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08/06/20

FT – Non c'è chiarezza nella tesi a favore di una risposta europea alla recessione




Un articolo del Financial Times affronta il tema della “risposta comune” della UE alla crisi da Covid-19, in contrapposizione alle risposte dei singoli paesi. In sostanza, le regoli fiscali sono di fatto sospese, la BCE sta acquistando titoli quasi illimitatamente sui mercati secondari, per cui ciascun paese, anche se in condizioni di maggior debolezza rispetto gli altri,  sarebbe attualmente in grado di finanziarsi per proprio conto. Decidere di non farlo, o insistere per una risposta principalmente europea, è una scelta squisitamente politica. (Peraltro, è questo l’articolo del FT a cui faceva riferimento il prof. Bagnai nella diretta di domenica.)


di Martin Sandbu, 4 giugno 2020

In questo periodo le solite regole fiscali non trovano applicazione, quindi ogni paese potrebbe finanziare da solo la propria ripresa.

16/05/20

Adam Tooze - La fine del mito della banca centrale




Adam Tooze svolge un'ampia disamina sul mito della indipendenza della banca centrale, emerso negli anni '70  dalla lotta alla Grande Inflazione e basato in realtà su motivazioni politiche più che su valide teorie.  Da allora le banche centrali in tutto il mondo, e in particolare la BCE,  si sono per forza di cose allontanate dai vincoli del loro mandato senza però modificare il loro assetto istituzionale. Oggi la sentenza di Karlsruhe,  rappresentando gli interessi di chi vorrebbe tornare alla ortodossia ordoliberista senza rendersi conto che il mondo è cambiato, porta alla luce la contraddizione. Per Adam Tooze questa è l'occasione perché si affermi in maniera chiara l'ampliamento del mandato della banca centrale, che comprenda la lotta alla disoccupazione e una sua  legittimazione democratica.



di Adam Tooze, 12 maggio 2020

tradotto in collaborazione con Enjolras

Per decenni, la politica monetaria è stata considerata un fatto tecnico, non politico. La pandemia ha posto fine per sempre a questa illusione.


In Europa, una sentenza della Corte costituzionale tedesca secondo cui la Banca centrale europea (BCE) non avrebbe giustificato adeguatamente un programma di acquisto titoli iniziato nel 2015 sta creando confusione nello scenario politico e finanziario. Alcuni suggeriscono che potrebbe portare al disfacimento dell'euro. A prima vista può essere difficile capire il perché. Sì, gli acquisti sono stati enormi: oltre 2 trilioni di euro di debito pubblico. Ma sono stati fatti anni fa. E gli argomentiti sollevati dalla corte sono criptici. Quindi come può una cosa del genere assumere tanta importanza?

01/05/20

Eurointelligence - Doccia fredda della Lagarde sul programma MES / OMT




Wolfgang Munchau, direttore di Eurointelligence ed editorialista del Financial Times, sottolinea  le importanti prese di posizione di Christine Lagarde nella sua ultima conferenza stampa. La nuova Presidente della BCE mostra la sua volontà di sostenere in questa emergenza l'economia reale con un ampio programma di acquisto dei titoli del debito pubblico. In particolare per quanto riguarda Spagna e Italia, la Lagarde precisa che il programma di sostegno più adatto a questo tipo di emergenza non è né il MES né l'OMT, sottoposti alle condizionalità dei memorandum, bensì l'ampio programma di acquisto titoli messo in campo dalla BCE.  Con la speranza che i nostri governanti ne prendano atto. 


 Eurointelligence, 1 Maggio 2010  


Doccia fredda della Lagarde sul programma MES / OMT: in questo momento lo strumento più appropriato sono gli acquisti di titoli per l’emergenza pandemica.


Consideriamo le previsioni economiche in tempi come questi un puro esercizio di autocompiacimento. Ma Christine Lagarde è chiaramente passata nel campo di coloro che non si auto-compiacciono. Le diamo il benvenuto. La BCE sta lavorando sulla base di una previsione ad ampio raggio di un calo del 5-12% del PIL nel 2020. Sia la misura che l'ampiezza della banda ci sembrano ragionevoli.


24/04/20

Martin Wolf – Perché la BCE può salvare l’eurozona

"La BCE ha una potenza di fuoco praticamente illimitata ed è l'unica istituzione UE con la volontà e la capacità di agire", scrive Martin Wolf nella sua opinione sul Financial Times. Le alternative, come il ricorso al MES o i "coronabond" (o eurobond) sono inadeguate, troppo deboli e comunque controverse dal punto di vista politico per essere realizzate. Wolf, da europeista, si augura che la potenza di fuoco della BCE sia utilizzata per il salvataggio dell'euro, e questa non è esattamente la finalità che condividiamo. È comunque interessante che le voci più disparate si stiano sollevando da ogni parte per affermare con autorevolezza che non c'è altra soluzione percorribile, al momento attuale, se non un pieno e potenzialmente illimitato intervento della BCE con emissione di moneta, e che i prestiti sono del tutto inadeguati alla situazione.


di Martin Wolf, 21 aprile 2020


[La BCE] ha una potenza di fuoco praticamente illimitata ed è l'unica istituzione UE con la volontà e la capacità di agire.


L’eurozona sopravviverà al Covid-19? Se ci riuscirà, sarà per le stesse due ragioni per cui è già sopravvissuta alla crisi finanziaria: il timore di una rottura rovinosa e l’azione dell’unica istituzione capace di agire sulla dimensione di scala necessaria. Nel luglio 2012 Mario Draghi disse al suo audience a Londra: “Entro il nostro mandato, la BCE è pronta a fare qualsiasi cosa sia necessaria [whatever it takes, NdT] per salvare l’euro. E credetemi, sarà sufficiente”. La BCE lo sta dicendo anche adesso. Dovrebbe essere abbastanza.


23/04/20

VoxEU - Fare spazio allo stimolo fiscale attraverso la conversione deldebito

Su VoxEU, Vesa Vihriälä, economista di spicco in Finlandia, afferma che tutti gli strumenti finanziari (MES, SURE, BEI) messi in campo dalla UE per fornire linee di credito agli stati membri durante la crisi del coronavirus sono quantitativamente inadeguati all'eccezionalità della crisi e non farebbero che aumentare il debito sovrano di chi li richiede. Inoltre, sostiene che la proposta dei coronabond, un aggiornamento degli eurobond, non ha possibilità di trovare consenso politico tra i paesi del nord a causa dei timori di mutualizzazione permanente del debito. Considera quindi più accettabile la soluzione di creare spazio per l'espansione fiscale nei paesi fortemente indebitati, come l'Italia, attraverso un programma di acquisto e conversione dei titoli detenuti dalla BCE in debito perpetuo a tasso zero: insomma, il finanziamento monetario o monetizzazione del debito, proposta analoga a quella avanzata in Italia dagli economisti della Lega Borghi e Bagnai. Secondo Vihriälä, questa misura avrebbe il non deprecabile vantaggio di evitare una futura ristrutturazione del debito italiano, che innescherebbe una crisi finanziaria molto temibile anche per i paesi creditori.  


di Vesa Vihriälä*, 15 aprile 2020

Sintesi: L’alto livello di debito pubblico nell’eurozona e i dubbi sulla sua sostenibilità in alcuni degli stati membri stanno a significare che l’espansione fiscale necessaria per contrastare la crisi del COVID sarà ardua e difficile. Questo articolo sostiene che l'alleggerimento del debito da parte della BCE permetterebbe a tutti gli stati membri di finanziare le misure necessarie in maniera normale. Sebbene di fatto la remissione dei debiti passati creerebbe aspettative che ciò possa succedere di nuovo in futuro, questo azzardo morale dovrebbe essere valutato in relazione a quel che è probabile che accada senza questo sostegno.


20/03/20

L'élite tedesca chiede la fine delle politiche espansive della BCE e il MES per l'Italia

Mentre qualche residuo europeista nostalgico si ostina a pensare che l'UE possa essere la soluzione alla crisi del Coronavirus, e non un problema nell'affrontarla, le élite tedesche chiariscono a tutti che il loro obiettivo è riportare le politiche BCE in linea con i loro interessi - ossia tassi di interesse più alti e fine delle politiche monetarie espansive. Ovviamente sanno che questo manderebbe a gambe all'aria i paesi periferici, ma la soluzione è a portata di mano: intervento del MES e imposizione di pesanti pacchetti di austerità per tutti gli stati in difficoltà finanziaria. Anche nell'emergenza, si conferma che non esiste l'interesse europeo, esistono bensì interessi particolari che vengono regolati in base alla legge della giungla.


 

 

Dal Frankfurter Allgemeine Sonntagzeitung, 15 marzo 2020

 

Traduzione di Musso (@Musso___)

 

 

Il nostro obiettivo

 

La crisi del Coronavirus è attualmente sotto controllo.

 

Si tratta qui principalmente di una crisi dell'offerta, che difficilmente può essere affrontata con una politica della domanda.

 

La Banca centrale europea (BCE) non è pertanto chiamata in causa.

 

Le sue risoluzioni del 12 marzo hanno mostrato che, a differenza di altre banche centrali, come la Fed degli Stati Uniti, non aveva più spazio per ulteriori riduzioni dei tassi di interesse.

 

Come giustamente affermato dalla presidente Lagarde, non spetta all'Eurosistema ridurre i differenziali dei tassi di interesse.

 

Un ulteriore calo del tasso di interesse negativo per i depositi, aumenterebbe ulteriormente la liquidità degli enti creditizi e indebolirebbe la resilienza del sistema bancario in caso di insolvenze dei prestiti indotte dalla crisi.

 

La strategia di politica monetaria della BCE dovrebbe essere a lungo termine e creare una "prospettiva di fiducia", tanto per il superamento della crisi, quanto per il tempo successivo.

 

In questo contesto, riteniamo che sia necessario, dopo un affievolimento della crisi, avviare l'inversione di tendenza dei tassi.

 

Con ciò, non si tratta di un movimento radicale dei tassi di interesse, bensì di segnali per una graduale normalizzazione della politica monetaria.

 

Bisogna dare il via alla fine della sistematica ed esuberante inondazione monetaria del sistema monetario europeo.

 

Un primo passo - dopo un cambiamento nella ‘forward guidance’ - può essere quello di innalzare il tasso di deposito negativo per le banche verso lo zero percento.

 

Lo Scenario

 

Nel contesto della crisi finanziaria del 2008/2009, la BCE ha contribuito a stabilizzare la situazione con una politica, sino ad allora senza precedenti, di bassi tassi di interesse.

 

Dopo due importanti rialzi dei tassi nel 2011, la zona euro è tornata in recessione.

 

Allo stesso tempo, la crisi del debito sovrano della Grecia ha minacciato di diffondersi in altri paesi della zona euro.

 

La BCE ha reagito con ripetuti tagli ai tassi d'interesse, sino allo zero percento.

 

La fiducia nella sopravvivenza della zona euro è stata sostenuta dal discorso "whatever it takes", del presidente della BCE Mario Draghi, nel luglio 2012.

 

In tal modo, agli occhi di molti osservatori, venne implicitamente dichiarata una responsabilità comune ed illimitata, per le emissioni di titoli di stato emessi da parte degli Stati membri.

