03/07/19
I populisti italiani prendono il sopravvento nella lotta alla UE
Di Silvia Sciorilli Borelli, 3 luglio 2019
ROMA — Nella battaglia per le finanze italiane, una volta Bruxelles dominava. Ora, non più.
Mercoledì la Commissione Europea dovrebbe rimandare la decisione di sanzionare l'Italia sulla questione del budget italiano.
La mossa arriva dopo che lunedì il presidente del Consiglio Giuseppe Conte e il suo Gabinetto hanno ideato un piano per tagliare di circa 7,6 miliardi di euro le spese previste per quest'anno.
Il piano di Conte offre poca chiarezza sulle intenzioni degli italiani per il 2020, ma i funzionari della Commissione l'hanno giudicato sufficiente a giustificare la decisione, almeno fino a quando il bilancio dell'anno prossimo non sarà approvato in autunno, secondo due persone a Bruxelles e due funzionari governativi a Roma.
"Possiamo evitare [la sanzione] non a causa di trucchi magici, ma perché le nostre finanze sono in ordine", ha detto Conte durante il fine settimana alla riunione del G20 di Osaka, in Giappone.
Pochi giorni dopo le elezioni europee, la Commissione aveva fatto il primo passo per avviare un processo disciplinare nei confronti dell'Italia, attivando una procedura per deficit eccessivo (EDP), un programma volto a riportare la spesa pubblica in linea con le norme dell'UE.
Sei mesi prima, la Commissione e il governo italiano avevano raggiunto un compromesso per evitare di innescare proprio questo processo, che potrebbe portare a una multa di 3,5 miliardi di euro, ma Bruxelles ha cambiato rotta in risposta a quello che vedeva come un cambio di passo di Roma sugli impegni di disciplina di bilancio.
L'esecutivo dell'UE aveva l’appoggio di altri paesi dell'eurozona per intervenire, e sembrava pronto per ulteriori azioni. Ma con la Commissione che si avvicina alla fine del suo mandato e i colloqui in corso su chi avrebbe ottenuto i migliori posti di potere dell'UE, i populisti italiani hanno colto l'occasione per prendere il sopravvento e incolpare Bruxelles per le sofferenze dell’economia del Paese e per non avere contribuito ad alleviare il peso dell’immigrazione che grava sull’Italia.
Ora Bruxelles si prepara a ritirarsi dalla battaglia sul bilancio italiano, per evitare di dare al governo gialloverde altre munizioni politiche.
Il Presidente della Commissione europea Jean-Claude "Juncker e il [commissario Pierre] Moscovici ci hanno ripensato... anche perché la mossa avrebbe favorito [il ministro dell'Interno Matteo] Salvini e avrebbe trasformato l'UE nel bersaglio principale in caso di elezioni anticipate all'inizio dell’autunno", secondo una persona a Bruxelles.
La Commissione non ha risposto immediatamente a una richiesta di commento.
Perfino il presidente filo-UE Sergio Mattarella ha offerto un insolito intervento a sostegno della posizione dei populisti. "Non vedo alcun motivo per avviare una procedura per deficit eccessivo contro l'Italia", ha detto durante una conferenza stampa a Vienna lunedì.
All'inizio della stessa giornata, i dati ufficiali mostravano che la disoccupazione era scesa al di sotto del 10% per la prima volta dal 2012. "L'economia del Paese è solida", ha dichiarato Mattarella.
La gestione della controversia sul bilancio ha alimentato le rimostranze contro l'UE, con i politici italiani che hanno detto agli elettori che l’Italia è trattata peggio di Francia, Germania o Spagna, che hanno tutte violato le regole del deficit dell'eurozona senza conseguenze.
I legislatori della Lega di estrema destra (sic! NdVdE) di Salvini, nel frattempo, hanno tenuto sotto scacco i rivali europei suscitando timori che l'Italia abbandoni l'euro. All'inizio di giugno, il partito di Salvini ha proposto un nuovo modo di emettere titoli di Stato di piccole dimensioni con l’aspetto di una banconota, noti come miniBOT, per pagare i debiti della pubblica amministrazione. Molti osservatori hanno considerato i miniBOT come una proposta di valuta alternativa e il primo passo verso l’"Italexit".
"Se a livello dell'UE viene ricordato che non possono abusare costantemente della pazienza dell'Italia, è una buona cosa", ha detto Claudio Borghi, legislatore della Lega, ideatore dello strumento di pagamento. "Sono felice se è servito come promemoria che l'Italia non obbedirà in tutto a ciò che le viene detto dall'UE."
Le cariche UE
La lite tra i leader dell'UE sul prossimo presidente della Commissione e sugli altri posti di alto livello ha dato all'Italia un'altra opportunità per rafforzare la sua posizione.
L'Italia aveva sostenuto Kristalina Georgieva, bulgara, come capo della Commissione, ma alcuni rapporti suggerivano che questo fosse un modo per ottenere il sostegno dei paesi dell'Europa orientale, sia contro una procedura di infrazione da parte dell'UE, sia per il prossimo commissario che dovrà sovrintendere alla politica economica italiana. Martedì sera i leader dell'UE hanno proposto la tedesca Ursula von der Leyen come presidente della Commissione.
L'Italia si è anche unita all'opposizione a Frans Timmermans, un socialista olandese, come potenziale candidato, sostenuto dalla tedesca Angela Merkel e dal francese Emmanuel Macron.
Secondo Stefano Buffagni, del Movimento 5 Stelle, "Conte ha guidato il gruppo di 11 paesi che si sono opposti all'accordo preparato da Merkel e Macron, il che dimostra che l'Italia ha influenza a livello dell'UE".
"I francesi e i tedeschi vogliono dirci cosa fare riguardo all'immigrazione e all'economia, ma quando si tratta di decidere guardano sempre al loro interesse nazionale prima che a quello dell'UE."
