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24/03/17

Sapir: Lex Monetae e Diritto Europeo

Un Jacques Sapir insolitamente sintetico e tagliente accusa i sedicenti difensori dell'Europa, i quali negando che l'uscita dall'euro sarebbe regolata dalla Lex Monetae mostrano di non conoscere le leggi della stessa Unione europea e di basarsi piuttosto sulle affermazioni della discutibile agenzia di rating Standard & Poor's.  La Lex Monetae è chiaramente inscritta nei trattati europei: è stata invocata al momento dell'entrata nell'eurozona, e sarà ovviamente invocata di nuovo al momento dell'uscita...

 

di Jacques Sapir, 19 marzo 2017

Tutti conosciamo l'argomento che coloro che si oppongono alla dissoluzione dell'euro o all'uscita dall'euro contestano a chi è invece convinto che tale uscita sia oggi l'unica soluzione possibile per l'economia francese: l'argomento del debito. Secondo questi critici i debiti della Francia si moltiplicherebbero semplicemente per il deprezzamento del nuovo franco francese. Essi mostrano di non credere a quel principio della legge internazionale definito Lex Monetae, o legge monetaria, che indica precisamente che tutto il debito emesso secondo la legge di un paese può essere ridenominato in una nuova valuta, se quel paese decide di cambiare valuta. Un ex Presidente della Repubblica, Nicolas Sarkozy tanto per fare il nome, ha pronunciato un discorso apocalittico su questa questione. Anche l'Institut Montaigne ha ripreso questo tema e ha dimostrato di non credere all'esistenza della Lex Monetae.

Lex Monetae e diritto europeo

Eppure questa "legge", alla quale si faceva riferimento in  diritto internazionale negli anni '20-'30 del Novecento per regolare il problema dei debiti degli stati che si sarebbero formati sui resti del decaduto Impero Austro-Ungarico, è esplicitamente menzionata dal diritto dell'Unione europea. Del resto è proprio in virtù di questo principio del diritto internazionale che il debito pubblico francese emesso in franchi fu convertito in euro nel 1999.

Il riferimento si trova nel regolamento (CE) n° 1103/97 del Consiglio del 17 giugno 1997, relativo ad alcune disposizioni per l'introduzione dell'euro. Questo regolamento è pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale [1] e può essere consultato in internet [2]. Il riferimento in particolare appare al paragrafo 8 ed è riportato qui di seguito:
"(8) considerando che l'introduzione dell'euro costituisce una modifica della legge monetaria di ciascuno Stato membro partecipante; che il riconoscimento della legge monetaria di uno Stato è un principio universalmente accettato; che la conferma esplicita del principio di continuità deve portare al riconoscimento della continuità dei contratti e degli altri strumenti giuridici nell'ordinamento giuridico dei paesi terzi;"

Be', diciamo che è abbastanza stupido pretendere di difendere un'istituzione senza conoscerne le leggi. Perché, e questo è un punto importante, è detto proprio che "la conferma esplicita del principio di continuità deve portare al riconoscimento della continuità dei contratti e degli altri strumenti giuridici nell'ordinamento giuridico dei paesi terzi". In altre parole, se il governo francese decide di ritornare al franco ad un tasso di conversione di 1 a 1 con l'euro, ha il diritto di farlo per quanto riguarda tutti gli strumenti giuridici e i contratti emessi all'interno dell'ordinamento giuridico francese. Ma è quantomeno strano che gli "esperti" europei ignorino le loro stesse leggi. È un po' come se il Presidente della Repubblica [francese] dicesse che, secondo la Costituzione, il Presidente è eletto dal Parlamento...

Lex Monetae e agenzie di rating

Si può verificare inoltre come la citazione di una certa agenzia di rating, che fa da fondamento alle affermazioni catastrofiste dell'Institut Montaigne [3], venga direttamente invalidata dal sopra menzionato regolamento europeo: "Non c'è alcuna ambiguità (...) Se un emittente non adempie ai termini del contratto con i suoi creditori, ivi compresa la valuta in cui sono effettuati i pagamenti, dichiareremmo la situazione di default", così ha detto recentemente Moritz Kraemer, direttore dei rating sovrani di Standard & Poor's. Potremmo anche ignorare le agenzie di rating, ma resta il fatto che le loro opinioni sul rischio di credito (cioè di default) sono indispensabili per una buona gestione del rischio da parte degli investitori istituzionali (compagnie di assicurazione, fondi pensione e banche).

