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29/05/21

Sapir - È possibile un ritorno all'inflazione?


L'economista Jacques Sapir analizza la reale natura del ritorno all'inflazione di cui molti si preoccupano, sottolineando la natura temporanea del movimento dei prezzi  e soprattutto come il vero problema non sia tanto l'inflazione quanto un problema distributivo e di impoverimento.  Eventuali aumenti dei tassi o politiche antinflazionistiche sarebbero solo il segno di una grave incomprensione dei fenomeni che ci stanno davanti, nonché un ennesimo cattivo servizio reso dai governi ai loro popoli.

Grazie per la segnalazione a @Blu_di_Russia


di Jacques Sapir, 27 maggio 2021

Nel contesto di una graduale uscita dalla crisi causata dalla pandemia di Covid-19, oggi si moltiplicano i segnali di una ripresa dell'inflazione. Ciò significa, quindi, che stiamo scivolando in un "nuovo mondo" inflazionistico?

Questo argomento è regolarmente agitato da chi, al governo o all'opposizione, intende riportarci al quadro di austerità a cui siamo sottoposti da circa dieci anni. Eppure non vi è nulla di meno certo. È importante comprendere la reale natura dei rischi inflazionistici.


Un forte aumento della liquidità

È ovvio che questa crisi ha portato, a seconda del paese, ad un grande deficit di bilancio e ad un notevole aumento dei debiti verso le banche, determinando un forte aumento della liquidità perché molti debitori non saranno in grado di rimborsare. Di fatto, anche il deficit di bilancio si tradurrà in forti aumenti di liquidità. Per il 2020, l’ampiezza relativa nei diversi paesi delle politiche a sostegno dell'economia durante la pandemia è stata rilevata dal Fondo monetario internazionale (grafico 1). Si osservano grandi variazioni da paese a paese, sia per quanto riguarda le cifre stanziate, che le quote rispettive di sostegni economici e di sostegni alla liquidità (in particolare, i prestiti garantiti dallo Stato).

 


 

Queste iniezioni di liquidità, che siano effettuate tramite il bilancio dello Stato o tramite la Banca Centrale, preoccupano alcuni e fanno temere un ritorno dell'inflazione. Ma ciò a cui assistiamo oggi sono movimenti di prezzo molto diversi, a seconda del paese e della situazione. L'aumento dei prezzi è reale, pur restando debole, negli Stati Uniti. È quasi inesistente in altri paesi e molto basso nell'Unione europea. Soprattutto, l'origine di questo aumento è molto diversa e potrebbe non essere collegata a fenomeni monetari.


L’ aumento dei prezzi oggi

C'è ovviamente un aumento delle materie prime, ma anche di alcuni manufatti, come i semiconduttori. Per le materie prime, un buon esempio sono i prezzi del petrolio greggio che, calcolati secondo l'indice BRENT, sono ora costantemente superiori a $ 65. La causa è allo stesso tempo la ripresa più veloce della Cina e dell'Estremo Oriente, una ripresa che si fa sentire sulla domanda mondiale di materie prime (la Cina ora determina il prezzo del petrolio), e la distruzione delle catene logistiche al culmine del pandemia, durante le misure di contenimento. In effetti, la domanda è aumentata più rapidamente dell'offerta. Questa inflazione sarà, per sua natura, temporanea. Quando la sincronizzazione della domanda e dell'offerta tornerà al livello del 2019, i prezzi dovrebbero tornare al livello di allora. Tuttavia, si può pensare che la distruzione, anche temporanea, delle catene logistiche incoraggerà alcuni produttori e alcuni paesi ad accorciare queste catene e a  rilocalizzare determinate produzioni. Ciò potrebbe portare a un aumento permanente, ma tutte le stime mostrano un aumento moderato (dal 3% al 5% distribuito su 5 anni). In ogni caso, non vi è alcun legame tra liquidità e aumento dei prezzi.

Ma ci sono altri problemi. In effetti le iniezioni di liquidità sono state molto importanti in alcuni paesi, come si può vedere nel grafico 1. Anche le iniezioni effettuate per il tramite del bilancio sono in realtà iniezioni monetarie, perché finanziate dalle banche centrali. Nei paesi più sviluppati queste iniezioni sono importanti, e negli Stati Uniti sono state accompagnate da ambiziosi piani di stimolo. Il piano Biden di marzo 2021, per esempio, ha aiutato enormemente i consumatori. Può bastare questo per provocare un movimento inflazionistico su scala globale? Per analizzare questo aspetto, dobbiamo guardare all'effetto distributivo della crisi del Covid-19.

 

Inflazione o distribuzione?

Nei paesi dell'Unione europea, ma anche nel Regno Unito e in Giappone, parte di questo denaro iniettato per sostenere l'economia è stato risparmiato durante le fasi di contenimento. È il caso della Francia, dove il risparmio accumulato potrebbe raggiungere i 160 miliardi di euro, ovvero quasi il 7% del PIL. Ma la maggior parte di questi risparmi è stata realizzata dal 10% più ricco della popolazione, una categoria sociale la cui propensione al consumo è relativamente bassa. Non dobbiamo temere l'arrivo massiccio di questa somma sui mercati dei beni di consumo. Il 20% più povero, al contrario, durante i periodi di chiusura ha realizzato un risparmio negativo, perché è stato meno assistito di quanto avrebbe avuto bisogno. Si sono verificati fenomeni di impoverimento che hanno interessato alcune categorie della popolazione. Ciò vale anche per altri paesi, in cui si osservano fenomeni simili. Negli Stati Uniti, d’altra parte, gli aiuti sono stati monopolizzati principalmente da imprese e investitori. Gli aiuti alle famiglie sono stati più deboli, fino al primo piano Biden che ha effettivamente provocato un temporaneo aumento dei consumi. In tutti i casi, osserviamo un reindirizzamento di questo denaro nelle attività finanziarie, da cui l'aumento del mercato azionario o dei prezzi degli immobili.

Gli aiuti sono andati ai più ricchi e il Covid-19 ha accentuato nettamente le disuguaglianze sociali. È quindi evidente che non vi è alcun rischio rilevante di aumento dei prezzi dei beni di consumo, a parte i fenomeni di relativa carenza di cui sopra e a parte il caso degli Stati Uniti, dove si assiste ad aumenti localizzati. Tuttavia assisteremo a un forte aumento del prezzo dei beni patrimoniali, in particolare degli immobili, che peggiorerà ulteriormente le disuguaglianze sociali. Quindi il vero problema non è l'inflazione, ma la distribuzione. I discorsi che mettono in guardia contro l'inflazione tendono a oscurare questa realtà.

 

Non fraintendere il vero problema

La conseguenza, tuttavia, di questi discorsi è che governi e banche centrali potrebbero reagire in modo eccessivo sia di fronte a movimenti temporanei legati a squilibri tra domanda e offerta, che richiederanno indubbiamente uno o due anni prima di attenuarsi, sia di fronte a movimenti dei prezzi delle attività patrimoniali.

Alcune banche centrali hanno già aumentato i loro tassi di riferimento, come la Bank of Canada o la Banca Centrale Russa. La Banca d'Inghilterra si prepara anch’essa a ridurre il volume dei suoi interventi, il che porterà a un aumento dei tassi. Si osserva inoltre, negli Stati Uniti come nella zona euro, una tendenza al rialzo dei tassi decennali. Gli incontri della seconda metà del 2021 della Banca Centrale Europea o della Federal Reserve americana rischiano di essere segnati da un'opposizione, su questo punto, tra falchi e colombe.

Quali potrebbero essere allora le conseguenze di una politica così palesemente sbagliata nell'analisi della situazione? Applicando politiche restrittive, sia in ambito fiscale che monetario, le autorità si assumono due rischi: da un lato, dal 2022-2023 possono interrompere la crescita, proprio quando i principali paesi hanno bisogno di una forte crescita, sia per cancellare le conseguenze immediate del Covid-19, che per riorientare le economie verso percorsi di sviluppo più “verdi”, ma anche più resilienti nei confronti dei disordini dell'economia mondiale. Un aumento dei tassi di interesse sarebbe disastroso. D'altra parte, adottando questa politica, le autorità economiche potrebbero esacerbare il problema della distribuzione che è stato evidenziato con la crisi del Covid-19. Tuttavia, questa questione distributiva, che tocca sia i paesi sviluppati che quelli emergenti, perché in realtà è una diretta conseguenza della globalizzazione finanziaria del mondo, comporta seri rischi di destabilizzazione delle società, ma anche dei rapporti tra Stati. Non può esserci un mondo stabile se i paesi sono essi stessi destabilizzati da conflitti distributivi.

 

Non ottenere la reazione sbagliata

Infatti, qui si vede chiaramente che l'aumento dei prezzi delle materie prime e dei manufatti non è conseguenza dell'iniezione di liquidità nell'economia mondiale, ma di squilibri che possono essere risolti solo attraverso investimenti, e quindi una adeguata politica dei tassi, e che l'aumento delle attività finanziarie e le conseguenti instabilità dei mercati richiedono più una politica strutturale di redistribuzione e regolamentazione dei mercati finanziari che una politica di lotta all'inflazione.

Se la crisi del Covid-19 ci ha insegnato qualcosa, è che le misure rivolte ai più poveri sono spesso le più efficaci. Gli aiuti monetari non discriminatori sono misure di redistribuzione semplici ed efficaci. Anche la politica fiscale può essere, in alcuni stati, un'importante misura redistributiva, sia in termini di effetti ottenuti sul reddito disponibile sia per le nuove risorse messe a disposizione dello Stato. Queste nuove risorse consentiranno di finanziare più servizi pubblici, i cui effetti redistributivi sono anche molto importanti.

Oggi, agitare lo spettro di un ritorno all'inflazione significa non comprendere affatto i problemi, sia ciclici che strutturali, del mondo post-Covid, ma anche rendere al proprio Paese il peggiore dei servizi.

