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21/01/19

Sapir - La lettera del Presidente, la questione del potere d'acquisto e l'euro

Nella lettera con cui si è rivolto ai Francesi dopo le imponenti manifestazioni dei "Gilet Gialli" - espressione dell'esasperazione dei cittadini sempre più impoveriti - Emmanuel Macron non fa cenno alla questione cruciale: la perdita del potere d'acquisto da parte dei lavoratori. L'economista Jacques Sapir spiega ancora una volta il perché di questo silenzio: finché la Francia resta intrappolata nel sistema dell'euro, alzare il livello dei salari non è possibile, perché - nell'impossibilità di svalutare la moneta - questo comporterebbe una perdita di competitività dei prodotti sui mercati esteri peggiorando il deficit commerciale del Paese. E Macron vuole restare nell'euro a ogni costo. Sapir dimostra come una svalutazione della moneta avrebbe un importante effetto redistributivo a favore dei salari più bassi. Fino a quando l'Europa - la vera Europa, l'Europa dei cittadini - potrà tollerare le follie dell'Unione europea e la dittatura della moneta unica, un sistema totalmente asservito agli interessi dei più ricchi? 

 

di Jacques Sapir, 15 gennaio 2018 

 

 

Il presidente della Repubblica ha inviato la sua "lettera ai francesi". Un testo assai ampio, che copre molti argomenti. Eppure in questo documento, a volte inutilmente lungo, manca un argomento importante: la questione del potere d'acquisto. Questo problema non è affrontato in nessuno dei  quattro punti, benché sia essenziale. Per essere più precisi, la questione è trattata, in maniera estremamente parziale, solo nell'ottica di una possibile riduzione delle tasse. Si tratta di un punto di vista molto angusto. Tuttavia, nella  "lettera" c'è un'ammissione: "...perché i salari sono troppo bassi perché tutti possano vivere dignitosamente grazie ai frutti del loro lavoro...". Questa, in effetti, è una delle cause della rabbia che è stata espressa per due mesi dal movimento dei Gilet Gialli, accanto a rivendicazioni riguardanti la democrazia. Si noterà, tuttavia, che [il Presidente] non usa mai il termine"potere d'acquisto". È quindi necessario rinfrescare la memoria a Emmanuel Macron e anche capire quali sono le ragioni per cui non è più preciso e più esplicito su quella che è una delle principali rivendicazioni dei Gilet Gialli.

 

L'aumento del salario minimo orario

 

La questione di un aumento del salario minimo orario (Smic) è centrale in tutte le affermazioni dei Gilet Gialli. Il Presidente ritiene, senza dubbio, di aver risposto nel suo discorso del 10 dicembre [1]. Invece non è così, anche se il reddito aggiuntivo (perché di questo si tratta) di circa 90 euro sarà il benvenuto in molte case. Ma c'è un blocco da parte del potere per quanto riguarda la questione dello Smic. Questo blocco del resto non è specifico del potere. Il Rassemblement National, ex FN, rifiuta il salario minimo, preferendo un complesso sistema di esenzioni dagli oneri sociali [2] . Quanto a Nicolas Dupont-Aignan, lega un possibile aumento del salario minimo a una diminuzione dei contributi dovuti da parte dei datori di lavoro (quelli che sono chiamati, in modo non corretto, "carichi")[3] . Jean-Luc Mélenchon, da parte sua, propone un forte aumento del salario minimo, ma sembra poco preoccupato dall'impatto sulla competitività dell'economia francese di questa misura. È quindi necessario fare il punto su questo problema, che Emmanuel Macron ha voluto escludere dal "dibattito nazionale".

 

Dalla "svolta" del 1982-1983, il salario minimo orario, che è uno dei principali strumenti di garanzia per i salari bassi, non è aumentato allo stesso passo della produttività. Vale la pena ricordare un principio: se i salari aumentano allo stesso ritmo della produttività, la spartizione del valore aggiunto tra salari e profitti non cambia. Quando la produttività aumenta più velocemente rispetto ai salari, la quota dei profitti aumenta, a scapito dei salari. Oggi il divario tra l'evoluzione dello Smic e quella degli aumenti di produttività è notevole. Ci vorrebbe un recupero intorno al 20%. Questo significherebbe un aumento di circa 240 euro al mese per lo Smic, ben al di più e oltre il meccanismo messo a punto dal governo per aumentare di 100 euro il reddito di alcuni degli "smicards" [lavoratori con salario orario pari a quello minimo, ndT].

 

 

[caption id="attachment_16935" align="alignnone" width="1024"] Grafico 1 - Confronto tra l'evoluzione generale della produttività e quella del salario minimo orario (Smic) a prezzi costanti. Linea blu: produttività, indice 100=1980 Linea rossa: salario minimo orario reale, indice 100=1980. Fonte: dati INSEE.[/caption]

 

Qualcuno obietterà che un aumento del 20% dello Smic avrebbe gravi conseguenze sulla competitività dell'economia francese. Questo è l'argomento sostenuto dal governo, ma anche da Marine Le Pen e da Nicolas Dupont-Aignan. Non è un'affermazione falsa. Nella misura in cui non siamo più padroni della nostra moneta, a causa dell'euro, qualsiasi aumento dei salari, che verrebbe in parte trasferito sui prezzi, porterebbe ad aggravare il nostro deficit commerciale che è un indicatore molto più importante e molto più reale del deficit e del debito pubblico.

