere il vostro alleato nella ricostruzione?

 

Presidente Assad: Non abbiamo grossi problemi. Dicono che la Siria non ha soldi... no, in realtà i siriani hanno molti soldi; il popolo siriano nel mondo ha molti soldi e vuole venire a costruire il suo paese. Perché quando si parla di costruire il paese, non si tratta di dare soldi alle persone, si tratta di ricavarne benefici - è un business. Quindi, molte persone, non solo siriane, vogliono fare affari in Siria. Quindi, parlando di dove trovare i fondi per questa ricostruzione, ci sono già, ma il problema è che queste sanzioni impediscono a quegli uomini d'affari o a quelle aziende di venire e lavorare in Siria. Nonostante ciò, abbiamo iniziato e, nonostante ciò, alcune società straniere hanno iniziato a trovare dei modi per eludere queste sanzioni e abbiamo iniziato a pianificare. Ci vorrà tempo, senza le sanzioni non avremmo problemi con i finanziamenti.

 

Diciottesima Domanda: Conclusione su una nota molto personale, signor Presidente; si sente un sopravvissuto?

 

Presidente Assad - Se parliamo di una guerra nazionale come questa, in cui quasi tutte le città sono state danneggiate dal terrorismo o dai bombardamenti esterni e quant’altro, allora possiamo dire che tutti i siriani sono dei sopravvissuti. Penso che questa sia la natura umana: essere un sopravvissuto.

 

Giornalista – Ma lei?

 

Presidente Assad - Io sono parte di quei siriani. Non posso essere separato da loro; ho gli stessi sentimenti. Ancora una volta, non si tratta di essere una persona forte che è riuscita a sopravvivere. Senza questa atmosfera, questa società o questo contesto in cui sopravvivere, non si potrebbe sopravvivere. È un fatto collettivo; non è una sola persona, non è una performance individuale.

 

Giornalista - Grazie mille, signor Presidente.

 

Presidente Assad - Grazie.

 

 

 

17/05/19

La Turchia ha problemi di democrazia – ma la UE non può davvero farle la morale

Il giornalista Martin Jay sottolinea che è difficile per l’occidente, e per l'Unione europea in particolare, condannare il comportamento antidemocratico della Turchia di Erdogan. La Ue ha dato ripetutamente prova di disprezzare la democrazia, ignorando il risultato delle consultazioni popolari quando non piaceva alle élite, intralciando il processo democratico di paesi stranieri, prevedendo addirittura un parlamento che non può avviare il processo legislativo. A Bruxelles perfino il quarto potere – i media – è di fatto strutturalmente colluso con l’eurocrazia.

 

 

DI Martin Jay, 10 maggio 2019

 

 

Il primo di aprile è ormai passato da qualche settimana, ma quando leggiamo la notizia che il presidente Erdogan farà ripetere le elezioni di Istanbul alcuni di noi pensano a uno scherzo. Però il momento più spettacolare non è quando ti rendi conto di quello che sta avvenendo in Turchia - un paese che ha sicuramente problemi con i diritti umani – ma di come l’occidente si compatta per deprecarlo. L’ipocrisia è davvero stupefacente.

 

E quale altro idiota potrebbe mai essere il primo a farsi sentire, in questo ridicolo obbrobrio, se non il parlamentare giullare dell’Unione europea, Guy Verhofstadt, un classico euro-elitario che si fa fatica a ignorare, ma ne vale la pena. Questo ex primo ministro belga ha recentemente eiaculato al parlamento europeo i suoi importanti pensieri sulla Turchia ed Erdogan, allineandosi con altri ex parlamentari pronti a saltare sul carro quando questo fa i loro interessi federalisti – prima di ritrattare e permettere al circo dell'accesso [della Turchia, ndVdE] alla Ue di riversarsi su Bruxelles quando a loro conviene. In questo momento, quando mancano pochi giorni alle elezioni Ue e stando ai sondaggi i partiti populisti aumenteranno molto i loro consensi, non sorprende che l’odioso liberale belga sia salito sul palco per riversare doverosamente disprezzo sulla Turchia.
Ma ci sono momenti, in questo mondo parallelo della UE, in cui la realtà sembra essere stata soppiantata dal Truman Show. Sta accadendo davvero?

 

L’Unione europea, probabilmente l’organizzazione esistente più corrotta, anti-democratica, suprematista bianca, massonica e autocratica, che ha praticamente inventato il manuale delle fake news, degli insabbiamenti di casi di corruzione e di come corrompere giornalisti e finanziare dittatori in giro per il mondo, sta veramente chiedendo conto alla Turchia della sua reputazione democratica?

 

“Questa decisione oltraggiosa sottolinea come la Turchia di Erdogan stia scivolando verso una dittatura” è stato l'erompente tweet del parlamentare europeo belga. “Sotto una simile leadership, i colloqui sull'accesso sono impossibili. Pieno sostegno al popolo turco che protesta per i suoi diritti democratici e per una Turchia libera e aperta!”.

 

Ma aspetta un attimo. Per caso questa è la stessa Unione europea che, quando nel 2004 fu interrogata dal colossale problema di corruzione della Romania e Bulgaria (la cui polizia giudiziaria è diretta da organizzazioni mafiose) ha risposto “li lasceremo entrare, e poi li riformeremo”, solo per vedere in seguito giornalisti uccisi a colpi di arma da fuoco in Bulgaria, e che la Romania ha così tante organizzazioni anti-corruzione, che si ironizza di chiedere alla Ue un permesso per esportarle? O, per restare in argomento, è la stessa Ue che chiede ripetutamente una seconda elezione quando i risultati non sono quelli di cui ha bisogno, come in Irlanda e più recentemente nel Regno Unito con la Brexit?

 

Questa è la stessa Unione europea che ha firmato un mandato di arresto per il giornalista tedesco Hans Martin-Tillack nel 2003 – e lo ha consegnato alla polizia belga – in modo che la casa del giornalista potesse essere messa a soqquadro e il suo computer violato, mentre lui veniva sbattuto nel retro di una camionetta della polizia dove un poliziotto gli ha detto “Vabbè, non siamo in Myanmar”?

 

O è la stessa Ue che, nello stesso periodo in cui iniziava un processo di riforma, in realtà radunava semplicemente coloro che avevano denunciato dall'interno le malversazioni e li appendeva a un gancio, solo per farne un esempio e scoraggiare altri all’interno delle istituzioni Ue?

 

L’Unione europea ha una storia scioccante di abuso sui diritti umani non solo sul proprio suolo, ma più significativamente in giro per il mondo, con i regimi che sostiene con aiuti. La maggior parte dei dittatori dei paesi centrafricani sono sostenuti dal denaro della Ue, che, di conseguenza, porta a un abuso maggiore dei diritti umani su larga scala – il quale poi conduce all’esodo di migranti che finiscono in Libia, venduti come schiavi, violentati e abusati. In molti paesi gli stessi programmi ambientali sono fasulli e servono per convogliare fondi neri ai dittatori che l'Ue sostiene, come per esempio in Libano, dove i sistemi di riciclaggio e compostaggio sono in realtà così pessimi che stanno avvelenando l’acqua dei paesi e sono legati al numero di casi di cancro in aumento.

 

Questa è la realtà dei precedenti della Ue in termini di diritti umani e del suo controllo della democrazia. La lista si può allungare a piacere ed è meravigliosamente curioso che il “paese del terzo mondo” della Ue (il Belgio), che ha uno scioccante deficit in termini di libertà di stampa ed è un paese tristemente famoso per la pedofilia su vasta scala, quello che storicamente rappresenta la base finanziaria (tramite ricatti) per finanziare i partiti politici, è lo stesso paese che ha prodotto Verhofstadt e ospita i suoi patetici sermoni nel Parlamento europeo, l’unica assemblea del mondo talmente inutile che i suoi Parlamentari non possono nemmeno dare inizio al processo legislativo.

 

Verhofstadt è un membro accreditato della Wet Dream Society, o come era una volta chiamato del “Gruppo Spinelli” – una sorta di pensatoio massonico composto da coloro che credono che la Ue potrebbe un giorno diventare una superpotenza e avere un’autentica politica estera. Pertanto è normale per lui prendersi il palcoscenico e propinarci simili discorsi splendidamente noiosi e totalmente ridicoli, che se va bene sono utopistici e se va male sono semplicemente le fantasie di un vecchio. Come il sogno di Verhofstadt del 2004 di essere Presidente della Commissione Europea – un tentativo stoppato da Tony Blair.

 

Ma ecco la vera ciliegina sulla torta, se vi piace l’ironia a dosi massicce. Il Parlamento europeo utilizza uno schema per cui sussidia tutti i media per le loro spese di produzione, spendendo centinaia di milioni di euro. Se non lo facesse, la maggior parte delle emittenti non parlerebbe nemmeno di questi noiosi eventi che ottundono il cervello. Qualcuno potrebbe dire che si comprano la stampa, dal momento che c’è ovviamente una “contropartita” nell’aiutare la Ue a promuovere se stessa. Ma Euronews, che ha mostrato il discorso di Verhofstadt e gli ha dato grande enfasi, non solo guadagna da questo sistema, ma di fatto ottiene enormi sussidi dallo stesso budget annuale di Bruxelles per coprire mediaticamente i parlamentari europei – un doppio colpo, quindi. Di fatto, i vaneggiamenti di Verhofstadt erano una fake news in sé. E questa è un’istituzione – il Parlamento europeo – che ha recentemente votato per finanziare davvero le operazioni dei media perché facciano propaganda pro-Ue.