 

05/03/19

Sapir - La de-globalizzazione e il recupero della sovranità nazionale sulla governance

La globalizzazione continua ad essere data per scontata e inevitabile, eppure il processo di de-globalizzazione è già iniziato e avanza, a partire dagli Stati Uniti e dalla stessa Europa, con un movimento di recupero della democrazia nazionale sulla "governance" in cui economia e finanza prevalgono sulla politica.   Ne discute l'economista francese Jacques Sapir in un lungo articolo di cui pubblichiamo qui la prima parte.  (Traduzione in collaborazione con Attivismo.info).  

 

 

 

di Jacques Sapir, 20 febbraio 2019

 

 

Quando ho scritto il mio libro La Demondializzazione, pubblicato nel 2011 dalle edizioni Seuil, era già chiaramente possibile percepire i segni di una crisi della globalizzazione e persino l’inizio di un processo di de-globalizzazione. La conclusione minima che si può trarre dagli ultimi dieci anni è che questa mondializzazione, o globalizzazione, è andata molto male e che ha generato forze profonde e potenti di protesta. Oggi siamo in grado di vedere meglio ciò che era evidente sin dall’inizio: questo processo è in contraddizione con l’esistenza stessa della democrazia. Ciò che colpisce oggi è che queste patologie politiche hanno raggiunto un punto di rottura nel Paese che si è presentato come il cuore stesso del processo di globalizzazione, gli Stati Uniti

 

Considerando le questioni sociali, le questioni ecologiche o direttamente le questioni economiche, i segni di un esaurimento del processo, ma anche di una messa in discussione del processo stesso, si accumulano. Il ritorno in prima linea delle nazioni come attori politici era evidente [2]. Vari eventi, dal referendum sull’uscita del Regno Unito dall’Unione europea (il “Brexit”) all’elezione di Donald Trump negli Stati Uniti, comprese le reazioni ai tentativi degli stessi Stati Uniti di istituzionalizzare l'applicazione extraterritoriale del diritto USA e l’ascesa dell’euroscetticismo, che è oggi molto importante nei Paesi dell’Unione europea, valgono a confermare l’analisi.

 

Quindi oggi parliamo di rischi di guerra su scala globale. Ed è vero che le tensioni geopolitiche sono aumentate. Ma, bisogna sapere, “la globalizzazione” non ha mai interrotto le guerre. Negli ultimi anni, sia nei Balcani che in Africa o in Medio Oriente, la “globalizzazione” è stata accompagnata da conflitti violenti, alcuni che coinvolgono eserciti regolari e altri che coinvolgono le cosiddette forze “irregolari”. Alcuni di questi conflitti armati sono persino stati provocati, persino incoraggiati, dalla cosiddetta “globalizzazione”. Gli interessi delle grandi aziende e degli stati, la volontà in certi casi di assicurare un monopolio delle risorse (sul petrolio ma anche sulle terre rare [3]) per usare questo monopolio nel contesto di un mercato “globalizzato” hanno precipitato milioni e milioni di donne, uomini e bambini negli orrori delle guerre e delle guerre civili [4]. Il fatto che il commercio sia “globalizzato” induce un nuovo livello di concorrenza, ma implica anche nuove  aspettative di profitto. Questi due elementi giocano spesso un ruolo decisivo nella decisione di entrare in conflitto armato o di provocarlo, sfruttando questa o quella rivendicazione. Già nel 2011 scrivevo che le navi mercantilie erano sempre precedute dalle navi da guerra. Niente di più vero.

 

Questo dovrebbe farci capire che stiamo vivendo un periodo pericoloso, perché all’ordine gelido della “Guerra Fredda” non è seguito alcun sistema stabile di organizzazione dei rapporti tra le nazioni. E se la “globalizzazione” ha potuto inizialmente beneficiare della fine della “guerra fredda”, della caduta del muro di Berlino e della dissoluzione dell’Unione Sovietica, l’incapacità di alcuni di costruire una vera egemonia e la l’incapacità degli altri di mettere in atto strutture di coordinamento efficaci sta portando a un arretramento accelerato della cosiddetta “globalizzazione”. Gli eventi dal 2011 hanno quindi portato una sorta di conferma delle tesi del mio libro. Il processo di de-globalizzazione, i cui primi segni si potevano vedere già nel corso degli anni 2000, ha drammaticamente accelerato. Probabilmente è diventato irreversibile, almeno per il periodo storico nel quale siamo entrati.

 

Che cos'è la de-mondializzazione?

 

Ma cosa intendiamo oggi per “de-globalizzazione”? Alcuni confondono questo termine con un’interruzione volontaria o fortuita dei flussi commerciali che circolano in tutto il pianeta. Confondono quindi il protezionismo, che può essere ampiamente giustificato dalla teoria economica, con la pratica dell’autarchia che, molto spesso, è foriera di guerre. Si sbagliano anche sulla natura del legame tra la crescita del PIL su scala globale e il volume degli scambi. Ricordiamo qui che è la crescita del PIL che guida il commercio, non il commercio, che guida il PIL. Ma, soprattutto, dimenticano che questi scambi, scambi di merci e di servizi, ma anche scambi culturali o anche scambi finanziari, sono molto più antichi del fenomeno chiamato “mondializzazione” o “globalizzazione”. Perché la “mondializzazione”, per utilizzare solo questo termine, non si riduce all’esistenza di questi flussi di scambio.

 

Ciò che a suo tempo aveva fatto emergere il fenomeno della globalizzazione e l’aveva trasformato in un “fatto sociale” generalizzato era stato un doppio movimento. C’era stata la combinazione, e l’intreccio, di flussi di merci e di flussi finanziari, ma ANCHE lo sviluppo di una forma di governo (o di governance) in cui l’economia sembrava prevalere sulla politica, le imprese sugli Stati e le norme e le regole sulla politica. Tuttavia su questo punto non possiamo non notare un recupero da parte degli Stati di questi flussi, un ritorno vittorioso della politica. Questo movimento piuò essere definito come un ritorno della sovranità degli stati. Ora, la sovranità è indispensabile per la democrazia [5]. Abbiamo esempi di stati sovrani e non democratici, ma da nessuna parte esistono stati democratici ma non sovrani.

 

Questo recupero, e si tratta di un fatto nuovo rispetto all’inizio del 2010, è anche accompagnato da una sollevazione dei popoli contro gli effetti della “globalizzazione”. Questa insurrezione può assumere forme molto diverse. Di è manifestata essenzialmente a livello elettorale negli Stati Uniti con l’elezione di Donald Trump, o in Gran Bretagna e in Italia. Si gioca nelle strade, sulle rotatorie, in Francia, come abbiamo visto con il movimento dei Gilets Jaunes. Quello che è ricorrente in tutti i casi è la rivolta di un popolo impoverito dalla “globalizzazione” - fenomeno analizzato già più di dieci anni fa [6] - che si sente anche umiliato e spossessato della propria capacità di decidere sulla propria vita. È stato detto, e giustamente, che il movimento dei Gilets Jaunes è una rivolta della Francia di periferia, un concetto reso popolare da un geografo, Christophe Guilluy [7]. Ma, e questo dice molto sulla profondità di questo movimento, esso ha anche creato contatti con altre categorie sociali che, come questa Francia di periferia, soffrono per la globalizzazione. In Francia, è molto istruttivo vedere come le pretese dei Gilets Jaunes si sono evolute dalla rivolta antifiscale iniziale ad una messa in discussione dell'iniquità fiscale e della struttura economica che mantiene i salari e il reddito della maggioranza dei francesi a livelli troppo bassi e, infine, ad una messa in discussione del quadro politico, con la rivendicazione di una iniziativa referendaria dei cittadini e con la richiesta di dimissioni del Presidente della Repubblica.

 

Quindi, diciamo così, la de-mondializzazione sarà il grande ritorno della politica al di sopra della “tecnica”, delle decisioni politiche sull’automatismo delle norme. Ora, la “tecnica” è incarnata oggi principalmente nell’economia e nella finanza. La de-mondializzazione è quindi fondamentalmente il recupero della sovranità. Essere sovrani significa avere la capacità di decidere [8], concetto che Carl Schmitt esprime anche nella forma “Sovrano è chi decide sullo stato di eccezione” [9]. Su questa questione della sovranità non bisogna esitare a confrontarsi, quindi leggendo Carl Schmitt [10] sperare di avere una intelligenza del futuro. Poiché la questione del rapporto tra decisione politica e regole e norme, e quindi la questione della delimitazione dello spazio governato dalla politica e quello governato dalla tecnica, è davvero costitutiva del dibattito sulla sovranità [11].

 

Non che i ragionamenti economici e finanziari debbano perdere ogni importanza. Sicuramente continueranno a dover essere presi in considerazione, e la questione del potere economico, come quella della sovranità monetaria, sarà chiaramente una parte importante del potere di uno stato. Non che non esistano spazi, nelle nostre società, governati dall’ordine tecnico o almeno spazi dominati da una legittimità tecnica. Ma queste dimensioni diventeranno seconde rispetto alla politica, che recupererà i suoi diritti. L’economia e la finanza diventeranno strumenti al servizio della politica. E con questo forte ritorno della dimensione politica, potremo avere anche il ritorno della democrazia, di un ordine che attinge la sua legittimità non dal mercato, ma dal popolo; che è messo al servizio degli interessi della gente e che si materializza nel potere delle persone. La frase pronunciata da Lincoln [12] nel suo famoso discorso di Gettysburg del 19 novembre 1863 per commemorare una delle più terribili battaglie della guerra civile americana [13], “Del popolo, per il popolo, dal popolo”, trova tutto il suo significato. La de-globalizzazione deve essere quindi intesa come il ritorno della sovranità, quella delle Nazioni, che è stata analizzata in un libro del 2008 [14], ma anche di una sovranità che in democrazia assume la forma di sovranità popolare. Certo, questo ritorno della sovranità non garantisce il ritorno della democrazia. Come abbiamo detto, ci sono stati sovrani che non sono democratici. Ma la sovranità permette la democrazia, perché bisogna ricordare che non può esistere un regime democratico che non sia sovrano e che non riconosca la sovranità del popolo. Ed è per questo che la de-globalizzazione deve essere considerata come una cosa positiva, perché implica la riaffermazione della sovranità, che rende possibile la democrazia e quindi determina il contesto delle future lotte politiche.

