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20/02/20

Regno Unito - L'occupazione vola ai livelli massimi

E niente, a quanto pare l'apocalisse continua a essere rimandata. Secondo i più recenti dati riportati da Bloomberg, nel Regno Unito - che stando ai nostri media era devastato e sconvolto dai tormenti per la Brexit - negli ultimi tre mesi del 2019 l'occupazione è esplosa, portando i disoccupati al livello minimo da quattro anni. E i salari sono cresciuti, superando l'inflazione. Quanto al numero di cittadini dell'UE che lavorano in Gran Bretagna, nell'ultimo trimestre prima della dipartita di quest'ultima è aumentato di 36.000 unità. 

 

 

 

Di Lucy Meakin and Andrew Atkinson, 18 febbraio 2020

 

Il numero di lavoratori aumenta più del previsto nel quarto trimestre. 

Il tasso di disoccupazione si mantiene sul livello più basso degli ultimi quattro anni, anche se la crescita si ferma. 

 

L'economia britannica ha creato posti di lavoro a un ritmo impressionante nel quarto trimestre, sfidando le turbolenze politiche per la Brexit.

 

Il numero di persone che lavorano è cresciuto di oltre 180.000 unità rispetto alle previsioni, portando il tasso di disoccupazione al suo minimo da quattro anni: 3,8%, secondo quanto riferito dall'Office for National Statistics. I numeri probabilmente rafforzeranno le previsioni che dicono che quest'anno la Banca d'Inghilterra si asterrà dall'abbassare i tassi di interesse.

 

 



 

 

Il balzo dell'occupazione è avvenuto in un trimestre in cui è stata mancata la seconda scadenza per la Brexit e in cui il primo ministro Boris Johnson ha imposto le elezioni generali per interrompere lo stallo parlamentare. La sua schiacciante vittoria ha attenuato l'incertezza, aiutando l'economia a evitare la contrazione dopo una crescita migliore del previsto a dicembre.

 

Oltre alla ripresa dell'attività dopo la vittoria di Johnson, il governo si sta preparando ad annunciare un grande stimolo fiscale il prossimo mese, volto a sostenere la crescita. La sterlina non si è mossa molto dopo i dati sull'occupazione di martedì.

 

I rischi rimangono, tuttavia. Johnson ha escluso di prolungare il periodo di transizione della Brexit oltre il 31 dicembre, anche se non è stato concluso alcun accordo commerciale.

 

La più recente fotografia del mercato del lavoro suggerisce che le condizioni resteranno ben salde.

 

I posti vacanti, che erano in calo, sono aumentati di 7.000 unità nei tre mesi fino a gennaio mentre l'occupazione nel quarto trimestre ha raggiunto un livello record, trainata dai lavoratori dipendenti assunti a tempo pieno. Le donne hanno rappresentato oltre l'80% della crescita dell'occupazione e ora costituiscono quasi la metà del totale dei lavoratori.

 

Tenendo conto dell'inflazione, la retribuzione regolare è salita al di sopra del picco pre-crisi che era stato toccato nel 2008. Le retribuzioni totali nel quarto trimestre hanno subito un rallentamento, con le retribuzioni regolari in aumento del 3,2% sull'anno e i salari, inclusi i bonus, che hanno guadagnato il 2,9%, la crescita più bassa dal 2018. Tuttavia, stanno ancora superando l'inflazione, inferiore al 2%.

 

La produttività, che dalla crisi finanziaria ha subito un rallentamento, è cresciuta dello 0,3% rispetto all'anno precedente su base oraria: il secondo guadagno trimestrale consecutivo.

 

Nel trimestre precedente all'uscita dal blocco della Gran Bretagna il numero di cittadini dell'Unione Europea che lavorano nel Regno Unito è aumentato di 36.000 unità rispetto all'anno precedente, pari all'1,6%.

18/10/19

OIL - Le piccole imprese e i lavoratori autonomi coprono la maggior parte dei lavori in tutto il mondo

Uno studio appena uscito dell'Organizzazione Internazionale del Lavoro, che allarga il campo di indagine a 99 paesi, scopre che le microimprese e le piccole imprese offrono la maggior parte dei posti di lavoro a livello globale. Lungi dall'essere una sorta di "malattia" italiana da sradicare con le buone o con le cattive, le PMI si rivelano una struttura portante dell'economia e dell'occupazione in tutto il mondo. 



10 ottobre 2019

 

Uno studio rivoluzionario rivela che sette lavoratori su dieci sono lavoratori autonomi o di piccole imprese, una scoperta che ha implicazioni significative per l'occupazione e le politiche di sostegno alle imprese in tutto il mondo.

 

GINEVRA (Notizie OIL) - Il lavoro autonomo, le microimprese e le piccole imprese svolgono un ruolo molto più importante nell'offerta di posti di lavoro rispetto a quanto si pensasse in precedenza, secondo le nuove stime dell'Organizzazione internazionale del lavoro (OIL).


I dati raccolti in 99 paesi hanno rivelato che queste cosiddette "piccole unità economiche" rappresentano nel loro insieme il 70% dell'occupazione totale, il che le rende di gran lunga il principale motore dell'occupazione.


I risultati hanno implicazioni "altamente rilevanti" per le politiche e i programmi volti alla creazione di posti di lavoro, alla qualità del lavoro, alle start-up, alla produttività aziendale e regolarizzazione del lavoro, che, secondo il rapporto, devono concentrarsi maggiormente su queste piccole unità economiche.


