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19/04/20

Nature - Bloccare le informazioni sul COVID-19 può alimentare ladiffusione della disinformazione

E' giusto o efficace che i decisori politici nascondano informazioni sulla pandemia o reprimano informazioni ritenute fake news, ipotesi complottistiche, informazioni non verificate per mantenere la calma tra la popolazione? Uno studio su oltre 240 milioni di messaggi provenienti dai social media suggerisce che non sempre è così facile distinguere tra informazioni fake e informazioni non ancora verificate che potrebbero avere un'utilità nel contrastare la pandemia: reprimerle tutte potrebbe essere controproducente. E, peggio ancora, quando i governi bloccano le informazioni o fanno deliberatamente disinformazione, nella speranza di calmare l'opinione pubblica, rischiano di minare la propria credibilità e innescare dubbi e mancanza di fiducia nel pubblico sulle loro reali motivazioni. In conclusione, i governi devono riflettere due volte prima di tacitare le comunicazioni sul COVID-19 e i consigli sul “Mantenete la calma e andate avanti” possono sortire esattamente l’effetto opposto nel contesto di un nuovo virus mortale e in evoluzione, su cui ancora abbiamo molto da imparare. Da Nature.


di Heidi J. Larson, 30 marzo 2020


Due anni fa, in risposta alle informazioni false diffuse sui social media, il relatore speciale delle Nazioni Unite sulla protezione e la promozione del diritto alla libertà di opinione ed espressione condannò i governi che impedivano la libertà di parola in nome dell’ordine pubblico. Il rapporto del relatore speciale fornì come esempio la Legge Cinese sulla Sicurezza Informatica del 2016, che “rinforza le vaghe proibizioni contro la diffusione di informazioni 'false' che perturbano l’ordine sociale o economico, l’unità e la sicurezza nazionale”.

05/05/19

Crolla l'invenzione del governo di Macron sull'attacco dei gilet gialli all'ospedale di Parigi

La riflessione sull'importanza e le responsabilità dei giornalisti che abbiamo seguito in questi giorni si arricchisce di un nuovo capitolo: i grandi media hanno seguito pedissequamente la versione governativa francese su un episodio in realtà provocato dalla violenza della polizia e completamente stravolto nella narrazione ufficiale per denigrare i gilet gialli. Già il giorno dopo la verità è stata portata alla luce, grazie anche al ruolo fondamentale dei social media. E dunque, chi è che diffonde le cosiddette fake news? I social oppure i governi e i media che si fanno loro portavoce? Dal sito World Socialist Web Site.

 

di Will Morrow, 4 maggio 2019

 

 

Sono bastate meno di 24 ore per far crollare come un castello di carte la storia inventata dal governo Macron sui manifestanti in gilet giallo che il Primo Maggio avrebbero attaccato l'ospedale Pitié-Salpêtrière a Parigi. È venuto alla luce che non è stata altro che un'ulteriore menzogna per presentare come rivolta criminale la protesta contro le disuguaglianze sociali e sostenere la messa in atto da parte di Macron di uno stato di polizia francese contro la classe operaia.

 

I fatti in questione sono avvenuti poco dopo le 16 di mercoledì (Primo Maggio, ndt), sul Boulevard de l'Hôpital, nel 13° arrondissement di Parigi. La strada era affollata di migliaia di manifestanti, solo una parte delle oltre 40.000 persone che quel giorno manifestavano in città, quando la polizia in assetto antisommossa ha sparato gas lacrimogeni sulla folla fittamente ammassata e ha scatenato un'ondata di panico.

 

Un giornalista del quotidiano conservatore Le Figaro, Wladimir Garcin-Berson, presente alla scena, ha twittato che c'era stata "un'ondata di gas lacrimogeno, l'aria è diventata irrespirabile". I video pubblicati successivamente sui social mostrano i manifestanti in fuga dal gas soffocante mentre forzano il cancello di ferro del complesso ospedaliero. Diverse decine di persone hanno cercato rifugio all'interno di uno degli edifici dell'ospedale, ma sono state respinte dal personale e in seguito arrestate.

 

Nel giro di poche ore, l'incidente è stato trasformato, nelle parole del ministro dell'Interno francese Christophe Castaner, in un "attacco" all'ospedale da parte di rivoltosi. In una conferenza stampa tenuta mercoledì sera (Primo Maggio, ndt), in cui ha cercato di confondere le proteste di massa con i piccoli gruppi di anarchici black bloc, Castaner ha dichiarato che "la gente ha attaccato un ospedale. Le infermiere sono state costrette a difendere l'area del Pronto Soccorso. Le nostre forze di polizia sono immediatamente intervenute per difendere il Pronto Soccorso".

 

Un'ora dopo, Castaner ha twittato: "Qui a Pitié-Salpêtrière, è stato attaccato un ospedale. Il personale sanitario è stato aggredito. E un poliziotto inviato per proteggerli è stato ferito". Il tweet era accompagnato da immagini sia al grandangolo sia ravvicinate di un risoluto Castaner che stringe la mano alla polizia in assetto antisommossa e cammina attraverso il reparto ospedaliero a fianco del personale sanitario.

 

[caption id="attachment_17710" align="alignnone" width="640"] La foto twittata dal ministro degli Interni Castaner mercoledì notte.[/caption]

 

Il ministro della Solidarietà e della Salute di Macron, Agnès Buzyn, ha definito l'evento "inqualificabile" e "indegno".

 

"Forse c'erano persone che cercavano rifugio e altri che volevano rubare", ha dichiarato, senza fornire alcuna prova di quest'ultima affermazione. Come per enfatizzare il presunto desiderio di sangue dei manifestanti, è quindi emersa la notizia che un agente di polizia era ricoverato nello stesso momento in quello stesso ospedale per un incidente, suggerendo così che lui o lei avrebbe potuto essere l'obiettivo di un attacco di rappresaglia organizzato.

 

I media in Francia e all'estero hanno immediatamente ripetuto e amplificato le bugie del governo Macron.

 

L'edizione francese di The Local ha pubblicato una relazione intitolata: "'Inqualificabile': perché dozzine di manifestanti hanno fatto irruzione in un ospedale di Parigi durante le manifestazioni del 1° maggio?". Il Sun, di proprietà di Murdoch, in Gran Bretagna ha riportato "PERICOLO DI MORTE: furia a Parigi, manifestanti in gilet giallo irrompono nell'ospedale dove morì la principessa Diana." Le Figaro ha dichiarato che "dozzine di 'black bloc'" avevano fatto irruzione nell'ospedale.

 

L'esempio migliore del ruolo dei media come portavoce della propaganda di stato è dato dal canale di informazione pubblico France Info. Il suo servizio, intitolato "Intrusione al Pitié-Salpêtrière: "La discussione non era possibile ", racconta la direttrice dell'ospedale" mostrava la foto di un uomo incappucciato che attacca un cancello con un palo di metallo.

 

[caption id="attachment_17711" align="alignnone" width="640"] Foto pubblicata da France Info[/caption]

 

A poche ore dalla pubblicazione dell'articolo, il fotografo che ha scattato la foto, Geoffrey VdH, ha dichiarato in un tweet che la foto era stata scattata lo stesso giorno, ma in un luogo completamente diverso, fuori dalla sede centrale della polizia di Parigi.

 

France Info successivamente ha rimosso la foto e l'ha sostituita con l'immagine di un uomo che brandisce minacciosamente un martello fuori dall'ospedale, davanti a un edificio diverso da quello dove si è verificato l'incidente.

 

[caption id="attachment_17708" align="alignnone" width="640"] L'immagine aggiornata pubblicata da France Info[/caption]

 

Come documentato dalla rubrica "CheckNews" di Liberation, l'immagine è stata tagliata in basso per far sparire dozzine di "gilet gialli" che inveivano contro l'individuo armato di martello, dicendogli che non avrebbero permesso una simile provocazione. La foto originale era stata pubblicata da Le Parisien lo stesso giorno.

 

[caption id="attachment_17709" align="alignnone" width="640"] L'immagine originale pubblicata su Le Parisien[/caption]

Le menzogne del governo Macron sono crollate davvero e completamente giovedì, con la pubblicazione di numerosi video dell'incidente sui social media. Un video girato da uno dei lavoratori dell'ospedale mostra un gruppo di manifestanti che scappano da una squadra di polizia antisommossa lungo una via d'accesso all'ospedale, salendo la scalinata verso l'ingresso di un edificio e fermandosi al ripiano superiore, evidentemente terrorizzati dall'attacco della polizia. Il personale li informa che si tratta di un'area di Pronto Soccorso  che ospita pazienti e si rifiuta di lasciarli entrare. Si possono sentire gli operatori dell'ospedale che parlano tra di loro all'interno dell'edificio. "Sono spaventati, hanno solo paura", dice uno, a cui un altro risponde: "Sì, loro [la polizia] li ha inseguiti". Un altro afferma: "Non sapevano [che era il Pronto Soccorso], stavano solo cercando una via di fuga". I lavoratori dell'ospedale hanno anche rilasciato interviste in cui smentiscono categoricamente di essere mai stati minacciati.

 

L'intero incidente nel video si conclude in pochi minuti. La polizia arriva e arresta i manifestanti senza alcuno scontro. Con il crollo della menzogna del governo, tutti e 32 sono stati rilasciati ieri: la maggior parte di loro, secondo quanto è stato riferito, sarebbero ragazzi, studenti universitari.

 

Castaner ha controbattuto con rabbia a tutti quelli che lo hanno accusato di avere mentito, dichiarando assurdamente che potrebbe avere "sbagliato parola" e che non avrebbe dovuto usare il termine "attacco". Da molteplici parti sono state richieste le sue dimissioni.

 

La questione sottolinea una realtà politica essenziale. Il governo Macron, come le sue controparti a livello internazionale, guidate dal Partito Democratico negli Stati Uniti, utilizza la bandiera della lotta alle "fake news" per censurare internet e i social media e impedire ai lavoratori di accedere a fonti di informazione alternative che sfuggono al controllo del governo e delle grandi aziende. Ma chi diffonde fake news, in realtà, è il governo e i suoi portavoce nei grandi media.

 

Le menzogne del governo Macron su un inesistente attacco ospedaliero hanno uno scopo ben preciso: diffamare l'opposizione di sinistra al governo come criminale e moralmente riprovevole e giustificare il continuo scatenarsi della violenza dello stato di polizia contro la classe operaia.

 

A febbraio, un oscuro confronto verbale tra un "gilet giallo" e un opinionista ebreo di destra e sionista, Alain Finkielkraut, è stato usato allo stesso modo per diffamare l'intero movimento dei "gilet gialli" come antisemita.

 

La polizia è stata filmata mentre saccheggiava i negozi durante i violenti scontri sugli Champs-Élysées di marzo, a cui Macron ha reagito incolpando di tutti i saccheggi i "gilet gialli" e vietando le proteste sul viale. Il governo quindi ha dispiegato i soldati della missione anti-terrorismo Operazione Sentinella schierandoli contro i "gilet gialli", con l'autorizzazione a sparare.

 

Lo smascheramento di questa menzogna sfacciata su un "attacco" alla Pitié-Salpêtrière scredita i grandi media che hanno diffuso la storia, ma non solo: tutte le accuse infondate del governo Macron hanno giustificato l'intensificazione della repressione contro i "gilet gialli".

20/02/19

Andiamo al punto: quale lezione si dovrebbe trarre dal caso della BBC sulla Siria?

