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05/12/20

Telegraph - La Brexit impallidisce di fronte all'antropologia culturale europea e alle guerre del debito

 


Ambrose Evans Pritchard in questo suo articolo sul Telegraph del 1 Dicembre 2020 fa un confronto tra la situazione in cui è maturata la Brexit e la attuale crisi con Polonia e Ungheria.

Allora, fu proprio la rigidità dei leader europei a porre le premesse per la Brexit, quando le modeste richieste del governo inglese, di ottenere delle clausole di salvaguardia come condizione per approvare il Fiscal Compact, furono respinte e il governo inglese pose il suo veto sul Trattato.

Aggirando il veto britannico, il Fiscal Compact venne surrettiziamente imposto facendo ricorso al “metodo intergovernativo”, nel senso che il patto fu ugualmente sottoscritto, ma non come trattato europeo, che avrebbe richiesto l'unanimità, bensì come semplice trattato intergovernativo tra i paesi aderenti. La valanga di accuse e di invettive a cui fu sottoposto il governo britannico in quella occasione ebbe come risposta il referendum sulla Brexit.

Ora l’Ungheria e la Polonia, che hanno messo il veto al bilancio della UE e al Recovery Fund sulla cosiddetta “rule of law”, rischiano di subire una variante dello stesso trattamento, mentre Bruxelles sta vagliando le modalità per aggirare il veto ed escludere i due paesi dalla ripartizione dei finanziamenti.

A proposito di questo scontro nella UE, Pritchard osserva:  

"Non desidero soffermarmi sulle accuse mosse all'Ungheria e alla Polonia, se non per notare che diversi organismi non UE - l'OCSE, il Consiglio d'Europa, e altri - hanno lanciato l’allarme sulla deriva autoritaria di questi regimi. 

Ma sono assolutamente certo che questa controversia intra-UE sarebbe gestita in modo diverso se i leader ungheresi e polacchi non fossero anche euroscettici. Chi decide esattamente cosa costituisce una violazione della libertà di stampa o dell'indipendenza dei giudici?

Il francese Emmanuel Macron ha cercato di far passare una legge sorprendente che limita la copertura mediatica delle azioni di polizia, sebbene questa settimana le manifestazioni di massa e le critiche generalizzate lo abbiano costretto a fare un passo indietro. Macron non tollera le critiche e ha l'abitudine di intervenire per far censurare i commenti, anche sulla stampa anglosassone.

In un certo numero di stati dell'UE regna la corruzione, o sono collusi con la criminalità organizzata, o mancano di un'autentica democrazia. La Carta dei diritti fondamentali è applicata in modo selettivo dalla Corte europea.

Amnesty International afferma che la condanna a nove anni per sedizione di due attivisti catalani impegnati in una manifestazione di disobbedienza pacifica rappresenta un grave abuso del potere giudiziario. A loro parere la corte suprema spagnola ha legittimato la repressione politica e ha "criminalizzato atti di protesta legittimi". L'UE ha guardato dall'altra parte, perché Madrid non mette in discussione il progetto europeo.

Anche i signori che hanno trasformato Malta nel loro feudo personale hanno molto a che fare con l'omicidio del giornalista che ha denunciato i loro abusi. Nel suo sondaggio globale sulla libertà di stampa, Reporter Senza Frontiere classifica diversi paesi dell'UE al di sotto della Polonia, ad esempio Grecia (65) e Bulgaria (111)."

Ricordando quel che è successo in Italia con lo scandalo del CSM e del processo a Salvini per un atto compiuto nell'esercizio dei suoi poteri, cosa che se fosse accaduta in Polonia o Ungheria avrebbe suscitato senza ombra di dubbio enorme indignazione, non possiamo che concordare su quanto osserva Pritchard in conclusione di questo argomento:  

"In breve, le violazioni dei criteri di Copenaghen dell'UE in materia di governance democratica e diritti umani sono usate come un bastone che colpisce solo coloro che resistono alle ambizioni centralizzanti di Bruxelles."

Proseguendo nelle sue argomentazioni, Pritchard commenta la seconda profonda scissione che divide la UE: la guerra del debito nord-sud, problema che ora sembra in apparente remissione, ma cova sotto la cenere pronto a esplodere non appena la BCE dovrà smettere il suo continuo acquisto titoli e torneranno in scena i vincoli di bilancio. Per Pritchard, entrambe queste profonde scissioni sono impossibili da ricomporre.

"Il divario Nord-Sud è ora peggiore che mai. Bruxelles afferma che il debito pubblico in Germania è balzato di 11 punti al 71% del PIL nell'ultimo anno, ma nel Sud è arrivato a più del doppio, raggiungendo il 116% in Francia, il 120% in Spagna, il 135% in Portogallo, il 160% in Italia e il 201% nel Grecia. Queste cifre peggioreranno quasi certamente dopo la seconda ondata di Covid.

