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29/07/22

NYT - La caduta di Mario Draghi non è una minaccia alla democrazia, ma il suo trionfo



Un articolo sul New York Times manifesta finalmente una giusta sensibilità verso la legittimazione democratica dei governi, commentando le dimissioni di Draghi  come un successo per la democrazia italiana,  sinora messa all'angolo dalle istituzioni finanziarie e dalla pretesa dell'Unione europea di governare la politica economica del paese nella direzione liberista in cambio degli aiuti del PNRR. 


di Christopher Caldwell*

27 luglio 2022


Mario Draghi, che la scorsa settimana ha rassegnato le dimissioni da primo ministro italiano, ha un curriculum straordinario per uno statista contemporaneo: direttore esecutivo della Banca Mondiale negli anni '80; direttore generale del Tesoro italiano negli anni '90; governatore della Banca d'Italia negli anni 2000; e presidente della Banca centrale europea durante la crisi finanziaria iniziata nel 2010, durante la quale gli è stato attribuito il merito di aver salvato l'euro.

Per i sostenitori del governo Draghi, dell'Unione europea e dell'economia globalista, egli è diventato un simbolo di continuità democratica di fronte a sconvolgimenti economici ed estremismo partigiano. In quest'ottica, la caduta di Draghi, provocata dalla bocciatura del voto di fiducia da parte di tre partiti del suo governo, fa presagire una catastrofe. Il ministro degli esteri italiano, Luigi Di Maio, lo ha definito un "capitolo oscuro per l'Italia".

Per ora Draghi rimane in carica per il disbrigo degli affari correnti e la favorita a sostituirlo dopo le elezioni di settembre è la politica nazional-populista Giorgia Meloni. In una delle sue newsletter, JPMorgan ha descritto le manovre parlamentari che hanno portato alla cacciata di Draghi come un "colpo di stato populista". Dal momento che Draghi ha appoggiato le sanzioni alla Russia per l'invasione dell'Ucraina, i giornalisti italiani condannano i suoi oppositori definendoli "filo-putiniani" o "amici di Putin".

Ma c'è qualcosa di strano nel ruolo di Draghi come simbolo di democrazia: nessun elettore ha mai votato per lui. È stato insediato per risolvere lo stallo politico all'inizio del 2021, su richiesta del presidente Sergio Mattarella, anche lui non eletto direttamente dal popolo. Per quanto Draghi possa essere autorevole e capace, le sue dimissioni sono invece un trionfo della democrazia, almeno per come la parola democrazia è stata tradizionalmente intesa.

Il problema dell'Italia è che i suoi governi ora servono due padroni: l'elettorato e i mercati finanziari globali. Forse questo è vero per tutti i paesi dell'economia globale, ma non è così che dovrebbe funzionare la democrazia, e l'Italia è soggetta a un vincolo particolare. Con il debito pubblico al di sopra del 150 per cento del prodotto interno lordo, la popolazione in calo e i tassi di interesse in aumento, l'Italia è intrappolata in una moneta unica europea che non può svalutare.

Più volte, negli ultimi decenni, la politica in Italia è stata sospesa e dei governi “tecnici”, come quello di Draghi, sono stati chiamati a prendere misure di emergenza. Ciò significa che il governo italiano non dà particolare ascolto ai cittadini, sebbene chieda loro grandi sacrifici e rispetto delle regole.

L'elettorato italiano sembra esser diventato decisamente populista. Le elezioni italiane del 2018 sono state il terzo grande sconvolgimento antisistema della metà dell'ultimo decennio, dopo la Brexit e l'elezione di Donald Trump nel 2016. Il Movimento populista di sinistra dei 5 stelle, fondato dal comico Beppe Grillo, in quella occasione ha ottenuto un terzo dei voti. Era un partito che si opponeva alla corruzione e all'inquinamento e chiedeva programmi sociali redistributivi, approvando persino una versione del reddito di cittadinanza. Ha governato in coalizione con la Lega, un partito populista di destra guidato da Matteo Salvini, che si è concentrato sulla chiusura delle coste italiane del Mediterraneo all'immigrazione africana. Il governo, guidato da Giuseppe Conte, era molto popolare.

Quando il Covid ha colpito, nel 2020, la Banca centrale europea ha promesso all'Italia 200 miliardi di euro in aiuti per la pandemia. Il primo ministro Conte, che in questo momento guidava un governo progressista più tradizionale, in coalizione con i socialdemocratici, era ancora molto popolare. Ma né l'Unione europea né l'establishment romano si fidavano di lui per la gestione di tutti quei soldi. Quando l'ex Presidente del Consiglio Matteo Renzi è  uscito dalla coalizione, si è formato un governo di unità nazionale (che includeva tutti i partiti, eccetto la Meloni di estrema destra) attorno a Draghi, che, si diceva , aveva la "credibilità" per calmare i mercati.

Ma in cosa consiste la credibilità di Draghi? In democrazia, la credibilità deriva da un mandato popolare. In un "governo tecnico", la credibilità deriva dai rapporti con banchieri, autorità di regolamentazione e altri addetti ai lavori. Quando una persona nella posizione di Draghi prende il potere, non è chiaro se sia la democrazia che sta sollecitando l'aiuto delle istituzioni finanziarie o se siano le istituzioni finanziarie che hanno messo all’angolo la democrazia.

 La scorsa settimana, sulla scia delle dimissioni di Draghi, un consulente della banca italiana UniCredit ha posto un'ipotetica domanda alla Banca centrale europea: "E se i candidati di destra vincessero le elezioni e ci fosse una corsa alle vendite nel mercato obbligazionario - la Bce interverrebbe?" Il "rischio" che i tecnocrati della gestione del rischio vanno a gestire, potrebbe essere la democrazia stessa.

Il piano di aiuti per il Covid dell'Unione europea aveva lo scopo di spingere l'Italia verso delle riforme di libero mercato. In cambio degli aiuti, Bruxelles ha avuto una grossa voce in capitolo sul governo dell'Italia: l'Italia ha ricevuto solo 46 miliardi di euro delle somme promesse e saranno necessarie dozzine di riforme prima che l'Unione europea versi il resto.

Queste riforme sono diventate odiose per molti elettori. Ad esempio, l'Unione europea ha chiesto che le spiagge italiane fossero aperte alla concorrenza del mercato. La costa italiana è di proprietà pubblica e lo Stato dà le spiagge in concessione a delle piccole imprese che le gestiscono. Tali attività, spesso mantenute nella stessa famiglia per generazioni, danno lavoro a circa 100.000 italiani.

I sostenitori delle riforme, appoggiati da. Draghi, considerano le famiglie che gestiscono quelle antiche concessioni balneari come “monopolisti” che traggono profitto dalla proprietà pubblica. Gli oppositori delle riforme, il più attivo dei quali è stato Salvini, sostengono che l'epiteto di "monopolista" è più adatto alle catene alberghiere internazionali che spazzerebbero via quelle piccole imprese.

L'Unione europea chiede anche che l'Italia cambi le sue leggi sul trasporto automobilistico. Esiste in Italia uno speciale sistema di licenze per i conducenti automobilistici, distinto da quello per i taxi. Le licenze sono costose ed è difficile formare dei consorzi in cui un imprenditore possa gestire una scuderia di lavoratori autisti. Finora, Uber ha operato in Italia solo nel modo più limitato.

I sostenitori della riforma del mercato probabilmente considerano un vero e proprio furto che un taxi dal centro di Milano all’aeroporto di Malpensa debba costare 100 euro e probabilmente vedono la concorrenza di Uber come un modo per risolvere il problema. Per gli avversari, Uber è un problema, non una soluzione.

Molte di queste riforme avrebbero dovuto essere attuate entro la fine dell'anno. Il tempismo della caduta di Draghi non è quindi casuale. Quando la scorsa settimana è comparso davanti al Senato per verificare la fiducia, molti italiani erano risentiti per gli affronti alla loro democrazia, affronti non propriamente giustificati dall'interesse dell'Unione europea per la stabilità macroeconomica.

Questo è un interesse legittimo. Il debito dell'Italia potrebbe anche avere ripercussioni sui suoi cittadini e sull'Europa. Ma nessuno è ancora arrivato a un modo soddisfacente di affrontare il problema del debito in un paese fortemente indebitato. Risolvere tali problemi può richiedere l'immissione di denaro dall’esterno in un sistema politico, e questo risulta essere difficile da fare in modo imparziale.

Sostanzialmente agli italiani è stato detto: potete avere i soldi per salvare il vostro paese se il vostro primo ministro è Draghi, altrimenti no. Date le circostanze, non c'è nulla di irragionevole, di "populista" o filo-Putin nel preoccuparsi delle conseguenze per la democrazia.


*Christopher Caldwell è scrittore, opinionista e autore di "Riflessioni sulla rivoluzione in Europa: immigrazione, Islam e Occidente".

 

 

07/07/19

New York Times - Come la Chiesa Cattolica ha ceduto l’Italia alla destra

Un articolo del New York Times spiega come Salvini sia riuscito a imporsi nell’improbabile ruolo di alfiere del Cristianesimo in Italia. Nonostante un “curriculum” non certo da buon cattolico e la sua impreparazione in teologia, Salvini ha riempito efficacemente un vuoto lasciato dalle stesse gerarchie ecclesiastiche. Sotto il pontificato di Papa Francesco, la Chiesa si è allontanata dai suoi temi tradizionali, lasciando molti fedeli disorientati, e si è mossa verso temi politici e controversi. (La Chiesa ha forse tentato di rinnovarsi interpretando la modernità, ma l’ha fraintesa – aggiungiamo noi – allineandosi nei fatti ad alcune istanze del neo-liberalismo.)

