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20/03/19

Censura e arresti a seguito dell’attacco di Christchurch

Dalla piattaforma alternativa off-Guardian pubblichiamo un articolo che mostra l’immancabile reazione orwelliana dei governi agli attacchi terroristici: deriva autoritaria con limitazione delle libertà individuali. I governi approfittano di queste crisi per rendere illegali la diffusione o persino il possesso di video ritenuti “sconvenienti”, così come la pubblicazione di testi ritenuti “riprovevoli”. La censura colpisce sempre gli individui e le voci alternative – mai i giganti mainstream, neanche quando questi hanno diffuso i contenuti incriminati. Le grandi piattaforme si schierano velocemente dalla parte del potente di turno, e continuano ad agire indisturbate.

 

 

Di Kit Knightly, 20 marzo 2018

 

 

Non importa quale sia l’origine della violenza, non importa quali ne siano le motivazioni, le vittime o il luogo, sembra che la reazione dei governi al “terrorismo” sia praticamente sempre la stessa – restringere con forza i diritti individuali.

 

Questa grande tradizione risale indietro per centinaia di anni, dal giro di vite di Giacomo I d’Inghilterra contro i cattolici dopo la Congiura delle Polveri, passando per quell'atto dispotico che è il Patrioct Act, approvato in meno di sei settimane dopo l’11 settembre. Solo lo scorso anno, gab.com è stata notoriamente messa sotto tiro in maniera pesante sulla scia dei (falsi) attentati “Magabomber” (un nostro articolo prevedeva che altre purghe erano all'orizzonte).

 

Il percorso è stabilito: lo Stato utilizzerà sempre – SEMPRE – una crisi, vera o fittizia, per aumentare il proprio potere. La maggior parte delle volte questo avviene a discapito della libertà individuale.

 

La sparatoria della moschea di Christchurch non fa certo eccezione alla regola. La polizia neozelandese sta attualmente minacciando dieci anni di carcere per la condivisione di filmati in live-streaming dell’evento, e altre pene sono previste anche solo per il possesso di una copia delle registrazioni. Come riporta RT [grassetto nostro]:

 

Le riprese video della sparatoria di venerdì dell’assassino Brenton Tarrant alla moschea di Christchurch – che ha fatto 50 vittime tra i fedeli – sono state rimosse da Facebook immediatamente dopo il massacro. Mentre in seguito i filmati proliferavano su varie piattaforme, le autorità neozelandesi hanno già incriminato un diciottenne per avere condiviso il video, oltre che per avere postato altri commenti “riprovevoli” nei giorni prima della sparatoria.

 

Il teenager rischia fino a dieci anni di carcere, secondo la legge neozelandese sui “materiali riprovevoli e vietati”. La polizia nel frattempo ha emesso un’aperta diffida nei confronti di chiunque altro stia cercando il video.

 

Questa repressione è, in breve, folle. Non si possono accusare le persone perché sono in possesso della copia di un video che è stato trasmesso in tempo reale su internet a milioni di persone, e di sicuro non si può rendere illegale perfino guardare quel video (inoltre, come popolo, dobbiamo resistere con forza all'idea che essere “riprovevoli” possa mai essere considerato un crimine. È una pazzia).

 

Nel 2014 la polizia metropolitana suggerì la stessa cosa a proposito del video dell’ISIS in cui James Foley veniva apparentemente decapitato (circostanza respinta come ridicola da un avvocato in questo articolo).

 

(NOTA: il motivo per cui alcuni video violenti vengano considerati “criminali” perfino da guardare e altri no, è una questione interessante. Si tratta solo di mania di controllo? O di qualcosa di più sinistro?)

 

Naturalmente, è impossibile che una sparatoria negli USA non provochi un coro indignato di persone che inveiscono contro il secondo emendamento, che chiedono che il governo prenda il drastico provvedimento di proibire il possesso privato di armi da fuoco (la cosa è in qualche modo meno pressante sotto Trump, perché nemmeno l’establishment liberal può seriamente allo stesso tempo da un lato sostenere che Trump è un fascista e dall'altro insistere nel togliere le armi ai civili. Tuttavia, fanno del loro meglio).

 

La Nuova Zelanda sta già “inasprendo” la sua legge sul possesso delle armi.

 

Ma la Nuova Zelanda si sta anche spingendo oltre – blocca i siti e i servizi che non hanno letteralmente alcuna connessione col video: sono soltanto eterodossi.

 

8chan è il sito dove il presunto killer ha fatto il suo “annuncio”, ma 4chan non era coinvolto. Entrambi sono stati messi fuori legge sia in Australia sia in Nuova Zelanda. Altri siti alternativi di video come LiveLeak e BitChute sono stati entrambi bloccati, nonostante nessuno dei due abbia ospitato il video. LiveLeak ha perfino rilasciato una dichiarazione dicendo che si rifiutava di pubblicarlo. Anche Dissenters, piattaforma di discussione di Gab, è stato bloccato. Non hanno alcuna connessione con l’uomo arrestato né con il crimine.

 

Perfino ZeroHedge apparentemente è bloccato – il loro crimine? Riportare estratti dal “manifesto” del killer.

 

Naturalmente, molti hanno riportato alcune brevi parti del documento. Nessuna delle piattaforme mainstream è stata bloccata. Facebook ha trasmesso il video in tempo reale – Facebook non è stato bloccato. Queste “repressioni” su internet non danneggiano mai i giganti di internet – si rivolgono solamente contro i piccoli.

 

Questo ricalca esattamente quanto avvenuto nel caso dello scorso anno della sparatoria di “Magabomber” alla sinagoga – dove il presunto bombarolo aveva un account Twitter e il tiratore un account Gab – ma solo Gab è stato messo fuori uso e bloccato.

 

Non conosciamo tutti gli elementi dell’attacco terroristico – se si trattava veramente di un pazzo solitario, o di un altro esempio di terrorismo di stato – ancora non c’è modo di sapere esattamente cos'è successo. Ma qualunque cosa sarà, non si può assolutamente negare che il governo neozelandese sta già usando quanto avvenuto come pretesto per andare oltre e mettere a tacere il dissenso e la libertà di parola su internet.

 

Questa faccenda si diffonderà. Il Parlamento e il Congresso e tutti richiederanno “un'azione” da parte dei giganti di internet, e Google darà un’altra aggiustata ai suoi algoritmi, in modo da portare ancora più in evidenza i media mainstream e mettere in ombra le alternative. Facebook e Twitter applicheranno sempre più lo “shadowban” (azione per cui un utente è bloccato senza che gli venga notificato, NdVdE) o la messa in quarantena di pagine – erigendo ostacoli che impediscano alle informazioni di arrivare nei posti sbagliati.

 

L’”hate speech” diventerà un “crimine” punibile con il divieto di accesso a internet o con multe di enormi somme di denaro… e l’esatta definizione legale di questo “hate speech” resterà confusa e vaga. Cambierà per adeguarsi ai bisogni del governo.

 

Verrà un giorno in cui perfino articoli come questo, che commentano l’atteggiamento sempre più autoritario dei governi occidentali, saranno ritenuti inaccettabili e rimossi perché “alimentano il dissenso” o “promuovono teorie complottistiche”.

 

Aumentare la consapevolezza e incoraggiare la protesta sono gli unici modi per evitare che ciò accada.

 

 

02/01/19

Internet? In gran parte è finto

Da quando ha fatto la sua comparsa, Internet ha portato al normale cittadino la possibilità pressoché illimitata di accedere a fonti di informazioni una volta inaccessibili, a causa della distanza fisica: biblioteche, archivi, blog, siti di informazione, social media, etc. Tuttavia, accanto a questo lato libertario, internet nasconde anche una faccia oscura, che interagisce con noi molto più frequentemente di quanto pensiamo e che riguarda soprattutto il mondo della pubblicità. Negli ultimi anni, abbiamo progressivamente scoperto che le metriche (le "visualizzazioni") definite dai giganti del web e usate per misurare il successo dei video sono o poco chiare o palesemente finte; che esistono mercati per la manipolazione del numero di follower sui social media  - attraverso account fake - o di quello dei like e dei click a contenuti - attraverso le click farm - o addirittura del numero e della qualità delle recensioni di prodotti e servizi. Quasi la metà del traffico su internet è generato da bot, software autonomi sempre più capaci di imitare il comportamento umano, proprio per aumentare l'impatto delle campagne pubblicitarie. Se a questo uniamo il proliferare di influencer reali o virtuali e di tecnologie che consentono di manipolare facilmente video e immagini, diviene sempre più difficile distinguere il genuino dal falso. Insomma, la logica commerciale sta trasformando la rete, in un modo che non sembra facile da fermare e che solleva ulteriori seri dubbi sulle sue potenzialità palingenetiche, oggi abbracciate da diverse forze politiche in tutto il mondo. Da Intelligencer.