 

Note

[1] Page, B et Gilens, M, Democracy in America: What Has Gone Wrong and What Can be Done About It, Chicago, IL, University of Chicago Press, 2017; Domhoff, W, The Power Elite and the State, Londres, Routledge, 2017.

 

[2] J’en avais rendu compte dans Sapir J., Le Nouveau XXIè Siècle, le Seuil, Paris, 2008.

 

[3] Voir le cas de la guerre du Kivu, Autesserre S.,Penser les Conflits Locaux: L’Echec de l’Intervention Internationale au Congo,” in L’Afrique des Grands Lacs : Annuaire 2007-2008, Paris: L’Harmattan, pp. 179 – 196, 2008.

 

[4] Voir par exemple Lavergne M., Darfour : impacts ethniques et territoriaux d’une guerre civile en Afrique, http://archive.wikiwix.com/cache/?url=http%3A%2F%2Fgeoconfluences.ens-lsh.fr%2Fdoc%2Fetpays%2FAfsubsah%2FAfsubsahScient4.htm%23popup1

 

[5] Sapir J., Souveraineté, Démocratie, Laïcité, Paris, Michalon, 2016.

 

[6] Voir Bivens J., “Globalization, American Wages, and Inequality” Economic Policy Institute Working Paper, Washington DC, Septembre 6, 2007 ; Irvin G., “Growing Inequality in the Neo-liberal Heartland,” in Post-Autistic Economics Review, 43 15 Septembre 2007.

2007), pp. 2–23, <http://www.paecon.net/PAEReview/issue43/Irwin43.htm>;

 

[7] Guilluy C., La France périphérique : Comment on a sacrifié les classes populaires, Paris, Flammarion, coll. Champs, 2015.

 

[8] Schmitt C., Légalité, Légitimité, traduit de l’allemand par W. Gueydan de Roussel, Librairie générale de Droit et Jurisprudence, Paris, 1936; édition allemande, 1932.

 

[9] Schmitt C., Théologie politique, Paris, Gallimard, 1988., p. 16.

 

[10] Balakrishnan G., The Ennemy: An intellectual portait of Carl Schmitt, Verso, 2002. Voir aussi Kervégan J-F, Que Faire de Carl Schmitt, Paris, Gallimard, coll. Tel Quel, 2011.

 

[11] Voir Sapir J., Les économistes contre la démocratie – Les économistes et la politique économique entre pouvoir, mondialisation et démocratie, Albin Michel, Paris, 2002.

 

[12] https://www.citation-du-jour.fr/citation-abraham-lincoln/democratie-gouvernement-peuple-peuple-peuple-13727.html

 

[13] Pour un commentaire sur ce discours et sa signification tant politique que symbolique, voir Perry R.B., « La Conscience américaine », in Revue de métaphysique et de morale, Société française de philosophie, vol. 29, no 4,‎ 1922.

 

[14] Sapir J., Le Nouveau XXIè Siècle, op.cit..

14/12/18

Sapir e colleghi – È l’euro, argomento tabù, la causa principale dei “gilet gialli”

Un gruppo di economisti, tra cui Jacques Sapir, pubblica un articolo sul blog francese "Les Crises" in cui cerca di riassumere in pochi paragrafi il grande argomento "tabù" di cui in Francia (come e forse più che in Italia) nessuno parla: l'euro. Con la conseguenza del tasso di cambio fisso, l'euro impone di aggiustare gli squilibri tramite svalutazione interna, causando disoccupazione e riduzione del potere d'acquisto. La rivolta, in Francia, è cominciata, sebbene la consapevolezza sulle sue ragioni profonde sia ancora limitata.

 

10 dicembre 2018

 

A quasi vent’anni dal lancio dell’euro, avvenuto il primo gennaio 1999, la situazione della moneta unica è paradossale. Da un lato, il fallimento di questo progetto è palese, ed è stato riconosciuto dalla maggior parte degli economisti competenti, tra cui molti premi Nobel. Dall’altro lato, questo argomento continua a restare un tabù in Francia, tanto che nessun politico di rilievo osa affrontarlo a testa alta. Come si spiega una situazione del genere?

 

Nessuno sembra ricollegare l’attuale movimento dei “gilet gialli” al fallimento dell’euro. Eppure, l’impoverimento della maggior parte della popolazione, di cui esso è il segno più manifesto, è la conseguenza diretta delle politiche messe in atto per tentare di salvare a qualsiasi costo la moneta unica europea. Non si sta parlando, qui, dell’allentamento della politica monetaria da parte della Banca Centrale Europea col suo quantitative easing, peraltro inefficace nel rilanciare la produzione. Si sta parlando piuttosto delle politiche fiscali di aumento delle tasse e di diminuzione degli investimenti pubblici che vengono richiesti, ovunque, da parte della Commissione Europea di Bruxelles. Questi hanno, è vero, raddrizzato i conti con l’estero di alcuni paesi che erano in deficit. Al prezzo, però, di una “svalutazione interna”, vale a dire di una drastica diminuzione dei redditi disponibili, associata a un crollo della domanda interna. Come conseguenza c’è stata una drammatica caduta della produzione nella maggior parte dell’Europa del Sud, associata a un tasso di disoccupazione molto elevato e a un massiccio esodo di forza lavoro da questi paesi verso l’estero.

 

La zona euro è ormai diventata quella con la più bassa crescita economica al mondo. Le differenze tra i paesi membri, lungi dall’essere state ridotte, si sono invece amplificate molto. Anziché favorire la creazione di un mercato europeo dei capitali, la “moneta unica” si è accompagnata a un aumento dell’indebitamento pubblico e privato nella maggior parte delle nazioni. Eppure, l’esistenza stessa dell’euro, di cui si potrebbero ancora discutere gli effetti, è diventato un argomento assolutamente tabù. Nonostante sia ovvio il suo legame con l’attuale scontento, i sostenitori dell’euro continuano a sventolare di fronte ai francesi i suoi illusori vantaggi (l’unico reale è la facilitazione nei viaggi in Europa). Essi disegnano quadri apocalittici della situazione economica in caso di uscita dalla “moneta unica”, nel tentativo di terrorizzare i francesi che non conoscono bene la questione.

 

Di fronte a tali argomenti dobbiamo ribadire tutto ciò che la Francia ha perso in materia di crescita economica, il crollo della sua quota di mercato in Europa e nel mondo, il drammatico indebolimento del suo sistema industriale. I francesi stanno già subendo la diminuzione del loro potere di acquisto, dell’occupazione, del pensionamento, della qualità dei servizi pubblici e via dicendo. Le politiche di “svalutazione interna”, che sono essenziali per mantenere in vita l’euro, non sono ancora state pienamente attuate qui da noi, al contrario che in altri paesi dell’Europa del Sud, eppure stanno già provocando forti reazioni contrarie. Il movimento dei “gilet gialli” ne è la conseguenza diretta.

 

Dobbiamo dunque spiegare ai nostri compatrioti quale sia lo svantaggio principale dell’euro per la Francia, ossia un tasso di cambio troppo elevato che porta, inevitabilmente, a una perdita di competitività della nostra economia, facendo aumentare i prezzi e il costo del lavoro in Francia rispetto alla maggior parte dei paesi stranieri. Dobbiamo evitare di confondere le idee parlando di una eventuale coesistenza tra un nuovo franco e una “moneta comune 2.0”, dotata di tutti i suoi attributi, perché sarebbe un vicolo cieco. Una simile moneta potrebbe essere concepita semplicemente come una “unità di conto”, analogamente al vecchio ECU. Per quanto riguarda la perdita di sovranità a causa dell’euro, sebbene essa sia indubitabile, è però un argomento teorico, lontano dalle preoccupazioni dei francesi, che sono invece sensibili soprattutto alla loro situazione concreta.

 

A causa della mancata comprensione dei problemi reali, molti dei nostri compatrioti continuano, per il momento, ad avere paura di un qualsiasi sconvolgimento dello status quo, e nel frattempo i sostenitori dell’euro alzano grida ogni volta che il loro feticcio viene messo in discussione. Cosa fare, in questa situazione? Di fronte al malcontento dei francesi, è evidente che non potrà essere condotta alcuna politica di recupero dell’economia in Francia se non si ristabilirà una moneta nazionale il cui tasso di cambio sia adeguato al nostro paese. Ma è altrettanto certo che questo cambiamento dovrà essere fatto in condizioni che siano praticabili e accettate dal popolo francese.

 

La prima di queste condizioni sarebbe quella di preparare una transizione graduale verso un dopo-euro, possibilmente discutendo coi nostri partner l’organizzazione di uno smantellamento concertato. Nel caso ciò non sia possibile, bisognerà prendere l’iniziativa in modo unilaterale, dopo avere messo in atto le opportune misure di protezione. La seconda condizione è quella di far comprendere ai nostri compatrioti i vantaggi di una “svalutazione monetaria” del nuovo franco, accompagnata a una politica economica coerente, che mantenga un controllo sull’inflazione, come avvenne nel 1958 col generale De Gaulle e poi nel 1969 con Georges Pompidou. Oggi l’inflazione va temuta meno che allora, a causa della sottoutilizzazione delle nostre capacità produttive. L’inevitabile perdita di potere di acquisto, derivante dall’aumento dei costi di alcune delle importazioni, sarà modesta e passeggera, e sarà rapidamente compensata dalla ripresa della produzione nazionale. Il debito pubblico del nostro paese non aumenterebbe, perché verrebbe automaticamente convertito in nuovi franchi (secondo la cosiddetta regola della lex monetae, che prevale in materia di finanza internazionale). La Francia e i francesi recupereranno brillanti prospettive di crescita futura che l’euro ha, finora, costantemente soffocato.