 

 

di Mattia Ferraresi, 4 luglio 2019

 

Sulla carta il vicepremier italiano, Matteo Salvini, appare un testimonial abbastanza dubbio per rappresentare il cattolicesimo. Salvini è divorziato. Ha due figli da due donne diverse e ha una relazione con una terza donna. Ma questo non gli ha impedito di reinventarsi “capo cattolico” dell’Italia. “Sono l’ultimo dei buoni cristiani”, ha detto recentemente Salvini, 46 anni, durante un’apparizione al noto programma televisivo “Non è l’Arena”. “Difendo la nostra storia e l’esistenza delle scuole cattoliche”, ha detto in quell’occasione. “Se credo in Dio”, ha domandato in modo retorico, “e chiedo perfino la protezione della Madonna, questo dà fastidio a qualcuno?”

 

Be', dà fastidio al papa, per cominciare.

 

Salvini, che ha prestato giuramento anche come Ministro dell’Interno, è il leader della Lega, un movimento ex-secessionista che si è ripresentato come forza nazionalista alimentando, tra le altre tattiche, i timori anti-immigrazione. Il suo motto “prima gli Italiani” è ispirato a quello di Donald Trump: “America first”. Salvini è anche l’ago della bilancia dell’insolita coalizione di governo che la Lega ha formato lo scorso anno con i campioni dell’anti-corruzione del Movimento Cinque Stelle, creando in Italia un esperimento unico di populismo.

 

L’abbraccio della Lega alla cristianità è però una novità. Negli anni ’90, subito dopo la sua fondazione, la Lega era spesso in polemica con la gerarchia vaticana. Aveva una prospettiva libertaria su temi come la famiglia, l’aborto, l’eutanasia e la libertà religiosa, e raramente li metteva al centro del proprio programma politico.

 

Ciononostante, parlando a Milano pochi giorni prima delle elezioni per il Parlamento Europeo che si sono tenute a maggio, Salvini ha invocato i nomi dei santi patroni d’Europa. “Affidiamo a loro il nostro destino, il nostro futuro, la pace e la prosperità dei nostri popoli”, ha proclamato, e poi è sceso su note più intime. “Personalmente, affido l’Italia, la mia e le vostre vite al cuore immacolato della Madonna. Sono sicuro che lei ci porterà alla vittoria”, ha detto, stringendo un rosario nella mano destra. Quando la Lega ha ottenuto oltre il 34 percento dei voti, diventando il partito politico leader in Italia, Salvini ha ringraziato “quello che sta lassù”, e ha baciato il rosario durante una conferenza stampa. Pochi giorni più tardi, durante un’intervista, si è diffuso ulteriormente sulla sua devozione verso la Vergine Maria, e ha annunciato la propria volontà di percorrere da pellegrino, un giorno, il Cammino di Santiago.

 

La Chiesa Cattolica ha reagito furiosamente alla politicizzazione dei simboli religiosi da parte di Salvini. Pietro Parolin, cardinale segretario di stato, ha rimproverato il ministro dicendo che “è sempre pericoloso invocare Dio per se stessi”. Avvenire, il giornale della Conferenza Episcopale italiana, ha descritto Salvini come “alfiere di un cattolicesimo tutto suo, molto distante dal magistero del Papa e della Chiesa”.

 

Una fonte di tensione tra Salvini e la Chiesa risiede nelle politiche e nella retorica aggressivamente anti-immigrazione da parte del ministro. Lo scorso anno Salvini ha ordinato ai porti italiani di bloccare le navi dedite al recupero dei migranti e di non farle sbarcare. È inoltre riuscito a far approvare un disegno di legge che impone nuove restrizioni ai richiedenti asilo in Italia e ha attribuito al proprio incarico poteri praticamente illimitati nel proibire l’entrata di navi nelle acque territoriali italiane. Questi sforzi lo hanno messo in rotta di collisione con Papa Francesco, che ha fatto dell’accoglienza ai migranti un tema centrale del proprio pontificato.

 

Ma se ci sono milioni di cattolici che votano Salvini (i sondaggi mostrano che il 33 percento dei cattolici praticanti votano Lega, facendone il partito principale tra i fedeli) potrebbe essere anche perché lo stesso Salvini riempie un vuoto nella politica italiana. Un vuoto lasciato dalla ritirata della Chiesa dal dibattito politico, avvenuta con Francesco.

 

La foga della Chiesa di Papa Francesco nel castigare i politici che si appellano alla cristianità rappresenta un deciso punto di rottura rispetto alle precedenti politiche di Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI, che cercavano di mantenere le opinioni della chiesa rilevanti all’interno delle società, compresa quella Italiana, che sono sempre più secolarizzate. Sotto questi papi, i portavoce della chiesa criticavano le unioni civili, i matrimoni tra persone dello stesso sesso in Italia e all’estero, e facevano campagna contro procedure come la fertilizzazione in vitro.

 

Ma Papa Francesco ha abbracciato un nuovo modello. In un discorso alla Chiesa italiana del 2015, ha chiesto la fine dei cosiddetti vescovi-pilota, dei pastori clericali che cercano di dirigere le scelte politiche del proprio gregge. Francesco ha esortato i leader della chiesa a limitare le proprie azioni alla dimensione pastorale. Il messaggio era in linea con l’idea che i vescovi dovrebbero essere “pastori che vivono con l’odore delle pecore”, prendendosi cura dei poveri e degli emarginati, anziché ossessionarsi per le questioni sociali. (Alcuni critici, però, hanno affermato che la Chiesa sotto Francesco non si è affatto ritirata dalla politica, ma piuttosto ha abbracciato un altro tipo di politica – che nonostante le proteste, la Chiesa di Francesco non ha affatto cassato la figura dei vescovi-pilota, ma gli ha invece ordinato di guidare i cattolici in modo diverso, verso posizioni più progressiste.)

 

Il modello di Francesco ha ricevuto sostegno dall’interno della Chiesa – padre Antonio Spadaro, editore della rivista gesuita La Civiltà Cattolica, per esempio, ha lanciato l’idea di un sinodo della Chiesa italiana per ridefinire le relazioni tra la Chiesa e la politica – ma anche polemiche da parte dei critici di Francesco, come il cardinale Gerhard Ludwig Müller, che in un’intervista telefonica ha detto “il processo di de-cristianizzazione delle nostre società richiede il coraggio di affermare la verità. Apprezzo i politici che affermano apertamente di essere cristiani più di quelli che denigrano la cristianità”.

 

Ma per alcuni credenti il modello di Francesco è semplicemente disorientante. Il Vaticano sta mandando messaggi ambigui su temi che fino a pochi anni fa erano considerati cruciali. Molti elettori cattolici lamentano che la Chiesa non si esprime più per condannare l’aborto e i diritti LGBT, o per difendere l’identità cristiana dell’Italia, mentre invece insiste sull’immigrazione, sulla giustizia sociale e i temi ambientali.

 

Salvini punta ai cattolici italiani che rifiutano di seguire il nuovo percorso o si sono persi nel momento in cui la Chiesa ha offerto una guida politica diretta. Nel farlo, ha seguito lo stesso percorso di altri leader europei di destra, come Viktor Orban in Ungheria e Jaroslaw Kaczynski in Polonia, politici di nazioni con un’ampia popolazione cattolica, che si presentano come campioni di una cristianità sotto assedio.

 

Salvini è la parodia di un leader religioso. La sua teologia è praticamente assente. I suoi motivi sono dubbi. Le sue eclatanti appropriazioni degli slogan cristiani sono goffe. Pronunciata da lui, anche la più solenne citazione di Papa Benedetto suona come un aforisma letto sui Baci Perugina. Ma nonostante tutto il suo messaggio è efficace tra i cattolici perché riempie uno spazio che la Chiesa ha lasciato vuoto.

 

La sua inattesa trasfigurazione è la conseguenza di un errore strategico della Chiesa. Papa Francesco può anche aver deciso di ritirarsi dal dibattito politico su temi che un tempo Papa Benedetto definiva “principi non negoziabili” – come la protezione della vita in tutte le sue fasi e la promozione della “struttura naturale della famiglia” – per buoni motivi. Tuttavia la sua scelta ha lasciato molti cattolici confusi. La gerarchia ecclesiastica ha erroneamente creduto che le pecorelle smarrite avrebbero automaticamente trovato il proprio riferimento politico tra i moderati. Invece molte di loro sono state attratte dall’uomo forte che ha promesso di difendere quei valori che la Chiesa di Papa Francesco oggi a malapena menziona.

18/03/19

Krugman - Non date ai robot la colpa dei salari bassi

Il Premio Nobel per l'Economia Paul Krugman sfata sul New York Times uno dei tanti miti imposti dalla falsa narrazione in voga oggi sui media mainstream: che il crollo dei salari sia un'inevitabile conseguenza del progresso tecnologico, in particolare dell'avvento dei robot. Contrapponendo i numeri ai pregiudizi, Krugman dimostra che non è vero. Come in molti altri casi - pensiamo per esempio ai movimenti dei capitali, dipinti come non arginabili perché "oggi si spostano milioni premendo un tasto del computer" - non si tratta di fenomeni legati all'evoluzione della tecnologia, ma della politica. Che soprattutto negli Usa - ma non solo -, ha messo in atto strategie contrarie agli interessi dei lavoratori. Il bla bla sui robot, ci dice Krugman, serve soprattutto a distogliere l'attenzione da questo e dai suoi responsabili. 

 

 

 

di Paul Krugman, 14 marzo 2019

 

I progressisti non dovrebbero cadere in un facile fatalismo nei confronti della tecnologia.

 

L'altro giorno mi sono ritrovato, come accade spesso, a una conferenza dove si parlava dei salari che diminuiscono e della disuguaglianza che aumenta. C'è stata una discussione interessante. Ma una cosa che mi ha colpito è il modo in cui molti partecipanti semplicemente davano per scontato che i robot rappresentassero una parte importante del problema - che le macchine stiano facendo sparire il lavoro di buona qualità, o persino il lavoro in generale. Per la maggior parte di loro questo non è stato neanche presentato come un'ipotesi, ma proprio come qualcosa di ormai assodato.

