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06/03/23

Un giornalista della NBC va in Crimea e sconvolge gli spettatori dicendo la verità

 


Anche la bolla mediatica statunitense sta mostrando le sue crepe. Come riporta Zero Hedge, il principale corrispondente  della NBC ha mandato un servizio dalla Crimea occcupata e ha mostrato agli americani l'inaudita verità, che i residenti della Crimea sono e si sentono effettivamente russi. Ovviamente, purtroppo per lui, è finito nella lista di proscrizione del governo ucraino, il simbolo del mondo democratico. 


di Tyler Durden,  3 marzo 2023


Raramente, se non mai, i corrispondenti delle principali reti mainstream statunitensi  mandano le notizie dall'interno della Crimea, e certamente non si trovano neanche lontanamente vicini al territorio controllato dalla Russia nell'Ucraina orientale. Tuttavia, questa settimana il principale corrispondente internazionale della NBC News, Keir Simmons, si è recato a Sebastopoli, circondato da una significativa presenza militare russa, dato che la città ospita la flotta del Mar Nero della Marina russa, e durante un collegamento in diretta ha ammesso che la speranza di Zelensky e delle forze ucraine di riconquistare la Crimea non è per niente realistica.

Questo soprattutto perché "le persone lì ... si considerano russe". Simmons ha osservato che "è molti anni che una troupe televisiva statunitense non si avvicina così tanto alla flotta russa del Mar Nero". Ha spiegato che "Vladimir Putin sarà molto determinato a difendere quel porto - a non farselo portare via - potrebbe fare praticamente qualsiasi cosa per cercare di raggiungere questo obiettivo".





"È una situazione di stallo molto, molto pericolosa... è difficile prevedere come si possa arrivare a un negoziato su questo. Ci sono militari assolutamente ovunque, è una città militare", ha continuato, prima di dire...

"Quando, ad esempio, Victoria Nuland parla del fatto che noi [gli Stati Uniti] come minimo vogliamo che la Crimea venga smilitarizzata, io mi ritrovo qui, in questo luogo, a chiedermi: come diavolo è possibile?"


Gira voce che i funzionari ucraini e gli esperti dei mass media pro-Kiev si siano indignati per la diretta, dato che Simmons ha ripetutamente e senza mezzi termini fatto riferimento al fatto che i residenti della Crimea si considerano russi. Anche un altro resoconto presentato giorni prima dall'interno della Crimea e pubblicato sul sito web della NBC conteneva queste parole:


Secondo Kyiv, i suoi alleati occidentali e le Nazioni Unite, questa non è Russia. È stata annessa dal Cremlino nel 2014, ma le Nazioni Unite hanno chiesto alla Russia di ritornare ai suoi "confini riconosciuti a livello internazionale".  E dopo la più ampia invasione lanciata da Mosca un anno fa, il presidente Volodymyr Zelenskyy ha promesso che l'Ucraina si riprenderà la Crimea.

 Ma Praskovya Baranova, 73 anni, parla russo, si sente russo e vive qui."

 

Ma sembra che il corrispondente della NBC, una volta sul campo, in un luogo dove pochi giornalisti occidentali si avventurano, non abbia potuto negare la semplice verità che vedeva intorno a sé.



Per la prima volta la NBC ha detto agli americani la verità sulla Crimea, e il suo giornalista è finito nella lista di proscrizione del governo ucraino insieme a molti altri cittadini statunitensi, giornalisti, preti e persino bambini.  

La NBC riferirà ora su questo elenco? I gruppi per la “libertà di stampa” lo denunceranno?

Cosa pensa il governo degli Stati Uniti dell'Ucraina che inserisce un giornalista della NBC nella sua lista di proscrizione?


Durante la rinfrescante ventata di verità del collegamento della NBC, David Sacks commenta: "Non molto tempo fa, queste erano denunciate come argomentazioni Putiniane".

Sacks dice anche che la NBC ammette chiaramente che l'obiettivo di Zelensky di riconquistare la Crimea rimane irrealistico e pericoloso:

"Questa è un'ammissione enorme, perché significa che la politica di Biden secondo cui "solo gli ucraini possono decidere" gli obiettivi della guerra non ha senso. Stiamo effettivamente delegando la nostra politica estera a Zelensky, che sta perseguendo obiettivi che noi non condividiamo."

"Nello stesso momento in cui la MSNBC sta improvvisamente diffondendo la verità sulla Crimea, il capo ucraino sta facendo pressioni per un attacco a tutto campo".

 "Sta diventando sempre più facile capire chi sono i veri fanatici,  in questa guerra", conclude Sacks.

 


24/03/19

La nostra intervista su Meglio Di Niente Radio

 

Venerdì 22 marzo, "impersonati" dai nostri @Carmenthesister e @SaintSimon, abbiamo avuto il piacere di partecipare a un'intervista in diretta su  Meglio Di Niente Radio, una nuova voce della rete, definita da uno dei suoi fondatori e nostro amico, Antonello Zedda, come un "contenitore di libertà" che ospita vari siti e blog.

 

Siamo stati invitati da Antonello per parlare del nostro sito: "Vocidallestero, quello che non c'è sui giornali".

 

Nell'intervista raccontiamo la nascita del blog, la sua evoluzione, e cerchiamo di spiegare come ci collochiamo nel grande panorama dell'informazione italiana.

 

Aperto da @Carmenthesister nel 2010 agli albori della grande crisi dell'eurozona per diffondere alcune voci di importanti economisti, soprattutto anglosassoni, che offrivano una interpretazione dei fatti molto diversa dalla storiella dei paesi corrotti e dei paesi virtuosi dei nostri media, il blog è cresciuto velocemente sull'onda dell'interesse destato da queste voci autorevoli. Alcuni dei primi lettori sono poi diventati collaboratori stabili, come @SaintSimon, che nell'intervista racconta come ha deciso di coinvolgersi in Vocidallestero dopo essere passato per la comunità di Goofynomics. Un passaggio fondamentale per molti, aggregatore e cassa di risonanza per una nuova avanguardia di intellettuali, i quali hanno talmente arricchito il panorama della informazione italiana sulla rete da rendere sempre più difficile, per noi di Voci, trovare all'estero una informazione di pari livello.

 

Così che cammin facendo il nostro obiettivo si è trasformato, dal diffondere nuove idee che circolavano all'estero, al pubblicare autorevoli voci straniere che confermavano quanto in Italia era già stato ampiamente detto, purtroppo restando quasi totalmente ignorato dai grandi giornali, per non parlare della televisione. Nell'intervista trovate anche una carrellata di alcuni articoli che consideriamo pietre miliari in questo senso, oltre ad alcuni altri che toccano temi oscurati e nascosti, o che escono dal nostro ambito tipico che è stato sempre l'economia, per inoltrarsi su argomenti più vasti.

 

Per noi è quasi incomprensibile come la grande informazione italiana mainstream continui non solo a ignorare quelle che sono ormai rappresentazioni della realtà della crisi condivise a livello accademico, ma anche in certi casi (dimostrabilissimi) a diffondere vere e proprie falsità, e a fomentare un clima di caccia alle streghe nei confronti di tutti coloro che portano avanti idee diverse da quelle uniche ammissibili del "politicamente corretto". Questa protervia da parte della classe intellettuale che da decenni ha occupato i media fa sorgere delle considerazioni sulle vere motivazioni di questo comportamento, che forse non è dettato solo dalla pura convenienza economica, ma probabilmente esprime il bisogno di difendere in maniera spasmodica una falsa identità, in cui essi stessi credono, costruitasi negli anni e ormai duramente minacciata dalla realtà dei fatti che avanza.

 

Nell'intervista raccontiamo anche brevemente chi siamo e il nostro modo di lavorare, in cui ciascuno di noi ha la possibilità di esprimersi con molta autonomia e nel contempo collaborare strettamente.

 

Cosa ci proponiamo per il futuro? Continueremo a svolgere il nostro compito, da un lato cercando di stare sulla notizia per smontare le false rappresentazioni dei fatti con cui continuamente si tenta di manipolare l'opinione pubblica, ma dall'altro cercando anche di spaziare su argomenti che non siano quelli dettati dall'agenda mainstream, ma che restano pericolosamente occultati e nascosti. Dall'obbligo vaccinale, all'intelligenza artificiale, alle minacce alla libera informazione.

 

E nei limiti del tempo che abbiamo a disposizione, purtroppo un bene veramente scarso, cercheremo di portare avanti una proficua collaborazione con Meglio Di Niente, che ringraziamo di cuore per averci ospitato.

20/10/18

Alberto Bagnai - L’informazione, il deficit, e i mercati

Dal blog Goofynomics di Alberto Bagnai traduciamo un post in inglese, principalmente rivolto agli investitori internazionali o comunque a un pubblico non esperto delle cose italiane, in cui, facendo riferimento a un articolo di Reuters, ne dimostra l'inesattezza, se non la tendenziosità. In giornate in cui il nostro paese si trova sotto attacco per la legittima volontà del suo governo di attuare un programma di rilancio dell'economia, che rischia l'asfissia, gli esempi di un'informazione imprecisa o volutamente manipolativa, che arriva a sfiorare il procurato allarme,  si moltiplicano, purtroppo soprattutto in Italia. E invece qualcuno che parla chiaro, inaspettatamente, lo troviamo proprio in Germania...

 

 

 

 

di Alberto Bagnai, 14 ottobre 2018

 

I mercati sono nervosi, e li capisco bene. A volte le informazioni che ricevono dall’Italia sono davvero terrificanti! Li inviterei però a prenderle cum grano salis.

 

Prendiamo per esempio questo articolo, pubblicato qualche ora fa da Reuters. Mi concentrerò solo su una delle molte affermazioni discutibili: l’idea che il governo italiano programmi di “triplicare il deficit l’anno prossimo, facendo marcia indietro sulla precedente promessa di ridurlo”.

 



 

Ho provato a leggere questa frase con gli occhi di un investitore internazionale, comprensibilmente all’oscuro dei fatti e dei dati fondamentali dell’economia italiana, che conosce poco o nulla delle modalità con cui la legge di bilancio è scritta, discussa e approvata.

 

Prese alla lettera, queste parole significano che il governo italiano ha deciso di triplicare il deficit di bilancio del 2019 rispetto al valore di quest’anno. Quest’ultimo per ovvie ragioni non è ancora noto, ma secondo la maggior parte delle stime (incluse quelle del governo) è probabile che sarà all’1,8% del PIL. Poiché 1,8x3=5,4, gli investitori internazionali potrebbero concludere che il governo italiano programmi di espandere il deficit di bilancio oltre il 5% del PIL. Le loro preoccupazioni sarebbero del tutto giustificate.

 

Fortunatamente, tutti sanno che il dato corretto è 2,4: meno della metà del dato suggerito da Reuters. Da dove viene allora questo “triplo”? Per capirlo servono un po’ di informazioni di contesto. Il Documento di Economia e Finanza (DEF) stabilisce un piano triennale per la politica di bilancio italiana, dove uno scenario di riferimento (il cosiddetto “tendenziale”, ovvero l’andamento previsto a politiche invariate) viene confrontato con uno scenario controfattuale (il cosiddetto “programmatico”, ovvero uno scenario che prende in considerazione il programma economico del governo). E ora possiamo spiegare questo presunto “triplo” prendendo 2,4 (il dato corretto) e dividendolo per 3: 2.4/3=0.8.

 

I mercati potrebbero avere dimenticato questo dato. Io no, perché lo scorso maggio ho riferito sul DEF al Senato della Repubblica Italiana: 0.8 era il rapporto deficit/PIL nel “tendenziale” proposto dal precedente governo.