 

di Max Read, 26 dicembre 2018

 

 

A fine novembre, il dipartimento di Giustizia ha reso pubbliche le accuse contro otto persone, incolpate di aver spennato agli inserzionisti 36 milioni di dollari in due delle più grandi frodi sulla pubblicità digitale mai scoperte. Gli inserzionisti di pubblicità digitali tendono a volere due cose: che le persone guardino le loro pubblicità e che siti internet "premium" - ad esempio pagine legittime e riconosciute - le ospitino.

 

I due schemi di frode in discussione, soprannominati Methbot e 3ve dai ricercatori che li hanno scoperti, hanno falsificato entrambe. I truffatori hanno infettato 1,7 milioni di computer con un malware che da remoto indirizzava il traffico verso siti "spoofed" - "siti internet vuoti, progettati per il traffico dei bot [software in grado di compiere operazioni in modo del tutto autonomo, ndr]" che pubblicavano un annuncio video comprato da uno dei grandi programmatic ad-exchange [piattaforme che consentono a software specializzati di acquistare banner e altre forme pubblicitarie digitali offerte su siti e altre piattaforme, ndr], ma che erano progettati, secondo le accuse, "per ingannare gli inserzionisti facendo loro credere che una copia di un loro annuncio fosse pubblicata su un sito premium", come Vogue o The Economist. Le visualizzazioni, nel frattempo, erano falsificate da computer infettati da malware con tecniche meravigliosamente sofisticate per imitare gli esseri umani: i bot "falsificavano i click, i movimenti del mouse e le informazioni di login ai social network per mascherarsi da consumatori umani coinvolti". Alcuni erano usati per navigare in internet e raccogliere i cookie di tracciamento da altri siti, proprio come avrebbero fatto visitatori umani dal comportamento normale. Persone finte con cookie finti e account finti su social media, che facevano finta di muovere i loro cursori finti e di fare finti click su siti finti - i truffatori sostanzialmente avevano creato un simulacro di internet, dove le uniche cose reali erano gli annunci.

 

Quanta parte di internet è falsa? Gli studi in generale suggeriscono che, ogni anno, meno del 60% del traffico internet è di origine umana; in alcuni anni, secondo qualche ricercatore, una buona parte, maggioritaria, del traffico è creata dai bot. Come ha riportato Times quest'anno, per un certo periodo di tempo nel 2013 una buona metà del traffico YouTube è stato generato da "bot mascherati da persone", una frazione così grande che gli impiegati temevano un punto di svolta oltre il quale i sistemi utilizzati da YouTube per rilevare il traffico fraudolento avrebbero iniziato a considerare finto sia il traffico bot che quello realmente umano. Hanno chiamato questo evento ipotetico "l'Inversione".

 

Nel futuro, quando guarderò indietro dalla prigione ad alta tecnologia per videogiocatori nella quale il Presidente PewDiePie mi avrà imprigionato, ricorderò il 2018 come l'anno in cui avvenne l'Inversione su internet, non in un senso strettamente numerico - poiché i bot hanno già superato in numero gli umani online per più anni di quanti sia avvenuto il contrario - ma in un senso percettivo. Internet è sempre stato rifugio, nei suoi anfratti oscuri, di banchi di catfish [letteralmente pesci gatto, termine usato per indicare finti profili social, ndr] e ambasciate di principi nigeriani, ma quell'oscurità adesso pervade ogni suo aspetto: qualsiasi cosa una volta sembrasse definitivamente e senza ombra di dubbio reale adesso pare vagamente finta; qualsiasi cosa una volta sembrasse vagamente finta adesso ha il potere e la presenza del reale. La "falsità" di internet nell'epoca post-Inversione ha meno a che vedere con una falsità valutabile e più con una particolare qualità dell'esperienza - l'inquietante sensazione che quello che si incontra online non sia "reale" ma nemmeno inconfutabilmente "finto", e infatti potrebbe essere entrambe le cose allo stesso tempo o in successione, a seconda di come lo rigiri nella tua testa.

 

Le metriche sono finte

 

Prendiamo qualcosa così apparentemente semplice come il modo in cui misuriamo il traffico su internet. Le metriche dovrebbero essere le cose più reali in internet: sono enumerabili, tracciabili, e verificabili, e la loro esistenza è alla base del settore della pubblicità, che guida le nostre più grandi piattaforme social e di ricerca. Tuttavia nemmeno Facebook, la più grande organizzazione al mondo di raccolta dati, sembra in grado di produrre cifre genuine. A ottobre, piccoli inserzionisti hanno fatto causa al gigante dei social media, accusandolo di aver coperto per un anno le sue considerevoli esagerazioni sul tempo che i suoi utenti passano a guardare video sulla piattaforma (dal 60% all’ 80%, dice Facebook; dal 150% al 900%, dicono i querelanti). Secondo quanto risulta da una lista esaustiva di MarketingLand, negli ultimi due anni Facebook ha ammesso di aver riportato in modo errato il reach [il numero di individui unici che lo hanno visto, ndr] di un post su Facebook Pages (in due modi differenti), la frequenza con cui gli spettatori terminano di vedere i video pubblicitari, il tempo medio che passano a leggere gli "Instant Articles", la quantità di traffico referral [le sorgenti di traffico verso un sito, ndr] da Facebook verso siti esterni, il numero di visualizzazioni che i video hanno ricevuto dal sito Facebook per smartphone, e il numero di visualizzazioni video su Instant Articles.

 

Possiamo ancora credere nelle metriche? Dopo l'Inversione, che senso ha? Anche se vogliamo avere fiducia nella loro accuratezza, c'è qualcosa di non molto reale che le riguarda: la mia statistica preferita quest'anno è stata l'affermazione di Facebook che 75 milioni di persone ogni giorno hanno guardato almeno un minuto dei video su Facebook Watch - anche se, ammette Facebook, il video non necessariamente deve essere visto consecutivamente nei 60 secondi all'interno di quel minuto. Video reali, persone reali, minuti finti.

 

Le persone sono finte

 

E forse non dovremmo nemmeno presumere che le persone siano reali. Cessato su YouTube, l'affare di comprare e vendere visualizzazioni dei video sta "fiorendo", come ricorda Times ai suoi lettori con una interminabile inchiesta ad agosto. La società dice che soltanto "una piccola frazione" del suo traffico è finta, ma i sottoscrittori finti sono un problema così grosso che il sito si è lanciato nell'epurazione degli "account spam" [account indesiderati, ndr] a metà dicembre. In questi giorni, ha scoperto Times, si possono comprare 5.000 visualizzazioni YouTube - 30 secondi di un video valgono come una visualizzazione - per appena 15 dollari; spesso i clienti sono portati a credere che le visualizzazioni che comprano vengano da persone reali. Più probabilmente, vengono da bot. Su alcune piattaforme, le visualizzazioni video e il download di app possono essere falsificate con remunerative operazioni industriali di contraffazione. Se volete un'immagine di quello a cui assomiglia l'Inversione, cercate un video di una "click farm" [fabbriche dei click, luoghi dove gruppi di persone o bot generano click o likes a favore di particolari contenuti/pubblicità, ndr]: centinaia di smartphone individuali, disposti in file su mensole o rack in uffici dall'aspetto professionale, tutti che guardano lo stesso video o che scaricano la stessa app.

 



Ovviamente questo non è traffico umano. Ma a cosa assomiglierebbe il vero traffico umano? L'Inversione fa sorgere alcuni strani dilemmi filosofici: se un troll russo che usa la fotografia di un uomo brasiliano per mascherarsi da sostenitore americano di Trump guarda un video su Facebook, quella visualizzazione è "reale"? Non ci sono solo bot che si mascherano da umani e umani che si mascherano da altri umani, ma qualche volta anche umani che si mascherano da bot, facendo finta di essere una "intelligenza artificiale assistente personale", come "M" di Facebook, per aiutare le società tecnologiche a fingere di possedere una AI all'avanguardia. C'è persino, qualunque cosa sia, l'influencer CGI [computer-generated imagery, immagini generate al computer, ndr] Lil Miquela su Instagram: un umano finto con un corpo vero, una faccia finta, e influenza reale. Anche gli esseri umani che non si mascherano possono contorcersi in strati di realtà diminuita: The Atlantic riporta che influencer umani non-CGI stanno postando falsi contenuti sponsorizzati - ovvero contenuti intesi come contenuti destinati ad apparire autentici, gratis - per attrarre l'attenzione di rappresentanti di brand che, sperano, li pagheranno con soldi veri.