 

Tuttavia, l'impatto dell'aumento dei salari sui prezzi non sarà pari all'entità di questo aumento. Gli stipendi rappresentano in media un terzo del prezzo. Se ipotizziamo un aumento del 20% del salario minimo, necessario per riportare giustizia nel campo del lavoro, allora l'aumento conseguente sui prezzi all'esportazione sarebbe di circa il 6%, che - effettivamente - è tale da poter provocare, su mercati molto competitivi, un calo delle nostre esportazioni E [maiuscolo nel testo] un aumento delle nostre importazioni. Ma bisogna fare il ragionamento opposto:  che cosa accadde quando, nel maggio 1968, il governo aumentò il salario minimo del 35%? La Francia svalutò subito dopo, e negli anni successivi conobbe una forte crescita.

 

Il blocco dovuto all'euro

 

Bisogna dunque capire che, su questo argomento, il blocco principale viene dall'euro. E possiamo dimostrarlo guardando a ciò che accadrebbe se la Francia non fosse nell'euro.

 

Qualsiasi deprezzamento della valuta provoca un aumento del prezzo dei prodotti importati e fa calare il prezzo delle nostre esportazioni. Ma qual è la parte dei nostri consumi che viene importata? In media è circa il 48%, ma può toccare il 60% per le famiglie più ricche, mentre scende al 40% per i più poveri. Comprendiamo quindi l'attaccamento alla stabilità del cambio da parte dei più ricchi (perché hanno il massimo da guadagnare) e la relativa indifferenza dei più poveri. Ma che cosa accadrebbe con un aumento del 20% del salario minimo, accompagnato da una svalutazione del 20%?

 

Una svalutazione del 20% comporterebbe un aumento del 20% sui prezzi dei prodotti importati, con un aumento complessivo dei prezzi in media del 9,6%. Possiamo vedere che il reale aumento del salario sarebbe quindi del 20% -9,6% = 10,4%. L'inflazione indotta dalla svalutazione sarebbe quindi pari a meno della metà dell'aumento dei salari. In effetti, il potere d'acquisto delle famiglie più povere sarebbe meno intaccato, perché consumano meno beni importati rispetto ai ricchi. L'aumento del potere d'acquisto sarebbe del 12% (20% -8%) per i più poveri e dell'8% (20% -12%) per i più ricchi, a condizione che tutti gli stipendi aumentino tanto quanto il salario minimo. Poiché questa ipotesi è irragionevole (per molte ragioni), maggiore è il livello del reddito familiare, minore è il vantaggio. Al limite, per i redditi che non sono per nulla influenzati dall'aumento del salario minimo, vi sarebbe una perdita di potere d'acquisto. La svalutazione della valuta avrebbe quindi un significativo effetto redistributivo sui redditi.

 

Per quanto riguarda i prezzi all'esportazione, subirebbe un aumento che può essere calcolato (con approssimazione) come equivalente all'aumento dei prezzi indotto dall'aumento di salario minimo PIU' l'aumento indotto dall'inflazione sui salari bassi MENO l'ammontare della svalutazione della moneta, ossia:

 

6% + 8% - 20% = -6%

 

Vediamo che, in questo scenario, i prodotti francesi, nonostante l'inflazione e l'aumento dei salari, migliorerebbero la loro competitività sui mercati di esportazione, ma anche sul mercato interno. Aggiungiamo che l'aumento dei prezzi, indotto dall'aumento dei salari e dalla svalutazione della moneta, non è immediato, ma diffuso nell'economia, con un ritardo che può arrivare per alcuni settori ai sei mesi e per altri a 18 mesi. L'aumento delle esportazioni o i guadagni sul mercato interno compenserebbero in parte il calo dei profitti dovuto all'aumento del salario minimo. L'aumento del volume di produzione generato dai proventi delle esportazioni e dai guadagni sul mercato interno porterebbe a maggiori investimenti. Il PIL del Paese vedrebbe aumentare il suo tasso di crescita sia per l'aumento della produzione sia per i maggiori investimenti.

 

È questo il meccanismo che viene respinto da Emmanuel Macron, perché implica, bisogna dirlo, che la Francia esca dall'euro. È per questo motivo, per l'attaccamento fanatico all'euro, che il Presidente evoca così poco, e in maniera solo indiretta, la questione del salario minimo e quella del potere d'acquisto. A contrario, questo significa che la questione del potere d'acquisto per le "classi popolari" può essere seriamente affrontata solo ponendo la questione dell'uscita della Francia dall'euro.

 

L'impatto sui nostri partner

 

Cosa succederebbe dal punto di vista dei nostri partner? È chiaro che se la Francia decidesse di lasciare l'euro, alcuni paesi non avrebbero altra scelta che seguirci. È il caso dell'Italia e della Spagna, ma probabilmente anche del Portogallo e del Belgio. Viceversa, i paesi del "Nord", come la Germania e i Paesi Bassi, resterebbero nell'euro o lo ribattezzerebbero "marco". Ma senza i "paesi del Sud", questo marco (o l'euro residuo) verrebbe improvvisamente rivalutato. Il divario nei tassi di cambio con paesi come la Germania e i Paesi Bassi non sarebbe del 20%, ma del 35%. D'altra parte, il divario con la zona del dollaro sarebbe inferiore.

 

Questo è stato calcolato dal Fondo monetario internazionale [4] .