 

Forum collettivo firmato da Guy BERGER, Hélène CLÉMENT-PITIOT, Daniel FEDOU, Jean-Pierre GERARD, Christian GOMEZ, Jean-Luc GREAU, Laurent HERBLAY, Jean HERNANDEZ, Roland HUREAUX, Gérard LAFAY, Jean-Louis MASSON, Philippe MURER, Pascal PECQUET, Claude ROCHET, Jean-Jacques ROSA, Jacques SAPIR, Henri TEMPLE, Jean-Claude WERREBROUCK, Emmanuel TODD

20/11/18

Jacques Sapir - I "giubbotti gialli" e la rabbia delle masse popolari

Jacques Sapir commenta la rivolta dei giubbotti gialli in Francia, le sue cause profonde, le sue caratteristiche e i possibili sviluppi. Non si tratta di una semplice protesta fiscale: dietro c'è una prolungata esasperazione e un forte sentimento di ingiustizia che, al di là di organizzazioni partitiche o sindacali, individua nell'altezzoso presidente, nel suo establishment e nella sua corte dei francesi "bobo"  il suo antagonista naturale. Qualsiasi sarà l'evoluzione del movimento, a breve o a medio termine per il governo francese è l'inizio della fine.

 

 

 

di Jacques Sapir, 19 novembre 2018

 

Il 17 novembre, il giorno dei "giubbotti gialli", è stato un enorme successo, con oltre 2.000 posti di blocco contro i 1.500 che erano stati annunciati. I dati sulla partecipazione diramati dal ministero degli Interni sembrano ampiamente sottovalutati. Purtroppo questo successo è stato oscurato dalla morte di una manifestante e dai molti feriti, nella maggior parte dei casi dovuti ai tentativi di forzare il blocco con le auto. Questo successo sfida i movimenti politici e i sindacati. Se la maggioranza (LaREM, sigla de La République en marche) con i suoi giornalisti su commissione lo presentano come un fenomeno odioso ed esecrabile, sarebbe invece necessario farsi qualche domanda sul significato di questo movimento e le sue possibili conseguenze.

 

Il giorno della collera

 

Questo movimento è stato innescato dall'annuncio di un aumento dei prezzi del carburante. Tuttavia, riflette una rabbia molto più profonda e cause molto più complesse. La questione dei prezzi del carburante rimanda alla cosiddetta "compressione dei consumi" delle famiglie delle classi popolari. Quando non si hanno mezzi di trasporto alternativi e si devono fare ogni giorno decine di chilometri per andare al lavoro, ebbene sì, il costo del carburante rappresenta un pesante onere. Detto in termini economici, in questo caso non vi è alcuna elasticità del consumo rispetto al prezzo.

 

Tuttavia, un semplice aumento dei prezzi del carburante non avrebbe certamente causato una tale collera se non fosse arrivato in aggiunta ad altri aumenti e ad una pressione fiscale che le classi lavoratrici considerano eccessivamente onerosa. Le riforme fiscali realizzate lo scorso anno dal governo - tra cui la rimozione della ISF (Imposta di solidarietà sul patrimonio) - e le misure adottate dai governi precedenti - tra cui ricordiamo i 44 miliardi di sgravi fiscali del CICE (credito d’imposta per la competitività e l’occupazione) concessi alle grandi imprese in cambio della creazione di qualche posto di lavoro - sono alla base di questa rabbia. Si parla di una "esasperazione fiscale"; in certi casi ci si può arrivare. Ma qui si tratta soprattutto di un senso di ingiustizia fiscale.


A questo aggiungiamo le più che infelici osservazioni di un presidente della Repubblica il quale evidentemente non prova alcuna empatia per le classi popolari, affascinato com'è dagli "start-upper" e dalla ricchezza di coloro che, per usare la sua espressione, "si sono fatti dal nulla". I termini estremamente dispregiativi che egli ha usato per anni contro le classi popolari sono ben noti. Non sono stati dimenticati da coloro a cui sono stati rivolti. I francesi, si dice, hanno la memoria corta. Invece hanno appena dimostrato l'esatto opposto.


 

Tutti questi sono stati fattori di coesione di una rivolta emersa dalle profondità della "Francia periferica", per riprendere l'espressione del geografo Christophe Guilluy. L'odio dei rappresentanti organici della Francia "bobo" (bourgeois-bohème, corrispondente all'italiano radical-chic, ndt) segnala dove si trova la frattura.  Questa frattura, e qualcuno non se ne dispiaccia, è una frattura di classe. Gli slogan politici che abbiamo sentito non sono dovuti alla presenza di attivisti e di organizzazioni di partito, ma piuttosto al fatto che queste classi popolari identificano spontaneamente il governo e il presidente come loro nemici.

 

L'auto-organizzazione, i suoi precedenti, i suoi limiti e il suo futuro

 

Questa rivolta è stata in gran parte non organizzata, o più esattamente auto-organizzata. È partita da iniziative individuali, e si è amplificata sui social network. Un gran numero di manifestanti del 17 novembre erano alla loro prima esperienza di manifestazione, di lotta collettiva. Questa esperienza, questa forma specifica di socializzazione è di estrema importanza. Perché imparando a coordinarsi, a parlare insieme, queste persone smettono di essere individui isolati. Diventano consapevoli della loro forza. È per questo motivo che questo movimento, eterogeneo nella sua ideologia, i cui partecipanti sono disomogenei e tra loro differenziati, è fondamentalmente un movimento sociale progressista. Perché ogni esperimento sociale che oggi permette agli individui di uscire dal loro isolamento ha un carattere progressista.

 

Il disorientamento di certi partiti, ma anche di certi sindacati, di fronte a questa manifestazione è stato dirompente. La partecipazione dei dirigenti della France Insoumise, come Jean-Luc Mélenchon, François Ruffin, o Adrien Quatennens, mostra che questo movimento ha compreso la natura profonda di quanto stava accadendo. Bisogna anche dire che alcuni altri partiti hanno sostenuto l'evento, alcuni più timidamente altri con più convinzione. Per riprendere una espressione del mio ottimo collega Bruno Amable, la domanda che oggi si pone è se su questa base si verrà a formare un "blocco anti-borghese" in grado di contrastare il "blocco borghese" ora al potere.

 

Perché la forza dei giubbotti gialli può essere anche la loro debolezza. Se la mobilitazione vuole essere duraratura, e per affrontare l'intransigenza del governo è chiaro che deve esserlo, dovrà darsi una forma di organizzazione. Ma allora la pressione del governo aumenterà di conseguenza. Basti ricordare come Georges Clemenceau, allora ministro degli Interni, riuscì a manipolare Marcelin Albert, il leader della rivolta dei vignaioli del Mezzogiorno e in particolare della regione di Béziers nel 1907, di cui ci è rimasta la canzone "Gloire au 17ème", che celebra la fraternizzazione dei soldati del 17° battaglione con i manifestanti. I giubbotti gialli avrebbero quindi interesse a strutturarsi in comitati di azione con coordinamenti regionali e nazionali, consentendo un controllo democratico che vada oltre la preparazione di una giornata di dimostrazione.

 

Oltre a questo rischio, sempre presente, la mobilitazione deve porsi la questione dell'allargamento del movimento, ma anche delle forme che deve assumere e degli obiettivi che deve darsi. La persistenza dei blocchi e delle manifestazioni nella giornata di domenica 18 novembre, l'estensione ai territori di oltremare, tutti questi sintomi indicano che potremmo essere alla vigilia di qualcosa di molto più importante di una semplice protesta contro le tasse.

 

La cancellazione dei sindacati e il potenziale di questa mobilitazione

 

Tuttavia, dobbiamo tornare alla cancellazione dei sindacati e al suo corollario: la mancanza di rappresentanti istituzionali dei giubbotti gialli. Ci sono molte ragioni per questa cancellazione, e il fenomeno della burocratizzazione delle grandi centrali è una di queste. Ma quando il governo fa tutto il possibile per eliminare i sindacati come forze sociali, poi non può lamentarsi dell'assenza di rappresentanti istituzionali nel movimento del 17 novembre, rappresentanti con cui potrebbe, nel caso, negoziare.

 

Nel maggio del 1968, furono i sindacati, e prima di tutto la CGT, gli artefici del compromesso - l'accordo di Grenelle - che permise al movimento di trovare una via d'uscita non rivoluzionaria. Questi accordi sono stati talmente significativi che la parola "Grenelle" oggi è ripresa in tutte le salse. Sarà difficile che un fatto del genere si ripeta.

 

Il governo si trova quindi di fronte a un movimento di tipo nuovo, un movimento di protesta che porta direttamente in sé la natura di una protesta politica. A meno di cedere molto velocemente, ed è molto difficile che questo possa accadere, il governo rischia di dover affrontare due gravi ostacoli.

 

Il primo è che questa mobilitazione continui a montare e che si arrivi, qua e là, a una fraternizzazione con le forze dell'ordine. Questo è lo scenario peggiore per questo governo. Anche se al giorno d'oggi è poco probabile, implicherebbe la trasformazione di questa mobilitazione in un movimento insurrezionale.

 

Il secondo, più verosimile, è che questa mobilitazione finisca per logorarsi per mancanza di opportunità concrete e per non riuscire a collegarsi con altri settori della popolazione. Ma, anche se questo movimento andrà ad esaurirsi, sarà solo in apparenza. La rabbia, e ora anche l'amarezza, saranno sempre lì, in attesa di un pretesto per riaffiorare, e un'opportunità, soprattutto elettorale, per esprimersi.

 

Il governo deve dunque affrontare una grande minaccia a breve termine, ma una minaccia altrettanto formidabile a medio termine. Ma qualunque cosa faccia, non si sbarazzerà del pericolo.

 

E, per gli amatori, le prime strofe della canzone.

 

GLORIA AL DICIASSETTESIMO

 

Legittima era la vostra collera
Rifiutarsi era un grande dovere
Non si devono uccidere i propri padri e madri
Per i grandi che sono al potere
Soldati, la vostra coscienza è pulita
Non ci si uccide tra Francesi
Rifiutandovi di insanguinare le vostre baionette
Soldatini, avete fatto bene

 

Vi saluto, vi saluto
Coraggiosi soldati del Diciassettesimo
Vi saluto, bravi marmittoni
Ognuno vi ammira e vi ama
Vi saluto, saluto voi
E il vostro magnifico gesto
Avreste, sparandoci addosso,
Assassinato la Repubblica.