 

Ma questo postulato ha implicazioni reali per la discussione politica. Ad esempio, una gran parte dell'agitazione intorno alla necessità di un reddito di base universale proviene dalla convinzione che i posti di lavoro diventeranno sempre più scarsi, mentre l'apocalisse dei robot si impossessa dell'economia.

 

Mi sembra quindi utile sottolineare che, in questo caso, quello di cui tutti sono convinti non è vero. Fare previsioni è difficile, soprattutto per il futuro, e forse i robot arriveranno davvero a toglierci tutti i nostri lavori prima o poi. Ma l'automazione non rappresenta una parte importante nella storia di quello che è successo ai lavoratori americani negli ultimi 40 anni.

 

Abbiamo un grosso problema, certo: ma questo ha molto poco a che fare con la tecnologia e molto a che fare con la politica e il potere.

 

Andiamo indietro per un minuto e chiediamoci: che cos'è un robot, in fin dei conti? Chiaramente, non deve essere qualcosa che assomiglia a C-3PO (il robot D-3B0 nella versione italiana di Guerre Stellari, ndt), o che va in giro su ruote dicendo "Sterminare! Sterminare!". Dal punto di vista economico, un robot è tutto ciò che usa la tecnologia per fare un lavoro precedentemente svolto dagli esseri umani.

 

E i robot in questo senso hanno letteralmente trasformato la nostra economia, per secoli. David Ricardo, uno dei padri fondatori dell'economia, ha scritto sugli effetti dirompenti delle macchine nel 1821!

 

In questi giorni, quando le persone parlano dell'apocalisse dei robot, di solito non pensano a cose come lo scavo nelle miniere o la rimozione delle montagne. Eppure queste tecnologie hanno completamente trasformato il processo dell'estrazione del carbone: la produzione di carbone è quasi raddoppiata tra il 1950 e il 2000 (ha iniziato a scendere solo pochi anni fa), e tuttavia il numero di minatori di carbone è passato da 470.000 a meno di 80.000.

 

Oppure consideriamo l'introduzione dell'uso di container per il trasporto delle merci. Gli scaricatori di porto un tempo erano una parte importante della scena nelle principali città portuali. Ma mentre il commercio globale è aumentato vertiginosamente dagli anni '70, la quota di lavoratori statunitensi impegnati nella "movimentazione delle merci marine " è diminuita di due terzi.

 

Gli effetti dirompenti della tecnologia sul lavoro, quindi, non sono un fenomeno nuovo. Ma almeno, stanno accelerando? Secondo i dati, no. Se davvero i robot stessero sostituendo i lavoratori in massa, ci aspetteremmo di vedere un'esplosione della quantità di materiale prodotto da ciascun lavoratore rimasto - ovvero della produttività del lavoro. E invece, la produttività è cresciuta molto più rapidamente dalla metà degli anni '90 alla metà degli anni 2000, rispetto a quanto non sia avvenuto successivamente.

 

Quindi il cambiamento tecnologico è una vecchia storia. Quello che è nuovo è il fallimento dei lavoratori nel condividere i frutti di questo cambiamento tecnologico.

 

Non sto dicendo che affrontare il cambiamento sia sempre stato facile. Il declino dell'occupazione nelle miniere di carbone ha avuto effetti devastanti su molte famiglie, e gran parte di quella che una volta era l'area carbonifera non si è mai ripresa. La perdita di posti di lavoro manuali nelle città portuali ha sicuramente contribuito alla crisi sociale urbana degli anni '70 e '80.

 

Ma mentre ci sono sempre state vittime del progresso tecnologico, fino agli anni '70 l'aumento della produttività si è tradotto in salari crescenti per la grande maggioranza dei lavoratori. In seguito, questa relazione è stata interrotta. E non sono stati i robot a farlo.

 

Quale ne è stata la causa? C'è un consenso crescente, sebbene non totale, tra gli economisti, sul fatto che un fattore chiave nella stagnazione dei salari sia stato il declino del potere contrattuale dei lavoratori - un declino le cui radici sono in definitiva politiche.

 

La prova più evidente è data dal salario minimo federale, calcolato tenendo conto dell'inflazione, che è diminuito di un terzo nell'ultimo mezzo secolo, mentre la produttività dei lavoratori è aumentata del 150%. Questa divergenza è - in modo chiaro e semplice - legata alla politica.

 

Il declino dei sindacati, che coprivano un quarto dei lavoratori del settore privato nel 1973, ma solo il 6 per cento oggi, potrebbe non essere altrettanto evidentemente legato alla politica. Ma altri paesi non hanno visto lo stesso tipo di declino. Il Canada oggi è sindacalizzato quanto gli Stati Uniti nel 1973; nelle nazioni nordiche i sindacati coprono i due terzi della forza lavoro. Ciò che ha rappresentato l'eccezionalità dell'America è stato un ambiente politico profondamente ostile alla sindacalizzazione dei lavoratori e favorevole nei confronti dei datori di lavoro che distruggevano i sindacati.

 

E il declino dei sindacati ha fatto un'enorme differenza. Si consideri il caso del trasporto su gomma, che un tempo era un buon lavoro, ma ora paga un terzo in meno rispetto agli anni '70, con condizioni di lavoro terribili. Che cosa ha fatto la differenza? La de-sindacalizzazione ha avuto un ruolo notevole nella vicenda.

 

E questi fattori facilmente quantificabili sono solo indicatori di un atteggiamento contrario ai lavoratori persistente e trasversale nella nostra politica.

 

Il che mi riporta alla domanda: perché stiamo parlando così tanto di robot? La risposta, direi, è che si tratta di una tattica diversiva - un modo per evitare di affrontare il modo in cui il nostro sistema è truccato a danno dei lavoratori, così come parlare di un " gap delle competenze " è stato un modo per distogliere l'attenzione dalle cattive politiche che hanno tenuto alta la disoccupazione.

 

E i progressisti, soprattutto, non dovrebbero cadere in questo facile fatalismo. I lavoratori americani possono e devono ottenere condizioni molto migliori di quelle che ottengono oggi. E di quello che non ottengono, la colpa non è dei nostri robot, ma dei nostri leader politici

 

26/01/19

NYT – La grande emorragia della Grecia

I dati snocciolati da questo articolo di Nikos Konstandaras, giornalista greco, pubblicato sul New York Times, mostrano un Paese di fatto colonizzato, ridotto a eterno debitore sotto tutela, come un tempo avveniva solo ad alcuni stati africani post-coloniali. La Grecia resterà sotto “stretta supervisione” dei creditori fino al 2060, finché non avrà pagato tutti i debiti, mentre i suoi cittadini vengono vessati, espropriati per pagare gli arretrati a un sistema fiscale diventato predatorio. Intere generazioni vivranno nella servitù del debito. I crediti inesigibili sono esplosi in mano al sistema bancario, che non riesce più a finanziare investimenti. Chi può emigra, ma a differenza del passato oggi non si tratta di lavoratori poco qualificati, bensì di professionisti a cui lo stato greco ha pagato la formazione universitaria e post-universitaria a caro prezzo.

 

 

 

di Nikos Konstandaras, 10 gennaio 2019

 

Il governo greco, formato dalla coalizione tra un movimento di sinistra radicale e un partito nazionalista di destra, al potere dal 2015, lo scorso agosto ha festeggiato la fine del terzo accordo di salvataggio per il Paese come un “ritorno alla normalità”. I nostri partner dell’Unione Europea e i creditori, che hanno sborsato 288,7 miliardi di euro di prestiti durante gli scorsi anni, si sono affrettati a cantare vittoria rispetto alla crisi iniziata nel 2010.

 

Tutti vogliono vedere la fine della crisi greca, non ultimo il popolo greco, esausto dalla lunga e grave depressione, dalla continua austerità e da riforme di cui non hanno visto i benefici.

 

Ma la Grecia è ben lontana dalla “normalità”. Molto è stato fatto per rendere l’economia sostenibile, ma il Paese ha bisogno di un nuovo boom di fiducia e di attività imprenditoriale. La ripresa ha bisogno di importanti investimenti, di stabilità politica e di ulteriori riforme della pubblica amministrazione. Nel frattempo però non solo il debito pubblico è aumentato rispetto al 2009, ma anche i redditi dei cittadini sono crollati, i loro beni si sono svalutati, le proprietà sono andate perdute e i debiti moltiplicati.

 

Le elezioni nazionali si dovranno tenere entro l’autunno. I sondaggi mostrano che il partito di opposizione Nuova Democrazia, di centro-destra, è in vantaggio su Syriza, il principale partito della coalizione di governo, in una contesa che sta già facendo peggiorare la polarizzazione della nostra politica [ovvero della politica greca, ndT]. Il governo, che si è sempre trovato in una posizione di disagio a causa dell’austerità e delle riforme, ha promesso di elargire aiuti. L’opposizione promette invece di rovesciare le politiche e le decisioni sulle quali non è d’accordo.

 

In una drammatica manifestazione di sfiducia, più di 700.000 persone hanno lasciato la Grecia dal 2010 a oggi, in cerca di opportunità all’estero. Il numero delle morti supera il numero delle nascite, dato che le persone hanno meno figli o non hanno più il coraggio di averne del tutto. Recenti ricerche suggeriscono che se i tassi attuali rimanessero costanti, la popolazione greca, che contava 10,9 milioni di persone nel 2015, diminuirebbe di un numero tra 800.000 e 2,5 milioni di unità entro il 2050. La forza lavoro è attualmente di 4,7 milioni di persone. Una minore popolazione in età lavorativa dovrà sostenere un numero crescente di pensionati, e con la minore crescita e il minore gettito fiscale si dovrebbero coprire i costi crescenti della previdenza sociale.