A margine del vertice UE di martedì, Conte ha dichiarato: "Ho spiegato ai nostri 27 partner che l'UE non è composta da due o tre paesi o da blocchi. Se l'Italia non fa parte della decisione non è un'offesa per me, ma per milioni di italiani che hanno votato e hanno il diritto di essere rappresentati".
“Insulti” migratori
Anche la posizione degli altri paesi dell'UE in materia di immigrazione ha rafforzato i populisti in Italia.
Martedì, il portavoce del governo francese Sibeth Ndiaye ha affermato che il comportamento di Salvini nel caso Sea-Watch - la nave di salvataggio per immigrati che è entrata nel porto italiano di Lampedusa durante il fine settimana nonostante le fosse stato negato l'accesso - era "inaccettabile". I commenti hanno fatto eco alle critiche del presidente tedesco Frank-Walter Steinmeier sulla decisione di arrestare il capitano della nave, Carola Rackete.
Salvini ha risposto twittando che il governo francese dovrebbe "smettere di insultare e aprire i suoi porti ai migranti". Martedì sera, dopo che Rackete è stata liberata da un procuratore siciliano, Salvini è andato su Facebook per trasmettere la sua rabbia contro il pubblico ministero.
"Se un cittadino italiano avesse violato gli ordini militari per entrare in un porto in Germania, Francia, Australia o ovunque per scaricare migranti, sarebbe stato rinchiuso per anni", ha detto. Salvini ha quindi annunciato che emanerà per la cittadina tedesca un ordine di espulsione che le avrebbe impedito di tornare in Italia per i successivi cinque anni.
Secondo i dati delle Nazioni Unite, la maggior parte dei migranti via mare quest'anno ha raggiunto le coste greche e spagnole. Salvini si è spesso preso il merito del calo degli arrivi, ma molti italiani ritengono che il Paese sia stato abbandonato per farsi carico dell'onere migratorio.
Gli immigrati provenienti dall'Africa arrivano quasi quotidianamente durante l'estate a Lampedusa, ma la notizia viene ampiamente ignorata. La politica e la retorica di Salvini prendono di mira le Organizzazioni Non Governative, che egli accusa di essere in combutta con i trafficanti di esseri umani.
Qualunque sia la causa - migrazione, bilancio o giochi di potere dell'UE - i populisti stanno guadagnando consenso.
L'ultimo sondaggio di opinione di SWG mostrato lunedì da La7, mostra che la Lega è cresciuta fino al 38% dei consensi, rispetto al 33% ottenuto alle elezioni dell'UE, mentre il 52 per cento degli italiani ritiene che il capitano della Sea-Watch abbia commesso un crimine.
"Guardate cosa è successo nell'ultimo mese", ha detto un funzionario della Lega, a condizione di mantenere l'anonimato. "Perché qualcuno dovrebbe criticarci per aver detto che l'Unione Europea è un'anatra zoppa? È semplicemente la pura verità."
05/01/19
I deliranti leader dell’eurozona
- Nel ventennale dalla nascita dell’euro, lo storico economico australiano Steve Keen descrive come gli eurocrati, guidati da Juncker, rispondano ai crescenti problemi europei semplicemente negando la realtà, e tentando ancora di sostenere che la moneta unica abbia portato grandi vantaggi. È invece facile dimostrare tutto il contrario, come già molti autorevoli economisti avevano previsto prima ancora della sua creazione. Negare gli enormi problemi e squilibri accumulati a causa della moneta unica non ne risolverà i problemi, ma li lascerà incancrenire e peggiorare, portando ulteriore instabilità economica e politica per il futuro.
Di Steve Keen, 1 gennaio 2019
Stavo cercando di divertirmi con la famiglia e gli amici a Sydney a capodanno, ma Phil Dobbie ha rovinato tutto con questo tweet:
Jean-Cleaude Juncker: Per 20 anni, l’#euro ha fornito prosperità e protezione ai nostri cittadini. È divenuto un simbolo di unità, sovranità e stabilità.
Phil Dobbie: Mi chiedo se i Greci la vedono in questo modo…
Mi ero dimenticato che oggi è il ventesimo anniversario della nascita dell’euro. Ma gli eurocrati di Bruxelles no. Poche ore prima dell’inizio del nuovo anno, Juncker e i suoi amici hanno emesso un comunicato stampa che magnifica le virtù dell’euro. Virtù quali “unità, sovranità e stabilità… prosperità”.
“Essendo uno dei pochi firmatari del Trattato di Maastricht ancora oggi politicamente attivo, ricordo le negoziazioni dure e tormentate al lancio dell’Unione Economica e Monetaria. Dopo venti anni, sono convinto che questa è stata la firma più importante che io abbia mai fatto. L’euro è diventato un simbolo di unità, sovranità e stabilità. Ha dato prosperità e protezione ai nostri cittadini e dobbiamo assicurarci che continui a farlo.”
Jean-Claude Juncker, Presidente della Commissione Europea
Addio ai festeggiamenti di inizio anno. Con questo singolo tweet, l’UE ha messo le basi per rendere il 2019 perfino peggiore del 2018. Usare uno qualsiasi di questi termini per descrivere l’euro – salvo forse “unità, nel senso che la stessa moneta viene usata dalla maggior parte dell’Europa continentale in questo momento – è un travisamento della realtà che perfino Donald Trump potrebbe esitare a fare.
Sovranità? Andatelo a dire ai greci, agli italiani o ai francesi, che hanno visto le proprie politiche economiche nazionali riscritte da Bruxelles. Stabilità? La crescita economica è stata molto più instabile sotto l’euro che prima di esso, e l’Europa oggi è stravolta da una instabilità politica che può essere direttamente ricondotta alla camicia di forza che l’euro e il trattato di Maastricht hanno imposto. Prosperità? Portiamo qualche dato nella fandonia di Juncker, che ne è priva.