 

La BCE ha così stabilizzato i mercati finanziari, con successo.

 

La disoccupazione è diminuita in modo significativo.

 

A fronte di ciò, stanno i pericoli, legati al coinvolgimento in regimi di responsabilità, che sono stati approvati aggirando i parlamenti.

 

Nonostante la riuscita stabilizzazione dei mercati, la BCE ha mantenuto i suoi tassi di interesse estremamente bassi e, con il lancio di programmi di acquisto di titoli di inaudita grandezza, ha persino intrapreso una politica continua di denaro straordinariamente economico, come quella negli Stati Uniti all'inizio della crisi finanziaria e bancaria del 2008/2009.

 

Il motivo di fondo era, inizialmente il timore di una spirale deflazionistica e, in seguito, l'obiettivo di raggiungere un tasso di inflazione “inferiore ma vicino al 2%”, che la BCE ha deciso nel 2003 in un diverso contesto di politica monetaria.

 

Il Trattato di Maastricht impone stabilità dei prezzi.

 

Ciò non significa che è possibile trasformare un limite superiore per gli aumenti di prezzo in un obiettivo di prezzo.

 

Sebbene l'economia dell'area dell'euro sia sempre rimasta lontana dal limite di deflazione, l'effetto sul tasso di inflazione è stato davvero modesto.

 

Pure ciò, per la presidentessa della BCE Christine Lagarde, dovrebbe costituire un motivo, per l’annunciata “review” della strategia di politica monetaria della banca centrale.

 

BCE stessa ha, nel suo ultimo Rapporto sulla Stabilità Finanziaria, indicato i sempre più chiaramente negativi effetti collaterali della pluriennale politica del denaro a basso costo.

 

Certamente, lo stato tedesco, come tutti i debitori, fa parte di coloro che guadagnano dalla politica dei bassi tassi di interesse, però i perdenti sono i risparmiatori e i futuri pensionati.

 

La Germania è, nel suo insieme, creditore netto rispetto al resto del mondo, addirittura il secondo più grande, dopo il Giappone.

 

Quindi, i risparmiatori perdono più di quanto lo stato guadagna.

 

La signora Lagarde ha annunciato che avrebbe fatto, nel corso dell'anno, una “review” ed avrebbe, in questo processo, “ascoltato molto”, il che significa che, nella nuova messa a fuoco, sarebbero state incorporate pure opinioni diverse sulla politica monetaria della BCE.

 

Noi vogliamo partecipare a questa formazione dell’opinione e fornire informazioni sulla necessaria correzione del corso della politica monetaria.

 

I nostri argomenti

 

Nonostante anni di politiche a basso tasso di interesse, massicci acquisti di obbligazioni con conseguente liquidità eccessiva e un boom economico sino alla fine del 2017, l'obiettivo del due per cento non è stato finora durevolmente raggiunto.

 

Manifestamente, gli strumenti della BCE non hanno funzionato; tuttavia, essi continueranno a venire utilizzati.

 

Accanto al raggiungimento dell'obiettivo di inflazione, un intento della banca centrale era il sostegno dei bilanci pubblici nell'area dell'euro.

 

Soprattutto, i paesi sovra-indebitati, Italia e Grecia, dovrebbero essere protetti dalle difficoltà, attraverso tassi di interesse bassissimi, sebbene gli strumenti del MES-Meccanismo Europeo di Stabilità siano a tal fine disponibili dal 2012; a differenza dell'acquisto di titoli di stato da parte della BCE, gli aiuti finanziari del MES sono legati ad impegni di riforma.

 

La politica monetaria della BCE, quindi, ha ridotto l'incentivo ad una sana politica di bilancio ed a riforme strutturali favorevoli alla crescita.

 

Inoltre, i differenziali dei tassi di interesse tra paesi con più e meno elevato merito di credito, in linea generale sono non un segnale di una inadeguata trasmissione della politica monetaria, bensì un incentivo a osservare il Patto di Stabilità ed il Fiscal Compact, in tal modo rafforzando l'unione monetaria.

 

La BCE ha, con la sua politica di salvataggio, gestito la politica fiscale.

 

Ha raggiunto il limite del suo mandato, se non superato.

 

Per la politica fiscale, ci sono i parlamenti.

 

L’irrigidimento della politica della BCE vicino la linea dello zero per cento, più tardi l’abbassamento del tasso di deposito in territorio negativo, annulla il più importante strumento di intervento della banca centrale.

 

Con la gestione del tasso di riferimento, c'era, in tempi di una maggiormente fruttuosa politica della BCE, la possibilità di stimolare una maggiore crescita economica.

 

Se la banca centrale, però, per anni senza necessità mantiene la politica del tasso di interesse zero, questo strumento di controllo non è più utilizzabile.

 

L'ultimo taglio dei tassi di deposito durante il mandato di Mario Draghi e la ripresa degli acquisti di titoli non ha avuto alcun impatto visibile sui prestiti delle banche, sugli investimenti e sulla crescita economica.

 

La strozzatura più importante manifestamente è, non nella mancanza di capitale disponibile, bensì nella perdita della competitività di prezzo e tecnica della maggior parte d'Europa.

 

La BCE ha, dopo la necessaria gestione delle crisi nel 2012, deciso, con il massiccio acquisto di titoli di Stato e obbligazioni societarie, di adottare una politica che, agli occhi di molti osservatori, va ben oltre il suo mandato di garanzia della stabilità dei prezzi e, da tempo, ha condotto al finanziamento degli Stati.

 

Il Quatitative Easing (QE), da novembre [2019, ndt], è stato proseguito [ripreso, ndt] con acquisti di obbligazioni per un totale di 20 miliardi di euro al mese.

 

Sino alla fine dell'anno [2020. ndt], BCE, secondo la sua più recente decisione, metterà sino a 120 miliardi di Euro in acquisti di titoli.

 

Tuttavia, la precedente inondazione dei mercati dei capitali ha esacerbato gli effetti negativi delle politiche dei tassi di interesse nulli e negativi.

 

In caso di significativa debolezza economica nella zona euro e per stabilizzare possibili turbolenze sui mercati dei capitali, come oggi per conseguenza del corona virus, rimane ancora alla BCE solo un piccolo spazio di manovra, cosicché taluni osservatori già parlano di forme ancora più estreme di politica monetaria, come l'acquisto di azioni o addirittura di "helicopter money".

 

Particolarmente gravi sono le seguenti distorsioni:

 

(1) Attraverso la politica di tassi di interesse zero e negativo, il “piccolo risparmiatore” subisce perdite patrimoniali reali, come con l'inflazione, che le banche centrali dovrebbero prevenire.

 

L'atteggiamento positivo dei cittadini verso il risparmio, per decenni incoraggiato in Germania, sarà danneggiato.

 

Molti privati in Germania sfruttano la situazione dei bassi tassi di interesse per incrementare i consumi presenti.

 

Il rischio di povertà in età avanzata cresce.

 

(2) Le pensioni saranno permanentemente danneggiate.

 

La coalizione [di governo] è rimproverata di mettere, attraverso generosi “regali pensionistici”, in discussione la stabilità di lungo termine del sistema pensionistico.

 

Tuttavia, la lungamente prolungata politica dei tassi zero a lungo termine, sta danneggiando ancora di più le pensioni.

 

Non da ultimo, sono colpite pure le pensioni professionali: imprese devono compiere accantonamenti significativamente più elevati.

 

Ciò riduce le loro opportunità di investimento e le prospettive di profitto.

 

Mette pure in pericolo posti di lavoro.

 

I fondi pensione, gli enti previdenziali e altri investitori istituzionali, saranno in sempre maggiore quantità spinti verso investimenti più rischiosi, al fine di ottenere un rendimento adeguato del capitale gestito.

 

Ciò comporta il rischio di sensibili perdite di prezzo.

 

L'assicurazione vita con la garanzia di un tasso fisso, era in Germania lo strumento più efficace e stabile per la pensione privata.

 

La politica della BCE la ha duramente colpita.

 

La generazione di profitti [del business] degli interessi garantiti, pone enormi sfide per le compagnie assicurative.

 

(3) Allo stesso tempo, i prezzi dei valori reali, come azioni o immobili, continuano ad essere stimolati [al rialzo].

 

Ciò reca, oltre al rischio di correzioni dolorose, già ad indesiderabili effetti distributivi: i cittadini ricchi che possiedono azioni e proprietà immobiliari in misura superiore alla media, aumentano considerevolmente la propria ricchezza.

 

Gran parte delle fasce di reddito inferiori e medie, che per lo più non hanno risparmi od effettuano investimenti fruttiferi sui conti correnti, non beneficiano di questo effetto.

 

A loro, l’accesso a beni reali è reso considerevolmente più difficile.

 

In particolare, la proprietà della casa è, in molte grandi città, a malapena accessibile.

 

Il risultato è una distribuzione della ricchezza, che minaccia la pace sociale e la stabilità politica.

 

(4) Un gran numero di istituzioni sociali e culturali, in Germania, è supportato da fondazioni.

 

Possono fare il loro lavoro unicamente se riescono a collocare il loro capitale con successo sul mercato dei capitali.

 

Dal momento che, per motivi di cautela, è vietato investire la maggior parte del capitale della fondazione in azioni, oggigiorno molte fondazioni non dispongono del denaro per la gestione corrente.

 

La politica dei tassi di interesse della BCE danneggia pure il volontariato e la vita culturale in Germania.

 

(5) L'attività di deposito e credito è una parte essenziale del modello di business delle banche tedesche.

 

Soprattutto, la generazione di margini sui prestiti è fortemente limitata dalla politica dei tassi di interesse zero e dai tassi di interesse negativi sui depositi presso la banca centrale.

 

La conseguentemente limitata redditività, pesa sulle opportunità di [concedere nuovo] credito.

 

Attraverso la politica della Bce, la capacità d’azione delle banche tedesche ed il loro successo nella concorrenza internazionale verranno chiaramente compromesse.

 

Certamente, molte banche ancora ricavano da prestiti a lungo termine esistenti.

 

I risultanti utili di bilancio, sono effetti una tantum.

 

In tempi di nuovo ordine geopolitico e delle da esso risultanti crescenti incertezze, un sistema bancario europeo funzionale e competitivo costituisce un presupposto importante, per sostenere le imprese e le economie della zona euro nel gioco di forza dei "Grandi".

 

(6) La politica del tasso di interesse zero della BCE, fa sì che il denaro sia investito, non solo in progetti sempre più rischiosi, ma anche in progetti ed imprese non redditizi (“Zombie-Companies”).

 

Troppo denaro conduce ad una allocazione del capitale macroeconomicamente drasticamente inadeguata e, quindi, a perdite di produttività, così come ad un indebolimento della Germania come sede attraente per le imprese.

 

Se i tassi di interesse dovessero una buona volta aumentare, esiste un aumentato rischio di fallimenti aziendali e, attraverso ciò, di conseguenti perdite su obbligazioni e prestiti, nonché perdite di posti di lavoro.

 

Per la stabilità economica della Germania nel futuro, sono urgentemente necessarie riforme strutturali ed innovazioni.

 

Tuttavia, l’inondazione di liquidità della BCE alimenta una apparenza di redditività e fa apparire redditizi investimenti che non possono sostenersi in un ambiente concorrenziale.