 

(versione italiana di Riccardo Venturi)

 

27/09/18

Sapir - E quindi Donald Trump fa meglio dei socialdemocratici...

In questo articolo di fine agosto 2018 l'economista francese Jacques Sapir commenta l'accordo firmato dal Presidente USA Trump col Messico come un accordo rivoluzionario, in quanto per la prima volta osa introdurre il principio della protezione sociale negli accordi commerciali internazionali. Cose spesso proclamate dalla sinistra intellettuale, che tuttavia non ha mai neanche pensato di metterle in pratica in tanti anni di governo.  In questo contesto, colpisce la "demonizzazione a prescindere" di Trump da parte della grande stampa che, gravemente malata di partigianeria e incapace di valutare e distinguere, riconferma di aver del tutto abbandonato la sua originaria funzione di informazione al servizio della democrazia.

 

 

 

di Jacques Sapir, 28 agosto 2018

 

Un nuovo accordo commerciale in sostituzione del NAFTA è stato appena firmato tra gli Stati Uniti e il Messico [1]. Era noto sin dalla sua investitura che il Presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, voleva che questo accordo venisse rivisto. E dunque lo ha fatto, intanto con il Messico. Con il Canada, i negoziati sembrano più complicati. Nel nuovo accordo, vi è una clausola che attira l'attenzione: quella che stabilisce una forma di salario minimo per una parte dei lavoratori dell'automobile [2]. A quanto mi risulta, si tratta di una clausola rivoluzionaria negli accordi commerciali bilaterali o multilaterali. Risponde in parte alla proposta da me avanzata nel mio libro La Démondialisation [3] e segna l'ingresso del sociale e della lotta contro le delocalizzazioni negli accordi commerciali.

 

Le innovazioni contenute nell'accordo

 

Prima di tutto, dobbiamo osservare attentamente questa clausola.Di che si tratta? È scritto che dal 40% al 45% delle componenti delle automobili che circoleranno sotto questo accordo dovranno essere state fabbricate da lavoratori pagati con un salario minimo di almeno 16 dollari l'ora. Questo è un punto molto importante, ma non è l'unico.

 

L'accordo

 



 

In effetti, questo punto elimina in parte il vantaggio che le aziende possono avere a trasferire la loro produzione in Messico, per poi reimportarla negli Stati Uniti senza pagare i diritti dognali. In effetti, nel 2017 i salari medi in questo settore erano di $ 2.25 per ora. [4] Un contratto collettivo stipulato dalla filiale Volkswagen in Messico fissava dei salari che andavano da $ 1 a $ 4 all'ora. Nei fatti, nonostante i ripetuti scioperi, i produttori stabiliti in Messico, sia europei (VW, Audi) che americani o giapponesi, hanno resistito ferocemente alle richieste di aumenti salariali dei loro lavoratori. L'industria automobilistica era riuscita a creare in Messico ciò che il sito Business Insider ha giustamente definito un "Nirvana dei bassi salari". [5] Infatti, anche relativamente alla produttività (che naturalmente negli Stati Uniti è più elevata), il salario in Messico rimane molto basso.

 

Livello dei salari in dollari USA in Messico su un periodo di 10 anni

 



 

Ma questo accordo non si limita a fissare un minimo salariale. Comprende anche, come leggiamo, delle clausole di tutela in materia di contrattazione collettiva. Tali clausole serviranno principalmente a proteggere i lavoratori messicani, esposti a una repressione brutale e spesso omicida. Ovviamente sarebbe meglio determinare il salario minimo in base al costo del lavoro reale, cioè non tenendo conto solo dello stipendio, ma anche dei contributi sociali, e mettendo in relazione questa somma con la produttività di ciascun paese. Analogamente, occorrerebbe aumentare la percentuale dei prodotti in questione, ad esempio dal 40-45% al 70-75%. Dunque questo accordo non è "perfetto", ma è un enorme passo avanti nella giusta direzione. Ed è anche un passo che conferma come sia possibile - a condizione, naturalmente, di averne la volontà - introdurre delle clausole di protezione sociale negli accordi commerciali. È una lezione, e una lezione che merita di essere tenuta in considerazione.

 

Un freno alle delocalizzazioni?

 

Questo accordo limiterà le delocalizzazioni e servirà come base per un aumento dei salari in Messico. Corrisponde ai meccanismi immaginati nel contesto del "protezionismo di solidarietà" difeso da France Insoumise [6], o a quello che avevo immaginato alla fine del mio libro dedicato alla de-globalizzazione. Ricordiamo, qui, che il termine fu inventato molti anni fa da Bernard Cassen, ex presidente di ATTAC e responsabile di Le Monde Diplomatique. Ed era stato ripreso da Jaques Généreux, in un'intervista a L'Economie Politique [7].

 

Il libero scambio ha dimostrato di essere una straordinaria macchina di sfruttamento dei lavoratori dipendenti e di distruzione di gran parte della legislazione sociale affermatasi dalla Seconda Guerra Mondiale. Oggi è fortemente contestato all'interno dello stesso mondo accademico, sia per quel che riguarda il "paradosso di Leontief [8]" che per i suoi assunti irrealistici. Con l'emergere della nuova teoria del commercio internazionale (Krugman), possiamo considerare che il protezionismo ha recuperato la sua dignità [9] e Krugman stesso ha riconosciuto che potrebbe essere formulato un vero e proprio atto d'accusa contro la globalizzazione. [10] Fenomeni come il massiccio ricorso all'internazionalizzazione non erano stati previsti, e hanno considerevolmente modificato l'approccio alla globalizzazione [11].

 

In termini concreti, l'azione futura dovrebbe svilupparsi in tre direzioni. Innanzitutto, dovrebbero essere adottate misure protettive per compensare gli effetti del vero e proprio "dumping sociale ed ecologico" in cui alcuni paesi sono coinvolti.

 

Si potrebbero quindi immaginare delle imposte importanti alle frontiere che riportino in equilibrio il costo reale del lavoro, ma penalizzino anche le produzioni realizzate secondo standard ambientali che oggi non sono più accettabili. All'interno dell'UE, queste tasse potrebbero essere sostituite da degli importi compensativi di tipo sociale ed ecologico. Queste tasse, aumentando il costo delle importazioni, ripristinerebbero la competitività dei produttori nazionali. Le entrate che dovrebbero essere in grado di generare potrebbero quindi essere utilizzate per raccogliere fondi nei paesi interessati da tali imposte e consentire loro di progredire nel campo sociale ed ecologico[12].

 

Il paradosso di Trump

 

Infine, c'è il paradosso di vedere Donald Trump mettere in atto una misura richiesta per anni proprio dalla sinistra. Non nascondo il fatto che nutro profonde divergenze, a dir poco, con altri aspetti della sua politica, che si tratti di politica internazionale o di politica interna. Ma c'è qualcosa di indecente nel "massacro di Trump" in cui è impegnata gran parte della stampa francese. Dopotutto, delle misure di questo tipo avrebbero potuto essere incluse negli accordi dell'UE o nei trattati firmati tra l'UE e altri paesi, eppure, mai, i nostri "socialisti", gli Hollande, Hamon, Moscovici ed altri, ed i loro alleati ecologisti (EELV), ci hanno neanche provato. Eppure, queste persone sono state al potere per molti anni (1997-2002 e 2012-2017). Allo stesso modo, che merito può essere dato a Emmanuel Macron per la sua cosiddetta "difesa del pianeta" (ricordate la sua formula Make our planet great again) quando si scopre che il suo governo è al soldo delle lobby più reazionarie su questo tema, come ha affermato questo 28 agosto il suo ex ministro Nicolas Hulot su France-inter.

 

Quindi, se possiamo avere ragione a criticare Trump su certe questioni, dobbiamo anche riconoscere quel che c'è di positivo nella sua azione e applaudirlo, perché no, quando mette in discussione la mortificante logica del libero scambio.

 

 

[1] https://www.wsj.com/articles/mexico-u-s-nafta-negotiators-signal-confidence-after-marathon-sunday-session-1535372909

 

[2] Pour le texte, voir : https://ustr.gov/about-us/policy-offices/press-office/press-releases/2018/august/modernizing-nafta-be-21st-century

 

[3] Sapir J., La démondailisation, Paris, Le Seuil, 2010.

 

[4] https://www.businessinsider.com/mexico-labor-wages-and-global-automakers-2017-10?IR=T

 

[5] https://www.businessinsider.com/mexico-labor-wages-and-global-automakers-2017-10?IR=T

 

[6] https://www.humanite.fr/melenchon-defend-le-protectionnisme-solidaire-632330

 

[7] https://www.cairn.info/revue-l-economie-politique-2017-2-page-20.htm

 

[8] Voir F. Duchin, « International Trade: Evolution in the Thought and Analysis of Wassily Leontief », 2000, disponible sur www.wassily.leontief.net/PDF/Duchin.pdf, p. 3.

 

[9] Voir A. MacEwan, Neo-Liberalism or Democracy?: Economic Strategy, Markets and Alternatives For the 21st Century, New York, Zed Books, 1999.

 

[10] P. Krugman, « A Globalization Puzzle », 21 février 2010, disponible sur

http :www.krugman.blogs.nytimes.com/2010/02/21/a-globalization-puzzle .

 

[11] Voir R. Hira, A. Hira, con un commentario di  L. Dobbs, « Outsourcing America: What’s Behind Our National Crisis and How We Can Reclaim American Jobs », AMACOM/American Management Association, mai 2005 ; P. C. Roberts, « Jobless in the USA », Newsmax.com, 7 août 2003, www.newsmax.com/archives/articles/2003/8/6/132901.shtml.

 

[12] Il principio del « protezionismo altruista » difeso tra gli altri da Bernard Cassen.