Il giornalista della BBC Riam Dalati ha ritrattato - in un tweet - il contenuto del suo servizio sui danni conseguenti al presunto attacco chimico a Duma, in Siria, nell'aprile scorso. L'episodio dei bambini curati in ospedale per le conseguenze degli attacchi con i gas riportati dai media era stato orchestrato. I nostri lettori non ne saranno certo stupiti: abbiamo più volte segnalato le evidenti forzature, per usare un eufemismo, dell'informazione occidentale sulla guerra in Siria (per esempio qui, qui e qui). Di fronte a questa nuova conferma di quanto l'informazione si sia trasformata in propaganda, nel silenzio pressoché totale dei media mainstream (nonché delle celebrità radical-chic che si erano affrettate a sostenere la fake news divulgando loro foto con la mano premuta sulla bocca), è una giornalista cinese che ha buon gioco a smascherare la inattendibilità dei media occidentali e ad invitarli a cambiare strada. 

 

 

di Liu Xin, 15 febbraio 2019

 

 

Mercoledì (13 febbraio, ndr), un giornalista della BBC ha annunciato al mondo che la scena ambientata in un ospedale, contenuta in un servizio della BBC sul presunto attacco chimico avvenuto in Siria lo scorso aprile, era "orchestrata".

 

Riam Dalati si riferiva al presunto attacco con gas chimici contro la città di Duma, a circa 20 km a nord est di Damasco, che secondo la BBC aveva provocato danni. Nel servizio, i bambini sembravano ricevere cure legate alle conseguenze dell'attacco. Una carenza di medici sembrava sommarsi alla loro sofferenza e all'emergenza del momento.

 

Dopo mesi di indagini, Dalati ha preso una posizione pubblica che capovolge il suo stesso lavoro. Ha twittato che può provare senza più dubbi che la scena dell'ospedale di Duma era stata orchestrata. Nessun incidente mortale si era verificato nell'ospedale, ha dichiarato. Tutti gli attivisti e le persone con cui aveva parlato erano in altre zone. Una delle persone che aveva filmato la scena era un medico affiliato a Jaysh Al-Islam, un gruppo terroristico riconosciuto a livello internazionale.

 

Dalla sua descrizione, sembra che all'epoca dei fatti sia stato convinto a credere a quello che aveva visto all'ospedale, anche se non si può esserne assolutamente sicuri. Come giornalista esperto, era un suo dovere fondamentale verificare l'autenticità delle sue informazioni e la provenienza delle sue fonti prima di pubblicare il servizio, specialmente su un tema così importante.

 

Questa storia ha contribuito a fuorviare l'opinione pubblica, creando l'impressione che siano state effettivamente utilizzate armi chimiche contro donne e bambini innocenti. Sette giorni dopo, gli Stati Uniti, insieme ai loro alleati, la Francia e il Regno Unito, hanno bombardato ciò che ritenevano fossero installazioni di armi chimiche in Siria, qualche ora prima che gli ispettori dell'ONU arrivassero per un'indagine ufficiale.

 

L'annuncio di Dalati non è una sorpresa per i molti che mantengono una capacità di giudizio indipendente. Poco dopo l'incidente di Duma, i giornalisti di Russia e Cina sono andati sul luogo per cercare di scoprire la verità.

 

Secondo Russia 24, il ragazzo che si vede nel servizio della BBC era andato all'ospedale perché degli estranei gli avevano chiesto di farlo. Il padre del ragazzo aveva affermato che in quel momento non c'erano stati attacchi anomali. Un giornalista cinese ha indagato sull'ospedale e ha scoperto che molte domande non ricevevano risposta. Secondo il personale ospedaliero, il giorno del presunto attacco nessun caso di soffocamento causato da avvelenamenti era stato curato in ospedale.

 

Queste domande fondamentali sono state poste molto raramente dai media occidentali. Anche l'annuncio di Dalati di mercoledì non susciterà molta attenzione (possiamo confermare, ndr). La BBC ha reagito dichiarando che il tweet del giornalista rispecchia una sua opinione personale e che l'attacco è effettivamente avvenuto. Ma se l'episodio dell'ospedale è stato una messa in scena, quali prove supportano questa affermazione?

 

La BBC dovrebbe chiedere ai civili che sono stati feriti nei conseguenti attacchi aerei se accettano che questo sia stato il motivo per cui hanno subito lesioni. Per non parlare della sovranità della Siria, che è stata calpestata, e dei danni materiali causati.

 

Questa non è la prima volta e non sarà l'ultima che informazioni non confermate o persino menzogne sono state pubblicate da giornalisti o organizzazioni mediatiche occidentali, utilizzate per supportare la versione dei fatti occidentale.

 

Il caso della donna Uigura di nome Mirgrul Tursun che ha mentito sulla sua vita nella regione autonoma cinese dello Xinjiang è solo un altro esempio.

 

Nonostante sia stato dimostrato che è un falso, la storia della CNN basata sul suo resoconto è ancora lì, continuamente citata per servire come base di altre storie che criticano la Cina. Le sue menzogne ​​sono state persino usate per giustificare la legislazione in merito del Congresso degli Stati Uniti.

 

In passato ho detto che i media occidentali normalmente non mentono, si limitano a dare verità parziali. Ma in questo caso, mi correggo. Se una storia inventata viene riportata come storia vera, questo può essere dannoso quanto mentire.

 

Errare è umano, ma continuare e continuare a sbagliare è una tragedia umana. Ammettere di avere commesso errori e correggere il comportamento sbagliato è l'unico modo per iniziare a ricostruire la credibilità dei media occidentali.

21/12/18

Der Spiegel rivela che uno dei suoi giornalisti di punta ha inventato articoli falsi per anni

A proposito di “fake news” sulla grande stampa ufficiale, il Guardian riassume una vicenda incresciosa che il celebre giornale tedesco Der Spiegel è stato costretto ad ammettere: uno dei suoi giornalisti di punta, che scriveva articoli sulla società e le notizie internazionali, ha inventato storie, protagonisti e fonti per anni. Il giornalista aveva vinto premi prestigiosi come il premio CNN per il Giornalista dell’Anno nel 2014 e un Premio Europeo per la Stampa nel 2017. Il fatto gravissimo viene presentato come un cedimento personale alla pressione a produrre informazione resistendo alla competizione. Ad ogni modo, getta un’ombra sulla credibilità del sistema di informazione ufficiale e su quanto sia facile inventare notizie e costruire brillanti carriere sulla falsità. Solamente il coraggio di un collega, a lungo ostracizzato per i suoi sospetti, ha permesso alla verità di emergere.

 

di Kate Connolly, 19 dicembre 2018

 

La rivista tedesca Der Spiegel è precipitata nel caos dopo aver rivelato che uno dei suoi migliori giornalisti ha falsificato storie per anni.

 

Il mondo dei media è sconvolto dalle rivelazioni su Claas Relotius, giornalista già vincitore di prestigiosi premi, che secondo il settimanale “ha inventato storie e protagonisti” in almeno 14 dei suoi 60 articoli apparsi sulle edizioni cartacee e online, avvertendo che anche altri giornali potrebbero essere coinvolti.

 

Relotius, 33 anni, ha rassegnato le dimissioni dopo avere ammesso la frode. Scriveva per Der Spiegel da sette anni e aveva vinto numerosi premi per il suo giornalismo investigativo, tra cui il premio della CNN come Giornalista dell’Anno nel 2014.

 

All’inizio di questo mese aveva vinto anche il premio tedesco Reporterpreis (Reporter dell’anno) per la sua storia su un bambino siriano. I giudici lo avevano elogiato per la “leggerezza, la poesia e la rilevanza”. Da allora è però emerso che tutte le fonti del suo reportage erano quantomeno nebulose, e che molto di ciò che ha scritto era inventato.

 

La falsificazione è venuta alla luce dopo che un collega di Relotius che ha lavorato con lui a un articolo sulla frontiera tra Messico e Stati Uniti ha iniziato a sollevare sospetti su alcuni dei dettagli da lui riportati, sospetti che covava da tempo.

 

Il collega, di nome Juan Moreno, alla fine ha rintracciato due delle presunte fonti che venivano citate ampiamente nell’articolo di Relotius, articolo che era stato pubblicato in novembre. Entrambe le presunte fonti hanno dichiarato di non avere mai incontrato Relotius, il quale avrebbe mentito anche, secondo successive indagini, sull’esistenza di una scritta pitturata a mano che avrebbe detto ”Messicani state alla larga”.

 

Altre storie fraudolente includono quella su un presunto prigioniero yemenita a Guantanamo, e una sulla star americana del football Colin Kaepernick.

 

In un lungo articolo lo Spiegel, che vende circa 725.000 copie alla settimana e ha più di 6,5 milioni di lettori online, si è detto “scioccato” dalla scoperta, e ha chiesto scusa ai propri lettori e a chiunque possa essere stato soggetto di ”citazioni fraudolente, invenzioni di dettagli personali o scene inventate in posti fittizi”.

 

La rivista, che ha sede ad Amburgo, è stata fondata nel 1947 ed è rinomata per i suoi approfonditi pezzi investigativi, ha detto che Relotius ha commesso una frode giornalistica “su ampia scala”. Ha descritto l’episodio come “il punto più basso nella storia lunga 70 anni dello Spiegel”. È stata istituita una commissione interna per riesaminare l’intero lavoro di Relotius per il settimanale.

 

Il giornalista ha scritto articoli anche per una serie di altri noti giornali tedeschi, tra cui il Taz, Die Welt, e la Frankfurter Allgemeine (edizione domenicale). Die Welt questo mercoledì ha twittato: “[Relotius] ha abusato del proprio talento”.

 

Relotius ha dichiarato allo Spiegel di rammaricarsi per le proprie azioni e di provare profonda vergogna, secondo quanto riportato dal settimanale. ”Sto male e ho bisogno di aiuto” avrebbe detto.

 

Moreno, che ha lavorato per il giornale dal 2007, ha rischiato il suo stesso posto di lavoro per aver affrontato Relotius e altri colleghi con i suoi sospetti. Molti colleghi non volevano credergli. ”Per tre o quattro settimane Moreno ha passato l’inferno, perché all’inizio i suoi colleghi e i suoi superiori non volevano credere alle sue accuse”, ha scritto Der Spiegel nelle sue scuse ai lettori. Per molte settimane, ha precisato il settimanale, Relotius è stato perfino considerato una vittima delle trame di Moreno.

 

”Relotius respingeva abilmente tutti gli attacchi, tutte le prove, per quanto approfondite, di Moreno, fino a un punto in cui questo non ha più funzionato, fino a che non ha più potuto dormire ed era perseguitato dalla paura di essere scoperto”, ha scritto Der Spiegel.

 

Relotius, ha aggiunto, alla fine si è arreso la scorsa settimana, dopo essere stato affrontato da un caporedattore del giornale.

 

Nella sua confessione al suo superiore ha detto: ”Non era perché volevo trovare il grande scoop. Era per la paura di fallire. Il mio senso di essere costretto a non potermi mai permettere di fallire diventava sempre più grande quanto più grande diventava il mio successo”.

 

La rivista, uno dei giornali più importanti in Germania, sta ora cercando di salvare la propria reputazione, ma si teme che, già alle prese con i tanti problemi dell’industria dell’informazione tedesca, farà molta fatica a recuperare.

 

”Tutti i suoi colleghi sono profondamente scossi” ha scritto Der Spiegel. In particolare, ha scritto, nel dipartimento “Società”, dove lui lavorava, “i suoi colleghi sono tristi e sbalorditi… sembra come un lutto in famiglia”.

12/12/18

La UE e i segnali premonitori di fascismo

Un articolo del sito off-Guardian descrive con grande lucidità l’evidente deriva della Ue verso un regime totalitario. I tentativi - maldestramente nascosti - di stabilire una “verità ufficiale” e di reprimere ogni pensiero alternativo o di dissenso sono sempre più numerosi ed espliciti. È in questa fase che i pericoli per il popolo sono maggiori, visto che gli eurocrati si rendono conto che stanno perdendo presa sul potere, e potrebbero ricorrere ad azioni estreme per tentare di rimanere in sella.