 

La nostra conclusione

 

I molteplici effetti collaterali, non giustificano più il proseguimento della politica monetaria ultra-espansiva della BCE.

 

Più a lungo la strategia esistente verrà mantenuta, più difficili saranno le complicazioni, quando in futuro verrà adottata una politica più restrittiva.

 

Noi insistiamo quindi un sollecito segnale di inversione di tendenza nei tassi di interesse, quanto meno la rinuncia ad ulteriori misure espansive di politica monetaria (tassi di interesse ancor più bassi, oppure ulteriori acquisti di titoli) giustificati dalla crisi del coronavirus.

 

In ogni caso, la BCE non potrebbe fare quasi nulla per questa crisi.

 

Dopo il superamento di questa crisi, dovrebbe essere avviata l'inversione di tendenza dei tassi di interesse.

 

Questo può essere fatto solo se ben preparato ed accompagnato da una comunicazione intelligente, ma non dovrebbe farsi aspettare un altro anno intero.

 

 

Edmund Stoiber [CSU] è stato primo ministro bavarese fino al 2007, Peer Steinbrück [SPD] è stato ministro delle finanze fino al 2009 e Wolfgang Clement [SPD] è stato ministro dell'economia della Repubblica federale fino al 2005.

 

Gunther Oettinger [CDU] è stato commissario europeo per la Camera fino al 2019.

 

Hans-Werner Sinn è stato presidente dell'Istituto Ifo fino al 2016.

 

Franz-Christoph Zeitler [CSU] è stato vicepresidente della Bundesbank fino al 2011.

 

Kurt Faltlhauser [CSU] è stato ministro delle finanze bavarese fino al 2007.

 

Marcus Vitt è portavoce del consiglio di amministrazione della banca Donner & Reuschel.

 

17/03/20

BCE : Christine Lagaffe, l’anti Draghi

Persino gli stessi francesi scaricano il nuovo presidente della BCE, Christine Lagarde, dopo le sue imprudenti dichiarazioni che hanno messo in difficoltà l’Italia. Mentre Mario Draghi si è dimostrato un formidabile diplomatico, in grado di non farsi condizionare dai falchi tedeschi e così di salvare la moneta unica durante il suo mandato, la Lagarde sembra sottomessa al suo consiglio direttivo (filo-tedesco) e priva della sensibilità necessaria ad inviare i messaggi corretti al mercato, il che rappresenta oggi uno dei compiti più importanti e difficili di chi è nella sua posizione.

 

 

Di Les Arvernes, 14 marzo 2020

 

 

La Banca centrale europea, in occasione del Consiglio direttivo del 12 marzo, ha annunciato un piano massiccio per sostenere l'economia dell’eurozona. In particolare le banche, attraverso un'apertura illimitata di fatto da parte della BCE delle sue "operazioni mirate di rifinanziamento a lungo termine" (TLTRO), saranno remunerate di 75 punti base dalla banca centrale per tutti i loro prestiti all'economia. Attraverso le varie sospensioni delle norme prudenziali annunciate simultaneamente dall'unico supervisore della BCE (SSM), quasi 800 miliardi di euro di capitale saranno erogati nei bilanci bancari, anche al fine di facilitare i prestiti alle imprese e ai privati. Infine, è stato aperto un fondo di 120 miliardi di euro, al fine di continuare a monetizzare i debiti pubblici, e anche per poter acquisire qualsiasi titolo pubblico o privato che la BCE ritenga opportuno acquisire per sostenere la liquidità sui mercati.

 

Questa iniezione di liquidità è certamente la più grande da parte della BCE dal 2009. Nonostante ciò, la conferenza stampa di Christine Lagarde ha innescato una crisi all'interno della crisi. In seguito ai commenti del Presidente, un grave panico si è diffuso sui titoli italiani, sia sul debito pubblico che sul mercato azionario. A tal punto che il Presidente estremamente europeista della Repubblica Italiana Sergio Matterella (che aveva abusato del suo potere costituzionale per bloccare le ambizioni di politica economica della coalizione "GialloVerde"   tra Cinque Stelle e Lega) ha rilasciato una dichiarazione contro Christine Lagarde, in cui ha deplorato gli attacchi all'Italia in un momento in cui il paese è in ginocchio, mentre combatte da solo contro l'epidemia di Covid-19.

 

Con qualche parola pronunciata per caso, e per prendere le distanze dal suo predecessore, Christine Lagarde ha infatti frantumato e ripudiato la costruzione del "Whatever It Takes" di Mario Draghi, un baluardo contro l'implosione della zona euro. Nel 2012 Mario Draghi, con queste tre parole, aveva chiarito ai mercati che la BCE era pronta a fare qualsiasi cosa, a qualsiasi creazione monetaria massiccia, per evitare il default di uno Stato membro dell'euro, in questo caso l'Italia. Sulla base delle "Outright Monetary Transactions", che non hanno alcun fondamento nel mandato della BCE e non esistono nella realtà, le tre parole del mago Draghi avevano chiarito ai mercati che avrebbero inevitabilmente perso a causa della risoluzione della Banca Centrale. Il 12 marzo la Lagarde ha fatto esattamente l'opposto di Draghi, spiegando che non rientrava nel mandato della BCE ridurre le differenze di tassi tra gli Stati membri, i cosiddetti "spread". Draghi il mago, Lagarde la demolitrice.

 

Christine Lagarde ha così dimostrato di aver raggiunto il suo "Principio di Peter" nel lasciare il FMI per la BCE. Quel FMI, che lei ha anche notevolmente contribuito a trasformare in una "banca globale bis", più interessata alla parità di genere e all'economia verde che alla stabilità finanziaria, argomenti che ora porta alla BCE. Ha anche dimostrato che, a differenza di Draghi, è ostaggio del suo Consiglio direttivo e in particolare dei falchi recessivi franco-tedeschi Weidmann e Villeroy (il più tedesco dei due non è quello che si direbbe), il che lascia presagire il peggio in materia di revisone del mandato della BCE.

 

Christine Lagarde ha dimostrato di essere solo quello che sembra, cioè una personalità "popolare" che trascorre il suo tempo nella mondanità che trasmette sui suoi social network - invece di concentrarsi sulla politica monetaria e l’economia - e che manca di profondità, di "gravitas", di comprensione delle implicazioni delle sue parole. Christine Lagarde è un Duisenberg bis, ma un Duisenberg di tempi di crisi, le cui gaffe e discorsi mal controllati aggravano le crisi finanziarie invece di calmarle.

 

La sua nomina è l'ennesimo errore da aggiungere agli sbagli del nostro Presidente, Emmanuel Macron. La Presidenza della BCE è stata infatti la più importante delle sedie musicali tra i posti nelle istituzioni europee per il 2019. Ma la scelta di Christine Lagarde dimostra ancora una volta la mancanza di giudizio del presidente, che ha avuto l'opportunità di sostenere molti candidati di qualità, compresi alcuni francesi (no, l'attuale governatore della Banca di Francia non è uno di loro). Ancora una volta, la moneta cattiva ha scacciato quella buona.

 

Les Arvernes sono un gruppo di alti funzionari, professori, saggisti e imprenditori che si sentono ora chiamati a intervenire regolarmente nel dibattito pubblico.

 

Composto da personalità che preferiscono rimanere anonime, questo gruppo vuole essere l'equivalente di destra dei Gracques che furono lanciati durante la campagna presidenziale del 2007, firmando un appello per un'alleanza PS-UDF. Les Arvernes, d'altra parte, vogliono agire contro la negazione della realtà in cui troppo spesso le élite francesi si rinchiudono.

 

 

28/11/19

Ue: Draghi ha salvato i banchieri, non i lavoratori

La stampa mainstream e i leader europei hanno esaltato in Mario Draghi il salvatore dell'euro. Ma questo, non sorprendentemente, ha significato imporre ai governi misure di austerità in misura sempre maggiore e in modalità sempre meno democratica. In pratica la Banca centrale europea si è mossa all'opposto delle altre banche centrali: mentre queste sostengono i governi per aiutarli a praticare politiche espansive di sostegno all'economia, la BCE condiziona gli aiuti all'applicazione di misure di austerità sempre più rigide. Con un potere di ricatto che mette in discussione il concetto stesso di democrazia in eurozona. Il caso più eclatante è stato quello della Grecia. Da Jacobin.

 

 

 

Di Thomas Fazi, 17 novembre 2019 

 

Quando il presidente della Banca centrale europea Mario Draghi ha lasciato l'incarico, il mese scorso, è stato ampiamente elogiato per "avere salvato l'euro". Ma lo ha fatto a spese dei lavoratori, sfruttando la crisi per imporre un regime di austerità sempre più ineluttabile.

 

Quando il mandato di otto anni di Mario Draghi si è concluso, il mese scorso, i governanti europei hanno fatto a gara nel riversare sul presidente uscente della Banca centrale europea (BCE) un tributo di lodi ai confini del culto. Questa auto-adulazione d'élite ha sfiorato il ridicolo. Il presidente francese Emmanuel Macron ha elogiato Draghi per "averci passato il testimone dell'umanesimo europeo". Il presidente italiano Sergio Mattarella lo ha ringraziato per avere reso "il sistema economico europeo più efficace". L'ex amministratore delegato del Fondo monetario internazionale (FMI) Christine Lagarde - che ha preso il posto di Draghi come capo della BCE - ha esaltato il suo successo nel "garantire il futuro dell'eurozona e il benessere delle sue popolazioni". Ma, soprattutto, Draghi è stato celebrato per "avere salvato l'euro".

 

In quest'ultima affermazione c'è della verità. Ma è un risultato assai discutibile. Proprio perché Draghi ha “salvato” l'euro, è anche l'uomo che ha ricattato i governi, obbligandoli ad attuare misure di austerità paralizzanti e “riforme strutturali” neoliberali - e che ha schiacciato chiunque osasse resistere. È il principale responsabile della trasformazione dell'Eurozona da un'unione monetaria disfunzionale, ma formalmente democratica, in una struttura di controllo senza precedenti, in cui i governi sono disciplinati e puniti.

 

Attraverso i meccanismi introdotti da Draghi e il suo approccio "attivista" nei confronti delle banche centrali, i processi democratici formali sono stati sistematicamente sovvertiti attraverso il ricatto finanziario e monetario, prima di tutto da parte della BCE. Sotto una simile struttura di governance, ci si potrebbe ragionevolmente domandare se gli Stati membri dell'Eurozona possano ancora essere considerati democrazie, anche in base alla stretta accezione "borghese" del concetto. In definitiva, Draghi simboleggia la pericolosa ascesa al potere dei tecnocrati non eletti - "esperti" che affermano di non essere contaminati dalla politica, ma che in realtà incarnano la volontà di dominio senza limiti del capitale.

 

La nascita di un drago


 

Draghi non è spuntato dal nulla. Ha assunto la carica di nuovo presidente della BCE alla fine del 2011, dopo una brillante carriera come amministratore delegato di Goldman Sachs (2002-2005) e governatore della Banca d'Italia (2005–2011). Già a questa data la Banca centrale europea si era attirata molte critiche, anche da parte degli ambienti allineati, per la sua gestione della crisi finanziaria e poi della recessione seguente. Nel 2010 e nel 2011, la BCE si era opposta a qualsiasi proposta di ristrutturazione del debito della Grecia, assoggettando invece il suo governo a un uleriore debito che è andato a ripagare i suoi creditori bancari francesi e tedeschi.