 

Sono cose talmente incredibili che non si riuscirebbe a inventarle

 

Ma nel frattempo, arrivano notizie dall’altra sponda dell’Atlantico, una vera super potenza, che suggeriscono che la CNN di Atlanta potrebbe mandare dei giornalisti alla CNN turca per far loro imparare il mestiere. Dal momento che praticamente tutti i loro reporter più famosi fabbricano le loro storie quando viaggiano per il mondo - Anderson Cooper, Christiana Ammanpour e Parisa Khosravi – come mi ha detto Elise Labbot, una ex “reporter” della CNN che non è intralciata da abilità giornalistiche, anche questa potrebbe allora essere una parodia, o una fake news. La CNN turca viene attaccata dall’occidente perché è filo-Erdogan, senza che si riconosca in alcun modo che la CNN di Atlanta è essa stessa totalmente di parte e che manipola regolarmente le notizie in favore della Clinton o di chiunque subentrerà nel suo ruolo.

 

Quantomeno la CNN non manderà a Istanbul la Labott, una reporter che si è costruita una carriera inventandosi le storie al punto che ad Atlanta alla fine hanno dovuto separarsi da lei a inizio anno, dopo che non meno di tre indagini sulla sua incredibile mancanza di etica giornalistica hanno battuto tutti i record.

 

 

Martin Jay è un giornalista freelance e commentatore politico che vive a Beirut, Libano. Ha vinto nel 2016 il prestigioso premio Elizabeth Neuffer Memorial delle Nazioni Unite a New York.

 

 

24/10/18

Ashoka Mody: le deficienze della moneta unica continuano a perseguitare l’Europa

Riprendiamo una discussione su twitter segnalataci da Leonardo Sperduti. Il prestigioso economista Mody, rivolgendosi a giornalisti economici italiani pro-euro, li esorta ad ammettere i difetti dell’euro e il suo ruolo nell’impedire la ripresa delle economie periferiche dell’eurozona.

Traduciamo nel seguito anche l’introduzione del suo ultimo libro – dal titolo significativo: “La tragedia dell’euro: un dramma in nove atti”.

 

 

 @AshokaMody

 

La Turchia ha molti problemi, ma ha il vantaggio di un cambio flessibile. La flessibilità del tasso di cambio non impedisce una crisi – ma crea un inestimabile, insostituibile ammortizzatore degli shock esterni, come ha spesso mostrato Robin Brooks.

 

 

@RobinBrooksIIF

 

La mancanza di aggiustamenti del tasso di cambio nominale come ammortizzatore di shock ha comportato una stagnazione del PIL reale della periferia dell’eurozona in confronto alle crisi da bilancia dei pagamenti dei mercati emergenti (EM), dove il PIL reale è invece tornato rapidamente a crescere. Come lei ha sottolineato, questa è una deficienza dell’euro che aiuta a spiegare l’affermazione del populismo.

 



(In blu l'andamento del PIL reale dei paesi emergenti dopo la crisi, in nero quello dei paesi periferici dell'eurozona, NdVdE)

 

 

 @AshokaMody

 

Rimango perplesso davanti alla negazione dell’importanza del deprezzamento del tasso di cambio da parte dei fanatici pro-euro. Le prove fornite in tempo reale da Robin Brooks e i recenti studi del brillante Daniel Leigh riconfermano il ruolo del tasso di cambio come ammortizzatore degli shock.

https://www.imf.org/en/Publications/WP/Issues/2017/03/15/Exchange-Rates-and-Trade-A-Disconnect-44746

 

 

La tragedia dell’euro: un dramma in nove atti - introduzione

 

Nel maggio del 1950, a cinque anni dalla fine della seconda di due catastrofiche guerre, le Nazioni europee iniziarono a costruire una straordinaria organizzazione per la cooperazione istituzionale e per il libero scambio allo scopo di  assicurare pace e prosperità. Poi, nel 1969, fecero un salto incredibilmente azzardato  verso una moneta unica – che richiede una politica monetaria unica per economie ampiamente divergenti. Si trattò di una follia economica, come i critici ai tempi non si stancavano di dire. Peggio ancora, portava con sé i semi di una divisione politica. I leader europei andarono avanti senza ascoltare e, nel gennaio 1999, iniziò la tragedia dell'euro.

 

In questa cronaca vivida e convincente, Ashoka Mody descrive come l’euro sia emerso in maniera improbabile attraverso una stretta finestra storica, come un compromesso difettoso avvolto in una falsa retorica pro-europea di pace e di unità. Mody situa la tragedia in un contesto globale frenetico e guida il lettore attraverso gli errori – alcuni inevitabili ed altri evitabili – commessi dalle autorità dell’eurozona  durante la lunga crisi finanziaria.

 

L’euro si è sviluppato come una tragedia, sia da un punto di vista economico che da un punto di vista politico. Ha indebolito il potenziale di crescita degli stati membri, rendendo gli europei finanziariamente vulnerabili e quindi più ansiosi. Ha acuito il senso di ingiustizia e ampliato la divisione tra le nazioni. Ora, il peso ricade sugli europei più giovani, una generazione con un futuro scoraggiante e cupo.

 

La tragedia dell’euro offre una visione compassionevole delle possibilità europee, e chiarisce come i difetti strutturali dell’euro continueranno a infestare il continente – soprattutto incuneandosi nelle debolezze dell’economia italiana. Anziché centralizzare l’autorità per sostenere un modello pro-europeista sclerotizzato, è tempo di allentare i vincoli eccessivamente rigidi e stretti, così che possa ancora una volta fiorire un assetto di libertà.

 

12/10/18

Sul fallimento della Turchia e l’opportunità dell’Italia di uscire dall’euro

Charles Gave, sul blog francese dell'Institut des Libertés, parla dei guai finanziari della Turchia, che si trova di fronte all'improbabile sfida di dover rinnovare una quota di debito estero pari al 30 percento del proprio PIL entro un anno. Molte grandi banche europee sono esposte verso la Turchia, e potrebbero subire pesanti perdite. In questo contesto, la necessità dei governi di ricapitalizzare alcune delle proprie banche potrebbe cozzare con le "regole europee". L'Italia, con un forte surplus sia nei conti con l'estero sia nel bilancio primario (e con un governo spregiudicato),  avrebbe i migliori incentivi a uscire dall'euro, dato che nella situazione attuale non avrebbe la necessità di finanziarsi sui mercati internazionali. L'articolo è di fine maggio,  ma ancora attuale.

 

 

di Charles Gave, 28 maggio 2018

 

Qualche mese fa spiegavo ai lettori dell’Institut des Libertés che il prossimo paese a saltare sarebbe stata la Turchia – il paese del buon Erdogan, ben noto difensore dei diritti umani, posto che si parli di Palestina e non di Siria.

 

Adesso ci siamo.

 

Qualche cifra: circa 180 miliardi di dollari di debito estero della Turchia giungeranno a scadenza nel corso dei prossimi 12 mesi. A questo importo dobbiamo aggiungere circa 50 miliardi di deficit delle partite correnti, che dovranno a loro volta essere finanziati. La somma totale è pari a circa il 30 percento del PIL turco, mentre le riserve valutarie interne ed esterne ammontano a poco meno del 20 percento del PIL.

 

Oops…

 

Questo sembra indicare che c’è un problema di “liquidità” a breve, brevissimo termine.

 

E improvvisamente la lira turca comincia ad accartocciarsi su se stessa, e questo aggrava il problema, perché il debito è denominato in dollari o in euro, i tassi d’interesse a breve termine sono ai massimi, e a mio avviso il FMI è sul punto di prenotare dei biglietti (di prima classe, ovviamente, perché queste persone viaggiano esclusivamente in prima classe) per fare visita al caro Receip nel suo gran palazzo alle porte di Ankara.

 

In un certo senso è tutta routine.

 

Può essere.

 

Ma le cose cominciano a diventare davvero interessanti quando in tutta questa equazione si inseriscono le banche europee.

 

Secondo le statistiche ufficiali (che ancora sottovalutano la realtà) la Turchia è indebitata verso le banche per 450 miliardi di dollari… principalmente si tratta di banche europee, e indubbiamente che tra queste ci saranno i soliti sospetti come Deutsche Bank, Crédit Agricole, ING, Unicredit e Socgen.

 

E con un debito del genere ciò che si profila all'orizzonte non è solo un problema di liquidità, ma anche un problema di solvibilità.

 

Liquidità + Solvibilità = grossi guai in vista. E ci saranno elezioni anticipate a giugno in Turchia, destinate a consolidare il potere già assoluto del signor Erdogan.

 

Sembra dunque probabile che le banche non riavranno indietro che una piccola parte del denaro che avevano prestato alla Sublime Porta [metafora per indicare il governo dell’Impero Ottomano, NdT], e che nessuno sappia esattamente quando questi ipotetici rimborsi saranno effettuati.