 

 

di Kit Knightly, 10 dicembre 2018

 

In Europa la situazione sta sfuggendo di mano più velocemente di quanto molti avessero previsto. Oltre alla Brexit, esiste un forte clima anti-Ue in Ungheria, Spagna, Italia, Grecia e Francia. La Ue rischia di crollare, e le persone che temono di perdere il potere tendono a gesti estremi di controllo dittatoriale.

 

Quanto ci vorrà prima che la Ue diventi effettivamente quella forza autoritaria che entrambi gli estremi dello schieramento politico hanno sempre temuto?

 

 

La forza militare europea

 

All’inizio dell’anno, la Ue ha votato per “punire” un proprio membro, l’Ungheria, per le politiche interne adottate dal suo governo. Chiariamo una cosa – qualsiasi cosa si pensi di Viktor Orban, si tratta di un primo ministro eletto dal popolo ungherese. È il loro leader democratico legalmente riconosciuto. L’Ungheria lo ha votato – al contrario, l’Ungheria NON ha votato alcuno dei 448 parlamentari europei che hanno sostenuto la mozione, posta dal parlamentare olandese Judith Sargentini, che afferma:

 

“Il popolo ungherese merita di meglio… merita libertà di parola, assenza di discriminazioni, tolleranza, giustizia e uguaglianza, tutte cose che sono sancite dai trattati europei”.

 

Notiamo che la “democrazia” non è inclusa nella lista. “Tolleranza”, “giustizia” e “uguaglianza”, ma non democrazia. Un lapsus freudiano, forse.

 

La stessa votazione del Parlamento europeo è stata un nonsenso totale – l’astensione è stata ignorata così da poter raggiungere una maggioranza dei due terzi. È stato forzato un provvedimento che, essenzialmente, richiede un cambio di regime in Ungheria attraverso:

 

“misure appropriate atte a ristabilire la democrazia inclusiva, lo stato di diritto e il rispetto dei diritti fondamentali”.

 

Una delle sanzioni suggerite – l’”opzione nucleare” – è stata la perdita del diritto di voto. L’Ungheria rimarrebbe un membro della UE, dovrebbe ancora effettuare i suoi versamenti alla UE, dovrebbe ancora obbedire a tutte le leggi e regole UE, ma non potrebbe più esprimere la sua opinione su quali debbano essere queste leggi.

 

Tutto questo verrebbe fatto, teoricamente, in difesa della “democrazia inclusiva”.

 

Quanto ci vorrà prima che la disapprovazione e le misure punitive nei confronti di alcuni leader diventino una rimozione esplicita? Possiamo veramente dire che questo non succederà mai?

 

Questo mese, a Parigi (e in altre città francesi) abbiamo visto le enormi proteste dei Gilet Gialli contro la tassa sulla benzina, l’austerità e la disuguaglianza. La violenta repressione di queste proteste non ha ricevuto alcuna critica da alcuno stato membro della Ue, o dalla Ue stessa. Tuttavia, un veicolo militare con lo stemma della Ue èstato visto per le strade di Parigi.

 

Sia Macron sia la Merkel hanno parlato, recentemente, della necessità di un esercito Ue – le proteste francesi verranno usate come pretesto per realizzare questi progetti?

 

Ipotizziamo che l’esercito Ue venga creato – forniamo all’Unione europea quella “forza di difesa” così fortemente voluta. Presumibilmente 250.000 soldati, provenienti da tutti gli stati membri. Quale sarebbe il loro scopo? Quale la loro funzione?

 

Per esempio, sarebbero stati usati lo scorso anno in Catalogna, per “mantenere la pace”? Un ipotetico esercito Ue agirebbe contro un voto pacifico per “difendere” l’integrità dell’Unione?

 

Un possibile ulteriore passo per fronteggiare il governo di Viktor Orban potrebbe essere forse l’utilizzo delle Forze di Difesa Ue a Budapest per rimuovere l’uomo che minaccia l’”uguaglianza”? Potremmo dire che queste sono “misure appropriate per ripristinare la democrazia inclusiva”?

 

Se si decide che la Brexit è una “minaccia ai diritti umani” (o qualche altra corbelleria), l’esercito Ue potrebbe essere usato nelle strade di Londra per proteggerci da noi stessi?

 

Ci sono state, e potrebbero esserci, molte situazioni nel passato recente della Ue dove interventi militari sono stati evitati solo perché letteralmente non erano un’opzione possibile. Se un esercito Ue li rendesse possibili, ci fidiamo del fatto che Bruxelles non si avvarrebbe di questa opzione?

 

Qualcuno sostiene che un esercito Ue sarebbe una cosa buona perché diminuirebbe la dipendenza dell'Europa dalla Nato e ci permetterebbe di sottrarci all’influenza degli Stati Uniti. Non credo che succederebbe, e a dimostrazione porto il fatto che la “Carnegie Endowment for International Peace”, ben nota Ong sostenuta dagli Stati Uniti, è molto favorevole a questo progetto.

 

Il “Ministero della Verità” della UE

 

Naturalmente, la crescente probabilità di un "EU consensus" imposto con la forza è solo una parte del problema.

 

Oltre alla repressione fisica – sia da parte della Ue (della sovranità nazionale) che da parte dello stato (del diritto individuale alla protesta) – ci sono segnali preoccupanti di repressione intellettuale. È in arrivo un giro di vite sulla libertà di espressione e di opinione.

 

Oggi sul Guardian c’è un articolo che fa paura: La Russia “ha spianato la strada al sequestro delle navi dell’Ucraina con un’ondata di fake news”. Non fa paura a causa del titolo – fa paura per le motivazioni che ci stanno dietro e per le implicazioni sul futuro dell’Europa.

 

La sostanza dell’articolo è una denuncia totalmente priva di fonti, senza legami logici e senza alcuna prova, di malefatte da parte dei russi; in quanto tale, le si applica il Rasoio di Hitchens.

 

La prima metà dell’articolo è piena di bugie, omissioni ed errori. È il Guardian, c’è da aspettarselo. Lasciamo perdere gli sproloqui sul colera e le bombe nucleari. Lasciamo perdere gli errori fattuali – anche se sono molti. In questo caso, tutto questo non conta.

 

Quello che veramente conta è la seconda parte – la “soluzione” proposta al “problema” rispetto al quale questo articolo “reagisce”. Vale a dire, la disinformazione online. In particolare la disinformazione online “russa”.

 

Julian King, ex ambasciatore del Regno Unito in Francia e ora commissario alla sicurezza Ue, vuole che le società hi-tech prendano provvedimenti per prevenire il diffondersi delle “fake news”. Si tratta di una guerra al dissenso, su tre fronti.

 

Uno – stabilire la “verità”:

 

"La scorsa settimana la Commissione europea ha annunciato che imposterà un sistema rapido di allarme per aiutare gli stati membri Ue a riconoscere le campagne di disinformazione."

 

In pratica, ci sarà una lista approvata dalla Ue di “notizie” accettabili, e tutto quello che se ne discosta, anche in maniera minima, verrà bollato come “disinformazione”. Questo permetterà alla gente di ignorare i punti di vista diversi dal proprio, invece che accettare il confronto.

 

Due – eliminare il dissenso:

 

King ha detto che "le piattaforme dei social media devono identificare e chiudere gli account fake che diffondono disinformazione".

 

Quando parlano di “account fake”, intendono dire quegli account che diffondono “disinformazione”. Essere un “bot” non dipende dal fatto di essere o meno una persona reale, ma dal fatto di avere o meno la giusta opinione. Come è stato dimostrato, loro non sanno o non si preoccupano di chi sia reale o no. Persone perfettamente reali sono state bollate dai media come bot russi, anche quando è stato provato che non erano né russi, né bot. Che questa sia incompetenza o corruzione non importa, il punto è che i governi hanno dimostrato che su questo punto non sono credibili.

 

Tre – controllare la narrazione dei fatti:

 

"Abbiamo bisogno di maggiore chiarezza sugli algoritmi, maggiori informazioni su come prioritizzano i contenuti che mostrano, per esempio. Se si cerca qualcosa di legato alla Ue, i contenuti che vengono da siti di propaganda russa come RT o Sputnik sono sempre tra i primi risultati… tutto questo dovrebbe essere soggetto a un controllo e un audit indipendenti."

 

L’algoritmo di Google permette di mostrare tra i suoi risultati notizie sfavorevoli alla Ur, o direttamente critiche. È inaccettabile. Quello che vuole il Commissario per la sicurezza Ue è che Google “aggiusti” il sistema, assicurando che le notizie che si discostano dall’agenda Ue non vengano mostrate tra i risultati.

 

Ora, se pensate che questa suoni come censura, non preoccupatevi, perché [grassetto nostro]:

 

"Quello che cerchiamo di fare non è censurare internet. Non stiamo suggerendo che noi – o chiunque altro – dovrebbe diventare l’arbitro che decide quali siano i contenuti dei quali gli utenti debbano o non debbano usufruire online. Si tratta di trasparenza, non di censura."

 

L’Ue vuole che Google rimuova certi siti web dai suoi algoritmi, ma è una questione di trasparenza, non di censura. Quindi, tutto ok.


Conclusioni

 

Per riassumere.

 

Le due figure più importanti della Ue sono entrambe a favore di un esercito Ue.

 

La bandiera dell’Ue è stampata su un veicolo militare che reprime le proteste anti-governative in Francia.

 

L’Ue sta stanziando 5 milioni di euro per “aiutare le persone a riconoscere la disinformazione”.

 

L’Ue vuole mettere pressione alle società di social media perché “chiudano” gli account che diffondono “fake news”.

 

L’Ue vuole che Google modifichi i suoi algoritmi per promuovere le notizie che elogiano la Ue e declassare i siti che la criticano.

 

L’Ue vuole che capiamo che tutto questo è una questione di “trasparenza” e assolutamente NON è censura.

 

Vi sembra un’organizzazione della quale dovremmo voler far parte? Dovrebbe forse piacerci la “forza di difesa” multinazionale proposta dalla Ue che reprime le manifestazioni anti-Ue nelle strade di Barcellona o di Roma? Dovremmo rallegrarci all’idea che l’esercito Ue possa essere mandato negli stati membri che non cooperano, per rimuovere “pericolosi” leader eletti perché rappresentano un pericolo per l’”uguaglianza”?

 

Non potremmo nemmeno arrivare alla verità su queste questioni, perché la Ue fornirà liste di account che diffondono “fake news” sui social media a Twitter e Facebook, che diligentemente li chiuderanno. Mentre Google modificherà sempre di più i suoi algoritmi per fare in modo che ogni notizia riguardante la repressione della democrazia da parte della Ue venga spinta così in fondo nella pagina dei risultati che sarebbe uguale se non ci fosse.

 

La stampa britannica, i sapientoni e i commentatoroni si riferiscono continuamente alla “crisi-Brexit”, ma si tratta solo di isterismo e di un tentativo di incutere paura. Ri-negoziare la tua posizione all’interno di un accordo di scambio commerciale NON è una crisi. Una crisi è quello che succede quando una struttura di potere, non eletta e burocratica, improvvisamente si rende conto che sta perdendo presa sul potere, e agisce di conseguenza.

 

E potrebbe benissimo esserci una crisi all’orizzonte. I segni ci sono, se si vuole vederli.