 

Nel 2011, quando tutte le altre banche centrali stavano abbassando i tassi di interesse, la BCE li ha invece alzati due volte, aggravando ulteriormente la recessione. Ancora più preoccupante, nei primi anni della crisi il predecessore di Draghi Jean-Claude Trichet ha rifiutato nettamente di intervenire per sostenere sui mercati i titoli di Stato dell'area dell'euro, lasciando gli Stati membri in balia della speculazione finanziaria e costringendoli a perseguire drastiche misure di austerità per far fronte all'aumento del pagamento degli interessi. In alcuni casi questo ha costretto gli Stati, per ottenere assistenza finanziaria, a rivolgersi a una stretta collaborazione con la cosiddetta troika - un comitato tripartito formato da rappresentanti della Commissione europea, della BCE e del Fondo monetario internazionale (FMI). Questa era essa stessa uno strumento politico, con i suoi "aiuti" accordati solo in cambio di misure di austerità ancora più severe.

 

Come in seguito avrebbe ammesso Trichet , il rifiuto della banca centrale di sostenere sui mercati i titoli pubblici nella prima fase della crisi finanziaria aveva lo scopo di spingere i governi della zona euro a consolidare i loro bilanci e attuare (neoliberali) "riforme strutturali".

 

Con l'arrivo di Draghi, molti speravano che le cose potessero cambiare. La speranza era che la BCE avrebbe finalmente adottato un approccio più interventista ed energico alla cosiddetta crisi del debito sovrano europeo, che era ormai in pieno svolgimento. E l'intervento è esattamente quello che hanno ottenuto, sebbene non del tipo che la maggior parte di loro aveva in mente. È stato un classico caso di "attento a quello che desideri". Draghi ha radicalizzato il tipo di interferenza negli affari degli Stati membri che era già emerso sotto Trichet.

 

In effetti, questo è stato visibile già nell'agosto del 2011, pochi mesi prima che Draghi entrasse ufficialmente in carica nel suo ruolo alla BCE. Mentre i tassi di interesse sui titoli italiani si alzavano, Draghi e Trichet inviarono al governo italiano una lettera straordinaria, che avrebbe dovuto rimanere segreta. Ma la missiva successivamente trapelò - e mostrò esattamente come la BCE intendesse sfruttare la crisi per ricattare l'Italia obbligandola a mettere in atto le "riforme strutturali".

 

La lettera affermava che il piano di riduzione del deficit post-crisi in Italia non era "sufficiente" e chiedeva "una profonda revisione della pubblica amministrazione", compresa "la piena liberalizzazione dei servizi pubblici locali", “privatizzazioni su larga scala”, “riduzione del costo dei dipendenti pubblici... se necessario, riducendo i salari ”, "riforma [del] sistema di contrattazione salariale collettivo", “più rigorosi... criteri per le pensioni di anzianità” e persino "riforme costituzionali che inaspriscano le regole fiscali". Tutto ciò, si sosteneva, era necessario per "ripristinare la fiducia degli investitori".

 

Simili richieste rappresentavano un enorme superamento dei limiti delle competenze monetarie della BCE. Giulio Tremonti, allora ministro dell'Economia e delle Finanze italiano, dichiarò in seguito che il suo governo quell'estate aveva ricevuto due lettere minatorie: una da un gruppo terroristico, l'altra dalla BCE. "E quella della BCE era peggio", scherzò. Il governo italiano rispose impegnandosi in riforme di vasta portata e tagli di bilancio più profondi, in seguito ai quali la BCE accettò di intervenire con l'acquisto di obbligazioni italiane per mantenere bassi i costi di finanziamento.

 

A settembre, tuttavia, i tassi dei titoli decennali italiani avevano ripreso a salire, e a novembre avevano raggiunto la soglia critica del 7%, costringendo il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi a dimettersi in seguito alla perdita della sua maggioranza parlamentare. A quel punto il presidente italiano Giorgio Napolitano nominò Mario Monti, ex commissario europeo e consigliere internazionale di Goldman Sachs, dandogli l'incarico di formare un cosiddetto governo tecnico - presumibilmente al di sopra delle divisioni politiche.

 

La maggior parte dei resoconti descrivono questa crisi politica come la risposta "naturale" dei mercati finanziari alla cattiva gestione della crisi economica da parte di Berlusconi, in linea con la narrativa dominante della "crisi del debito" europea. La realtà, tuttavia, è molto più preoccupante. Come anche il  Financial Times ha  recentemente riconosciuto, è ormai sempre più chiaro che la BCE sotto Draghi "ha costretto Silvio Berlusconi a lasciare l'incarico a favore di Mario Monti, non eletto" interrompendo i suoi acquisti di obbligazioni italiane - e così facendo deliberatamente aumentare i tassi di interesse al di sopra del livello di sicurezza - e rendendo l'espulsione di Berlusconi la condizione necessaria per ottenere un ulteriore sostegno da parte della BCE alle obbligazioni e alle banche italiane. Ciò è stato tardivamente ammesso anche dallo stesso Mario Monti, che ha affermato in un'intervista del 2017 che alla fine del 2011 Draghi "decise anche di cessare gli acquisti di titoli di Stato italiani da parte della Bce, che avevano dato ossigeno al governo Berlusconi nell’estate e autunno 2011".

 

È difficile immaginare uno scenario più inquietante di quello di una banca centrale apparentemente "indipendente" e "apolitica" che ricorre al ricatto monetario per estromettere dalla carica un governo eletto e imporre la propria agenda politica. Tuttavia, questo è quanto è accaduto in Italia nel 2011. Come Jacob Kirkegaard del Peterson Institute for International Economics ha notato lo stesso anno, sotto la guida di Draghi la BCE si stava rapidamente evolvendo in un "attore politico a tutto tondo impegnato in una strategia volta a costringere i leader politici dell'UE ad abbracciare la rettitudine fiscale".

 

Questo divenne ancora più evidente quando, appena un mese dopo il suo silenzioso colpo di stato in Italia, Draghi lanciò l'idea di un "patto fiscale", quello che egli definì "una riaffermazione fondamentale delle regole a cui le politiche di bilancio nazionali dovrebbero essere soggette in modo da ottenere credibilità oltre ogni dubbio”. Ciò comportò, nel marzo del 2012, la firma da parte di tutti gli Stati membri dell'UE (con le notevoli eccezioni del Regno Unito e della Repubblica Ceca) di una versione ancora più rigorosa del Patto di stabilità e crescita (SPG) istituito dal trattato di Maastricht: il cosiddetto Trattato di stabilità, coordinamento e governance nell'Unione economica e monetaria, comunemente noto come Fiscal Compact.

 

Il nuovo trattato aveva effetti politici diretti, e progettati per durare. In particolare, richiedeva agli Stati membri di trasporre una "norma sul pareggio di bilancio" nei sistemi giuridici nazionali "attraverso disposizioni vincolanti e permanenti, [e] preferibilmente [costituzionali]". Questo equivaleva a niente di meno che un tentativo di istituzionalizzare e cristallizzare su scala europea i presunti programmi di austerità di "emergenza" perseguiti dall'élite dell'UE e imposti agli Stati membri dall'inizio della crisi dell'euro. Una dichiarazione congiunta rilasciata all'epoca dal Corporate Europe Observatory e dal Transnational Institute rilevava che il Fiscal Compact avrebbe istituito "un regime permanente di austerità, che avrebbe inevitabilmente portato a tagli così profondi da relegare ai libri di storia il welfare state europeo".

 

Confermando indirettamente questi timori, in un'intervista rilasciata poco dopo al Wall Street Journal, Draghi chiarì che non vi era stato alcun dibattito: "Non c'è alternativa al consolidamento fiscale", disse. "Il modello sociale europeo appartiene già al passato". Il trattato ha inoltre introdotto, per la prima volta, "meccanismi di correzione automatica" e sanzioni quasi automatiche in caso di inosservanza delle regole, per rimuovere qualsiasi elemento di discussione e decisione democratica, e quindi realizzare un sogno neoliberista permanente: la completa separazione tra processo democratico e politiche economiche e la morte della gestione macroeconomica attiva.

 

In poche parole, il Fiscal Compact mirava a impostare l'economia sul pilota automatico, isolandola efficacemente dalla volontà popolare. Il concetto è stato ulteriormente chiarito da Draghi nel 2013. Dopo incerte elezioni italiane in cui il movimento Cinque stelle "populista" emerse come il partito numero uno del Paese, Draghi attenuò i timori che ciò potesse indurre l'Italia a deviare dal percorso dell'austerità e quindi a riaccendere la crisi del debito in Europa. E insistette sul fatto che “gran parte dell'adeguamento fiscale che l'Italia ha intrapreso continuerà con il pilota automatico". Il messaggio era chiaro: grazie al nuovo regime di governance post-crisi che aveva aperto la strada, i risultati delle elezioni non avrebbero più avuto importanza. La reingegnerizzazione delle società e delle economie europee, soggette a un quadro neoliberale ancora più radicale, sarebbe andata avanti a prescindere dalla volontà democratica dei popoli europei. Come il ministro delle Finanze tedesco mise in chiaro ancora più esplicitamente: “Le elezioni non cambiano nulla. Ci sono delle regole."

 

Salvare l'euro


 

Ma questa depoliticizzazione e de-democratizzazione della politica economica è stata anche ciò che ha permesso a Draghi il suo più grande trionfo - il famoso discorso che ha "salvato l'euro" nell'estate del 2012. Qui, Draghi ha annunciato il programma OMT (Outright Monetary Transactions) della BCE, con il quale si è impegnato, se necessario, ad effettuare acquisti illimitati di titoli di Stato sui mercati obbligazionari secondari al fine di preservare "un'adeguata trasmissione della politica monetaria e la sua unicità" - o più semplicemente, come si espresse Draghi, "fare qualsiasi cosa fosse necessaria per preservare l'euro."

 

L'implicazione era che se i mercati avessero richiesto tassi di interesse eccessivamente alti, la BCE sarebbe entrata nel gioco, acquistando le obbligazioni stesse, ponendo così teoricamente fine al gioco degli speculatori. L'annuncio di Draghi bastò a ridurre immediatamente i tassi di rendimento nei paesi interessati (senza nemmeno che dovesse effettivamente attivare un singolo programma OMT), con conferma indiretta che i rendimenti obbligazionari sono in definitiva determinati dalla politica monetaria della banca centrale, non dalla "fiducia dei mercati" nelle politiche di un paese né dai livelli di deficit e debito rispetto al PIL, contrariamente a quanto Draghi aveva ripetutamente affermato fino a quel momento (e avrebbe continuato a ripetere negli anni successivi).