 

Gli affari sono finti

 

I soldi di solito sono reali. Non sempre - chiedetelo a qualcuno che ha entusiasticamente comprato criptovalute l'anno scorso - ma abbastanza spesso da essere un motore dell'Inversione. Se il denaro è reale, perché deve esserlo anche qualsiasi altra cosa? All'inizio di quest'anno, la scrittrice e artista Jenny Odell ha iniziato a esaminare un rivenditore di Amazon che aveva comprato beni da altri rivenditori di Amazon e li aveva rivenduti, sempre su Amazon, ad un prezzo maggiorato. Odell ha scoperto una elaborata rete di finte imprese che gonfiavano prezzi e rubavano i diritti d'autore, collegate alla Chiesa Evangelica i cui seguaci nel 2013 avevano resuscitato Newsweek in qualità di spam farm [un gruppo di siti internet che hanno link ognuno verso gli altri, in modo da emergere meglio tra i risultati di un motore di ricerca, ndr] zombie ottimizzata per i motori di ricerca. Odell ha visitato una strana libreria gestita dal rivenditore a San Francisco e ha trovato una rachitica riproduzione in cemento delle vetrine abbaglianti in cui si era imbattuta su Amazon, sistemata a caso con i libri più venduti, ninnoli di plastica, e prodotti di bellezza comprati apparentemente da grossisti. "Ad un certo punto ho iniziato a sentirmi come se fossi in un sogno", ha scritto. "O come se fossi mezza sveglia, incapace di distinguere il virtuale dal reale, il locale dal globale, un prodotto da un'immagine di Photoshop, il genuino dal falso".

 

I contenuti sono finti

 

L'unico sito che mi dà quella sensazione da capogiro di irrealtà tanto spesso quanto Amazon è YouTube, che ospita settimane di contenuti inumani, da Inversione. Episodi televisivi che sono stati specularmente capovolti per evitare di pagare i diritti d'autore vengono trasmessi dopo vlogger imbroglioni che fustigano il merchandising, che vengono trasmessi dopo video prodotti in modo anonimo, apparentemente per bambini. Una video animazione di Spider Man e Elsa di Frozen che guidano trattori non è, lo sapete, reale: qualche poveretto ha fatto l'animazione e ha dato voce ai loro attori, e non ho alcun dubbio che un certo numero (dozzine? Centinaia? Milioni? Sicuro, perché no?) di bambini si è seduto e lo ha guardato e ci ha trovato qualche divertimento occulto e ingannatore. Ma di certo non è "ufficiale", ed è difficile, guardando da adulto sullo schermo, capire da dove venga e cosa significhi che il contatore di visualizzazioni sotto di esso cresca continuamente.

 

Questi, almeno, sono per la maggior parte video pirata di popolari personaggi di fantasia, ovvero irrealtà contraffatta. La realtà contraffatta è ancora più difficile da trovare - per adesso. A gennaio 2018, un utente Reddit anonimo ha creato una versione app-desktop facile da usare di "deepfakes", la famigerata tecnologia che usa l'intelligenza artificiale nell'elaborazione delle immagini per sostituire una faccia con un'altra nei video - mettendo, diciamo, quella di un politico sopra quella di una stella del porno. Un recente studio accademico dei ricercatori della società di schede grafiche Nvidia mostra una tecnica simile usata per creare immagini di facce "umane" generate dal computer che assomigliano incredibilmente a fotografie di persone vere (la prossima volta che i russi vogliono fare i burattinai su Facebook di un gruppo di americani inventati, non avranno nemmeno bisogno di rubare foto di persone reali). Contrariamente a quello che vi potreste aspettare, un mondo permeato da deepfakes e altre immagini fotografiche generate artificialmente non sarà un mondo nel quale le immagini "false" abitualmente saranno ritenute vere, bensì sarà un mondo nel quale le immagini "vere" saranno sistematicamente credute false - semplicemente perché, sulla scia dell'Inversione, chi sarà in grado di distinguere la differenza?

 

La nostra politica è finta

 

Una tale perdita di qualsiasi "realtà" di ancoraggio ci farà solo rimpiangerla ancora di più. La nostra politica è stata invertita insieme a tutto il resto, permeata di un senso gnostico di essere stati truffati, defraudati e ingannati, ma anche che una "verità vera" si annidi ancora da qualche parte. Gli adolescenti sono profondamente coinvolti dai video di YouTube che promettono di mostrare la dura realtà sotto le "truffe" del femminismo e della diversità - un processo che chiamano "prendere la pillola rossa", dalla scena in The Matrix in cui la simulazione al computer svanisce e appare la realtà. Le discussioni politiche adesso includono lo scambio di accuse sulla "segnalazione di virtù" - l'idea che i liberali stiano fingendo i loro ideali politici per ottenere una ricompensa sociale - con quelle di essere bot russi. L'unica cosa su cui tutti possono essere d'accordo è che tutti online mentono e sono falsi.

 

Noi stessi siamo finti

 

Quest'anno ovunque sia andato online, mi è stato chiesto di dimostrare di essere un essere umano. Puoi ridigitare questa parola distorta? Puoi trascrivere questo numero civico? Puoi selezionare le immagini che contengono una moto? Mi sono ritrovato quotidianamente prostrato ai piedi dei bot buttafuori, mostrando freneticamente le mie sviluppatissime abilità di abbinamento di modelli - anche una Vespa conta come una motocicletta? - cosicché potessi entrare in nightclub in cui non sono nemmeno sicuro di voler entrare. Una volta dentro, sono stato guidato da cicli retroattivi di dopamina a restare ben oltre ogni limite sano, sono stato manipolato da titoli e post carichi emotivamente perché facessi clic su cose di cui non mi importava, e affrettato, incoraggiato e lusingato in argomenti e acquisti e relazioni così algoritmicamente determinate che era difficile descriverle come reali.

 

Dove ci porta tutto questo? Non sono sicuro che la soluzione sia quella di cercare un po' di autenticità pre-Inversione - riprendere la pillola rossa per tornare indietro alla "realtà". Quel che è sparita da Internet, dopo tutto, non è la "verità", ma la fiducia: la sensazione che le persone e le cose che incontriamo non sono ciò che dicono di essere. Anni di crescita guidata dalle metriche, remunerativi sistemi di manipolazione e piattaforme non regolamentate per le compravendite, hanno creato un ambiente in cui ha più senso essere finto online - essere disonesto e cinico, mentire e imbrogliare, travisare e distorcere - di quanto lo abbia essere reali. Riparare questo ambiente richiederebbe una riforma culturale e politica nella Silicon Valley e in tutto il mondo, ma è la nostra unica scelta. Altrimenti finiremo tutti nell'internet bot delle persone false, dei clic falsi, dei siti falsi e dei computer falsi, dove l'unica cosa reale sono le pubblicità.

12/09/18

Il Parlamento europeo minaccia Internet con una catastrofica legge sul copyright

Come sempre accade, la UE applica il ben noto metodo-Juncker. Anche la legge sul copyright - la direttiva liberticida presentata a luglio e bocciata causa le numerose e forti proteste dal mondo del web - viene riproposta con pochi cambiamenti cosmetici, finché non verrà approvata,  in barba alla logica e alla volontà popolare. La narrazione mainstream vuole che si tratti di regole per limitare lo strapotere delle major come Google e Facebook, nella realtà si tratta di burocrazia e di costi fissi che limiteranno la libera circolazione delle informazioni sulla rete facendo scomparire gli attori piccoli e medi – come anche noi di Voci dall’Estero.

 

 

Di Rhett Jones, 12 settembre 2018

 

 

I membri del Parlamento Europeo oggi hanno votato a favore di una profonda revisione delle leggi sul copyright dell’Unione europea, compresi due articoli controversi che minacciano di mettere ancora più potere nelle mani delle aziende tecnologiche più ricche e, in generale, di compromettere internet.

 

Complessivamente, i Parlamentari hanno votato a favore della Direttiva UE sui diritti d’autore con una forte maggioranza, di 438 a 226. Ma il processo non è finito. Ci sono diverse altre procedure parlamentari da superare, e i singoli paesi dovranno poi decidere come intenderanno applicare le regole. Questo è in parte il motivo per cui è così difficile suscitare il pubblico interesse sulla questione.

 

Quest’estate era sorto un movimento di opposizione alla legge, culminato con la decisione del Parlamento di prendere in esame degli emendamenti nel mese di luglio. Molti pensavano che il peggio fosse scongiurato. Ma si sbagliavano – capitemi bene, il voto di oggi in favore della direttiva avrà pesanti conseguenze.

 

Le questioni più spinose della legge riguardano gli articoli 11 e 13, rispettivamente noti come la “tassa sul link” e il “filtro di upload" .

 

In breve, la tassa sul link dovrebbe limitare lo strapotere di piattaforme giganti come Google e Facebook, imponendo loro di pagare i mezzi di informazione per il diritto di linkare o citare gli articoli da loro provenienti. Ma i critici dicono che questa regola colpirà per lo più i siti web più piccoli che non possono permettersi di pagare la tassa, mentre i giganti tecnologici potranno facilmente pagarla o semplicemente decidere di non mettere il link al mezzo di informazione. Quest’ultimo caso si è già verificato quando questa regola è stata sperimentata in Spagna. Oltre a inibire la diffusione delle notizie, la tassa sul link potrebbe rendere quasi impossibile a Wikipedia e ad altre fonti di istruzione non-profit continuare con il loro lavoro, tutto basato su link e citazioni.