 

[caption id="attachment_16932" align="alignnone" width="957"] Tabella 1 - Entità delle rivalutazioni /svalutazioni dei tassi di cambio in caso di scioglimento della zona euro. Fonte: Diffusione dei tassi di cambio reali nell'External Sector Report del FMI 2017 e consultazioni di esperti su questioni valutarie effettuate all'inizio di agosto 2017.[/caption]

 

Si noti che, nel caso di un'uscita di tutti i paesi del Sud, i tassi di cambio di Spagna, Francia e Italia sarebbero svalutati allo stesso modo. Ciò implica che la quota delle importazioni il cui prezzo aumenterebbe a causa della svalutazione del franco potrebbe essere più bassa. Per questo, la quota dei consumi interessati dall'inflazione a seguito della svalutazione del tasso di cambio potrebbe essere solo del 36-38% in media, con una distribuzione ancora più favorevole per le famiglie a basso reddito. L'effetto redistributivo della svalutazione potrebbe quindi essere più potente di quanto indicato.

 

In termini generali, un'uscita dall'euro consentirebbe ai paesi dell'Europa meridionale di guadagnare sul surplus commerciale tedesco attuale, che rappresenta circa l'8% del PIL della Germania. La distribuzione di tre quarti di questa eccedenza nei paesi dell'Europa meridionale (ovvero 150 miliardi di euro oggi) potrebbe comportare una crescita del PIL del 2% per la Francia al di sopra dell'attuale crescita (ovvero 1,2% + 2,0% = 3,2%). Con il calo della disoccupazione legato a un aumento dell'1,4% -1,5% del PIL, i guadagni in termini di posti di lavoro sarebbero importanti. I calcoli sono stati effettuati altrove e mostrano su un totale di 4,5 milioni di disoccupati "reali", una diminuzione della disoccupazione da 1,5 milioni a 2,5 milioni in un periodo tra 3 a 5 anni. Va notato che questa forte diminuzione della disoccupazione avvantaggerebbe il sistema dal punto di vista dei sussidi di disoccupazione. Le erogazioni potrebbero essere ridotte. Lo stesso ragionamento vale per i fondi pensione e le casse malattia. Sia i contributi del datore di lavoro che i contributi dei dipendenti sono molto sensibili al fenomeno della disoccupazione. Si potrebbe quindi considerare una riduzione di questi contributi, aumentando così il potere d'acquisto dello stesso importo, oppure, lasciando inalterato il livello dei contributi, potrebbero essere migliorate le condizioni. Se invece questa riduzione fosse applicata nella situazione attuale, porterebbe a un peggioramento del deficit di questi fondi e implicherebbe, quindi, un taglio drastico ai benefici. Tale prospettiva interesserebbe principalmente i più vulnerabili. Inoltre, un calo programmato dei benefici porterebbe coloro che possono aumentare i loro risparmi, causando un ulteriore calo della crescita a causa del calo dei consumi.

 

Riprendiamo quindi i termini del dibattito. Un aumento del salario minimo insieme all'uscita dall'euro e alla svalutazione del tasso di cambio avrebbero un forte effetto redistributivo sui guadagni, restituendo potere d'acquisto ai redditi più modesti. Non era una delle principali richieste dei Gilet Gialli? D'altra parte, è anche chiaro che dovranno essere messe sul tavolo altre questioni, come l'indicizzazione dell'inflazione di TUTTE le pensioni, almeno fino a un importo di 2.000 euro. Ma si capisce perché, non appena si abbandona la prospettiva di lasciare l'euro e di un recupero da parte della Francia della sua sovranità monetaria, diventa impossibile pensare a un salario minimo orario più alto e ai suoi effetti sull'economia. E questo è il motivo per cui Emmanuel Macron, che non vuole toccare l'euro in nessuna circostanza, non parla del salario minimo orario né del potere d'acquisto nella sua lettera.

 

Note

 

[1] https://www.francetvinfo.fr/economie/transports/gilets-jaunes/gilets-jaunes-pourquoi-l-augmentation-du-smic-promise-par-macron-n-en-sera-pas-vraiment -une_3094307.html

 

[2] https://www.rtl.fr/actu/politique/marine-le-pen-is-invitee-de-rtl-from- December 19-7795973392

 

[3] https://www.publicsenat.fr/article/politique/gilets-jaunes-nicolas-dupont-aignan-annonce-qu-il-presentera-une-proposition-de
 


08/09/18

Bloomberg: Trump chiarisce che la UE non sfuggirà a lungo alla sua ira sui rapporti commerciali

In una intervista rilasciata a Bloomberg nello studio ovale, il presidente americano Donald Trump ritorna alla carica sugli squilibri commerciali con la UE, riaprendo uno scontro che sembrava sopito dopo la visita di Juncker a luglio. Bloomberg cerca di presentare le sue considerazioni come dei capricci, ma è significativo che Trump ribadisca l'importanza della moneta, sottolineando l'eccessiva debolezza dell'euro, messo alla pari del renminbi e dello yuan.

 

 

di Shawn Donnan, 31 agosto 2018

 

A fine luglio Jean-Claude Juncker, il presidente della Commissione Europea, era ritornato a casa da Washington con una tregua, un accordo commerciale sancito da una stretta di mano che, egli aveva ragione di credere, avrebbe salvato il continente europeo dalla collera del presidente americano Donald Trump.

 

La tregua non è durata.

 

In una intervista a Bloomberg dello scorso giovedì il presidente americano ha parlato dell’Unione Europea come del prossimo bersaglio nel suo mirino. “È problematica quasi quanto la Cina, è solo più piccola”, ha dichiarato.

 

Le osservazioni di Trump gettano dubbi sulla durata del suo accordo con Juncker, accordo che avrebbe dovuto scongiurare una guerra commerciale tra USA ed Europa dopo l’imposizione, da parte del presidente americano, di dazi sull’importazione di acciaio e alluminio dall’Europa all’inizio di quest’anno. La disputa transatlantica ha scosso i mercati e lo stesso ordine internazionale che era stato creato alla fine della Seconda Guerra Mondiale.