 

Tuttavia, mentre questo ha aiutato i Paesi a evitare l'insolvenza, ha fatto ben poco per sostenerli in termini di rilancio delle loro economie: questo avrebbe richiesto politiche fiscali di stimolo (cioè deficit più elevati) - esattamente ciò che il nuovo quadro fiscale sostenuto da Draghi ha proibito. In questo senso, l'OMT non è riuscita a trasformare la BCE in una "normale" banca centrale: infatti, l'accesso al sostegno dell'OMT comporta "una condizionalità rigorosa ed efficace", ovvero austerità e "riforme strutturali" neoliberali da parte dello Stato che lo richiede. Non c'è da stupirsi quindi se nessun paese abbia ancora presentato domanda di essere incluso in un programma OMT.

 

In altre parole, mentre le altre banche centrali (come la Federal Reserve negli Stati Uniti) si sono impegnate in politiche monetarie espansive (di acquisto di obbligazioni) proprio per sostenere i governi nell'effettuare politiche di espansione fiscale, la BCE ha fatto esattamente il contrario: ha accettato di intervenire sui mercati obbligazionari solo a condizione che i governi non aumentino i loro deficit e si impegnino invece ad applicare misure di austerità. Come osserva Marshall Auerback , "in effetti, con una mano si è dato e con l'altra si è tolto, poiché le misure di austerità hanno semplicemente esacerbato il problema della bassa domanda dei consumatori e delle imprese e costretto i governi interessati a emettere ancora più debito". Questo è anche il motivo per cui il programma di allentamento quantitativo (QE) della BCE, tardivamente avviato nel 2015, ha clamorosamente fallito nell'aumentare l'inflazione nell'area dell'euro, lasciando così molte economie intrappolate nella "spirale della bassa inflazione", che causa la stagnazione della produzione, dell'occupazione e dei salari.

 

Schiacciare la Grecia


 

In breve, le varie innovazioni istituzionali introdotte da Mario Draghi nel corso degli anni, quelle che gli sono valse molti elogi, non hanno trasformato la BCE in un prestatore di ultima istanza, su cui i governi nazionali possano fare affidamento, ma l'hanno resa invece uno "spacciatore di ultima istanza", con il potere di sfruttare le difficoltà economiche dei paesi per ricattarli, costringendoli ad attuare riforme neoliberali basate sull'austerità.

 

Ciò è diventato chiaro nell'estate del 2015, quando Draghi ha dimostrato fino a che punto era disposto ad arrivare per sostenere lo status quo fiscale -economico della zona euro, anche se questo significava mettere in ginocchio un intero paese. Dopo che il partito di sinistra Syriza, guidato da Alexis Tsipras, che aveva fatto la campagna elettorale su una piattaforma radicale anti-austerità, andò al potere in Grecia nel gennaio 2015, ne seguì un drammatico scontro politico tra il governo greco e le autorità dell'UE. Tsipras tentò di rinegoziare il debito pubblico del paese, la politica fiscale e il programma di riforme e di invertire le politiche di austerità che avevano tanto danneggiato il paese. Ma il periodo di stallo era già finito entro l'estate, quando il governo greco capitolò e accettò i termini onerosi di un altro accordo di prestito subordinato a ulteriori misure di austerità e di deregolamentazione, ponendo così fine alla "ribellione" greca.

 

La responsabilità della capitolazione di Syriza è generalmente attribuita ai principali stati europei (prima fra tutti la Germania). Tuttavia, il ruolo più pernicioso è stato svolto dalla stessa BCE. In effetti, nella guerra europea contro il nuovo governo greco, i primi colpi furono sparati dalla banca centrale. Il 4 febbraio, appena nove giorni dopo la prima vittoria elettorale di Syriza, la BCE tolse al governo greco una delle sue principali linee di credito, dichiarando che non avrebbe più consentito alle banche greche di accedere alla "normale" liquidità della BCE offrendo come garanzia collaterale obbligazioni nazionali greche ufficialmente classificate come "spazzatura" - un'eccezione concessa ai paesi sottoposti a un programma di aiuti finanziari della troika. Da quel momento in poi, le banche avrebbero dovuto fare affidamento sul più costoso Emergency Liquidity Assistance (ELA). La BCE addusse la scusa che "al momento non è possibile ipotizzare una conclusione positiva della revisione del programma [di aiuti finanziari]".

 

Questa fu una decisione straordinaria, per una serie di motivi: il nuovo governo greco aveva solo una settimana di vita e aveva tre settimane per estendere l'accordo di prestito con i creditori e con la troika. Peggio ancora, la mossa della BCE diede il via a una corsa agli sportelli, che accelerò la fuga di capitali che era già iniziata. Seguirono mesi di negoziati molto tesi, durante i quali le proposte del governo greco furono tutte respinte dalla troika, il che esacerbò ulteriormente il deflusso di capitali e fece precipitare il valore patrimoniale e la capitalizzazione di mercato delle banche greche. La vertenza si chiuse nel giugno 2015. Il 25 giugno il governo di Tsipras respinse l'"offerta finale" presentata dalla troika di un nuovo prestito per consentire al governo di rinnovare un pagamento di 1,55 miliardi di euro dovuto al FMI e due giorni dopo, in una mossa strategica per rafforzare la propria mano nei negoziati futuri, annunciò che avrebbe lanciato un referendum sulle condizioni dell'offerta, che si sarebbe tenuto il 5 luglio. Il giorno seguente, il 28 giugno, la BCE rifiutò alla banca centrale greca il diritto di aumentare la propria disponibilità nel contesto dell'ELA, non lasciando al governo greco altra scelta che chiudere le banche, imporre un controllo sui capitali e limitare i prelievi individuali a 60 euro al giorno, a un costo enorme per le imprese e i cittadini greci.

 

Il resto della storia è noto: sebbene il popolo greco avesse respinto in massa il pacchetto di austerità richiesto dalla troika, il governo greco fece un voltafaccia e accettò la condizioni dell'Unione europea, che erano persino più punitive di quelle che aveva in precedenza respinto. Non c'è dubbio che la BCE abbia svolto un ruolo cruciale nel portare alla fine il governo greco alla resa, in quella che chiaramente equivaleva a una mossa strettamente politica, senza giustificazioni solo tecniche. Come scrive l' economista Mario Seccareccia, la BCE ha tagliato la liquidità alle banche greche “anche se sapeva perfettamente che il problema non era la liquidità delle banche, ma che c'era soprattutto un problema di liquidità sistemica, derivante dalla crescente incertezza e paura da parte della popolazione, riflessa nel crescente accumulo di liquidità"- paura che è stata "indubbiamente aggravata dalle azioni della stessa BCE ":

 

"Quindi, invece di cercare di sostenere e promuovere il regolare funzionamento del sistema dei pagamenti di uno dei suoi stati membri, che in nessun momento, aveva proposto ufficialmente l'uscita dall'Eurozona (in effetti, erano i leader tedeschi ad avere proposto di mettere in atto una "temporanea" Grexit), la BCE ha effettivamente interrotto deliberatamente la propria assistenza in materia di liquidità, al fine di destabilizzare ulteriormente il sistema di pagamenti greco e costringere il governo di Syriza ad accettare le dure misure di austerità proposte."


 

Questo episodio dimostra che nell'eurozona i presunti benefici dell'indipendenza della banca centrale sono stati invece sostituiti dalla dipendenza dei governi dalla banca centrale, non più soggetta ad alcun tipo di controllo democratico.

È difficile trovare un altro esempio nella storia in cui una banca centrale ha deliberatamente fatto crollare il sistema bancario del proprio paese, al fine di forzare la sua agenda politica imponendola al governo eletto. Eppure questo è esattamente quello che è successo sotto Draghi.

 

Questa esperienza mostra anche che i problemi dell'area dell'euro si estendono ben oltre le differenze tra i Paesi o il fatto che manchino meccanismi di stabilizzazione a livello federale e istituzioni veramente rappresentative (sebbene tutte queste cose siano vere). La realtà è molto più inquietante: nel corso dell'ultimo decennio, l'eurozona si è evoluta dal managerialismo post-democratico a una gabbia di ferro autoritaria. E, in larga misura, di questo dobbiamo ringraziare Mario Draghi.

 

 

Thomas Fazi è scrittore, giornalista, traduttore e ricercatore. È coautore di "Reclaiming the State: A Progressive Vision of Sovereignty for a Post-Neoliberal World" (Pluto Press; 2017).

 

 

04/11/19

Bloomberg - La Germania ha il terrore dell'inflazione perché non capisce la sua storia

Repetita iuvant. Studiosi come Alberto Bagnai e Vladimiro Giacché ci hanno spiegato da anni che l'ascesa del nazismo seguì non l'iperinflazione di Weimar, come molti sostengono, bensì il periodo successivo di deflazione e impennata della disoccupazione provocate dalle "riforme strutturali" del tempo. Ora, come riporta Bloomberg, finalmente è uno studio tedesco a denunciare il tenace attaccamento della Germania a una visione distorta della propria storia, secondo cui l'iperinflazione sarebbe alla radice dell'ascesa di Hitler. Da questo deriva la sottovalutazione dei rischi connessi a deflazione e disoccupazione e un terrore dell'inflazione quantomeno esagerato. Insomma, la storia insegna, il problema è che non andrebbe capita al contrario. 

 

 

di Piotr Skolimowski, 2 novembre

 

 

Nuovi studi suggeriscono che l'intenzione  di Christine Lagarde di conquistare i cuori e le menti della scettica opinione pubblica tedesca potrebbe iniziare con una lezione di storia.

 

All'avvio del suo mandato di otto anni come presidente della Banca centrale europea a Francoforte, la Lagarde dovrà trattare con un'opinione pubblica tedesca preoccupata che la politica monetaria ultraespansiva della sua istituzione stia facendo più danni che benefici. Secondo il Jacques Delors Institute di Berlino, questa critica deriva dal fatto che molti tedeschi non comprendono bene la propria storia.

 

Secondo uno studio dell'Istituto, la maggior parte dei tedeschi ritiene che il periodo tra le due guerre del loro paese sia stato influenzato da una sola crisi, che ha portato all'ascesa di Adolf Hitler - l'iperinflazione durante la Repubblica di Weimar.

 

In realtà, tuttavia, i nazisti presero il potere dopo un periodo di deflazione, durato più di un decennio dopo la fine dell'iperinflazione.

 



 

"Guardando indietro a una versione distorta della propria storia, molti tedeschi concludono che la disoccupazione di massa e l'alta inflazione siano due facce della stessa medaglia", hanno scritto i ricercatori Nils Redeker, Lukas Haffert e Tobias Rommel in un documento pubblicato venerdì.

 

Poiché questo fraintendimento è più comune tra le persone più istruite e politicamente esperte, "il gruppo di persone che segue più da vicino la politica monetaria della BCE è anche il gruppo che più probabilmente trae lezioni sbagliate dalla storia tedesca", scrivono i ricercatori.

 

Lagarde ha posto come priorità fondamentale del suo mandato ascoltare una vasta gamma di voci e parlare con tutti.

 

"I politici e i media tedeschi dovrebbero cercare di prestare attenzione alle complessità della storia economica", scrivono i ricercatori. "La BCE dovrà anche aumentare la consapevolezza tedesca in merito ai rischi della deflazione rispetto all'inflazione, e sia la Bundesbank che il governo tedesco potrebbero fare la loro parte su questo punto."