 

La parte della legge che riguarda il filtro di upload richiede che tutte le piattaforme, escluse le piccole e micro imprese, usino un sistema di content ID per prevenire che materiale protetto da copyright venga caricato sui siti. I siti dovranno affrontare eventuali penali di copyright nel caso in cui qualche materiale di questo tipo superi il filtro. Dal momento che perfino i migliori sistemi di filtro, come quelli di YouTube, sono tuttora scarsissimi, secondo i critici l’inevitabile conseguenza sarà un filtro eccessivo applicato a tappeto. Il riutilizzo e la condivisione di materiale di pubblico dominio e altri usi appropriati diverrebbero facilmente vittime delle piattaforme, che preferirebbero andare sul sicuro, escludere i contenuti dubbi, ed evitare le battaglie legali. I troll dei diritti d’autore potrebbero verosimilmente rivendicare in maniera fraudolenta la proprietà intellettuale di alcuni contenuti,  con pochi ricorsi da parte delle vittime.

 

Abbiamo analizzato più in dettaglio tutte le implicazioni della direttiva sul diritto d’autore, ma il punto fondamentale è che è talmente intrisa di espressioni vaghe e vicoli ciechi che ci è impossibile dire quali saranno le sue conseguenze. Joe McNamee, direttore esecutivo per l’associazione dei diritti digitali EDRi, ha dichiarato recentemente a The Verge: ”La norma è talmente complicata che venerdì il comitato per gli affari legali [del Parlamento europeo] ha twittato una valutazione errata di ciò che sta accadendo. Se non capiscono loro le regole, come possiamo sperare di farlo noi?”. Mentre ci accingiamo a vivere una vita parallela online, una legislazione di questo genere è molto pericolosa.

 

In una dichiarazione resa a Gizmodo, Julia Reda, membro del Parlamento europeo, ha dichiarato che “Sfortunatamente, tutte le preoccupazioni sollevate da accademici, esperti e utenti di internet che hanno portato alla bocciatura del testo lo scorso luglio, rimangono tuttora valide”. La Reda ha dichiarato che la UE si affida a delle “pie illusioni” anziché affrontare gli evidenti problemi della direttiva. La sua valutazione complessiva del voto è stata schietta: “La decisione di oggi è un duro colpo a un internet libero e aperto. Applicando nuovi limiti legali e tecnici a quanto viene inviato e condiviso online, il Parlamento europeo  mette i profitti delle multinazionali davanti alla libertà di espressione e abbandona i principi che per lungo tempo  avevano fatto di internet quello che è oggi”.

 

A gennaio è prevista una nuova votazione, ma la Reda crede che la decisione finale verrà presa la prossima primavera. Nel caso in cui la legge venisse confermata,  di sicuro sarà concesso un po’ di tempo alle piattaforme per la sua implementazione. Come abbiamo visto nel caso della legge UE GDPR sulla privacy, molte piattaforme importanti sono state oscurate quando questa è divenuta operativa, anche se avevano avuto due anni di preavviso. I cittadini UE che si oppongono a questa legge sbagliata non devono pensare che la questione è chiusa, ma rendersi conto che nei mesi a venire sarà necessaria moltissima pressione per risolvere questo pasticcio.

 

 

 

 

05/08/18

La fusione tra Amazon e apparati statali è un segnale della deriva del neoliberismo verso il neofascismo

Il neoliberismo è un'ideologia che aspira a rompere qualsiasi regola, a superare qualsiasi limite, nella sua corsa volta a mercificare tutto per trarne un maggior profitto. In questa foga iconoclastica, che strada facendo si infarcisce di un lessico mistico e di dogmi semi-religiosi, tutto ha un suo prezzo, anche la verità, le opinioni, la privacy. Amazon, che da semplice sito di e-commerce ha esteso il suo campo di azione all'hosting di siti web, all'editoria e ai servizi di sorveglianza, sta oggi abbattendo ogni barriera tra pubblico e privato, tra stato e business. Con gli enormi mezzi economici e tecnologici a sua disposizione, le ripercussioni di questa "rottura" sono potenzialmente catastrofiche.

 

di Elliott Gabriel, 29 giugno 2018

 

 

Quest'anno potrebbe passare alla storia come un punto di svolta, in cui il mondo ha finalmente preso coscienza del lato oscuro dell’onnipresenza dei colossi della Silicon Valley nella nostra vita quotidiana. O almeno, così si spera.

 

Da Amazon a Facebook, Apple, Google, Microsoft e PayPal - tra le altre - sono trapelate rivelazioni che confermano il continuo abuso dei dati degli utenti da parte di società monopolistiche, nonché il loro crescente ruolo come fornitori di tecnologia di sorveglianza per lo stato di polizia, i militari e le agenzie di detenzione per migranti degli Stati Uniti.

 

A marzo è scoppiato lo scandalo dei dati degli utenti di Facebook raccolti da Cambridge Analytica, che utilizzava le informazioni personali per creare milioni di "profili psicologici" dettagliati per la campagna presidenziale di Trump. Appena due settimane dopo, lo staff di Google è andato in subbuglio sulla questione del "Progetto Maven", una piattaforma di intelligenza artificiale che potenzierà enormemente le capacità della flotta mondiale di droni militari degli Stati Uniti di raggiungere i bersagli automaticamente. Di fronte allo sdegno pubblico e al dissenso interno, l'azienda ha ritirato la sua candidatura a rinnovare il contratto col Pentagono, che scade il prossimo anno.

 

Adesso i dipendenti e gli azionisti di Amazon.com - il più grande operatore di marketing online e cloud computing del mondo - chiedono che l'amministratore delegato Jeff Bezos interrompa la vendita del suo servizio di riconoscimento facciale - Rekognition di Amazon Web Services (AWS) - alle forze dell'ordine degli Stati Uniti, incluso il Dipartimento per la sicurezza interna - Immigrazione e dogane (DHS-ICE).

 

"Come dipendenti eticamente impegnati, chiediamo di poter scegliere ciò che costruiamo e di aver voce in capitolo sul modo in cui viene utilizzato", si legge nella lettera. "La storia ci insegna che i sistemi IBM furono impiegati negli anni '40 per aiutare Hitler.

 

"All'epoca IBM non si assunse alcuna responsabilità e, quando il loro ruolo divenne chiaro, era troppo tardi", con riferimento alle collusioni con la messa in operatività dei campi di sterminio nazista durante la seconda guerra mondiale. "Non permetteremo che accada di nuovo. È arrivato il momento di agire."

 

Presentato a novembre 2016 come parte della suite di cloud AWS, Rekognition analizza immagini e filmati per riconoscere gli oggetti fornendo al contempo analisi agli utenti. Permette inoltre agli utenti di "identificare persone sospette tramite una collezione di milioni di immagini facciali quasi in tempo reale, consentendone l'utilizzo per una tempestiva e accurata prevenzione del crimine", come si legge nel materiale promozionale. Le forze dell'ordine, come l’ufficio dello sceriffo della Contea di Washington, pagano da $6 a $12 al mese per l'accesso alla piattaforma, che mette gli agenti in condizione di confrontare in tempo reale il database di foto segnaletiche con delle riprese dal vivo.

 

I dipendenti di Amazon hanno citato un rapporto dell'ACLU in cui si rileva che Rekognition dell'AWS "solleva profonde preoccupazioni per le libertà e i diritti civili" poiché è "suscettibile di abusi". Tra gli utilizzi potrebbero essere inclusi il monitoraggio del dissenso, oltre al possibile impiego della tecnologia da parte dell'ICE per sorvegliare costantemente gli immigranti nell’ambito della sua politica di "tolleranza zero" di detenzione di famiglie e bambini migranti al confine tra Stati Uniti e Messico.

 

In una lettera distribuita sulla mailing list "non lo costruiremo", i dipendenti di Amazon espongono la loro opposizione alla collusione del loro datore di lavoro con le operazioni di arresto e di incarcerazione di massa dei migranti da parte della polizia e del DHS-ICE:

 

"Non c’è bisogno di attendere per scoprire come verranno utilizzate queste tecnologie. Sappiamo già che in un clima di militarizzazione senza precedenti della polizia, di rinnovati attacchi agli attivisti neri e di ampliamento di una forza di deportazione federale colpevole di violazioni dei diritti umani - questo sarà un altro potente strumento per lo stato di sorveglianza, e in ultima analisi danneggerà i più emarginati."


 

Per il giornalista Yasha Levine, lo scalpore sollevato da AWS Rekognition non è certo una novità.