 

Il resoconto di Reuters è quindi inesatto sotto almeno altri due aspetti. Primo, perché sarebbe inutile confrontare un dato “tendenziale” (non aggiornato, tra l’altro) con uno “programmatico”. In altre parole, nessuno sa cosa avrebbe fatto il Partito Democratico a settembre se fosse stato ancora in carica. Abbiamo abbastanza elementi per sospettare che avrebbe aumentato il suo dato “programmatico” di settembre rispetto al suo “tendenziale” di maggio, come in molti altri casi, ma questa è una questione discutibile. Non può essere fatto nessun confronto sensato tra il nostro 2,4 e il loro 0,8. Il secondo motivo per cui il resoconto di Reuters è errato è che l’attuale governo ad aprile non era in carica: quindi è in ogni caso sbagliato sostenere che sta “facendo marcia indietro”. Il governo italiano non ha fatto marcia indietro: è cambiato. Sospetto che qualcuno a Reuters possa essere dispiaciuto per questo, e me ne rammarico, ma non è colpa mia: è la democrazia.

 

Per farla breve: non c’è stata nessuna triplicazione del deficit, non c’è stata nessuna marcia indietro. C’è invece un grave problema di qualità dell’informazione. L’informazione, ancora più del denaro, è la materia prima più preziosa per chi lavora nei mercati. Spero che queste persone siano consapevoli del problema, e c’è qualche segnale che effettivamente lo sono.

 

30/04/18

Le "Fake news" sono la reazione alla fine del monopolio della narrazione

Dal blog dell'economista serbo-americano Branko Milanovic, un'interessante riflessione di natura storica e geopolitica sull'isteria liberal per le fake news: è la reazione scomposta dell'establishment anglo-americano, abituato a detenere il monopolio informativo e narrativo globale fin dalla Seconda Guerra Mondiale, all'ingresso nello spazio mediatico unificato globale dei canali  informativi rivali (russi, cinesi, arabi, turchi, etc) che riescono non solo a rompere questo monopolio nei propri mercati di riferimento, ma perfino a sviluppare una narrazione alternativa del dominio anglo-americano nel cortile di casa dell'Occidente.

 

 

 

di Branko Milanovic, 18 febbraio 2018

 

Davvero poche persone riescono a trovare un senso nell'attuale isteria sulle "fake news" e quasi nessuno è disposto a inquadrarla nel contesto storico e a comprendere perché il problema sia sorto adesso.

 

La ragione per cui si è diffusa l'isteria, e specialmente negli Stati Uniti, è perché si tratta di  una reazione (più o meno comprensibile) alla perdita del potere monopolistico globale esercitato dai media anglo-americani, in particolar modo dal 1989, ma praticamente dal 1945 in poi.

 

Le ragioni del quasi-monopolio occidentale tra il 1949 e il 1989 (chiamiamola Fase 1) sono  molteplici: il grande flusso di notizie provenienti da canali di informazione come la BBC, e più tardi la CNN, molto maggiore rispetto a quelle fornite dalle agenzie nazionali in molti paesi; la portata molto più ampia dei grandi servizi informativi in lingua inglese: questi offrivano una copertura giornalistica di tutti i paesi, mentre i media nazionali potevano a malapena permettersi corrispondenti in due o tre delle maggiori capitali mondiali; la diffusione dell'inglese come seconda lingua; e ultimo, ma non meno importante, la migliore qualità delle notizie (ovvero la maggiore veridicità) rispetto a quelle reperibili nelle fonti nazionali.

 

Questi vantaggi dei media occidentali erano particolarmente evidenti ai cittadini del Secondo Mondo, dove i governi mantenevano una stretta censura, cosicché l'URSS doveva perfino arrivare all'estremo di bloccare le stazioni radio occidentali. Ma anche nel resto del mondo i media occidentali erano spesso migliori di quelli locali per le ragioni che ho menzionato.

 

Un lettore attento avrà notato che finora ho contrapposto i media globali anglo-americani a quelli nazionali o solamente locali. Ciò perché solo i primi avevano una portata globale e il resto dei media (a causa della mancanza di finanziamenti o di ambizione, del controllo governativo o della limitata diffusione della lingua) operava a livello puramente nazionale. Così i media inglesi e statunitensi hanno combattuto una battaglia impari con i piccoli giornali o TV nazionali. Non è sorprendente che i media globali anglo-americani siano stati capaci di controllare, in molti casi completamente, la narrazione politica. Non solo i media occidentali erano pienamente in grado di influenzare quello che (ad esempio) le persone in Zambia pensavano dell'Argentina o viceversa (perché probabilmente chi viveva in Zambia aveva a disposizione una copertura locale degli avvenimenti in Argentina prossima alla zero); soprattutto, a causa della maggiore apertura e migliore qualità dei media occidentali, questi erano in grado perfino di influenzare la narrazione pubblica all'interno dello Zambia o all'interno dell'Argentina.

 

I rivali globali che l'Occidente affrontava all'epoca erano risibili. Le radio ad onde corte cinesi, sovietiche e albanesi avevano programmi in molteplici lingue, ma le loro storie erano così insipide, noiose e irrealistiche che la gente che, di volta in volta, le ascoltava, lo faceva per lo più a scopo di divertimento.

 

Il monopolio dei media occidentali si è quindi ulteriormente espanso con la caduta del Comunismo (chiamiamola Fase 2). Tutti i paesi ex-comunisti dove i cittadini erano abituati ad ascoltare clandestinamente Radio Europa Libera erano adesso più che disponibili a credere nella verità di tutto quello che veniva diffuso da Londra e Washington. Molti di questi organi di informazione si installarono nell'ex Blocco Orientale (RFE oggi ha i l quartier generale a Praga).

 

Ma la luna di miele del monopolio globale occidentale iniziò a cambiare quando gli "altri" realizzarono che anche loro potevano provare a diventare globali, nell'unico spazio mediatico globale creato grazie alla globalizzazione e a Internet. La diffusione di Internet garantiva che si potessero produrre programmi e notizie in lingua spagnola - o araba - e che fossero guardati in ogni parte del mondo. Al Jazeera è stata la prima a intaccare pesantemente, e poi distruggere, il monopolio occidentale sulla narrazione del Medio Oriente in Medio Oriente. E adesso entriamo nella Fase 3. I canali turchi, russi e cinesi hanno quindi fatto lo stesso. Quanto successo nel mondo delle notizie ha avuto un parallelo in un'altra area in cui il monopolio anglo-americano era totale, ma poi ha iniziato a indebolirsi. Le serie TV globali che venivano esportate, di solito erano prodotte solamente negli USA - o in UK; ma presto hanno trovato rivali di grande successo nelle telenovelas latino-americane, nelle serie indiane e turche, e più recentemente russe. In realtà, questi nuovi arrivati hanno praticamente spinto le serie USA e UK quasi completamente fuori dai propri mercati "nazionali" (che, per esempio, per la Turchia include gran parte del Medio Oriente e dei Balcani).

 

Quindi è arrivata la Fase 4, quando altri media non-occidentali hanno capito che potevano provare a sfidare il monopolio informativo occidentale non solo all'estero, ma anche nel giardino di casa dei media occidentali. Questo è successo quando Al Jazeera-US, Russia Today, CCTV e altri sono entrate in scena con i loro programmi e le loro notizie in lingua inglese (e anche francese, spagnola, etc) orientate all'audience globale, inclusa quella americana.

 

Questo è stato in effetti un cambiamento enorme. Ed è il motivo per cui stiamo attraversando una fase di reazione isterica alle "fake news": perché è la prima volta che media non-occidentali stanno non solo creando la propria narrazione globale, ma stanno anche cercando di creare una narrazione dell'America.

 

Per la gente che viene da paesi piccoli (come me) questa è una  cosa del tutto normale: siamo abituati a stranieri che non solo nominano i nostri ministri ma che sono presenti in tutto lo spazio mediatico, e persino influenzano la narrazione della storia e della politica del paese, spesso perché la qualità delle loro notizie e delle loro borse di studio è migliore. Ma per molte persone negli USA e in UK questo è uno shock totale: come osano degli stranieri dir loro qual è la narrazione del proprio paese?

 

Ci sono due possibili esiti di questa situazione. Uno è che il pubblico statunitense dovrà rendersi conto che, con la globalizzazione, persino il paese più importante, come sono gli USA, non è immune dall'influenza degli altri; anche gli Stati Uniti, in confronto al resto del mondo nel suo complesso, diventano "piccoli". Un'altra possibilità è che l'isteria porterà alla frammentazione dello spazio di internet, come stanno già facendo Cina, Arabia Saudita e altri. Allora invece di una bella piattaforma globale per tutte le opinioni, torneremo indietro alla situazione pre-1945, con "stazioni radio" nazionali, reti internet locali, bando delle lingue straniere (e forse persino degli stranieri) sulle NatNets nazionali [gioco di parole basato sull'etimologia della parola internet,  sincrasi di International Network, i.e. rete internazionale, a cui vengono contrapposte le reti nazionali, i.e. National Networks, NatNets, ndt] - in sostanza avremo messo fine alla globalizzazione del libero pensiero e saremo tornati ad un genuino nazionalismo.

 

03/02/18

Big Data e il Grande Fratello si incontrano in Cina, dove ogni cittadino ha un punteggio

La sfida per il nostro futuro si gioca ormai non tanto sulla disponibilità di risorse materiali ma sul controllo delle informazioni. La privacy ormai diviene il bene più prezioso che un individuo possa possedere. Mentre ovunque nel mondo si assiste ad un'acritica celebrazione della trasparenza, della condivisione di informazioni personali e di un non ben specificato ideale astratto di "onestà", un articolo recentemente apparso su Wired descrive uno scenario distopico ma neanche troppo distante in cui tali attuali tendenze vengono lasciate alla loro traiettoria naturale. Si tratta di un inquietante esperimento attualmente in corso in Cina, con il quale il governo ha intenzione di creare un enorme, spaventoso sistema di valutazioni a punteggi in stile Tripadvisor per ogni singolo essere umano presente nel territorio cinese. Un incubo kafkiano di controllo sociale che non ha precedenti, ma le cui premesse divengono sempre più presenti e familiari anche in occidente.

 

 

 

Di Rachel Botsman, 21 ottobre 2017

 

 

Il 14 giugno 2014 il Consiglio di Stato della Cina ha pubblicato un inquietante documento intitolato "Linee guida per la costruzione di un sistema di affidabilità sociale". Come consuetudine per i documenti politici cinesi, si tratta di un testo lungo e piuttosto arido, ma che contiene un'idea radicale. E se esistesse una parametro di affidabilità nazionale per classificare i cittadini?

 

 

Immaginiamo un mondo in cui la maggior parte delle attività quotidiane sono costantemente monitorate e valutate: gli acquisti nei negozi e online; la nostra posizione in qualsiasi momento; chi sono i nostri amici e come interagiamo con loro; le ore passate a guardare video o giocare ai videogiochi; le fatture e tasse pagate (o no). Non è difficile da immaginare, perché in buona parte parte ciò avviene già, grazie a tutti quei colossi che raccolgono dati come Google, Facebook e Instagram o ad app di monitoraggio della salute come Fitbit. Ma ora immaginiamo un sistema in cui tutti questi comportamenti sono valutati come positivi o negativi e riassunti in un unico numero, secondo regole stabilite dal governo. Ciò creerebbe un punteggio personale del cittadino per valutarne l’affidabilità. Tale punteggio sarebbe inoltre pubblicamente raffrontato con quello dell'intera popolazione e usato per valutare l’idoneità ad ottenere un mutuo o un lavoro, la scuola dei figli - o anche solo le chance di essere considerati desiderabili dall’altro sesso.