Il Fondo monetario internazionale ha avvertito questa settimana che l'UE potrebbe dover aumentare il "sostegno alla solvibilità" per evitare una cascata di insolvenze, sottintendendo che il Recovery Fund è troppo piccolo e lento per sostenere il sistema e che i paesi ad alto debito potrebbero dover affrontare "reazioni avverse di mercato", a meno che non si metta in atto un bazooka fiscale di maggiori dimensioni.

Gli acquisti di obbligazioni da parte della Banca centrale europea spiegano l'attuale calma illusoria. Francoforte sta assorbendo i deficit del Covid e tenendo a bada i bond vigilantes. 'In definitiva, l'intero edificio dipende dalla stessa BCE, dalla sua volontà di sostenere il mercato del debito sovrano', afferma lo storico dell'economia Adam Tooze.

Ad un certo punto la BCE dovrà smettere di acquistare obbligazioni italiane, portoghesi e spagnole, perché altrimenti ci saranno ulteriori sentenze ostili da parte della Corte costituzionale tedesca e in Germania il consenso politico all'unione monetaria verrà meno. Qualsiasi scintilla di inflazione porterà la situazione a un punto critico.


Il fatto è che la zona euro non è come il Giappone, o il Regno Unito, o gli Stati Uniti, dove la politica monetaria sosterrà sempre il sistema. Gli stati dell'UEM sono legalmente e costituzionalmente appesi al proprio debito separato.

Quando i mercati inizieranno ad anticipare la fine del 'put' della BCE, l'insolvenza implicita dell'Italia diventerà esplicita. Gli obbligazionisti sconteranno la futura ristrutturazione del debito e torneremo agli scenari di contagio del 2012.

Comunque lo si guardi, non si può colmare il divario economico tra Nord e Sud, così come non si può colmare il divario culturale tra un Occidente laico post-cristiano e un Oriente post-comunista che sta ritrovando con entusiasmo la sua identità cristiana. Non possono coesistere tutti in un’unica Unione, a meno che non sia una libera confederazione che lasci ogni paese libero di gestire i propri meccanismi economici e politici sovrani.

Procedendo con un'ideologia ostinata e un atteggiamento di disprezzo per le politiche nazionali europee, l'UE è finita col diventare un'idra a due teste che è in parte federale e in parte confederale, e intrinsecamente instabile. La resa dei conti con Polonia e Ungheria non è un evento unico. Sono le scosse delle placche tettoniche che vanno sempre più divergendo.

Gli storici avranno una visione molto diversa della Brexit dopo che l'antropologia culturale europea si sarà imposta con la sua forza irresistibile.

02/08/19

L’altra periferia dell’Unione Europea

L’Off-Guardian racconta la storia della periferia europea meno nota, quella dei paesi dell’Europa Centrale e Orientale. Si tratta di una storia che ricorda quella raccontata in un libro a noi molto caro. L’ingresso dei paesi ex-comunisti all’interno dell’Unione Europea non serve ad elevare lo standard di vita di questi al livello dei paesi occidentali: serve a sfruttarne tutte le risorse, in primis una manodopera qualificata a basso costo, a costo di impoverire e desertificare paesi già più deboli.

 

 

Di Frank Lee, 27 luglio 2019

 

 

Partiamo dai dieci paesi più poveri per reddito pro capite dell’Europa, in ordine crescente:

 



 

La media generale di reddito pro capite in Europa è di 37.317 dollari (dati 2018).

 

Quello che salta all’occhio è che la maggior parte di questi paesi è o nei Balcani o nel Sud-Est Europa. Ma questo non è tutto.

 

Il Portogallo, il paese più povero dell’Europa occidentale, con un PIL di 238 miliardi di dollari, è di poco superato dalla Repubblica Ceca (che è in realtà al centro dell’Europa), la migliore esponente dell’Est e il cui reddito nazionale è di 240 miliardi di dollari.

 

Pertanto, in termini di reddito pro-capite, la Repubblica Ceca è l’unico rappresentante dei paesi ex-sovietici in Europa. Questa scissione geopolitica non potrebbe essere più marcata. Queste due eurozone replicano la divisione tra il Sud e il Nord esistente in America con gli USA e il Canada da una parte e l’America Centrale e Latina dall’altra.

 

Gran parte dell’attenzione allo sviluppo europeo – o della sua assenza – si è concentrata sul divario tra l’Europa dell’Est e del Sud. La scissione attuale è attribuibile a strategie economiche provate, testate e fallite promulgate dalle varie istituzioni pro-globalizzazione: il FMI, la World Bank, il WTO eccetera.

 

La moneta unica, l’euro, è diventata a corso legale il primo gennaio 1999 ed è stata adottata dalla maggior parte dei paesi dell’Europa. Ma si è rivelata una rovina per la economia politica del Sud.

 

Quando stati sovrani differenti sono responsabili delle loro stesse strategie economiche e sono in grado di stampare e dare corso alla loro propria moneta sui mercati mondiali, ogni distorsione e cattiva allocazione delle bilance commerciali viene compensata da cambiamenti del tasso di cambio – in breve, dalla svalutazione. Questo si spera aggiusti gli sbilanciamenti e riporti all'equilibrio commerciale.