 

Lo studio ha anche scoperto che una media del 62% dell'occupazione in questi 99 paesi è di tipo informale, per cui le condizioni di lavoro in generale tendono a essere peggiori (mancanza di sicurezza sociale, salari più bassi, scarsa sicurezza e salute sul lavoro e relazioni industriali più deboli). Il livello di informalità varia ampiamente, passando da oltre il 90% in Benin, Costa d'Avorio e Madagascar a meno del 5% in Austria, Belgio, Brunei Darussalam e Svizzera.


Le informazioni sono pubblicate nel nuovo rapporto dell'OIL "Piccolo è importante: prove globali sul contributo all'occupazione dei lavoratori autonomi, delle microimprese e delle PMI".


Il rapporto rileva che nei paesi ad alto reddito il 58% dell'occupazione totale è in piccole unità economiche, mentre nei paesi a basso e medio reddito la percentuale è considerevolmente più alta. Nei paesi con i livelli di reddito più bassi la percentuale di occupazione nelle piccole unità economiche è quasi del 100%, afferma il rapporto.


Le stime si basano su indagini nazionali sulle famiglie e sulla forza lavoro, raccolte in tutte le regioni ad eccezione del Nord America, anziché utilizzare la fonte più tradizionale di indagini sulle imprese che tende ad avere un ambito più limitato.


"Per quanto ne sappiamo, questa è la prima volta che il contributo all'occupazione delle cosiddette piccole unità economiche è stato stimato, in termini comparativi, per un gruppo di paesi così ampio, in particolare i paesi a basso e medio reddito", ha detto Dragan Radic, che guida l'Unità per le piccole e medie imprese dell'OIL.


 

La relazione suggerisce che il sostegno alle piccole unità economiche dovrebbe essere una parte centrale delle strategie per lo sviluppo economico e sociale. Sottolinea l'importanza di creare un ambiente favorevole per queste imprese, garantendo che abbiano una rappresentanza efficace e che i modelli di dialogo sociale funzionino anche per loro.


Altre raccomandazioni includono; comprendere in che modo la produttività aziendale è modellata da un "ecosistema" più ampio, facilitando l'accesso ai finanziamenti e ai mercati, promuovendo l'imprenditoria femminile e incoraggiando la transizione verso l'economia formale e la sostenibilità ambientale.


Le microimprese sono definite come quelle che hanno fino a nove dipendenti, mentre le piccole imprese hanno fino a 49 dipendenti.

27/07/19

Negli Stati Usa con salario minimo elevato l'economia va a gonfie vele

Dopo l'approvazione all'inizio di luglio da parte della Camera USA del "Raise The Wage Act", una legge che intende portare il salario minimo a 15 dollari all'ora in tutta la nazione - e che ben difficilmente supererà lo scoglio del Senato - si è riacceso il dibattito sul tema. Sorpresa: un confronto tra i dati dei diversi Stati americani pubblicato da Bloomberg mostra che alzare il salario minimo non comporta né un aumento della disoccupazione né danni all'economia. Anzi, i dati degli ultimi dieci anni sembrano mostrare proprio il contrario: che pagare meglio i lavoratori giova all'economia in generale. E adesso andatelo a dire ai profeti europei dell'austerity e delle "riforme strutturali", che da anni propalano teorie sbagliate che danneggiano i lavoratori e affondano l'economia a spese di tutti. 

 

 

di Matthew A. Winkler, 26 luglio 2019

 

L'esperienza recente dimostra che l'innalzamento del minimo salariale non impedisce alle economie forti di espandersi.

 

Quando la Camera dei rappresentanti degli Stati Uniti all'inizio di questo mese ha votato con 231 voti a favore e 199 contro (hanno votato a favore tutti i democratici tranne sei e solo tre repubblicani) l'aumento graduale del salario minimo federale fino ad arrivare a 15 dollari all'ora entro il 2025, la misura è stata salutata come una vittoria a lungo inseguita dai liberals. Ma data per morta al successivo passaggio in Senato, dove i repubblicani in maggioranza restano contrari alla norma, che considerano un killer di posti di lavoro.

 

La politica sul salario minimo non sembra mai cambiare molto, con i liberals che si presume  parlino a nome del lavoro e i conservatori a favore del capitale.

 

Ma che cosa accadrebbe se un contesto e una prospettiva adeguati potessero dimostrare che la misura della Camera, intitolata "Raise the Wage Act" ed ispirata alla lotta del 2012 dei lavoratori dei fast-food di New York per portare a 15 dollari all'ora il salario minimo, potrebbe portare benefici sia al capitale sia al lavoro?

 

L'ultimo aumento del salario minimo federale  è stato nel 2009,  a 7,25 dollari  all'ora.

 

 

Andamento del salario minimo federale



 

Da allora, 29 stati hanno approvato salari minimi al di sopra del livello federale. California, New York e Washington sono stati tra i primi a iniziare gradualmente a passare a una tariffa oraria di 15 dollari, e secondo i dati raccolti da Bloomberg le loro economie si sono espanse, con maggiori incrementi del reddito pro-capite, crescita dell'occupazione e della spesa dei consumatori rispetto ai 21 stati rimasti fermi sui 7,25 dollari. Dal 2015, le economie con i salari minimi più elevati si sono dimostrate sostanzialmente più forti rispetto al resto degli Stati Uniti.