 

 

 

Una visione futuristica da Grande Fratello fuori da ogni controllo? No, è già in atto in Cina, dove il governo sta sviluppando il Social Credit System (SCS) per valutare l'affidabilità dei suoi 1,3 miliardi di cittadini. Il governo cinese sta promuovendo il sistema come un modo desiderabile per misurare e migliorare la "fiducia" a livello nazionale e per costruire una cultura di "sincerità". Come afferma il documento, "Forgerà un ambiente di opinione pubblica dove mantenere la fiducia è onorevole. Rafforzerà la sincerità negli affari del governo, la sincerità commerciale, la sincerità sociale e la costruzione della credibilità giudiziaria".

 

 

Altri sono meno ottimisti riguardo al suo scopo più ampio. "È molto ambizioso sia come profondità che come portata, compreso il controllo del comportamento individuale e dei libri che si leggono. Una sorta di monitoraggio dei consumatori di Amazon in veste politica orwelliana ", così definisce il sistema di credito sociale Johan Lagerkvist, esperto di internet cinese presso l'Istituto svedese per gli affari internazionali. Rogier Creemers, un ricercatore specializzato in diritto e governance cinese presso l'Istituto Van Vollenhoven dell'Università di Leida, che ha pubblicato una traduzione completa del piano, lo ha paragonato a "recensioni di Yelp con uno Stato-bambinaia che sorveglia da dietro le spalle".

 

 

Per ora, tecnicamente, la partecipazione al Citizen Scores in Cina è volontaria. Ma entro il 2020 sarà obbligatoria. Il comportamento di ogni singolo cittadino e persona giuridica in Cina (sono incluse anche società o altri enti) sarà valutato e classificato, con o senza il loro consenso.

 

 

Prima di implementarlo a livello nazionale nel 2020, il governo cinese sta adottando un approccio watch-and-learn. In questo matrimonio tra sorveglianza comunista ed efficientismo capitalista, il governo ha concesso ad otto compagnie private la licenza di elaborare sistemi e algoritmi per i punteggi di credito sociale. Prevedibilmente, attualmente sono i giganti di dati a gestire due dei progetti principali.

 

 

Il primo è China Rapid Finance, partner del colosso social network Tencent e sviluppatore dell'applicazione di messaggistica WeChat con oltre 850 milioni di utenti attivi. L'altro, Sesame Credit, è gestito da Ant Financial Services Group (AFSG), una società affiliata ad Alibaba. Ant Financial vende prodotti assicurativi e offre prestiti a piccole e medie imprese. Tuttavia, la vera star di Ant è AliPay, il suo ramo che si occupa di di pagamenti e che le persone usano non solo per comprare cose online, ma anche per pagare ristoranti, taxi, tasse scolastiche, biglietti per il cinema e anche per trasferire denaro.

 

 

Sesame Credit ha inoltre collaborato con altre piattaforme generatrici di dati, come Didi Chuxing, la società di corse in taxi su richiesta che era il principale concorrente di Uber in Cina prima di acquisire la concessionaria cinese della compagnia americana nel 2016, e Baihe, il più grande servizio online per cuori solitari del paese . Non è difficile vedere come tutto ciò si aggiunga alla gigantesca mole di dati cui Sesame Credit può attingere per valutare come le persone si comportano e valutarle di conseguenza.

 

 

Ma come vengono valutate le persone? Sesame Credit classifica gli individui con un punteggio compreso tra 350 e 950 punti. Alibaba non divulga il "complesso algoritmo" che usa per calcolare il numero ma rivela i cinque fattori presi in considerazione. Il primo è la solvibilità. Ad esempio, il cittadino paga la bolletta elettrica o telefonica in tempo? Secondariamente, la capacità di adempimento, definita nelle sue linee guida come "la capacità di un utente di adempiere ai propri obblighi contrattuali". Il terzo fattore sono le caratteristiche personali, la verifica delle informazioni personali come il numero di cellulare e l'indirizzo. Ma la quarta categoria, il comportamento e le preferenze, è dove la storia diventa interessante.

 

 

In base a questo sistema, una cosa innocua come le abitudini di acquisto di una persona ne diventa una misura del carattere. Alibaba ammette di classificare le persone in base al tipo di prodotti acquistati. "Chi gioca a videogiochi per dieci ore al giorno, ad esempio, è considerato una persona inattiva", dice Li Yingyun, direttore tecnologico di Sesame. "Chi compra spesso pannolini è considerato un probabile genitore, che a conti fatti ha maggiori probabilità di avere un senso di responsabilità". Quindi il sistema non solo indaga sul comportamento, ma lo modella. "Allontana" i cittadini da acquisti e comportamenti sgraditi al governo.

 

 

Anche gli amici contano. La quinta categoria sono infatti le relazioni interpersonali. Cosa rivela la scelta di amici online e le interazioni sulla persona che viene valutata? Condividere ciò che il Sesame Credit definisce "energia positiva" online, messaggi a favore del governo o su come vada bene l'economia del Paese farà aumentare il punteggio.

 

 

Alibaba ribadisce che, attualmente, qualsiasi cosa negativa pubblicata sui social media non influenza i punteggi (ma non si sa se questo è vero o meno perché l'algoritmo è segreto). Ma si può comprendere come ciò potrebbe accadere quando il sistema governativo di valutazione dei cittadini sarà ufficialmente implementato nel 2020. Anche se al momento sembra che nessuna delle otto società private coinvolte nel progetto pilota in corso sarà alla fine responsabile della gestione del sistema definitivo, è difficile credere che il governo non tenti di estrarre la quantità massima di dati per il suo SCS, fin dall’esperimento pilota. Se ciò accadesse e diventasse la norma con il SCS del governo, le piattaforme private agirebbero essenzialmente come agenzie di spionaggio per il governo. Potrebbero anche non avere scelta.

 

 

Pubblicare opinioni politiche o collegamenti dissenzienti citando Piazza Tiananmen non è mai stato saggio in Cina, ma ora potrebbe danneggiare direttamente il rating di un cittadino. Ma ecco il vero pezzo forte: il punteggio di una persona sarà anche influenzato da quello che dicono e fanno i loro amici online, al di là degli effettivi contatti con loro. Se qualcuno con cui si è connessi pubblica online un commento negativo, il punteggio di entrambi si abbasserà.

 

 

Ma allora, perché milioni di persone hanno già aderito a ciò che equivale a un periodo di prova per un sistema di sorveglianza del governo approvato pubblicamente? Ci possono essere motivi più oscuri, non dichiarati - paura di rappresaglie, per esempio, per coloro che non alzano la mano - ma c'è anche l’effetto-esca, sotto forma di ricompense e "privilegi speciali" per quei cittadini che si dimostrano essere "degni di fiducia" su Sesame Credit.

 

 

Se il punteggio raggiunge i 600 punti, si può richiedere un prestito Just Spend fino a 5.000 yuan (circa £ 565) da utilizzare per acquisti online, ovviamente su un sito Alibaba. Raggiungendo i 650 punti, si può noleggiare un'auto senza lasciare un deposito. Si ha anche diritto a un check-in più veloce negli hotel e al check-in VIP all'aeroporto internazionale di Pechino. Chi accumula più di 666 punti può ottenere un prestito in contanti fino a 50.000 yuan (£ 5.700), ovviamente da Ant Financial Services. Oltre i 700 punti si può fare domanda per viaggiare a Singapore senza documenti giustificativi come una lettera del datore di lavoro. E una volta accumulati 750 punti, si ottiene il rilascio veloce dell’ambìto visto Schengen paneuropeo. "Penso che il sistema possa essere descritto al meglio come una specie di figlio bastardo di un programma fedeltà", afferma Creemers.

 

 

I punteggi più alti sono già diventati uno status symbol, con quasi 100.000 persone che si vantano dei loro punteggi su Weibo (l'equivalente cinese di Twitter) pochi mesi dopo il lancio. Il punteggio di un cittadino può anche influire sulle probabilità essere considerati buoni partiti, o di trovare un partner da sposare, perché più alto è il loro punteggio Sesame, meglio piazzato è il loro profilo sul sito matrimoniale Baihe.

 

 

Sesame Credit offre già suggerimenti per aiutare le persone a migliorare il proprio ranking, incluso l'avvertimento sui rischi di stringere amicizia con qualcuno che ha un punteggio basso. Ciò potrebbe portare all'aumento dei consulenti per i punteggi, che condivideranno consigli su come guadagnare punti, o consulenti di reputazione sociale disposti a offrire consigli specialistici su come migliorare strategicamente una classifica o uscire dalla lista nera.

 

 

In effetti, il sistema di credito sociale del governo è fondamentalmente una versione Big Data dei metodi di sorveglianza del Partito Comunista; l'inquietante dang'an. Il regime mantiene da sempre dossier su ogni individuo, dove vengono registrate tutte le trasgressioni politiche e personali. Il dang'an di un cittadino li segue per tutta la vita, dalle scuole al lavoro. Le persone comuni possono fornire informazioni su amici e persino familiari, sollevando sospetti e abbassando la fiducia sociale in Cina. La stessa cosa succederà con i dossier digitali. Tutti avranno un incentivo a dire ai loro amici e familiari: "Non pubblicare questo. Non voglio che tu danneggi il tuo punteggio, ma soprattutto non voglio che danneggi il mio."

 

 

Assisteremo sicuramente anche alla nascita di mercati neri della reputazione, che vendono espedienti sottobanco per migliorare l'affidabilità. Così come possono essere acquistati i Mi piace di Facebook e i follower di Twitter, le persone pagheranno per manipolare il loro punteggio. Che dire poi della sicurezza del sistema? Gli hacker (alcuni persino al servizio dello stato) potrebbero modificare o rubare le informazioni archiviate digitalmente.

 

 

 

Il nuovo sistema riflette un astuto cambio di paradigma. Come si può intuire, invece di cercare di rafforzare la stabilità o la conformità col bastone e una buona dose di paura dall'alto verso il basso, il governo cerca di trasformare l'obbedienza in un gioco. È un metodo di controllo sociale mascherato da un sistema di punti-ricompensa. È obbedienza gamificata.

 

 

In un quartiere alla moda nel centro di Pechino, nell'ottobre 2015 la BBC fece un servizio in cui chiedeva alla gente un parere sui rating di Sesame. La maggior parte parlava dei lati positivi. E dopo tutto, chi potrebbe criticare pubblicamente il sistema? Il punteggio potrebbe risentirne. È allarmante che pochissime persone abbiano capito fino a che punto un cattivo punteggio potrebbe danneggiarli in futuro. Ancora più preoccupante è il numero di persone che non avevano idea di essere sotto esame.

 

 

Al momento Sesame Credit non penalizza direttamente le persone per la loro "inaffidabilità" - è più efficace far abboccare le persone con gli zuccherini per un buon comportamento. Tuttavia Hu Tao, presidente di Sesame Credit, avverte che il sistema è progettato in modo che "le persone non affidabili non possano noleggiare un'auto, non possano prendere in prestito denaro o addirittura non possano trovare un lavoro". Ha persino rivelato che Sesame Credit ha contattato l'Ufficio Educazione cinese per condividere un elenco degli studenti che hanno copiato agli esami nazionali, al fine di far loro pagare in futuro la loro disonestà.