 

La crisi ha colpito le imprese. Una diminuzione della domanda interna, condizioni di credito più restrittive, controlli sui capitali, incertezza politica e delocalizzazione all’estero hanno portato le piccole e medie imprese a dimezzare la propria produzione. Queste aziende sono la linfa vitale dell’economia, generano un quarto del PIL e rappresentano il 76 percento dell’occupazione nel paese.

 

Con un timido ritorno alla crescita nel 2017 le aziende hanno cominciato a recuperare. Nei primi sei mesi del 2018 le 153 aziende quotate in borsa all’Athens Stock Exchange riportavano profitti (al lordo delle tasse) per 957 milioni di euro, secondo quanto riportato dall’ICAP. Se messe a confronto con il debito pubblico, però, questo dato indica solo la grandezza della sfida che i greci dovranno affrontare nei prossimi anni.

 

Nel 2009 il debito pubblico raggiungeva i 299,7 miliardi di euro, ovvero il 130 percento del PIL. Da allora la Grecia ha preso in prestito 288,7 miliardi di euro dagli stati membri e dalle istituzioni dell’Unione Europea, nonché dal Fondo Monetario Internazionale. Poi nel 2012 c’è stata una ristrutturazione del debito di 107 miliardi di euro. Nonostante ciò, nel 2018 il debito pubblico era a 357,25 miliardi di euro, cioè un valore più elevato di quello che già la Grecia era incapace di sostenere prima della crisi.

 

Alcuni indicatori suggeriscono che la Grecia sia sulla giusta strada. La disoccupazione è scesa al 18,3 percento rispetto al picco massimo del 27,9 percento del 2013. Nel 2018 si è stimato che il surplus primario abbia superato gli obiettivi imposti dai creditori per il terzo anno di fila. Ma questo si è potuto ottenere a un costo elevato: il ritardo dei pagamenti dello Stato verso privati e aziende, nonché ulteriori tagli alla spesa sociale, agli ospedali e ad altri servizi.

 

La stretta proseguirà ancora per decenni, con la Grecia impegnata a raggiungere un surplus annuale del 3,5 per cento fino al 2022, e ad essere ancora sotto stretta supervisione finché non avrà ripagato tutti i prestiti nel 2060, secondo gli impegni presi. Il problema è complicato dall’enorme aumento del debito privato. Quasi metà dei prestiti totali che devono essere restituiti alle quattro maggiori banche del Paese, per un totale di circa 86 miliardi di euro, sono inesigibili o quasi. Questo impedisce alle banche stesse di iniettare liquidità nell’economia. Le aziende che tentano di prendere a prestito capitale dall’estero si trovano ad affrontare elevati tassi di interesse.

 

Circa 4,2 milioni di persone hanno debiti in arretrato da restituire allo Stato, con debiti fiscali di circa 103 miliardi di euro. Le autorità hanno già confiscato salari, pensioni e beni privati a oltre un milione di persone. I debiti scaduti verso i fondi di sicurezza sociale ammontano attualmente a 34,4 miliardi di euro.

 

Con tasse più che mai elevate e quasi metà dei nuovi posti di lavoro che consistono in part-time sottopagati o lavoro a turni, questi debiti non potranno che aumentare. Sempre più persone vengono classificate come a rischio di povertà o esclusione sociale (nel 2017 era il 34,8 percento della popolazione) rispetto a prima della crisi (27,7 percento).

 

I poveri sono diventati più poveri e la classe media è in grave difficoltà, schiacciata da un fardello crescente. Le tasse sulle proprietà sono aumentate, arrivando a 3,7 miliardi di euro nel 2017 rispetto ai circa 600 milioni di prima della crisi. Il 19 per cento dei contribuenti apporta circa il 90 per cento del gettito fiscale, secondo quanto ammesso dal primo ministro Alexis Tsipras. Il diminuito valore delle proprietà riflette l’aumento delle tasse e la diminuzione delle rendite. Gli appartamenti hanno perso in media il 41 per cento del loro valore tra il 2007 e il 2017, secondo la Banca Centrale Greca.

 

La necessità di pagare le tasse e di adempiere ad altri obblighi finanziari ha portato a un crollo dei depositi privati presso le banche greche: sono arrivati a 131,4 miliardi di euro lo scorso novembre, rispetto ai 237,8 miliardi del 2009. Molte persone sono state costrette a vendere i gioielli di famiglia e altri valori per sopravvivere. Le agenzie di pegni e i “compro oro” hanno aumentato enormemente il loro giro di affari nel Paese, fondendo gioielleria e altri oggetti in lingotti d’oro.

 

La polizia ha recentemente arrestato parecchie persone sospettate di trafficare oro verso la Turchia. Il giro d’affari giornaliero valeva una media di 400.000 euro al giorno, ovvero l’equivalente di circa 11 chili di oro al giorno. Si è poi scoperto che i trafficanti non avevano i permessi di esportazione verso la Turchia. L’indagine, però, ha gettato luce anche su aspetti più personali e meno visibili della crisi.

 

Ma l’ambito nel quale si vede più nettamente la gravità dell’emorragia della Grecia è l’abbandono del Paese da parte dei giovani. La Grecia in passato ha già visto emigrazioni di massa, quando la povertà, la guerra, la dittatura e la mancanza di prospettive hanno spinto le persone, soprattutto quelle meno qualificate, a cercare fortuna in America, Australia, Africa, o altrove in Europa. Questa volta, però, la maggior parte di quelli che partono privano il Paese delle proprie elevate competenze e, con esse, degli stessi investimenti nazionali. Il 92 per cento di coloro che emigrano sono laureati presso università o alte scuole tecniche, e il 64 per cento del totale ha titoli di studio post-laurea, come il dottorato, secondo un sondaggio della ICAP su 1.068 greci emigrati in 61 paesi. Circa 18.000 medici hanno lasciato il Paese nel corso della crisi: ciascuno di loro è costato alla Grecia, in termini di formazione, 85.000 euro, secondo l’Associazione Medica di Atene.

 

Il paradosso è che la Grecia forma professionisti a costi molto elevati, ma poi non può offrire loro alcuna stabilità o opportunità, di cui hanno bisogno per trovare occupazione. Questo porta beneficio solo ai paesi che accolgono gli emigranti greci, e danneggia la crescita della Grecia stessa, dove le aziende non riescono a trovare impiegati con le competenze necessarie. Inoltre, quando i giovani si trovano a lungo fuori dalla forza lavoro non acquisiscono nessuna esperienza dai più anziani, e questo porta a un’ulteriore distruzione di competenze e a una minore produttività.

 

In maggio le elezioni nell’Unione Europea non determineranno solo l’appartenenza al Parlamento Europea, ma anche chi dovrà guidare il suo corpo esecutivo, la Commissione Europea. Inoltre, verrà scelto un nuovo presidente della Banca Centrale Europea.

 

In un mondo sempre più instabile, nessuno vuole che la crisi greca sia ancora al centro dei programmi politici. Ma la crisi del Paese è lungi dall’essere finita. La ripresa dipenderà dagli sforzi degli stessi greci e dal sostegno di un’Unione Europea determinata a funzionare anziché a cedere alle divisioni. Quest’anno si vedrà verso quale direzione la Grecia e l’Unione Europea nel suo insieme vorranno andare.

08/12/18

Adam Tooze - Ma la Ue, come pensa che andrà a finire?

Nel braccio di ferro con il governo italiano sulla finanziaria 2018, la Commissione europea sta giocando una partita molto pericolosa. Secondo Adam Tooze, professore di storia alla Columbia University, la Commissione potrebbe pagare un prezzo altissimo per il suo tentativo di piegare il governo giallo-verde: potrebbe forse ottenere una vittoria temporanea, ma la conseguenza sarebbe un riposizionamento della politica italiana su linee ancora più populiste e nazionaliste, oppure potrebbe arrivare a scatenare una crisi finanziaria che porterebbe all'Italexit e alla fine della UE. Se Bruxelles non ha nulla di meglio da offrire che il rispetto della disciplina dell'eurozona, e se per farla rispettare da un paese grande come l'Italia non ha altro mezzo che i mercati, o si piega ad un compromesso che salvi la faccia a tutti o rischia una vittoria di Pirro. Dal New York Times.

 

 

di Adam Tooze, 5 dicembre 2018

 

L'Unione europea e l'Italia sono in stallo da settimane sul debito pubblico italiano. Bruxelles - sostenuta dal resto dei governi europei - sembra credere che presto Roma cederà, segnando un'altra vittoria a favore della disciplina dell'Unione europea. Ma non è affatto sicuro. Inoltre, anche se il governo italiano si rimettesse in riga, le conseguenze politiche potrebbero rivelarsi disastrose per l'Europa. Comunque finisca questa tragedia, l'Europa sta giocando un gioco pericoloso.

 

Il confronto è iniziato a ottobre, quando il governo di Roma ha presentato una bozza di bilancio per il 2019 in cui proponeva un incremento del deficit italiano. Il 23 ottobre la Commissione Europea ha respinto il bilancio - una mossa senza precedenti. Da allora, Bruxelles ha dato il via alle procedure per penalizzare l'Italia, sulla base delle stringenti regole dell'Unione europea sul deficit eccessivo.

 

Il vero problema finanziario dell'Italia, comunque, non è il deficit annuale di bilancio ma l'eccezionale mole del debito pubblico, pari a un totale di 2600 miliardi di euro, la gran parte del quale è stato accumulato decenni fa da partiti politici che oggi non esistono più. Oggi il debito si mantiene intorno al 133% del Prodotto interno lordo.

 

Il debito, a questo livello, può facilmente diventare insostenibile, crescendo più velocemente del reddito necessario a ripagarlo. Il debito è detenuto in gran parte da banche, sia nazionali che estere. Uno scenario in cui l'Italia avesse difficoltà a soddisfare le sue necessità di finanziamento assesterebbe un colpo devastante al fragile sistema finanziario europeo. Dato questa delicato equilibrio, c'è poco spazio per gli errori. Deve essere colta ogni opportunità per abbassare il rapporto debito/PIL.