 

Tuttavia, questa strategia oggi non è più disponibile per gli stati europei del Sud, dal momento che non hanno più la loro propria moneta e, inoltre, sono sotto tutela della BCE. La periferia del Sud usa ora la stessa moneta del blocco del Nord, l’euro, e la BCE le chiede di adottare una politica economica che vada bene per tutti.

 

Pertanto, le svalutazioni sono escluse.

 

Dati i livelli più alti di produttività e i costi più bassi della Germania, dell’Olanda, della Svezia, della Francia eccetera, gli stati della periferia del Sud hanno iniziato ad accumulare cronici deficit di bilancia dei pagamenti. L’unica via d’uscita per loro disponibile è quella che viene definita “svalutazione interna” – vale a dire l'austerity.

 

Questo provoca bassa crescita, alta disoccupazione, intensa emigrazione, spopolamento, tagli alla spesa pubblica e tutte le altre strategie di aggiustamento strutturale del FMI – strategie fallite praticamente ovunque.

 

Se ci occupiamo dell’Europa dell’Est, facciamo luce su un differente ordine di problemi. La maggior parte dei paesi europei dell’Est, Bulgaria, Croazia, Repubblica Ceca, Ungheria e Polonia hanno mantenuto la loro moneta; salvo casi specifici come la Lettonia il cui governo, a differenza del suo popolo, è entrata dove osano le aquile – nell’eurozona e nell’euro

 

(NB Alcuni paesi europei occidentali, come per esempio il Regno Unito, la Danimarca, la Svizzera e la Norvegia, hanno – saggiamente – mantenuto le loro monete).

 

Escludendo la Russia, ovviamente, questi Stati Europei dell’Est – chiamate “economie di transizione” – si sono impantanati nella stagnazione economica che è stata molto spesso difficile se non impossibile da superare. Questi ostacoli sono specifici della periferia dell’Est.

 

L’Unione Europea ora è composta da 28 stati. Non meno di 10 di questi erano ex stati del Blocco dell’Est, e questa proporzione è destinata a crescere con l’imminente adesione di alcune nazioni balcaniche minori. Sebbene la Georgia e l’Ucraina siano in lista per aderire alla UE, dovrebbero anche aderire alla NATO, come è diventata consuetudine per gli stati aspiranti UE.

 

Tuttavia, che ottengano l’adesione è materia di congetture, in quanto questo significherebbe quasi certamente violare una linea rossa con la Russia, risultando un una importante crisi geopolitica. Il centro di gravità dell’Europa si sta spostando. E mentre il processo di adesione all’Unione Europea sta guidando il cambiamento all’interno di questi paesi, sta anche modificando la natura stessa dell’Europa.

 

DOV'È LA MIA PORSCHE?


 

Questi stati dell'Europa orientale emersi dalla disgregazione dell'Unione Sovietica sono stati indotti a credere che venisse loro offerto un nuovo mondo luminoso, con tenore di vita pari a quello dell'Europa occidentale, livelli salariali più elevati e alti tassi di mobilità sociale e consumi (somiglia molto a “con l’euro lavoreremo un giorno in meno guadagnando come se lavorassimo un giorno in più”, NdVdE).

 

Purtroppo, è stata venduta loro un'illusione (un fogno? NdVdE): il risultato della transizione finora sembra essere stato la creazione di un territorio con salari bassi, un'economia di confine ai margini del nucleo europeo altamente sviluppato; una versione in euro del NAFTA e delle maquiladora, ossia unità di produzione a bassa tecnologia, bassi salari e basso costo che si trovano in Messico, appena varcati i confini meridionali degli Stati Uniti.

 

Questo ha avuto conseguenze politiche e sociali più ampie per l'intero progetto europeo. Il Brave New World previsto non aveva altri principi guida o progetti se non le solite prescrizioni neoliberali di privatizzazione-deregolamentazione-liberalizzazione; la triade politica ben collaudata del manuale neoliberale.

 

Al centro dell’attuazione di queste politiche c'era una controversa prescrizione, chiamata "shock-therapy". Il fatto che questa politica fosse già stata tentata in Russia e avesse fallito in modo spettacolare non sembrava preoccupare i passacarte. Con le credenze religiose accade sempre così.

 

La dottrina stessa era diventata popolare tra gli ingenui e gli opportunisti delle vecchi "repubbliche dei lavoratori". La terapia d'urto è stata progettata per eliminare tutte le vecchie nozioni fuori moda come l'interventismo dello stato, lo stato sociale, la protezione sociale e nazionale; le misure comprendevano l'improvvisa rimozione delle sovvenzioni statali, la svendita di beni statali (privatizzazione) e la brusca eliminazione dei controlli e delle sovvenzioni che in precedenza erano stati applicati ai salari e ai prezzi.