 

Simili osservazioni mostrano anche il motivo per il quale Trump continua a essere visto come un mutevole affarista a livello internazionale, e sollevano dubbi sulla sua capacità di trattare con la Cina, o sulla possibile durata di un accordo commerciale con Canada e Messico per correggere il Nafta, accordo che appare imminente.

 

Come tutti i cessate il fuoco anche questo è a rischio, ma sarà mantenuto”, ha detto Juncker alla televisione tedesca ZDF questo venerdì, aggiungendo che se Trump dovesse aumentare i dazi sulle importazioni di automobili, il blocco europeo sarà nuovamente pronto a rivalersi.

 

Nell’intervista, tenuta nello studio ovale, Trump ha paragonato l’euro debole al renminbi cinese o allo yuan, cioè a una valuta che viene manipolata a svantaggio delle aziende americane e a scapito dei suoi sforzi per raddrizzare gli squilibri nel commercio mondiale.

 

Non stiamo competendo solo contro lo yuan, stiamo competendo anche contro l’euro”, ha detto. “Si svalutano, si svalutano continuamente”.

 

Trump ha anche rimproverato alla Germania di Angela Merkel di avere acquistato energia dalla Russia, minando l’alleanza NATO che la stessa Merkel aveva così spesso difeso di fronte a lui.

 

Le ho detto che ritengo ridicolo stare nella NATO per proteggersi da un certo paese e poi pagare una fortuna a quello stesso paese”, ha riferito Trump. “Le ho detto: che genere di affare è questo?

 

Trump ha rifiutato le aperture fatte dalla UE poche ore prima che avesse luogo l’intervista con Bloomberg, aperture tese a eliminare i dazi sull’importazione di automobili dall’Europa. Trump ha minacciato il ritiro dall’Organizzazione Mondiale del Commercio, ritiro che destabilizzerebbe un sistema di commercio globale che le potenze europee e gli stessi USA avevano impiegato sette decenni a costruire.

 

Mi viene da dire che l’Organizzazione Mondiale del Commercio è il peggiore accordo che sia mai stato fatto”, ha detto.

 

I funzionari europei hanno lasciato Washington dopo la visita di Juncker a luglio, confessando privatamente che sapevano che qualsiasi accordo con l’attuale presidente americano sarebbe stato vulnerabile ai suoi capricci.

 

Ma, nonostante abbia chiamato Juncker il “grande Jean-Claude”, nella sua intervista Trump ha messo in piena luce la sua volubilità e ha infranto le speranze di ritorno a una specie di normalità apparente nelle relazioni economiche tra due alleati di lungo corso.

 

I funzionari europei erano nuovamente a Washington la scorsa settimana per discutere come procedere con l’accordo transatlantico per ridurre i dazi e le barriere commerciali relative ai beni industriali diversi dalle automobili, accordo che era stato annunciato da Juncker e dallo stesso Trump.

 

Un’altra missione UE era a Washington la settimana scorsa, seduta al tavolo con USA e Giappone per discutere il modo in cui le tre potenze debbano rapportarsi alla Cina, in modo congiunto, nell’ambito di quella stessa Organizzazione Mondiale del Commercio che Trump aveva appena fustigato.

 

Il presidente Trump ha chiarito che dopo tutti i recenti discorsi una pace commerciale transatlantica potrebbe non durare a lungo. Un accordo implicherebbe un cambiamento significativo non solo a livello di regolamentazioni e standard UE, ma anche di comportamento dei consumatori, e Trump ha espresso particolare scetticismo sul fatto che gli europei siano disposti a cambiare le proprie preferenze in fatto di acquisti.

 

Non va ancora bene”, ha detto riferendosi all’offerta di eliminazione dei dazi sulle automobili da parte della UE. “Le loro abitudini, le abitudini dei loro consumatori sono di acquistare le proprie automobili, non le nostre”, ha detto.

 

L’Unione Europea non lascia entrare i nostri prodotti agricoli”, ha proseguito. “Hanno un muro”, si è lamentato. “Non è nemmeno un dazio. È un muro”.

 

Trump ha vantato che le sofferenze dell’Europa – e talvolta le sue monete deboli – sono tornate utili ai suoi affari in passato.

 

Nella vita personale ho sempre preferito che il dollaro fosse debole e il tasso di interesse basso, ok? Un dollaro forte andava bene solo se volevo acquistare Turnberry in Europa, in Scozia, o se volevo comprare Aberdeen, o Doonbeg in Irlanda”, ha spiegato. “Solo per quello andava bene un dollaro forte”.

 

Da presidente la penso un po’ diversamente”, ha detto Trump. “Da presidente, c’è qualcosa che mi suona molto bene nel fatto che il nostro dollaro sia così forte e così potente. Il problema, però, è che rende la vita più difficile quando cerchi di vendere dei prodotti al resto del mondo”.

 

Per gli europei bramosi di tornare a un clima più propizio nelle relazioni transatlantiche, Trump ha comunque lasciato un po’ di spazio alla speranza.

 

Alla domanda se ritenesse di poter reggere la sfida più a lungo degli europei, così come a quella se ritenesse di poter reggere ai cinesi nelle sue battaglie commerciali, Trump ha detto di essere certo della vittoria. Ma ha anche chiarito di essere pronto a un accordo, e di ritenere che anche la UE lo sia.

 

Muoiono dalla voglia di fare un accordo”, ha detto.