 

Dato che l'eurozona dal 2013 ha sperimentato una ripresa modesta, e anche l'economia italiana sta riprendendo a crescere, la Commissione europea afferma che l'Italia dovrebbe stringere la cinghia. Roma ha da obiettare.

 

Naturalmente, nessun governo vuole adottare dei tagli. Ma qua c'è un punto ancora più fondamentale: dichiarare, come fa la Commissione, che l'Italia può permettersi di fare tagli al bilancio perché ha avuto un po' di crescita è in palese contraddizione con le attuali condizioni economiche e politiche del paese.

 

Negli ultimi 10 anni, il Prodotto interno lordo pro-capite in Italia è crollato. Il declino è un caso unico tra le grandi economie avanzate (è addirittura peggiore del tristemente noto decennio perduto del Giappone). E la sofferenza economica è distribuita in modo estremamente ineguale: più del 32% di giovani italiani sono senza lavoro. Il pessimismo, la delusione e la frustrazione sono innegabili. Dichiarare, come fa la Commissione, che questo è un buon momento per l'austerità è dare uno schiaffo ad una realtà che, per molti italiani, rasenta una vera emergenza personale e nazionale.

 

I due partiti che formano l'attuale governo italiano, la Lega e il Movimento Cinque Stelle, sono stati eletti a marzo per rispondere a questa crisi. La Lega è xenofoba; i Cinque Stelle sono imprevedibili e bizzarri. Ma i programmi economici coi quali hanno fatto campagna elettorale difficilmente possono dirsi stravaganti. La Lega vuole tagli alle tasse per il suo elettorato, fatto di piccole imprese. I Cinque Stelle vogliono un reddito minimo garantito per i propri elettori nelle regioni più povere dell'Italia meridionale. Entrambi vogliono andare incontro ai pensionati. Queste proposte aumenteranno il deficit. Ma allo stesso tempo, sostengono da Roma, porteranno uno stimolo davvero necessario.

 

La questione chiave è quanto grande deve essere questo stimolo.

 

Le previsioni del governo italiano sul bilancio sono ottimistiche. Ma altri, inclusa la Banca d'Italia e il Peterson Institute of International Economics, avvertono che l'Italia è caduta in una trappola: i timori per la sostenibilità del debito fanno sì che qualsiasi stimolo abbia l'effetto perverso di far salire i tassi d'interesse, dando una stretta ai prestiti bancari e riducendo la crescita.

 

Durante la crisi dell'eurozona gli economisti dell'Università Bocconi di Milano hanno diffuso l'idea dell'"austerità espansiva": i tagli alla spesa pubblica stimolano la fiducia e la crescita. Gli anni successivi alla crisi finanziaria hanno mostrato quanto fosse sbagliata questa tesi. Adesso gli economisti sembrano avere un nuovo meme: l'espansione fiscale restrittiva, uno stimolo che si annulla poiché mina la fiducia e fa alzare i tassi d'interesse.

 

Ad ogni modo, queste argomentazioni non sono determinanti. Anche sulla base degli assunti pessimistici della Commissione europea, il deficit proposto da Roma non manderebbe fuori controllo il debito italiano. Ciò che porterebbe l'Italia ad una crisi vera sarebbe un improvviso rialzo dei rendimenti, non al 3%, ma al 5% o più. Se ciò dovesse accadere, innescato da uno shock della fiducia dei mercati nell'Italia, ci sarebbe un'impennata esplosiva nel costo del servizio del debito. Il governo si troverebbe escluso dai mercati dei capitali. Le banche italiane avrebbero bisogno del sostegno dell'Unione europea. L'aiuto arriverebbe solo dopo un accordo su un pacchetto di tagli del deficit. Ma esclusa questa possibilità, l'Italia potrebbe trovarsi sulla via d'uscita dall'eurozona. Questo è il rischio che rende il confronto tra Roma e la Commissione così preoccupante. Il gioco a chi cede per primo potrebbe facilmente spaventare i mercati.

 

Al momento, la fiducia dei mercati è ancora sostenuta dal programma di acquisto titoli di stato della Banca centrale europea. Nel 2019 il presidente uscente dalle BCE, Mario Draghi, un sostenitore di lungo corso della disciplina per l'Italia, cesserà l'acquisto di titoli di stato. La tensione è destinata a salire.

 

La Commissione europea, naturalmente, è vincolata a difendere le proprie regole. Ma l'Unione europea come si aspetta che si svilupperà lo scontro?

 

Bruxelles ha una gamma limitata di sanzioni a sua disposizione. A differenza della Grecia, che era un beneficiario netto della generosità dell'Unione europea, l'Italia è un contributore netto al bilancio della UE. Non sarà facile applicare multe e penali.

 

Dovranno essere pertanto i mercati a garantire la disciplina. Ma sarebbe una prospettiva terrificante: non solo il debito italiano è enorme, ma nemmeno le banche italiane sono piccoline. L'Italia è troppo grande sia per fallire che per essere salvata.

 

Quindi qual è il piano? Se la Commissione sta scommettendo che la crisi di bilancio forzerà il governo italiano a piegarsi, in quale direzione immagina che si piegherà?

 

L'ultima volta che il debito pubblico italiano è salito alla ribalta nell'eurozona è stato nell'autunno del 2011. Allora la soluzione fu politica: il Primo Ministro Silvio Berlusconi fu rovesciato a favore del tecnocrate non eletto Mario Monti. Monti era il prediletto dei mercati. Ma in Italia l'indignazione pubblica per la sospensione delle normali procedure democratiche ha contribuito a innescare l'impennata del Movimento Cinque Stelle, che è culminata con il 32% dei voti a suo favore a marzo.

 

Difficilmente la Commissione europea può desiderare che questo ciclo si ripeta.

 

Sulla scorta della vittoria elettorale, i Cinque Stelle sono il socio di maggioranza della coalizione di governo che si è formata a maggio. Ma l'equilibrio dei poteri si è spostato. Mentre la popolarità dei Cinque Stelle è diminuita, il sostegno alla Lega è raddoppiato, arrivando al 34%. La Lega è il partito delle piccole imprese del nord Italia. È tutt'altro che entusiasta dei piani dei Cinque Stelle per aumentare l'assistenza sociale al sud. Un rimpasto governativo con una prevalenza della Lega che lasciasse cadere il dispendioso reddito minimo garantito dei Cinque Stelle sarebbe sulla buona strada per soddisfare le richieste finanziarie della Commissione europea. Il nuovo governo potrebbe addirittura trovare un terreno comune con Bruxelles sui temi di una "riforma dal lato dell'offerta". Questo rassicurerebbe senza dubbio gli investitori, ma sarebbe un risultato disastroso per l'Unione europea, poiché consegnerebbe una vittoria politica a Matteo Salvini, il vice primo ministro italiano, che non fa segreto del suo desiderio di ridisegnare l'Europa come un'arena di politici nativisti e neo-nazionalisti.

 

Se l'intenzione della Commissione non è di rafforzare la Lega, forse Bruxelles spera in una ritirata tattica di Roma. Potrebbe ancora essere trovato un compromesso che salvasse la faccia sulle costose proposte sulle pensioni. Se il governo crolla, forse nuove elezioni potrebbero portare ad una maggioranza più accondiscendente.

 

Ma questa, per usare un eufemismo, è una strategia ad alto rischio e negativa. Soprattutto, non può risolvere il profondo senso di crisi che c'è in Italia. Se l'Unione europea è determinata a tenere il punto sul debito e deficit, dovrebbe offrire qualcosa di positivo in cambio, come una strategia comune europea per gli investimenti e la crescita, o un approccio più cooperativo al problema dei rifugiati, che ha sostenuto l'ondata della Lega. Se tutto quello che Bruxelles ha da offrire è la disciplina, sta invitando la politica italiana a ricostruirsi su linee ancora più nazionaliste e ancora più ostili all'Europa.

 

 

14/08/18

Krugman: Turchia, un’altra festa stile 1998


  1. Dalle colonne del New York Times, il premio Nobel per l'economia Paul Krugman spiega l'attuale crisi della Turchia come la più classica delle bolle gonfiate dai capitali esteri. Lo si era già visto in molti paesi asiatici nel 1998, in Argentina all'inizio del 2000, in Islanda recentemente. La caratteristica comune è il solito afflusso di capitali esteri spinti dalla crescita e dai tassi elevati, l’esplosione del debito privato estero denominato in valuta straniera, in un paese piccolo o emergente, seguito da un inevitabile "sudden stop" che sgonfia la bolla. (Lo dovremmo definire un fallimento dei mercati, se non fosse il loro modo normale di funzionare.)


16/02/18

NYT - Lo scaricabarile del crollo dei mercati

Dal New York Times una dura denuncia contro le autorità di vigilanza, il ceto politico e il mondo accademico, colpevoli di non aver seguito le minime regole di buonsenso prescritte dalla buona pratica economica, e di aver lasciato invece gonfiare a dismisura i profitti speculativi fino al prevedibile recente crollo delle borse, che potrebbe essere solo un assaggio di una crisi molto più profonda all'orizzonte. L'aspetto più amareggiante è l'assoluta mancanza di responsabilità di tutti gli attori economici, che pure causano ingenti perdite all'economia reale canalizzando risorse verso la cartolarizzazione selvaggia. Un monito di come le politiche economiche debbano sempre essere calibrate alla situazione reale di ogni singolo paese, perché non esistono misure universalmente valide sempre e comunque.

 

 

 

di Desmond Lachman, 06 febbraio 2018

 

 

Secondo un vecchio proverbio, il successo ha molti padri, ma il fallimento è orfano. Lo si è visto fin troppo bene in occasione della grande recessione del 2008-09: Dopo i fatti, nessuno si è fatto avanti, dalle comunità politiche, finanziarie o accademiche, per accettare la responsabilità della peggiore recessione globale degli ultimi 70 anni.