 

08/04/18

FT - Bruxelles prepara un giro di vite sulle “fake news” nei social media

In una lettera di intenti successiva allo scandalo Cambridge Analytica, il commissario europeo alla sicurezza Julian King scrive che la minaccia informatica che la UE fronteggia cerca di "manipolare il comportamento, approfondire le divisioni in seno alla società, sovvertire i nostri sistemi democratici e sollevare dubbi sulle nostre istituzioni democratiche” (sic). Secondo King è quindi necessario un giro di vite sui social media, auspicabilmente con una direttiva europea che segua il solco di quanto fatto a livello legislativo in Francia e in Germania contro le "fake news", e in ogni caso prima delle prossime elezioni europee del maggio 2019, che potrebbero essere dirottate da "populisti ed euroscettici". Insomma, i funzionari UE hanno sempre più paura, e assieme alla paura cresce e diventa sempre più evidente la fregola di censura. Dal Financial Times.

 

di Mehreen Khan e Michael Peel, domenica 1 aprile 2018

 

 

Bruxelles sta preparando un giro di vite sulle società di social media che sono state accusate di diffondere “fake news”, dando un severo ammonimento sul fatto che scandali come la fuga di dati di Facebook minacciano di “sovvertire i nostri sistemi democratici”.

 

La Commissione Europea teme che le elezioni del Parlamento Europeo del prossimo anno siano vulnerabili alla “disinformazione” online di massa euroscettica. La preoccupazione si è acuita dopo che un informatore interno ha dichiarato che Cambridge Analytica ha raccolto informazioni personali di fino a 50 milioni di utenti Facebook e le ha usate per cercare di influenzare gli elettori nelle elezioni presidenziali americane. Cambridge Analytica ha negato di usare i dati di Facebook nei suoi modelli.

 

Julian King, commissario europeo alla sicurezza, chiede un “regolamento del gioco chiaro” su come possono operare le società di social media durante i periodi elettorali sensibili – iniziando dal voto per il Parlamento Europeo a maggio 2019.

 

In una lettera a Mariya Gabriel, commissario all’economia digitale, Julian King chiede più trasparenza sugli algoritmi interni che le piattaforme internet usano per promuovere storie, limiti alla “raccolta” di informazioni personali a fini politici, e che le società tech rivelino chi finanzia i “contenuti sponsorizzati” sui loro siti web.

 

Julian King propone un “approccio più vincolante” rispetto all’autoregolamentazione, inclusi “indicatori di prestazioni definiti in modo chiaro e attento”.

 

La sue proposte hanno il sostengo degli altri commissari che stanno redigendo la prima norma della UE su come combattere la “disinformazione online”, che sarà pubblicata a fine mese.

 

Le rivelazioni di Cambridge Analytica hanno messo il turbo al dibattito, portando i funzionari UE a insistere per un indirizzo più vigoroso su come le piattaforme dovrebbero comportarsi per salvaguardare la democrazia.

 

Le “attività di targeting psicometrico” come quelle di  Cambridge Analytica, una società di analisi dati, sono soltanto “un’anteprima degli effetti profondamente disturbanti che questa disinformazione potrebbe avere sul funzionamento delle democrazie liberali”, ha scritto Julian King nella lettera, datata 19 marzo.

 

“È chiaro che la minaccia alla sicurezza informatica che affrontiamo sta cambiando, dal prendere di mira i sistemi all’avere a che fare con l’impiego di mezzi cibernetici per manipolare il comportamento, approfondire le divisioni in seno alla società, sovvertire i nostri sistemi democratici e sollevare dubbi sulle nostre istituzioni democratiche”, è aggiunto nella lettera.

 

Gli avvertimenti di Bruxelles arrivano mentre un certo numero di stati membri della UE sta preparando “leggi contro le fake news”, in mezzo a un mare di accuse sulle interferenze russe nelle elezioni europee dell’anno scorso.

 

La Francia sta preparando una legislazione che permette ai giudici di rimuovere e bloccare contenuti virali falsi durante le campagne elettorali nazionali. Emmanuel Macron, il presidente francese, ha inveito contro le “menzogne diffamatorie” e la “propaganda disonesta” dei media sostenuti dal Cremlino, come RT e Sputnik, che hanno entrambi siti web in francese.

 

All’inizio di quest’anno, la Germania ha introdotto la sua prima “legge contro l’incitamento all’odio” che obbliga le piattaforme a rimuovere velocemente contenuti terroristici, xenofobici e fake news, pena multe fino a 50 milioni di euro.

 

I funzionari UE sono preoccupati che le elezioni europee del prossimo anno siano dirottate dai populisti e dalle forze euroscettiche atraverso piattaforme usate per diffondere teorie del complotto, notizie non vere e video falsificati.

 

Un sondaggio a livello europeo dello scorso mese ha scoperto che più di un terzo dei cittadini europei si imbatte in fake news ogni giorno, e l’83% afferma che questa è una minaccia per la democrazia, secondo Eurobarometro.

 

Ma i critici rispetto all’approccio della Commissione sostengono invece che questo potrebbe ritorcersi contro, se la UE finirà col chiudere un dibattito legittimo – o se sarà dipinta così con successo dai suoi oppositori.

 

Maritje Schaake, una liberale membro del Parlamento Europeo, il cui lavoro si concentra sull’amministrazione digitale, ha dichiarato che ci sono forti argomentazioni a favore di regole più vigorose sulla divulgazione degli algoritmi a “scatola nera” e dei proprietari di siti web il cui anonimato significa che non hanno “alcuna responsabilità”. Ma avverte anche sulla possibilità che un più generale giro di vite online possa ritorcersi contro se viene visto come un tentativo da parte della UE di impedire le critiche. “Punta un faro sulla questione della libertà di espressione”, ha detto. “Dovete chiedervi se è davvero desiderabile”.

22/03/18

Nazioni Unite - L'Italia deve riconsiderare il protocollo contro le fake news

Arriva la conferma di quanto molti sospettano: la campagna di stampa e la lotta governativa contro le fake news altro non sono che un tentativo – nemmeno troppo dissimulato – di reprimere la libertà di opinione ed espressione. In una recente comunicazione, pubblicata sul sito dell’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani, David Kaye, Investigatore Speciale delle Nazioni Unite per la promozione e difesa del diritto alla libertà di parola ed espressione, invita il Governo Italiano a rivedere il relativo protocollo “bottone rosso” che - più che un servizio ai cittadini - sembra il paradiso di tutti i censori e i delatori.

 

 

Di David Kaye, 20 marzo 2018

 

 

Eccellenza,

 

Ho l’onore di contattarvi nella mia veste di Investigatore Speciale per la promozione e difesa del diritto alla libertà di opinione ed espressione, a seguito della risoluzione 34/18 del Consiglio dei Diritti Umani.

 

In questa occasione, vorrei portare all’attenzione del Governo di Vostra Eccellenza le informazioni che ho ricevuto riguardo il protocollo operativo “bottone rosso” per la “lotta contro la diffusione di Fake News attraverso il Web” (da qui in poi “il protocollo”), annunciato il 18 gennaio 2018.

 

Secondo le informazioni che ho ricevuto:

 

A seguito della campagna per il referendum costituzionale alla fine del 2016, gli attori politici italiani e i politici hanno cominciato a invocare nuove norme per affrontare la proliferazione di “fake news” online.

 

Il 15 febbraio 2017, un membro del Parlamento ha proposto una legge che introduceva multe e sanzioni penali per chiunque pubblichi o diffonda notizie “false, esagerate o tendenziose” online. Il disegno di legge non è stato approvato dal Parlamento.

 

Il 18 gennaio 2018, il Ministero degli Interni (Marco Minniti, NdVdE) ha introdotto il “Protocollo Operativo per la Lotta contro la Diffusione delle Fake News attraverso il Web in Occasione della Campagna Elettorale per le Elezioni Politiche del 2018”. Le elezioni erano previste per il 4 marzo 2018.

 

Il protocollo ha introdotto un servizio di reportistica “bottone rosso” con il quale gli utenti “possono indicare l’esistenza di una rete di contenuti qualificabili come fake news” (“il portale”). La Polizia Postale, una branca della Polizia Statale Italiana che indaga sui crimini online, ha avuto il compito di controllare questi report e agire di conseguenza.

 

Il comunicato stampa del Ministero degli Interni riporta che il servizio è atto a  “diffondere viralmente” le contro-narrazioni  istituzionali, così che i cittadini possano beneficiare di una descrizione dei fatti più completa e riprendere possesso della “libertà di scelta che è stata loro negata da informazioni volutamente false o parziali”. Il comunicato stampa ha anche sottolineato l’urgenza di questi interventi a causa delle imminenti elezioni.

 

Il comunicato stampa riporta inoltre che il portale dovrebbe permettere agli utenti di avvantaggiarsi di una “interfaccia web immediata e semplice, senza particolari procedure di registrazione per indicare l’esistenza di una rete di contenuti qualificabili come fake news”.

 

Il Processo per inoltrare e controllare le lamentele riguardo le “fake news”

 

Il portale permetterà agli utenti di indicare link o indirizzi web, link a social network (se trovano il contenuto su una piattaforma di un social network), e altre informazioni nel campo “note”. Il portale richiederà inoltre agli utenti di inserire il proprio indirizzo e-mail.

 

La Polizia Postale provvederà poi a controllare quanto ricevuto con l’intento di “indirizzare la successiva attività” ai contenuti che sono “manifestamente infondati e tendenziosi” o ”apertamente diffamatori”. Effettueranno “approfondite analisi, attraverso l’impiego di tecniche e software specifici […] che permettano di qualificare, con la massima certezza consentita, la notizia come fake news (presenza di smentite ufficiali, falsità del contenuto già comprovata da fonti obiettive; provenienza della presunta fake da fonti non accreditate o certificate ecc.)”.

 

Inoltre la Polizia Postale raccoglierà informazioni in maniera indipendente, “al fine di individuare precocemente la diffusione in rete di notizie marcatamente caratterizzate da infondatezza e tendenziosità, ovvero apertamente diffamatorie”.

 

Dopo aver controllato le informazioni, le autorità intraprenderanno un’azione legale se decideranno che il contenuto è fuori legge. Nei casi in cui il contenuto è ritenuto falso o fuorviante, ma non illegale, le autorità pubblicheranno le smentite pubbliche.

 

Reati Applicabili ai sensi del Codice Penale italiano

 

L’articolo 595 del Codice Penale Italiano definisce la diffamazione come “offendere la reputazione di una persona assente attraverso comunicazioni con terzi”, e la punisce con pene che vanno fino a un anno di reclusione. “Se l'offesa consiste nell'attribuzione di un fatto determinato, la pena è la reclusione fino a due anni, ovvero una multa fino a 2.065 euro. Se l’offesa è commessa a mezzo stampa, o comunque con un atto pubblico, “la pena è la reclusione da sei mesi a tre anni o una multa non inferiore a 516 euro”. L’articolo 595 prevede anche un aumento delle pene se la diffamazione avviene contro funzionari pubblici.

 

L’articolo 278 del Codice impone l’aumento della pena di reclusione da uno a cinque anni per la diffamazione del Capo dello Stato (o Presidente).

 

Secondo un rapporto dell’ottobre 2016, in Italia ogni anno vengono presentate più di 5.000 denunce per diffamazione. Nel 2015, i giudici hanno condannato 475 giornalisti per diffamazione, con 320 condannati a una multa e 155 a un provvedimento di reclusione.