 

Ma i militanti neoliberisti insistettero su una politica di "liberazione" dei mercati che, secondo loro, massimizzerebbe la crescita e lo sviluppo. Come era prevedibile, naturalmente, queste strategie politiche spalancarono questi paesi alla massima penetrazione e influenza occidentale, spesso predatoria.

 

Lo shock fu programmato per avvenire prima della creazione di mercati finanziari all'interno della regione e, in assenza di capitale d'investimento, gli sforzi di ristrutturazione si concentrarono sulla manodopera, sulla riduzione del costo unitario del lavoro, per diventare "competitivi". Si deve comprendere che nell'economia neoliberale, dal lato dell'offerta, la strada verso la ricchezza e la prosperità comportava politiche che in realtà rendono le loro popolazioni più povere. Sembra esserci un sentore leggermente orwelliano in questo. "La povertà è ricchezza."

 

L'ondata di disoccupazione di massa che questa ha generato all'inizio degli anni '90 va ben oltre le esperienze delle recessioni britanniche degli anni '80, con la disoccupazione che  in alcune regioni raggiunse l'80%. La terapia d'urto ha deliberatamente progettato un crollo nelle economie della regione, distruggendo i legami economici della regione e creando poi una massiccia recessione interna.

 

LA SHOCK-THERAPY – TUTTO SHOCK E NIENTE TERAPIA


 

In ogni caso, lo spettacolo deve continuare. La religione neoliberale adottata da molti di questi stati, spesso da ex membri della nomenklatura comunista, che ha portato ad alti livelli di disoccupazione strutturale, era in realtà destinata a farlo, almeno a breve termine. Pur dolorosa che fosse, questa è stata la scossa necessaria ad una forza lavoro inefficiente e confusa e quindi la precondizione assoluta che avrebbe trasformato queste economie precedentemente arretrate in concorrenti agili ed efficienti sui mercati europei e sarebbe stato il preludio ad un ingresso nelle economie sviluppate sul modello dell'Europa occidentale e degli Stati Uniti. Sì, come no.

 

Nel mondo reale Michael Hudson[1] ha analizzato come questo processo ha funzionato in Lettonia.

 

Come altre economie post-sovietiche, i Lettoni volevano raggiungere la prosperità che vedevano nell'Europa occidentale. Se la Lettonia avesse seguito le politiche che hanno costruito i paesi industrializzati, lo Stato avrebbe tassato progressivamente ricchezza e reddito, per investire nelle infrastrutture pubbliche.

 

Invece, il miracolo baltico della Lettonia assunse forme in gran parte predatorie di ricerca di rendite e di privatizzazioni privilegiate. Accettando il consiglio degli Stati Uniti e della Svezia di applicare le politiche fiscali e finanziarie neoliberali più estreme al mondo, la Lettonia ha imposto le tasse più pesanti sul lavoro. I datori di lavoro dovevano pagare una tassa del 25% sui salari più un 24% dell'imposta sui servizi sociali, mentre i salariati pagano un'altra tassa dell'11%. Queste tre imposte arrivavano al 60% di tasse prima delle detrazioni personali.

 

Inoltre, al fine di rendere il lavoro costoso e non competitivo, i consumatori devono pagare un'IVA del 21% (aumentata bruscamente dal 7%) dopo la crisi del 2008. Nessuna economia occidentale tassa salari e consumi a questo livello.

 

Se da una parte abbiamo una forte tassazione del lavoro in Lettonia, dall’altra c’è invece appena il 10% di tassazione sui dividendi, sugli interessi e su altre rendite e l'aliquota fiscale più bassa sulla proprietà di qualsiasi altra economia. Pertanto, la politica fiscale lettone ha ritardato la crescita e l'occupazione, sovvenzionando contemporaneamente una bolla immobiliare che è la caratteristica principale del "miracolo baltico" lettone.

 

Ora la Lettonia doveva aprire la sua economia agli afflussi di capitale esteri – denaro bollente – da filiali bancarie straniere, principalmente scandinave, il cui interesse principale era quello di finanziare il boom immobiliare. Naturalmente, questi flussi di cassa dovevano essere remunerati e così divennero una tassa finanziaria sul lavoro e sull'industria della nazione. Altre fonti per remunerare i soldi esteri sono state le privatizzazioni delle aziende del settore pubblico lettone. La Svezia è diventata una fonte importante di questi afflussi di denaro in cerca di rendita.

 

Ma nonostante tutto il denaro che fluiva in Lettonia, non è stato fatto alcuno sforzo per ristrutturare l'industria e l'agricoltura, per generare attivi con l’estero per l'importazione di capitali e beni di consumo non prodotti in patria. Dopo aver perso le potenzialità di esportazione durante il periodo COMECON, i legami di produzione esistenti sono stati sradicati, gli impianti industriali sono stati smantellati per il loro valore catastale o trasformati in speculazione immobiliare.

 

Il miracolo del Baltico non è stato altro che una bolla di debito immobiliare finanziata dagli afflussi di capitali esteri. Quando i flussi hanno invertito la direzione, l'entità della deflazione del debito, la deindustrializzazione e lo spopolamento (vedi sotto) sono diventati evidenti.