03/10/17

Sapir - La Catalogna insanguinata


  1. Jacques Sapir scrive un equilibrato articolo sulla questione del referendum catalano tenuto questa domenica 1° ottobre. La violenza che è stata inflitta dalla polizia ai manifestanti e l'arroganza del governo di Rajoy, che si è rifiutato di considerare in qualsiasi modo la consultazione referendaria, sono stati gravissimi errori del governo centrale, in un paese la cui fragile unità era stata consolidata nel 20° secolo con difficili compromessi. Dopo ciò che è avvenuto, la questione di un referendum legittimato dal governo non è più eludibile, almeno da un punto di vista politico.

21/09/17

Sapir - Sulla scissione al Front National e la costruzione di un Fronte di Liberazione Nazionale

Jacques Sapir commenta le dimissioni dal Front National di Florian Philippot, l'ideologo che aveva guidato il partito nella sua opposizione all'euro e all'Unione europea portandolo a percentuali di voto mai viste: una svolta importante che se da una parte ci dà la misura dell'incapacità della leadership del partito di cogliere la sfida della storia, dall'altra ripropone la questione, fondamentale anche in Italia, della costruzione di un fronte di liberazione nazionale che raccolga tutte le forze sovraniste e sappia mettere temporaneamente da parte i problemi di identità e le divergenze, pure profonde, per concentrarsi sull'obiettivo comune di immediata e vitale importanza. Questione che in Italia è ancora più calda, dato l'appuntamento elettorale alle porte. 

 

 

 

Di Jacques Sapir, 21 settembre 2017

 

Le dimissioni di Florian Philippot e di altri del Front National non sono un episodio secondario. È una vera e propria spaccatura, un punto di svolta importante nella politica francese.

 

Florian Philippot, come era noto a tutti, aveva cercato di portare un'altra linea politica nel Front National. E in una certa misura ci era riuscito, portando ad un cambiamento significativo che aveva permesso al partito di passare dal 12-15% dei voti che il partito aveva precedentemente, fino ai risultati registrati nelle ultime elezioni (il 33,9% del secondo turno delle elezioni presidenziali, pari a 10,638 milioni di voti). Si tratta di percentuali di portata storica. Oltre a ciò, di fronte alla crescente tirannia dell'Unione europea e dei suoi referenti in Francia, ciò aveva reso possibile pensare di realizzare un fronte comune con le correnti sovraniste della sinistra.

 

1. Questo fronte comune o "fronte di liberazione nazionale", perché è di questo che si tratta, comportava o che il Front National portasse avanti la sua trasformazione per diventare un vero partito populista, oppure che sarebbe nato un nuovo partito liberato dalle scorie razziste e di estrema destra. All'epoca l'avevo espresso chiaramente [1]:

 

"A lungo termine si porrà la questione dei rapporti con il Front National, o con il partito che ne deriva. Bisogna capire con chiarezza che non è più il tempo del settarismo e dei divieti incrociati degli uni e degli altri. (...) Dobbiamo invece essere consapevoli che la costituzione di un Fronte di Liberazione Nazionale pone dei problemi formidabili. Dovrà comprendere un vero programma di "salute pubblica" che i governi di questo "Fronte" dovranno implementare, non solo per smantellare l'Euro, ma anche per organizzare l'economia del "giorno dopo". Questo programma comporta uno sforzo particolare nell'ambito degli investimenti, ma anche una nuova regola per la gestione della moneta, nonché nuove regole per l'intervento statale nell'economia. (...) L'idea di un Fronte di Liberazione Nazionale è dunque certamente un'idea molto potente, sia in Francia che in Italia. Ma implica che, almeno a sinistra, ci si riappropri della logica dei "fronti" e si comprenda che in questo tipo di "fronte" possono esserci ampie divergenze, ma che sono – temporaneamente – messe in secondo piano a vantaggio di un obiettivo comune. Il vero problema è l'autonomia di espressione e di esistenza delle forze politiche di sinistra all'interno di questi fronti. Sarà quindi necessario garantire che le forme istituzionali che questi fronti si daranno non siano contraddittorie con l'autonomia politica."

 

Queste parole conservano oggi tutta la loro rilevanza e tutto il loro significato. Al di là della Grecia, possiamo vedere come l'euro e l'Unione europea stiano portando a limitare ogni giorno di più la democrazia e la sovranità del nostro paese, e che c'è un un legame logico tra la crisi delle istituzioni democratiche e la negazione della sovranità. La logica (e non la semplice riedizione) del CLN è chiaramente necessaria per affrontare i problemi che il nostro Paese si trova davanti. Il problema era, e rimane ancora, che alcuni non riescono a concepire questa logica del "fronte", o forse semplicemente non la comprendono [2].

 

2. Le dimissioni di Florian Philippot sono perciò l'inizio di una vera e propria scissione, che si verifichi immediatamente o che si realizzi nel tempo, con un'emorragia di aderenti e l'uscita dei migliori militanti. Essa misura l'incapacità della leadership del Front National di essere all'altezza delle sfide della storia e l'incapacità più particolare di Marine le Pen, rivelata nella campagna presidenziale e in particolare durante il dibattito del mercoledì precedente al secondo turno. Ne ho già parlato ampiamente nell'intervista al CIRCLE des PATRIOTES DISPARUS [3].

 

Al di là del comportamento personale della candidata, questo episodio ha mostrato una incoerenza di fondo della sua campagna. Il fatto che non sia riuscita a correggere rapidamente questa incoerenza è stato altrettanto significativo. Ancora una volta, riporto le parole che ho usato:

 

"È quindi in una posizione indebolita che Marine le Pen è arrivata al dibattito di mercoledì, prima del secondo turno. Ha commesso due errori: quello di sottovalutare il suo avversario, perché qualunque cosa si possa pensare della politica di Emmanuel Macron, non è certo il primo venuto, e quello di pensare di poter giocare la carta del populismo demagogico, un po' come Donald Trump. Ma la cultura politica francese è molto diversa dalla cultura politica degli Stati Uniti, almeno su questo punto. Il risultato è stato quello che abbiamo visto: un'agitazione sterile, e a volte patetica, che ha mancato di cogliere le questioni reali che avrebbero potuto mettere Emmanuel Macron in difficoltà. La perdita di credibilità che, voglio ricordare, si era già cominciata a manifestare la domenica precedente il dibattito, è diventata catastrofica. E ha portato a "ri-demonizzare" Marine Le Pen, ridando quindi credibilità alle "barricate" [4].

 

Vediamo bene cosa c'era in gioco. Incapace di superare questo fallimento, il Front National e la sua presidente si sono impantanati in atteggiamenti suicidi. Limitando il loro discorso al solo problema dell'immigrazione, hanno completamente perso di vista il fatto centrale: il fallimento dei meccanismi di integrazione, un fallimento che può giustificare una certa posizione immediata sull'immigrazione, ma al quale non si dà seguito.

 

3. Che ne sarà del Front National? Può solo sperare lo stesso destino del Partito Comunista Francese dopo il fallimento storico della candidatura di George Marchais nel 1981. Si trasformerà in un "partito zombie", un morto vivente della politica. Questa è stata la traiettoria del PCF dal 1981 in poi, una traiettoria che l'ha portato, dopo che aveva ottenuto più del 20% dei voti alla fine del gollismo, a scendere al di sotto del 5%.

 

Tuttavia, questa traiettoria dovrebbe essere più veloce. Anche se il FN non dovrà subire uno shock come quello della dissoluzione dell'URSS, nella misura in cui si ripiegherà su se stesso verranno fuori le sue caratteristiche più ripugnanti. Perderà la sua base elettorale nazionale, ma conserverà per qualche anno un radicamento locale, specialmente in Provenza e nella Costa Azzurra. Certamente per alcune delle persone più vicine a Marine Le Pen c'è una garanzia di carriera. Potranno sempre contare, nelle loro roccaforti, su accordi non di principio con i repubblicani. Si imporrà una pura logica di vantaggi personali, ben diversa da quella dei loro discorsi in cui affermano di voler "servire la Nazione". Faranno come i membri del RPF degli anni 48-52 che, secondo l'espressione stessa del generale de Gaulle, si erano "seduti a tavola". Gli elettori che si erano rivolti al FN, da parte loro, capiranno che ormai è inutile e si allontaneranno. Se ne allontaneranno tanto più rapidamente se le altre forze sovraniste saranno in grado di aprirsi alle questioni sollevate da questi elettori e cesseranno, soprattutto alcuni, di chiudere gli occhi sui reali problemi dell'islamismo.
4. Quanto al destino personale di Florian Philippot e delle persone che lo seguono, è ancora troppo presto per pronunciarsi. Se una spaccatura è sempre un fenomeno significativo, non compromette necessariamente la carriera politica delle persone coinvolte. L'unica cosa che si può dire è che è di fondamentale importanza non tradire i propri principi e avere una posizione coerente. Vedremo, nelle prossime settimane, se la posizione gollista di Philippot era solo un atteggiamento, o l'espressione di un profondo impegno. Potrà sviluppare il suo discorso in un modo che non sarà più vincolato dal quadro del FN.

 

Questo punto di svolta è una prova che il processo di decostruzione-ricostruzione della vita politica in Francia sta ancora avvenendo, un processo che in parte spiega l'elezione di Emmanuel Macron.

 

 

[1] Sapir J., « Réflexion sur la Grèce et l’Europe », pubblicato il 21 agosto 2015 su Russeurope, https://russeurope.hypotheses.org/4225

 

[2] Cfr. Sapir J., "Sur la logique des fronts", pubblicato il 23 agosto 2015 su Russeurope, https://russeurope.hypotheses.org/4232

 

[3] Vedi Sapir J., "Le souverainisme inaudible? ", pubblicato il 16 settembre 2017 su Russeurope, https://russeurope.hypotheses.org/6287

 

[4] https://russeurope.hypotheses.org/6287

 

 

26/08/17

Sapir - Le cattive notizie per l'euro: Karlsruhe vs. BCE, e di nuovo l'Italia...