 

Le suddette banche saranno costrette a subire perdite sulle loro esposizioni verso la Turchia fino al 50 percento del valore, ovvero circa 225 miliardi di dollari. Si tratterebbe di un duro colpo alla già precaria solvibilità delle nostre care (oh, certo!) istituzioni finanziarie, perché tali esposizioni saranno detratte dai loro propri fondi, che per alcune sono già quasi in negativo.

 

In effetti, come già tutti dovrebbero sapere, i crediti in sofferenza di queste stesse banche sono di circa 1000 miliardi di euro, una cifra già mostruosa.

 

Nel caso di un fallimento della Turchia si passerebbe ad almeno 1200 o 1300 miliardi di euro.

 

Poiché una tale somma sarebbe più grande del capitale delle banche stesse, ciò renderebbe sempre più difficile nascondere il fatto che una gran parte di essere è praticamente già fallita.

 

E quando i depositari se ne accorgeranno, è probabile che andranno a fare un salto in banca a prelevare tutti i loro risparmi. Avremmo dunque una “corsa agli sportelli” come nel diciannovesimo secolo…

 

Inoltre mi chiedo se queste banche europee, non contente di concedere prestiti alla Turchia anziché alle piccole e medie imprese francesi o italiane, non si siano avventurate anche a prestare fondi in… dollari statunitensi. Niente di più facile: la filiale americana della banca emette carta commerciale sul mercato di New York, poniamo all'uno percento, e la ripropone alle istituzioni turche al due percento. Ma se l’istituzione turca fallisce, allora la banca si troverà a corto della cifra in dollari che ha prestato. E allora la banca dovrà iniziare a coprire le proprie posizioni convulsivamente, generando un aumento del valore del dollaro, che non fa che fiaccare ancor di più la povera Turchia.

 

E di colpo il valore dei titoli bancari europei crollano con un tonfo, e questo rende del tutto impossibile qualsiasi aumento di capitale. Non vedo chi potrebbe sottoscrivere un aumento di capitale quando la gran parte di queste banche si trova tecnicamente in bancarotta, con un ammontare di fondi propri inferiore alla somma dei crediti in sofferenza. In effetti, perché dovrei pagare oggi per sottoscrivere un aumento del capitale o comprare una banca in Europa coi tempi che corrono?

 

E quindi non è affatto impossibile che le nostre élite finanziarie siano obbligate a fare un saltino a Bruxelles per chiedere nuovi aiuti vari ed eventuali in termini di ricapitalizzazioni, vantaggi fiscali, autorizzazioni alla fusione con un concorrente, sotto la semplice condizione di trasferire qualche migliaio di piccoli impiegati o altro del genere.

 

E tutte le persone del vecchio continente si renderanno conto da sole che i cosiddetti sforzi fatti da loro e solo da loro per “salvare” le banche dopo i disastri del 2008-2009 e del 2011-2012 non saranno serviti assolutamente a nulla.

 

Ed è qui che rischia di intervenire il nuovo governo italiano, il terzo personaggio di questo antico dramma, la cui condizione passa da interessante ad appassionante.

 

I due partiti arrivati oggi al potere in Italia hanno fatto una campagna elettorale usando un messaggio semplice e di buon gusto, che riassumo liberamente così:

 

Le élite europee sono incompetenti e corrotte, il progetto monetario comune (l’euro) è un’indicibile idiozia, ed è prioritario cambiare le prime e abbandonare il secondo. Di fatto e di diritto, le decisioni importanti in materia di moneta, di credito e banche, devono essere tolte a Bruxelles e riportate a livello nazionale”.

 

Ecco qui qualcosa di cui sono ben sicuro e di cui la maggior parte dei lettori dell’Institut des Libertés è convinta.

 

Immaginiamo ora che una grande banca italiana sia pesantemente esposta verso la Turchia.

 

Immaginiamo che questa banca italiana si trovi in difficoltà e chieda al governo italiano di essere salvata. Questo è formalmente vietato da quei geni che ci governano da Bruxelles.

 

Sarebbe una vera provocazione per il nuovo governo italiano, che in nessun caso potrebbe lasciar crollare una delle sue banche senza innescare una vera depressione in Italia.

 

Ecco la situazione dell’Italia oggi:

 

- Un avanzo dei conti con l’estero pari al 3,5 percento del PIL

 

- Un avanzo primario di bilancio (vale a dire prima di dover pagare gli interessi sul debito) pari al 2 percento del suo PIL

 

- Un debito la cui durata è aumentata significativamente dopo il 2012

 

- Un debito che è per la maggior parte detenuto da italiani

 

Vale a dire, in caso di uscita dall'euro i nostri cugini latini non avrebbero assolutamente bisogno di finanziarsi sui mercati internazionali.

 

E questo è ben lungi dall'essere il caso della Francia…

 

L’Italia non è mai stata in una posizione così favorevole per uscire dall'euro e dall'Unione Europea.

 

Senza dubbio la Gran Bretagna sarebbe ben lieta di iniziare immediatamente dei negoziati con il nuovo governo italiano per un trattato commerciale.

 

Ho sempre detto e scritto che sarà l’Italia a suonare la campana dell’uscita dall'euro.

 

Potremmo essere vicini a quel punto.

 

Il momento di comprare massicciamente in Europa si sta avvicinando. Ma per ora tenete la vostra polvere all'asciutto, bene all'asciutto, e tenetela dovunque ma ben lontana dall'euro.

 

 

19/08/18

ZH - Sembra che il default dell'Italia sia di nuovo nel menù

La crisi economica turca e quella diplomatica tra Erdogan e gli USA rischia di far saltare in aria l'eurozona, a causa del combinato disposto dell'esposizione delle banche del sud Europa verso la Turchia e dei reiterati annunci sulla fine del QE da parte di Mario Draghi. In questa situazione, il rischio per l'Italia è molto alto, anche considerato che è alle porte uno scontro con la UE sulle regole di bilancio. Tuttavia, il governo italiano può utilizzare, come ha fatto, il dramma di Genova per sensibilizzare la popolazione sugli effetti deleteri dell'aver sacrificato la propria sovranità monetaria all'appartenenza all'eurozona, con le sue regole deflazionistiche che stanno strangolando il paese, e per premere sulla Germania perché queste regole siano allentate. Se la UE non cede, sarà ancora più facile convincere la popolazione a dire ciao all'euro. Perché una volta che la rottura dell'eurozona si trasforma in una rotta caotica, le scommesse sono chiuse, e Salvini può vendere l'indipendenza dalla UE come una questione di orgoglio nazionale. Da Zerohedge.

 

di Tom Luongo, sabato 18 agosto 2018.

 

 

Il vice Primo Ministro italiano Matteo Salvini ha avuto ragione nel richiamare la UE a proposito del crollo del ponte a Genova di questa settimana. È stato un gesto da tribuna politica a buon mercato, ma in fin dei conti un atto che suona molto vero.

 

È un momento perfetto per scrollare la gente dall'acquiescenza verso i costi reali dell'aver ceduto la propria sovranità finanziaria a qualcun altro, in questo caso la Troika - la Commissione Europea, la BCE e l'FMI.

 

L'Italia sta lentamente soffocando fino alla morte a causa dell’euro. Non c'è altro modo di descrivere quello che sta accadendo. La sua coalizione populista al governo comprende i problemi fondamentali ma, politicamente, è troppo azzoppata per poterli affrontare a testa alta.

 

Semplicemente non c'è una volontà politica a favore della rottura che rimetterebbe realmente l'Italia sulla giusta via, ovvero abbandonare l'euro. Ma, dato che il governo è pronto a scontrarsi con Bruxelles sul bilancio proposto, i problemi legati all'euro potrebbero comunque essere messi maggiormente a fuoco.

 

Guardando al bilancio, ci sono due o tre passi nella giusta direzione - un'aliquota fiscale piatta e più bassa (flat tax), non aumentare l'IVA - ma anche un passo o due nella direzione sbagliata - il reddito di cittadinanza.

 

Aprire i mercati italiani e abbassare gli oneri a carico dei contribuenti è la strada per una crescita strutturata e sostenibile, ma non è lo scopo dell'austerità stile FMI. Il suo scopo è fare esattamente quello che sta facendo, strangolare l'Italia fino alla morte ed estrarre la ricchezza e lo spirito della popolazione locale, si veda la Grecia e prima ancora la Russia negli anni '90.

 

Così, osservando la situazione odierna, mentre il litigio tra la Turchia e gli USA si inasprisce, è ovvio che l'Italia è nel mirino di qualsiasi effetto di contagio del sistema bancario europeo.

 

Come sottolinea Martin Armstrong, le banche europee, specialmente spagnole, italiane e portoghesi, hanno fatto il pieno di debito privato turco, che pagava cedole folli a causa della repressione finanziaria in corso nell'euro-zona.

 

Mentre nello scorso decennio le banche centrali pompavano soldi nel sistema, nazioni come la Turchia e altre economie nei mercati emergenti hanno sfruttato l'opportunità di finanziarsi sempre più con debito "a buon mercato" per dare impulso alla propria produttività. La Turchia ha attratto dall'Europa capitali che cercavano rendimenti più alti a causa della politica di interessi negativi della BCE. Adesso abbiamo la crisi in Turchia, che è anche il risultato del Quantitative Easing di Draghi, che ha spinto i capitali in Turchia e NON È RIUSCITO a rianimare l'economia europea.