 

 

È improbabile che qualcuno si prenda la responsabilità per l'attuale crollo del mercato globale che, dopo tre giorni, non è ovviamente solo un assestamento, ma una tardiva correzione di anni di eccessi. Rimane da vedere se il danno sarà limitato ai mercati o si riverserà nell'economia generale, ma di sicuro potremmo essere sull'orlo di un'altra crisi finanziaria globale.

 

 

E tutto questo nonostante la presidente uscente della Federal Reserve, Janet Yellen, ci abbia ripetutamente rassicurato che non avremmo assistito a un'altra crisi economica globale durante la sua vita, mentre la comunità economica accademica si è caratterizzata ancora una volta per il suo pressoché totale silenzio mentre ultimamente nel mercato si andavano creando bolle di ogni tipo. E proprio il mese scorso a Davos, in Svizzera, il presidente Trump si è vantato ancora una volta che le politiche della sua amministrazione stavano spingendo i mercati azionari a continui record, mentre i banchieri continuavano spensieratamente a fare prestiti rischiosi.

 

 

Non sorprende che prima o poi i mercati finanziari globali stacchino violentemente la spina come sembrano fare adesso, se si pensa fino a che punto sono stati sono stati lasciati liberi di non rispettare le loro stesse regole. Era solo una questione di tempo prima che si verificasse un crollo.

 

 

E non solo perché il fatto che non è stato fatto nulla per evitare che le quotazioni in borsa globali raggiungessero livelli visti solo tre volte negli ultimi cento anni. Ancor più grave è il fatto che i rendimenti dei titoli di stato siano stati lasciati scendere a livelli storicamente bassi, e non sia stato fatto nulla per impedire alle istituzioni finanziarie di concedere prestiti molto rischiosi a tassi di interesse eccessivamente bassi.

 

 

Si può forse in parte perdonare alle principali banche centrali del mondo, compresa la Federal Reserve sotto il predecessore della signora Yellen, Ben Bernanke, di aver messo in moto il nostro attuale ciclo di espansione del boom con i loro programmi per fronteggiare la Grande Recessione. Per uscirne, le principali economie si sono affidate troppo pesantemente alla politica monetaria, rifiutandosi di adottare contemporaneamente misure di stimolo di bilancio adeguate e ben mirate.

 

 

Con un'economia che correva il rischio di soccombere in una spirale deflazionistica e con tassi d'interesse ridotti al minimo, le banche centrali del mondo non avevano altra scelta se non acquistare titoli di stato su vasta scala per incoraggiare gli investitori ad assumersi ulteriori rischi. All'epoca sembrava un rischio ragionevole, anche se rischiava di distorcere i prezzi dei mercati finanziari e creare una bolla nelle borse globali.

 

 

Meno comprensibile è stata, l'anno scorso, la mancata rimozione da parte della Fed della mangiatoia del basso tasso di interesse quando già il festino economico globale stava mostrando chiari segni di sfuggirle di mano. Se nell'ultimo anno l'economia americana ha quasi raggiunto la piena occupazione, i titoli azionari sono aumentati del 25% e il dollaro è svalutato del 10%, perché la Fed è stata così riluttante ad aumentare i tassi? Una politica monetaria più aggressiva nel 2017 avrebbe potuto riportare il buonsenso nel mercato e ridurre le possibilità che l'economia americana potesse surriscaldarsi e stimolare di conseguenza l'inflazione.

 

 

È anche difficile capire perché l'amministrazione Trump e il Congresso guidato dai Repubblicani abbiano approvato un taglio fiscale senza coperture proprio nel momento più sbagliato del ciclo economico. Con una disoccupazione molto bassa e un'economia in rapida crescita, l'ultima cosa di cui l'economia aveva bisogno era uno stimolo fiscale che potesse alimentare i timori di inflazione e far rispuntare i bond vigilantes dal nulla.

 

 

Anche gli accademici e i banchieri dovrebbero prendersi la responsabilità di aver imparato così poco dall'ultimo ciclo di espansione del pianeta. È troppo chiedere agli economisti accademici di sapere che un'eccessiva inflazione dei prezzi dei beni non è coerente con la stabilità economica di lungo periodo e che il loro ruolo dovrebbe essere quello di dare l'allarme quando si formano bolle? È troppo chiedere al settore finanziario di ricordare che fare prestiti incauti è un rischio per tutti quando la giostra alla fine si ferma?

 

 







Sollevo tutte queste domande non come un esercizio accusatorio ma nella speranza che nelle prossime settimane politici, economisti ed amministratori traggano le giuste lezioni su come siamo entrati in questa difficilissima situazione di mercato economico e finanziario. Solo allora ci sarà qualche possibilità di sfuggire a questi cicli di espansione seguita da recessione, che ora sembrano verificarsi regolarmente.







 

 

 

 







Desmond Lachman è specializzando presso l'American Enterprise Institute. In passato è stato vicedirettore nel dipartimento di sviluppo e revisione delle politiche del Fondo Monetario Internazionale e principale stratega economico dei mercati emergenti presso Salomon Smith Barney.






16/06/17

NYT: Gli sforzi per salvare i migranti hanno avuto conseguenze inattese e fatali

Il New York Times pubblica un articolo critico sugli sforzi adottati finora per affrontare la crisi dei migranti in mare. Le cause profonde che stanno alla base dello spostamento di masse di persone, e gli interessi che lo favoriscono, non vengono quasi neanche accennati, ma l'articolo, che proviene da una fonte mainstream, chiarisce pregevolmente come tutti i provvedimenti adottati finora - come avvicinare i salvataggi sempre di più alle coste libiche - siano stati fallimentari e abbiano solo contribuito a peggiorare le cose, come ammettono anche gli esponenti delle organizzazioni coinvolte nei salvataggi.

 

 

di Stuart A. Thompson e Anjali Singhvi, 14 giugno 2017

 

Le strategie per salvare i migranti nel Mar Mediterraneo e interrompere le reti dei trafficanti di esseri umani hanno avuto conseguenze inattese e fatali, secondo i gruppi di assistenza che monitorano la crisi.

 

È un circolo vizioso disastroso: qualsiasi sforzo per ridurre la crisi dei migranti può diventare controproducente, perché  i trafficanti escogitano in risposta delle strategie sempre più pericolose. Ecco come queste strategie hanno spinto i disperati migranti in situazioni ancora più disperate.

 

I trafficanti reagiscono agli sforzi di salvataggio

 

Sabato scorso, al largo della costa libica, i corpi di 10 migranti sono stati recuperati, e almeno altri 100 migranti sono risultati dispersi. Otto corpi sono stati ritrovati su un gommone gonfiabile nel Mar Mediterraneo, in una pericolosa area tra la Libia e l'Italia nota come rotta del Mediterraneo centrale. Ogni anno i gruppi di salvataggio pattugliano l'area e recuperano migliaia di migranti a rischio di annegamento.

 



 

Prima del 2014 i salvataggi avvenivano più vicino all'Italia, con le barche dei migranti che arrivavano a raggiungere le acque territoriali italiane. Nel 2014 molti salvataggi sono avvenuti in luoghi relativamente più a sud nel Mar Mediterraneo.


Nel 2015 i salvataggi si sono spinti sempre più vicino al versante libico del Mar Mediterraneo.


Più recentemente ancora i salvataggi hanno avuto luogo a ridosso delle acque territoriali libiche.


 

Il salvataggio dei migranti vicino alla costa libica ha salvato centinaia di persone in mare. Ma i critici dicono che questo ha introdotto un incentivo mortale che ha spinto ancora più migranti a rischiare il viaggio, e ancora più trafficanti a imbarcare persone.

 

"Migranti e rifugiati, incoraggiati dalle storie di quelli che in passato ce l'hanno fatta, tentano la pericolosa traversata perché sono consapevoli che otterranno assistenza umanitaria, e contano su di essa, per raggiungere l'Unione Europea", ha sostenuto un'analisi di rischio di Frontex, l'agenzia europea di guardia costiera e di confine.

 



 

I trafficanti utilizzano imbarcazioni sempre più fragili e a stento dotate del carburante sufficiente per uscire dal confine delle acque territoriali libiche. I conducenti possono poi togliere il motore dalla barca e ritornare indietro, verso la Libia, con un'altra imbarcazione, lasciando i migranti andare alla deriva fino a che non arrivano i salvataggi.

 

I gruppi che monitorano la crisi si aspettano che il bilancio delle vittime quest'anno superi quello dell'anno precedente. Finora è andata così per ogni singolo mese dell'anno, fino a tempi recenti. Nel maggio 2016 una serie di annegamenti nel giro di tre giorni hanno ucciso un totale di 700 persone.

 



 

Joel Millman, portavoce dell'Organizzazione Internazionale per le Migrazioni, ha messo in guardia dal concludere che la situazione sia migliorata.

 

"La situazione è molto più frammentata", ha detto, riferendosi al lento ma costante aumento degli annegamenti. "È molto più pericolosa. Stanno mettendo sempre più persone in imbarcazioni sempre più piccole".

 

Se le condizioni terribili della Libia e di altri paesi africani hanno avuto il ruolo maggiore nel motivare i migranti a fuggire [verso l'Europa], i gruppi coinvolti nei salvataggi hanno riconosciuto che i propri sforzi hanno finora contribuito ad accrescere il business dei trafficanti.

 

"Sappiamo che quello che stiamo facendo non è la soluzione", ha detto Stefano Argenziano, coordinatore delle operazioni sulle migrazioni per Medici Senza Frontiere, che dal 2015 recupera migranti a ridosso delle coste libiche. "Non è la fonte del problema, non è nemmeno la soluzione. È la pura e semplice necessità di salvare delle vite adesso, quando le vite sono in pericolo".