 

Come nel caso di Google e di altre aziende di punta che lavorano per Washington, si tratta solo di un altro capitolo nella lunga integrazione della Silicon Valley con l'apparato statale di repressione.

 

"Questa non è una pietra miliare di un’ipotetica ‘Apocalisse della Sorveglianza’, è solo il segno di dove siamo ormai da tempo giunti", ha dichiarato Levine a MintPress News.

 

https://twitter.com/yashalevine/status/1010158498804576257?ref_src=twsrc%5Etfw%7Ctwcamp%5Etweetembed%7Ctwterm%5E1010158498804576257&ref_url=https%3A%2F%2Fwww.mintpressnews.com%2Famazons-fusion-with-the-state-shows-neoliberalisms-drift-to-neo-fascism%2F244967%2F

 

In questo caso l'indignazione dei lavoratori di Amazon è stata probabilmente provocata dalle recenti polemiche sulle separazioni di famiglie migranti dell'America Centrale nei campi di concentramento al confine sud degli USA, insieme al ruolo chiave svolto da Amazon nell'”ecosistema” dei dati dell'ICE, fondamentale per il funzionamento delle operazioni di controllo, detenzione di massa e respingimento degli immigrati da parte dell'ICE.

 

Nella loro lettera, i dipendenti di Amazon criticano il ruolo dell’azienda nella piattaforma Palantir in dotazione all'ICE:

 

"Sappiamo anche che Palantir opera su AWS. E sappiamo che l'ICE si affida a Palantir per gestire i suoi programmi di detenzione e deportazione. Insieme al resto del mondo, abbiamo recentemente assistito con orrore mentre le autorità degli Stati Uniti strappavano i bambini ai loro genitori. Dal 19 aprile 2018 il Dipartimento della Sicurezza Nazionale ha inviato quasi 2000 bambini ai centri di detenzione di massa...Di fronte a questa immorale politica americana e al trattamento sempre più disumano di rifugiati e immigrati negli Stati Uniti anche al di là di queste politiche specifiche, siamo profondamente preoccupati dal coinvolgimento di Amazon, che fornisce infrastrutture e servizi a ICE e DHS."


 

Nel 2014, ICE ha concesso a Palantir un contratto da 41 milioni di dollari per il sistema Investigative Case Management (ICM), che ha notevolmente ampliato la capacità di condividere le informazioni tra l'agenzia ed altre banche dati, tra i quali quelle dell’FBI, l’agenzia federale antidroga e l’Ente contro il traffico di Alcol, Tabacco e Armi da fuoco. Il contratto ha permesso ad ICE di aumentare significativamente gli arresti e le incarcerazioni di clandestini, sulla base dei diversi dati raccolti da Palantir e salvati sui server di Amazon Web Services.

 

https://www.youtube.com/watch?v=e6OebM0dQ8g

 

"Su Amazon è possibile per chiunque noleggiare le funzionalità [di Rekognition] con la stessa facilità con cui si può affittare uno spazio web, o sottoscrivere un piano di pagamenti con Amazon", ha commentato Levine.

 

Nel suo nuovo libro, Surveillance Valley: The Hidden History of the Internet, Levine descrive la stretta relazione tra i Big Data e lo stato di polizia americano. Nell'introduzione al suo libro si legge:

 

"Da Amazon a eBay a Facebook - la maggior parte dei servizi Internet che utilizziamo ogni giorno sono divenute aziende onnipotenti che tracciano e profilano gli utenti, perseguendo contemporaneamente partnership e rapporti commerciali con le principali agenzie militari e di intelligence degli Stati Uniti. Alcune parti di queste società sono così strettamente intrecciate con i servizi di sicurezza americani che è difficile dire dove finisce il privato e dove inizia lo stato".


 

Dopo aver conquistato la vendita al dettaglio e online, il prossimo obiettivo di Amazon è lo stato

 

[caption id="attachment_15687" align="alignnone" width="1024"] Il presidente Barack Obama stringe la mano ai lavoratori dopo aver parlato al centro di distribuzione Amazon di Chattanooga, Tennessee, il 30 luglio 2013. Susan Walsh | AP[/caption]

 

Concepito dal fondatore Jeff Bezos come un "negozio universale", che vende prodotti dai libri ai DVD e alla musica, Amazon ha a lungo rappresentato una grave minaccia per il mercato tradizionale dei punti vendita, poiché tra la fine degli anni '90 e gli anni 2000 ha spazzato via grandi e piccoli librerie in un mucchio di cenere del commercio al dettaglio.

 

"Amazon è ormai diventato di fatto il negozio universale in America - è scioccante pensare al giro di affari e di denaro che controlla", ha detto Levine, aggiungendo che il potere dell'azienda "è abbastanza deprimente."

 

L’azienda è diventata anche la più grande società di hosting Internet al mondo, attraverso la sua piattaforma di cloud computing Amazon Web Services. A partire dal 2006, AWS ha svolto un ruolo analogo alla piattaforma di vendita di Amazon.com nel sostituirsi ai tradizionali provider di data center e alle piattaforme professionali IT, raggiungendo un livello di centralizzazione inimmaginabile in termini di archiviazione dei dati e funzionalità informatiche a basso costo. Per un certo periodo persino Dropbox è stata ospitata nel cloud AWS.

 

https://www.youtube.com/watch?v=3VUGj34jTqY

 

Il successo dell'azienda come principale rivenditore e servizio di cloud computing al mondo è strettamente correlato ai livelli di sorveglianza di Amazon non solo nei confronti dei consumatori, ma soprattutto su una forza lavoro dipendente enorme e fortemente sfruttata. Come Levine spiega nel suo libro:

 

"[Amazon] archivia le abitudini di acquisto delle persone, le loro preferenze sui film, i libri a cui sono interessati, la velocità con cui leggono i libri sui loro Kindle, e le sottolineature e note a margine. Inoltre tiene sotto controllo i suoi magazzinieri, monitorando i loro movimenti e cronometrando le loro prestazioni.


 

Per gestire una tale mole di dati Amazon ha bisogno di un'incredibile potenza di elaborazione, e questa esigenza ha generato il redditizio business collaterale di noleggio di archiviazione sui suoi enormi server ad altre società".


 

Durante le elezioni presidenziali americane del 2012, il software AWS ha fornito quasi tutti gli aspetti dell'analisi dei big data della campagna di rielezione del presidente Barack Obama, dalla gestione web alla gestione delle mailing list, alla raccolta dei dati, assegnazione dei volontari, manutenzione del database di informazioni sugli elettori e "elaborazione in blocco delle transazioni" per le donazioni.

 

https://www.youtube.com/watch?v=0XY39eRFA9I

 

All'inizio del 2013, un accordo segreto ha assegnato ad Amazon un contratto da 10 anni e 600 milioni di dollari per fornire servizi cloud alla Central Intelligence Agency e alle 17 agenzie di intelligence.

 

Il contratto di Langley con una società così orientata al commercio come Amazon, piuttosto che all'offerente rivale IBM, ha provocato onde d'urto nel settore tecnologico, ma l’azienda si è vantata del fatto che ciò fosse dovuto al fatto di poter fornire alla CIA una "piattaforma tecnologica superiore", oltre alla sua capacità di fornire "la sicurezza ed affidabilità necessarie per sistemi che presentano criticità di obiettivo".

 

La piattaforma di Amazon sarà presto sede di un importante progetto di intelligence della CIA soprannominato "Mesa Verde", che utilizzerà il software cloud C2S dell'agenzia costruito su AWS in più esperimenti volti ad analizzare migliaia di terabyte di dati, inclusi dati internet pubblici, utilizzando strumenti di elaborazione del linguaggio naturale, analisi del clima di fiducia e visualizzazione dei dati.

 

Secondo un rapporto di Bloomberg Government di maggio, AWS è l'unica piattaforma cloud privata a cui è stata concessa l'autorizzazione a immagazzinare informazioni dell'agenzia contrassegnate come "Segrete".

 

La partnership CIA-Amazon: capitalismo di sorveglianza in azione

 

[caption id="attachment_15689" align="alignnone" width="1024"] Il reverendo Paul Benz, al centro, e Shankar Narayan, direttore legislativo dell'ACLU di Washington, ed altri attivisti in procinto di consegnare le petizioni presso la sede di Amazon, il 18 giugno 2018, a Seattle. Durante una conferenza stampa, rappresentanti di organizzazioni sociali hanno chiesto ad Amazon di cessare la vendita al governo del suo sistema di sorveglianza facciale, Rekognition. Hanno poi consegnato le petizioni ad Amazon. Elaine Thompson | AP[/caption]

 

La partnership tra Amazon e Langley è solo un esempio di capitalismo di sorveglianza in azione, secondo il professore e studioso di sociologia John Bellamy Foster, redattore del venerabile giornale socialista indipendente Monthly Review.