 

Quanto è grosso il problema?

 

Be', secondo il Morningstar:

 

A quanto si dice, la Banca Centrale Europea è preoccupata per la salute delle banche dell'Europa del sud, che hanno prestato molto denaro alla Turchia. Secondo la Banca dei Regolamenti Internazionali, le banche spagnole detengono 83,3 miliardi di dollari di debito turco, quelle francesi 38,4 miliardi e quelle italiane 17 miliardi.


 

Ce n'è più che a sufficienza perché divenga una vera preoccupazione per tutti, specialmente perché il Presidente della BCE e vice Presidente della Propaganda, Mario Draghi, continua a dire a tutti che smetterà di comprare il debito sovrano della UE prima della fine dell'anno.

 

Ma tutti sappiamo che la BCE è stata l'unica, emarginata compratrice del debito sovrano italiano per mesi. Soprattutto, come evidenzia Zerohedge, le banche italiane hanno iniziato a comprare debito sovrano italiano in quello che è conosciuto come la Spirale Catastrofica del Debito:

 

Questo circolo vizioso delle banche del Paese X (in questo caso l'Italia) che comprano i titoli di stato del Paese X nei periodi di tensione - con la rete di salvataggio della BCE - è stato per anni la temuta spirale catastrofica tra banche e stati sovrani. E, come dimostra chiaramente l'Italia, i ripetuti e aggressivi tentativi dei regolatori e dei decisori politici europei di spezzare la spirale catastrofica, più recentemente con l'introduzione della direttiva BRRD del 2014, che ha cercato di rimuovere la necessità e la possibilità di salvataggi bancari, e invece ha dato inizio ai bail-in, sono stati un fallimento miserabile.


È anche un problema grave.


 

Tu credi?

 

Così, in mezzo a livelli folli di intervento sul mercato dei titoli da parte di regolatori di ogni risma, un litigio geopolitico tra Turchia e USA sull'ovvio desiderio turco di lasciarsi alle spalle le critiche dell'Occidente si sta ritorcendo duramente contro l'Europa, mentre la liquidità di dollari diventa scarsa.

 

Non c'è da stupirsi che la svendita del debito italiano sotto il controllo della BCE nelle prime settimane del nuovo governo italiano fosse cominciata di nuovo, il minuto successivo alla divulgazione del piano di bilancio dell'Italia.

 

Nemmeno ora che la svendita sta accelerando nuovamente, mentre le pressioni per la ricapitalizzazione delle banche italiane hanno probabilmente ridotto i loro acquisti di debito pubblico italiano.

 

 

[caption id="attachment_15784" align="alignnone" width="890"] Rendimento dei titoli di stato italiani a cinque anni[/caption]

 

Il centro della curva dei rendimenti italiani si sta muovendo più velocemente, con i titoli a cinque anni che sono cresciuti quasi di un punto intero in appena quattro settimane. I rendimenti a tre mesi stanno tornando positivi, contro il desiderio della BCE.

 

Soprattutto, questa debolezza si è estesa all'euro, che ha spezzato verso il basso il forte supporto a 1.15 dollari e adesso sta guardando 1.10 dollari o ancora più basso.

 

Né la Turchia né gli USA sembrano capaci di tirarsi indietro a questo punto. E questo implica guai seri per l'Europa, e per l'Italia in particolare.

 

Gli USA hanno appena annunciato un nuovo giro di sanzioni mentre il Dipartimento del Tesoro e l'Ufficio di Controllo dei Beni Stranieri usano l'unico strumento che hanno, il martello.

 

E tutti quelli che escono dal ciclo della schiavitù del debito del FMI assomigliano a un chiodo.

 

Ne ho discusso nell'ultimo post del mio blog:

 

Erdogan, da parte sua, ha quasi accusato gli USA di aver organizzato il tentativo di colpo di stato contro di lui nel 2016. I suoi avvocati premono per interrogare il personale militare statunitense a Incerlik.


Se il passo successivo nella guerra finanziaria è minacciare la Turchia dell'espulsione dal circuito SWIFT per avere fatto affari con l'Iran, allora come prossima mossa la Turchia potrebbe fare irruzione a Incerlik per far uscire quelli che Erdogan crede che siano i colpevoli dell'organizzazione del colpo di stato.


Entrambe sono opzioni nucleari, e se l'una è sul tavolo, allora lo è anche l'altra.


E quello è il momento quando finiscono le spacconate e a qualcuno sanguina il naso.


 

Gli USA hanno appena detto che anche se il pastore Andrew Brunson venisse liberato, le sanzioni rimarranno in essere. Quindi quale sarebbe, di preciso, l'incentivo per Erdogan ad arrendersi?

 

Quindi, ricordate la situazione: la Turchia ha influenza sull'Europa a causa del carico del debito, mentre gli USA hanno potere grazie alla moneta in cui è denominato il debito.

 

Tuttavia, alla fine, una volta che i tassi d'interesse iniziano a salire in Europa, scopriremo che Draghi alla BCE non ha altra scelta che continuare a comprare il debito o permettere ai tassi di esplodere verso l'alto.

 

Questo è il motivo per cui la situazione è così importante e lo stallo tra gli USA e la Turchia così potenzialmente esplosivo. Questo è vero in special modo se la Russia e la Cina sono pronte ad assistere la Turchia nello swap del debito, lasciando esposte le banche della UE.

 

Così, le stesse cose valgono per l'Italia. Il governo ha potere nella disputa in arrivo con la UE sul proprio bilancio. Il crollo del ponte di Genova è un evento commovente che può essere usato da Salvini e i suoi soci per spingere la Germania, in particolare, alle riforme strutturali che allentino il controllo della Troika sui membri della UE.

 

E se la UE non cede, sarà ancora più facile convincere la popolazione a dire ciao all'euro. Perché una volta che la rottura dell'eurozona si trasforma in una rotta caotica, le scommesse sono chiuse. E Salvini può vendere l'indipendenza dalla UE come una questione di orgoglio nazionale.

14/08/18

Krugman: Turchia, un’altra festa stile 1998


  1. Dalle colonne del New York Times, il premio Nobel per l'economia Paul Krugman spiega l'attuale crisi della Turchia come la più classica delle bolle gonfiate dai capitali esteri. Lo si era già visto in molti paesi asiatici nel 1998, in Argentina all'inizio del 2000, in Islanda recentemente. La caratteristica comune è il solito afflusso di capitali esteri spinti dalla crescita e dai tassi elevati, l’esplosione del debito privato estero denominato in valuta straniera, in un paese piccolo o emergente, seguito da un inevitabile "sudden stop" che sgonfia la bolla. (Lo dovremmo definire un fallimento dei mercati, se non fosse il loro modo normale di funzionare.)


16/07/18

Migranti ed emicrania

Lo storico ed etnologo Panagiotis Grigoriou sul suo blog Greekcrisis.fr continua la testimonianza desolata delle condizioni in cui versa oggi la Grecia, completamente abbandonata dall'attenzione dei media se non per rari richiami al presunto "risanamento" economico o al vacuo folklore di Tsipras che indossa una cravatta per celebrare la fine del programma di "salvataggio". Insieme all'annichilimento economico, continua lo smantellamento della democrazia, con il Parlamento e i cittadini sempre meno coinvolti nelle scelte di un governo oggetto dell'ostilità crescente della popolazione.   

 

 

di Panagiotis Grigoriou, 6 luglio 2018

 

 

 

Luglio e le sue temperature già piene. Navigando, a volte, si può incrociare incautamente la rotta di uno di quei  giganti del mare aperto che trasportano le ultime paccottiglie del nostro basso mondo, mentre sulla terra, decisamente, è una cloaca. Sotto l'Acropoli, a parte i nostri animali randagi pienamente titolati a occupare il loro posto, se ne sono andati soltanto i temporali, mentre gli utili idioti che "governano" sono rimasti.

 

Alexis Tsipras mercoledì 4 luglio è andato a Salonicco per un incontro con i suoi omologhi, bulgaro, serbo e rumeno: tranne che per la prima volta in un'occasione di questo tipo l'incontro non si è tenuto in città, ma nell'albergo vicino all'aeroporto, per paura di affrontare l'ira dei manifestanti di Salonicco... molto agitati, bisogna dirlo. Tutti gli accessi all'hotel dall'aeroporto sono stati bloccati dalle forze dell'ordine... per proteggere il primo ministro più odiato in Grecia dal 1945. Tsipras, in Grecia giustamente considerato da tutti un traditore, in primo luogo nelle regioni settentrionali, l'Epiro, la Macedonia e la Tracia, non è mai uscito dall'albergo, tranne che per tornare ad Atene la sera stessa.

 

In questa Grecia settentrionale dopo l'accordo siglato tra la "Grecia"  di Tsipras e la Repubblica Macedone del primo ministro Zoran Zaev  gli eletti di SYRIZA vengono contestati e talvolta sono vicini ad essere aggrediti dai cittadini, non appena osano mostrarsi in pubblico, come è successo questa settimana a Kavala al deputato di SYRIZA Yórgos Papaphilippou ... salvato per un soffio grazie alla sua valida scorta di polizia.