Partiamo con la questione della Grecia sollevata da Phil. Il PIL greco è diminuito a una velocità degna della Grande Depressione da quando l’eurozona ha imposto ad essa le sue politiche di austerità, e il PIL nominale oggi è del 25% inferiore al suo livello massimo.
Figura 1: PIL e crescita economica della Grecia
Ora, naturalmente potremmo incolpare di questo i greci stessi, pertanto guardiamo al confronto della crescita economica nell’intera eurozona rispetto agli USA (escludendo l’Irlanda e il Lussemburgo, dal momento che per quanto riguarda la prima, i suoi dati vengono distorti enormemente dalle revisioni dei dati, mentre l’ultimo ha anch’esso dati altamente volatili, ed è talmente piccolo – meno di 600.000 abitanti – che può essere tranquillamente ignorato).
Figura 2: Tassi di crescita economica reale
Prima dell’euro, la crescita economica era del 2,5% all’anno, contro il 2,4% degli USA. Dopo l’euro, ma prima della Crisi Finanziaria Globale, la crescita dell’eurozona è stata in media del 2,6%, un aumento dello 0,1% rispetto al periodo pre-euro; ma la crescita degli USA è aumentata al 2,7%, quindi a livello comparativo, l’eurozona è peggiorata rispetto agli USA. Quindi il piccolo miglioramento dell’Europa rispetto al periodo pre-euro potrebbe essere dovuto a fattori diversi dell’euro stesso, ed è sostanzialmente più basso rispetto al miglioramento USA.
Questo grossolano paragone è tuttavia troppo buono nei confronti dell’eurozona, dato che la maggior parte dell’alta crescita tra l’inizio dell’euro e la crisi riflette la crescita delle bolle in Spagna e in Grecia. I numeri pro-capite sarebbero già peggiori.
Ma il vero confronto è quello rispetto alla crescita dopo la crisi. Il tasso medio di crescita USA post-crisi è un anemico 1,4%, ma questo numero sembra estremamente dinamico in confronto al tasso di crescita medio dell’eurozona post-crisi, che è dello 0,2%. L’Europa ha sostanzialmente ristagnato per un decennio, grazie all’euro e alle politiche di austerità che sono inseparabili da esso, grazie al trattato di Maastricht che Juncker è così orgoglioso di aver firmato.
In realtà, l’euro ha portato bassa crescita, instabilità economica, e disaccordo politico in seno all’Europa. Tuttavia, gli irresponsabili leader europei tentano di propagandarlo come qualcosa di sfrenatamente positivo, in un momento in cui i normali cittadini europei indossano Gilet Gialli e si lamentano della loro condizione.
Come Wynne Godley argomentò così bene quando venne firmato il Trattato di Maastricht nel 1992, le restrizioni che esso e l’euro avrebbero imposto all’Europa, avrebbero portato al suo impoverimento, non alla sua prosperità.
Su Maastricht e tutto il resto
Wynne Godley
Molte persone in tutta Europa hanno improvvisamente realizzato di non sapere pressoché nulla del Trattato di Maastricht mentre hanno la giusta sensazione che esso potrebbe fare un’enorme differenza per le loro vite. La loro legittima ansietà ha fatto sì che Jacques Delors rilasciasse una dichiarazione sul fatto che, in futuro, il punto di vista delle persone comuni dovrebbe essere più ascoltato. Avrebbe potuto pensarci prima.
Godley concludeva con lungimiranza che:
“Se un paese o una regione non hanno la possibilità di svalutare il cambio monetario, e se essi non sono beneficiari di un sistema di redistribuzione fiscale, allora non ci sarà nulla in grado di impedire che esso soffra un processo di declino cumulativo e terminale che, alla fine, porterà all’emigrazione come unica alternativa alla povertà o alla fame”. (Wynne Godley, 1992)
Se questo tentativo coordinato di manipolazione della realtà da parte dei boss dell’eurozona – mi rifiuto di chiamarli “leader”, perché questo termine implicherebbe che essi possano essere rimossi – è il massimo che sanno fare, allora il 2019 sarà politicamente instabile almeno quanto lo è stato il 2018.
08/10/18
Evans-Pritchard: il pericoloso gioco dell'Unione europea
Il "chicken game", ovvero “gioco del pollo” (o del coniglio) è, nella teoria dei giochi, un contesto così esemplificabile: due auto si dirigono a tutta velocità l'una contro l'altra; entrambi gli automobilisti contano sul fatto che sarà l'altro a spaventarsi, cedere e sterzare per primo, diventando il “pollo” - ovvero il codardo – della situazione. Se ciascuno dei due tira dritto, però, lo scontro sarà inevitabile, così come il disastro per entrambi.
Ed è proprio questo, secondo Ambrose Evans-Pritchard, giornalista del Telegraph e uno dei più attenti commentatori della politica economica italiana ed europea, il pericoloso gioco che Juncker sta consapevolmente conducendo nei confronti del Governo italiano, per mettere sotto stress il sistema bancario. E funziona.
Le autorità dell'UE, spiega il giornalista, contano sui mercati: all'aumentare dei tassi, sperano, la paura per la tenuta del sistema bancario spingerà l'opinione pubblica italiana verso più miti consigli.
Il gioco però è rischioso, secondo Pritchard. Se si va troppo oltre, infatti, l'Ue rischia di scatenare essa stessa una crisi di credito che travolgerebbe il sistema bancario italiano e la caduta in una spirale di recessione che si autoalimenta, provocando esattamente ciò che vuole evitare.