 

Parlando a MintPress News, Foster ha spiegato:

 

"Attualmente Amazon sembra concludere un contratto dopo l'altro con i settori militare e dell'intelligence americani...[Il cloud della CIA] è custodito nei locali di un’azienda privata, una specie di "castello fortificato" per le comunicazioni dell'intelligence [spionaggio], pur separato dal resto di Internet, ma fondamentalmente gestito da una società a scopo di lucro. Amazon ha anche un contratto da 1 miliardo di dollari con la Security and Exchange Commission, collabora con la NASA, la Food and Drug Administration e altre agenzie governative."


 

In un saggio del 2014 per Monthly Review, Foster e Robert W. McChesney hanno introdotto il termine capitalismo di sorveglianza in riferimento al processo di capitalizzazione monetaria dei dati estratti attraverso operazioni di sorveglianza condotte in collusione con l'apparato statale. I due individuano le radici politico-economiche dell'era dell'informazione digitale nelle prime fasi del complesso militare-industriale, attraverso l’identificazione negli anni Cinquanta del capitalismo consumistico - corporazioni, agenzie pubblicitarie e media - con lo stato di guerra permanente, che ha infine catalizzato la nascita della tecnologia satellitare, di Internet e il dominio di un ristretto gruppo di imprese tecnologiche monopoliste nell'attuale era della globalizzazione neoliberale.

 

Dal ruolo del settore tecnologico nelle operazioni dello stato di polizia all'espansione di tecnologie "intelligenti" come Alexa di Amazon nelle nostre case, all'utilizzo dei droni e dell’intelligenza artificiale per tenere d'occhio l'intera popolazione e la manipolazione dei dati degli utenti di Facebook nella partnership tra la campagna di Trump e Cambridge Analytica, il giudizio di Foster sulla crescita metastatizzante del capitalismo di sorveglianza e sul suo ruolo onnisciente nella nostra vita quotidiana è inequivocabile:

 

"Le implicazioni per il futuro sono sconcertanti."


 

Non tutti condividono il pessimismo di Foster. Per l'ex ricercatore della sicurezza informatica della CIA John Pirc, il contratto dell’agenzia con Amazon rappresenta la caduta dello stigma di “giudizio annebbiato” che affliggerebbe la sicurezza del cloud computing. Parlando con The Atlantic, Pirc ha commentato:

 

“C’è molto interesse per il cloud ma tanta gente è ancora titubante, quindi vedere la CIA che lo adotta, e lo fa in modo così dirompente, è un messaggio molto forte".


 

Il sacro caos e la "forza burrascosa della distruzione creativa"

 

Creazione, epifania, genesi, profezia, rapimento, sacrificio, ira; sono queste le parole dal significato sacro sparse per tutto l'Antico e il Nuovo Testamento, ancora cariche di significato divino per i credenti. Amati dal clero e riveriti dai fedeli, questi termini consacrati sono difficilmente associati al logo della mela morsicata di Apple o alla secolarmente profana voce robotica di Alexa.

 

Ma nel culto odierno dell'alta tecnologia e di Internet - dove imprenditori come Steve Jobs e Mark Zuckerberg sono stati elevati al livello di profeti o faraoni, e le start-up vengono evangelizzate ai TED Talks come la panacea per problemi che spaziano dal tenersi in forma alla crisi dei rifugiati - un nuovo lessico ecclesiastico si sta facendo strada. Il concetto chiave di questa pseudo-religione dei Big Data è quello di rottura, un termine spesso evocato che indica la sostituzione di vecchi mercati e modelli di business con le nuove innovazioni tecnologiche.

 

Come il pioniere della Silicon Valley, informatico e studioso Jaron Lanier ha evidenziato nel suo libro del 2013 Who Owns the Future?:

 

"Al termine "rottura" è stato attribuito uno status quasi sacro nei circoli tecnologici del business...Rompere è il risultato più celebrato. Nella Silicon Valley, si sente sempre che questo o quel settore è maturo per la rottura. Ci piace illuderci che la rottura implichi maggiore creatività. Ma non è così. È sempre la stessa storia."


 

Per Lanier - un fervente difensore del capitalismo - la parola viene usata impropriamente per esprimere il potenziale liberatorio della nuova tecnologia, quando in realtà il predominio delle grandi aziende tecnologiche ha portato a un mercato ristretto dominato da "un numero limitato di agenzie di spionaggio in posizioni pervasive". Il panorama digitale è quindi diventato il feudo delle imprese monopolistiche che esercitano un pugno di ferro sui concorrenti e sulle merci principali dei Big Data: gli utenti di Internet e le loro informazioni personali.

 

Per Foster, questo processo è assimilabile al neoliberismo - l'ideologia capitalista prevalente che impone il controllo senza ostacoli su tutti gli aspetti della vita pubblica da parte del capitale finanziario e del mercato. Foster osserva che l'ortodossia neoliberale è radicata nel concetto di distruzione creativa, idea associata alla parola d'ordine "rottura".

 

Il concetto di distruzione creativa fu introdotto nel 1942 dall'economista austriaco-americano Joseph Schumpeter per descrivere un processo di costante cambiamento insito nel capitalismo, in cui imprenditori emergenti agiscono come "forze innovative" tramite una "perenne tempesta di distruzione creativa" che disorganizza e sposta gli equilibri della concorrenza, rimodella i mercati globali e apre la strada per l'emergenza di nuovi monopoli come, ad esempio, le aziende leader della Silicon Valley.

 

https://www.youtube.com/watch?v=CVALfc-nayY

 

"Una delle componenti chiave dell'ideologia neoliberista è l'apertura del sistema alla crescita senza restrizioni di aziende corporative monopolistiche e del potere monopolistico", ha detto Foster a MintPress News, aggiungendo:

 

"L'era neoliberale ha quindi visto uno dei più grandi periodi di crescita di sempre nel potere monopolistico, in particolare nei settori cibernetico e digitale. Si consideri che né Google, né Amazon né Facebook esistevano 25 anni fa e Facebook non esisteva neanche 15 anni fa. Tra il 2016 e il 2017, Amazon ha registrato un aumento del 51% della capitalizzazione di mercato. Queste sono gigantesche imprese monopolistiche".


 

Foster ha continuato spiegando:

 

"In generale, il capitalismo è un sistema che cerca di superare tutti i limiti nella sua produzione e vendita di merci, mercificando ogni cosa esistente - e oggi, nell'era del capitalismo monopolistico-finanziario e del capitalismo di sorveglianza, questo significa intromettersi in ogni aspetto dell'esistenza allo scopo di manipolare non solo il mondo fisico, ma anche le menti e le vite di tutti. È questo il nucleo centrale del capitalismo di sorveglianza.


 

Ma questo stesso capitale finanziario monopolistico ha come contropartita la crescente centralizzazione del potere e della ricchezza, l'aumento del controllo sul monopolio, l'espansione del militarismo e dell'imperialismo e sempre maggior potere alla polizia. È ciò che il teorico politico Sheldon Wolin ha definito "totalitarismo invertito", in cui il crescente controllo totalizzante della popolazione e la distruzione delle libertà dell’uomo sono mascherate da un'ideologia individualistica".


 

Ora che Amazon si avvicina al suo venticinquesimo anniversario, Foster fa notare che è diventato "un vasto impero della mercificazione culturale (o anti-culturale)" - e il fatto che sia l’editore del Washington Post rende evidente la fusione dell'impresa monopolista con l'apparato statale dell'imperialismo USA .

 

Amazon si impossessa del "giornale dei record", ovvero "la democrazia muore nelle tenebre”

 

[caption id="attachment_15690" align="alignnone" width="1024"] La prima pagina del Washington Post esposta all'esterno del Newseum a Washington, nel 2013, il giorno dopo l’annuncio dell’acquisto del Washington Post dal parte del fondatore di Amazon.com, Jeff Bezos, per $250 milioni. Evan Vucci | AP[/caption]

 

Da quando Jeff Bezos ha acquistato il Washington Post nel 2013 per $250 milioni, il principale quotidiano della capitale americana si è trasformato nel baluardo della Fortezza Amazon. Al di là di qualsiasi squadrone d'élite di lobbisti o dei contratti con l'Homeland Security o la National Security State, il ruolo influente del giornale che plasma l'opinione pubblica e che è il principale organo d’informazione della classe politica dà a Jeff Bezos e ai suoi colleghi un accesso senza precedenti alle sale del potere imperiale.

 

"Ovviamente è un problema quando un business potente e monopolistico come questo con un proprietario così autoritario è anche nel settore dei media", ha commentato Yasha Levine, aggiungendo:

 

"La situazione è questa: Amazon è un importante appaltatore della CIA, e questo importante appaltatore possiede anche uno dei giornali più importanti del paese - che guarda caso dovrebbe investigare sulla CIA e su questioni di sicurezza nazionale."