 

 

Le sanzioni cambieranno radicalmente quando il sistema governativo diventerà obbligatorio nel 2020. Infatti, il 25 settembre 2016, l'Ufficio generale del Consiglio di Stato ha aggiornato la sua politica intitolata "Meccanismi di allarme e sanzioni per le persone soggette a misure esecutive per violazioni di fiducia". Il principio fondamentale è semplice: "Se la fiducia è violata in un aspetto, le restrizioni sono imposte ovunque", afferma il documento politico.

 

 

Ad esempio, le persone con un basso rating avranno una velocità più bassa di internet; accesso limitato a ristoranti, locali notturni o campi da golf; e la rimozione del diritto di viaggiare liberamente all'estero con "controlli restrittivi sui consumi all'interno delle aree di vacanza o di viaggio". I punteggi influenzeranno le domande di noleggio di un individuo, la sua capacità di ottenere un'assicurazione o un prestito e anche benefici di sicurezza sociale. I cittadini con punteggi bassi non saranno assunti da determinati datori di lavoro e sarà loro impedito di ottenere alcuni posti di lavoro, incluso il servizio civile, il giornalismo e i campi legali, dove ovviamente si deve essere considerati degni di fiducia. Inoltre i cittadini di basso profilo saranno soggetti a restrizioni quando iscrivono se stessi o i loro figli in scuole private costose. Per quanto inverosimile, questa lista di sanzioni è autentica. È la realtà che i cittadini cinesi dovranno affrontare. Come afferma il documento governativo, il sistema di credito sociale "permetterà agli affidabili di muoversi liberamente ovunque sotto il cielo rendendo difficile per i discreditati fare un singolo passo".

 

 

Secondo Luciano Floridi, professore di filosofia ed etica dell'informazione all'Università di Oxford e direttore della ricerca presso l'Oxford Internet Institute, tre sono stati i "cambiamenti decentranti" critici che hanno alterato il nostro punto di vista sull'auto-comprensione: Il modello di Copernico della Terra in orbita attorno al Sole; la teoria di Darwin sulla selezione naturale; e l'affermazione di Freud secondo cui le nostre azioni quotidiane sono controllate dalla mente inconscia.

 

 

Floridi ritiene che stiamo entrando nella quarta fase, poiché ciò che facciamo online e offline si fondono in un “onlife”. Asserisce che, poiché la nostra società diventa sempre più una infosfera, una miscela di esperienze fisiche e virtuali, stiamo acquisendo una personalità della vita - diversa da ciò che siamo solo nel "mondo reale". Lo si vede bene su Facebook, dove le persone presentano un ritratto modificato o idealizzato delle loro vite. O si pensi a Uber. I clienti non sono forse un po’ più gentili con gli autisti perché sanno di essere valutati? Ma le valutazioni Uber non sono nulla in confronto a Peeple, un'app lanciata a marzo 2016, che è come un Yelp per gli umani. Peeple consente di assegnare voti e recensioni a tutti quelli che si conoscono: il coniuge, il vicino, il capo e persino un ex. Un profilo visualizza un "Numero Peeple", che è un punteggio basato su tutti i feedback e le raccomandazioni ricevuti. Ciò che è peggio, una volta che un nome entra nel sistema Peeple, resta lì per sempre. Non se ne può uscire.

 

 

Peeple proibisce certi comportamenti ostili come menzionare le condizioni di salute private, usare un linguaggio volgare o sessista (sempre che sia possibile valutare oggettivamente che lo sia). Ma ci sono poche regole su come le persone sono classificate o sugli standard di trasparenza.

 

 

Per quanto il sistema di fiducia della Cina sia ancora volontario, ha già dato delle conseguenze. Nel febbraio 2017, la Corte Suprema del Popolo del paese ha annunciato che a 6,15 milioni dei suoi cittadini era stato vietato di prendere un aereo negli ultimi quattro anni per infrazioni sociali. Il divieto viene indicato come un primo passo verso la lista nera della SCS. "Abbiamo firmato un memorandum... [con oltre] 44 dipartimenti governativi al fine di limitare le persone" screditate "su più livelli", afferma Meng Xiang, capo del dipartimento esecutivo della Corte Suprema. Un altro 1,65 milioni di persone nella lista nera non possono prendere treni.

 

 

Dove questi sistemi realmente entrano in un territorio da incubo è il fatto che gli algoritmi di fiducia usati sono ingiustamente riduttivi. Non tengono conto del contesto. Ad esempio, una persona potrebbe mancare il pagamento di una fattura o una multa perché si trova in ospedale; un altro potrebbe semplicemente essere uno scroccone. E qui sta la sfida che tutti noi dobbiamo affrontare nel mondo digitale, e non solo i cinesi. Se gli algoritmi per controllare la nostra vita sono qui per restare, dobbiamo capire come possano tener conto delle sfumature, le incoerenze e le contraddizioni insite negli esseri umani e come possano riflettere la vita reale.

 

 

Si potrebbe vedere il cosiddetto piano di fiducia della Cina come un misto tra 1984 di Orwell e i cani di Pavlov. Comportati da buon cittadino, raccogli il premio e fai finta di divertirti. Vale la pena ricordare, tuttavia, che i sistemi di punteggio personali sono già presenti in Occidente da decenni.

 

 

Più di 70 anni fa, due uomini chiamati Bill Fair e Earl Isaac inventarono i punteggi di affidabilità creditizia. Oggi, le aziende utilizzano i punteggi FICO per determinare molte decisioni finanziarie, tra cui il tasso di interesse sui mutui o l’eleggibilità a ricevere un prestito.

 

 

La maggior parte dei cinesi non ha mai avuto punteggi di credito e quindi non può ottenere crediti. "Molte persone non possiedono case, auto o carte di credito in Cina, quindi quel tipo di informazioni non è disponibile per la misurazione", spiega Wen Quan, un influente blogger che scrive di tecnologia e finanza. "La banca centrale ha i dati finanziari di 800 milioni di persone, ma solo 320 milioni hanno una storia di credito tradizionale". Secondo il Ministero del commercio cinese, la perdita economica annuale causata dalla mancanza di informazioni sul credito è superiore a 600 miliardi di yuan (68 miliardi di sterline).

 

 

La mancanza di un sistema di credito nazionale da parte della Cina è il motivo per cui il governo è fermamente convinto che i punteggi dei cittadini sono ormai urgenti e assolutamente necessari per fissare quello che definiscono un "deficit di fiducia". In un mercato scarsamente regolamentato, la vendita di prodotti contraffatti e non conformi è un problema enorme. Secondo l'Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (OCSE), il 63 per cento di tutti i prodotti contraffatti, dagli orologi alle borse agli alimenti per l'infanzia, proviene dalla Cina. "Il livello di micro corruzione è enorme", afferma Creemers. "Quindi, se questo particolare schema si traduce in una supervisione e una responsabilità più efficaci, sarà probabilmente accolto con favore".

 

 

Il governo sostiene inoltre che il sistema è un modo per far rientrare quelle persone tagliate fuori dai tradizionali sistemi di credito, come studenti e famiglie a basso reddito. Il professor Wang Shuqin dell'Ufficio di Filosofia e Scienze Sociali della Capital Normal University in Cina ha recentemente vinto la gara per aiutare il governo a sviluppare il sistema che lui definisce "Sistema sociale cinese della fedeltà". Senza un tale meccanismo, fare affari in Cina è rischioso, sottolinea, poiché circa la metà dei contratti firmati non viene mantenuta. "Data la velocità dell'economia digitale, è fondamentale che le persone possano verificare rapidamente l’affidabilità creditizia dei partner d’affari", afferma. "Il comportamento della maggioranza è determinato dal loro mondo di pensare. Una persona che creda nei valori fondamentali socialisti si comporta in modo più decente". Gli "standard morali" che il sistema valuta, oltre ai dati finanziari, sono considerati come bonus.

 

 

In effetti, lo scopo del Consiglio di Stato è quello di aumentare "la mentalità dell’onesta e i livelli di credito dell'intera società" al fine di migliorare "la competitività complessiva del paese". È possibile che l'SCS sia in realtà un approccio più desiderabilmente trasparente alla sorveglianza in un paese che ha una lunga storia di sorveglianza dei suoi cittadini? "Come cittadino cinese, sapendo che tutto ciò che faccio online viene monitorato, preferirei essere al corrente dei dettagli di ciò che viene monitorato e utilizzare queste informazioni per imparare a rispettare le regole?" dice Rasul Majid, un blogger cinese di Shanghai che scrive di design comportamentale e psicologia del gioco. "O preferirei piuttosto vivere nell'ignoranza e nella speranza/desiderio/sogno che la privacy personale esista ancora e che i nostri governanti ci rispettino abbastanza da non trarne vantaggio?" In parole povere, Majid pensa che il sistema gli dia un po' più di controllo sui suoi dati.

 

 

Quando parlo agli occidentali del Social Credit System in Cina, le loro risposte sono appassionate e viscerali. Eppure valutiamo già ristoranti, film, libri e persino medici. Facebook, nel frattempo, è ora in grado di identificarci nelle immagini senza vedere la nostra faccia; bastano solo i vestiti, i capelli e il tipo di corporatura per essere taggati in un'immagine con un'accuratezza dell'83%.

 

 

Nel 2015, l'OCSE ha pubblicato uno studio che rivela che negli Stati Uniti ci sono almeno 24,9 dispositivi connessi ogni 100 abitanti. Tutte le società esaminano i "big data" emessi da questi dispositivi per comprendere le nostre vite e i nostri desideri e per prevedere le nostre azioni in modi che non potremmo nemmeno prevedere noi stessi.

 

 

I governi di tutto il mondo sono già coinvolti nel monitoraggio e nella valutazione. Negli Stati Uniti, la National Security Agency (NSA) non è l'unico occhio digitale ufficiale che segue i movimenti dei suoi cittadini. Nel 2015, la US Transportation Security Administration ha proposto l'idea di espandere i controlli di background PreCheck per includere tutti i post dei social media, i dati sulla posizione e la cronologia degli acquisti. L'idea è stata scartata dopo pesanti critiche, ma ciò non significa che sia accantonata. Viviamo già in un mondo di algoritmi predittivi che determinano se siamo una minaccia, un rischio, buoni cittadini e anche se siamo affidabili. Ci stiamo avvicinando al sistema cinese - l'espansione del punteggio del credito in punti vita - anche se non sappiamo di esserlo.

 

 

Quindi stiamo andando verso un futuro in cui saremo tutti marchiati online e i nostri dati archiviati? È sicuramente così. Escludendo una sorta di rivolta dei cittadini di massa per riappropriarsi della privacy, stiamo entrando in un'età in cui le azioni di un individuo saranno giudicate secondo standard che non possono essere controllati e dove un giudizio non può essere cancellato. Le conseguenze non sono solo preoccupanti; sono permanenti. Possiamo dire addio al diritto di cancellarsi o di essere dimenticati, di essere giovani e ribelli.

 

 

Anche se potrebbe essere troppo tardi per fermare questa nuova ondata, abbiamo ancora spazi di manovra e diritti che possiamo esercitare. Per prima cosa, dobbiamo essere in grado di valutare i valutatori. Nel suo libro The Inevitable, Kevin Kelly descrive un futuro in cui gli osservatori e gli spettatori si valutano vicendevolmente in modo trasparente. "La questione principale ora è se questa sorveglianza sia un segreto panoptico a senso unico o una reciproca e trasparente 'sorveglianza' che coinvolga gli osservatori", scrive.