 

 

Regolamentazione del salario minimo nei diversi Stati (al 1° luglio 2019)



 

Anche dopo che l'ufficio di bilancio del Congresso (Congressional Budget Office - CBO) ha dichiarato  questo mese che la legge proposta dalla Camera avrebbe sollevato 1,3 milioni di americani dalla povertà e avrebbe dato a 27 milioni di lavoratori un livello di vita più elevato, i repubblicani si sono attaccati alla previsione dello stesso CBO, che 1,3 milioni di persone, ovvero lo 0,8% della forza lavoro, sarebbe stata ridotta alla disoccupazione. La rappresentante della Carolina del Nord Virginia Foxx, che ha gestito l'opposizione alla proposta di legge alla Camera, ha affermato che la legislazione è "socialista" e "estranea alla cultura americana". Autorità più moderate, incluso il mio collega di Bloomberg Karl W. Smith, hanno affermato che il calcolo del CBO "ignora la possibilità che siano limitate le opportunità per i lavoratori più emarginati" e che "praticamente tutti gli economisti" concordano sul fatto che "forti aumenti del salario minimo hanno grandi probabilità di tradursi in una riduzione dell'occupazione".

 

 

La storia recente però è stata più incoraggiante. Tra i dieci stati con i tassi di occupazione in più rapida crescita dal 2015, solo tre sono nel gruppo con salario minimo basso: Utah, Idaho e Carolina del Sud. Negli Stati con salari minimi più elevati i posti di lavoro stanno aumentando a un ritmo più elevato rispetto ai loro pari con salari minimi inferiori. Ciò si riflette nel precedente quinquennio, quando metà dei primi dieci erano stati con i salari minimi più bassi, secondo i dati compilati da Bloomberg.

 

Dal 2015, sei dei dieci stati con la crescita dell'occupazione più lenta sono nel gruppo dei paesi con salario minimo basso: North Carolina, Wyoming, Louisiana, Oklahoma, Kansas e Iowa. Durante i cinque anni precedenti solo tre dei dieci stati a più lenta crescita erano tra quelli con salari minimi bassi. Questa dicotomia riflette l'andamento tendenziale degli stati a basso salario minimo, che soffrono di un mercato del lavoro in calo rispetto agli stati con salari minimi più alti, secondo i dati raccolti da Bloomberg.

 

 

Niente di questo è sufficiente a dimostrare che l'innalzamento del salario minimo crei ricchezza, o anche che chi è contrario sbagli a preoccuparsi dei possibili svantaggi. Suggerisce, tuttavia, che gli stati con economie forti non subiranno effetti negativi abbastanza potenti da contrastare i benefici. Solo tre dei dieci stati in cui il reddito individuale sta crescendo più velocemente si trovano nel gruppo di quelli a basso salario minimo: Idaho, Utah e Carolina del Sud. Questi stati, che sono presenti anche tra i dieci stati dove l'occupazione è in più rapida crescita dal 2015, hanno il vantaggio di ospitare datori di lavoro multinazionali come Boeing, Goldman Sachs Group e Micron Technology, che offrono indennità e vantaggi a livello globale che superano di gran lunga qualsiasi salario minimo.

 

 

Dal 2009 al 2014, sei tra i primi dieci nella classifica dei redditi pro capite provengono dagli stati con salario minimo più basso, secondo i dati raccolti da Bloomberg. Dal 2015, invece, sette dei dieci stati in cui il reddito cresce più lentamente sono tra quelli con i salari minimi più bassi: Nord Dakota, Oklahoma, Wyoming, Louisiana, Kansas, Mississippi e Iowa. Gli Stati con salari minimi bassi hanno mostrato una tendenza, negli ultimi anni, a sottoperformare rispetto a quelli con salari minimi più elevati, secondo i dati compilati da Bloomberg.

 

Quando la California ha stabilito il suo salario minimo di 15 dollari all'ora, tre anni fa, la previsione degli oppositori era che la nuova legge avrebbe aumentato la disoccupazione e danneggiato vendite al dettaglio e ristoranti. Invece, lo stato più grande, con quasi 40 milioni di persone, ha registrato un record di bassa disoccupazione, al 4,2%, e un aumento del reddito pro-capite maggiore di qualsiasi altro stato negli ultimi cinque anni. Il settore alberghiero e dei servizi di ristorazione è stato particolarmente vivace, secondo i dati raccolti da Bloomberg.

 

Secondo i dati raccolti da Bloomberg, tra i dieci stati che negli ultimi cinque anni hanno visto la maggiore crescita delle società alberghiere e dei servizi di ristorazione, otto sono tra quelli con i salari minimi più elevati, guidati da California, Colorado, Massachusetts e New York. I dati di Bloomberg mostrano anche che le attività di vendita al dettaglio negli stessi stati con salari minimi alti hanno registrato una forte crescita dal 2015, con Washington che ha registrato il maggior aumento, 12,7 miliardi di dollari, seguito dai 12,4 miliardi di dollari della California.

 

 

Quattro anni fa Dave Regan, presidente di un sindacato di 85.000 lavoratori ospedalieri della California, ha dichiarato ai lettori di USA Today che gli oppositori del salario minimo di 15 dollari all'ora “ignorano il fatto che aumentare il salario rafforza le economie locali aiutando i lavoratori e le loro famiglie a salire lungo la scala del benessere". Salari minimi più elevati, ha affermato, "mettono più soldi nelle tasche dei lavoratori, soldi che questi spendono nelle imprese locali, a loro volta aiutando queste imprese a crescere e creare più posti di lavoro".

 

 

Forse questo rapporto di causa-effetto è corretto o forse no. Questa è una buona questione da porre agli economisti. Mentre aspettiamo le loro risposte, però, siamo già d'accordo sul fatto che l'aumento dei salari minimi e il miglioramento dell'andamento dell'economia possono sicuramente andare di pari passo.