 

Quindi, l'ultima barzelletta del fantoccio Tsipras è che accoglierà in Grecia un buon numero di migranti che la Germania respingerà - dopo avere fatto la sua selezione e i suoi interessi, a scapito come sempre degli altri paesi della pseudounione europea. È stata Angela Merkel ad annunciare il suo accordo con il maggiordomo Tsipras, quest'ultimo non avrebbe neppure informato preliminarmente il "Parlamento" (quotidiano "Kathimeriní", 4 luglio 2018). Di nuovo, dopo la vicenda macedone, Alexis Tsipras "decide" da solo, contro la stragrande maggioranza del popolo greco e contro l'interesse del paese.

 

Fino a quando?

 

Sulla questione macedone, il ministro Yórgos Katroúgalos (SYRIZA), intervistato al telefono da un giornalista della radio 90,1 FM, ha appena dichiarato che anche se la maggioranza dei cittadini è contraria alla politica dell'esecutivo sul dossier macedone "il governo non organizzerà un referendum, così come non ritiene neanche che la decisione debba essere convalidata dall'Assemblea a maggioranza ampia, vale a dire, approvata dai due terzi dei deputati. Perché è scontato che su questo genere di problematiche fortemente emotive non si devono porre le domande attraverso un referendum, non in questo momento e non su questo dossier, quando la gente non ragiona con una logica, come dire, fredda, ma è mossa soltanto dalla forza e dall'influenza della spinta emotiva "(trasmissione di Dimítris Takis, 3 luglio 2018, al minuto 40' della registrazione disponibile sul sito della radio).

 

Si noti che Katroúgalos, stalinista in gioventù, poi del Pasok, soprattutto per un certo tempo consulente del governo di Yorgos Papandreou, influenzato come sappiamo dai ... "taumaturghi"  di Soros, è esattamente il ministro che ha proposto e perfino... dato il suo nome all'ultima legge che assassina le pensioni, e lo fa in modo automatico e permanente.

 

Come scrive altrove a modo suo Nicolas Bonnal, Katroúgalos appartiene a quella "destra neocon e libertaria guidata dai radical-chic (un lettore di Blondet parla di cloni: Tsipras, Macron, Sanchez o Casado, Trudeau, ecc), dalle femministe umanitarie - e senza figli - del tipo May o Merkel (sono di destra, no?) - destra che continuerà a rendere conto ai ragionieri della globalizzazione e a sacrificare un popolo distratto dallo smartphone o dalle partite di calcio. "

 

Lo schema, del tutto evidente, ormai è diventato un classico. Katroúgalos, Tsipras e compagnia, agitatori dal linguaggio storicamente di sinistra, che hanno sempre sostenuto di parlare a nome del popolo senza mai crederci davvero, sebbene fossero figure politiche di minoranza nella società reale (il partito SYRIZA prima della cosiddetta crisi greca aveva il 3% dei voti), arrivano al potere sostenuti dai globalizzatori e a forza di bugie, senza alcuna preoccupazione morale per l'interesse pubblico, né del Paese, né della nazione, per uccidere insieme, in fin dei conti, la loro sinistra, il popolo e il Paese. Vasto impegno...

 

Avvicinati e alla fine integrati dal sistema, tra gli altri da quello del finanziere Soros, applicano da brave marionette tutte le istruzioni del suo onnipresente programma che mira a smantellare i Paesi (già) appartenenti all'Europa, la loro cultura e la loro identità, per esempio esacerbando (o persino creando) le differenze etniche, come nel caso dell'ex Jugoslavia o della Siria, per esempio. E ora è il turno della Spagna, con l'istituzione del governo Sanchez, figlio spirituale di Soros, e della Grecia con Tsipras figlio... adottivo di Soros.

 

I mezzi scelti per questo scopo sono vari: austerità, ipertassazione, predazione degli immobili, distruzione del lavoro e del suo quadro giuridico conquistato in quasi due secoli di lotte sociali, infine il recupero di migranti da ogni dove, Germania inclusa, attraverso ONG che fanno  affari molto succosi senza la minima legalità nel campo del (non) controllo delle frontiere, e inoltre senza mai sollevare la questione della scelta democratica da parte dei popoli interessati, sull'accogliere o meno un numero sempre crescente di migranti.

 

Così, come per altre realtà simili e implacabili, le argomentazioni (opposte al giornalista di 90.1 FM) del ministrattore Katroúgalos provengono dalla stessa imposizione elitaria e dalla stessa fede nel potere e nei privilegi delle élite, imposizione volutamente rinforzata con la disumanizzazione e la degradazione del... nemico, cioè del popolo. Poveri paesi dell'estremo, vecchio e nuovo mondo, e nel nostro caso della Grecia, povero paese di Epicuro, peraltro molto turistico!

 

Tuttavia, tutti in Grecia concordano sul fatto che sulla questione macedone, i... senza patria di SYRIZA hanno ampiamente sottovalutato la portata delle loro azioni, tanto quanto il carattere tettonico della reazione popolare che hanno provocato. I loro padroni, così come il gotha degli specialisti in meccanica sociale, avranno probabilmente suggerito loro che il crimine sarebbe passato quasi inosservato, dal momento che i greci, per la maggior parte, sono impegnati quotidianamente e, per dirla tutta, sopraffatti dai propri affari, che riguardano ormai la sopravvivenza.

 

Tuttavia, la stampa sta ancora facendo in parte il suo lavoro, quindi i greci, per esempio, oggi sono consapevoli che l'accordo Tsipras-Zaev già così non è in linea con la Convenzione di Vienna per quanto riguarda le condizioni preliminari e necessarie per la stesura e la realizzazione di un trattato internazionale tra due paesi. Questo perché, ad esempio, non è prevista alcuna possibilità di disimpegno in caso di mancata convalida dell'accordo da parte dei due parlamenti.

 

Inoltre, non sono rispettati neanche l'equilibrio e la simmetria nel processo di convalida dell'accordo nei due paesi. Da un lato, c'è la realtà del referendum sull'accordo che il governo di Skopje ha giustamente annunciato per il prossimo autunno, mentre allo stesso tempo da parte greca c'è il rifiuto del referendum in Grecia da parte dei criminali syrizisti.

 

Ancora, l'accordo, contrariamente alla prassi internazionale, non specifica i termini utilizzati: soprattutto quando si parla di "irredentismo da vietare in pubblico e in privato", quest'ultimo termine (il suo contenuto) non è spiegato in alcun modo, se si tiene conto che l'irredentismo ufficiale (annessione di tutti i territori della Macedonia geografica) è formalmente nominato nella Costituzione della Repubblica macedone, nonché nei libri di testo scolastici del  Paese. Infine, notiamo che il Comitato per la Difesa della Macedonia greca è ufficialmente chiamato anche "Comitato per la difesa della non modifica delle frontiere nei Balcani", quindi è chiaro che non c'è nessuna rivendicazione territoriale da parte greca.

 

Allo stesso modo, questo accordo non prevede il ricorso automatico alla Corte internazionale di giustizia (ICJ) dell'Aia, nel caso in cui ci siano cambiamenti in futuro. Il che significa tra l'altro che, poiché il diritto alla libera espressione dell'opinione è protetto dalla Costituzione greca, il divieto di ciò che potrebbe essere definito irredentismo è un modo indiretto di cedere elementi di sovranità del Paese.

 

Per Alexis Tsipras alcune decisioni e riforme non sono popolari in Grecia, però ritiene che il governo debba... spingere verso il progressismo, questo è il significato della sua affermazione quando è stato intervistato dai giornalisti del Point. E nello stesso, nuovo ordine di idee, Dimítris Vitsas, ministro della (non) politica migratoria, ha appena dichiarato che 151 deputati (su un totale di 300) sono sufficienti per convalidare l'accordo macedone (quotidiano "Kathimeriní" , 5 luglio 2018).

 

In tutta evidenza, come il giornalista Lámbros Kalarrytis (insieme ai suoi ospiti) ha giustamente sottolineato alla radio 90,1 FM, "Tsipras sta regalando tutta la Grecia, che non è mai stata sua. I diritti dei greci, la sovranità, i confini, la patria. E quanto al programma elettorale presentato a Salonicco da Tsipras nel settembre 2014, non era stata fatta alcuna menzione della politica migratoria, e ancora meno della questione macedone ".

 

"Così Tsipras presenta il piccolo favore, per quanto squallido, concesso da Angela Merkel, che gli consente di ritardare solo di pochi mesi l'aumento dell'aliquota IVA applicata alle isole dell'Egeo orientale, legittimando l'accordo del suo "governo" con Berlino sul tema dell'accoglienza forzata - e indesiderata dalla grande maggioranza dei greci - dei migranti che la Germania respingerà" (trasmissione del 2 luglio 2018). In altre parole, il debito fortemente contestato ha imposto alla Grecia la politica imperiale di Berlino e degli avvoltoi internazionali, da cui è venuta la politica dell'austerità e l'aumento della tassazione. La politica economica della Grecia viene stabilita tra Berlino e Bruxelles.