 

 

24/09/19

Focus - È il momento di dismettere l'euro

Grossi nodi vengono al pettine. In un approfondimento apparso sul sito del settimanale tedesco Focus i due economisti Mark Friederich e Matthias Weik, autori di diversi pamphlet, invocano la demolizione controllata della moneta unica, prima che lo scoppio di una nuova bolla ne evidenzi ancora più drammaticamente i limiti. La lente attraverso cui passa l’analisi è quella neoclassica, che individua il male assoluto nell’eccessiva circolazione di moneta. Tuttavia, le conclusioni dei due autori trovano un inaspettato punto di incontro con le tesi divulgate dai pochi economisti non conformisti che sulle magnifiche sorti e progressive dell'eurozona si sono rifiutati di aderire alla vulgata mainstream: "È tempo di affrontare la realtà ed evitare danni ancora maggiori per la Germania e per l'Europa. Per quanto tempo i cittadini di questo paese sosterranno ancora l'esperimento dell’euro? O meglio, per quanto tempo saranno ancora disposti a pagarne la follia?".

 

Di Mark Friederich e Matthias Weik, 19 settembre 2019

 

Traduzione di Oscar Amalfitano

 

Gli economisti Weik e Friederich: è giunto il momento di smantellare l’euro.

 

Una citazione molto bella recita: "La follia è fare sempre la stessa cosa aspettandosi risultati diversi". Eppure, sembra essere proprio questo il motto della Banca centrale europea (BCE) dallo scoppio della crisi finanziaria del 2008. Non c’è altro modo per spiegare una cura della crisi sempre uguale a se stessa e mai realmente efficace. L'ultima crisi è stata causata da tassi di interesse e costo del denaro troppo bassi, ma la BCE non cambia di una virgola: tassi ancora più bassi e denaro a prezzo discount. Una politica folle, destinata a fallire senza pietà. Si può usare la macchina stampasoldi per spostare i problemi in un futuro non precisato, ma non è questo il modo per risolverli.

A differenza delle controparti statunitensi della Fed, la BCE non ha aumentato i tassi dopo la crisi. Al contrario, Draghi passerà alla storia come il primo capo della BCE che non ha mai alzato i tassi di interesse, ma li ha solo abbassati. Pertanto, dal 2016, non solo abbiamo tassi di interesse pari a zero, ma le banche pagano persino sanzioni sui loro depositi presso la BCE.

 

La BCE comprerà ancora più titoli di Stato

I sintomi si avvertono da anni. Molte banche hanno introdotto commissioni per la manutenzione del conto, le filiali vengono chiuse, gli sportelli automatici dismessi, i servizi ridotti all’osso e le fusioni diventano necessarie - perfino tra una cassa di risparmio e una banca popolare! E ora il presidente uscente Draghi lascia a noi un amaro regalo di addio e al suo successore, Christine Lagarde, un pericoloso dono di benvenuto. Draghi ha nuovamente abbassato il tasso di deposito a meno 0,5% e, a partire da novembre, inizierà un nuovo programma di acquisti che prevede volumi di 20 miliardi di euro al mese. L'ultimo programma è stato pari a 2,59 bilioni di euro ed è terminato solo alla fine del 2018. Neanche nove mesi dopo, Draghi si è sentito obbligato a dare il via a un nuovo piano di acquisto. Di quante prove hanno bisogno i nostri politici per capire che l'euro sta morendo?

 

Dal 1° novembre la BCE, sotto la guida della sua nuova sovrana Christine Lagarde, utilizzerà denaro generato al computer per acquistare ancora più obbligazioni da Stati praticamente in bancarotta, come l'Italia o la Grecia, oltre a titoli delle cosiddette società zombi che sono state a lungo insolventi. In breve, la BCE farà tutto ciò che è in suo potere per mantenere in vita questo disastroso esperimento valutario chiamato euro, condannato al fallimento fin dalla sua nascita.

 

L’euro distrugge l’Europa, il nostro benessere e le nostre banche

I fatti: l'euro separa l'Europa invece che unificarla. La moneta unica è troppo debole per la Germania e troppo forte per i paesi dell'Europa meridionale. Affinché gli Stati del Sud possano riguadagnare la propria competitività dovrebbero svalutare le proprie valute. Tuttavia, ciò è impossibile nella gabbia valutaria dell'Eurozona. Di conseguenza, i paesi dell'Europa meridionale non saranno mai in grado di compiere progressi economici all’interno della moneta unica. Pertanto, non ha alcuna rilevanza quanto denaro possa essere trasferito dal Nord al Sud Europa.

 

L'euro è tutt'altro che una valuta stabile. Dalla sua introduzione ha già perso il 30% del suo potere d'acquisto. A causa dei bassi tassi di interesse sono in sofferenza i soggetti più disparati, dai proprietari di libretti di risparmio in banca, alle società che stipulano polizze sulla vita, passando per tutti i fondi sanitari e pensionistici.

 

Il risparmiatore è lo stupido, la povertà in vecchiaia pre-programmata

Le conseguenze della politica della BCE sono serie. I risparmiatori saranno puniti, i debitori premiati. Se i cittadini tedeschi dovessero iniziare effettivamente a consumare non solo i loro risparmi, ma anche a fare debiti e di conseguenza a non essere più in grado di rendere economicamente sicura la loro vecchiaia, dovremo prepararci a un'ondata di povertà in grado di superare ogni immaginazione. Chiunque scelga di accettare questa deriva per mantenere in vita un euro condannato in partenza non solo è incredibilmente irresponsabile, ma anche profondamente antisociale.

 

I prezzi delle azioni e degli immobili continuano a salire

Come prima e più di prima, le banche si vedranno costrette ad essere ancora più generose nei prestiti. Di conseguenza, un numero sempre più grande di cittadini acquisterà immobili incredibilmente costosi, che non possono permettersi affatto, con denaro che in realtà non hanno e non dovrebbero mai ottenere in prestito. Dal 2009 i prezzi dei condomini sono quasi raddoppiati nelle sette maggiori città. Questa tendenza è destinata a continuare fino allo scoppio di una nuova bolla.

 

In passato, le gravi conseguenze di una bolla immobiliare che scoppia sono state vissute direttamente sulla pelle da molte persone, specialmente negli Stati Uniti, in Irlanda e in Spagna. I partiti che si lamentano dell'aumento degli affitti, che invocano un tetto ai prezzi delle locazioni, ma che parallelamente sostengono l'euro, hanno perso ogni credibilità. Chi se ne infischia del politically correct userebbe l’aggettivo “ipocrita” per descrivere questo atteggiamento.

 

Anche sui mercati azionari il denaro a buon mercato finirà per creare una gigantesca bolla. I fondi ETF sono aumentati di cinque volte dalla crisi finanziaria (da 716 miliardi di dollari a oltre 4,68 bilioni di dollari). La bolla destinata a scoppiare sui mercati azionari sarà di gran lunga peggiore di quella del 2009.

 

Tassi di interesse negativi, acquisti di titoli e unioni bancarie sono alle porte

Invece di porre fine all'esperimento valutario dell’Euro dobbiamo prepararci ad ulteriori misure draconiane. La BCE e l'UE faranno tutto il possibile per mantenere in vita l'euro il più a lungo possibile e rimandare il proprio fallimento a un futuro più lontano possibile. È solo una questione di tempo prima che i tassi di interesse subiscano un ulteriore ribasso e i programmi di acquisto continuino a salire. È probabile si giunga a un tasso di interesse negativo fino a - 5%. Tuttavia, ciò sarà possibile solo se il denaro verrà fortemente limitato, seguiranno pertanto inevitabili restrizioni al prelievo di contanti. Il programma di acquisto è di certo destinato a crescere. In futuro, la BCE non acquisterà solo obbligazioni, ma anche azioni, come la Banca nazionale svizzera (BNS).

 

La Banca nazionale svizzera possiede ora azioni di 6.600 società. Il valore dei soli titoli statunitensi è di poco inferiore ai 90 miliardi di dollari. Fra non molto le porte della scelleratezza saranno spalancate e vivremo definitivamente nell'era dell'economia pianificata delle banche centrali. Inoltre, l’attuale politica tedesca non riuscirà a frenare per sempre un’unione bancaria comunitaria. Ciò significa che in futuro noi risparmiatori saremo anche responsabili per le fatiscenti banche dell'Europa meridionale. Tra non molto sarà inevitabile e necessario ritirare i propri risparmi dalle banche. Sempre che ciò sia ancora possibile.

Le nostre previsioni:

 

  • - non appena la recessione nella zona euro avrà pieno effetto, i tassi di interesse verranno ulteriormente ridotti;

  • - i programmi di acquisto di titoli di Stato aumenteranno drasticamente;

  • - le passività Target2 della Germania supereranno il bilione;

  • - sempre più banche in Europa scompariranno dalla scena e le grandi banche europee perderanno completamente il collegamento con la cima del mondo;

  • - le bolle del mercato finanziario si gonfieranno sempre di più: azioni, obbligazioni, ETF e proprietà immobiliari. 



 

 

La Dexit è meno costosa sul lungo termine

È evidente che si rimarrà ancorati all’euro fino alla sua amara capitolazione. Quanto tempo impiegheranno i politici a rendersi conto che l'esperimento valutario dell’euro è destinato al fallimento? L'euro non sopravvivrà a una seconda recessione e la BCE non sarà in grado di assorbirla. Quando realizzeranno i nostri politici che l'euro sta separando l'Europa anziché unificarla sotto una bandiera comune? Quanto durerà la massimizzazione del danno economico? Quando prevarrà la consapevolezza che una Dexit dall'Eurozona è sicuramente la soluzione a lungo termine meno costosa?

 

Questo è il momento di gestire la fine dell’euro in modo controllato, perché se la moneta unica dovesse collassare con violenza, i costi, sia sociali che monetari, sarebbero molto più alti. Indubbiamente, una Dexit porterebbe con sé anni scuri e pesanti come macigni. Un crollo incontrollato dell'Eurozona, tuttavia, sarebbe il caos e avrebbe conseguenze ben più drammatiche di un decennio perduto. È tempo di affrontare la realtà ed evitare danni ancora maggiori per la Germania e per l'Europa. Per quanto tempo i cittadini di questo paese sosterranno ancora l'esperimento dell’euro? O meglio, per quanto tempo saranno ancora disposti a pagarne la follia?

 

Consigli agli investitori

Ora il motto deve essere: coperture, costruzione di contrappesi e diversificazione. È necessairo lasciare perdere i titoli a reddito fisso e concentrarsi sui beni materiali. Finché è ancora possibile acquistate metalli preziosi, perché la BCE può stampare una quantità infinita di euro, ma non un grammo di oro o di argento. Finché viene stampato denaro i mercati azionari continueranno a salire, ma lo scoppio della bolla non sarà rimandato per sempre. Lo stesso vale per gli immobili. Chiunque acquisti ora, deve valutare attentamente se in futuro troverà ancora uno stupido acquirente disposto a pagare ancora di più.