 

 

La nostra fiducia dovrebbe iniziare dagli individui all'interno del governo (o chiunque controlli il sistema). Abbiamo bisogno di meccanismi affidabili per garantire che le valutazioni e i dati siano utilizzati in modo responsabile e con il nostro permesso. Per avere fiducia nel sistema, dobbiamo ridurre le incognite. Ciò significa adottare misure per ridurre l'opacità degli algoritmi. L'argomento contro le divulgazioni obbligatorie è che se si sa cosa succede dietro le quinte, il sistema potrebbe essere manomesso o hackerato. Ma se gli umani vengono ridotti a una valutazione che potrebbe avere un impatto significativo sulle loro vite, ci deve essere trasparenza nel modo in cui viene elaborato il punteggio.

 

 

In Cina alcuni cittadini, come i funzionari governativi, saranno probabilmente considerati al di sopra del sistema. Quale sarà la reazione del pubblico se le loro violazioni non influenzano il loro punteggio? Potremmo vedere un Panama Papers 3.0 per frode di reputazione.

 

 

È ancora troppo presto per sapere come si svilupperà una cultura di monitoraggio e valutazione permanente. Cosa accadrà quando questi sistemi, che tracciano la storia sociale, morale e finanziaria di un'intera popolazione, entreranno in vigore? Quanto ancora la privacy e la libertà di parola (a lungo assediata in Cina) saranno erose? Chi deciderà in che direzione debba andare il sistema? Queste sono domande che tutti dobbiamo prendere in considerazione, e presto. Oggi tocca alla Cina, domani magari più vicino a casa nostra. Le vere domande sul futuro della fiducia non sono tecnologiche o economiche; sono etiche.

 

 

Se si fa attenzione, la fiducia distribuita potrebbe diventare diffamazione in rete. La vita diventerà un concorso di popolarità senza fine, tutti in competizione con tutti per un punteggio più alto che solo pochi riescono a raggiungere.

 

 

 

 

Questo è un estratto da 'Who Can You Trust? How Technology Brought Us Together and Why It Might Drive Us Apart' (Penguin Portfolio) di Rachel Botsman, pubblicato il 4 ottobre. Da quando è stato scritto questo pezzo, The People's Bank of China ha rinnovato le licenze alle otto società che conducevano studi pilota di credito sociale. I piani del governo per il lancio del Social Credit System nel 2020 rimangono invariati
Aggiornamento del 28.11.17: È stato apportato un emendamento per effettuare un confronto tra il sistema di credito sociale del governo cinese e i metodi di sorveglianza del partito comunista.

 

24/01/18

Gli italiani ora possono riportare le fake news alla polizia: ecco perché è un problema

Dal Poynter Institute, uno dei principali centri internazionali di analisi e documentazione sul giornalismo e leader nel campo della formazione, un articolo decisamente critico sul portale creato dal governo italiano contro le cosiddette fake news, iniziativa certamente spinta da timori e preoccupazioni in merito agli esiti delle prossime elezioni.  Il prestigioso istituto non nasconde il suo giudizio sul fatto di affidare alla polizia il controllo sulla falsità o la verità delle notizie, cosa che in un regime democratico spetterebbe al giornalismo, quello vero naturalmente. 

 

 

 

 

Di DANIEL FUNKE · 19 gennaio 2018

 

Nel tentativo di affrontare le fake news prima delle elezioni di quest'anno, il governo italiano ha creato un portale online in cui le persone possono segnalare bufale.

 

Il portale, annunciato giovedì dal Ministro dell'Interno Marco Minniti, invita gli utenti a fornire il loro indirizzo email, un link alla disinformazione che stanno segnalando e qualsiasi social network su cui abbiano trovato la notizia.

 

Quindi le segnalazioni vengono trasferite alla Polizia Postale, un'unità della polizia di stato che indaga sul crimine informatico, che le controllerà e - se le leggi sono state infrante - procederà per via legale. Nei casi in cui nessuna legge fosse infranta, il servizio si avvarrà comunque di fonti ufficiali per negare le informazioni false o fuorvianti.

 

L'esempio fornito da Minniti questo giovedì risale al mese scorso, quando l'ex vicepresidente degli Stati Uniti, Joe Biden, affermò che la Russia aveva influenzato il referendum costituzionale italiano del dicembre 2016 - una pretesa che avrebbe potuto venire smentita ricorrendo alla testimonianza dei funzionari dei servizi segreti davanti al Parlamento.

 

L'annuncio arriva nel bel mezzo di una sorta di frenesia nazionale - animata in particolare dal Partito Democratico al governo - sul potenziale impatto delle fake news sulle elezioni politiche di marzo. Ed è stata una sorpresa per Giovanni Zagni, giornalista attento alla verifica delle notizie (fact checking), che ha letto dell'annuncio su giornali come la Repubblica.

 

"Questo progetto mi lascia con molti interrogativi e solleva diversi problemi" ha dichiarato a Poynter in una mail il direttore di "Pagella Politica" (cofondatore insieme ad Alexios Mantzarlis della rete internazionale di fact-checking). "La Polizia Postale si va a muovere in un campo molto delicato, al limite della censura e della legge che tutela la libertà di stampa".

 

Pur sostenendo che si tratta di un tentativo lodevole, una delle principali preoccupazioni di Zagni è il fatto che la Polizia Postale non dà una definizione di "fake news" da nessuna parte; il comunicato stampa ufficiale si riferisce in modo opaco a "notizie false e tendenziose". Diffondere quel tipo di contenuto potrebbe essere contrario alla legge se si traduce in una "turbativa dell'ordine pubblico", e questo lascia alla polizia un forte potere discrezionale su quale genere di informazione sia perseguibile online.

 

"Questa è una linea molto sottile sulla quale muoversi: in caso di reato, i responsabili possono rischiare fino a tre mesi di prigione", ha detto. "Vogliono cercare quelli che diffondono notizie false? E se a farlo fossero giornali importanti e non solo oscure pagine Facebook? "

 

"Stanno trasformando i poliziotti in veri e propri controllori delle notizie?"

 

Fabio Chiusi, giornalista e ricercatore presso il Progetto Punto Zero, ha fatto eco alle preoccupazioni di Zagni. Ha detto a Poynter in una e-mail che mentre le informazioni false sono una legittima preoccupazione per qualsiasi governo, costruire delle soluzioni avventate e precipitose non è la giusta risposta.

 

In realtà, dice, questo tipo di soluzione peggiora il problema.

 

"Ogni volta che alla polizia è affidato il compito di trattare con la verità e la falsità delle notizie e di contenuti politici, ebbene, chi ha a cuore la democrazia dovrebbe preoccuparsi - non certo sentirsi tutelato", ha affermato Chiusi. "I cittadini delle democrazie sane non hanno bisogno di essere protetti dalle falsità di questo tipo: dovrebbero essere in grado di esercitare liberamente il proprio giudizio, senza interferenze da parte delle autorità statali - specialmente da parte della polizia"

 

Arianna Ciccone, fondatrice del Festival Internazionale del Giornalismo, si è detta d'accordo. Ha dichiarato a Poynter in una e-mail che l'iniziativa - che a quanto dice Chiusi non offre contromisure a coloro che potrebbero essere falsamente accusati - apre la possibilità di future violazioni della libertà di parola da parte del governo, e può provocare un effetto potenzialmente deterrente sulla stampa.

 

In breve: se i giornalisti hanno troppa paura che commettere un errore può dar luogo a un'azione legale, cosa potranno mai scoprire e indagare?

 

"Fortunatamente in Italia il reato di "notizie false" non esiste, e se consideriamo il reato di diffamazione, devono essere i tribunali a stabilirlo, non la polizia", ​​ha detto la Ciccone. "E la lotta contro le informazioni false attraverso informazioni corrette (come previsto da questa iniziativa) non dovrebbe in alcun modo essere una prerogativa della polizia. Accettare, con questo primo passo, l'idea di una verità determinata dallo stato, apre la strada a molte altre possibilità e iniziative."

 

Non si può ignorare il contesto politico di questi ultimi sforzi del Ministero. Diversi giornalisti ed esperti italiani - tra cui Ciccone e Zagni - hanno detto a Poynter che non è ancora chiaro se le notizie false abbiano o meno degli effetti reali sugli elettori in vista delle elezioni politiche. La questione è stata fortemente politicizzata dal partito al governo, e benché le notizie più estremiste e le bufale online possono raggiungere un vasto pubblico, in che misura il governo o le organizzazioni della società civile debbano intervenire, non è altrettanto chiaro.

 

Il tentativo del Ministero dell'Interno è chiaramente malposto, ha detto Chiusi. Se il governo italiano voleva davvero sapere cosa stia accadendo a proposito delle fake news, avrebbe dovuto investire di più in ricerche e approfondire la questione.

 

"In una democrazia sana, e secondo logica e buon senso, uno cerca di fare una diagnosi della gravità della propria condizione prima di prendere un farmaco", ha detto. Qui invece si provvede in anticipo, prima di conoscere davvero l'estensione del problema delle fake news, ammesso che il problema esista davvero".

 

Al cuore della questione, secondo Ciccone vi è il problema che la verifica delle potenziali falsità da parte della polizia consiste in una cessione della responsabilità giornalistica al governo.

 

"Non è compito dello Stato stabilire la verità", ha detto Ciccone. "Questo si fa nei regimi autoritari".

 

26/10/17

Accadde in Europa: giornalisti contro la libertà di parola

Come riporta un articolo del Gatestone Institute, la deontologia professionale dei giornalisti è ufficialmente morta: una professione che dovrebbe battersi per l’indipendenza e la libertà di parola, non vede l’ora di incassare i contributi da un attore in difficoltà (l’Unione Europea) promuovendone in cambio l’agenda politica, e esortandola a silenziare qualsiasi voce dissidente. Riportare i fatti avvenuti non è più prioritario e la presentazione di diversi punti di vista è da perseguire solo se questi appartengono a particolari minoranze, mentre va passata sotto silenzio la protesta di coloro che si oppongono all’agenda politica in atto.

 

Di Judith Bergman, 24 ottobre 2017


 

La Federazione Europea dei Giornalisti (EJF), è la “maggiore organizzazione di giornalisti in Europa, che rappresenta più di 320.000 giornalisti di 71 diverse organizzazioni in 42 diversi paesi”, secondo il suo stesso sito web. Inoltre la EJF, un attore potente, conduce in tutta Europa una campagna chiamata “Media contro l’Odio”.

 

La campagna si propone di:

 

“combattere l’”hate speech” (incitamento all'odio, ndt) [1] e la discriminazione sui media, sia online che tradizionali… i media e i giornalisti giocano un ruolo cruciale nell'ispirare le politiche… sull’immigrazione e i rifugiati. Mentre l’incitamento all'odio e gli stereotipi rivolti agli immigrati proliferano in tutta Europa... la campagna #MediaAgainstHate (Media contro l'odio, ndt) si propone di: migliorare la copertura dei media su immigrazione, rifugiati, religione e gruppi marginalizzati… combattere l’incitamento all'odio, l’intolleranza, il razzismo o la discriminazione… migliorare l’applicazione delle strutture legali che regolano l’incitamento all'odio e la libertà di parola…”


 

E’ ormai svanita la pretesa che il giornalismo riguardi la comunicazione dei fatti. Quelli sopra sono gli obiettivi di un attore politico.