Jacques Sapir commenta gli avvenimenti recenti che indicano dei mutamenti di atteggiamento verso l'euro: l'accusa della corte di Karlsruhe verso la BCE, che avrebbe agito in modo incompatibile con la Costituzione tedesca (mossa simbolicamente importante che lancia un avvertimento pesante a Draghi), e la proposta insolitamente argomentata fatta da Berlusconi per l'introduzione di una doppia moneta in Italia (proposta inattuabile, ma che ammicca all'uscita dall'euro). Si tratta in entrambi i casi di mosse legate al clima pre-elettorale. Tuttavia, esse mostrano come la politica sia sempre più spinta a prendere posizione sul tema dell'euro e ad assumersene delle responsabilità.

 

 

di Jacques Sapir, 23 agosto 2017

 

Nel giro di una settimana si sono sommate diverse brutte notizie per l'euro. Si tratta essenzialmente di notizie politiche. Non torneremo, in questo articolo, sui problemi economici della moneta unica, che abbiamo già descritto e analizzato in vari post [1].

 

Queste notizie arrivano in parte dall'Italia, il che non sorprenderà nessuno vista la situazione di quel paese, che l'euro sta strangolando. Ma il punto importante è che un'altra notizia viene dalla Germania, fatto più intrigante che merita una spiegazione.

 

L'euro e la Corte Costituzionale tedesca di Karlsruhe

 

Le prime cattive notizie provengono proprio dalla Germania. La corte costituzionale tedesca di Karlsruhe, che in effetti è l'equivalente della Corte Costituzionale, ha riconosciuto che le misure della Banca centrale europea note come PSPP (programma di acquisto titoli del settore pubblico) potrebbero rappresentare una violazione della Costituzione tedesca [2]. La corte di Karlsruhe ha dichiarato, nelle proprie tesi, che "ci sono ragioni significative per ritenere che la BCE sia andata oltre il proprio mandato" [3].

 

Ovviamente non dobbiamo eccitarci troppo per questa decisione. Se il presidente della corte costituzionale di Karlsruhe ha sostenuto che, a suo avviso, le misure della BCE rappresentano una violazione della Costituzione tedesca, ha però anche rimandato tutta la pratica alla Corte europea di giustizia. La sentenza che sarà emessa da quest'ultima verrà poi esaminata dalla corte di Karlsruhe. Come si può capire, si tratterà di una procedura lunga, che durerà almeno fino all'inizio del 2018, se non fino alla tarda primavera. Questa procedura, inoltre, è stata avviata a seguito della denuncia presentata da Alexander Gauland, leader di Alternativa per la Germania (AfD). Questo partito politico, che è noto per le sue posizioni anti-euro, è impegnato come gli altri nella campagna elettorale per le elezioni politiche di settembre. Appare quindi evidente che abbia voluto compiere un'operazione pubblicitaria. Questa operazione, però, sembra aver toccato un punto sensibile, e la reazione della corte di Karlsruhe è stata rapida e positiva.

 

I dirigenti della BCE hanno reagito rapidamente, cercando di rassicurare i leader europei. Hanno affermato che le operazioni della BCE erano perfettamente legali e corrispondevano al suo mandato. Può essere. È probabile che la Corte europea di giustizia non vorrà mettere la BCE in una situazione difficile. Ma questa sentenza potrebbe comunque limitare seriamente i margini di manovra della BCE [4]. Si tratterebbe quindi di uno "stop", o almeno di un colpo di avvertimento. E il fatto che venga dalla Germania è particolarmente significativo.

 

E ora parliamo di nuovo dell'Italia...

 

A tutto questo si somma il fatto che, nel frattempo, c'è stato un evento importante in Italia. Il 19 agosto 2017 sul quotidiano Libero, Silvio Berlusconi ha pubblicato una lettera aperta in cui propone di stabilire per l'Italia un sistema a due valute: l'euro, che sarebbe utilizzato solo per le transazioni internazionali, e la lira, che sarebbe utilizzata per i pagamenti all'interno del paese [la lettera di Berlusconi giunge in risposta alle domande poste da Paolo Becchi e Fabio Dragoni al Cavaliere su Libero, ndVdE]. Non è la prima volta che l'ex primo ministro italiano fa una dichiarazione del genere. Ma è la prima volta che la fa in un modo così politicamente articolato. Questo gli ha procurato aspre critiche, in particolare da Romano Prodi, che gli ha consigliato di "andare a farsi curare", ma anche da Claudio Borghi, responsabile economico della Lega Nord (che come noto ha avanzato da tempo la proposta per certi aspetti simile, ma molto più attuabile concretamente, dei MiniBot, ndVdE).

 

Nonostante ciò, con tutte le sue contraddizioni, la lettera di Silvio Berlusconi è importante. Essa ricorda la necessità, per l'Italia, di ricorrere alle svalutazioni negli anni '80 e '90. Sottolinea il fatto che molti paesi hanno saputo superare fasi di grandi difficoltà economiche – e a questo proposito cita la Russia, la Cina e la Corea del Sud – per il fatto che disponevano della propria moneta. Berlusconi insiste su questo aspetto per accostarsi ad altri partiti come la Lega Nord, ma anche ai delusi del Movimento 5 Stelle, e a questo proposito dobbiamo ricordare che anche l'Italia si trova in un periodo pre-elettorale.

 



 

Silvio Berlusconi, le sue contraddizioni e la sua verità

 

Il progetto di Berlusconi però, contrariamente a quanto afferma, non è compatibile con le norme dell'unione monetaria (si veda l'articolo 128 del Trattato di Lisbona o del TFUE). Claudio Borghi ha ragione a ricordare questo punto. Se anche lo fosse, però, la complessità di un sistema a doppia valuta nel mondo moderno ha sempre fatto sì che esso nella realtà non abbia mai funzionato più di qualche mese o di qualche anno. Forse dobbiamo intedere che dietro la proposta di Berlusconi ci sia semplicemente l'intenzione di uscire dall'euro. Di fronte al disastro nel quale si trova il paese, disastro aggravato dal fatto di trovarsi in prima linea sul fronte dell'onda migratoria, sono sempre di più le voci che si alzano a dire che bisogna fare "qualcos'altro".

 

Questo ha senso per l'Italia, ma ha senso anche per altri paesi, dalla Francia alla Grecia, passando per la Spagna, il Portogallo e il Belgio. Non ci deve sorprendere che Berlusconi avanzi questa proposta, sebbene in modo un po' velato. Sappiamo che molti economisti italiani, in privato, la ritengono indispensabile e inevitabile. Il principale rimprovero che si può fare a Berlusconi è di non andare coerentemente fino in fondo.

 

Dopo che il Movimento 5 Stelle ha fatto retromarcia, Berlusconi spera di prendersi i voti del partito populista di Beppe Grillo, un partito che appare in difficoltà, privo di strategia e coerenza. Ma se riuscirà a farlo anche senza chiarire del tutto la propria posizione, questo resta da vedere.

 

Uno spettro si aggira per l'Europa...

 

Come possiamo notare, sia in Italia che in Germania le considerazioni elettorali sono ben presenti. Questo è ovvio. Ma è anche ovvio che, al di là di queste considerazioni, l'euro resta un problema centrale per diverse forze politiche. Esso incombe su tutti i problemi economici e sociali che i paesi si trovano ad affrontare. È quindi illusorio pensare di affrontare i problemi ignorando che essi sono in gran parte il risultato dell'esistenza stessa dell'euro [5].

 

Questa situazione costringe le forze politiche a schierarsi in relazione ad esso e alle sue conseguenze. Non c'è nessun trucco da prestigiatore che possa farlo sparire dall'orizzonte politico, e l'euro continuerà a restare una questione in campo finché non ce ne saremo liberati.

 

Questa situazione non lascia quindi che tre soluzioni per le forze politiche. La prima è unirsi al campo dei sostenitori dell'euro e assumersi la responsabilità delle conseguenze disastrose della moneta unica, che le si voglia o no. Oppure si possono criticare queste conseguenze, ma senza mettere in discussione l'euro, e alla fine affondare nella propria incoerenza, che allontanerà non pochi elettori. Questo è quanto sta accadendo al Movimento 5 Stelle ed è già accaduto alla "sinistra" in Francia, a quelli che continuavano a parlare di "un altro euro", anche se tutti sanno che un altro euro è e resterà una chimera. Infine, le forze politiche possono assumere delle posizioni che mettano seriamente in discussione l'euro, e quindi assumersene tutte le implicazioni, e in particolare un sistema di alleanze, ma anche un insieme di misure istituzionali, che rendano effettiva l'uscita dall'euro.

 

Ora che in Francia si sta preparando un movimento di protesta contro le misure economiche e sociali inique del governo, è necessario capire che queste misure sono in realtà coerenti con l'esistenza dell'euro. Esse sono la traduzione dell'esistenza dell'euro nella nostra vita quotidiana. Queste misure possono essere contrastate solo opponendosi alla loro ragion d'essere, che è l'euro.

 

 

 

[1] Si vedano il post del 29 luglio 2017 pubblicato su Russeurope [qui tradotto da Voci dall'Estero] sulle differenze nel tasso di cambio reale (calcolato dal Fondo Monetario Internazionale), il post del 30 luglio 2017 sui fondamenti teorici dell'euro, e quello dell'11 agosto sul deficit commerciale della Francia

 

[2] Balazs Koranyi e Francesco Canepa, Reuters, 15 agosto 2017,

 

[3] irishtimes.com – ECB bond-buying activities referred to Europe’s highest court – Mardi, 15 agosto 2017.

 

[4] Balazs Koranyi e Francesco Canepa, Reuters, op.cit.