 

Prima di sottolineare ulteriori preoccupazioni riguardo al protocollo, vorrei notare che l’articolo 19 del Patto Internazionale sui Diritti Civili e Politici (ICCPR), ratificato dall’Italia il 15 settembre 1978, protegge il diritto di ognuno ad avere un’opinione senza interferenze e di cercare, ricevere e impartire informazioni e idee di qualsiasi tipo, a prescindere dalle frontiere e attraverso qualsiasi media. Il Comitato per i Diritti Umani ha sottolineato che “la libera comunicazione di informazioni e di idee riguardo questioni pubbliche e politiche tra cittadini, candidati e rappresentanti eletti è essenziale. Ciò implica una stampa libera e altri media capaci di commentare riguardo a questioni pubbliche e di informare la pubblica opinione senza censure o restrizioni. Inoltre, la normativa internazionale sui diritti umani prevede la responsabilità da parte degli Stati di assicurare un ambiente nel quale un vasto ventaglio di opinioni e idee politiche possa essere liberamente e apertamente espresso e dibattuto. La libertà di espressione include anche la diffusione delle convinzioni e opinioni di ognuno con altri che potrebbero avere opinioni diverse. Nella Dichiarazione Congiunta sulla Libertà di Espressione e “Fake News”, Disinformazione e Propaganda, il mio mandato - insieme ad altri esperti regionali di libertà di espressione – sottolinea che “il diritto umano di diffondere informazioni e idee non è limitato a dichiarazioni ‘corrette’, e protegge informazioni e idee che potrebbero scioccare, offendere e disturbare”.

 

Ai sensi dell’articolo 19 dell’ICCPR, le restrizioni al diritto alla libertà di espressione devono essere “previste dalla legge” e necessarie per “i diritti o la reputazione di altri” o “per la protezione della sicurezza nazionale o dell’ordine pubblico, o della salute e morale pubblica”. Le possibili restrizioni su internet sono le stesse di quelle offline (A/HRC/17/27).

 

Per soddisfare i requisiti di legalità, non è sufficiente che le restrizioni alla libertà di espressione siano formalmente emanate come leggi o regolamenti nazionali. Le restrizioni devono anche essere sufficientemente chiare, accessibili e prevedibili (CCPR/C/GC/34).

 

Il requisito di necessità implica una valutazione della proporzionalità delle restrizioni, allo scopo di assicurare che le restrizioni “puntino a uno specifico obiettivo e non si intromettano indebitamente nei diritti delle persone interessate”. La conseguente interferenza coi i diritti di terzi deve anche essere limitata e giustificata nell’interesse difeso dall’intrusione (A/HRC/29/32). Infine, le restrizioni devono essere “lo strumento meno intrusivo tra quelli che possono ottenere il risultato desiderato (CCPR/C/GC/34). Il Comitato per i Diritti Umani ha sottolineato che, nel valutare la proporzionalità, il “valore assegnato dal Patto per la libertà di espressione è particolarmente elevato nel caso di dibattiti pubblici in una società democratica riguardo a figure appartenenti al campo pubblico e politico”.

 

Alla luce di questi standard, la Dichiarazione Congiunta sulla Libertà di Espressione e le “Fake News” ha concluso che “le proibizioni generali sulla diffusione delle informazioni basate su idee vaghe o ambigue, incluse le “notizie false” o “informazioni non obiettive” sono incompatibili e dovrebbero essere abolite (grassetto del traduttore, NdVdE).

 

Infine, il Comitato per i Diritti Umani ha esortato gli Stati a “considerare una depenalizzazione della diffamazione” e ha detto che, in ogni caso, “l’applicazione della legge penale dovrebbe essere prevista solo nei casi più gravi e la detenzione non è mai una punizione appropriata”. Il Comitato sottolinea che tutte le leggi sulla diffamazione, “in particolare le leggi penali sulla diffamazione, dovrebbero includere  difese come la difesa della verità, e non essere applicate alle forme di espressione che non sono, per loro natura, assoggettabili a verifica. In ogni caso, l'interesse pubblico alla critica dovrebbe essere riconosciuto come una difesa"(CCPR/CGC/34).

 

Vorrei anche portare all’attenzione del Governo di sua Eccellenza le osservazioni conclusive del Comitato per i Diritti Umani riguardo all’Italia, che esorta il Governo di sua Eccellenza a limitare le  sanzioni per diffamazione (ai sensi dell’articolo 595 del codice penale italiano e dell’articolo 13 della legge della stampa) per assicurare che non esercitino un effetto negativo sulla libertà di opinione e espressione e sul diritto all’informazione (CCPR/C/ITA/CO/6). Il Comitato ha inoltre esortato la sua Eccellenza Governativa ad assicurare che le cause di diffamazione non vengano usate come strumento per limitare la libertà di espressione al di là delle restrizioni permesse dall’articolo 19 dell’ICCPR. L’effetto aggregato di queste leggi insieme all’introduzione di un portale potrebbe avere un effetto fortemente limitativo sull’esercizio del diritto alla libertà di espressione, dato che il portale potrebbe funzionare come uno strumento di raccolta di denunce penali. Un’altra preoccupazione viene espressa per il fatto che le persone ritenute colpevoli di diffamazione di funzionari pubblici italiani, incluso il Capo dello Stato, potrebbero incorrere in sanzioni molto più severe di quelli che diffamano altre persone.

 

Il testo integrale degli strumenti e standard sui diritti umani citati sopra si può trovare su www.ohchr.org e può essere reso disponibile a richiesta.

 

Sulla base di quanto sopra, esprimo la preoccupazione che il Protocollo sia incompatibile con gli standard previsti dalla legge internazionale sui diritti umani. Anche se rispetto l'interesse del Governo di Sua Eccellenza ad assicurare l’integrità del processo elettorale del Paese, temo che le restrizioni sulle “fake news” stabilite dal Protocollo siano incoerenti con i criteri di legalità, necessità e proporzionalità ai sensi dell’articolo 19 dell’ICCPR.

 

Il Protocollo si prefigge di combattere “notizie manifestamente infondate e parziali, o di contenuto apertamente diffamatorio” – questi termini non sono definiti e perciò alimentano preoccupazioni di indeterminatezza.

 

Anche se il Governo di Vostra Eccellenza ha indicato alcuni fattori che verranno presi in considerazione nel controllare la falsità dei contenuti inoltrati al portale, questi non risolvono l’ambiguità riguardo allo scopo del contenuto delle notizie che può essere inoltrato ed elaborato dal Protocollo. Inoltre, il Protocollo legherebbe il controllo delle “fake news” alle leggi penali contro la diffamazione, il che impone pene significative “per aver macchiato la reputazione di una persona assente attraverso la comunicazione”. Esprimo la preoccupazione che questo darà una enorme discrezione al Governo di perseguitare affermazioni critiche nei confronti di figure pubbliche e politiche.

 

La mancanza di chiarezza riguardo al metodo di funzionamento del Protocollo, insieme alla minaccia di sanzioni penali, crea il pericolo che il Governo di sua Eccellenza diventerà arbitro della verità nel dibattito pubblico e politico. Di conseguenza, esprimo la preoccupazione che il Protocollo possa sopprimere sproporzionatamente un ampio spettro di comportamenti espressivi, essenziali ad una società democratica, tra cui la critica al governo, la segnalazione di notizie, le campagne politiche e l’espressione di opinioni impopolari, controverse o di minoranza.

 

Alla luce di queste preoccupazioni, raccomando caldamente al Governo di vostra Eccellenza di prendere in considerazione misure alternative, come ad esempio la promozione di meccanismi indipendenti di fact-checking, di supporto pubblico a strumenti di comunicazione pubblici, indipendenti, vari e adeguati, la promozione dell'istruzione pubblica e della lettura dei media, che sono stati riconosciuti come mezzi meno invasivi per affrontare la disinformazione e la propaganda.

 

Dal momento che è mia responsabilità, secondo il mandato ricevuto dal Consiglio per i Diritti Umani, cercare di chiarire tutti i casi portati alla mia attenzione, sarei grato per qualsiasi informazione o commento doveste avere in proposito.

 

Infine, vorremmo informare il Governo di sua Eccellenza, che questa comunicazione, in quanto commento di leggi, regole o politiche recentemente approvate o in fase di approvazione, verrà resa disponibile al pubblico e pubblicata sulla pagine del sito web del mandato dell’Investigatore Speciale sul diritto di libertà di espressione a questo indirizzo:

 

http://www.ohchr.org/EN/Issues/FreedomOpinion/Pages/LegislationAndPolicy.aspx.

 

La risposta del Governo di Vostra Eccellenza sarà resa disponibile sulla stessa pagine web e in un rapporto da presentare al Consiglio dei Diritti Umani per le sue considerazioni.

 

Vogliate accettare, Eccellenza, l’assicurazione della mia più alta considerazione.

 

David Kaye

 

Investigatore Speciale per la promozione e difesa del diritto alla libertà di opinione ed espressione.

 

01/03/18

La guerra al dissenso: lo spettro della divisività

Con l'approssimarsi delle elezioni si moltiplicano nei mezzi d'informazione le illazioni circa ipotetiche ingerenze russe sulla campagna elettorale. Il copione è sempre lo stesso, ripetuto ossessivamente ad ogni tornata elettorale, in USA come in Francia o in Germania: un fantomatico esercito di hackers al servizio di Putin, per motivi che non è possibile definire chiaramente e utilizzando tecnologie a noi sconosciute, sarebbe inspiegabilmente determinato a modificare l'espressione della volontà popolare. Questa minaccia, come spiegato in questo recente editoriale da Counterpunch, nonostante la totale mancanza di riscontri ed i toni ludicri con i quali viene paventata, riesce comunque a sortire l'effetto desiderato anche quando platealmente smentita, grazie alla complicità dei media mainstream che continuano a reiterare il messaggio in maniera orwelliana. È questo il desolante e preoccupante panorama dell'informazione mondiale.

 

 

di CJ Hopkins, 16 febbraio 2018

 

 

Uno spettro si aggira tra le democrazie occidentali - lo spettro del "dissenso". Dopo otto anni felici di pace e prosperità sotto il glorioso regno di Obama il Benevolente, improvvisamente ci troviamo assediati da ogni parte da seminatori di "discordia", spargitori di "disinformazione", inculcatori di "confusione" e "caos" sponsorizzati dalla Russia e da altri nemici dei nostri "valori democratici". Questi diabolici istigatori di "divisione" e "sfiducia" sono determinati a farci mettere in dubbio "la verità" esponendoci a "idee divisive" e  spingendoci con il loro cinico scetticismo a dubitare dell'integrità dei nostri leader politici, dei nostri servizi segreti, e dei media corporativi, che invece non si sognerebbero mai e poi mai di mentirci... O almeno questa è la nuova narrazione ufficiale della corporatocrazia.

 

 

È assolutamente stupefacente osservare come milioni di americani [e non solo, N.d.T] non abbiano alcuna remora a uniformare le loro convinzioni e il loro comportamento a questa narrazione ufficiale, alla maniera dei membri del Partito Interno in “1984”. A parte il fatto che si tratta di una trama semplicistica e infantile fino all'assurdo, sono passati solo circa sedici anni da quando la corporatocrazia ha introdotto la versione beta di questa stessa narrazione ufficiale, a cui milioni di americani si sono obbedientemente allineati... che ha provocato la morte di centinaia di migliaia di persone, la destabilizzazione dell'intero Medio Oriente e la trasformazione della maggior parte delle società occidentali in stati di sorveglianza militarizzati.