 

Il programma di austerità... che la Lettonia aveva subito aveva comportato il più rapido crollo dei prezzi delle case al mondo nel giro di un anno, prezzi che avevano raggiunto il picco nel 2007. Nonostante nel 1991 fosse priva di debiti, la Lettonia era diventata il paese più indebitato d'Europa, senza aver utilizzato parte del credito preso in prestito per modernizzare la sua industria o l'agricoltura. [2]"

 

Ciò che era vero per la Lettonia, lo era in generale anche nel resto dell'Europa orientale. Così nel 2008 era diventato evidente che le economie post-sovietiche non erano realmente cresciute, ma erano state finanziarizzate e indebitate.

 

L'economista di Forbes Adomanis ha calcolato nel 2014 che se la convergenza di queste economie con quelle occidentali...

 

...continuasse allo stesso ritmo del periodo 2008-13 (circa lo 0,37% all'anno) ci vorrebbero oltre 100 anni perché i nuovi membri dell’UE raggiungano il livello medio di reddito dei maggiori paesi... considerando che la più rapida e sostenuta convergenza dell'Europa centrale ha coinciso con una bolla del credito che è altamente improbabile si ripeta, sembra più probabile che la convergenza delle regioni sarà più lenta in futuro rispetto al passato." [3]

 

AMICO, MI ALLUNGHI UN EURO?


 

Con la decimazione dell'industria autoctona, il ruolo della finanziarizzazione e del debito è diventato cruciale, in quanto le nuove economie capitalistiche richiedevano un'industria dei servizi finanziari che potesse sostenere le crescenti tendenze verso la speculazione immobiliare e la manipolazione degli asset.

 

Diverse vulnerabilità sono nate dalle azioni di diverse istituzioni, ma l'effetto complessivo è stato quello di creare dipendenza statale dagli investimenti diretti esteri (IDE), e dal sostegno della Banca mondiale, del FMI e della Banca Europea appositamente creata per la Ricostruzione e lo Sviluppo (BERS).

 

La finanziarizzazione generale della regione ha portato a un enorme aumento del debito, sia personale che istituzionale. Le banche occidentali di un certo numero di Stati più piccoli, in particolare Austria e Svezia, hanno cercato di aumentare i loro profitti aumentando la loro quota di mercato nella regione dell'Europa centrale e orientale (PECO), con prestiti aggressivi alle famiglie.

 

Basandosi sull'aspettativa generale dell'adesione dei PECO all'UE sui mercati monetari all'ingrosso e approfittando della deregolamentazione finanziaria e degli standard di protezione dei consumatori nella regione, le banche prestavano denaro denominato in euro, franchi svizzeri e yen giapponesi. Ciò ha permesso loro di offrire ai consumatori tassi di interesse più bassi rispetto a quelli disponibili per il prestito in valute nazionali. E questo prestito ha causato un enorme aumento nei livelli di debito personale delle famiglie, in particolare in Ungheria, Romania, Bulgaria e negli stati baltici.

 

Un'altra conseguenza della terapia d'urto è stata la pressione che avrebbe generato sull'Unione Europea verso un'apertura dei mercati dell'Europa occidentale ai PECO. Il modello adottato dagli Stati periferici, di economie a basso salario basate sulle esportazioni, dipendeva dall'accesso ai mercati dell'UE.

 

Tuttavia, per vendere sui mercati dell'UE, è necessario avere qualcosa da esportare. Ma questi Stati semplicemente non avevano e non hanno la capacità industriale e/o finanziaria di competere con gli Stati dell'Europa occidentale e non l’avranno probabilmente nel prossimo futuro. L’essere subordinato a una serie di regole imposte da istituzioni globali, il FMI, il WB, l’OMC – neoliberali – rende impossibile questo sviluppo.

 

Naturalmente, c'è stato qualche investimento occidentale nei PECO, ma senza voler essere cinici – Io? Non sia mai! – non tutto è stato a beneficio dei PECO, la maggior parte era puramente predatorio.

 

Ad esempio, il Conglomerato transnazionale degli Stati Uniti, la General Electric, dopo avere fiutato opportunità utili per fare soldi facili ha deciso di acquistare una società di illuminazione, la Tungsram, in Ungheria. Ha quindi rapidamente chiuso le linee di prodotti redditizi, riuscendo così a rimuovere una fonte di concorrenza interna dal mercato.

 

Analogamente, l'industria del cemento ungherese è stata acquistata da proprietari stranieri, che hanno poi impedito ai loro affiliati ungheresi di esportare; e un produttore siderurgico austriaco ha acquistato un importante impianto siderurgico ungherese solo per chiuderlo e conquistare il suo ex mercato ex-sovietico per la casa madre austriaca. Per un appetito vorace vediamo invece il caso Volkswagen.

 

VW ha preso il controllo di SEAT nel 1986, rendendola il primo marchio non tedesco dell'azienda, e il controllo di Skoda (vedi sotto) nel 1994, di Bentley, Lamborghini e Bugatti nel 1998, Scania nel 2008 e di Ducati, MAN e Porsche nel 2012.