Secondo Evans-Pritchard i margini del gioco sono stretti, la tattica è rischiosa, perché l'economia italiana negli ultimi mesi ha rallentato. E sgombra il campo da tecnicismi e ipocrisie: non sono certo i punti percentuali di deficit previsti nel Def italiano che sono in questione, afferma. È invece una questione tutta politica. “Nell'Ue c'è qualcuno che punta a mettere in ginocchio l'Italia”, come ha detto Matteo Salvini, citato da Evans-Pritchard nell'articolo.
“Quando Jean-Claude Juncker questa settimana si è scagliato contro i ribelli della Lega - Movimento Cinque Stelle agitando lo spettro di una 'nuova Grecia', ha volutamente gettato benzina sul fuoco. Era una strategia calcolata […] Ciò che i mercati dei bond temono in questo momento è un'escalation della battaglia tra l'alleanza Lega – Cinque Stelle e Bruxelles, che - se mal gestita – comporta il rischio di un'uscita italiana dall'euro e la rottura dell'unione monetaria.”
Le conseguenze, come spiega Evans-Pritchard, sono quelle note: “Il rischio di denominazione, diverso dal normale rischio di insolvenza. Che si può isolare e misurare confrontando l'andamento dei prezzi di diverse annate di credit default swap con contratti legali diversi. La componente è in forte rialzo.”
Secondo Evans-Pritchard, “Bruxelles potrebbe avere ragione nel calcolare che Roma cederà e che gli eterni 'poteri forti' dell'establishment italiano piegheranno i ribelli o li compreranno.”
Ma avverte anche che per ora non è successo: e cita le recenti affermazioni di Di Maio sul fatto che chi spera in un'inversione di rotta si illude.
Evans-Pritchard – pur definendo illusorie le promesse di Di Maio sul fatto che la maggior crescita ripianerà il deficit - mette anche in fila una serie di punti di forza italiani, abitualmente taciuti dalla nostra stampa mainstream e quindi poco noti all'opinione pubblica: che l'Italia in rapporto al bilancio UE è un contribuente netto; il nostro avanzo nelle partite correnti, ovvero nella differenza tra esportazioni e importazioni, di 2,8 punti percentuali del PIL; le dimensioni del nostro settore manifatturiero, maggiori di quello della Francia o della Gran Bretagna. Inoltre sottolinea come con un avanzo di bilancio primario come il nostro - a differenza della Francia, che peraltro ha ripetutamente violato il Patto di stabilità - potremmo passare tecnicamente alla lira senza temere una crisi di sostenibilità del debito.
Quanto al nostro debito pubblico, Evans Pritchard ricorda che è di 2.300 miliardi di euro, cui aggiunge un ulteriore debito di 500 miliardi di dollari alla Banca centrale europea attraverso il sistema di pagamenti Target2 (che si tratti di un reale debito anche in questo caso è questione notoriamente controversa), ma sottolinea che può essere convertito unilateralmente in lire secondo le regole della Lex Monetae.
Inoltre Evans -Pritchard nota che al minimo cenno che l'Italia fosse in procinto di lasciare l'euro - e o convertire i debiti in lire o fare default – si scatenerebbe immediatamente il contagio in Portogallo, Spagna e Grecia. I creditori tedeschi rischierebbero un taglio del loro credito da un trilione di euro. Per evitarlo, la Germania e gli altri Paesi del Nord dovrebbero accettare quello che finora hanno ostinatamente rifiutato: il grande balzo in avanti verso l'unione fiscale, sostenuta da una banca centrale con pieni poteri di prestatore di ultima istanza. Ma Evans-Pritchard non sembra molto ottimista sul realizzarsi di questa ipotesi.
In caso di dissoluzione dell'Eurozona – messa a rischio anche dalla fine degli acquisti di obbligazioni da parte della BCE, a fine anno, che lascerà gli stati del Sud Europa esposti alle forze del mercato – Evans-Pritchard fa notare che si potrebbe parlare di “distruzione reciproca assicurata”, ma sottolinea che
“l'Italia avrebbe almeno qualche effetto di compensazione: un vantaggio competitivo dovuto alla tanto necessaria svalutazione (il tasso di cambio reale è del 20% troppo alto) e una ripartenza dopo il taglio parziale del debito. È difficile invece vedere quale potrebbe essere il lato buono della medaglia per Germania, Olanda o Francia. Quindi chi ha davvero il coltello dalla parte del manico? - continua - L'Italia non assomiglia alla Grecia, dove il gruppo dirigente pro-Syriza voleva strenuamente rimanere nell'euro. La Lega e i Cinque Stelle affondano le loro radici nell'euroscetticismo. Il loro piano di riserva per una valuta parallela – i "minibot" - è inserito nel contratto di governo dell'alleanza. Se gli spread delle obbligazioni salgono a livelli che soffocano il sistema bancario, il governo può in qualsiasi momento emettere carta sostitutiva come una liquidità alternativa a fini fiscali e contrattuali, sovvertendo l'unione monetaria dall'interno.”
Evans-Pritchard cita diversi elementi a sostegno della posizione italiana sull'euro. Tra questi, la ormai celebre recente dichiarazione di Claudio Borghi a Radio Uno, quando disse (ripetendolo peraltro per l’ennesima volta) che sua convinzione è che tornare alla propria moneta per l’Italia sarebbe meglio, anche se non è nel programma di governo e richiede il consenso dei cittadini. Secondo Evans-Pritchard l'Ue sta cadendo in una trappola, ovvero sta spingendo la situazione talmente al limite che finirà col creare proprio il consenso necessario per l'uscita dall'euro. Nell’articolo sono citati inoltre i documenti sul “piano B” di Paolo Savona.