 

Ed in effetti si tratta di un grosso attore politico, coinvolto nella campagna “Media contro l’odio”. La campagna è uno dei tanti programmi sui media sostenuti dalla UE attraverso il suo programma REC (Rights, Equality and Citizen Programme - programma per i diritti, l’uguaglianza e la cittadinanza, ndt). Nel programma REC per il 2017, la Commissione UE, il corpo esecutivo dell’UE, scrive:

 

“Il dipartimento della giustizia della Commissione UE affronterà il preoccupante aumento dei crimini legati all’odio e all’incitamento all'odio destinando fondi ad azioni volte alla prevenzione e al contrasto del razzismo, della xenofobia e di altre forme di intolleranza… incluso un lavoro dedicato nell’area del contenimento dell’incitamento all'odio online (implementazione del Codice di Condotta per contrastare l’incitamento all'odio online illegale)… il dipartimento inoltre finanzierà le organizzazioni della società civile che combattono il razzismo, la xenofobia e altre forme di intolleranza”.


 

Il più grande attore politico europeo, l’UE, lavora apertamente per influenzare la “stampa libera” con la sua personale agenda politica. Uno dei punti in agenda è la questione dell’immigrazione dall’Africa e dal Medio Oriente in Europa. Nel suo discorso di settembre sullo stato dell’Unione, il presidente della Commissione Europea, Jean-Cleaude Juncker, ha chiarito che qualunque sia l’opinione degli europei – e i sondaggi hanno mostrato ripetutamente che la maggioranza degli europei non vogliono altri immigrati – l’UE non ha alcuna intenzione di mettere fine all’immigrazione. Juncker ha detto che “L’Europa, al contrario di quel che dicono alcuni, non è una fortezza e non dovrà mai diventarlo. L’Europa è e deve rimanere il continente della solidarietà dove coloro che scappano dalle persecuzioni possono trovare rifugio (ma di certo non a casa sua, NdVdE)”.

 



 

Il programma REC dell’Unione Europea ha inoltre recentemente finanziato la pubblicazione di un manuale che fornisce le linee guida per i giornalisti su cosa scrivere quando l’argomento sono gli immigrati e l’immigrazione. Le linee guida sono parte del progetto RESPECT WORDS (Parole di Rispetto, ndt) – anch’esso finanziato dalla UE – che “mira a promuovere la qualità delle notizie sugli immigrati e sulle minoranze etniche e religiose”. Il manuale è stato pubblicato il 12 ottobre dall’Istituto Internazionale della Stampa (IPI) – un’associazione di professionisti dei media che “rappresenta i principali organi di stampa digitali, cartacei e televisivi in più di 120 paesi”. L'IPI sostiene che sta difendendo la “libertà di stampa fin dal 1950” (apparentemente, venire comprati e pagati dalla UE rappresenta una “libertà di stampa” ai giorni nostri). Altri 7 organi di stampa e gruppi civili con base in Europa hanno partecipato al progetto e lo hanno presentato a un evento al Parlamento Europeo a Bruxelles alla presenza dei Parlamentari Europei e di esperti della società civile. Secondo il comunicato stampa, le linee guida sono “complementari alle norme già in vigore per gli organi di stampa”.

 

Le linee guida dicono che “il giornalismo non può e non dovrebbe “risolvere” il problema dell’incitamento all'odio da solo”, ma che può aiutare a prevenire la sua “normalizzazione”. Tuttavia, “per raggiungere questo obiettivo ci vuole il coinvolgimento di molti attori, in particolare l’Unione Europea, che deve rinforzare i meccanismi esistenti e dare supporto ai nuovi strumenti progettati per combattere l’incitamento all'odio...

 

Perché i giornalisti, che sostengono di battersi per la libertà di stampa, ora fanno un appello alla UE perché li aiuti a porre fine alla libertà di parola in Europa?

 

Secondo le linee guida, i giornalisti dovrebbero, tra le altre cose:

 

“Dare voce a un’appropriata gamma di opinioni, incluse quelle che appartengono agli immigrati e ai membri delle minoranze ma… non… alle prospettive degli estremisti, solo per “far sentire l’altra campana”… Evitare di riprodurre direttamente l’incitamento all'odio; quando riportarlo è degno di nota, mediarlo… opponendosi a tale incitamento all'odio, e spiegando le false premesse su cui si basa. Ricordare che le informazioni sensibili (ad esempio, razza e etnia, religione o credenze filosofiche, affiliazione a partiti o a sindacati, informazioni sulla salute e sul sesso) dovrebbero essere menzionate quando siano necessarie perché il pubblico capisca le notizie”.


 

Sarà questo il motivo per cui le notizie sui giornali chiamano sempre i colpevoli di violenza sessuale o terrorismo semplicemente “uomini”?

 

In particolare, riguardo ai musulmani, le linee guida raccomandano di:

 

“Contrastare gli stereotipi anti-musulmani esistenti, che sono diventati pervasivi nei discorsi pubblici… Aumentare la visibilità di uomini e donne musulmane quando si riportano notizie in genere… Stare attenti a non stigmatizzare ulteriormente termini come “musulmano” o “Islam” associandoli a particolari atti… Non permettere che le dichiarazioni degli estremisti di “agire nel nome dell’Islam” vengano riportate senza essere messe in dubbio. Sottolineare… la diversità delle comunità musulmane… laddove necessario e degno di nota riportare i commenti odiosi contro i musulmani, farlo mediando le informazioni. Contrastare ogni falsa premessa su cui questi commenti si basano”.


 

Nemmeno Orwell avrebbe potuto inventarsi di meglio.

 

Judith Bergman è un opinionista, avvocato e analista politico.

 

[1] In particolare, la campagna "Media contro l'odio" non definisce cosa significhi "incitamento all'odio". Quel che più si avvicina ad una definizione di ciò che la campagna intende con tale termine, viene da un capitolo sull'incitamento all'odio dal rapporto "Ethics in News" (L'Etica nelle Notizie, ndt) della European Journalism Network (EJN) (Rete del Giornalismo Europeo, ndt) - un'organizzazione britannica che afferma di essere "un istituto indipendente, internazionale, senza scopo di lucro, dedicato ai più alti standard del giornalismo -  che il programma "Media contro l'odio" ha riprodotto sul proprio sito web. L'EJN ha definito l'incitamento all'odio come "... qualsiasi espressione che colpisca un gruppo identificabile - una razza, una comunità religiosa o una minoranza sessuale, per esempio - e dunque ne danneggia i membri, ad esempio "l'incitamento alla... discriminazione negativa e alla violenza" e "espressioni che offendono la sensibilità di una comunità, anche attraverso credenze offensive". Mentre l'incitamento alla violenza è punibile dalla legge, offendere la sensibilità di una comunità non lo è, ma secondo l'EJN "i limiti legali non dovrebbero determinare i confini del comportamento professionale... i giornalisti devono sviluppare le loro capacità etiche per rispondere al reale rischio che vengano promossi seri danni".

21/05/17

Asservimento, plagio e pregiudizio razziale: la terza puntata dell’inchiesta sulle ong

Nella terza puntata dell’inchiesta investigativa di Cory Morningstar sulle organizzazioni non governative, l’argomento viene trattato in veste filosofica per offrire una chiave di lettura e di riflessione alle prossime due puntate,  più descrittive. Viene qui evidenziato come il problema abbia radici molto antiche, e come già agli inizi delle lotte contro il razzismo e il pregiudizio culturale esistessero voci, come quella di Malcom X, che avevano ben compreso i pericoli e i rischi di cooptazione derivanti dalla supina accettazione di soluzioni riformiste, parziali e solo cosmetiche, ai problemi globali, la cui portata va ben al di là delle divisioni etniche e di classe.  Alla luce di ciò, vengono esaminate le prospettive filosofiche, sorprendentemente profetiche, del filosofo francese Étienne de La Boétie.  Si tratta di un cambiamento di prospettiva notevole, forse scomodo, ma assolutamente indispensabile, e oggi quanto mai urgente.

 

di Cory Morningstar, 10 settembre 2012

Traduzione di Margherita Russo

 

Asservimento, plagio e pregiudizio razziale


 



 

 
Se il caffè è scuro al punto da essere troppo forte per me, lo allungo aggiungendo del latte. Lo integro con il latte. Se continuo ad aggiungere più latte, ben presto l’aroma del caffè cambia; è la natura stessa del caffè a cambiare. Aggiungendo ancora più latte, alla fine non si distinguerà più neanche la presenza di caffè nella tazza. Una cosa analoga è accaduta con la marcia su Washington. I bianchi non erano lì per integrarla, ma per infiltrarvisi. I bianchi sono entrati a farne parte; l’hanno sommersa; ne sono divenuti parte integrante al punto da farle perdere significato. Non era più una marcia di neri; non era più militante; non era più arrabbiata; non era più impaziente. A tutti gli effetti, non era più una marcia.” – Malcolm X

 

Negli anni ‘60, all’apice del movimento per i diritti civili, si svolse una tavola rotonda il cui tema era l’efficacia dello stesso movimento. La discussione includeva Alan Morrison, Malcolm X, Wyatt T. Walker e James Farmer insieme a un moderatore. Malcolm X si trovava in minoranza, poiché gli altri componenti del panel facevano parte dell’ala maggioritaria del movimento per i diritti civili, quella che si occupava quasi esclusivamente di organizzare marce, votazioni e regolamenti. Malcolm X era l’unico a raccontare, senza giri di parole, la verità sul fatto che la struttura patriarcale di potere in mano ai bianchi era molto più potente di quanto i suoi colleghi volessero far credere; che la libertà cui ambivano era qualcosa che il legislatore non avrebbe mai concesso loro; e che il ventre molle razzista di tutte le istituzioni americane era (ed è tuttora) talmente imbevuto di suprematismo bianco da renderle irrecuperabili. Il panel si mostrò aggressivo contro di lui per la sua sincerità – non diversamente da quanto succede oggi a chiunque dica la verità. 

Facciamo un salto di quasi 30 anni. Il moderatore, Wyatt T. Walker e James Farmer sono gli unici a essere ancora vivi. Quando a una tavola rotonda commemorativa con soltanto questi uomini il moderatore chiede se Malcolm X fosse stato più in linea con gli eventi di allora, Walker non ha dubbi. Walker ammette che Malcom X aveva capito meglio degli altri cosa fosse in gioco in quel momento e come fosse ingenua la fiducia che mancassero solo pochi anni alla società equa e giusta descritta da Martin Luther King. Farmer, più riluttante, deve comunque riconoscere che Malcolm X era stato più sul pezzo. [http://youtu.be/SKLSM4Rk_t0]
Le masse non sono mai state assetate di verità. Chiunque sappia loro fornire illusioni ne diventa facilmente il padrone; chiunque provi a distruggere le loro illusioni è sempre loro vittima.”