 

Da quando Donald Trump è salito al potere lo scorso gennaio, "Amazon Washington Post" è stato l'obiettivo delle ire del presidente come esempio supremo di "spacciatore di fake news". Se è vero che alcuni attacchi di Trump al Post possono sembrare semplici sfoghi su Twitter contro un legittimo scrutinio giornalistico, bisogna riconoscere che il giornale, una volta celebrato per la pubblicazione dei rivoluzionari Pentagon Papers del 1971, serve oggi prepotentemente da pulpito per i detrattori del presidente nella cosiddetta "resistenza" liberale, e da portavoce di un'ala aggressivamente neoliberista negli Stati Uniti.

 

"Il Washington Post è sempre stato un giornale liberal-capitalista, un arbitro dell'ideologia capitalista e un difensore dell'impero degli Stati Uniti, [ma] ora è diventato, come parte dell'impero Bezos, qualcosa di peggio", osserva Foster.

 

Non passa un giorno senza che il Post pubblichi una sfilza di storie che cercano di smascherare "interferenze russe", che avrebbero favorito Trump attraverso i social media o le "fake news". Sulla base di pareri "esperti" del centro studi sui media "indipendente" PropOrNot, il Post ha accusato MintPress e pubblicazioni come Black Agenda Report, CounterPunch e Truthout di essere piattaforme di propaganda legate al Cremlino, senza mai citare uno straccio di prova. Nella sua lista nera il gruppo ha affiancato indistintamente siti di informazione indipendenti e eterogenei ad outlet più dichiaratamente estremiste come Infowars di Alex Jones e il sito web neo-nazista The Daily Stormer.

 

[embed]https://www.youtube.com/watch?v=274Z97UI158[/embed]
Il Washington Post sembra avere intrapreso una sorta di guerra ideologica contro basilari istanze progressiste, ha spiegato Foster:

 

"Di recente ha pubblicato un articolo che descrive come ideali di "estrema sinistra” l'assistenza sanitaria universale o la protezione dei parchi nazionali, come se anche queste tradizionali cause della sinistra liberale fossero ora ben al di fuori della portata di un panorama politico accettabile - una posizione chiaramente concepita per spostare il dibattito politico sempre più a destra. Bezos e Amazon sono semplicemente i simboli di questa regressione sociale, al pari dell'attuale occupante della Casa Bianca".


 

Per Levine, questa tendenza - si pensi il sito scandalistico The Intercept che è stato acquistato dall'imprenditore miliardario della Silicon Valley e co-fondatore di eBay Pierre Omidyar - va oltre il solo Post. Levine ha commentato:

 

"Si tratta della questione più ampia della strada imboccata dalla Silicon Valley, con le sue aziende costruite sulla sponda delle attività dominanti su Internet; e se si dominano gli affari, si domina la narrazione della società e dei media - così funzionano le cose".


 

Foster è d'accordo e non usa mezze parole per descrivere il pericolo rappresentato dal crescente potere di Amazon nella società americana:

 

"La democrazia può essere definita in vari modi, ma nessuna definizione di democrazia - non importa quanto speciosa - è coerente con una società in cui esiste un potere così vasto e monopolistico di una sola classe, e dove l'infrastruttura della vera democrazia (educazione, comunicazione, scienza, cultura, dibattito pubblico, canali di pubblico dissenso) è stata demolita.


 

Per questo ed altri motivi, la società americana e gran parte del mondo capitalista si sta spostando dal neoliberismo verso ciò che si potrebbe meglio definire come neofascismo".

26/06/18

L'Unione Europea intende approvare la controversa legge-bavaglio sul copyright di Internet

Per un governo sovranazionale, che non sia emanazione dei cittadini, e saldamente "al riparo dal processo elettorale", permettere l'esistenza di una struttura aperta e democratica come Internet è pericoloso, perché rende impossibile controllare l’informazione. E il controllo è indispensabile, per convincere i cittadini che tutto va bene e che hanno il migliore dei governi possibili. Per questo motivo da anni la Commissione Europea tenta di calare sulla rete una struttura di controllo che permetta un accesso selettivo sia ai contenuti sia agli utenti.

 

Per anni una visione così orwelliana dei canali di comunicazione sarebbe sembrata da relegare a regimi autoritari e non democratici, ma dopo le rivelazioni di Snowden dovrebbe essere chiaro che non è affatto così: in Occidente censura e controllo non vengono, per scelta, esercitati direttamente dai governi, ma sono affidati direttamente alle grandi multinazionali del web come Facebook, Twitter, Google, Amazon, in cambio di lucrative opportunità di affari e pubblicità grazie ai dati degli utenti.

 

Oggi, con la nuova direttiva europea sulla protezione del diritto d’autore, siamo di fronte a una nuova, ancora più pericolosa minaccia per la libertà d'informazione. Se approvata, questa nuova legislazione rischierebbe di silenziare a tutti gli effetti qualsiasi voce indipendente, fuori dal coro e dissidente. Incoraggiamo dunque vivamente i lettori a firmare l'appello lanciato da Byoblu per sensibilizzare gli Eurodeputati ad opporsi a questa direttiva.

 

 

Di James Vincent, 20 giugno 2018

 

 

L'Unione europea ha compiuto il primo passo verso l'approvazione di una nuova legislazione sul diritto d'autore che secondo i suoi critici rischia di distruggere Internet.

 

 

Lo scorso 20 giugno la commissione per gli affari giuridici dell'UE (JURI) ha votato a favore della legislazione, denominata “Direttiva sul diritto d'autore”. Se buona parte del testo della direttiva non è altro che un aggiornamento del linguaggio tecnico per la legge sul copyright nell'era di Internet, al suo interno include due disposizioni molto controverse. Si tratta dell'articolo 11 che introduce una "tassa sui link", che costringerebbe piatteforme online come Facebook e Google ad acquistare licenze da società di media prima di poter linkare qualsiasi contenuto; e l'articolo 13 sul "filtro di caricamento", che richiederebbe il controllo di violazione del copyright su tutto ciò che è stato caricato online nell'UE. (Lo si può immaginare come il sistema Content ID di YouTube, ma per l'intero Internet.)

 

 

I legislatori europei critici verso la legislazione affermano che, nonostante le iniziali buone intenzioni - come la protezione dei diritti d'autore - questi articoli sono formulati in modo vago e passibili di abuso. "Le misure per risolvere il problema sono catastrofiche e finiranno col danneggiare proprio le stesse persone che intendono proteggere", ha detto ai giornalisti l'eurodeputata verde Julia Reda questa settimana. Dopo il voto di stamattina, Reda ha dichiarato a The Verge: "È una giornata triste per internet... ma la lotta non è ancora finita".

 

 

Sia l'articolo 11 sia l'articolo 13 sono stati approvati questa mattina dalla commissione JURI, ma non diventeranno legislazione ufficiale finché non saranno approvati dall'intero Parlamento europeo in seduta plenaria. Non esiste ancora un calendario preciso per il voto, ma dovrebbe probabilmente aver luogo tra il dicembre di quest'anno e la prima metà del 2019.

 

 

Joe McNamee, direttore esecutivo dell'associazione per i diritti digitali EDRi, ha dichiarato a The Verge che sebbene l'esito della decisione JURI stamattina sia stato estremamente deludente, ci sono segnali che le reazioni negative contro la legislazione stiano avendo un effetto significativo.

 

 

"Mi è stato detto che il volume di chiamate, email e sms ricevuti da tutti i membri del Parlamento ha indotto anche chi non faceva parte del comitato [JURI] a iniziare a preoccuparsi", afferma McNamee. "Queste iniziative rendono ogni giorno più improbabile una maggioranza [al Parlamento europeo]".

 

 

Tuttavia, non è solo un voto plenario del Parlamento europeo che deciderà il destino della direttiva sul diritto d'autore. Attualmente, la legislazione dovrebbe anche essere discussa in quelli che sono noti come "negoziati a tre" - discussioni a porte chiuse tra legislatori e stati membri dell'UE. Lo scopo sarebbe di accelerare il processo di adozione di nuove leggi, ma secondo alcuni sono opachi e antidemocratici. Non è chiaro se la direttiva sul copyright sia soggetta a tali negoziati. [La commissione JURI ha poi deciso di sottoporla a questi negoziati, ma i deputati hanno la possibilità di avanzare obiezioni il mese prossimo). Se i negoziati a tre procedono, aumentano le possibilità che gli articoli 11 e 13 vengano convertiti in legge. "È molto meno probabile che [la legislazione] venga respinta dopo questo processo", afferma McNamee.

 

 

Se la legislazione venisse approvata nella sua forma attuale, l’effetto sarebbe devastante. L'articolo 13, ad esempio, prevede la creazione di un filtro automatico per tutti i contenuti online caricati nell'UE, che verrebbero verificati con un database di licenze di copyright. Il sistema sarebbe costoso da creare, impossibile da aggiornare e sarebbero facili gli abusi dei troll dei diritti d'autore. Tim Berners-Lee e Jimmy Wales mettono in guardia sul fatto che ciò trasformerebbe Internet in uno "strumento per la sorveglianza e il controllo automatizzati dei suoi utenti".