 

18/07/19

Regno Unito: il mercato del lavoro teso provoca l'aumento di salari più veloce dal 2008

Niente da fare, la realtà si rifiuta di adattarsi alle fosche previsioni sulla Brexit propalate da istituzioni e media. La disoccupazione nel Regno Unito crolla al livello minimo da 40 anni, mentre una prematuramente sepolta curva di Phillips risorge dalle sue ceneri: i salari crescono alla velocità massima in oltre un decennio. Magari prima o poi arriveranno le cavallette, ma per ora i redditi reali dei lavoratori nel Regno Unito sono aumentati. Da Bloomberg.


Di David Goodman, 16 luglio 2019


La crescita salariale di base del 3,6% oggi supera facilmente l'inflazione del 2%.


Il mercato del lavoro potrebbe essere vicino a uno stallo, dal momento che l'economia sta aumentando i posti di lavoro in misura minore.


Le retribuzioni nel Regno Unito nel trimestre conclusosi a maggio scorso sono cresciute al ritmo più rapido degli ultimi 11 anni, mentre la disoccupazione è rimasta al livello più basso dalla metà degli anni 70.


I guadagni medi - bonus esclusi - sono aumentati del 3,6%, secondo quanto ha reso pubblico l'Ufficio nazionale di statistica martedì. Il numero di persone occupate è aumentato di 28.000 unità, un livello record, portando il tasso di disoccupazione al suo livello minimo da 44 anni, 3,8%.





Punti principali


Le cifre sottolineano la vivacità del mercato del lavoro, che ha stimolato la spesa dei consumatori e ha costretto i datori di lavoro a contendersi il personale.


La crescita dei salari di base è stata superiore al 3,5% previsto dagli economisti in un'indagine di Bloomberg. La retribuzione totale è aumentata del 3,4%, sostenuta dagli accordi presi nel Servizio Sanitario Nazionale e, in misura minore, dall'aumento del 4,9% di aprile del salario minimo.


La crescita complessiva dei salari del settore pubblico è stata del 3,6%, la maggiore dal 2010, e le retribuzioni del settore privato sono aumentate del 3,4%.
La crescita dei salari continua a superare l'inflazione dei prezzi al consumo, che in media è stata del 2% durante lo stesso periodo. I redditi reali stanno crescendo al ritmo più veloce dalla fine del 2016.


Vi sono tuttavia alcuni segnali che indicano che il mercato del lavoro potrebbe rallentare. La crescita dell'occupazione è stata la più debole dall'estate del 2018, abbassando il tasso di occupazione, e i posti vacanti sono scesi al livello più basso dell'anno.


La domanda è se il ritmo più lento della creazione di posti di lavoro rifletta una richiesta più debole di lavoratori o il fatto che le imprese fatichino a trovare personale adeguato. Il lavoro autonomo part-time ha rappresentato quasi tutto l'aumento, in quanto il numero di dipendenti è diminuito. L'inattività economica è aumentata.




 Qualche dato in più


La forte crescita dell'occupazione ha diminuito la produttività, poiché l'occupazione aumenta più rapidamente della produzione economica.

 

Le ore totali lavorate sono aumentate dell'1,9% rispetto all' anno prima tra marzo e maggio, mentre i dati della scorsa settimana hanno mostrato un aumento del PIL di appena l'1,7%.


I timori per la pressione del mercato del lavoro sui costi sono messi in ombra dalla minaccia di una Brexit senza accordi e dalle preoccupazioni per il rallentamento globale. Gli investitori ritengono che un taglio dei tassi da parte della Banca d'Inghilterra sia più probabile di un aumento.

23/05/19

Aumento dell'età pensionabile e disoccupazione giovanile: una generazione perduta

Trattenere i lavoratori anziani sul posto di lavoro provoca davvero un aumento della disoccupazione dei giovani, riducendone le assunzioni: e questo è stato anche l'effetto della legge Monti-Fornero, che ha causato 36.000 dei 160.000 posti di lavoro persi nel relativo periodo. Lo dimostra questa ricerca pubblicata su Vox, portale del CEPR - Center of Economic Policy Research, a prima firma di uno studioso prestigioso come Tito Boeri. Non è dunque peregrina l'affermazione secondo cui l'abolizione della legge Fornero favorisce le possibilità dei nostri figli di trovare un impiego. Ma ormai il danno è fatto: come ricorda l'articolo, il Portogallo nel 2007, la Spagna nel 2011, la Grecia in varie fasi tra il 2010 e il 2016 e l'Italia nel 2011 hanno tutti aumentato l'età pensionabile durante la recessione. L'aumento della disoccupazione giovanile in Europa minaccia di creare una "generazione perduta". Di fronte a questi dati sconvolgenti, la propaganda che imperversa in questi giorni sulle magnifiche sorti e progressive donateci dall'Unione europea diventa ancora più insopportabile.

 

 

 

di Tito Boeri, Pietro Garibaldi, Espen Moen, 8 settembre 2016

 

 

 

 

Il forte aumento della disoccupazione giovanile nella zona euro, a partire  dal 2008, minaccia di creare una "generazione perduta". Questo articolo mostra dati che sostengono  che l'aumento è, in parte, una conseguenza involontaria delle riforme pensionistiche nell'Europa del sud, che hanno trattenuto sul posto di lavoro i lavoratori più anziani. In futuro, riforme che creino età pensionistiche flessibili legate all'ammontare variabile della pensione potrebbero minimizzarne l'impatto sulla disoccupazione giovanile senza aumentare il deficit pubblico legato alle pensioni sul lungo periodo.