 

04/04/17

Die Welt: Lo Studio di Bank of America sul "Day After" dell'Euro

Il giornale tedesco die Welt dà spazio a uno studio appena pubblicato da Bank of America sulle conseguenze di un’eventuale rottura dell’unione monetaria sui cambi delle valute europee. Le previsioni sono ben lontane dagli scenari paventati dalla stampa mainstream: per i Paesi del Sud si tratterebbe di svalutazioni inferiori al 10%, mentre il vero sconfitto sarebbe la Germania, che si troverebbe a far fronte ad un enorme apprezzamento della valuta.  Al di là dei risultati dell’analisi in sé, che non sorprenderanno i lettori di Goofynomics, o del sito Asimmetrie, questa ricerca segna un’importante presa di posizione degli Stati Uniti rispetto al tema Euro.

 

03.04.2016, di Franz Stocker

traduzione di Stefano Solaro

 



 

Fino a pochi anni fa la rottura della zona euro sembrava essere un’opzione più che realistica.
La Grexit, ovvero l’uscita della Grecia, era stata ampiamente prevista, e in particolare gli investitori anglosassoni avevano iniziato a scommetterci sopra, sicuri che dopo un tale evento l’euro stesso sarebbe scomparso nei meandri della storia. Una scommessa rivelatasi vana, fino a questo momento.

L'esempio migliore è John Paulson, che è riuscito a guadagnare miliardi scommettendo sul crollo della bolla immobiliare statunitense. Con le sue scommesse sull’Euro, tuttavia, ha finito per perdere un sacco di soldi. La moneta unica infatti è viva e vegeta. E ultimamente anche i professionisti della finanza non sembrano metterne più in dubbio la sopravvivenza.

Ed ecco arrivare all'improvviso un nuovo studio di un istituto finanziario americano, la Bank of America, in cui si cerca di dare risposta a una domanda cruciale: come apparirebbe la galassia monetaria europea dopo una rottura dell'euro? “Il giorno dopo l'euro" è il titolo della pubblicazione, e l'autore Athanasios Vamvakidis è, ovviamente, greco.

Il nuovo marco dovrebbe apprezzarsi nei confronti dell’Euro

 Secondo Vamvakidis il punto centrale della questione è quale sarebbe l’evoluzione delle valute nazionali che sostituirebbero l’Euro, e a quanto ammonterebbe la loro successiva svalutazione (o il conseguente apprezzamento). Per effettuare un calcolo di questo tipo il ricercatore ha utilizzato il così detto metodo CGER del FMI, che si basa essenzialmente sugli squilibri tra le singole economie nazionali. Il risultato, per nulla sorprendente, è che il nuovo marco tedesco sarebbe costretto ad apprezzarsi notevolmente rispetto all’Euro, ovvero di un 15% circa.

Ma è ancora più probabile che la moneta tedesca finirebbe per superare di gran lunga il valore sopracitato. “La nuova moneta tedesca in realtà potrebbe registrare un apprezzamento eccessivo.”, scrive Vamvakidis.
D’altra parte il nuovo franco francese finirebbe per svalutarsi di almeno un 5%, mentre le monete di Spagna e Grecia perfino del 7,5%. “È però probabile che in breve tempo anche le valute periferiche vadano in overshooting, in questo caso si tratterebbe di un deprezzamento eccessivo”.

 



La distanza tra il nuovo marco e una nuova peseta o una nuova dracma, giustificata dalle divergenze delle rispettive economie, sarebbe quindi superiore al 25%. Inoltre, considerata la tendenza dei mercati finanziari a ingigantire queste dinamiche, è probabile che questa divergenza finirebbe per espandersi ulteriormente. Il giorno dopo l'euro il marco diventerebbe quindi del 30-40% più costoso rispetto alle valute meridionali post-moneta unica – cosa che comporterebbe immediate conseguenze per l’export europeo.

Il debito del Sud Europa è aumentato drammaticamente

Fin qui, tutto interessante. Ma rimane la domanda su perché la Bank of America pubblichi uno studio di questo tipo proprio in questo momento. C’è forse bisogno di buttare nuova benzina sulla crisi dell'euro? Siamo davanti a un supporto al tentativo del presidente Trump di dividere l’UE? O ci sono ragioni puramente oggettive?

Secondo Vamvakidis ovviamente l’ultimo punto è quello che conta. Per lui è decisivo il fatto che tra non molto, nell’immediato futuro, la politica monetaria ultra-allentata delle BCE vedrà una fine, cosa che causerà non pochi problemi a diversi Stati a causa dei loro debiti elevati. “Anche se ci vorrà tempo perché i tassi della BCE salgano, la spesa per gli interessi sul debito delle periferie non potrà che aumentare”.

In realtà, il debito dei paesi dell'Europa meridionale è aumentato notevolmente negli ultimi anni, senza che le spese sugli interessi siano cresciute. Al contrario, in molti casi, ora sono ancora più basse rispetto a prima della crisi finanziaria. Questo grazie alla BCE.
Ad esempio, il debito nazionale spagnolo si è quasi triplicato dal 2008, passando da 440 a quasi 1200 miliardi di euro. Gli interessi sono aumentati solo da 17 a 31 miliardi.

Sul lungo periodo l’euro corre gravi rischi

L’effetto di questa politica dei tassi a zero è ancora più significativa se osserviamo il caso dell’Italia.
A 1670 miliardi nel 2008, ora il debito è salito a 2.270 miliardi, ma oggi Roma paga solo 66 miliardi di euro di interessi, mentre nel 2008 erano oltre 80 miliardi di euro.
Secondo Vamvakidis ciò si tradurrebbe in rischi a lungo termine per l'euro, in quanto una crescita dei tassi di interesse creerebbe seri problemi a numerosi stati.
E questi potrebbero aumentare ulteriormente se la zona euro dovesse essere colpita da uno shock di qualche tipo, di quelli che portano le economie in recessione. "E solo una questione di tempo prima che i mercati rimettano in discussione la sostenibilità della zona euro" prevede l'economista.