 

 

[...]La guerra al dissenso che si sta attualmente svolgendo è un'estensione del racconto della "guerra al terrore", la cui trama era ugualmente infantile, semplicistica e spudoratamente preconfezionata. Anche se oggi va di moda, tra i politici e i propagandisti dei media corporativi che hanno venduto la bufala delle "armi di distruzioni di massa di Saddam", la menzogna che "l'Iraq fosse legato ad Qaeda" e che "in Afghanistan si stesse combattendo il terrorismo", dichiararsi a posteriori dispiaciuti del modo in cui hanno "sbagliato ad interpretare le informazioni dell'intelligence" che ha portato allo "spiacevole inconveniente" di avviare l'occupazione e la riorganizzazione del Medio Oriente (che continua senza sosta fino ad oggi), chiunque sia dotato di mezzo cervello capisce facilmente cosa stava realmente succedendo al tempo. Non c’è bisogno di essere un ingegnere aerospaziale per capire che la "guerra al terrorismo" non è stata una vera guerra al terrorismo (concetto già in sé privo di senso), ma piuttosto una scusa ufficiale che avrebbe permesso alle classi capitaliste globali dominanti di (a) impiegare l'esercito degli Stati Uniti per perseguire i propri obiettivi in ​​tutto il mondo nella più o meno completa impunità, e (b) designare chiunque si opponga all'egemonia del capitalismo globale come un "terrorista".

 

 

Diversi milioni di persone lo hanno capito... o almeno hanno capito che il governo degli Stati Uniti, la "comunità dell'intelligence" ed i media corporativi stavano usando la risposta emotiva degli americani agli attacchi terroristici dell'11 settembre per spingerli a sostenere l'invasione e la destabilizzazione del Medio Oriente per ragioni che non avevano nulla a che fare con il terrorismo. Così abbiamo fatto quello che gli americani sanno fare tanto bene. Ci siamo pacificamente riuniti per presentare petizioni al nostro governo, come hanno fatto milioni di persone nel mondo, ed abbiamo creato in tutti i modi il più grande polverone possibile su come venisse manipolata l’opinione pubblica, e per i nostri sforzi siamo stati additati come "traditori", "simpatizzanti del terrorismo" e "teorici della cospirazione"... e non solo dalla corporatocrazia, anche dai comuni cittadini americani.

 

 

Adesso, dopo tutti questi anni e con quello che ora sappiamo, si potrebbe presumere che tutti quei bravi americani che si sono precipitati a comprare bandiere americane da sventolare mentre le nostre truppe distruggevano un paese che non ha mai rappresentato alcuna minaccia per noi (e che non aveva nulla a che fare con gli attacchi terroristici dell'11 settembre 2001) perché i media corporativi e l’“intelligence" li avevano avvertiti che Saddam stava per bombardare Kansas City... ecco, si potrebbe immaginare che tutti questi bravi americani si vergognino di essere stati presi in giro da un gruppo di teste parlanti televisivi e "giornali di cronaca" come il New York Times... uno potrebbe essere portato a pensare che queste persone, le quali, dopo tutto, non sono dei completi idioti che la corporatocrazia può tranquillamente ingannare ogni volta, usando più o meno gli stessi trucchi... si potrebbe naturalmente presumere che questi bravi americani ci diano finalmente il beneficio del dubbio, ossia a quelli tra noi che stanno sfidando la narrazione che i media corporativi ci scodellano da quando Hillary Clinton ha perso le elezioni. Ma, ahimé, così non è. No, questa volta, non siamo "simpatizzanti del terrorismo". Siamo "simpatizzanti di Putin", "spie russe", o per lo meno siamo "utili idioti" che stanno aiutando la Russia a distruggere la democrazia "seminando discordia", "disunione", "divisione" e altre forme di dissenso in tutto l'Occidente.

 

 

Questa è la caratteristica essenziale della moderna narrazione ufficiale. Essenzialmente, la trama non è cambiata. È ancora "democrazia contro il terrore". Le classi dominanti capitaliste globali stanno semplicemente espandendo la già arbitraria e insignificante definizione di "terrorismo" (o meglio, e più in generale, "estremismo"). Questa è una progressione naturale e prevedibile, alla quale ci hanno preparato le classi dominanti. Dopo aver vissuto sedici anni nella paura dei "terroristi" che "odiano la nostra libertà", ci viene presentato un nuovo nemico ufficiale. Un nuovo, ma già noto, nemico ufficiale. Un nemico ufficiale che tutte le persone decenti sono pre-programmate ad odiare e temere.

 

 

Ebbene sì, i russi sono tornati, solo questa volta senza il comunismo. Stavolta il loro diabolico obiettivo è la distruzione della "democrazia" stessa! Per quale esatto motivo, poi, i russi dovrebbero voler distruggere la democrazia non è del tutto chiaro, specialmente considerando che ciò trascinerebbe nel baratro la loro economia, per non parlare del rischio di una guerra nucleare che spazzerebbe via la maggior parte delle forme di vita sul pianeta. Ma, si sa, questi russi sono strani.

 

 

Secondo gli esperti dei media mainstream ed i rappresentanti governativi spalleggiati dalle multinazionali (e, ovviamente, i "servizi segreti"), l'arma principale che i russi stanno usando per distruggere la democrazia e la vita sulla Terra è seminare "divisioni", "discordia" e "sfiducia" nel nostro governo e nelle élite capitaliste, che ci amano come fossimo i loro figli, e che non proverebbero mai a manipolarci, a trattarci come merci sostituibili, o a portarci al fallimento con i loro schemi Ponzi, o a schiavizzare le famiglie a scopo di profitto con il giogo del debito, o qualsiasi altra cosa orribile del genere.

 

 

Questo è il genere di deliri senza senso che gli americani sono costretti a mandar giù, anzi, stanno effettivamente mandando giù a milioni. Dopo tutto, è così che funziona la propaganda. Non ha alcun senso. Anzi, di solito è più efficace se non ne ha. In culture profondamente autoritarie come gli Stati Uniti di oggi, la gente tende a credere alle autorità, in particolare quando ripetono continuamente lo stesso semplice messaggio. Hanno bisogno di crederci. Ne hanno bisogno perché sono stati condizionati così fin dalla loro infanzia dai loro genitori, insegnanti, leader politici, dai media, dalla televisione, da Hollywood, dalle icone culturali, e in un modo o nell’altro da ogni altro organo ideologico della "società civile".

 

 

Questo è il motivo per cui, quando è il momento di mobilitare il consenso popolare verso una guerra di aggressione (o una guerra contro chiunque esprima dissenso), le classi dominanti devono ricorrere ad un racconto emotivo dove vi sia un nemico ufficiale semi-credibile, ed affidare alle loro "fonti mediatiche autorevoli" il compito di ripeterlo, ossessivamente, in mille diverse occasioni, in modo auto-referenziale, fino a quando la narrazione diventa una "verità" assiomatica, che nessuna persona rispettabile, normale, oserebbe mai mettere in dubbio. Infatti, una volta che la narrazione ufficiale diventa la "verità" assiomatica, può essere piuttosto pericoloso psicologicamente per queste "persone rispettabili" essere messe di fronte a prove che dimostrano che la narrazione ufficiale (o, in altre parole, la loro "realtà") è basata su... be', un carico di fesserie, visto che ormai hanno dimenticato che si tratta di finzione, e quindi credono sinceramente a qualsiasi bugia venga loro propinata.

 

 

Per averne un esempio pratico, basta ad esempio passare qualche minuto a guardare cosa succede a Luke Harding, autore del libro Collusion, intervistato in TV da Aaron Mate. Si vedrà Harding crollare mentre la sua narrazione di "collusione" (cioè la premessa del suo libro) cade a pezzi sotto le domande di Mate, che invece rimane calmo e composto tutto il tempo. Chiaramente, Harding non aveva mai immaginato che qualcuno avrebbe messo in discussione la storiella del "RussiaGate", e specialmente non un "collega", dato che i giornalisti sono tradizionalmente addestrati ad accettare e ripetere a pappagallo qualsiasi imbeccata delle élite. Quando finalmente capisce cosa sta succedendo (cioè che la sua "realtà" si sta sciogliendo come l’immagine del proprio viso allo specchio in un trip di acido andato male), definisce Mate un "oppositore della collusione" e termina bruscamente l'intervista.

 

 

Questo è proprio il genere di cose che la corporatocrazia vuole eliminare o relegare ai margini di Internet. Non possono permettere a giornalisti come Aaron Mate di andare in giro a mostrare le falle della loro narrazione, o almeno non nei canali frequentati dall’americano medio. Passi ancora che gente come Hannity e Alex Jones sfarfugli di complotti del deep state, dato che l’americano medio non li prende sul serio, ma i giornalisti autorevoli come Mate, se non si conformano alla narrativa ufficiale, devono necessariamente essere censurati, o i loro ascolti declassati, o in qualsiasi altro modo emarginati, il prima possibile. La corporatocrazia sta tentando di fare proprio questo, e continuerà a farlo fino a quando "unità", "armonia" e "fiducia" non verranno ripristinati.

 

 

E questo è solo l'inizio. Per avere un’idea di quale futuro distopico ci aspetti, basta leggere un articolo pubblicato recentemente su The Atlantic. È di Will Hurd, delegato del Texas, e riassume bene i sentimenti generali delle classi dirigenti e dei loro fedeli servitori nel governo. Senza volerne anticipare troppo il contenuto, eccone una citazione:

 

 

"Per affrontare le continue campagne di disinformazione russa, abbiamo bisogno di sviluppare una strategia nazionale di contro-informazione. La strategia dovrebbe coinvolgere l'insieme del governo e della società civile, per consentire uno sforzo coordinato volto a contrastare la minaccia che tali ingerenze pongono alla nostra democrazia. Dovrebbe attuare principi simili a quelli contenuti nella Strategia del Dipartimento per la Sicurezza Interna per contrastare l'estremismo violento, con particolare attenzione alla reale comprensione della minaccia e allo sviluppo di modi per reprimerla".

 

 

L'enfasi è mia. Il tocco orwelliano è di Hurd. Il messaggio non potrebbe essere più chiaro.

 

 

Se avete apprezzato la condotta del Dipartimento della Sicurezza Nazionale nel corso di questi ultimi sedici anni, la costante paranoia di basso livello, le perquisizioni invasive, le scansioni corporali, gli agenti della TSA che mettono le mani addosso ai bambini, i poliziotti e i soldati schierati nei luoghi pubblici con i giubbotti antiproiettile ed i fucili d'assalto pronti a sparare, l'NSA che ascolta le telefonate e tutte le altre caratteristiche della guerra al terrore...allora sarete deliziati dalla guerra al dissenso.

 

 
C. J. Hopkins è un drammaturgo, romanziere e scrittore satirico americano residente a Berlino. Le sue opere sono pubblicate da Bloomsbury Publishing (Regno Unito) e Broadway Play Publishing (USA). Il suo romanzo d'esordio, ZONE 23, è pubblicato da Snoggsworthy, Swaine & Cormorant. Può essere contattato su cjhopkins.com or consentfactory.org.

10/12/17

Paul Craig Roberts - L'America cammina verso l'Armageddon

In un recente articolo sul suo blog, Paul Craig Roberts torna a parlare dell'America e del progetto del Deep State, il complesso militare e della sicurezza, di riedificare una nuova, irresponsabile e pericolosissima Guerra Fredda con la Russia, che potrebbe terminare in una guerra nucleare. Tutto questo con il consapevole appoggio dei media prezzolati e col presidente Trump che, sotto scacco per la montatura del Russiagate, si è rimangiato tutte le sue promesse elettorali di normalizzare i rapporti con la Russia e si è ridotto ad un burattino, utile esempio per i futuri candidati alla presidenza, perchè capiscano chi controlla veramente Washington, ed evitino di appellarsi al popolo.