 

La maggior parte dei paesi europei ha registrato un drastico aumento della disoccupazione giovanile dall'inizio della Grande recessione, nell'aprile del 2008. Per l'Eurozona nel suo insieme, l'occupazione nelle persone di età compresa tra i 15 e i 24 anni è diminuita di quasi il 17% in sei anni. Nell'Europa del sud, il calo minore è stato del 34% in Italia, quello maggiore del 57% in Spagna. Altre fasce di età hanno sofferto meno: per l'Eurozona nel suo complesso e per tutte le fasce di età più anziane in tutti i paesi il calo è stato del 3%: tra un terzo e un sesto del calo occupazionale per i lavoratori giovani.

 

Nell'area dell'euro nel suo insieme, l'occupazione per le persone nella fascia di età 55-65 è aumentata di circa il 10%. I fattori demografici non spiegano questi cambiamenti. Sia i livelli occupazionali che i tassi di occupazione si sono mossi in direzioni opposte per i lavoratori giovani e senior (Figura 1).

 

Il forte aumento della disoccupazione giovanile era stato previsto da una ricerca sul dualismo contrattuale (Saint-Paul 1993, Boeri 2011). Questa prevede che la disoccupazione giovanile reagirà in modo più accentuato alle fluttuazioni cicliche nei paesi caratterizzati da una forte protezione dell'occupazione nei contratti a tempo indeterminato unita alla possibilità di "licenziare a volontà" per i lavoratori a tempo determinato (Boeri et al 2015). Boeri e Garibaldi (2007) avevano previsto che il calo immediato della disoccupazione giovanile dopo le riforme del mercato del lavoro a due livelli, anche in scenari di crescita lenta, sarebbe stato seguito da disoccupazione giovanile al deteriorarsi delle condizioni macroeconomiche. La ricerca sul dualismo contrattuale, tuttavia, non spiega perché i tassi di occupazione abbiano avuto un andamento divergente tra giovani e anziani.

 

Figura 1 . Tasso di occupazione per lavoratori giovani e anziani nell'UE15



 

 

Il Portogallo nel 2007, la Spagna nel 2011, la Grecia in varie fasi tra il 2010 e il 2016 e l'Italia nel 2011 hanno tutte aumentato l'età pensionabile durante la recessione. Se ne può dedurre che il calo dell'occupazione giovanile è correlato ai cambiamenti delle regole sulle pensioni? La ricerca in campo pensionistico è in genere focalizzata sul lato dell'offerta. Di conseguenza, ignora la sostituzione tra lavoratori giovani e vecchi dal lato della domanda. Vestad (2013) ha utilizzato dati amministrativi per stimare l'impatto di un programma di prepensionamento sull'occupazione giovanile in Norvegia, ma ci sono poche altre ricerche su questo argomento.

 

Conseguenze economiche della riforma delle pensioni e domanda di lavoro


 

Le conseguenze economiche di una riforma pensionistica e della domanda di lavoro sono più sottili di un semplice spostamento esogeno dell'offerta di lavoro. La maggior parte delle persone coinvolte è già impiegata e non può essere licenziata facilmente. Nell'ambito di una riforma delle pensioni che costringe le imprese a tenere i lavoratori più anziani, sul lavoro vi sono due effetti.

 

- Innanzitutto, vi è un effetto di economia di scala negativo, a causa della diminuzione dei rendimenti di scala. La riforma costringe alcuni dei lavoratori più anziani a rimanere al lavoro invece di andare in pensione. Questo tende ad aumentare la produzione, ma con la diminuzione dei rendimenti marginali di scala nella produzione, il prodotto marginale dei lavoratori giovani diminuisce e così anche l'assunzione di giovani.

 

-  In secondo luogo, vi è un effetto che dipende dal grado di complementarietà tra giovani e vecchi lavoratori: maggiore è la complementarietà, più è probabile che la riforma possa incidere positivamente sull'occupazione giovanile.

 

Quale dei due effetti - effetto scala o effetto di sostituzione - prevale è in definitiva una questione empirica.

 

 

L'Italia e la riforma Monti-Fornero


 

L'Italia fornisce un eccellente caso di studio sul fatto che aumenti inattesi dell'età pensionabile possano avere effetti negativi sull'occupazione giovanile. Nel mezzo di una recessione, il mercato del lavoro è in genere guidato dal lato della domanda. In Italia, i tassi di occupazione per i gruppi di età 15-24 e 55-64 nel 2005 erano quasi gli stessi. Dieci anni dopo, il tasso di occupazione per la fascia di età 55-64 anni era del 45%, mentre il tasso di occupazione giovanile era di circa il 12%. In questo periodo, l'età normale di pensionamento è aumentata, così come i requisiti di contribuzione minima per l'accesso al prepensionamento. Nel dicembre 2011, la riforma Monti Fornero ha aumentato l'età pensionabile fino a cinque anni per alcune categorie di lavoratori. Abbiamo usato questo esperimento di politica per stimare l'impatto degli aumenti dell'età pensionabile sulla domanda di lavoro giovanile.

 

Figura 2. Tasso di occupazione dei lavoratori giovani e anziani in Italia



 

 

Abbiamo avuto accesso a un set di dati sulle imprese italiane prima e dopo la riforma elaborata dall'ente italiano per la sicurezza sociale (INPS). Abbiamo verificato se un aumento improvviso e inaspettato dei requisiti contributivi e di età per la pensione, che ha costretto le imprese a mantenere a libro paga i lavoratori che avevano in precedenza diritto alla pensione, ha influito sulla domanda di lavoro rivolta ai giovani lavoratori. Abbiamo identificato la popolazione colpita dal cambiamento delle regole di pensionamento in ciascuna impresa e abbiamo esaminato le dinamiche delle assunzioni nette nelle stesse imprese.