E conclude così Evans - Pritchard:
“Le agenzie di rating sono pronte a muoversi. Potrebbero perdonare l'allentamento fiscale se i soldi fossero spesi per investimenti che aumentassero la velocità di crescita economica dell'Italia, ma non per invertire la riforma pensionistica e per un reddito di base universale […] Il piano di abbandonare il consolidamento fiscale per i prossimi tre anni lascia il paese ancora più vulnerabile a un cambio di rotta del ciclo economico e dei tassi di interesse. [...] L'aumento dei tassi erode il capitale delle banche italiane, che possiedono un quarto del debito pubblico negoziato e fanno affidamento sui mercati dei capitali all'ingrosso per il 21% del loro finanziamento. […] Siamo tornati al nostro vecchio amico della crisi della zona euro, il circolo vizioso. Titoli di debito pubblico e banche possono ancora abbattersi a vicenda in un effetto a spirale. Questo è il difetto fondamentale di un'unione monetaria senza un prestatore automatico d'emergenza. Difetto che l'Ue non ha mai sanato. Juncker potrebbe riuscire a terrorizzare l'Italia fino a indurla alla sottomissione nelle prossime settimane. Ma potrebbe invece appiccare l'incendio che brucerà la sua casa europea.”
09/09/18
Una Lega delle Leghe in Europa
di Tom Luongo, 5 settembre 2018
Il Grande Riallineamento sta per arrivare in Europa l'anno prossimo. È già tutto scritto.
Questa estate ha visto la Cancelleria tedesca Angela Merkel sopravvivere alla sfida alla sua leadership da parte del socio di coalizione Horst Seehofer sulla politica sull'immigrazione.
La Merkel ha bisogno di riportare delle vittorie politiche per mantenere la sua presa sul potere. Mantenere la posizione contro il presidente Trump sul gasdotto Nordstream 2 e tenere un incontro di vertice cordiale col presidente russo Vladimir Putin sono un buon inizio.
Perché gran parte d'Europa è stanca 1) che la Germania stabilisca le politiche per l'intera Unione europea e 2) delle sanzioni contro la Russia, che stanno ammazzando il commercio.
Ma le proteste nella città di Chemnitz, in Sassonia, che vanno avanti ormai da una settimana a causa dell'accoltellamento di un uomo del posto, la incalzano. I numeri dei sondaggi per la Merkel continuano a scendere.
Più si indebolisce, più l'opposizione si fa coraggiosa.
Ad esempio il vice primo ministro italiano Matteo Salvini e il presidente ungherese Viktor Orban. Si sono incontrati per studiare una strategia per porre fine alla politica delle porte aperte nella UE. A una visione superficiale, Italia e Ungheria sembrano in disaccordo sul tema.
L'Italia vuole chiudere i suoi confini e che i suoi migranti siano redistribuiti in tutta Europa.
L'Ungheria rifiuta fermamente di farsi carico anche di un solo migrante.
Secondo i media e i politici europei, questa dicotomia metterà questi due ribelli titani in conflitto tra di loro.
Ma, come ha fatto recentemente notare Mike Shedlock su Townhall.com, questi due uomini hanno degli obiettivi più grandi sui quali sono completamente d'accordo - proteggere i propri confini per preservare l'identità culturale e nazionale.
Questo è il motivo per cui Salvini sta invocando "una Lega delle Leghe" in Europa. E ci riuscirà.
Questo è l'uomo che è riuscito a trasformare la secessionista Lega Nord nel partito MIGA - Make Italy Great Again ["Rendi di nuovo grande l'Italia", una chiara citazione dello slogan trumpiano, ndt].
Quindi lui e il leader del Movimento 5 Stelle Luigi Di Maio si sono fatti strada nella Palude Italiana fino a formare un governo che secondo gli esperti non poteva funzionare, neutralizzando il candidato dell'establishment Silvio Berlusconi.
Grazie al genio strategico di Salvini la politica italiana non sarà più la stessa. I sondaggi adesso danno la sua Lega attorno al 30%, il che fa ben sperare per le elezioni del Parlamento europeo del prossimo anno.
Perché adesso egli punta al MEGA - Make Europe Great Again (Rendi di nuovo grande l'Europa, ndt).
I "quisling media" europei (sinonimo di collaborazionisti e traditori, ndt) gli saltano addosso ogni qual volta possa essere percepita una differenza di opinioni tra Salvini e Di Maio, descrivendo la coalizione come debole e precaria.
Hanno riportato i colloqui tra Orban e Salvini insieme alla richiesta di Di Maio di condividere l'onere dei migranti all'interno della UE. Questo per seminare discordia dove in realtà non c'è.
I due si muovono a ranghi serrati nel fronteggiare Bruxelles sul programma di austerità. Correttamente comprendono che l'austerità distruggerà l'economia italiana e la sua cultura. Il programma non ha nulla di diverso da quello imposto alla Grecia o da quello che sta distruggendo di nuovo l'Argentina, la cui valuta è implosa la scorsa settimana.
La loro speranza [dei sostenitori dell'austerità] è che questa ondata di populismo che sta dilagando in Europa sia soltanto un capriccio, che finirà in lacrime.
Ma non si piange nella politica del potere.
Né Salvini né Orban sono dei deboli inclini al dubbio. E la loro nascente alleanza va oltre il mettersi in mostra sulla politica sull'immigrazione.
Con la Merkel debole, isoleranno il presidente francese Emmanuel Macron, la loro nemesi, e dopo le elezioni del prossimo anno rifaranno il Parlamento Europeo .
Perché il vero obiettivo è prendere il controllo della Presidenza della Commissione europea, estromettendo l'odioso Jean-Claude Juncker.
Una "Lega delle Leghe" riunirebbe i partiti sovranisti di tutta Europa in un unico partito all'interno del Parlamento europeo. Il Partito Popolare Europeo controlla l'Europarlamento assieme ai Social Democratici, in una grande coalizione in stile Germania, che non ha altro obiettivo che un controllo più centralizzato da parte dei tecnocrati UE.
Come Juncker.
Salvini e Orban vogliono che gli altri paesi di Visegrad e l'Austria formino la base di questa coalizione.