Se l'agenzia Standard & Poor's decidesse di dichiarare il "default" della Francia, non sarebbe ovviamente seguita dalle altre agenzie e, soprattutto, non riuscirebbe a trovare nessun tribunale di livello internazionale disposto a convalidare la sua decisione. Perché i giuristi sanno bene che quanto accaduto nel 1999 si ripeterebbe, in virtù del principio giuridico del precedente. Il governo francese potrebbe anche citare in giudizio Standard & Poor's per manipolazione del mercato del debito.

Combattere il "Progetto Paura"

La bellezza della Lex Monetae sta nel fatto che il debito pubblico emesso sotto diritto francese (che corrisponde al 97 percento del totale di questo debito) deve essere rimborsato nella moneta avente corso legale in Francia. Se la Francia decide che questa moneta è l'euro, il debito viene rimborsato in euro al tasso di conversione deciso dalla Francia. Se la Francia decide invece che la moneta avente corso legale sul suo territorio è (nuovamente) il franco, vale la stessa cosa. Detto altrimenti, i circa 1649 miliardi di euro di debito francese negoziabile [4] si trasformerebbero in 1649 miliardi di franchi.

Per quanto riguarda il debito privato delle famiglie e delle imprese francesi, se questo è stato emesso secondo il diritto francese, non cambia nulla. Il lavoro di Cédric Durand e Sébastien Villemont, pubblicato dall'OFCE (Osservatorio Francese per le Congiunture Economiche) e che uscirà tra qualche mese su una rivista internazionale, stabilisce con precisione le conseguenze dell'uscita dall'euro [5] e mostra che le imprese e le famiglie uscirebbero vincenti da questa situazione.

È quindi necessario capire che molti di coloro che parlano su questo tema, lo fanno esclusivamente per alimentare i timori e le paure dei francesi. Come nei mesi precedenti al referendum sulla Brexit, ci troviamo di fronte a un "Progetto Paura". Progetto sconfitto col voto del giugno 2016. Bisogna sperare che anche gli elettori francesi sappiano opporvisi, con la ferma sicurezza di chi conosce i propri diritti.

 

[1] Journal Officiel n° L 162, 19/06/1997 p. 0001 – 0003

[2] http://eur-lex.europa.eu/legal-content/FR/TXT/?uri=celex:31997R1103

[3] Chaney E., «A propos du monde imaginaire de ceux qui prônent une sortie de l’euro», Institut Montaigne, 02 marzo 2017

[4] http://www.aft.gouv.fr/rubriques/encours-detaille-de-la-dette-negociable_159.html

[5] http://www.ofce.sciences-po.fr/blog/balance-sheets-effects-of-a-euro-break-up/

12/03/17

FT: Il rischio di ridenominazione dell'euro entra nei radar degli investitori

Con la crescita delle forze anti-europeiste e le scadenze elettorali del 2017, l'eventualità che salti l'eurozona torna nei radar degli investitori. Questo articolo del Financial Times parla della crescente attenzione degli analisti verso il rischio di ridenominazione del debito nel caso di uscita di una nazione dall'euro, e getta acqua sul fuoco delle cosiddette CAC, le clausole di azione collettiva che renderebbero difficile se non impossibile la ridenominazione (vedere in proposito il rapporto Mediobanca sui costi di un'uscita dell'Italia dall'euro): poiché il diritto sotto il quale sono stipulati i contratti di debito è quello nazionale, anche le CAC potrebbero essere agevolmente forzate dal paese che lasciasse l'eurozona, e l'unica questione sarebbe di trovarsi davanti a un taglio del debito fatto con le forbici o uno fatto con la motosega. (Naturalmente, una volta saltate le CAC, vengono fuori le CPC, e la conclusione è che bisogna uscire in fretta,  senza fasciarsi la testa prima di essersela rotta). 

 

di Elaine Moore e Robin Wigglesworth, 2 febbraio 2017

L'avanzata dei politici anti-euro sta spingendo alcuni investitori dell'eurozona a fare qualcosa che per diversi anni non avevano avuto l'esigenza di fare: prestare molta attenzione alle clausole scritte in piccolo nei moduli di sottoscrizione delle obbligazioni.

Mentre i politici che chiedono un'uscita dall'Unione economica e monetaria europea guadagnano sempre più consensi in Italia, Francia e Paesi Bassi, la preoccupazione su quali obbligazioni sovrane denominate in euro possano essere maggiormente a rischio di una potenziale ridenominazione nelle precedenti valute nazionali sta gradualmente diventando argomento di discussione.

Anche se il debito pubblico della zona euro messo in vendita dal gennaio 2013 non può essere ridenominato senza l'approvazione dei creditori, più della metà degli attuali 7 trilioni di debito da rimborsare non prevede questa clausola di salvaguardia.