Come tale, ha però naturalmente una ricetta per impedire che tutto ciò si avveri. E la parte più importante in questa storia spetta naturalmente alla Germania. Il nostro Paese dovrebbe consentire che la domanda interna si riprenda e che l’inflazione si alzi ben al di sopra dell’obiettivo della BCE, posizionato su un risicato 2%. E questo per diversi anni consecutivi. Di conseguenza, la BCE dovrebbe conservare la sua politica dei tassi zero per un lungo periodo.

I tedeschi devono spendere molto più denaro

Inoltre, in Germania lo Stato e le imprese dovrebbero investire molto di più.
A detta di Vamvakidis la ferrea politica del risparmio avrebbe compresso la domanda interna, e ciò avrebbe portato a un aumento artificiale della competitività della Germania a scapito di altri Stati membri dell'area Euro.

Lo Stato dovrebbe quindi dire addio alla politica dello "zero nero” e produrre un debito maggiore per finanziare gli investimenti in strade, scuole ed edifici pubblici. Questo alla fine porterebbe anche le imprese a investire di più.

Vamvakidis sa però anche che l’opinione pubblica e i politici tedeschi inorridiscono a quest’idea, e che questo tipo di rivendicazioni sono quindi destinate a cadere nel vuoto in questo Paese. "Tuttavia, riteniamo che una tale politica sia improbabile, il che significa che il rischio di una rottura della zona euro nel lungo termine cresce sempre più", conclude.
E dal suo punto di vista questo è anche il motivo per cui risulta necessario iniziare a pensare già da ora alle possibili conseguenze.

01/02/17

ZH - Al Via Le Guerre Commerciali Europee: il Consigliere al Commercio di Trump Accusa la Germania di Sfruttare un Euro "Esageratamente Svalutato"

In un'intervista al Financial Times, Peter Navarro, presidente del nuovo Consiglio Nazionale del Commercio di Trump e suo più importante consigliere sul commercio, lancia un durissimo attacco alla Germania, accusata di approfittarsi di un euro definito un "marco implicito" esageratamente svalutato. L'amministrazione Trump spara così il primo colpo sulla Germania della Merkel, già inserita dagli Stati Uniti nella lista dai paesi da controllare per manipolazione della valuta, parte di una più ampia strategia che secondo Navarro è finalizzata a riportare sul suolo americano una robusta catena nazionale di approvvigionamento che stimoli il lavoro e la crescita dei salari. Via ZeroHedge.

 

di Tyler Durden, 31 gennaio 2017

Con l'accusa alla Germania di sfruttare un euro "esageratamente svalutato" per "approfittarsi degli Stati Uniti e dei suoi partner europei" da parte di Peter Navarro, il più importante consigliere al commercio di Trump, riportata dal Financial Times,  l'amministrazione Trump ha appena sparato il primo colpo nella guerra valutaria, e quindi commerciale, tra Stati Uniti e Europa. Il FT nota che probabilmente queste dichiarazioni "provocheranno allarme nella più grande economia europea". La notizia del comunicato ha fatto impennare il cambio EUR-USD e crollare il dollaro ai minimi degli ultimi 2 mesi.



Navarro, il presidente del nuovo Consiglio Nazionale del Commercio di Trump, ha detto al Financial Times che l'euro è un "marco tedesco implicito" il cui basso valore ha dato alla Germania un vantaggio sui suoi principali partner. Anche se queste accuse non risultano nuove - la Germania è stata spesso accusata di trarre il massimo vantaggio dall'euro debole, a scapito della periferia europea - le sue opinioni, secondo il FT, suggeriscono che l'approccio aggressivo sugli scambi commerciali della nuova amministrazione si sta concentrando sulle valute. Inoltre, praticamente garantendosi un deterioramento nelle relazione USA-Germania, e lasciandosi alle spalle le precedenti politiche degli Stati Uniti, Navarro ha anche identificato nella Germania uno dei principali ostacoli per un accordo commerciale tra Stati Uniti e UE, e ha dichiarato che i colloqui con il blocco europeo sul TTIP sono morti e defunti.
"La Germania è un un grosso ostacolo alla possibilità di vedere il TTIP come un accordo bilaterale, perché continua a sfruttare gli altri paesi dell'Unione europea, così come gli Stati Uniti, con un 'implicito marco tedesco' che è esageratamente svalutato", ha detto Navarro. "Lo squilibrio strutturale tedesco negli scambi con il resto dell'Ue e degli Stati Uniti sottolinea l'eterogeneità [diversità] economica all'interno dell'UE - ergo, questo è un accordo multilaterale sotto forma di accordo bilaterale."

I commenti evidenziano una crescente volontà da parte dell'amministrazione Trump di contrapporsi ai leader europei e in particolare ad Angela Merkel, il Cancelliere tedesco. Oltre a sostenere pubblicamente il governo della signora May nei suoi negoziati con l'UE sui termini della sua uscita, il signor Trump ha definito l'UE un veicolo della Germania e la NATO un'alleanza obsoleta.

L'intervento di Navarro fa seguito alla visita a Washington di Theresa May della scorsa settimana, durante la quale il Primo Ministro britannico e  Trump hanno discusso le modalità di avvio dei negoziati per un accordo commerciale USA-UK."