Sarà abbastanza? Il gorilla da 360kg nella stanza è Alternativa per la Germania (AfD). Partito ufficiale d'opposizione nel Bundestag, AfD guadagnerà seggi nel Parlamento europeo, dove attualmente ne ha soltanto uno.
È il jolly nell'azzardo di Salvini e Orban.
Come ho già detto altre volte, AfD è in procinto di "fare il grande salto" da partito minore a grande partito. Gli ultimi sondaggi, vecchi quasi di un mese, davano AfD tra il 16 e il 18% a livello nazionale.
Se AfD avrà un'impennata come la Lega, dal 15% circa al 30%, il governo della Merkel cadrà.
AfD entrerà nel Parlamento europeo col vento in poppa per vedere i desideri di Salvini e Orban che si avverano.
Questo spiega perché le proteste a Chemnitz sono importanti. Perché l'ascesa di AfD nella Baviera dominata dalla CSU è così importante.
La frustrazione pubblica per la violenza degli immigrati potrebbe spostare di molto l'elettorato tedesco da qui alle elezioni di maggio, poiché sempre più tedeschi sentono con orgoglio il senso della comunità locale.
Inoltre c'è il fattore Trump.
Quanto più Donald Trump mette sotto pressione la leadership dell'UE nella sua politica interna tanto più questa passa per debole e stupida. Nonostante Juncker, Merkel e Macron parlino tanto, le aziende europee stanno abbandonando i loro commerci con l'Iran in seguito all'uscita degli Stati Uniti dall'accordo JCPOA.
Più cercano di affossare la Brexit, rivelandosi globalisti e antidemocratici quali sono, peggiori saranno le ripercussioni che cadranno loro addosso.
Il nuovo governo spagnolo desidera discutere di una maggiore autonomia per la Catalogna, piuttosto che incarcerare tutti e spaccare il cranio alle vecchie signore per le strade di Barcellona.
Immagini come queste sono la faccia della UE della Merkel. Come la gente a Chemnitz, vestita di nero, che sfila portando i cartelloni con le foto delle vittime della violenza dei migranti in un vigile silenzio.
Questo non è un capriccio. Queste sono emozioni reali. Conseguenze reali.
Le loro lacrime sono reali e non sono in vendita.
I mercati scommettono sempre che quelli al potere rimarranno al potere. L'euro manca di segnalare questi cambiamenti nel vento della politica. Nessuno di quelli che sono al potere vuole che l'euro cada troppo e troppo in fretta, o, come la Merkel, che cada affatto.
Perché per lei l'euro forte è il meccanismo principale attraverso il quale mantenere debole la sua opposizione, gettando le colpe sugli sperperi e l'indolenza degli italiani, quando è la errata valutazione del costo del lavoro italiano a causa dello stesso euro sopravvalutato la ragione per cui l'Italia non può crescere e ridurre il suo debito.
Formando un'alleanza per riformare l'UE dall'interno, Salvini e Orban contrastano questa narrazione intraprendendo un percorso politicamente sostenibile, dato il forte sostegno di cui ancora gode l'UE da parte di molti elettori.
Questa allenza fornisce a Salvini il randello con cui colpire l'Unione europea per la sua intransigenza sulle questioni di bilancio. Gli permette di dire: "Vedete, non voglio uscire dall'euro, ma Bruxelles non negozia per un'Italia migliore".
E dati i risultati di quest'uomo fino ad ora, non scommetterei contro di lui quando gli elettori infuriati andranno a votare quest'inverno.
E allora saranno i globalisti a piangere.
26/10/17
Accadde in Europa: giornalisti contro la libertà di parola
Di Judith Bergman, 24 ottobre 2017
La Federazione Europea dei Giornalisti (EJF), è la “maggiore organizzazione di giornalisti in Europa, che rappresenta più di 320.000 giornalisti di 71 diverse organizzazioni in 42 diversi paesi”, secondo il suo stesso sito web. Inoltre la EJF, un attore potente, conduce in tutta Europa una campagna chiamata “Media contro l’Odio”.
La campagna si propone di:
“combattere l’”hate speech” (incitamento all'odio, ndt) [1] e la discriminazione sui media, sia online che tradizionali… i media e i giornalisti giocano un ruolo cruciale nell'ispirare le politiche… sull’immigrazione e i rifugiati. Mentre l’incitamento all'odio e gli stereotipi rivolti agli immigrati proliferano in tutta Europa... la campagna #MediaAgainstHate (Media contro l'odio, ndt) si propone di: migliorare la copertura dei media su immigrazione, rifugiati, religione e gruppi marginalizzati… combattere l’incitamento all'odio, l’intolleranza, il razzismo o la discriminazione… migliorare l’applicazione delle strutture legali che regolano l’incitamento all'odio e la libertà di parola…”
E’ ormai svanita la pretesa che il giornalismo riguardi la comunicazione dei fatti. Quelli sopra sono gli obiettivi di un attore politico.
Ed in effetti si tratta di un grosso attore politico, coinvolto nella campagna “Media contro l’odio”. La campagna è uno dei tanti programmi sui media sostenuti dalla UE attraverso il suo programma REC (Rights, Equality and Citizen Programme - programma per i diritti, l’uguaglianza e la cittadinanza, ndt). Nel programma REC per il 2017, la Commissione UE, il corpo esecutivo dell’UE, scrive:
“Il dipartimento della giustizia della Commissione UE affronterà il preoccupante aumento dei crimini legati all’odio e all’incitamento all'odio destinando fondi ad azioni volte alla prevenzione e al contrasto del razzismo, della xenofobia e di altre forme di intolleranza… incluso un lavoro dedicato nell’area del contenimento dell’incitamento all'odio online (implementazione del Codice di Condotta per contrastare l’incitamento all'odio online illegale)… il dipartimento inoltre finanzierà le organizzazioni della società civile che combattono il razzismo, la xenofobia e altre forme di intolleranza”.