 

"Quelli del governo evocano la presenza in Grecia di 58.000 migranti, una cifra completamente falsa, evidentemente. Ma il fatto è che in Grecia (dove, tra l'altro, migranti e rifugiati sono stati inizialmente accolti con grande umanità tra il 2014 e il 2015), abbiamo superato la soglia accettabile di fattibilità, sia dal punto di vista demografico, economico e culturale, sia dal punto di vista dell'accoglienza e sistemazione di popolazioni di questo tipo sul nostro territorio. La Germania, ancora una volta, esporta i suoi problemi contro la volontà, contro gli interessi e contro l'identità culturale in parte comune dei popoli europei ".

 

"La presenza massiccia di popolazioni a maggioranza musulmana non assimilabili, e l'abolizione delle frontiere significa di fatto l'eliminazione dei paesi interessati e allo stesso tempo della loro sovranità nazionale, tra le altre cose sotto la pressione delle ONG illegali, che praticano di fatto la tratta di esseri umani e il commercio umanitario. Ed è anche la fine dell'UE, perché molti paesi reagiscono - molto giustamente - a questa situazione, per difendere finalmente i loro interessi nazionali".

 

"E questo quando centinaia di migliaia di musulmani si stabiliscono e si stabiliranno in Grecia, un Paese di dieci milioni di abitanti, dove 700.000 giovani greci hanno lasciato il paese, costretti a farlo dalla crisi e - per dire tutto apertamente - incitati dai globalizzatori. E ci sono più di un milione e mezzo di disoccupati nel Paese, ma l'intero sistema politico rimane indifferente al loro destino: noi viviamo ogni giorno il costante abbattimento dei genitori, perché praticamente tutte le famiglie greche sono interessate a questa forma di lutto ".

 

"E si osserva che in un momento in cui non ci sono più investimenti produttivi in ​​Grecia, e per buone ragioni, si trovano sempre capitali per gonfiare il numero di effettivi delle ONG di Soros. Recentemente ho appreso che una sola ONG in Grecia impiega diverse centinaia di persone e che i Syrizisti piazzano i loro figli disoccupati in ONG di questo tipo. L'obiettivo, malamente dissimulato da SYRIZA, è quello di arrivare a concedere la nazionalità greca alle migliaia di migranti, per crearsi un consenso elettorale, dato che, avendo tradito il popolo greco, è definitivamente odiato dall'immensa maggioranza dei cittadini ", Lámbros Kalarrytis (e i suoi ospiti) alla radio 90,1 FM, 2 luglio 2018.

 

Nella terra dei fichi e dei gatti non succede nulla, tranne che il ciclo dell'esegesi ormai a quanto pare si è chiuso. Chiuso come la cravatta che si è messo Tsipras, chiuso come una corda stretta al collo del Paese. Il sistema politico, in gran parte eteronomo e mafioso, ha poi simulato un'ondata di attivismo. Panos Kammenos, ministrattore della Difesa, alleato di Tsipras e leader del partito dei Greci Indipendenti, attualmente in via di decomposizione, lunedì mattina ha dichiarato in una conferenza stampa che farà cadere il governo se l'accordo macedone non sarà approvato da 180 deputati oppure da un referendum. La sera stessa ha dichiarato in televisione che non lascerà il governo e che sosterrà Tsipras fino in fondo (stampa greca del 4 luglio 2018). Il potere rende ciechi... fino all'idiozia.

 

Allo stesso tempo, il partito terminale To Potami  ("Il fiume", ndT) di Stavros Theodorakis, un puro prodotto dei... creazionisti di Bruxelles e Berlino, munito del marchio di conformità alla linea Soros, ha lasciato la coalizione con i vecchi nepotisti storici delle macerie del PASOK. Ufficialmente, è per "servire il Paese e sostenere un futuro governo allo scopo di fare adottare l'accordo macedone".  Stávros Theodorakis ha anche commentato il suo incontro di questa settimana con il... proconsole Pierre Moscovici, riferendosi in particolare "alla possibilità di vedere in Grecia la formazione di un futuro governo più dinamico" .

 

Le marionette si agitano e i folli padroni del gioco preparano il nuovo spettacolo nel teatro delle operazioni. Ancora una volta, e come per caso, il leader di Nuova Democrazia, il tedesco-compatibile Kyriakos Mitsotakis, il favorito nei sondaggi... naturalmente, ha già utilizzato la sua mozione di censura contro il governo, come previsto inutilmente, ben consapevole che non potrà rifarlo nei prossimi sei mesi.

 

Allo stesso tempo, e dato che i neonazisti di Alba Dorata non svolgono più abbastanza il loro ruolo sia di spaventapasseri sia di ostacolo a qualsiasi resistenza patriottica organizzata nel paese reale, il sistema si appresta a creare nuovamente un falso partito della dignità e della resistenza, questa volta a destra, dopo avere adottato, come sappiamo... l'animale da compagnia politico SYRIZA. L'obiettivo è incanalare le scelte politiche dei greci, specialmente nel caso che gli attuali partiti pseudo-politici non bastino, come peraltro è già ampiamente dimostrato.

 

Ricapitoliamo, almeno per il momento. Il debito, la cosiddetta austerità, la Troika, l'indebolimento del Paese, la distruzione dei diritti dei lavoratori e dell'economia reale, la perdita della sovranità e il rischio demografico e di identità posto dalla questione migratoria: tutto questo forma un mix esplosivo.

 

Alexis Tsipras spingerà fino in fondo questa politica totalitaria plasmata nei laboratori del globalismo e dell'europeismo, dove d'altra parte beccano già da un po' lui e i suoi amici dell'ultima mafia politica. In perfetto accordo con l'impresa Soros, "questo ragazzaccio che ha impoverito le persone in tutto il mondo con le sue macchinazioni finanziarie e che ha lavorato sodo per sconvolgere e distruggere culture e società locali, attraverso le iniziative della 'Open Society', la sua società di attivisti dai molti tentacoli".

 

Così, come ha notato il giornalista Andreas Mazarakis nel suo programma radiofonico, Tsipras ha immediatamente concesso il nome di "Macedonia del Nord" ai vicini slavomacedoni della Repubblica di Macedonia, e come per caso gli Antifa di Atene (collegati come è noto a Soros), fanno appello, attraverso i loro manifesti, al cambiamento del nome della regione greca della Macedonia, in "Macedonia del Sud", in aperta promozione dell'irredentismo di Skopje (allo stesso modo finanziato da Soros), che ha tra l'altro lo scopo di spezzare la Grecia (trasmissione del 4 luglio 2018, radio 90,1 FM). Contrariamente a quanto racconta Tsipras da due settimane, il suo accordo macedone non riappacifica le passioni balcaniche, esattamente al contrario mette in pericolo la già precaria situazione geopolitica nella regione.

 

Alexis Tsipras ha avviato una politica rinunciataria di impronta pericolosamente strategica in tutti i dossier di politica estera greca, in cambio di vantaggi penosi e peraltro effimeri in politica interna. Anche solo per questa ragione e per il tradimento del referendum con il suo  putsch parlamentare del 2015, Alexis Tsipras dovrebbe prima o poi essere processato per alto tradimento.

 

Allo stesso tempo Tsipras impone tutta una serie di misure che facilitano l'installazione dei migranti, che il paese non desidera, in quanto non è in grado di integrarli, per di più  trasformando alla fine molti territori greci in terre musulmane, che consentiranno, se il processo non viene fermato, di realizzare il sogno geopolitico della riconquista della Grecia cristiana (ad esempio quella delle isole greche del Mar Egeo) da parte di una Turchia islamizzata e neo-ottomana.

 

Già senza che se ne parli molto nei media, SYRIZA, questo "governo" dell'eutanasia nazionale e storica, insieme alle ONG, che sempre più spesso lo sostituiscono senza la minima legittimità democratica, sistema qua e là in tutta la Grecia continentale strutture di accoglienza per i migranti, con - lo si deve notare - la gentile partecipazione dei funzionari locali eletti, questi ultimi come sempre a caccia di affari succosi, e in queste faccende di soldi ne girano.

 

E quando i Greci, sopraffatti, chiedono con una certa razionalità perché questo Paese che lascia emigrare i suoi figli e che sta affondando dovrebbe essere costretto ad accogliere i migranti dalla Turchia e dalla Germania, in condizioni pietose, incentrate su una sostituzione parziale, ma consistente, della sua popolazione, la risposta dell'internazionale globalista (Europeisti, Syrizisti, Antifa e altri) rimastica la vecchia cannabis guasta del dirittiuniversalismo, dell'umanitarismo e del multiculturalismo in tutte le salse.

 

Il tutto contro l'opinione e la volontà dei cittadini, che sono gli unici che possono decidere legalmente e legittimamente del grado e del momento di apertura e chiusura del loro paese. Ma ormai in Grecia, dopo otto anni di "gestione" e mutazione, così come mutilazione troikana, tra umiliazioni e attacchi alla dignità del popolo greco e prima di tutto alla Costituzione del Paese, l'immigrazione di massa imposta dagli stessi centri di potere imperiale e dalla Turchia può solo provocare una ferita di più e di troppo al sentimento popolare della sovranità nazionale.

 

Ricordiamo anche ciò che sottolineava Cornelius Castoriadis (nel 1984) a proposito degli imperi coloniali, prendendo l'esempio della Nuova Caledonia: le "popolazioni immigrate minoritarie, che come sempre in questi casi sono più dalla parte del potere dominante (un po' come gli indiani in Sud Africa); questi ultimi, in particolare, non hanno alcun desiderio che i Kanak stabiliscano un loro stato indipendente " (Cornelius Castoriádis,"Thucydide, la force e le droit").