 

Nonostante le critiche, non è dimostrato che la riduzione degli sforzi di salvataggio potrebbe ridurre il numero dei morti. Dopo che l'Unione Europea ha smesso di finanziare i pattugliamenti italiani in mare e il programma di salvataggio Mare Nostrum, nel 2014, un numero record di persone ha tentato il viaggio, e un numero record di persone è annegato. Anche le Nazioni Unite sono a favore dell'aumento degli sforzi di salvataggio, affermando che altrimenti il bilancio delle vittime sarebbe ancora più elevato.

 

Se le barche vengono distrutte, i trafficanti ne usano di peggiori

 

I funzionari hanno iniziato a distruggere le barche di legno che venivano usate dai trafficanti, nella speranza di interrompere la loro rete criminale. Ma questa azione ha avuto effetti inattesi: i trafficanti hanno iniziato a usare gommoni gonfiabili, ancora più economici.

 



 

Il Consiglio Europeo ha iniziato nel 2015 ad affondare le barche, distruggendone da allora più di 400.

 

"L'avvio delle operazioni anti-trafficanti ha accelerato il ritmo del peggioramento delle barche che vengono usate" in termini di qualità e sicurezza, ha detto Argenziano.

 

I gommoni più economici utilizzati sono responsabili di un ulteriore aumento dei morti in mare, perché sono inadatti a lunghi viaggi e sono vulnerabili a perforazioni e rovesciamenti, secondo l'Agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati.

 



 

Lunghe appena come due automobili berline messe in fila, queste imbarcazioni sono progettate per contenere circa 60 passeggeri. Ma Frontex ha visto oltre 150 persone su ciascuna imbarcazione. E questi numeri, secondo Europol, dal 2015 a oggi sono aumentati.

 

"Un gommone con 170 persone a bordo si può rovesciare nel giro di pochi secondi", ha detto Izabella Cooper, portavoce di Frontex. "E ci vogliono pochi secondi perché le persone anneghino. Molte persone che vengono dall'Africa non hanno nemmeno mai visto il mare nella loro vita".

 



 

Tutti concordano che la soluzione in definitiva sarebbe da trovarsi in Libia e nell'Africa profonda, dove il miglioramento delle condizioni e delle prospettive di vita eviterebbe che le persone si imbarcassero per intraprendere questi viaggi fatali.

I governi hanno considerato strategie che possano dissuadere i migranti dall'imbarcarsi, come un accordo tra l'Italia e la Guardia Costiera Libica affinché quest'ultima pattugli e recuperi i migranti prima che essi raggiungano le acque internazionali, per riportarli indietro.

 

"Non c'è dubbio che la situazione in Libia sia pessima, per migliaia e migliaia di stranieri e migranti", ha detto Federico Soda, direttore dell'Ufficio di Coordinazione per il Mediterraneo con l'Organizzazione Internazionale per le Migrazioni.

 

"È proprio tempo di cominciare a individuare delle politiche a lungo termine", ha aggiunto. "L'Africa e l'Europa saranno sempre vicine. Gli spostamenti di persone tra i due continenti saranno una realtà per tutto il prossimo decennio".

 



 

30/03/17

Perché la Brexit è la scelta migliore per il Regno Unito: una prospettiva di sinistra

Alan Johnson spiega sul New York Times perché la sinistra dovrebbe rallegrarsi della Brexit. L’abbandono dell’Unione Europea non è un’occasione per isolarsi dal mondo, bensì la decisione necessaria per rifiutare l’ideologia liberista di cui l’UE è impregnata. Gli inglesi hanno rifiutato il modello UE, fondato sulla subordinazione delle istituzioni democratiche e del benessere delle persone al capriccio delle élite e allo sfruttamento delle classi subalterne da parte di chi ne ha i mezzi. L’unico ambiente adatto per ripristinare la socialdemocrazia sono gli stati-nazione, in cui dovrà essere ridefinito il popolo – demos – non tanto in contrapposizione alle altre nazionalità, ma in contrapposizione alle élite neoliberiste predatrici.

 

Di Alan Johnson, 28 marzo 2017

 

Londra — Mercoledì  il Primo Ministro del Regno Unito, Theresa May, manderà una lettera al Presidente del Consiglio Europeo, Donald Tusk, per informarlo che, dopo 44 anni di appartenenza, il Regno Unito lascerà l’Unione Europea. Tra circa due anni, al termine delle negoziazioni sui termini dell’uscita, l’Unione perderà in un solo colpo “un ottavo della sua popolazione, un sesto del PIL, metà dell’arsenale militare e un seggio al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite”, come ha fatto notare recentemente Susan Watkins, editrice della New Left Review.

La Watkins è una “Lexiteer”, ossia una sostenitrice di sinistra della “Brexit”, come me. Non siamo stati una forza significativa tra il 52% dei britannici che hanno votato a favore dell’uscita nel referendum del 23 giugno. Ma abbiamo avuto una certa influenza. I Lexiteers - un contrappeso a coloro che cavalcavano le paure anti-immigrazione come l’ex leader di destra dell’UKIP, Nigel Farage – sostengono la Brexit da un punto di vista democratico, internazionalista e di sinistra. Questa posizione è stata espressa perfettamente da Perry Anderson, l’ex redattore di vecchia data della New Left Review:  “L’UE è ormai largamente vista per quello che è diventata: una struttura oligarchica, piena di corruzione, costruita sulla negazione di ogni tipo di sovranità popolare, sull’applicazione di un duro regime economico di privilegi per pochi e sacrifici per molti”.

Nonostante i Lexiteer non abbiano alcuna simpatia per il nichilismo nazionale degli “uomini di Davos”, ossia l’élite globalista, non siamo degli xenofobi. Abbiamo votato “Leave” perché crediamo che si essenziale preservare le due cose a cui crediamo di più: un sistema politico democratico e una società social-democratica. Temiamo che il progetto autoritario dell’Unione Europea di integrazione neoliberista sia il terreno di cultura dell’estrema destra. Sottraendo al processo democratico così tante decisioni politiche, inclusa l’imposizione di misure di austerità a lungo termine e di immigrazione di massa, l’unione ha rotto il patto tra i politici nazionali mainstream e i loro elettori. Questa situazione ha aperto le porte ai populisti di destra che ritengono di rappresentare “il popolo”, già arrabbiato a causa dell’austerità, contro gli immigrati.

È stato l’economista liberista Friedrich Hayek, l’architetto intellettuale del neoliberalismo, che nel 1939 invocava un “federalismo interstatale” in Europa per evitare che gli elettori potessero utilizzare la democrazia per interferire con le operazioni del libero mercato. In altre parole, come ha detto il Presidente della Commissione Europea (l’organo esecutivo dell’unione), Jean-Claude Juncker:  “Non ci possono essere decisioni democratiche che si oppongono ai Trattati Europei”.

Le istituzioni e i trattati dell’unione sono stati progettati di conseguenza. La Commissione Europea viene nominata, non eletta, ed è orgogliosamente libera da ogni responsabilità nei confronti degli elettori. “Non cambiamo le nostre decisioni a seconda di come vanno le elezioni " così il vice presidente della Commissione Jyrki Katainen ha commentato la vittoria del partito anti-austerità Syriza, in Grecia, nel 2015.

Il Parlamento Europeo non è un vero Parlamento. Non ha vero potere legislativo; i suoi delegati non elaborano programmi politici  né portano avanti idee che propongono agli elettori. Le elezioni, tenute in collegi elettorali assurdamente estesi, con affluenze pietosamente basse, non cambiano nulla. Come ha detto un membro dello staff parlamentare a un Seminario per la Ricerca Europea alla London School of Economics: “Le uniche persone che ascoltano i Parlamentari Europei sono gli interpreti”.

Il Consiglio Europeo, un organo intergovernativo dove risiede il vero potere legislativo, specialmente se pensiamo alla tedesca Angela Merkel, è formato dai Capi di Stato dei vari Stati membri, che normalmente si incontrano quattro volte all’anno. Non sono eletti direttamente dagli abitanti delle Nazioni che governano. Se poi parliamo del principio di “sussidiarietà” dell’Unione, una presunta preferenza per il governo decentrato, esso viene ignorato in tutte le questioni pratiche.

I desideri dell’elettorato vengono regolarmente ignorati. Quando, nel 2005, la proposta di una Costituzione Europea è stata rigettata dagli elettori di Francia e Olanda (la maggior parte dei Governi non ha nemmeno permesso che avvenisse un voto popolare), questo fatto non ha cambiato niente per i sostenitori del Progetto Europeo. Con qualche cambiamento cosmetico, la Costituzione è stata comunque imposta; solo che è stata ridenominata Trattato di Lisbona (l’Irlanda, unico stato a consentire un referendum sul Trattato, votò contro. Di conseguenza fu chiesto agli irlandesi di rivotare, finché non avessero votato nella maniera giusta. Questa è la democrazia secondo l’Unione Europea).

A prescindere da cosa avrebbe potuto essere l’Unione, sin dagli anni '80 essa ha integrato nel suo progetto l’economia neoliberista Nel farlo, si è trasformata in quello che il sociologo tedesco Wolfgang Streeck ha definito “un potente motore di liberalizzazione a servizio di una profonda ristrutturazione della vita sociale in senso prettamente economicista”. La combinazione di mercato unico, Trattato di Maastricht, moneta unica e Patto di Stabilità e Crescita ha imposto politiche di deregolamentazione, privatizzazione, regole contro il lavoro, regimi di tassazione regressivi, tagli al welfare e finanziarizzazione, e le hanno poste al di sopra della volontà dei popoli.

Occorre notare che gli strumenti economici Keynesiani, su cui poggia la socialdemocrazia, sono ora illegali in Europa, e perfino The Economist ne è nauseato, e ha scritto che queste regole “sembrano molto poco raccomandabili politicamente”. Per quanto riguarda l’accordo di scambio tra Unione Europea e USA, il TTIP, sembra di vedere le fantasie di Hayek prendere vita, dato che potenzialmente esso consente alle multinazionali di far causa ai governi democraticamente eletti se questi osano ascoltare quanto gli chiedono di fare gli elettori.