 

 

 

di Paul Craig Robert, 5/12/2017

 

L'ostilità orchestrata verso Russia, Cina, Iran e Corea del Nord protegge il budget annuale di 1.000 miliardi di dollari del complesso militare/della sicurezza, convincendo l'opinione pubblica americana che gli Stati Uniti sono minacciati da nemici. Mantiene anche vive le speranze del Partito Democratico che Trump possa essere rimosso dal suo incarico, e ha impedito al presidente Trump di normalizzare le relazioni con la Russia. Da tempo ho sottolineato che le azioni gratuite e aggressive di Washington contro la Russia e la costante raffica di accuse false contro il suo governo hanno convinto la Russia che Washington stia pianificando un attacco militare. Non c'è niente di più sconsiderato e irresponsabile che convincere una superpotenza nucleare che si sta preparando un attacco.

 

Si sarebbe potuto pensare che un comportamento così irresponsabile e sconsiderato avrebbe risvegliato la cittadinanza e che i media ne avrebbero denunciato i rischi. Invece, c'è solo silenzio. Per i media è più importante se i giocatori della NFL stanno in piedi durante l'inno nazionale e che alcuni uomini politici mostrino interesse sessuale in modo inappropriato verso le donne. L'America, indifferente, sta camminando verso l'Armageddon.

 

Qualche giorno fa l'ex Segretario alla Difesa degli Stati Uniti, William J. Perry, ha aggiunto la sua voce alla mia e a quella dei pochi che comprendono il pericolo. Perry ha detto:

 

"Quando finì la Guerra Fredda, credevo che non avremmo più dovuto correre questo rischio [l'annichilimento nucleare], così misi tutte le mie energie nello sforzo di smantellare la letale eredità nucleare della Guerra Fredda. Durante il mio mandato come Segretario della Difesa, negli anni '90, ho supervisionato lo smantellamento di 8.000 armi nucleari equamente divise tra gli Stati Uniti e l'ex Unione Sovietica. E allora pensai che eravamo sulla buona strada per lasciarci alle spalle questa mortale minaccia esistenziale, ma non doveva essere così. Oggi, inspiegabilmente per me, stiamo ricreando l'ostilità geopolitica della guerra fredda e stiamo riedificando i pericoli nucleari. ... Lo stiamo facendo senza alcuna seria discussione pubblica o alcuna reale comprensione delle conseguenze di queste azioni. Ci muoviamo come sonnambuli verso una nuova Guerra Fredda, e c'è il pericolo estremamente reale che ci ritroveremo invischiati in una guerra nucleare. Se vogliamo prevenire questa catastrofe, il pubblico deve capire cosa sta succedendo."


 

Come può capire il pubblico americano quando non conosce il pericolo, perché le poche voci che ne parlano non vengono riferite? In effetti, il complesso militare/della sicurezza, la lobby israeliana e i suoi agenti americani neoconservatori stanno lavorando attivamente per screditare coloro che sono consapevoli della situazione di pericolo.

 

Il potere del complesso militare/della sicurezza e la lobby israeliana, i due principali guerrafondai del 21° secolo, hanno immobilizzato il presidente degli Stati Uniti. Trump è impotente di fronte a un procuratore speciale che sta "indagando sul Russiagate", una montatura creata con il preciso scopo di impedire al presidente Trump di ristabilire relazioni normali con una superpotenza nucleare.

 

Esperti come William Binney, che ha sviluppato il programma di spionaggio universale per la NSA pensando erroneamente che non sarebbe stato usato contro i cittadini americani, hanno dichiarato pubblicamente che, se il Russiagate fosse reale e non una montatura orchestrata, l'NSA avrebbe avuto tutte le prove, rendendo la "ricerca" del procuratore speciale Robert Mueller completamente inutile.

 

Si potrebbe pensare che anche coloro che appartengono ai media prezzolati siano in grado di capire che la NSA ne avrebbe le prove, se esistessero. Invece, la stampa prezzolata coopera con Mueller nel creare una storia falsa, che è stata tenuta in vita per oltre un anno.

 

Un paese in cui i media non hanno integrità non può essere una democrazia, in quanto le persone non hanno informazioni accurate sulla cui base prendere decisioni e per le quali chiamare a rispondere il governo. I media prezzolati americani funzionano come un braccio di controllo per i potenti interessi acquisiti che stanno trasformando gli Stati Uniti in uno stato di polizia al servizio soltanto di poche centinaia di membri dell'Un Per Cento.

 

Agli americani si è mentito su tutto. Sono d'accordo che le menzogne ​​vanno ben indietro nel tempo. Per mantenere leggibile questo articolo in termini di lunghezza, possiamo iniziare con le molte menzogne ​​del regime di Clinton. La guerra alla Serbia fu fatta per umiliare la Russia dimostrando che era impotente nel venire in aiuto del suo alleato di fronte alla potenza americana, e fu fatta per istituire l'uso della NATO come braccio e copertura dell'aggressione militare statunitense.

 

Poi arriviamo all'11/9, la cui spiegazione ufficiale è respinta non solo da Osama bin Laden, ma anche da ogni esperto che non abbia paura di aprire la bocca.

 

Poi c'è la ragione fasulla per l'invasione americana dell'Afghanistan, un disastro per l'America come lo era stata per i sovietici. Una manciata di afghani armati con armi leggere ha sconfitto "l'unica superpotenza del mondo", proprio come avevano sconfitto il potente esercito sovietico.

 

Quindi c'è l'accusa falsa sulle "armi di distruzione di massa" di Saddam Hussein, lanciata fino in cielo dalla stampa prezzolata americana. Questa stupefacente menzogna, sconfessata dagli ispettori dell'ONU, è stata usata per invadere l'Iraq e distruggere un paese nonostante le prove contrarie. Questa bugia fu in seguito ripudiata dal Segretario di Stato americano Colin Powell, che si è pentito di questa macchia sulla sua reputazione, causata dall'abuso della sua credibilità davanti all'ONU da parte del regime di George W. Bush/Dick Cheney.

 

Poi ci sono le false accuse contro il leader libico Gheddafi, usate per assassinarlo, per la grande gioia di Hillary, e per distruggere il paese di maggior successo dell'Africa.

 

I mercenari dell'ISIS che Hillary e Obama avevano usato per distruggere la Libia furono mandati a distruggere la Siria quando la Russia e il Parlamento britannico bloccarono il piano di Obama per inviare truppe americane per invadere la Siria. Siamo stati sottoposti ad anni di menzogne ​​da parte di Washington e della stampa prezzolata sul fatto che che Washington stava combattendo contro l'ISIS, quando Washington aveva inviato l'ISIS in Siria per distruggere Assad e il governo siriano.

 

E c'è la Somalia, un altro pacco di menzogne ​​da parte di Washington/stampa prezzolata. E la violazione del Pakistan con il bombardamento di aree tribali falsamente accusate di essere sostenitrici dei talebani o di Al-Qaida.

 

E c'è lo Yemen devastato dall'Arabia Saudita pupazzo di Washington.

 

E ci sono le notizie false su "bombe nucleari iraniane" e sulle azioni bellicose iraniane contro Israele.

 

E "la Russia invase l'Ucraina" quando, in effetti, è stata Washington a rovesciare con ONG che finanziava il governo ucraino democraticamente eletto.

 

E ora sentiamo dire che quelli che osano raccontare la verità agli americani sono "agenti russi" e "ciarlatani che diffondono notizie false".

 

Come può esistere la democrazia quando il governo e i media di un paese non fanno altro che mentire 24 ore su 24, 7 giorni su 7? Chiaramente, non può esistere.

 

Le organizzazioni ambientaliste riferiscono che il Presidente Trump intende abolire con ordini esecutivi due parchi monumentali nazionali, al fine di aprire questi territori protetti all'abuso, alla devastazione e alla rovina da parte delle grandi società. I due monumenti nazionali sono Bears Ears e Grand Staircase-Escalante.

 

Se Trump ha il potere di consegnare i monumenti nazionali alle società sostenitrici della sua campagna elettorale, a maggior ragione può far aprire un'indagine su Hillary Clinton al suo Procuratore Generale, o persino incriminarla sulla base delle prove già documentate. Può emettere un provvedimento di grazia in favore del generale Flynn,  incastrato per accuse che niente hanno a che fare con l'influenza russa nelle elezioni presidenziali. In effetti, può far indagare o arrestare Mueller dal suo Procuratore Generale per sedizione e tentativo di rovesciare il governo degli Stati Uniti. Queste accuse sono di gran lunga più realistiche rispetto all'accusa che Mueller ha intentato contro Flynn.

 

Ma cosa fa il presidente Trump? Twitta, lamentandosi del fatto che la vita del generale Flynn è stata distrutta mentre "la corrotta Hillary Clinton" se ne va in giro libera. 

 

Trump è nel giusto, quindi perché non fa qualcosa al riguardo? Quello che ha fatto Flynn è stato chiedere ai russi di non reagire in modo eccessivo alle nuove sanzioni che Obama ha imposto alla Russia nel tentativo di peggiorare i rapporti tra Stati Uniti e Russia al punto che Trump non sarebbe stato più in grado di normalizzarli. Quello che Flynn ha fatto è del tutto appropriato e non ha nulla a che fare con la montatura del Russiagate. La vera ragione per cui il complesso militare/della sicurezza dà la caccia al generale Flynn è che è stato l'ex direttore della Defense Intelligence Agency e in un notiziario televisivo ha detto che la decisione del regime di Obama di inviare l'ISIS a rovesciare la Siria è stata una "decisione intenzionale" che andava contro le sue raccomandazioni.

 

In altre parole, Flynn ha svelato l'altarino che l'ISIS non era un'organizzazione indipendente, ma uno strumento della politica americana.

 

Naturalmente, la stampa prezzolata ha ignorato la dichiarazione del generale Flynn. L'unico effetto dell'affermazione di Flynn è stato quello di esporlo alla rappresaglia, e questo è ciò che Mueller sta facendo.

 

Quel che Mueller sta facendo è così marcio che dovrebbe essere arrestato e consegnato all'Egitto.

 

Gli interessi e i programmi privati hanno il controllo del governo degli Stati Uniti. Il popolo non ha alcun controllo. Washington lavora vendendo leggi ai gruppi di interesse in cambio di contributi elettorali. Gli interessi privati ​​che forniscono il denaro con cui vengono eletti i politici ottengono le leggi che vogliono. Ad esempio, il presidente Trump sta consegnando ai saccheggiatori ambientali due sacrari nazionali protetti, ma è impotente nel proteggere se stesso e i suoi consiglieri.

 

L'oligarchia al potere sta facendo di Trump un esempio per assicurarsi che nessun futuro candidato alla presidenza si appelli direttamente al popolo. Quando Trump disse che stava andando a governare nell'interesse del popolo, riportando in patria i posti di lavoro delocalizzati, attaccò i profitti delle multinazionali, e quando disse che avrebbe normalizzato i rapporti con la Russia, attaccò il potere e il profitto del complesso militare/della sicurezza. Ora sta pagando il prezzo della sua avventatezza.

 

La domanda più ampia è: quale prezzo pagheranno gli americani e il resto del mondo per i vincoli che il complesso militare/della sicurezza ha messo alla capacità di Trump di normalizzare le relazioni con la Russia?

14/11/17

L'assalto alle "fake news" è un attacco ai media alternativi

Da Salon, la denuncia del giornalista americano Dave Lindorff, collaboratore di una grande varietà di testate: la lotta alle fake news è un attacco a chi riporta punti di vista differenti rispetto alla linea mainstream; i media alternativi (e con loro blogger e siti di opinione, aggiungiamo noi) devono difendersi dalle campagne maccartiste che iniziano ad essere lanciate dai media mainstream, in una strategia che cerca di cooptare anche i giornalisti e i giganti del web, attraverso la minaccia, e che non esclude il ricorso alla fine della neutralità di internet. L'ennesima prova che in tutto il mondo occidentale cosiddetto libero le condizioni dell'informazione sono in drammatico declino e che sono sempre più forti le pulsioni verso una svolta decisamente autoritaria, di cui la "polizia del pensiero" sarà solo il primo passo.