 

Attualmente, i globalizzatori imperiali (la potenza dominante) che distruggono gli Stati e le nazioni in Europa e altrove stanno organizzando questa massificazione della presenza dei migranti sul suolo europeo, sapendo che i migranti (molto selettivamente musulmani) sono e saranno dalla loro parte. D'altra parte questi migranti, già sradicati (di solito da quegli stessi globalizzatori) condividono con gli europeisti (tra cui la classe politica del genere di SYRIZA, che ci instilla in testa le stupidaggini postmoderne) e con gli  amministratori coloniali, lo stesso uso delle parole e... delle terre. Per gli uni e per gli altri i paesi europei non devono essere che dei semplici territori di sfruttamento e di conquista, dal basso come dall'alto, senza ovviamente condividere (quando non la osteggiano apertamente) né la storia, né la cultura e ancor meno le abitudini dei popoli europei, per il momento ancora in maggioranza a casa loro.

 

Da un altro punto di vista, questo è esattamente ciò che sostengono i leader politici della Turchia, apertamente e da molto tempo. "Il problema greco-turco sarà risolto dalla demografia", così ha sostenuto Turgut Özal ai suoi tempi, prefigurando la corrente neo-ottomana di Ahmet Davutoglu, ripresa da Recep Tayyip Erdogan. Non è un caso che è proprio nelle isole greche, la cui popolazione è cristiana al 100% e che la Turchia rivendica apertamente, che i leader della Turchia e i loro contrabbandieri, comprese le ONG, facciano... pazientare tante migliaia di giovani musulmani, del resto sradicati e infelici.

 

E quando Tsipras e più in generale i Syrizisti... senza patria stimano che accordando massicciamente la concessione di nazionalità greca ai migranti rimpiazzeranno così gli elettori di cui sono e sempre più saranno privi, ebbene, si sbagliano. È uno degli assi centrali dell'attuale politica turca, esplicitamente descritto nel libro di punta di Ahmet Davutoglu , "Profondità strategica".

 

Si tratta del rafforzamento del ruolo politico delle popolazioni musulmane in tutti i Balcani sotto il controllo della Turchia, tra le altre cose attraverso la creazione di partiti politici musulmani o turco-musulmani, ed è quello che si realizzerà in Grecia, come già in Bulgaria. Devo anche far notare ciò che pochi media ricordano, e non per caso. Il "governo" SYRIZA/ANEL conta una maggioranza di soli 152 deputati su 300 in totale nel Parlamento (145 Syriza e 7 ANEL ), ma due deputati di SYRIZA provengono dalla minoranza musulmana in Tracia, e quindi sono sufficientemente "confermati e supervisionati"da Ankara. È anche questa una... griglia di lettura possibile e parallela degli eventi in corso!

 

Si noti, inoltre, che ogni volta che il presidente Erdogan intavola trattative con gli europei, il flusso di migranti che entrano in Europa dalla Turchia si ferma per qualche ora, giusto per mostrare chi è in realtà il maestro del gioco geopolitico in corso.

 

Nella terra di Alexis Zorbas e del suo autore Nikos Kazantzakis , siamo nella cosiddetta stagione turistica e fiera di esserlo... ora che Airbnb finisce di distruggere ciò che restava delle realtà urbane equilibrate di Atene, dopo otto anni dalla cosiddetta crisi greca.

 

In questo mese di luglio le temperature sono già piene, il ciclo è chiuso e noi lo sappiamo. Tra la questione macedone, le bugie di Tsipras - Moscovici sulla situazione in Grecia, e, infine, il problema migratorio, che è principalmente geopolitico e solo in secondo luogo umanitario, nonostante la propaganda... la vera crisi greca è solo all'inizio. Il paese, la sua gente, il suo territorio sono in pericolo di morte.

 

Decisamente, sulla terra è una cloaca. Magra consolazione, sotto l'Acropoli, i nostri animali randagi sono sempre a pieno titolo al loro posto.

 

08/04/17

La Follia Neo-Con dell’Amministrazione Trump

Se qualcuno si era illuso che il neo-presidente Trump potesse o volesse davvero cambiare la politica estera USA, in questi giorni ha subito un duro smacco. Come riporta il blog “The saker”  in un post pubblicato appena pochi giorni prima dell'attacco americano, il presidente Trump appare completamente neutralizzato dalla corrente Neocon, senza nemmeno aver opposto una vera resistenza, e alla prima situazione critica in Siria tutti i buoni propositi vanno  sciogliendosi come neve al sole.  A prescindere dalla veridicità dell’accusa sull'utilizzo di armi chimiche nei confronti di Assad (ma sarebbe un'eccezione in una serie di precedenti), Trump – come i suoi predecessori - sta trascinando gli Stati Uniti nell’ennesima carneficina in Medio Oriente seguendo i dettami dei neoconservatori. Gli stessi che dettavano la politica estera di Bush e Obama. Tutto cambia perché nulla cambi.

5 aprile 2017

 

Oh ragazzi, non c’è voluto molto. Come scrivevo a febbraio, i neo-conservatori e lo stato profondo USA hanno completamente neutralizzato Trump. Basta guardare a questi titoli di RT (e leggere i relativi articoli):

Hanno davvero passato il segno”: Trump sui presunti attacchi chimici in Siria

Se le Nazioni Unite falliscono in Siria "Siamo costretti a intervenire" – dal nostro inviato negli Stati Uniti.

Francamente, mi viene da dire: “Come volevasi dimostrare” e chiuderla qua.  Ma non lo farò – la questione è troppo seria.

In primo luogo, vediamo il contesto. I Siriani avevano rinunciato alle armi chimiche tre anni fa (grazie alla Russia). I Siriani avevano anche sostanzialmente già sconfitto l’aggressione Anglo-Sionista-Wahabita al loro paese (ancora una volta grazie alla Russia). Si è insediato un nuovo (o quasi) governo negli Stati Uniti (qualcuno dice che anche questo è successo grazie alla Russia) che aveva rinunciato ai progetti di rovesciare Assad. E proprio in questo momento, per una “pura coincidenza”:

  1. Le forze siriane si mettono ad utilizzare armi chimiche

  2. In una zona piena di bambini

  3. E piena di gente munita di telecamere


Pensate che siamo così stupidi?

Ma, ovviamente, non si tratta di noi. Si tratta di Trump. E lui sta dimostrando di essere quella zucca bollita che è stato, be’, più o meno dal primo giorno di presidenza: flaccido, confuso e senza spina dorsale. E sì, sembra essere proprio stupido, specialmente nel cosiddetto “piano” per sconfiggere Daesh (ci torneremo più avanti).

E non importa se gli esperti russi avevano segnalato da un pezzo che i “buoni terroristi” erano in possesso di armi chimiche. No! A chi importa? Tra l’altro, si tratta degli stessi russi che sono stati “smascherati” grazie a un rapporto della CIA sugli “agenti stranieri”.

Sappiamo tutti che gli anglo-sionisti sono dei pacifisti, timidi e gentili. Ecco perché li chiamiamo  “campioni di gentilezza”. L’unico modo di forzare loro la mano per impiegare le “forze armate migliori del mondo” è mostrare loro dei bambini morti. Come in Kuwait, in Bosnia, in Iraq, in Afghanistan, in Libia e ora in Siria. Vanno bene anche le donne stuprate per ragioni politiche (Bosnia, Libia – e presto anche in Siria, suppongo). Che fortuna che le ultime atrocità del “regime siriano” siano avvenute in piena luce del giorno, con tanti bambini uccisi orribilmente!

Ora gli americani potranno distruggere il villaggio per poterlo salvare.

Ma non lo faranno.

Moltissimi articoli  hanno già ipotizzato quale sarà il “piano Trump” per sconfiggere l’ISIS/Daesh. Non mi prendo la briga di elencarli qui. In parole semplici il suo piano è, come dire, non molto complesso:

  1. Aumentare il numero di truppe USA già presenti in Siria

  2. Offrire ai curdi una loro regione autonoma in cambio del loro sacrificio come carne da cannone per lo Zio Sam

  3. Liberare Raqqa come segno tangibile di successo militare


A dire il vero, non c’è nessuna novità. È una riedizione dello stesso identico piano che aveva Obama (le grandi menti pensano allo stesso modo, e a quanto pare lo fanno anche le menti meno grandi).

Vedete qual è il problema di questo piano?

Lasciate che vi aiuti. Problema numero 1 – non ci sarà alcuna risoluzione delle Nazioni Unite ad appoggiarlo. Né lo appoggerà il governo Siriano. Ma chissenefrega no? Sappiamo già cosa ne pensa Nikki Haley: ancora una volta gli USA violeranno con arroganza il diritto internazionale col pretesto di “essere costretti ad agire”. Bentornati in Bosnia e in Croazia! Bentornati al 1994! Viviamo nell’era della RDP – la Responsabilità di Proteggere. Diritto internazionale, RIP.  Ma questo è tutto sommato un problema “minore”.  Il problema vero è semplice: a parte i siriani stessi, i russi, gli iraniani e i turchi sono categoricamente contrari al piano. E si dà il caso che questi quattro Paesi rappresentino la stragrande maggioranza delle forze militari in Siria, e tutti loro hanno *già* delle truppe sul campo (e sistemi di difesa aerea). In particolare per la Turchia, un piano del genere rappresenta un casus belli, lo hanno detto molte volte.  Non sono un sostenitore della Turchia o di Erdogan (anche se mi piacciono i turchi come popolo), ma devo ammettere che se Trump mandasse avanti questo goffo piano non gli rimarrebbe altra scelta che la guerra o la guerra civile. Probabilmente una combinazione di entrambe.