La distinzione tra le due classi di obbligazioni è qualcosa di cui gli investitori sono consapevoli, ha detto Andrew Bosomworth, responsabile per Pimco della gestione del portafoglio in Germania. "La ridenominazione è saltata fuori durante l'ultima crisi e di nuovo adesso".

Con le elezioni all'orizzonte nei Paesi Bassi e in Francia, i rendimenti dei titoli della zona euro stanno già tradendo una certa ansia per i risultati. I titoli di stato francesi hanno performance inferiori ai Bund tedeschi, mentre quelli italiani non tengono il passo del debito venduto dalla Spagna.

 

[caption id="attachment_10380" align="alignnone" width="686"] Le nazioni più indebitate d'Europa - Rapporto tra debito pubblico e PIL[/caption]

In Francia, il candidato presidenziale di estrema destra Marine Le Pen ha promesso di far uscire il paese dall'euro se vince le elezioni di maggio. Ciò significherebbe la ridenominazione di  2.000 miliardi di euro di debito nazionale francese. Anche in Italia, il partito anti-euro Movimento Cinque Stelle ha proposto  di abbandonare l'euro e di ridenominare i 2.200 miliardi di euro di debito italiano in lire.

La promessa dei Cinque Stelle il mese scorso ha dato lo spunto ad un rapporto della banca d'affari Mediobanca sull'argomento. Il rapporto nota che le clausole inserite in tutte le obbligazioni della zona euro dopo la crisi del debito che ha investito l'area nel 2011-2012 probabilmente ostacolerebbe qualsiasi progetto di ridenominare le obbligazioni italiane.

Dall'inizio del 2013, tutti i nuovi titoli di Stato venduti nella zona euro hanno incluso le cosiddette clausole di azione collettiva (CAC), che richiedono che qualsiasi modifica sia accettata da una maggioranza degli obbligazionisti. Questa modifica vale poi per tutti gli obbligazionisti, impedendo ad una piccola minoranza di investitori di bloccare l'accordo. Le ridenominazioni di valuta sono una delle modifiche che richiedono un voto da parte dei creditori.

Tuttavia, i titoli di debito precedenti, emessi prima della crisi, non hanno lo stesso requisito - il che, in teoria, indica che la valuta di alcune obbligazioni può essere modificata senza l'approvazione dei creditori.

[caption id="attachment_10382" align="alignnone" width="633"] Le clausole di azione collettiva (CAC) nel debito pubblico dell'eurozona - Titoli di stato da 1 a 30 anni - in rosa i titoli senza CAC e in viola quelli con CAC - scala in miliardi di euro[/caption]

Secondo i dati di Citi, i 10 paesi più grandi hanno  in circolazione più titoli senza clausole di azione collettiva, per un totale di 3.600 miliardi di euro, che titoli con le clausole, pari a i 2.800 miliardi di euro. Italia e Francia hanno entrambe più titoli senza le clausole.

Anche se gli investitori lo ritengono ancora improbabile, i rischi di ridenominazione sono "sicuramente di nuovo sui radar", ha detto Jens Nordvig, capo della Exante Data ed ex direttore della strategia sulle valute di Nomura, che sul tema ha ricevuto una raffica di domande da parte degli investitori nelle ultime settimane.

Tuttavia, Anna Gelpern, professoressa di diritto alla Georgetown University ed ex funzionario del Dipartimento del Tesoro statunitense, si è dichiarata scettica sul fatto che i nuovi bond fornirebbero qualche forma di maggiore protezione agli obbligazionisti se un paese dovesse decidere di lasciare l'eurozona.

"Se un paese decide di abbandonare l'euro, l'unica domanda è se il taglio del debito sarà fatto con le forbici o con la motosega."

Un rapporto di Morgan Stanley sottolinea che le clausole di azione collettiva non possono offrire una protezione inoppugnabile. Anche i contratti di debito che specificano il voto dei creditori in caso di ridenominazione della valuta sono stati per lo più emessi sotto la legge dell'emettitore - vale a dire che un paese potrebbe ancora forzare la ridenominazione.

"Tutte le obbligazioni sovrane nazionali della zona euro che comprendono CAC sono ancora regolate dalla legge nazionale, che è una combinazione insolita", ha detto Elaine Lin, stratega di Morgan Stanley. "I titoli regolati dalle leggi nazionali darebbero agli emittenti la possibilità di modificare unilateralmente le condizioni dei titoli di Stato, un potere che non è influenzato dalla presenza di CAC."