 

 

 

di Dave Lindorff, 11 novembre 2017

 

Sono giorni difficili in cui essere un giornalista serio. Fai il resoconto di una storia oggi, con i tuoi fatti graziosamente messi in fila, e probabilmente te la ritroverai etichettata come "notizia falsa" da qualunque persona alla quale tu abbia incornato le proprie bufale - e anche dagli amici che non condividono la tua prospettiva politica. Per buona misura, diranno che ti sei basato su "fatti alternativi".


 

Gli storici dicono che il termine "fake news" risale all'epoca della "stampa scandalistica" del tardo 19° secolo, ma il termine è decollato nel 2016, poco più di un anno fa, durante la corsa presidenziale di Donald Trump. Il termine è stato usato per descrivere cose differenti, dai media "privi di fatti" pro-Trump a storie sensazionalistiche e in gran parte false, il cui unico obiettivo era catturare attenzione e soldi. Durante la stagione delle primarie, lo stesso Trump ha iniziato a etichettare tutte le storie dei media mainstream su di lui come "notizie false". Anche se l'idea che ci potrebbero essere diverse verità risale almeno all'amministrazione del presidente George W. Bush, quando il consigliere Karl Rove affermò che l'amministrazione "crea la propria" realtà, ha guadagnato terreno quando il consigliere di Trump Kellyanne Conway, beccata a inventarsi cose in un'intervista televisiva, ha affermato di affidarsi a "fatti alternativi".

 

Un espediente che sarebbe andato bene, di per sé. La maggior parte delle persone è spinta a credere che i politici mentano - qualunque sia il partito o la convinzione che rappresentano - per cui i loro tentativi di negarlo quando vengono accusati di essere dei maestri dell'invenzione tendono ad essere riconosciuti come tali.

 

I media istituzionali - The New York Times, The Washington Post, i programmi di notizie sulla rete e persino la Radio Pubblica Nazionale (NPR) - hanno tutti risposto all'accusa di essere bugiardi e fabbricanti di "notizie false" promuovendosi come "la comunità fondata sulla realtà" (NPR), o sostenendo che stanno combattendo una giusta lotta contro l'ignoranza, come dimostrato dal nuovo slogan della testata del Post, "La democrazia muore nell'oscurità". Il Times è rimasto al suo slogan "Tutte le notizie che vale la pena di stampare", ma ha aggiunto una peculiarità nella terza pagina quotidiana, che elenca "i fatti notevoli del giornale di oggi" e ha preso a chiamare "bugie" le bufale dell'amministrazione Trump.

 

Lo scorso dicembre il Congresso ha approvato una nuova legge, prontamente firmata dall'allora presidente Barack Obama, che ha reso esecutivo un emendamento orwelliano alla Legge sulla Autorizzazione alla Difesa del 2017. Chiamata Legge sul Contrasto alla Disinformazione e alla Propaganda, questa misura assegna al Dipartimento di Stato, in concerto con il Dipartimento della Difesa, il direttore dell'intelligence nazionale e un'oscura organizzazione governativa sulla propaganda chiamata Broadcasting Board of Governors, il compito di creare un "centro per l'analisi dell'informazione e la risposta". Il compito di questo nuovo centro, finanziato da un budget di 160 milioni di dollari su due anni, sarebbe quello di raccogliere informazioni sulla "propaganda straniera e i tentativi di disinformazione" e "migliorare proattivamente le narrazioni basate sui fatti che supportano gli alleati e gli interessi degli Stati Uniti".

 

Cosa sono le "fake news"? Il bersaglio continua a muoversi


 

Tutto questo potrebbe sembrare ridicolo, ma come giornalista che ha lavorato in questo campo per 45 anni, sia nei giornali mainstream che nella televisione e nei media alternativi, e come pubblicista di lunga data che ha scritto per pubblicazioni diverse come Business Week, The Nation, The Village Voice e un sito di notizie gestito collettivamente, chiamato ThisCantBeHappening.net, ho osservato come questa ossessione per le "notizie false" si sia trasformata in un attacco alle notizie alternative e alle organizzazioni che le riportano.

 

Il 24 novembre scorso, il Washington Post ha pubblicato un articolo da prima pagina in stile maccartista dichiarando che circa 200 siti di notizie sul web erano in realtà "fornitori di propaganda pro-russa" consapevoli o involontari. L'articolo, scritto dall'inviato sulla sicurezza nazionale del Post Craig Timberg, si basava sul lavoro di un gruppo ambiguo, chiamato PropOrNot, i cui proprietari-organizzatori erano stati tenuti anonimi da Timberg e le cui fonti di finanziamento non erano dichiarate. PropOrNot, ha scritto Timberg, aveva elaborato un elenco di siti che secondo il gruppo stava facendo circolare "propaganda pro-Russia".

 

Per uno dei siti dell'elenco, il noto giornale di sinistra Counterpunch, fondato decenni fa dall'ex editorialista di The Village Voice e The Nation Alexander Cockburn, PropOrNot ha portato due articoli a giustificazione della sua nomina. Uno di questi articoli era mio. Era un pezzo che avevo scritto per ThisCantBeHappening, e che era stato ripubblicato a mio nome da Counterpunch. Il recensore, l'ufficiale in pensione dell'intelligence militare Joel Harding (che ho scoperto essere legato a Fort Belvoir, vicino Washington, che è sede del Comando dell'Esercito USA per le Operazioni sulle Informazioni, o INSCOM), ha etichettato il mio articolo come "assurda propaganda pro-russa".

 

In realtà, l'articolo era una semplice relazione delle conclusioni del 29 settembre 2016 da parte dall'indagine congiunta olandese-australiana sull'abbattimento sopra l'Ucraina di un jumbo jet passeggeri malese nel luglio 2014; l'indagine aveva concluso che la Russia era colpevole. Nell'articolo notavo che questa indagine non era legittima perché si sapeva che due nazioni - Russia e Ucraina - possedevano i missili e i lanciatori Buk che avevano abbattuto l'aereo, ma solo ad una di esse, l'Ucraina, era stato permesso di portare prove. Le prove offerte dalla Russia in questo caso erano state ripetutamente respinte. Il rapporto evitava anche di menzionare che il governo ucraino aveva ottenuto il potere di veto su tutte le conclusioni raggiunte dagli investigatori.

 

Il resoconto era una "fake news" o propaganda? Niente affatto.


 

In questo caso le notizie false sono state quelle scritte e trasmesse su quella terribile tragedia da quasi tutti i media americani, tra cui il Times, il Post e tutte le principali reti. Tutti questi media continuano a dichiarare come se fosse un fatto accertato che un missile Buk russo ha abbattuto quell'aeroplano, anche se non è stata condotta nessuna indagine onesta. (Tecnicamente è vero che i missili Buk sono tutti "russi", in quanto sono stati fabbricati tutti in Russia. Il non detto è che i militari ucraini avevano lanciatori Buk perché la loro nazione faceva parte dell'Unione Sovietica e loro avevano continuato ad acquistarli dopo l'indipendenza).

 

La forma più sciatta di critica ai media


 

"Etichettare le notizie che non ti piacciono come "notizie false" è la forma più sciatta di critica ai media", afferma Jim Naureckas, redattore di Fairness and Accuracy In Reporting, una rivista di giornalismo di New York. "È come mettersi le dita nelle orecchie e canticchiare 'la la la' a voce alta. Sia il governo che i media istituzionali hanno delle ragioni per non volere che il pubblico conosca dei punti di vista che sono una minaccia al loro potere".

 

Mentre Kellyanne Conway ha affermato il suo diritto di offrire "fatti alternativi" come un modo per giustificare l'essere stata sorpresa a mentire, esistono anche fatti alternativi reali, ma che non sono riportati dai media istituzionali. Un esempio classico è stato all'inizio dell'invasione statunitense dell'Iraq, quando tutti i media istituzionali hanno riferito che Saddam Hussein aveva armi di distruzione di massa e stava tentando di sviluppare una bomba nucleare.

 

C'erano molte organizzazioni di notizie alternative che hanno citato gli ispettori delle Nazioni Unite, che sostenevano che niente di tutto ciò era vero e che non c'erano armi di distruzione di massa né programmi per la loro creazione in Iraq, ma sono stati semplicemente oscurati dai media istituzionali come il Times, il Post e le principali reti di notizie .

 

In questi giorni un'altra storia dubbia è che i russi "hackerarono" il server del Comitato Nazionale Democratico (DNC). Forse è andata in questo modo, ma in realtà il vasto sistema di intelligence che gli USA hanno costruito per monitorare tutte le telecomunicazioni nazionali ed estere non ha offerto alcuna prova reale di un simile tipo di attacco. L'avvocato per la sicurezza nazionale William Binney e l'analista in pensione della CIA, Ray McGovern, hanno suggerito che alcune prove indicano che deve essere stato coinvolto un membro del DNC.

 

Ci sono certamente notizie false in tutto il mondo, e cospirazionismi infondati dilagano incontrollati sia a sinistra che a destra. Ma troppo spesso articoli come il mio citato da PropOrNot (un vero fornitore di notizie false!) sono stati etichettati come propaganda - in quello che Naureckas afferma semplicemente essere "l'uso dell'ironia come meccanismo di difesa" - da parte di organizzazioni di notizie effettivamente colpevoli di pubblicare davvero notizie false, come ha fatto il Post con lo "scoop" della sua lista nera di PropOrNot.

 

"Quello che il governo e i media istituzionali stanno cercando di fare, con l'aiuto delle grandi società internet", sostiene Mickey Huff, direttore dell'organizzazione Project Censored in California "fondamentalmente è chiudere i siti di notizie alternative che mettono in discussione la posizione comune dei media sui temi".


 

Un'ampia minaccia per i media online


 

Questa è una minaccia per qualsiasi organizzazione online di news, inclusa questa, che dipende dall'uguaglianza di accesso a Internet e dalle alte velocità di download. Secondo le accuse di Huff, ci sono già resoconti secondo cui Facebook sta rallentando alcuni siti che hanno collegamenti alla sua piattaforma, in una risposta sbagliata alle accuse di aver venduto spazio pubblicitario alle organizzazioni legate al governo russo accusate di aver tentato di influenzare le elezioni presidenziali dello scorso novembre.

 

La fine della neutralità di Internet, ovvero l'uguale accesso ad alta velocità a Internet per la navigazione e il download che è stato garantito a tutti gli utenti - ma che è ora attaccata dall'amministrazione di Trump, dalla sua Commissione Federale delle Comunicazioni e da un Congresso a guida repubblicana - renderebbe molto più facile il verificarsi di questa chiusura dei media alternativi.

 

La vera risposta, naturalmente, è che i lettori e gli spettatori di tutti i media, mainstream o alternativi, diventino consumatori critici di notizie. Ciò significa non solo leggere gli articoli criticamente, incluso questo, ma cercare molteplici fonti di informazione sulle questioni importanti. Basarsi solo sul Times o il Post, o su Fox News o NPR, ti lascerà denutrito a livello informativo - non solo non informato, ma disinformato. Anche se dovessi leggere entrambi i giornali e guardare entrambe le reti, spesso saresti lasciato con una versione incompleta della verità.

 

Per arrivare alla verità, dobbiamo anche controllare le fonti alternative di informazione, sia di sinistra, di destra o di centro - e dobbiamo mantenere la distinzione critica tra punti di vista impopolari o non ortodossi e bugie sfacciate o propaganda. Senza una simile distinzione, e la libertà di prendere tali decisioni per noi stessi, mantenere la democrazia sarà impossibile.