01/08/19

Vi presento il nuovo capo (ma è lo stesso di prima)

Un articolo di Jacobin Mag punta il dito contro l'Unione Europea, e più in generale contro le strutture neoliberali del potere sovranazionale, che si sono costruiti un board di dirigenti fedeli e totalmente dediti alla "lotta di classe" a senso unico dei ricchi contro i poveri, un board di alfieri del neoliberalismo che si riciclano continuamente attraverso infinite porte girevoli, con la scusa della "competenza" e dell'esperienza, con la pretesa di essere gli unici capaci di gestire la complessità dell'economia del presente. Ma le porte girevoli attraverso cui passano diventano muri contro la democrazia e contro ogni tentativo di cambiamento ideologico. (Unico difetto dell'articolo può essere considerato il presentare gli esponenti di Syriza come sinceri oppositori dello status quo durante la crisi greca). 

 

 

di Pawel Wargan, luglio 2019

 

L’Unione europea è così ostile alla democrazia che la sua nuova leadership è composta esclusivamente da persone già al potere da anni. Non importa se le loro politiche hanno rovinato la vita a milioni di persone. L’unico requisito è stare dalla parte di chi detiene la ricchezza.

 

C’è una forma particolare di sadismo nel ricompensare un torturatore dandogli il potere. Ma per i greci, gli italiani, i ciprioti, gli irlandesi e i portoghesi – e per le tante altre vittime delle politiche di austerità del Fondo monetario internazionale (FMI) e dei suoi alleati della troika – questo spettacolo sta per cominciare proprio ora.

 

Nell'ultimo, notevole tentativo di riciclare i tecnocrati ai posti di vertice del potere, i leader dell’Unione europea hanno concluso un accordo dietro le quinte per nominare quattro candidati alla leadership UE.

 

Ursula von der Leyen, già ministro della difesa di Angela Merkel, coinvolta in uno scandalo per pagamenti di decine di milioni di euro di consulenze come nel caso McKinsey, è stata nominata a capo della Commissione europea. È stata votata dal Parlamento europeo con una maggioranza  risicata.

 

Ma la scelta decisamente più interessante è stata quella della managing director del FMI, nonché pregiudicata, Christine Lagarde. È stata portata a capo della Banca centrale europea (BCE), il ruolo più potente nella UE e uno dei più influenti sulla politica mondiale. (Lo scorso anno la Lagarde si era auto-dichiarata fuori dai giochi per la candidatura a questa posizione.)

 

La sua nomina ha avviato una corsa alla leadership anche all'interno delo stesso FMI. L’elenco finale dei contendenti deve ancora apparire, ma i primi nomi ad aver fatto il giro sembrano usciti da una squadra di fantacalcio dei neoliberali. I nomi vanno dall’ex di Goldman Sachs e presidente uscente della BCE, Mario Draghi, al Conservatore ed ex cancelliere britannico George Osborne, all’ex ministro delle finanze olandese Jeroen Dijsselbloem, i cui prodigi come capo dell’Eurogruppo includono le fasi più critiche e controverse della crisi del debito greco.

 

Assieme alla Lagarde questi uomini sono stati tra gli architetti di un decennio di austerità europea. Nonostante i danni devastanti causati dalle loro politiche, si trovano ancora nelle posizioni di vertice.

 

Il “Fantasy Team” dell’austerità

 

Al cuore dell’architettura istituzionale e legale dell’Europa sta l’insistenza sulla disciplina fiscale, il dogma neoliberale secondo il quale le spese di uno stato non possono superare il gettito fiscale. Quando il sistema bancario globale è crollato nel 2008, scatenando la crisi dei debiti sovrani in Europa, l’establishment politico europeo è accorso a salvare le banche. Nella perversa logica dei falchi del deficit, l’enorme mobilitazione di fondi pubblici che questo salvataggio ha richiesto doveva essere compensata da tagli altrove.

 

L’austerità è diventata lo strumento per fatturare ai poveri il costo del fallimento dei ricchi.

 

Nel caso delle economie europee periferiche, che sono state colpite in modo particolarmente forte dalla crisi, la troika, cioè la coalizione di FMI, BCE e Commissione europea, ha iniziato a somministrare dosi di pacchetti di salvataggio.

 

I salvataggi assomigliavano ai classici programmi di aggiustamento strutturale della Banca Mondiale e del FMI: programmi per trasferimenti su ampia scala verso i ricchi, mascherati da pacchetti di sostegno finanziario. Ecco come funzionano: al picco della crisi economica il FMI e la Banca Mondiale si intromettono e offrono un prestito: un finanziamento direttamente al governo o un sostegno per il servizio del debito privato.

 

Questi prestiti sono generalmente condizionati all’implementazione di riforme neoliberali di mercato, un retaggio dei tentativi di rallentare l’espansione del socialismo durante la Guerra Fredda. Quando i paesi debitori falliscono il tentativo di ripagare il debito, FMI e Banca Mondiale li costringono a implementare ulteriori riforme: privatizzazioni, tagli alle pensioni, riduzioni degli stipendi pubblici e profondi tagli ai servizi sociali.

 

Questo non solo azzoppa le economie nazionali – un fatto che lo stesso FMI ha riconosciuto nel 2016, quando i suoi ricercatori ammettevano che l’austerità aumenta le disuguaglianze e minaccia le prospettive future di sviluppo economico di un paese (l’antropologo Jason Hickel lo spiega in modo più brutale, definendo i programmi di aggiustamento strutturale come “la principale causa di povertà dai tempi del colonialismo”.)

 

Questo mina anche la democrazia. Il FMI, in tempo di crisi, diventa a tutti gli effetti un surrogato del ministero delle finanze, costringendo i governi a imporre sanzioni economiche gravose ai suoi cittadini. La crisi economica diventa così crisi della legittimazione democratica.

 

Così è andata in Grecia. Il paese gravato dal debito non è mai stato aiutato a uscire dalla sua situazione di crisi. Al contrario, la troika lo ha costretto a finanziare i salvataggi delle banche francesi e tedesche impoverendo i propri cittadini. L’accordo firmato con l’Eurogruppo è un sogno thatcheriano: ha alzato le tasse ai lavoratori, ridotto le pensioni, distrutto i sindacati e, sotto la supervisione delle istituzioni UE, ha privatizzato i beni pubblici. Ci sono volute poche settimane per riuscire a far passare le riforme.

 

La Lagarde ha simpaticamente suggerito che,  per i greci dissoluti ed evasori fiscali, era “tempo di rimborsare i loro debiti”.

 

Mario Draghi, allora governatore della Banca d’Italia, ha portato questo modello in patria. Nel 2011, al culmine della crisi dei debiti sovrani, lui e l’allora presidente della BCE, Jean-Claude Trichet, hanno mandato una lettera segreta al primo ministro Silvio Berlusconi chiedendo profonde riforme politiche, tra cui la “liberalizzazione” delle condizioni di lavoro, la privatizzazione di massa dei servizi pubblici, il taglio dei salari degli impiegati pubblici, tasse più elevate e riforma delle pensioni, tutto in cambio di un bailout. È stato suggerito che questo fosse parte di un complotto per costringere Berlusconi alle dimissioni.

 

Jeroen Dijsselbloem, come capo provvisorio dell’Eurogruppo, è diventato il principale rappresentante dei falchi fiscali europei. È stato strumentale nel costringere Grecia, Portogallo e Cipro ad adottare tagli in cambio di pacchetti di salvataggio, il tutto mentre lavorava per trasformare i Paesi Bassi in un paradiso fiscale nel proprio ruolo di ministro delle finanze olandese. Nel 2017 ha detto che i paesi colpiti dalla crisi sprecavano i loro soldi in “alcool e donne”.

 

Cosa più notevole, l’austerità è stata implementata volontariamente, senza necessità di una celata costrizione da parte delle élite economiche europee. George Osborne, che ha aumentato i tagli già fatti sotto il New Labour, è generalmente riconosciuto come l’architetto dell’austerità nel Regno Unito, una politica che anche il suo successore Conservatore, Philip Hammond, ha ammesso essere stata guidata da scelte politiche più che da necessità economiche. Nel Regno Unito i profondi tagli ai servizi pubblici hanno inaugurato livelli dickensiani di deprivazione sociale.

 

A livello di intero continente europeo, gli effetti combinati di queste politiche sono difficili da immaginare. I senzatetto sono in aumento, la percentuale di lavoratori che vivono in povertà è in crescita, i servizi sociali (un tampone fondamentale contro la disuguaglianza) sono in diminuzione. Un europeo su dieci non può permettersi di riscaldare la casa e 118 milioni sono a rischio di povertà o esclusione sociale.

 

E nelle convulsioni sistemiche di questa “zombie economy”, supportata da interventi pubblici senza precedenti che hanno favorito i ricchi, la destra reazionaria si sta alimentando dell'ansia diffusa tra la popolazione.

 

La logica dell’espropriazione

 

In un articolo del 2007, Neoliberalismo e distruzione creativa, il teorico David Harvey aveva descritto la logica del capitalismo globalizzato come una lotta di classe a senso unico: la lotta dei ricchi contro i poveri. “Se il principale successo del neoliberalismo è stato quello redistributivo anziché produttivo”, scrive, “allora ci devono essere dei modi di trasferire i beni e redistribuire la ricchezza e il reddito dalla massa della popolazione verso le classi più agiate, o dai paesi più vulnerabili a quelli più ricchi”.

 

Harvey, ovviamente, ha ragione. I suoi "quattro pilastri" della lotta di classe globale neoliberale – privatizzazione, finanziarizzazione, gestione e manipolazione delle crisi, redistribuzione dei beni pubblici verso i ricchi – si stanno manifestando sotto i nostri occhi. FMI, BCE e Banca Mondiale sono la catena logistica dell’espropriazione neoliberale. E Lagarde, Dijsselbloem, Osborne, and Draghi, sono tra i principali rappresentanti di questo sistema.

 

La struttura di potere del capitalismo finanziarizzato, quindi, è mantenuta attraverso la riproduzione dei loro ruoli, e l’esclusione degli altri attraverso la nozione artificiosa di “professionalità” o “esperienza”.

 

La nostra economia politica opera sotto l’assunzione implicita che ci sia una sfera economica troppo tecnica – o troppo noiosa – per essere soggetta a un qualsiasi livello di responsabilità democratica. Pertanto le decisioni economiche ricadono nelle mani dei tecnocrati: gente con decenni di esperienza – che sia alla Goldman Sachs o come ministri dei governi – che colludono per sviluppare regole sempre più bizantine per cose complicate come valutare il rischio di mercato, potenziare la “competitività” e sostenere la crescita economica.

 

La crescita della complessità sistemica – e, con essa, del potere dei tecnocrati – riduce lo spazio per la responsabilità democratica. Solo coloro che hanno i curricula più impressionanti, o le più profonde connessioni nella politica e negli affari, possono ambire alle posizioni di vertice e così influenzare gli esiti delle decisioni economiche.

 

Ma l’esperienza dei tecnocrati segnala qualcosa di più della competenza. Decenni di gavetta ai margini del sistema economico sono un segno di fedeltà ideologica. È poco probabile che vogliate capovolgere il sistema se avete speso quindici noiosi anni a strutturare i derivati – guadagnandovi intanto l’accesso alla classe dei ricchi.

 

A un certo livello la Lagarde è una pessima scelta per la BCE. Non è un’economista ma un avvocato diventato politico. Ha prestato servizio nel gabinetto di Jacques Chirac e poi di Nicolas Sarkozy. Ed è pregiudicata: nel 2016 è stata condannata per negligenza in un caso di frode riguardante un pagamento di 403 milioni di euro a un amico di Sarkozy. Un verdetto di colpevolezza che però non è stato seguito da una pena.