Il più grande attore politico europeo, l’UE, lavora apertamente per influenzare la “stampa libera” con la sua personale agenda politica. Uno dei punti in agenda è la questione dell’immigrazione dall’Africa e dal Medio Oriente in Europa. Nel suo discorso di settembre sullo stato dell’Unione, il presidente della Commissione Europea, Jean-Cleaude Juncker, ha chiarito che qualunque sia l’opinione degli europei – e i sondaggi hanno mostrato ripetutamente che la maggioranza degli europei non vogliono altri immigrati – l’UE non ha alcuna intenzione di mettere fine all’immigrazione. Juncker ha detto che “L’Europa, al contrario di quel che dicono alcuni, non è una fortezza e non dovrà mai diventarlo. L’Europa è e deve rimanere il continente della solidarietà dove coloro che scappano dalle persecuzioni possono trovare rifugio (ma di certo non a casa sua, NdVdE)”.
Il programma REC dell’Unione Europea ha inoltre recentemente finanziato la pubblicazione di un manuale che fornisce le linee guida per i giornalisti su cosa scrivere quando l’argomento sono gli immigrati e l’immigrazione. Le linee guida sono parte del progetto RESPECT WORDS (Parole di Rispetto, ndt) – anch’esso finanziato dalla UE – che “mira a promuovere la qualità delle notizie sugli immigrati e sulle minoranze etniche e religiose”. Il manuale è stato pubblicato il 12 ottobre dall’Istituto Internazionale della Stampa (IPI) – un’associazione di professionisti dei media che “rappresenta i principali organi di stampa digitali, cartacei e televisivi in più di 120 paesi”. L'IPI sostiene che sta difendendo la “libertà di stampa fin dal 1950” (apparentemente, venire comprati e pagati dalla UE rappresenta una “libertà di stampa” ai giorni nostri). Altri 7 organi di stampa e gruppi civili con base in Europa hanno partecipato al progetto e lo hanno presentato a un evento al Parlamento Europeo a Bruxelles alla presenza dei Parlamentari Europei e di esperti della società civile. Secondo il comunicato stampa, le linee guida sono “complementari alle norme già in vigore per gli organi di stampa”.
Le linee guida dicono che “il giornalismo non può e non dovrebbe “risolvere” il problema dell’incitamento all'odio da solo”, ma che può aiutare a prevenire la sua “normalizzazione”. Tuttavia, “per raggiungere questo obiettivo ci vuole il coinvolgimento di molti attori, in particolare l’Unione Europea, che deve rinforzare i meccanismi esistenti e dare supporto ai nuovi strumenti progettati per combattere l’incitamento all'odio...
Perché i giornalisti, che sostengono di battersi per la libertà di stampa, ora fanno un appello alla UE perché li aiuti a porre fine alla libertà di parola in Europa?
Secondo le linee guida, i giornalisti dovrebbero, tra le altre cose:
“Dare voce a un’appropriata gamma di opinioni, incluse quelle che appartengono agli immigrati e ai membri delle minoranze ma… non… alle prospettive degli estremisti, solo per “far sentire l’altra campana”… Evitare di riprodurre direttamente l’incitamento all'odio; quando riportarlo è degno di nota, mediarlo… opponendosi a tale incitamento all'odio, e spiegando le false premesse su cui si basa. Ricordare che le informazioni sensibili (ad esempio, razza e etnia, religione o credenze filosofiche, affiliazione a partiti o a sindacati, informazioni sulla salute e sul sesso) dovrebbero essere menzionate quando siano necessarie perché il pubblico capisca le notizie”.
Sarà questo il motivo per cui le notizie sui giornali chiamano sempre i colpevoli di violenza sessuale o terrorismo semplicemente “uomini”?
In particolare, riguardo ai musulmani, le linee guida raccomandano di:
“Contrastare gli stereotipi anti-musulmani esistenti, che sono diventati pervasivi nei discorsi pubblici… Aumentare la visibilità di uomini e donne musulmane quando si riportano notizie in genere… Stare attenti a non stigmatizzare ulteriormente termini come “musulmano” o “Islam” associandoli a particolari atti… Non permettere che le dichiarazioni degli estremisti di “agire nel nome dell’Islam” vengano riportate senza essere messe in dubbio. Sottolineare… la diversità delle comunità musulmane… laddove necessario e degno di nota riportare i commenti odiosi contro i musulmani, farlo mediando le informazioni. Contrastare ogni falsa premessa su cui questi commenti si basano”.
Nemmeno Orwell avrebbe potuto inventarsi di meglio.
Judith Bergman è un opinionista, avvocato e analista politico.
[1] In particolare, la campagna "Media contro l'odio" non definisce cosa significhi "incitamento all'odio". Quel che più si avvicina ad una definizione di ciò che la campagna intende con tale termine, viene da un capitolo sull'incitamento all'odio dal rapporto "Ethics in News" (L'Etica nelle Notizie, ndt) della European Journalism Network (EJN) (Rete del Giornalismo Europeo, ndt) - un'organizzazione britannica che afferma di essere "un istituto indipendente, internazionale, senza scopo di lucro, dedicato ai più alti standard del giornalismo - che il programma "Media contro l'odio" ha riprodotto sul proprio sito web. L'EJN ha definito l'incitamento all'odio come "... qualsiasi espressione che colpisca un gruppo identificabile - una razza, una comunità religiosa o una minoranza sessuale, per esempio - e dunque ne danneggia i membri, ad esempio "l'incitamento alla... discriminazione negativa e alla violenza" e "espressioni che offendono la sensibilità di una comunità, anche attraverso credenze offensive". Mentre l'incitamento alla violenza è punibile dalla legge, offendere la sensibilità di una comunità non lo è, ma secondo l'EJN "i limiti legali non dovrebbero determinare i confini del comportamento professionale... i giornalisti devono sviluppare le loro capacità etiche per rispondere al reale rischio che vengano promossi seri danni".