— Gustave Le Bon, The Crowd, 1895

Oggi, in confronto, il movimento Occupy Wall Street è costituito da giovani influenzabili, ingenui, benintenzionati, che non possono ancora contare su un’esperienza di vita che consenta loro di comprendere la profondità e gravità della nostra disastrosa situazione e le stesse cause cruciali e profonde che sottostanno a gran parte delle attuali numerose e crescenti crisi – il razzismo, l’imperialismo, il capitalismo industriale e il militarismo. Il fatto stesso che tanti giovani siano assetati di verità non adulterate rende ancor più cruciale per i poteri egemoni che di tali verità non si parli affatto. Ed è qui che entrano in gioco le ONG e le élite di potere. Occupy svolge molte funzioni per le élite di potere: come valvola di sfogo per calmare la crescente intolleranza e frustrazione accumulata; per indottrinare con un’ideologia pacifista che protegga lo status quo togliendo autonomia e addomesticando le masse; per distogliere l’attenzione dai problemi del capitalismo e concentrarla sulle “riforme”; per puntare sul processo elettorale come soluzione di tutto invece di smascherarlo come una distrazione; l’assenza intenzionale di qualsiasi analisi dell’illusorio sistema monetario, del razzismo, dello specismo, della servitù volontaria e obbedienza auto-inflitta verso lo stato e l’apparato militare (che sia finalizzata a sconfiggerli). (Ed è ovviamente vietato accennare ai finanziamenti delle grandi società alle fondazioni.) Perché continuare a foraggiare questa macchina omicida con tasse (soprattutto imposte sul reddito), mutui, investimenti e risparmi – quando tutto questo sta distruggendo le specie viventi e il pianeta? Perché continuare ad investire sulla nostra auto-distruzione? Occupy riesce a creare l’ingenua illusione di un passaggio di potere dall’ambito politico istituzionale o dall’oligarchia verso “il popolo” nonostante, nella realtà, non vi sia alcun passaggio di potere. Infine, Occupy offre all’oligarchia che lo finanzia una visione d’insieme delle dinamiche interne alla prossima generazione, destinata ad essere socialmente programmata per facilitare la globalizzazione e l’asservimento.
L’abitudine ben presto consolida ciò che altri principi della natura umana avevano creato in modo incompleto; e gli uomini, una volta abituati all’obbedienza, non pensano mai a lasciare il sentiero incessantemente battuto da loro stessi e dai loro antenati.” — David Hume, Of the Origin of Government

Basti considerare che economisti come Paul Krugman, Joseph Stiglitz e Milton Friedman sono laureati in prestigiose università, eppure insegnano e parlano di un’economia a risorse illimitate, quando anche un bambino di cinque anni capisce che in un mondo finito le risorse non possono che essere limitate (almeno finché il bambino non viene indottrinato dalla nostra cultura). Per questo il movimento Occupy è illusorio quanto la differenza tra Democratici e Repubblicani, liberali e conservatori. Semplicemente, i militanti non riescono a comprendere minimamente a quale grado di corruzione porti la ricerca del potere. L’industria del non-profit assicura che non lo capiscano mai. Così, le classi privilegiate continuano ad applaudire e adulare dei burattini come McKibben, che non chiedono di meglio se non di perpetuare la favoletta che per risolvere le molteplici crisi che ci affliggono basti l’”economia verde”, invece di ammettere semplicemente la verità: che si dovrebbe imparare a vivere consumando meno.  In palese contrasto con la realtà attuale, come il collasso dell’ecosistema, gli attivisti di Occupy mirano solo a ritagliarsi una fetta più grande della stessa torta. Indottrinati dagli istituti d’insegnamento (anch’essi plasmati, influenzati e finanziati da personaggi come Rockefeller e altri membri dell’oligarchia), sono solo capaci di vedere i problemi globali in prospettiva, tipicamente occidentale, socio-economica, nella falsa convinzione che le crisi attuali, molteplici e in costante aggravamento, si possano risolvere con le cosiddette riforme, attuabili con un paio di provvedimenti legislativi – esattamente come lo credevano i partecipanti alla tavola rotonda con Malcom X quarant’anni fa.

Ma non è possibile riformare un abominio come l’attuale sistema capitalistico industriale. Nonostante questo, oggi, una plebe efficacemente indottrinata, decisa a negare la realtà e avvolta in una nebbia di dissonanza cognitiva, continua a sostenere falsi “leader” e illusioni, e ad ingoiare ogni tipo di frottole come fossero caramelle. Il riformismo rimane la via più facile, perché la via effettiva verso una società autenticamente rivoluzionaria, sempre che una cosa del genere esista, richiederebbe duro lavoro, creatività, forte disciplina e il rifiuto senza mezzi termini del consumismo attorno a cui ruota lo stile di vita occidentale, che glorifica avidità e individualismo – qualcosa che la nostra società non è disposta a fare. Le riforme sono dei palliativi attuati sotto gli auspici del capitale, finalizzati solo alla cura dei sintomi dell’oppressione, dello sfruttamento e dell’ingiustizia, mentre lasciano inalterata la malattia di fondo – il capitalismo.


Ma addentriamoci ancora di più nel subconscio degli atteggiamenti mentali prevalenti. Se si abbandona lo stile di vita occidentale, che fin dalla rivoluzione industriale ha ammaliato gran parte della società (uno stile di vita imperniato sul carbone) un’inesprimibile domanda sorge spontanea: cosa significa allora l’Occidente? La perdita dell’orientamento psicologico dell’essenza “occidentale” è qualcosa di cui “fantocci” come quelli che fanno parte di Avaaz non colgono la gravità – anche quando si confrontano con il muro di apatia dei cittadini occidentali a proposito dei cambiamenti climatici.




Il principe” William, Tuvalu, 2012. È difficile immaginare l’umiliazione che questi tuvaluani devono aver provato nell’essere assoggettati ad ulteriore sfruttamento coloniale/imperialistico razziale che, lungi dall’essere stato eradicato, continua a dilagare nel 21° secolo.

 

La realtà è che senza emissioni di carbonio, l’Occidente perde significato. E inconsciamente, gran parte delle persone considerate socialmente nobili, come il climatologo senza peli sulla lingua James Hansen, hanno vissuto nel privilegio razziale per così tanto tempo da non poterne fare a meno. Non possono rischiare di perdere il loro status. Non conoscono altro modo di vivere. Offrono dunque false soluzioni riformiste a piccoli incrementi, pur sapendo sotto sotto che è troppo poco, troppo tardi. Leggende, come quella che la riforma del capitalismo industriale sia la soluzione alla crisi perpetuata ed istituzionalizzata nella nostra cultura, sono talmente radicate che è più facile per un uomo in buona fede come Hansen immaginare lastre di ghiaccio alte 100 piedi, o persino l’annientamento della vita sulla Terra, restando allo stesso tempo assolutamente incapace di immaginare un mondo in cui la società civile riesca a eradicare sia il rapace sistema capitalista industriale che l’ossessione per la crescita. In una cultura in cui l’occidentalità, il privilegio, l’avidità e gli eccessi sono stati idealizzati, dire la verità, ossia che nessun cambiamento incrementale simbolico potrà mai iniziare a scongiurare il disastro che abbiamo causato noi stessi, equivale non solo a sputare nel piatto in cui si mangia, ma addirittura a romperlo del tutto.

Bisogna inoltre mantenere un atteggiamento critico rispetto a molti altri pezzi del movimento Occupy – non per quello che quello che pretendono di rappresentare, ma per il tacito consenso ipocrita alle élite tramite la palese cooperazione con la polizia e l’FBI. Indubbiamente il movimento Occupy ha messo in luce una forte ipocrisia – quella del suo legame diretto con il Partito Democratico. (Un legame diretto esplicitato con quello di MoveOn.org, che, insieme a Res Publica, è promotore di Avaaz.)

Comunque si guardano bene dal menzionare – almeno finora – il punto debole intrinseco alle campagne di Occupy organizzate dai liberal di sinistra negli Stati Uniti. Occupazioni che non occupano praticamente nulla; codici di comportamento per gli attivisti di Occupy che vietano qualsiasi forma di auto-difesa; e strategie di autoregolamentazione in base alle quali ai manifestanti si chiede di cooperare con le autorità e, a tutti gli effetti, di denunciarsi vicendevolmente alle stesse.



La complessa rete di ONG, inclusi i comparti dei media alternativi, viene utilizzata dalle élite corporative per plasmare e manipolare i movimenti di protesta….

Non è certo una teoria speculativa che le rivolte in Medio Oriente siano state parte di un’immensa campagna geopolitica concepita in Occidente e svolta tramite i suoi surrogati con l’aiuto di fondazioni, organizzazioni, e della scuderia di ONG in malafede tenute in piedi in tutto il mondo. Come vedremo, i preparativi per le “primavere arabe” e la campagna globale che attualmente invade la Russia e la Cina, come previsto in “The Middle East & then the World” del febbraio 2011, non sono iniziati quando i disordini erano già in corso, ma anni prima che fosse stato alzato il primo “pugno”, e non all’interno dello stesso mondo arabo ma piuttosto in stanze di seminari a Washington e New York, oppure in strutture d'addestramento patrocinate dagli USA in Serbia, e campi tenuti nei paesi limitrofi….

Il fine non è la repressione del dissenso, al contrario, forgiare e plasmare il movimento di protesta, fissare i limiti del dissenso.” — Michel Chossudovsky

[In questo discorso, il Dr. William Rees, noto per aver co-inventato l’“impatto ecologico,” approfondisce i miti biologici e culturali. Se questi miti continuano ad essere negati, invece di essere fronteggiati, questo diniego collettivo sarà strumentale alla nostra distruzione: http://vimeo.com/25059671#at=0]

Il 5 ottobre 2011, Enaemaehkiw Túpac Keshena ha pubblicato nell’articolo Watching the Petty Bourgeoisie in Motion questa citazione di Omali Yeshitela:

 
La piccola borghesia è spesso radicalizzata – a prescindere dal colore. Vedere una forza piccolo-borghese che parla di rivoluzione non è necessariamente la stessa cosa che vedere una forza rivoluzionaria in azione. La piccola borghesia è radicalizzata proprio a causa delle contraddizioni dell’imperialismo. Proprio a causa delle contraddizioni dell’imperialismo. Proprio perché in quanto classe sociale è in via di estinzione, e spesso le contraddizioni dell’imperialismo ne accelerano la disgregazione. La sua fine imminente diventa evidente e la spinge verso l’azione. — Omali Yeshitela, 30 giugno 1984

 


5 ottobre 2011, OWS, New York, U.S: “Il circo della piccola borghesia in piazza”



Ottobre 2011, Libia: il portavoce del governo libico Dr. Moussa Ibrahim ha confermato la presenza di donne nella resistenza libica della Sirte e Bani Walid come combattenti a pieno titolo. (Qui non ci sono palloncini o altre sciocchezze)

 

 

Agenzia Pan African News sulla Resistenza del Fronte di Liberazione Libico (LLF, creato per contrastare il regime fantoccio USA-NATO), 8 novembre 2011:
Un portavoce del LLF avrebbe affermato che il movimento sta per lanciare una serie di attentati ai danni di 500 alti funzionari ed agenti del regime NTC. La Resistenza sottolinea che ‘Siamo pronti a sferrare un attacco per eliminare tutti i leader del National Transitional Council, assassinandoli uno ad uno. Questa è solo il primo degli elenchi che intendiamo stilare. Qui sono i nomi di tutti i traditori condannati a morte.'”

La differenza tra il Fronte di Liberazione Libico (e molti altri eserciti di liberazione ovunque nel mondo) e i cosiddetti movimenti rivoluzionari americani ed europei celebrati dalla sinistra dominante è che i libici vengono ammazzati tutti i giorni e lottano per la sopravvivenza. Il paradosso è che anche noi veniamo sterminati, ma a un ritmo molto più lento, più metodico, più confortevole, tanto da passare inosservato. Per di più, il nostro lento declino è in realtà un suicidio. I capitalisti non riescono neanche ad immaginare di dover utilizzare le armi per difendersi,  invece giurano di far valere le “virtù” del pacifismo e stigmatizzano chi si difende dall’oppressione, dallo sfruttamento e dalla tirannia. È molto più comodo così. E poi, chi trova il tempo per impegnarsi a fare la rivoluzione quando ogni sera alle 9 danno il suo programma preferito? La triste verità è che in Occidente la rivoluzione interessa solo se accompagnata da una busta di popcorn e una Coca-Cola.