 

Ma, come Dijsselbloem, Osborne, e Draghi, la Lagarde è una neoliberale in carriera. È un agente fidato del sistema capitalista di espropriazione. In questo senso è una scelta ovvia per un centro politico il cui potere sta declinando, e il cui sistema economico – che è ancora soggetto ad attacchi e convulsioni, un decennio dopo essere stato screditato – è sotto attacco. La frode è la sua naturale conseguenza.

 

Per tirarci fuori dalle crisi globali della disuguaglianza e del tracollo climatico, le istituzioni come FMI, Banca Mondiale e BCE devono abbandonare il loro impegno verso le politiche di austerità, sfidare le tendenze della finanza internazionale all’espropriazione, e immettere nuova vita nelle istituzioni pubbliche.

 

Ma la decisione di passare a una nuova politica richiede radicalismo. E il radicalismo, a sua volta, richiede una sfida democratica all’egemonia dei tecnocrati.

 

Forse questo è il motivo per il quale i tecnocrati non possono sopportare i radicali. Provate a ricordare i parossismi di Dijsselbloem il quale, costretto a negoziare il bailout greco con Syriza e il ministro delle finanze Varoufakis, si è trovato di fronte a una politica che era tutto il contrario di quello che lui rappresentava: fresca, lungimirante, socialista, radicale. Quello che veniva offerto era una possibilità – ma esattamente quel tipo di possibilità che i nostri governanti non possono ammettere.

 

Un approccio radicale sfiderebbe la sacralità di un sistema nel quale intere vite – e intere carriere – vengono prestabilite. Gli avvocati, i banchieri di investimento, i consulenti di management, e i loro compagni di viaggio le cui carriere sono simbioticamente legate a uno status quo fallimentare. Le porte girevoli che loro attraversano diventano barriere contro il cambiamento: per i tecnocrati la democrazia stessa viene al secondo posto, dopo la loro paura di diventare obsoleti.

 

29/06/19

La BCE approva il progetto della Lega sulle riserve auree della Banca centrale con solo una modifica minore

Esulta Claudio Borghi dopo il parere della BCE: viene confermata la sua interpretazione sull’oro italiano. L’oro è detenuto e gestito da Banca d’Italia, ma è di proprietà dello Stato. Riportiamo il breve articolo di Euronews che spiega quanto accaduto, facendoci quattro risate nel leggere le fantasiose ricostruzioni dei nostri media politicamente orientati, che ignorano l’intento di Borghi, dichiarato da anni: lasciare l’oro agli italiani, evitando che Bruxelles e banche private ci possano mettere sopra le mani.

 

 

Di Gavin Jones, 25 giugno 2019

 

 

ROMA (Reuters) – Giovedì la Banca Centrale Europea ha dato nella sostanza il via libera a un disegno di legge del partito di governo della Lega, che punta a precisare che le riserve d’oro della Banca d’Italia appartengono allo Stato e non alla banca stessa.

 

Il disegno di legge, presentato a febbraio dall’economista di riferimento della Lega Claudio Borghi, è stato criticato dall'opposizione, che ha sostenuto che il suo obiettivo sarebbe quello di consentire alla coalizione di governo di vendere l’oro per risolvere i problemi di finanza pubblica dell’Italia.

 

In un parere ufficiale pubblicato sul sito web della BCE, la banca ha affermato che i trattati dell’UE non utilizzano il concetto di proprietà per quanto riguarda le riserve auree, ma trattano solo la questione della loro “detenzione e gestione esclusiva”.

 

 

28/06/19

Il governo italiano ribelle mette nel mirino la banca centrale nella guerriglia con Bruxelles

Riportiamo il riassunto di un articolo di A. E. Pritchard pubblicato sul Telegraph, che fa un riepilogo delle ultime mosse del governo italiano in preparazione al confronto con le autorità europee. La coalizione di governo sembra affilare le proprie armi per condurre le battaglie europee, in modo da costringere la UE a prendere una decisione fondamentale: o esiste la volontà politica di cambiare le regole e  sanare le storture europee, oppure l’eurozona va smantellata a partire dai paesi del Nord, secondo il Manifesto di Solidarietà Europea.

 

 

Riassunto da un articolo di Ambrose Evans-Pritchard, 21 giugno 2019

 

 

Ambrose Evans-Pritchard si occupa del  nuovo fronte di confronto/scontro tra la UE e il Governo Italiano, riguardante il governo della Banca Centrale nazionale.

 

Una nuova proposta della coalizione di governo prevede che i membri del consiglio direttivo della Banca Centrale diventino di nomina governativa e parlamentare, e che non siano più di nomina interna come avviene attualmente. La Lega in particolare vedrebbe l’attuale Banca d’Italia come un feudo burocratico autoreferenziale, lontano da qualsiasi controllo democratico.

 

Pritchard collega questa iniziativa con l’introduzione dei “mini-bot”:

 

La proposta accompagna quella del mese scorso sull’introduzione dei “minibot” per consentire il pagamento di 53 miliardi di euro di arretrati a imprese e famiglie – uno strumento ambivalente, che potrebbe diventare una valuta parallela e una “Lira in pectore”.


 

Entrambe le misure vengono presentate come esercizi di efficientamento, che non rappresentano una minaccia per l’euro. Ma hanno chiaramente un altro scopo: sono pensate per attrezzare il governo ribelle con strumenti di resistenza se lo scontro con Bruxelles dovesse aumentare. “Abbiamo imparato la lezione della Grecia” ha detto un funzionario della Lega.


 

La proposta di statuto toglierebbe al Consiglio Superiore della Banca d’Italia i poteri di governare l’istituzione come un feudo burocratico. L’istituzione è vista dalla coalizione Lega-5 Stelle come implacabilmente ostile.


 

La legge è stata concepita dal Senatore Alberto Bagnai, un professore di economia di estrazione progressista che ha legato le sue sorti al partito nazionalista della Lega vedendolo come unico modo di “liberare” l’Italia – a suo parere – dalla trappola strutturale del regime eurista.


 

Il Telegraph si pone la questione dell’indipendenza delle Banche Centrali, obbligatoria secondo i trattati UE, che potrebbe venire violata da questa iniziativa. Ma fa rilevare che Bagnai è già pronto ad affrontare questa critica: semplicemente, le Banche Centrali degli altri paesi dell’eurozona sono già gestite in questo modo, e nessuno ha mai pensato che questo fosse in contraddizione con il principio della loro indipendenza:

 

Bagnai, che è a capo della commissione Finanze del Senato, ne è consapevole. Ha dichiarato al Corriere della Sera che il suo progetto si basa sul “modello Bundesbank”, dove le figure di spicco sono scelte in maniera mista dal governo e dal parlamento.


 

“Significa solo renderla meno autoreferenziale e così allinearsi agli standard europei. Il nostro sistema somiglia solo a quello della Grecia, dove la selezione del direttorio viene fatta solo affidandosi a organismi interni”, ha detto.


 

Pritchard riporta anche le parole di Bagnai riguardo all’uscita dall’euro: il programma elettorale della Lega prevedeva uno smantellamento dell’eurozona a partire dagli stati del Nord; un’uscita unilaterale dell’Italia “in questo momento sarebbe un atto suicida” e non troverebbe comunque il consenso del Paese, risultando quindi una scelta antidemocratica.

 

Secondo Pritchard, la strategia della Lega prevede che lo Stato italiano riprenda in mano il controllo del sistema economico (compresa la Banca Centrale nazionale), provocando nel frattempo un calo di consenso politico per l’euro nei paesi del Nord, mettendo a nudo i problemi dell’eurozona.

 

Il giornalista riprende a riguardo la posizione del premio Nobel Stiglitz:

 

L’economista premio Nobel Joseph Stiglitz dice che l’unica maniera in cui l’unione monetaria può essere smantellata senza traumi eccessivi è che la Germania – e altri stati creditori – lascino la struttura legale dell’eurozona. Le loro valute si apprezzerebbero, diminuendo il peso reale dei contratti di debito in euro.

 

“Se la Germania non vuole intraprendere i passi fondamentali necessari per migliorare l’unione monetaria, dovrebbe scegliere l’alternativa migliore: lasciare l’eurozona” ha detto.


 

L’Italia e gli stati più deboli rimarrebbero con un euro svalutato. Ciò ripristinerebbe il loro “equilibrio di tasso di cambio per la piena occupazione” mentre preserverebbe l’integrità dei contratti in euro, evitando una catena di fallimenti.


 

Pritchard si occupa anche del paragone con la crisi della Grecia del 2015. A suo tempo, il governo di Syriza si scontrò con la UE, poiché voleva porre fine alle politiche di austerità. In quel frangente, la Banca Centrale Greca si schierò politicamente dalla parte della UE, costringendo Tsipras e Varoufakis alla resa incondizionata. Il governo italiano ha studiato e imparato dall’esperienza greca:

 

Il riferimento di Bagnai alla Banca Centrale Greca dice molto. Gli euroscettici italiani hanno studiato la disfatta della Grecia nello scontro con la UE nel 2015, e hanno concluso che non devono assolutamente rischiare di trovarsi nella stessa situazione di vulnerabilità.


 

Yanis Varoufakis, allora ministro delle Finanze, ha dichiarato che la Banca Centrale Greca agì da esecutore della BCE e della struttura di potere UE contro il governo eletto di Syriza. Negò la liquidità di emergenza alle banche private e mise in ginocchio il paese. […]


 

Alla fine, Varoufakis non riuscì a perseguire una “guerriglia” contro la BCE o ad attivare la sua moneta parallela dato che la sua banca centrale lavorava essenzialmente per la parte avversa.


 

Anche l’Italia visse un’esperienza simile, nel 2011, quando la Banca d’Italia giocò un ruolo decisivo nel rovesciare il governo Berlusconi, usando come strumento di pressione lo spread:

 

Athanasios Orphanides, allora membro del consiglio direttivo della BCE, ha affermato che questi metodi fanno parte degli strumenti “oscuri” della BCE. “Minacciano i governi ribelli di distruggerli finanziariamente. Gli tagliano i rifinanziamenti e minacciano di uccidere il sistema bancario. Creano una crisi di rifinanziamento nel mercato obbligazionario. Questo è ciò che avvenne in Italia nel 2011”, ha detto.


 

La BCE scrisse una lettera segreta – stesa anche da Draghi, e più tardi rivelata al pubblico – che ordinava al governo di fare profondi cambiamenti alle leggi italiane sul mercato del lavoro e si occupava di aree politiche su cui la BCE non ha alcun mandato legale. Berlusconi disse che era vittima di un “colpo di stato”.


 

L’attuale governo italiano, non volendo correre rischi, sta compiendo i passi necessari per affrontare lo scontro con l’UE sulla base di presupposti diversi. Avere una Banca Centrale che risponde ai cittadini italiani – e non a se stessa o a Bruxelles – e una potenziale moneta alternativa pronta a essere messa in campo sono strumenti che potrebbero stavolta condurre a una vittoria nella battaglia contro la burocrazia europea.