 

Ma lo shopping di VW non si è fermato qui.

 

Studio di un caso: l’acquisizione VW di Skoda


 

Cinque mesi dopo la caduta del comunismo e prima che la shock therapy iniziasse, Citroen, General Motors, Renault e Volvo volevano intensamente impadronirsi di Skoda. VW vinse l'offerta offrendo 7,1 miliardi di marchi, promettendo di aumentare la produzione a 450.000 auto all'anno entro il 2000. Le parti del motore dovevano essere prodotte in Boemia e si promise di utilizzare fornitori cechi. La forza lavoro ceca doveva essere mantenuta. Il governo ceco fu favorevole a questo tipo di investimenti diretti esteri (IDE) e diede a VW una posizione protetta nel mercato interno, oltre a un bonus fiscale di due anni che cancellava i debiti di Skoda.

 

Le cose però si misero al peggio, quando VW ripudiò i suoi debiti e le sue promesse. L'investimento iniziale di 7,1 miliardi di marchi fu ridotto a 3,8 miliardi, non ci sarebbe stato un impianto per motori cechi e nessun impegno a produrre 450.000 automobili entro il 2000. La forza lavoro si sarebbe ridotta a 15.000 persone a seguito di un aumento degli esuberi, e VW si sarebbe sempre più rivolta a fornitori di ricambi tedeschi piuttosto che a filiali ceche, portando 15 imprese di questo tipo a sostituire i loro concorrenti cechi. [4]

 

Questi sono esempi dei modi in cui è stato imposto lo status di "economia periferica" della regione PECO (Paesi dell’Europa Centrale e Orientale). Un rapporto di sfruttamento tra Oriente e Occidente. L'esperienza Skoda con il risultato negativo derivante dall'apertura dei principali settori dell'apparato produttivo del paese target (Repubblica Ceca) alla strategia globale di una multinazionale occidentale non è unica ed è una caratteristica comune dei flussi di Investimenti Diretti Esteri.

 

Dopo appena un paio di anni di "shock-therapy", gran parte dell'infrastruttura industriale di base degli stati periferici era caduta nelle mani di società multinazionali, dalle catene di negozi, agli impianti di produzione di energia elettrica alle acciaierie. Due fenomeni politici/sociali sono risultati dell'accaparramento di asset (scusate, volevo dire investimenti produttivi).

 

POLITICO


 

Dall'avvento della terapia d'urto, ci si sarebbe aspettato che gli elettori dell'Europa orientale avrebbero votato in massa per i partiti di sinistra per le solite ragioni. Vale a dire per mitigare i peggiori effetti sociali ed economici della transizione capitalista.

 

Ma questi stessi partiti avevano seguito la linea di Blair, si erano cioè fortemente impegnati nella "terza via" pseudo-riformista in linea con le ortodossie dell'economia neoliberale, in quanto questo era visto come parte del loro impegno per l'adesione all'Europa. Nel vuoto ideologico sono emersi nella regione i movimenti populisti e di destra, in Polonia e Ungheria, in particolare, nonché semifascisti nei paesi baltici, dove hanno sempre avuto un presidio.

 

Questi gruppi hanno cercato di sfruttare il malcontento della gente. Le forze politiche che fiorivano ai tempi dell'impero austro-ungarico sono riemerse – come il "socialismo cristiano" antisemita e il "liberalismo nazionale" patriottico. E, forse più importante, è arrivata la migrazione di massa e lo spopolamento in tutta l'area...

 

SPOPOLAMENTO


 

“Lo spopolamento dell'Europa orientale è collegato non solo al deflusso dei lavoratori: dopo il 1989, negli ex "paesi socialisti" è iniziata l'era del capitalismo selvaggio, accompagnata dal crollo dei sistemi sociali e medici, da un forte aumento della mortalità, soprattutto tra gli uomini, con un simultaneo calo del tasso di natalità..."

 

Il giornale francese Le Monde diplomatique in giugno ha descritto la catastrofe demografica senza precedenti che ha colpito i paesi dell’Europa dell’Est dopo il collasso del sistema comunista.

 

Il processo è iniziato alla fine del 1989, appena dopo la caduta del Muro di Berlino. A seguito dell’evento, ci furono esodi di massa della popolazione della Germania dell’Est, della Polonia e dell’Ungheria verso i paesi dell’Europa Occidentale, in cerca di redditi più alti, esodi che continuano ancora oggi, e che coprono praticamente tutti i paesi che appartenevano al campo socialista.

 

Come risultato della nuova “riallocazione delle persone”, le perdite umane dell’Europa dell’Est sono state molto maggiori di quelle registrate durante entrambe le guerre mondiali. Negli ultimi 30 anni, la Romania ha perso il 14% della popolazione, la Moldavia il 16,9%, l’Ucraina il 18%, la Bosnia il 19,9%, la Bulgaria e la Lituania il 20,8%, la Lettonia il 25,3%. Lo spopolamento ha inoltre riguardato le ex regioni della Germania dell’Est, che sono state letteralmente svuotate.