Un’altra istituzione chiave dell’unione neoliberale è la Banca Centrale Europea. I governatori della banca, persone non elette e che non devono rispondere a nessuno del proprio operato, sono vincolate per trattato a preferire la deflazione alla crescita, a proibire gli aiuti di stato alle industrie in difficoltà e a imporre le misure di austerità. Analogamente, la moneta unica agisce da cappio per intere regioni europee, che non possono né svalutare la propria moneta (come possono fare le nazioni sovrane) per recuperare competitività, né uscire dalla stagnazione attraverso la crescita, perché sono costrette tramite austerità a far crollare la propria economia.

Il costo umano è stato spaventoso. La tortura economica a cui l’Unione Europea ha sottoposto la Grecia ha causato il taglio del 25% degli stanziamenti per gli ospedali e del 50% della spesa in medicine, mentre il tasso di infezioni da HIV si è impennato, i casi di depressione grave sono raddoppiati, i tentativi di suicidio sono aumentati di un terzo e il numero dei bambini nati morti è aumentato del 21%. Quattro bambini greci su dieci sono stati spinti nella povertà e un sondaggio ha stimato che il 54% dei Greci oggi è sottoalimentato. Philippe Lagrain, un ex consulente di Manuel Barroso, allora Presidente della Commissione Europea, ha osservato che in quanto “creditore europeo per eccellenza” la Germania ha “calpestato valori come democrazia e sovranità nazionale e creato uno stato vassallo”.

In casi estremi, i governi nazionali vengono di fatto allontanati a forza e rimpiazzati con tecnocrati compiacenti, come George Papandreou in Grecia e Silvio Berlusconi in Italia hanno potuto constatare. In cima a tutto poi c’è la Corte Europea di Giustizia, che ha emesso sentenze che subordinano il diritto di sciopero dei lavoratori al diritto dei datori di lavoro di fare affari con le mani libere. Hayek sorriderebbe nel vedere cose come questa.

Anche se lo slogan del “Leave” è stato oggetto di scherno, la Brexit ha davvero significato la possibilità di “riprendere il controllo”. La Democrazia ha bisogno di un demos, un popolo, che sia l’origine, il tramite e l’obiettivo del suo Governo. Senza un demos, quello che rimane è una gestione elitaria, il diritto dei trattati e la redistribuzione verso l’alto della ricchezza. Ma come sarà costruito “il popolo”? La politica lo deciderà. Un populismo di sinistra non cercherà di definire il popolo come fa la destra, in contrapposizione con gli immigrati o altre categorie, ma in contrapposizione alle potenti élite neoliberiste, che non sono più in grado, usando le parole del Professor Streeck, “di formare una struttura sociale intorno al nucleo centrale della corsa al profitto capitalista.”

È stato un errore colossale da parte della gente di Davos di sinistra, pensare che gli Stati-nazione siano un anacronismo ostile alla democrazia. Anziché essere una minaccia alla democrazia, gli Stati-nazione sono l’unico fondamento stabile che abbiamo individuato per sostenere gli impegni, i sacrifici e la fiducia sociale di cui una democrazia e uno stato sociale hanno bisogno.

In questo momento, la sinistra europea sta giocando le sue carte seguendo il manuale di un’altra parte politica, in una competizione truccata. Una parte della Nazione, i vincitori, hanno “usato il mondo globalizzato come fosse il loro grande campo da gioco” come dice il professor Streeck. Uno, o forse l’unico, significato della Brexit è che, avendo perso la fiducia nelle sciocche promesse di una globalizzazione “che vada bene per tutti”, la rimanente parte della nazione – i perdenti, le vittime e gli esclusi – hanno deciso, per disperazione, di fare un gesto sovrano: cambiare le regole per ritornare alla politica degli Stati-nazione, per poter ritornare a una situazione equilibrata. “Cercano rifugio”, per usare le parole di Streeck, nella “protezione democratica, nelle leggi del popolo, nell’autonomia locale , nei beni collettivi e nelle tradizioni egualitarie”.

Anziché lasciare il campo alle destre "nativiste", alcuni di noi della sinistra democratica si uniscono a loro.

 

06/10/14

Krugman: Ordoaritmetica

Sul New York Times il premio Nobel Krugman spiega l’assurdità della tendenza europea a imitare il “modello tedesco”. La strategia suggerita è che tutti i paesi dovrebbero fare deflazione interna, tagliare i salari, ottenere così un vantaggio competitivo, ed iniziare ad avere giganteschi surplus commerciali. E’ una strategia assurda, un gioco a somma zero, ma questo non impedisce a molti di propagandarlo.
Francesco Saraceno è furioso e costernato dalle parole di Hans-Werner Sinn, che sostiene, tra le altre cose, che la deflazione nel sud Europa è necessaria per ristabilire competitività. Perché non inflazione in Germania invece, chiede Saraceno?

11/09/14

Krugman: Il Feticcio Strutturale

Sul suo blog il Nobel Paul Krugman ridicolizza per l’ennesima  volta la presunta cura di tutti i mali: le “riforme strutturali”. I paesi come la Spagna che le avrebbero attuate, in realtà non hanno fatto altro che massacrare i propri lavoratori. Di conseguenza, la disoccupazione è esplosa e solo recentemente la Spagna ha mostrato segni di una debolissima e fragile stabilizzazione.
  
  
Il Financial Times ha pubblicato un articolo piuttosto valido sulla dottrina emergente detta “Draghinomics”, che sembra molto simile alla Blanchardnomics, la quale è a sua volta simile alla Krugmanomics – ehi, abbiamo tutti studiato macroeconomia al MIT a metà degli anni '70. Ma sono rimasto colpito da questo passaggio:

10/09/14

Krugman: Scozzesi, ma che diavolo?

Paul Krugman entra nel dibattito sul prossimo referendum scozzese che dovrebbe decidere dell'indipendenza dal Regno Unito, e il messaggio è: abbiate paura! La combinazione di indipendenza politica e valuta comune è una ricetta sicura per il disastro, come dimostra la lezione dell'eurozona.


New York Times, 7 settembre 2014 - La prossima settimana la Scozia terrà un referendum sull'uscita dal Regno Unito. E i sondaggi rivelano che il consenso per l’indipendenza è cresciuto nel corso degli ultimi mesi, in gran parte perché i movimenti a favore dell’indipendenza sono riusciti a ridurre il “fattore paura” – cioè, la preoccupazione sul rischio economico di andare da soli. A questo punto, l'esito appare come un terno al lotto.

28/08/14

Krugman: Che succede in Francia?

Il punto di vista di Krugman sulla crisi di governo in Francia, pubblicato ieri sul New York Times: in sostanza, la Francia è malata di sola austerità.
A breve, il punto di vista di Sapir.



Come ho già detto questa mattina, il presidente francese Hollande, dopo anni di passività, ha finalmente preso una iniziativa forte - sparare a chiunque metta in discussione la sua sottomissione alle richieste tedesche e della CE per sempre più austerità. Ma cosa sta realmente accadendo all'economia francese? Naturalmente, è una catastrofe - estremamente non competitiva, incapace di creare posti di lavoro, ecc ecc - questo è quello che dicono tutti, quindi deve essere vero, giusto?

28/05/14

Krugman: I Super Eroi Europei

Sul New York Times Paul Krugman esprime tutta la sua costernazione: dopo una depressione ormai lunga sei anni, le elezioni europee segnano l'avanzata dell’euroscetticismo – ma l'eurocrazia continua imperterrita a negare la realtà...



Sono seduto in una stanza ad ascoltare i funzionari UE che commentano le elezioni del Parlamento Europeo – e mi sembra che siano in uno stato di totale rifiuto della realtà. Barroso ha appena dichiarato che l’euro non ha nulla a che fare con la crisi, che è tutto un problema di politiche sbagliate a livello nazionale; pochi minuti fa ha detto che il vero problema dell’Europa è la mancanza di volontà politica.

Questo è piuttosto sorprendente, in senso molto negativo.

Spiacente, ma prima dell’avvento dell’euro in Europa non ci sono state recessioni a livello di vera depressione. E sappiamo esattamente quel che è successo: all’inizio, la creazione dell’euro ha incoraggiato grandi flussi di capitali verso il sud Europa, ma poi il flusso si è interrotto – e l’assenza di valute nazionali ha costretto i paesi debitori ad attraversare un processo estremamente doloroso di deflazione. Com’è possibile che qualcuno possa negare il ruolo della moneta unica?

E se c’è una cosa di cui l’Europa non manca, è proprio la volontà politica. In tutti i paesi mediterranei, i governi hanno diligentemente imposto un’austerità incredibilmente dura nel nome del “ce lo chiede l’Europa”. Cosa avrebbero dovuto fare che non hanno fatto?

Immagino che la tesi sia che se i Greci, i Portoghesi o gli Spagnoli si fossero impegnati davvero, con convinzione, con ferma volontà nelle riforme e nell'aggiustamento, le loro economie sarebbero cresciute vigorosamente nonostante la deflazione e l’austerità. La possibilità che le cose stiano andando così male – e che i movimenti radicali si siano affermati – perché le politiche imposte sono fondamentalmente sbagliate, semplicemente sembra che non sia neanche presa in considerazione.

10/05/14

Krugman: Miti Fiscali dell'Eurozona

Krugman torna su un vecchio punto che ai più continua a non essere chiaro - e che ci interessa anche perché in questo breve post si occupa di noi, dell'Italia: il debito pubblico, la presunta "irresponsabilità fiscale" del nostro Stato, semplicemente non c'entra nulla con la crisi attuale.


di Paul Krugman - 09 maggio 2014

Matthew Yglesias ha scritto un post complessivamente molto buono sulla storia dell’euro fino a questo momento; una combinazione di interventi finanziari “whatever-it-takes” e di impegno politico ha stabilizzato la situazione finanziaria, ma l’economia reale e la disoccupazione ne hanno sofferto terribilmente.