 

I risultati sono chiari. Prima e dopo la riforma, le imprese che erano più esposte all'aumento obbligatorio dell'età pensionabile hanno ridotto significativamente le assunzioni giovanili rispetto a quelle meno esposte alle riforme (grassetto nostro, ndt). Non possiamo escludere che queste ultime imprese abbiano potuto aumentare le assunzioni a causa della riforma, a causa degli effetti generali di equilibrio. Tuttavia, sosteniamo che era probabile che la riforma avrebbe ridotto le prospettive del mercato del lavoro dei giovani lavoratori.

 

Stimiamo che cinque lavoratori bloccati sul posto di lavoro per un anno significano che l'azienda assume circa un giovane in meno. Le imprese con oltre 15 dipendenti hanno perso 160.000 posti di lavoro per i giovani in questo periodo. Di questi, 36.000 possono essere attribuiti alla riforma. Abbiamo eseguito controlli di robustezza, incluso fare altre regressioni cambiando la dimensione della distribuzione, propensity score matching e test di falsificazione sugli anni pre-riforma.

 

Implicazioni politiche


 

Cautamente, proponiamo due punti.

Ridurre la generosità delle pensioni in piena crisi del debito sovrano europeo era probabilmente inevitabile, nonostante la grave recessione verificatasi nelle economie dell'Europa meridionale. Ma questo restringimento avrebbe potuto essere fatto riducendo le pensioni per i lavoratori che andavano in pensione prima della normale età pensionabile. Ciò avrebbe consentito alle imprese di favorire il pensionamento dei lavoratori anziani meno produttivi. Ragionando a posteriori (così come mostrano le prove esposte sopra), i politici europei avrebbero dovuto fare molto di più per aiutare e sostenere i giovani lavoratori che stavano per entrare nel mercato del lavoro. L'equilibrio tra lavoratori giovani e anziani nel mercato del lavoro dell'Europa meridionale non è stato quello che queste politiche intendevano raggiungere. In Europa rischiamo una generazione perduta.

 

Inoltre, l'età pensionabile dovrebbe essere il più flessibile possibile. Per quanto riguarda l'Italia, il sistema a contribuzione definita a lungo termine è fattibile e sostenibile. Un sistema come questo, tuttavia, ha una fase di transizione prolungata. Durante l'aggiustamento di medio periodo del nuovo sistema, la politica dovrebbe seriamente tentare di aumentare la neutralità attuariale della flessibilità del pensionamento. Dal punto di vista di un più ampio coordinamento fiscale, i nostri risultati suggeriscono che le miopi regole di bilancio che impongono improvvisi aumenti dell'età pensionabile durante crisi importanti potrebbero avere effetto opposto. Possono causare un congelamento prolungato e quasi totale delle nuove assunzioni, in particolare quando i lavoratori più anziani sono bloccati sul posto di lavoro dall'aumento dell'età pensionabile.

 

Le regole fiscali dovrebbero concentrarsi piuttosto sulla sostenibilità fiscale a lungo termine. Una riforma del 2005 del Patto di stabilità e crescita ha tentato di farlo, ma a parole, non nella pratica. Ha affermato che un deterioramento di breve periodo del deficit di bilancio potrebbe essere tollerato se, allo stesso tempo, un governo riduce le sue passività a lungo termine. In pratica, tuttavia, questo principio può essere applicato solo includendo esplicitamente nel patto qualsiasi sforzo che riduca le passività nascoste associate ai diritti previdenziali, le passività a lungo termine più importanti nelle nostre società che invecchiano.

 

Ciò significa che a un cittadino potrebbe essere data la possibilità di andare in pensione quando lo desidera, a condizione che l'entità della pensione rifletta l'età e l'aspettativa di vita. Più pensioni potrebbero essere pagate nei periodi di crisi senza incidere sulle passività a lungo termine, perché le pensioni aggiuntive per chi anticipa la pensione sarebbero inferiori a quelle pagate alle persone che andranno in pensione dopo. Pertanto questo sistema potrebbe essere neutrale rispetto al bilancio e operare come uno stabilizzatore automatico. Un patto che consenta una flessibilità sostenibile nel pensionamento aiuterebbe anche i paesi di fronte all'enorme shock demografico associato all'attuale crisi dei rifugiati.

 

 

 

Bibliografia


Boeri, T. (2011) "Institutional reform and dualism", Handbook of Labor Economics 4b ed. D. Card and O. Ashenfelter. Elsevier.

Boeri, T. e Garibaldi P. (2007) “Two Tier Reforms of Employment Protection: a Honeymoon Effect?" The Economic Journal 117 (521), F357-F385

Boeri, T., Garibaldi, P. e E. R. Moen (2015) “Graded security from theory to practice”, VoxEU.org, 12 June.

Boeri, T. Garibaldi, P. e E. R. Moen (2016) “A Clash of Generations? “Increase in Retirement Age and Labor Demand for Youth”, CEPR Discussion Paper 11422 and WorkInps Paper 1.

Saint Paul, G. (1993) “On the Political Economy of Labor Market Flexibility", NBER Macroeconomic Annual 151-192

Vestad, O. L. (2013) “Early Retirement and Youth Employment in Norway", Statistic Norway.

 

24/02/19

BBC - L'occupazione britannica tocca un altro record

Un articolo della BBC riporta - con una certa qual cautela - i nuovi, ottimi dati sul record di occupati nel Regno Unito, che hanno toccato il livello più alto dal 1971, con un effetto particolarmente favorevole sulla disoccupazione femminile. Naturalmente, i commenti - in casi come questo - sottolineano che gli effetti della Brexit non si fanno ancora sentire (fossero dati negativi, però, sarebbero stati attribuiti alla Brexit senza fallo) e non demordono dal lanciare fosche previsioni per i prossimi mesi. Ma continuare a discutere di ipotesi è ormai diventato perfino noioso: limitiamoci ai fatti, che oggi dicono che la disoccupazione nel Regno Unito è calata e - soprattutto - che i salari di conseguenza crescono al di sopra del livello dell'inflazione, più di quanto è avvenuto negli anni scorsi. Il potere d'acquisto dei lavoratori quindi aumenta, i salari reali hanno raggiunto il livello più alto da marzo 2011: non è interessante? 