 

Una sorta d’eccezione è stata la Repubblica Ceca, dove è stato possibile preservare i principali “benefici del socialismo” sotto forma di supporto sociale alla popolazione, di un sistema sanitario gratuito e assistenza.

 

Lo spopolamento dell'Europa orientale non è collegato solo al deflusso dei lavoratori: dopo il 1989 negli ex "paesi socialisti" è iniziata l'era del capitalismo selvaggio, accompagnata dal crollo dei sistemi sociali e medici, da un forte aumento della mortalità, soprattutto tra gli uomini, con un calo simultaneo del tasso di natalità.

 

Tuttavia, il principale crollo demografico è stato causato dall’emigrazione della popolazione, specialmente tra le persone più giovani, più attive, più qualificate. Nella terra d’origine sono rimasti i bambini, i pensionati e le persone incapaci di cercare attivamente lavoro all’estero. Tutto ciò nonostante il fatto che per 40 anni dopo la fine della guerra nei paesi dell’Europa dell’Est c’era stata una lenta ma costante crescita della popolazione.

 

Secondo le Nazioni Unite, tutti i 10 paesi più “a rischio di estinzione” sono nell’Europa dell’Est: Bulgaria, Romania, Polonia, Ungheria, Repubbliche baltiche e l’ex Jugoslavia, così come la Moldavia e l’Ucraina. Secondo le previsioni demografiche, nel 2050 la popolazione di questi paesi si ridurrà di un altro 15-23%.

 

Questo significa, in particolare, che la popolazione della Bulgaria passerà da 7 a 5 milioni di persone, la Lituania da 2 a 1,5 milioni. Secondo gli esperti del centro demografico internazionale Wittgenstein a Vienna, “è uno spopolamento senza precedenti in un periodo di pace”.

 

Tra le ragioni principali c’è la combinazione fatale di tre fattori – basso tasso di natalità, alta mortalità ed emigrazione di massa. Ma se nei paesi dell’Europa Occidentale il calo del tasso di natalità è compensato da nuove ondate migratorie, i paesi dell’Europa dell’Est si rifiutano categoricamente di accettare il “sangue fresco” rappresentato dagli immigrati, e questa questione ha acquisito una straordinaria rilevanza politica.

 

Nel punto di massima crisi migratoria nel 2015, la Slovacchia e la Repubblica Ceca hanno accettato rispettivamente 16 e 12 rifugiati, l’Ungheria e la Polonia nemmeno uno.

 

Nel frattempo, l’Europa dell’Est continua a perdere i “quadri d’oro” – i migliori specialisti e i giovani. Nella sola Ungheria, da quando essa ha aderito alla UE nel 2004, 5.000 medici hanno lasciato il paese, la maggior parte di loro prima dei 40 anni. C’è carenza di tecnici e meccanici che sono anche loro emigrati verso l’Austria, la Germania e altri paesi dell’Europa Occidentale.

 

È un processo perfettamente comprensibile, dal momento che in Ungheria vengono pagati 500 euro al mese per lavori manuali pesanti, mentre in Austria per fare lo stesso lavoro ricevono 1.000 euro a settimana.

 

In alti paesi, l’emigrazione di specialisti di qualifica media si fa sentire anche di più: centinaia di migliaia di infermieri, carpentieri, fabbri e lavoratori qualificati si sono spostati dalla Polonia, dalla Romania, dalla Serbia e dalla Slovacchia verso Ovest. In Romania, l’emigrazione della popolazione viene chiamata una “catastrofe nazionale”. La popolazione di questo paese nel periodo post-comunista è scesa da 23 a 20 milioni di abitanti.

 

Il trasferimento di lavoratori da Est non è stato solo spontaneo, ma anche sistematicamente predatorio. Molte compagnie tedesche e britanniche di “cacciatori di teste” hanno iniziato in gran numero ad attirare specialisti dell’Est appena dopo l’accesso dei paesi dell’Est nella UE. Come scrive la tedesca Die Welt, qualifiche, gioventù e denaro escono dai paesi dell’Europa dell’Est, mentre gli anziani e i bambini rimangono profondamente delusi dalla “libertà” e “democrazia”.

 

A partire dai primi anni ’90, la Bosnia ha perso 150.000 abitanti, la Serbia circa mezzo milione. Tuttavia, la perdita più significativa è stata osservata in Lituania: più di 300.000 persone su un totale di 3 milioni di abitanti ha lasciato il paese.

 

Ma le conseguenze più tragiche del “disastro post-comunista” si sono fatte sentire in Ucraina – che una volta era una delle Repubbliche più sviluppate dell’URSS. Se agli inizi degli anni '90 nella Repubblica c’erano 52 milioni di persone, ora la popolazione non supera i 42 milioni. Secondo le previsioni dell’istituto demografico di Kiev, nel 2050 la popolazione della Repubblica sarà di 32 milioni di abitanti.