"La Brexit ha ucciso il TTIP su entrambe le sponde dell'Atlantico, anche prima delle elezioni di Donald Trump. Io personalmente considero il TTIP come un accordo multilaterale con molti paesi sotto un unico 'tetto'", ha scritto Navarro in una risposta per e-mail alle domande del FT.  Trump la settimana scorsa si è anche ritirato da un accordo negoziato da Obama con 12 paesi della cintura del Pacifico.

Come ulteriore cattiva notizia per i globalisti, Navarro ha anche detto che una delle priorità dell'amministrazione sul commercio è "sciogliere e rimpatriare la catena internazionale di approvvigionamenti su cui si basano molte aziende multinazionali statunitensi, prendendo di mira uno dei pilastri della moderna economia globale".

"Tenere solo le grandi fabbriche-scatola dove assembliamo i prodotti 'americani' composti principalmente da componenti straniere non rende l'economia americana sostenibile sul lungo termine", ha detto. "Abbiamo bisogno di produrre quelle componenti in una robusta catena nazionale di approvvigionamento, che stimolerà il lavoro e la crescita dei salari".

Come nota inoltre il FT, Navarro ha efficacemente sostenuto un piano di tasse sulle importazioni portato avanti dai leader repubblicani alla Camera dei Rappresentanti, piano che ha diviso la comunità imprenditoriale statunitense. La proposta eliminerebbe la capacità delle imprese di dedurre i costi di importazione dai loro redditi imponibili, mentre renderebbe esentasse qualsiasi reddito sulle esportazioni. La proposta ha attirato l'attenzione la scorsa settimana, quando la Casa Bianca l'ha indicata come un modo per pagare i costi del muro sul confine messicano. Navarro ha respinto la tesi secondo cui i consumatori americani finirebbero per pagare il costo di tale variazione fiscale. E' "un argomento vecchio e stanco  portato avanti per anni dall'ala globalista della lobby delle delocalizzazioni per togliere lavoro agli americani e deprimere i salari portando all'estero i nostri posti di lavoro".

La proposta ha suscitato reazioni contrastanti nella comunità imprenditoriale degli Stati Uniti. Esportatori come General Electric hanno accolto favorevolmente il passaggio a un sistema a "confine regolabile" poiché li mette in condizioni di parità con i concorrenti internazionali che possono richiedere il rimborso dell'imposta sul valore aggiunto sulle loro esportazioni. Tuttavia rivenditori come Wal-Mart e altre imprese che dipendono dalle importazioni affermano che una tassa che arriverebbe al 20 per cento sulle importazioni aumenterebbe i prezzi al consumo e danneggerebbe le loro attività.

Una più grave conseguenza di una tassa di confine sarebbe però un potenziale rialzo del dollaro. Come abbiamo già riportato in molte occasioni, gli analisti sostengono che gli effetti sui consumatori dovrebbero essere assorbiti almeno in parte da un apprezzamento una tantum del dollaro, che potrebbe spingere il cambio al rialzo del 15%. Questo a sua volta potrebbe anche avere un impatto sulla competitività delle esportazioni degli Stati Uniti e portare ad un ampliamento del suo deficit commerciale con il mondo, che l'amministrazione Trump ha promesso di ridurre. Navarro, tuttavia, ha detto di non essere preoccupato dalla possibilità di un dollaro più forte e dal suo impatto sulle esportazioni degli Stati Uniti.


"Mi preoccupo dell'impatto reale che il deficit commerciale degli Stati Uniti sta avendo sui nostri tassi di crescita dell'economia e del reddito."


Non è immediatamente chiaro come la facile presa di posizione di Navarro su un dollaro più forte a causa della tassa di confine si concili con le sue accuse sull'euro tenuto artificialmente debole, il che implica se non altro che l'amministrazione Trump dovrebbe mirare a politiche che indeboliscono il dollaro. Finora non è riuscita a conciliare questo fondamentale dilemma cambio/commercio.

 

25/06/14

Perché una svalutazione dell'euro non ci salverebbe (e nemmeno un allentamento dei parametri europei)

L'euro  troppo forte è a detta di molti una causa importante della debolezza della nostra economia, che  beneficerebbe moltissimo di una sua svalutazione. Ma questo sarebbe veramente utile per salvarci? Uno studio del prof. Bagnai pubblicato su su asimmetrie.org (di cui riportiamo qui sotto l'abstract) ci porta evidenze del contrario, e gli stessi ragionamenti si possono anche applicare all'allentamento delle regole di bilancio europee (tanto agognato quanto inutile ossigeno ad economia morente). Per spiegazioni tecniche dettagliate rimandiamo al post su Goofynomics.



È opinione generalmente condivisa che l’attuale quotazione dell’euro sul dollaro sia eccessivamente alta, e che una svalutazione dell’ordine del 20% contribuirebbe a dare ossigeno all’economia italiana (vedi ad esempio Prodi, 2014). Dato che il commercio italiano si svolge prevalentemente con paesi dell’Eurozona, e in particolare del “nucleo” (Germania, Francia, Olanda, Austria, ecc.), ci si può chiedere quanto un riallineamento della moneta unica possa essere in effetti risolutivo, anche considerando il fatto che le evidenze empiriche dimostrano come le elasticità al reddito delle importazioni italiane verso il nucleo dell’Eurozona sono particolarmente elevate, dal che consegue che ogni incremento di reddito realizzato promuovendo le esportazioni verso paesi terzi (BRIC, paesi OCSE non appartenenti all’Eurozona, ecc.) si incanalerebbe molto probabilmente verso l’acquisto di beni provenienti dal Nord Europa, lasciando la posizione netta dell’Italia in condizioni non particolarmente migliori di quelle di partenza.