 

 

 

19 febbraio 2019 

 

Il numero di persone che lavorano nel Regno Unito ha continuato a salire, con un record di 32,6 milioni di occupati tra ottobre e dicembre, come mostrano le ultime cifre dell'Ufficio per le statistiche nazionali.

 

La disoccupazione è variata di poco nel trimestre, attestandosi a 1,36 milioni.

 

Il tasso di disoccupazione, fermo al 4%, è al livello minimo dall'inizio del 1975.

 

I salari medi settimanali sono aumentati del 3,4% toccando le 494,50 sterline, calcolando fino a dicembre, - tenuto conto dell'aggiustamento per l'inflazione, è il livello più alto dal mese di marzo 2011.

 


[caption id="attachment_17175" align="alignnone" width="610"] I salari reali più alti da marzo 2011. Salario medio settimanale, aggiustato per l'inflazione. Fonte: Office for National Statistics, UK.[/caption]

 

Il numero delle persone occupate tra ottobre e dicembre è aumentato di 167.000 unità rispetto al trimestre precedente, e di 444.000 unità rispetto allo stesso periodo del 2017.

 

Il tasso di occupazione - definito come la percentuale di persone di età compresa tra 16 e 64 anni che hanno un lavoro - è stato stimato pari al 75,8%, superiore al tasso del 75,2% registrato l'anno precedente e a pari livello con il tasso più alto mai toccato da quando si è iniziato a confrontare i livelli di occupazione in modo comparabile, nel 1971.

 

Il ministro per l'Occupazione Alok Sharma ha dichiarato: "Mentre l'economia globale sta affrontando diverse sfide, in particolare nei settori come il manifatturiero, queste cifre mostrano la resilienza di fondo del nostro mercato del lavoro - che ancora una volta offre livelli record di occupazione".

 

Matt Hughes, vice capo del settore che si occupa del mercato del lavoro dell'ONS (Office for National Statistics, l'istituto nazionale di statistica britannico, ndt) ha dichiarato: "Il mercato del lavoro rimane solido, con il tasso di occupazione rimasto ai massimi livelli e le posizioni vacanti che raggiungono un nuovo livello record. Anche il tasso di disoccupazione è diminuito, e per le donne è sceso sotto il 4% per la prima volta in assoluto."

 


[caption id="attachment_17176" align="alignnone" width="610"] Tasso di occupazione massimo dal 1971. Percentuale della popolazione UK tra 16-64 anni con un lavoro. Fonte: Office for National Statistics, UK. Margine di errore: +/- 0.4%[/caption]

 

Tuttavia, Andrew Wishart, economista britannico di Capital Economics, ha avvertito che i dati del mese prossimo potrebbero non essere così vivaci

 

"I dati sul mercato del lavoro, con l'occupazione in aumento, non rispecchiano lo scivolone registrato nelle inchieste sulle assunzioni a dicembre ", ha affermato.

 

"Tuttavia, i risultati delle indagini sono peggiorati in modo più marcato a gennaio, quindi un effetto Brexit potrebbe iniziare a indebolire la crescita dell'occupazione nella prossima serie di dati ufficiali".

 

Analisi


 

di Dharshini David, giornalista economico della BBC

 

Il mercato del lavoro rimane in forma robusta nonostante la perdita di slancio dell'economia verso la fine dello scorso anno - tuttavia l'"effetto nebbia" della Brexit potrebbe non essere ancora stato registrato.

 

Proseguendo le recenti tendenze, la maggior parte di coloro che sono entrati nel mercato del lavoro erano precedentemente inattivi (studenti, persone a casa per accudire familiari, malati a lungo termine ecc.).

 

La domanda di lavoro continua a sostenere la crescita dei salari. I salari reali sono aumentati di oltre l'1% all'anno, complessivamente meglio rispetto agli ultimi anni, sebbene ancora circa la metà rispetto all'era pre-crisi.

 

Finora quindi non ci sono grandi tracce del fatto che l'incertezza sulla Brexit ostacoli le assunzioni - ma va detto anche che la domanda nel mercato del lavoro ha una marcata tendenza a non tenere il passo con le variazioni della produzione.

 

Indagini più recenti sull'occupazione mostrano un deciso deterioramento a gennaio, quindi l'effetto Brexit potrebbe iniziare a indebolire la crescita dell'occupazione nella prossima serie di dati ufficiali.

 

E la produttività - produzione oraria - è diminuita dello 0,2% nel quarto trimestre del 2018 rispetto a un anno prima, poiché la produzione è aumentata più lentamente dell'occupazione. La mancanza di progressi in questo settore potrebbe pesare sulla crescita dei salari nel lungo periodo.

 

Carenza di specializzazione


 

Guardando le cifre medie dei guadagni, Samuel Tombs, capo economista britannico di Pantheon Macroeconomics, ha dichiarato: "Con un surplus di lavoro estremamente scarso e le offerte di lavoro che toccano un nuovo massimo storico, i lavoratori hanno più successo nell'ottenere aumenti salariali al di sopra dell'inflazione. Guardando al futuro, dubitiamo che la crescita dei salari scivolerà al di sotto del 3% quest'anno".