 

[5] Come mostrato dall'analisi del deficit commerciale della Francia https://russeurope.hypotheses.org/6210

20/06/17

Sapir: il voto, la crisi, il futuro


  1. Jacques Sapir commenta il risultato del secondo turno delle elezioni legislative francesi, da cui è emersa la frattura drammatica tra la soverchiante maggioranza raggiunta da Macron e il paese reale, che per la stragrande parte ha votato altri partiti o non ha votato. La "nuova" (in realtà perfetta prosecuzione ideologica della precedente) maggioranza dovrà dunque governare con un potere ancora maggiore e una crisi di legittimità ancora più grave. Sapir esorta tutte le forze dell'opposizione "sovranista" a combattere una comune battaglia politica nelle piazze - là dove i numeri ci sono.


 

 

di Jacques Sapir, 19 giugno 2017

 

Il consolidarsi dei risultati del secondo turno delle elezioni legislative mostra ancora di più l’ampiezza con cui si è manifestato il rifiuto del voto. Se si sommano astensione, schede bianche e schede nulle – voti, questi ultimi, in forte aumento dal primo al secondo turno (da 500.000 a 2 milioni) – si supera il 61,5%, cifra data dal 57,36% delle astensioni più il 4,20% di schede bianche o nulle. Questo significa che appena il 38,5% degli elettori aventi diritto (ossia 18,31 milioni su 47,58 milioni) ha espresso effettivamente un voto al secondo turno. L’ampiezza del rifiuto del voto, a prescindere da quale forma abbia assunto, spinge a porsi alcune domande sul senso stesso di queste elezioni.

 

Paese “legale” contro paese "reale"?

 

Se non avessimo già abusato della contrapposizione maraussiana tra "paese legale" e "paese reale", dovremmo utilizzarla proprio per descrivere la situazione attuale. Certo, la situazione non è assimilabile a quella in cui Charles Maurras aveva espresso questa dicotomia. Essa indicava aspetti diversi e non può essere ridotta alla sola cifra dei non-votanti. Eppure oggi abbiamo un “paese legale” nel quale il movimento “Republique en Marche” ha ottenuto la maggioranza assoluta dei seggi all’Assemblea Nazionale tramite l’ultima tornata di elezioni, di cui nessuno contesta la legalità, ma questa maggioranza assoluta di deputati non può far dimenticare la maggioranza, questa volta davvero schiacciante al confronto, di francesi che non hanno votato o che hanno rifiutato di esprimere una scelta nel momento in cui hanno compilato la scheda di voto. È questa la discrepanza che giustifica, nonostante le remore storiche e politiche, il riutilizzo della dicotomia tra “paese legale” e “paese reale”. L’Assemblea Nazionale, per quanto sia legalmente autorizzata, ha un enorme problema di legittimità.

 

Una conseguenza di questo è che non c’è alcuna onda di consensi dietro al presidente e al suo partito. Il sistema elettorale francese, come sappiamo e abbiamo ripetuto a sufficienza, non fa altro che amplificare i risultati di una singola elezione. Tuttavia, nel 1981, durante la famosa “onda rosa”, l’astensione era stata solo del 24,9% (al secondo turno). Analogamente, nel 1993 durante “l’onda blu” ci fu un’astensione del 32,4%. Ora siamo in una situazione ben diversa. Ed è questa la situazione che dobbiamo considerare, al di là dei successi degli uni e dei fallimenti degli altri.

 

Crisi di legittimità e fratture politiche

 

Se anche – per miracolo – l’elezione fosse avvenuta secondo le regole del sistema proporzionale, - e allora, vorrei ricordare, “France Insoumise” avrebbe ottenuto 84 deputati (anziché solo 19) e il “Front National” ne avrebbe ottenuti 80 (anziché appena 8) - la legittimità dell’Assemblea Nazionale sarebbe stata comunque fragile. Naturalmente si può sempre dire che, in caso di rappresentanza proporzionale, l’astensione sarebbe stata meno marcata. Questo è possibile, ma è da dimostrare. È quindi necessario distinguere il problema della rappresentanza delle forze politiche all’interno dell’Assemblea Nazionale -problema che riguarda ovviamente la rappresentanza delle due forze di opposizione reale, e che potrebbe essere ridotto da un sistema elettorale un po’ diverso - dal problema della legittimità complessiva dell’Assemblea Nazionale, che deriva dall’ampiezza dell’effettivo “sciopero del voto” a cui abbiamo assistito da parte degli elettori francesi.

 

Questo “sciopero del voto”, che ha coinvolto il 61,5% degli iscritti, dimostra che la crisi politica in Francia, crisi che covava già dal 2012 e dalla rinnegazione europeista di François Hollande, e poi diventata crisi aperta dal 2013, non è ancora terminata. Gli incensatori di Emmanuel Macron e i propagandisti al soldo di “Republique en Marche” possono pure strombazzare in giro che con questa elezione si apre una nuova era. Ma sappiamo tutti che non è così. La società francese resta ancora spaccata in modo duraturo, a causa della disoccupazione, della disuguaglianza, del peso degli interessi delle grandi imprese e delle banche sugli ambienti politici e mediatici, ma anche a causa della crisi della scuola repubblicana, del modello di integrazione francese e del rischio terroristico. Di queste fratture ci ha dato un quadro più attendibile il primo turno delle elezioni presidenziali, che ha dimostrato come di fronte al campo del capitale - un campo che oggi si confonde con quello degli interessi “europeisti” - le diverse forze sovraniste nell’insieme potevano fare il loro gioco e ottenere la maggioranza.

 

Che futuro si prospetta?

 

Il grande rischio è di vedere il “paese legale” convincersi di avere tutti i diritti, e mettere in atto le riforme e le misure che aggraverebbero le fratture della società francese. Nei fatti questo rischio può assumere forme concrete differenti. La prima riguarda l’anomia, con una società che si disferebbe progressivamente sotto i colpi sempre più violenti che le vengono inferti, e frammenti di questa società che ricorrono alla violenza per cercare di far valere i propri diritti. Entreremmo allora in un mondo come quello di cui parla Hobbes, il mondo di una “guerra di tutti contro tutti”, con il più grande vantaggio - e la più grande felicità, si è costretti ad aggiungere - di quell’1% che ci comanda. La seconda strada, decisamente preferibile, vedrebbe i francesi unire le proprie forze contro le istituzioni occupate da una minoranza priva di legittimità, per far valere le proprie richieste. È stato questo l’appello rivolto domenica sera ai francesi da Jean-Luc Mélenchon.

 

Verso quale delle due forme di reazione penderà la bilancia è della più grande importanza. Ciò determinerà il nostro futuro. Bisogna quindi che le forze di opposizione, nel loro insieme, capiscano che non c’è soluzione possibile alla crisi politica se non nelle lotte collettive all’interno delle quali dovrà emergere, ancora una volta, l’idea del bene comune. Perché, e questo deve essere compreso da tutti, il “bene comune” non esiste al di sopra e al di là delle lotte sociali. Il bene comune va costruito all’interno di esse. Pertanto la nostra partecipazione alle lotte collettive sarà importante per definire il futuro che ci attende.

 

Allora e solo allora potrà essere trovata una soluzione alternativa a quello che alcuni colleghi hanno chiamato giustamente il “blocco borghese” o, più precisamente, il “blocco liberale”. Queste forze, senza rinunciare a ciò che costituisce la loro identità politica, dovranno capire che forme di unità sono necessarie, se un giorno vogliono veder trionfare le proprie idee.

 

Articolare “il” politico e “la” politica

 

Questo implica una riflessione seria sui campi del politico e della politica. Il politico, come sappiamo, si definisce attraverso la contrapposizione tra amico e nemico. È lo spazio dei confronti antagonistici. Ma avere più avversari alla volta implica assumersi il rischio di essere sconfitti, soprattutto quando gli avversari sono a conoscenza del problema. La politica è invece lo spazio dei conflitti non-antagonistici, delle opposizioni e delle divergenze che possono legittimamente emergere tra le forze politiche, e che ad un certo punto dovranno essere risolte, ma la cui soluzione può passare temporaneamente in secondo piano rispetto ai confronti antagonistici prima menzionati. Chantal Mouffe ha definito questo lo spazio del “confronto agonistico”, secondo una distinzione che molti di quelli che si riferiscono al suo pensiero, ma evidentemente non lo hanno letto, farebbero bene a meditare.

 

Così, ci sono differenze importanti, persino radicali, tra i vari sovranisti, ma questo non dovrebbe impedire ai sovranisti di formare un fronte comune contro lo stesso avversario. È comprensibile che ci siano molti punti che in questi anni hanno contrapposto i militanti del Front National agli attivisti saldamente radicati nella sinistra di France Insoumise. Ci sono differenze nei punti di vista e nell’identità politica. Queste differenze continueranno a esserci anche nelle battaglie che si dovranno condurre. Ma gli uni e gli altri devono capire che queste differenze potranno essere espresse solo quando la sovranità del popolo, cioè la sovranità della Francia, sarà stata ripristinata. Ciò non implica affatto che le contrapposizioni che ci sono tra loro siano superficiali o poco importanti. Non lo sono, se si considera il campo economico, per esempio la questione fiscale. Queste contrapposizioni ci sono, devono essere rispettate e sono legittime, in quanto rappresentano posizioni sociali differenti.

 

Ma queste contrapposizioni non devono oscurare quella, al contrario irriducibile, tra i sovranisti e i loro avversari. Questo lo aveva capito Eric Dillies, candidato perdente del Front National per la circoscrizione Nord, dove è stato recentemente eletto Adrien Quatennens, candidato di France Insoumise. Eric Dillies aveva dichiarato a un giornale locale, la “Voce del Nord”: “Voterò per lui e ho invitato i miei elettori a seguire il mio esempio (…). Ho incontrato Adrien Quatennens ed è una brava persona. Di fronte a una maggioranza strabordante lui difenderà il popolo, non sarà uno yes-man” [1]. Eric Dillies è stato ascoltato dai suoi elettori e questo può aver contribuito al successo di Quatennens. Questo è un esempio di realizzazione della distinzione tra “il politico" e “la politica", che i sovranisti dovranno imperativamente mettere in atto in futuro, se vorranno sperare di prevalere.

 

[1] http://www.lavoixdunord.fr/177015/article/2017-06-12/le-front-national-appelle-voter-pour-l-insoumis-adrien-quatennens