 

 

Che la direttiva sul diritto d'autore abbia superato il primo ostacolo legislativo senza emendamenti non lascia presagire ovviamente nulla di buono. Ma secondo McNamee esistono tutte le condizioni perché i legislatori europei possano essere persuasi a votare contro la legge, soprattutto considerando che devono affrontare una rielezione al Parlamento europeo nel maggio del prossimo anno.

 

 

"È già successo che, in vista delle elezioni, cattive proposte di legge siano state rigettate", afferma McNamee, riferendosi alla legislazione ACTA del 2012, anch’essa volta a regolamentare la violazione del copyright online con disposizioni formulate in modo oscuro. "Sappiamo che i cittadini potrebbero essere scoraggiati, ma le loro opinioni vengono ascoltate e prese in considerazione", dice. "JURI non è il Parlamento".

30/04/18

Le "Fake news" sono la reazione alla fine del monopolio della narrazione

Dal blog dell'economista serbo-americano Branko Milanovic, un'interessante riflessione di natura storica e geopolitica sull'isteria liberal per le fake news: è la reazione scomposta dell'establishment anglo-americano, abituato a detenere il monopolio informativo e narrativo globale fin dalla Seconda Guerra Mondiale, all'ingresso nello spazio mediatico unificato globale dei canali  informativi rivali (russi, cinesi, arabi, turchi, etc) che riescono non solo a rompere questo monopolio nei propri mercati di riferimento, ma perfino a sviluppare una narrazione alternativa del dominio anglo-americano nel cortile di casa dell'Occidente.

 

 

 

di Branko Milanovic, 18 febbraio 2018

 

Davvero poche persone riescono a trovare un senso nell'attuale isteria sulle "fake news" e quasi nessuno è disposto a inquadrarla nel contesto storico e a comprendere perché il problema sia sorto adesso.

 

La ragione per cui si è diffusa l'isteria, e specialmente negli Stati Uniti, è perché si tratta di  una reazione (più o meno comprensibile) alla perdita del potere monopolistico globale esercitato dai media anglo-americani, in particolar modo dal 1989, ma praticamente dal 1945 in poi.

 

Le ragioni del quasi-monopolio occidentale tra il 1949 e il 1989 (chiamiamola Fase 1) sono  molteplici: il grande flusso di notizie provenienti da canali di informazione come la BBC, e più tardi la CNN, molto maggiore rispetto a quelle fornite dalle agenzie nazionali in molti paesi; la portata molto più ampia dei grandi servizi informativi in lingua inglese: questi offrivano una copertura giornalistica di tutti i paesi, mentre i media nazionali potevano a malapena permettersi corrispondenti in due o tre delle maggiori capitali mondiali; la diffusione dell'inglese come seconda lingua; e ultimo, ma non meno importante, la migliore qualità delle notizie (ovvero la maggiore veridicità) rispetto a quelle reperibili nelle fonti nazionali.

 

Questi vantaggi dei media occidentali erano particolarmente evidenti ai cittadini del Secondo Mondo, dove i governi mantenevano una stretta censura, cosicché l'URSS doveva perfino arrivare all'estremo di bloccare le stazioni radio occidentali. Ma anche nel resto del mondo i media occidentali erano spesso migliori di quelli locali per le ragioni che ho menzionato.

 

Un lettore attento avrà notato che finora ho contrapposto i media globali anglo-americani a quelli nazionali o solamente locali. Ciò perché solo i primi avevano una portata globale e il resto dei media (a causa della mancanza di finanziamenti o di ambizione, del controllo governativo o della limitata diffusione della lingua) operava a livello puramente nazionale. Così i media inglesi e statunitensi hanno combattuto una battaglia impari con i piccoli giornali o TV nazionali. Non è sorprendente che i media globali anglo-americani siano stati capaci di controllare, in molti casi completamente, la narrazione politica. Non solo i media occidentali erano pienamente in grado di influenzare quello che (ad esempio) le persone in Zambia pensavano dell'Argentina o viceversa (perché probabilmente chi viveva in Zambia aveva a disposizione una copertura locale degli avvenimenti in Argentina prossima alla zero); soprattutto, a causa della maggiore apertura e migliore qualità dei media occidentali, questi erano in grado perfino di influenzare la narrazione pubblica all'interno dello Zambia o all'interno dell'Argentina.

 

I rivali globali che l'Occidente affrontava all'epoca erano risibili. Le radio ad onde corte cinesi, sovietiche e albanesi avevano programmi in molteplici lingue, ma le loro storie erano così insipide, noiose e irrealistiche che la gente che, di volta in volta, le ascoltava, lo faceva per lo più a scopo di divertimento.

 

Il monopolio dei media occidentali si è quindi ulteriormente espanso con la caduta del Comunismo (chiamiamola Fase 2). Tutti i paesi ex-comunisti dove i cittadini erano abituati ad ascoltare clandestinamente Radio Europa Libera erano adesso più che disponibili a credere nella verità di tutto quello che veniva diffuso da Londra e Washington. Molti di questi organi di informazione si installarono nell'ex Blocco Orientale (RFE oggi ha i l quartier generale a Praga).

 

Ma la luna di miele del monopolio globale occidentale iniziò a cambiare quando gli "altri" realizzarono che anche loro potevano provare a diventare globali, nell'unico spazio mediatico globale creato grazie alla globalizzazione e a Internet. La diffusione di Internet garantiva che si potessero produrre programmi e notizie in lingua spagnola - o araba - e che fossero guardati in ogni parte del mondo. Al Jazeera è stata la prima a intaccare pesantemente, e poi distruggere, il monopolio occidentale sulla narrazione del Medio Oriente in Medio Oriente. E adesso entriamo nella Fase 3. I canali turchi, russi e cinesi hanno quindi fatto lo stesso. Quanto successo nel mondo delle notizie ha avuto un parallelo in un'altra area in cui il monopolio anglo-americano era totale, ma poi ha iniziato a indebolirsi. Le serie TV globali che venivano esportate, di solito erano prodotte solamente negli USA - o in UK; ma presto hanno trovato rivali di grande successo nelle telenovelas latino-americane, nelle serie indiane e turche, e più recentemente russe. In realtà, questi nuovi arrivati hanno praticamente spinto le serie USA e UK quasi completamente fuori dai propri mercati "nazionali" (che, per esempio, per la Turchia include gran parte del Medio Oriente e dei Balcani).

 

Quindi è arrivata la Fase 4, quando altri media non-occidentali hanno capito che potevano provare a sfidare il monopolio informativo occidentale non solo all'estero, ma anche nel giardino di casa dei media occidentali. Questo è successo quando Al Jazeera-US, Russia Today, CCTV e altri sono entrate in scena con i loro programmi e le loro notizie in lingua inglese (e anche francese, spagnola, etc) orientate all'audience globale, inclusa quella americana.

 

Questo è stato in effetti un cambiamento enorme. Ed è il motivo per cui stiamo attraversando una fase di reazione isterica alle "fake news": perché è la prima volta che media non-occidentali stanno non solo creando la propria narrazione globale, ma stanno anche cercando di creare una narrazione dell'America.

 

Per la gente che viene da paesi piccoli (come me) questa è una  cosa del tutto normale: siamo abituati a stranieri che non solo nominano i nostri ministri ma che sono presenti in tutto lo spazio mediatico, e persino influenzano la narrazione della storia e della politica del paese, spesso perché la qualità delle loro notizie e delle loro borse di studio è migliore. Ma per molte persone negli USA e in UK questo è uno shock totale: come osano degli stranieri dir loro qual è la narrazione del proprio paese?

 

Ci sono due possibili esiti di questa situazione. Uno è che il pubblico statunitense dovrà rendersi conto che, con la globalizzazione, persino il paese più importante, come sono gli USA, non è immune dall'influenza degli altri; anche gli Stati Uniti, in confronto al resto del mondo nel suo complesso, diventano "piccoli". Un'altra possibilità è che l'isteria porterà alla frammentazione dello spazio di internet, come stanno già facendo Cina, Arabia Saudita e altri. Allora invece di una bella piattaforma globale per tutte le opinioni, torneremo indietro alla situazione pre-1945, con "stazioni radio" nazionali, reti internet locali, bando delle lingue straniere (e forse persino degli stranieri) sulle NatNets nazionali [gioco di parole basato sull'etimologia della parola internet,  sincrasi di International Network, i.e. rete internazionale, a cui vengono contrapposte le reti nazionali, i.e. National Networks, NatNets, ndt] - in sostanza avremo messo fine alla globalizzazione del libero pensiero e saremo tornati ad un genuino nazionalismo.