04/05/14

Feldstein: Il Quantitative Easing non servirebbe per un Euro più debole

Martin Feldstein, che già nel 1997 sosteneva che l'euro avrebbe aumentato la conflittualità in Europa, su Project Syndicate analizza le opzioni a disposizione della BCE per evitare la deflazione nell'eurozona. La conclusione è che il Quantitative Easing non funzionerebbe, ma occorrerebbero degli interventi diretti sul mercato delle valute per svalutare l'euro (senza risolvere gli squilibri interni all'eurozona, naturalmente!). 
Se non stessimo vivendo la peggiore catastrofe europea del secondo dopoguerra (come vocidallestero documenta quotidianamente), potremmo apprezzare l'ironia del fatto che l'unico modo per tenere a galla l'economia europea è quella che gli apologeti del "vincolismo" definiscono l' "ingloriosa" svalutazione con i suoi "effetti tossici", per sbarazzarci della quale abbiamo rinunciato alla sovranità monetaria.


Nonostante la recente ripresa in alcuni dei suoi paesi membri, l'economia della zona euro rimane in stasi, con il tasso complessivo di crescita annuale del PIL che quest'anno rischia di essere solo di poco superiore all'1%. Anche il tasso di crescita della Germania è inferiore al 2%, mentre il PIL è ancora in calo in Francia, Italia e Spagna. E questo lento tasso di crescita ha mantenuto il tasso di disoccupazione totale della zona euro ad un penosamente alto 12%. 

18/11/12

Le minacce dell'Economist, la strategia di Hollande e le considerazioni di Jacques Sapir

La copertina dell'Economist ha chiaramente indicato la Francia come la prossima bomba pronta ad esplodere nel mezzo della crisi dell'eurozona. 

Questo il succo dell'articolo, che ha il senso di un vero e proprio avvertimento al governo socialista di Hollande:


L'Economist osserva come da anni il paese abbia perso competitività nei confronti della Germania, soprattutto da quando i tedeschi hanno tagliato i costi e hanno spinto sull'acceleratore delle riforme. Senza la possibilità della svalutazione, la Francia ha fatto ricorso alla spesa pubblica e al debito pubblico, che è passato dal 22% del PIL dei primi anni '80 a oltre il 90% di adesso.


11/10/12

Repliche di Zezza e Borghi alle obiezioni sull’uscita dall’euro

Riprendo dal sito di TRUCCOFINANZA (trucco sì, ma senza inganno!)  un ottimo lavoro, che merita la massima diffusione, sugli scenari di un'uscita dall'euro  analizzati col contributo di due autorevoli economisti come Gennaro Zezza e Claudio Borghi



A fine agosto ho pubblicato il “rapporto Trucco”, nel quale si disegnavano gli scenari secondo me probabili in caso di uscita dell’Italia dall’euro (soluzione da me auspicata) e di permanenza nella moneta unica.

Colgo l’occasione per ringraziare l’onorevole Giulio Tremonti per il suo interessamento (!) e per aver risposto alla mia mail. Sebbene egli non sia schierato per l’uscita dell’Italia dall’euro per lo meno fa degli ottimi ragionamenti estranei alla stragrande maggioranza dei politici e non posso che augurargli “in bocca al lupo” con la sua nuova avventura politica (ed auspicare che possa presto convertirsi a posizioni apertamente anti-euro). Ma torniamo al mio “manifesto”… Nella moltitudine di commenti (di cui mi sono rallegrato) si è distinto anche qualche critico, come era giusto che fosse. Io ho spiegato che una volta raccolte tutte le critiche avrei replicato, e benché mi ci sia voluto del tempo alla fine mi accingo a farlo. La verità è che per questo compito ingrato ho ritenuto fosse necessaria la credibilità di professori di economia con spessore accademico, anziché la mia modesta caratura finanziaria, poiché le obiezioni dei commentatori altro non sono che le obiezioni di opinion leaders molto convincenti che andavano dunque indirizzate con la massima efficiacia. Lo stesso eccellente studente di economia che scrive in giro per blog di politica economica con il nickname Istwine, si è tirato indietro dal compito che gli ho offerto di rispondere al posto mio, adducendo la sua mancanza di credibilità come ragione (ma prevedo che tra 10 anni sarà anche lui un bravo prof!). 


21/07/11

VIVERE DURANTE UNA SVALUTAZIONE

Segnalato da Zio Barbero,  propongo un estratto da un articolo di Lone Ranger Silver, che racconta  l'esperienza della svalutazione del peso messicano ...può essere utile di questi tempi.

di Lone Ranger Silver
20 giugno 2011
Nel 1976 gestivo una filiale americana di una grande azienda di successo degli Stati Uniti in Messico. Il nostro team aveva avuto un buon successo finanziario. Il flusso di cassa si era accumulato nella nostra banca in Messico e l'azienda non voleva che il denaro venisse rimpatriato negli Stati Uniti. Anche se avevamo già pagato un'imposta sul reddito del 35% al governo messicano, avremmo dovuto pagare una tassa aggiuntiva del 30% per rimpatriare i soldi. Inoltre, avremmo dovuto pagare tariffe elevate per il cambio peso/dollaro, al fine di attuare il trasferimento. L'azienda voleva ampliare il nostro business di successo e così abbiamo deciso di tenere i soldi in pesos messicani per utilizzarli per un'ulteriore espansione.