 

Il fondatore di Avaaz e MoveOn.org annunciano la “primavera” americana


100,000 americani saranno addestrati all’obbedienza passiva nella finta primavera americana, finanziata generosamente da Rockefeller e Soros


 
Perché le cose cambino, bisogna rendersi conto fino a che punto le fondamenta della tirannia affondano nella vasta rete di persone corrotte che hanno tutto l’interesse a mantenere in vita la tirannia.” — Étienne de La Boétie, The Politics of Obedience, in The Discourse of Voluntary Servitude

 

E mentre i lacchè del liberalismo si accaloravano perché una ragazza era stata molestata da un idiota di nome Limbaugh, esigendo che Obama se ne occupasse di persona, la “sinistra” non spendeva una parola su questioni rilevanti – come le invasioni illegali di stati sovrani, che altro non sono che crimini contro l’umanità. La sinistra di professione si è occupata piuttosto di prepararsi per la propria finta primavera, con un’ipocrisia così dichiaratamente palese, e un’assurdità talmente esagerata che viene da chiedersi quanto ancora si possano ingannare persone ben intenzionate. L’ipocrisia: da quando l’incredibilmente sospetto Occupy Wall Street ha avuto inizio, il dogma pacifista “non-violento” predicato alle masse ha assunto le forme di un totale indottrinamento. Ma mentre dalle torri d’avorio della Giustizia si predica come danneggiare la proprietà privata sia un atto violento (e come tale intollerabile per i leader), le stesse torri d’avorio convincono i loro sostenitori che gli interventi esteri (bombe, invasioni, guerre) siano in realtà “umanitari.” Questo dà tutto un altro significato alla parola “addestramento”. Ebbene sì, la guerra è pace. E Orwell si starà rigirando nella tomba.

L’industria del non-profit è stata e continua a essere strumento essenziale di politica estera, soprattutto per gli USA. Quando coercizione o tangenti non sono sufficienti ad assicurare l’attuazione della politica estera americana su stati sovrani, soprattutto attraverso il National Endowment for Democracy, Freedom House e ICI, diventa necessario usare la forza militare. Per evitare di essere messi sotto esame ed essere soggetti a ripercussioni negative da parte di una popolazione indignata, gli stati Uniti sono riusciti a reclutare ONG come Avaaz, Human Rights Watch ed Amnesty International come rivenditori, o spacciatori, di guerre - in pratica, come dei magnaccia. Solo loro riescono a impacchettarlo così bene, con video che giocano scaltramente con le emozioni. “Provalo, ti piacerà. Con noi ti sentirai meglio.”

Il complesso industriale non-profit si rivolge ai ceti privilegiati, borghesi e prevalentemente bianchi difensori dello status quo, che si rispecchiano nell’elitismo ben rappresentato da tale complesso. È dimostrato che questa fascia demografica preferisce il compromesso e l’azione simbolica che non inciti al vero cambiamento. Fra questi si ritrova la stragrande maggioranza dei sedicenti “attivisti”. Per loro, superficiale è bello. Meglio evitare la scomoda realtà. Mai fu dissonanza cognitiva più preziosa. Mai furono le narrazioni in supporto del frame, fornite da Avaaz e compagnia, più indispensabili per soffocare le coscienze (sporche?) ed allo stesso tempo rimanere convinti che l’ignoranza sia la forza, e la guerra sia la pace.


E mentre il messaggio fondamentale di “azione diretta non-violenta” propugnato da Occupy è stato inculcato nella sinistra come un dogma religioso dai “sinistri di professione”, ci stiamo adesso addentrando in un’epoca in cui la possibilità di difendere noi stessi con ogni mezzo, di proteggere il futuro dei nostri figli ad ogni costo, è una finestra che si sta inesorabilmente chiudendo. Perché molto presto ogni singola nostra mossa sarà monitorata. Non ci sarà più tolleranza per il dissenso. Il movimento Occupy, ben lungi dal mobilitare le forze per distruggere il sistema che mira a schiacciarci, lo ha rafforzato. Lo stesso movimento, saturato da sinistri di professione, è riuscito a sedare il dissenso, e quindi a proteggere lo status quo, nel momento in cui venivano eliminati i diritti civili - e mentre l’imperialismo espandeva le sue brame di potere e la sua cupidigia per le ultime risorse rimaste sulla terra.


Gli attivisti all’interno dei “movimenti” esistenti fanno la voce grossa contro il controllo dei poteri corporativi, ma alla fine della fiera sono sempre in ginocchio con le palme tese nella speranza che l’oligarchia li reputi degni di altre elemosine. Le cose stanno così: se si prende davvero coscienza del fatto che il dominio delle multinazionali e il capitalismo industriale stanno annientando collettivamente l’umanità, l’unica cosa da fare è imparare a vivere al di fuori di questo sistema - l’uno esclude l’altro. Prima lo si fa, meglio è. Finché le “rivoluzioni” fatte in nostro nome sono amorevolmente finanziate, gestite e controllate da interessi del capitale, non sarà mai possibile un’emancipazione dal sistema economico industriale che sta esaurendo gran parte delle limitate risorse del pianeta.



Una strategia di sopravvivenza deve includere una teologia della liberazione – una filosofia/cosmologia se si preferisce – altrimenti l’umanità continuerà semplicemente a escogitare maniere più efficienti per sfruttare ciò da cui è attratta. Se questi processi persistono indisturbati ed immutati alla base dell’ideologia colonialista, la nostra specie non si libererà mai dall’innegabile dato di fatto che viviamo in un pianeta dalle risorse limitate, e prima o poi l’ambiente sarà sfruttato al punto di superare la sua capacità di auto-rinnovamento. — John Mohawk, Scholar of the Haudenosaunee, 1977

 

Gli attivisti che avevano autenticamente come obiettivo una rivoluzionaria trasformazione hanno dunque dovuto prendere il controllo di Occupy. Fin dall’inizio si è assistito alla secessione di coloro che sceglievano di occuparsi del problema alla sua radice dai gruppi guidati ed infiltrati dalla sinistra liberale. I bisogni delle popolazioni locali e delle minoranza etniche sono stati ignorati, e la mancanza di attenzione e grave incomprensione delle cause profonde alla base dei problemi più critici che fronteggiano l’umanità è ormai quasi intollerabile. Al contrario, la preoccupazione principale che trova eco nelle stanze del movimento ruota intorno all’accumulazione e distribuzione di ricchezza monetaria – derivata in gran parte dall’industria estrattiva e dal complesso industriale militare.

La marginalizzazione delle popolazioni locali è ben illustrata in un articolo del 31 maggio 2012 intitolato Decolonizing Occupy, scritto da Jay Taber:

 
Parallelamente all’evoluzione di Occupy in strutture politiche organizzate al fine di realizzare le istanze espresse nelle sue mobilitazioni ed assemblee, sarebbe auspicabile includere un dibattito con i leader del movimento di liberazione dei popoli indigeni. Come uno dei settori di popolazione più istruiti, organizzati ed attivi al giorno d’oggi, le popolazioni indigene del pianeta hanno conosciuto bene coloro che Occupy dice di combattere. I paesi del Quarto Mondo — così come le entità politiche autoctone europee — sono in testa alla battaglia contro il neoliberalismo, così come lo erano contro il colonialismo... Mentre si assiste alla confluenza di interessi tra le battaglie di liberazione del Quarto Mondo ed Occupy, la questione della governabilità è sicuramente prioritaria tra le rimostranze dei partecipanti, ma perché questi diversi movimenti possano coalizzarsi nel perseguire un rinnovamento democratico, sarebbe opportuno che Occupy faccia un resoconto delle prospettive locali in materie come sovranità, autonomia e autodeterminazione.

9 marzo 2012, “OCCUPY IMPERIALISM: Crisis, Resistance, Solidarity” – Conferenza Nazionale, 9-10 giugno [l’intera dichiarazione si trova qui]:
Con migliaia di attivisti bianchi, il movimento allargato Occupy mira teoricamente ad incriminare le banche e le grandi società, ma preferisce ignorare la violenza perpetrata con l’appoggio di Wall Street contro africani e messicani qui da noi [negli Stati Uniti], e contro i popoli oppressi in tutti i continenti.

Nel rispondere precipuamente agli effetti della crisi dell’imperialismo sulla borghesia bianca, Occupy non rimette fondamentalmente in questione la rilevanza di Wall Street e del capitalismo per la maggioranza della popolazione del pianeta…

Troviamo preoccupante che mentre in Africa, in Messico e ovunque le popolazioni indigene mettono quotidianamente in atto azioni di protesta in una resistenza organizzata o spontanea contro il pugno di ferro sempre più duro dello stato di polizia loro imposto, queste sembrano essere questioni secondarie per un movimento più interessato a tasse universitarie, mutui e pensioni e ai diritti della borghesia.

Troviamo preoccupante che non faccia scalpore l’intensificarsi della violenza perpetrata dall’amministrazione Obama, con il sostegno di Wall Street, contro i cittadini di Afghanistan, Pakistan, Libia, Siria, Iran, Congo, Uganda, Somalia e ovunque in Africa, oltre che in America Centrale e Meridionale, così come gli sforzi di un capitalismo sempre più disperato di reprimere i movimenti e i governi popolari anti-imperialisti.”


AVAAZ


 
Ci si deve rendere conto che ci troviamo davanti ad una potente macchina di potere e di sfruttamento, e che quindi, come minimo, un’informazione libera al pubblico deve includere una denuncia di tale sfruttamento, e degli interessi economici e degli apologeti intellettuali che traggono vantaggio dal governo delle élite. Limitandosi ad analizzarne le presunte ‘incongruenze’ intellettuali, gli antagonisti dell’intervento governativo si sono resi inefficaci. Da un lato, la loro contro-propaganda è stato indirizzata ad un pubblico che manca sia dei mezzi che dell’interesse per seguire complesse analisi ragionate, e che quindi può essere facilmente fuorviato di nuovo dai cosiddetti esperti al servizio del potere. Sono questi stessi esperti a dover essere delegittimati, ed ancora una volta è La Boétie a sottolineare la necessità di questa delegittimazione. In un’epoca come la nostra, pensatori come Étienne de La Boétie sono divenuti di gran lunga più pertinenti, più autenticamente moderni, di quanto non lo siano mai stati per oltre un secolo. — Murray N. Rothbard, in Ending Tyranny Without Violence

Alla guida del complesso industriale non-profit troviamo le ONG che costituiscono la rete dei Soros. E alla guida di tutto questo meccanismo troviamo Avaaz, l’organizzazione che presiede l’intero complesso, mentre altri soggetti chiave replicano la loro ideologia su tutto il meccanismo globale. Avaaz si è trasformata in uno dei gatekeeper dell’oligarchia. Nel seguito di questa indagine investigativa saranno analizzati dati e collegamenti dei principali gatekeeper che costituiscono Avaaz, oltre alle molte organizzazioni omologhe ed affiliate di Avaaz; la storia e i motivi dietro la loro fondazione; Res Publica, GetUp e MoveOn, le nuove emergenti Purpose, Globalhood e SumOfUs. Si accennerà anche alle indispensabili Movements.org, Amnesty International, Human Rights Watch ed altre che, insieme ad Avaaz, contribuiscono ad avverare i sogni imperialistici. Più in là nella serie, l’indagine si occuperà della nuova tendenza emergente di collaborazioni tra grandi media e ONG, di cui Avaaz può essere considerato il prototipo.


Prima parte


Seconda parte