 

Nonostante gli aumenti salariali e il basso tasso di disoccupazione, Suren Thiru, capo del settore economico delle Camere di commercio britanniche, non ritiene che una High Streets in difficoltà ne trarrà benefici.

 

Ha affermato: "L'aumento della spesa dei consumatori derivante dal recente miglioramento della crescita dei salari reali sarà probabilmente limitato dalla scarsa fiducia dei consumatori e dagli elevati livelli di debito delle famiglie. L'aumento del numero di posti vacanti a un nuovo massimo storico conferma che la carenza di manodopera e di competenze specializzate è destinata a rimanere un significativo ostacolo per le attività economiche per un certo tempo a venire, impedendo la crescita e la produttività del Regno Unito".

 

12/07/17

FT - Il mito del miracolo tedesco dell'occupazione

Come nel celebre libro di Oliver Sacks, pare che sia in corso un'epidemia di risvegli. Mentre in Italia si scopre tardivamente quanto fa male il fiscal compact, i giornali economici di punta sollevano ogni giorno una nuova critica nei confronti dell'economia tedesca, le cui "riforme strutturali" sono state a lungo additate come fulgido esempio, in particolare ai paesi del Sud Europa. Qui il Financial Times mostra i limiti delle famose riforme Hartz, commentando una ricerca che sostiene che il loro ruolo nel successo economico tedesco è stato sopravvalutato. Piuttosto, l'impoverimento dei lavoratori tedeschi che ne è stato una conseguenza, in particolare di quelli a più basso reddito, sta danneggiando non solo la Germania, ma l'intera economia mondiale.       

 

 

 

Di Matthew C. Klein, 11 luglio 2017

 

Christian Odendahl è uno dei migliori analisti dell'economia tedesca che scriva in inglese. Quindi vale la pena di leggere attentamente la sua analisi delle riforme del mercato del lavoro attuate in Germania nei primi anni 2000, note anche come "Agenda 2010" o "riforme Hartz".

 

C'è molto da imparare, a partire dalla sua constatazione che i tassi di interesse reali tedeschi erano notevolmente più alti nel 1999-2007 rispetto alle altre grandi economie occidentali, fino alla sua osservazione che l'impatto delle riforme è spesso esagerato, perché in realtà coincidono con la fine della decennale crisi dell'edilizia tedesca.

 

L'approfondimento più utile per i responsabili delle politiche negli altri Paesi dell'area euro è che le riforme tedesche del 2003-2005 non sono sufficienti a spiegare la maggior parte degli avvenimenti notevoli che hanno caratterizzato l'economia tedesca durante la sua adesione alla moneta unica. Per esempio, le caratteristiche del mercato del lavoro che hanno impedito i licenziamenti di massa nel 2008 erano molto più datate.

 

Ma del documento di Odendahl vogliamo mettere in evidenza un altro aspetto: la sua conclusione che la crescita del lavoro in Germania è più un mito che un miracolo.

 

Sì, è vero che il numero di tedeschi con un'occupazione è cresciuto di circa il 15 per cento dai record negativi toccati a metà degli anni '90. Ma il numero totale di ore lavorate rispetto allo stesso periodo è cresciuto di meno del 2% ed è ancora notevolmente inferiore rispetto al numero di ore lavorate agli inizi degli anni '90:

 

 

 

Come osserva Odendahl, questo non sarebbe necessariamente un problema se il boom dell'occupazione fosse coinciso con un diffuso desiderio di trascorrere meno tempo sul posto di lavoro. Ma questo è improbabile, poiché la disconnessione tra posti di lavoro e ore lavorate è andata di pari passo con un forte aumento della quota di tedeschi a rischio di povertà:

Odendahl sottolinea inoltre che più di un quinto dei lavoratori della Germania occidentale hanno salari bassi (cioè hanno un salario inferiore ai due terzi della mediana, o di circa 10,50 euro all'ora nel 2014). Mentre erano solo il 15% a metà degli anni '90:

 

 



 

Come se non fosse già abbastanza grave, questi lavoratori sono stati costantemente tassati a livelli punitivi:

 

"In Germania, l'erogazione delle prestazioni si riduce bruscamente di oltre l'80 per cento appena i destinatari iniziano a lavorare. (Nel Regno Unito, il sussidio dell' 'universal credit' è ridotto solo di 63 pence per ogni sterlina che il destinatario guadagna). I lavoratori a basso reddito in Germania sono inoltre tassati al 45 per cento, ovvero 13 punti percentuali al di sopra della media OCSE."

 

 

Leggermente peggio che in Francia e notevolmente peggio che in Grecia, Italia, Portogallo e Spagna. Solo in Belgio e in Ungheria la situazione è peggiore che in Germania. Il grafico sottostante, che abbiamo redatto utilizzando i dati OCSE, mostra il "cuneo fiscale" medio pagato da singoli lavoratori a basso reddito:

 

 

 

 

I paesi con un welfare generoso nel campo dell'assistenza sanitaria e delle scuole pubbliche possono risultare relativamente peggiori in questo confronto rispetto a quelli con un welfare più ridotto, ma anche questa sembra una spiegazione insufficiente, considerando come la Germania esce da un confronto con i Paesi Bassi e scandinavi:

 



 

 

La tassazione tedesca sui lavoratori a basso reddito era tra le più alte al mondo quando è iniziata la raccolta dei relativi dati, nel 2000, e tale è rimasta da allora. Non c'è da meravigliarsi che i consumatori tedeschi siano messi così male!  E questo non è solo un male per i lavoratori tedeschi, ma per tutto il mondo.  Se solo ci fossero politici tedeschi intenzionati ad affrontare questo problema...