Poi ci sono i curdi. In realtà, per molti versi mi dispiace molto per loro e li ammiro. Ma devono rendersi conto dell’enorme pericolo che corrono se accettano il piano USA. Prima di tutto, questo significa per loro diventare la prima linea contro Daesh, che si dà il caso sia una delle forze di fanteria meglio addestrate e più esperte nella regione. Ma, ancora peggio, I curdi commetteranno lo stesso errore storico degli albanesi in Kosovo, che hanno legato al 100% il loro futuro al Camp Bondsteel e che sono stati istantaneamente invasi di nuovo dalla Serbia non appena la NATO o gli USA se ne sono andati (cosa che succederà, prima o poi, inevitabilmente)?

C’è una ragione per cui gli USA sostengono sempre le minoranze, ovunque: perché accettando e appoggiandosi a questi alleati, queste minoranze diventano sempre completamente dipendenti dagli USA. Questo, di converso, significa che gli USA possono usarle in qualsiasi modo vogliono, pena abbandonarle al loro destino. E, dal momento che prima o poi gli americani se ne vanno, il “loro destino” inevitabilmente si avvera.

Ritengo che sarebbe una vera follia da parte dei curdi commettere lo stesso errore. Sì, certamente desiderano la loro autonomia e/o un proprio Paese. Ma devono capire che l’unico modo possibile per ottenere il loro obiettivo passa attraverso la negoziazione con i loro vicini, non con qualche ufficiale USA ignorante che si dimenticherà di loro il momento dopo avergli promesso la luna.  Vorrei ricordare ai curdi un’antica tradizione USA a questo riguardo: non appena le cose si mettono male, gli americani “dichiarano vittoria e se ne vanno”.

Il che significa anche che i curdi potrebbero doversi accontentare di un qualcosa di meno di quel che desiderano. La politica è l’arte del possibile. Ma se la scelta è tra un’autonomia limitata e un’indipendenza piena, seguita dall’inevitabile guerra contro la Turchia, l’Iran, l’Iraq e la Siria, allora penso che la prima ipotesi sia la migliore possibile. Ma assumiamo pure che i curdi decidano di provare la loro “opzione Kosovo”.

L’Iran è la prima potenza militare sul campo.  E poi c’è Hezbollah.  I siriani stanno facendo fatica, devo ammetterlo. Ma stanno tenendo duro e aumentando gli sforzi, alcune delle loro unità sono davvero molto buone. Per quel che riguarda i cieli sopra la Siria – sono dei russi.

Al momento, gli americani non hanno rispolverato il concetto di “No-fly zone”, ma potrebbero anche farlo, dal momento che il loro piano è totalmente idiota. Inoltre, non riesco a immaginare i generali USA che accettano di impiegare i propri uomini in Siria senza una copertura aerea (nel caso il lettore non lo sapesse: i soldati americani non sono in grado di combattere senza copertura aerea. Non lo faranno. Diranno: “O copertura aerea, o niente combattimento”). Comunque, la copertura aerea per le forze USA in Siria comporta o un tacito accordo con i russi e i siriani,  cosa che a quanto pare hanno gli Israeliani, o un  rischio immenso per le forze aeree e navali USA. Quindi torniamo alle negoziazioni con i russi e, tramite i russi, coi siriani.

Infatti, scommetto che è proprio quello che stanno facendo gli americani in questo momento. Negoziano tranquillamente coi russi. Problema: i neoconservatori odiano la Russia e tutto quanto è russo. E detestano Putin. Quindi come fanno il Dipartimento di Stato o la Casa Bianca a negoziare con i russi mentre, nello stesso momento, il Congresso, i media USA e la CIA sono impegnati in una campagna di odio isterica e paranoica contro la Russia?

Quindi ecco il dilemma di Trump: ha disperatamente bisogno che i veri nemici di Daesh – la Russia, l’Iran e la Siria – acconsentano al suo piano ma, allo stesso tempo, è troppo debole per contrastare la campagna di odio contro, be’, la Russia, l’Iran e la Siria all’interno degli Stati Uniti.

I neoconservatori, a quanto pare sostenuti dalla CIA e dal Pentagono, vogliono andare da soli: sparare a zero sulla Siria in stile “Ok Corral”, convinti di poter in qualche modo spaventare i russi, gli iraniani e i siriani fino alla resa. Se è così, sono sia stupidi che ignoranti. Oppure, c’è una possibilità persino peggiore: i neoconservatori *sanno* che il piano è destinato al disastro, ma vogliono che Trump vada in guerra lo stesso perché la sua presidenza ne verrebbe distrutta. Un’idea quasi elegante, in maniera perversa.

Quel che è sicuro è che non vedrete mai un neoconservatore in prima linea. Né loro né i loro ragazzi moriranno, qualsiasi cosa facciano. O almeno, questo è quello che pensano. Questa è una delle principali ragioni per cui i neoconservatori sono il più grande pericolo per gli USA e gli americani: disprezzano il vero popolo americano e non esiteranno a sacrificarlo, anche in gran numero se necessario (ricordate l’11 settembre?).

Ecco perché molti americani hanno votato per Trump e per la sua promessa di “bonificare la palude”. In realtà, la palude ha bonificato Trump e tutto è tornato alla “normalità”.

Quindi, cosa accadrà? Spero vivamente che non accada niente. Assolutamente niente. Finché gli Americani parlano soltanto e finché non fanno niente, potrebbero essere fatti dei passi avanti concreti in Siria (Daesh sta già perdendo la guerra!). Spero che i curdi, più o meno, “ci provino”, e poi rinuncino prima che le cose si mettano male. Se i curdi decidono davvero di combattere per lo Zio Sam, spero che si ricordino che gli USA li scaricheranno non appena Raqqa sarà liberata, semplicemente perché creare davvero una sorta di autonomia per i curdi contro la volontà di Siria, Iran e, più importante ancora, Turchia, potrebbe  davvero far sì che Erdogan chiuda la porta in faccia alla Nato. Se questo accadesse, l’unica opzione per la Turchia sarebbe una qualche intesa, o forse anche alleanza, con la Russia e l’Iran. L’effetto-domino a quel punto aprirebbe a infiniti scenari, e niente sarebbe da escludere.

Adesso gli Americani sono ancora piuttosto impegnati a liberare Mosul. Suppongo che se ci rimanessero abbastanza a lungo alla fine ci riuscirebbero, almeno per un po’. Non credo che possano controllare la città veramente a lungo. Potrebbero costruire una “fortezza consolare” come a Bagdad o a Kabul, ma questo non significherebbe controllare la città. Se per liberare Raqqa dovessero impiegare lo stesso tempo che ci stanno mettendo a liberare Mosul, allora la cosa potrebbe continuare per tanto, tanto tempo.

C’è una possibilità ancora più preoccupante: gli USA iniziano le operazioni in Siria, si cacciano nei guai, e quindi inizia una serie senza fine di escalation militari.  Prima o poi, ciò significa scontrarsi coi russi, e potrebbe mettersi male molto velocemente. Uno scontro diretto con l’Iran con conseguenza altrettanto imprevedibili. Se dovesse accadere, un sacco di americani moriranno.

Presupponendo che esista ancora qualcuno di sano e razionale nell’amministrazione Trump con sufficiente potere di influenza, forse tutta questa follia può ancora essere fermata. Esiste anche la possibilità molto concreta che l’attuale battaglia tra le élite USA porterà via così tante energie che nessuno avrà davvero il tempo e le forze per impegnarsi in un’operazione militare all’estero piena di rischi. E se tutto il resto dovesse fallire, forse qualcuno suggerirà a Trump che un intervento militare unilaterale in Siria è pura follia, e che gli costerebbe la presidenza. Forse è un argomento che potrebbe comprendere.

Il 2018 sarà un anno molto duro. Non penso che ci sia ancora speranza per un vero cambiamento delle politiche USA, e temo che dovremo imparare a convivere con una sorta di Obama 2.0 o qualche altra forma di “neo-neoconservatorismo”.

È stato molto bello sperare per un po’.  Ora dobbiamo accettare che le nostre speranze non si sono realizzate, e ricominciare a lottare.

The Saker

PS Ho appena appreso che, come prevedevo, Bannon è stato escluso dal Consiglio di Sicurezza Nazionale. Ecco qui. Ora il colpo di stato contro Trump è totalmente completato. E Bloomberg festeggia “la promozione dell’Intelligence Director e del Joint Chiefs chairman”. Dico davvero! È finita, amici, i neoconservatori hanno totalmente piegato Trump. E lui non ha nemmeno fatto resistenza…

Il Commentary Magazine sta già festeggiando, come se fosse arrivato Purim (una festa ebraica NdVdE).