04/03/17
FT - L’Europa inizia a pensare l’impensabile: smantellare l’eurozona
Di Tony Barber, 3 marzo 2017
Per farsi un’idea dell’incertezza che aleggia sul destino dell’Unione europea, basta leggere il “libro bianco” dei Jean-Claude Juncker riguardo il futuro dell’Europa.
Mercoledì questo documento del Presidente della Commissione europea è stato reso pubblico, e conteneva addirittura cinque possibili scenari per l’evoluzione dell’UE da qui al 2025: “tirare avanti”, “nient’altro che il mercato unico”, “quelli che vogliono fare di più fanno di più”, “fare meno in maniera più efficiente” e “fare molto di più insieme”.
La vaghezza e genericità del libro bianco è comprensibile. Mentre si avvicinano le elezioni in Olanda, Bulgaria, Francia, Germania e in Repubblica Ceca, non c’è praticamente nessun governo che abbia voglia di seguire le ambiziose iniziative di Juncker.
Tuttavia, i governi si rendono conto che l’Europa sta creando rischi al mondo intero in una maniera che non si era più verificata dalla fine della guerra fredda negli anni 1989-91. Gli strateghi di politica estera a Berlino, Parigi e nelle altre capitali stanno rivedendo le loro posizioni a lungo condivise sull’inevitabilità dell’integrazione europea e la stabilità dell’alleanza Europa-USA nell’ambito della sicurezza.
L’Europa “a più velocità”, che incoraggia alcuni paesi a integrarsi più velocemente di altri, è tornata di moda. Questa idea, attraente in special modo per alcune parti dell’Europa occidentale, ha ricevuto sostegno da Jean-Marc Ayrault e Sigmar Gabriel, i Ministri degli esteri di Francia e Germania. Un’altra idea è di aumentare la collaborazione nella difesa, in modo che in questo campo l’UE diventi per gli Stati Uniti un partner più credibile.
Al di là di queste proposte relativamente prudenti, alcuni responsabili politici e analisti indipendenti stanno pensando l’impensabile. Un esempio è il report di MacroGeo, una società di consulenza presieduta da Carlo de Benedetti, un veterano della comunità imprenditoriale italiana. Il report “L’Europa al tempo di Trump e della Brexit: Disintegrazione e Riorganizzazione”, arriva a conclusioni coraggiose. Afferma che l’UE nella sua forma attuale con ogni probabilità va incontro alla decomposizione, anche se dovessero vincere le elezioni di quest’anno politici pro-integrazione come Emmanuel Macron, il centrista indipendente francese, e Martin Schulz, il social democratico tedesco.
“Per il ciclo elettorale 2021-22, l’UE potrebbe entrare negli ultimi cinque anni della sua 'reale' esistenza”, dice il report, che considera che le strutture legali formali dell’unione con sede a Bruxelles potrebbero resistere più a lungo.
Il report sostiene che, al di là di shock quali il voto britannico per l'uscita dall’UE, i trend geopolitici di lungo termine stanno portando l’unione valutaria all’atrofia. Ai confini orientali e meridionali dell’Unione si affacciano molti problemi: l’immigrazione clandestina, stati prossimi al fallimento, terrorismo, cambiamenti climatici e revisionismo russo.
Nel frattempo, gli Stati Uniti si stanno lentamente disimpegnando dall’Europa per focalizzarsi sulla Cina e l’estremo oriente. La Germania non occuperà il posto degli Stati Uniti come potenza egemone di riferimento per l’Europa: non lascerà mai che l’eurozona diventi una "unione di trasferimenti fiscali” e, nonostante le speculazioni riguardo a un deterrente nucleare tedesco, il suo passato nel ventesimo secolo dice chiaramente che né la Germania né i suoi vicini vogliono che essa diventi la potenza militare dominante dell’Europa.
La disintegrazione dell’UE scatenerebbe “i pericolosi demoni nazionalistici del passato europeo”, come teme Guy Verhofstadt, ex primo ministro belga? Gli autori del report di MacroGeo prevedono che non si avrà un’anarchica competizione tra gli stati-nazione, bensì “l’affermazione di un nucleo centrale geoeconomico intorno alla Germania”.
Questo sarebbe formato dalla Germania e dai paesi che ne costituiscono la filiera industriale, cui si addice la cultura fiscale e monetaria tedesca. In maniera disarmante, gli autori suggeriscono che, “se l’Italia dovesse dividersi”, l’Italia del Nord potrebbe unirsi al gruppo formato da Olanda, Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia e alcuni paesi scandinavi. Questa evoluzione presuppone la disgregazione dell’eurozona a 19 paesi.
I ministri delle finanze e i banchieri centrali europei ci ripetono che questo passo sarebbe devastante per le economie europee e per la stabilità finanziaria globale. Tuttavia, questa prospettiva è in discussione, e non solo nei circoli del partito di estrema destra francese, il Front National, o nel partito anti-estabilishment italiano M5S.
Mediobanca, una banca d’investimenti che una volta era l’emblema del capitalismo del nord Italia, a gennaio ha pubblicato un rapporto controverso in cui suggeriva che, in termini di debito pubblico, l’Italia non soffrirebbe particolarmente lasciando l’eurozona. Il mese scorso il Parlamento olandese ha votato per l'istituzione di una commissione d'inchiesta sui pro e contro dell’appartenenza olandese all’eurozona, una mossa che riflette la frustrazione nei confronti della politica di tassi ultra-bassi e del programma QE della Banca centrale europea. Nel valutare il futuro dell’Europa, questi sviluppi vanno presi attentamente in considerazione - forse più attentamente del “libro bianco” di Juncker.