 

Questo significa che l’Ucraina è il paese che sta morendo più velocemente in Europa e, forse, nel mondo. Secondo fonti ucraine, il paese è stato abbandonato da 8 milioni di persone (gli esperti credono che il numero sia in realtà tra i 2 e i 4 milioni), che sono andate a lavorare in paesi dell’Unione Europea o nella vicina Russia. Secondo recenti sondaggi, il 35% degli ucraini dichiarano di essere pronti ad emigrare. Il processo è accelerato dopo che l’Ucraina ha ottenuto il regime privo di visti con la UE: circa 100.000 persone hanno lasciato il paese ogni mese.

 

È in Ucraina che i tre fattori hanno coinciso in maniera più estrema: caduta del tasso di natalità, aumento della mortalità (il tasso è al doppio della natalità) ed emigrazione di massa della popolazione. Confrontiamo le rispettive dinamiche della Francia e dell’Ucraina. Se prima del 1989 i tassi di crescita delle popolazioni in questi due paesi erano confrontabili, successivamente la popolazione in Francia è aumentata di 9 milioni di persone, e l’Ucraina ha perso lo stesso numero di abitanti.

 

Gli esperti credono che la crisi demografica nell’Est Europa non possa continuare indefinitamente. Il sistema di sostegno sociale e di sanità non può fisicamente funzionare nelle condizioni in cui la maggioranza della popolazione è composta da pensionati e bambini, a un certo punto ci sarà inevitabilmente un collasso dell’entità statale.

 

Ma non dovremmo essere troppo ottimisti a riguardo dell’Europa Occidentale, dove il tasso di natalità è comunque estremamente basso. Mentre la parte più sviluppata del continente beneficiava temporaneamente delle risorse umane provenienti dall’Europa dell’Est, un influsso molto più rapido di immigrati dal Medio Oriente e dall’Africa cambierà inevitabilmente l’immagine socioculturale dei paesi dell’Europa Occidentale, dove stanno già nascendo conflitti etnici e religiosi.

 

Se il tasso di fertilità delle donne francesi autoctone è di 1,6 bambini a donna, per gli adulti invece che vengono dal Medio Oriente e dall’Africa questo numero è di 3,4 bambini o più. Gli attuali asili francesi sono già per tre quarti composti da rappresentanti di minoranze etniche, e in futuro grandi cambiamenti socio-culturali attendono il paese. Questo aspetto è già stato esposto dallo scrittore francese Michelle Houellebecq nel suo best-seller Sottomissione.

 

Esiste una soluzione? È possibile stimolare il meccanismo di natalità tra gli Europei? I demografi credono che sia impossibile sia nell’Europa dell’Est che dell’Ovest. Nell'Ovest del continente gli standard di consumo sono così alti che l’arrivo di un nuovo figlio significa automaticamente una diminuzione dello standard di vita. Nell’Est opera un altro meccanismo: la povertà, la mancanza di prospettive e la distruzione delle relazioni familiari rendono la nascita di un figlio indesiderabile. Nel frattempo, la proporzione di Europei sulla popolazione totale mondiale è in diminuzione. Se nel 1900 l’Europa rappresentava il 25% degli abitanti mondiali, ora è intorno al 10%. [5]

 

CONCLUSIONi


 

Come in altri esempi precedenti di convergenza verso la modernizzazione e le relative politiche di sviluppo, l’Europa dell’Est rappresenta un esempio classico di sviluppo del sottosviluppo.

 

La teoria generale liberista della graduale evoluzione fu descritta da W.W. Rostow, un economista americano, professore e teorico politico che ricoprì il ruolo di Assistente speciale alla Sicurezza nazionale del presidente USA Lyndon B. Johnson dal 1966 al 1969.

 

La sua teoria delle cinque fasi di crescita sostiene che tutte le società progrediscono attraverso stadi simili di sviluppo, e che le aree oggi sottosviluppate sono quindi in una situazione simile a quella in cui erano in passato le aree ora sviluppate; quindi il compito di aiutare le aree sottosviluppate per uscire dalla povertà consisterebbe nell’accelerare il loro cammino sul presunto sentiero comune verso lo sviluppo, con vari mezzi come gli investimenti, i trasferimenti di tecnologia e un’integrazione più stretta con il mercato mondiale.

 

Questa visione, tuttavia, è stata sottoposta a forti critiche. La teoria della dipendenza (vedi Immanuel Wallerstein, Andre Gunder-Frank, Samir Amin e Paul Baran) è essenzialmente un corpo di teorie di scienza sociale che punta alla nozione che le risorse fluiscono da una “periferia” di stati poveri e sottosviluppati a un “nucleo” di stati ricchi, arricchendo gli ultimi a spese dei primi.

 

Una dei concetti chiave della teoria della dipendenza è che gli stati poveri vengono impoveriti, mentre i ricchi vengono arricchiti dal modo in cui gli stati poveri vengono integrati nel “sistema-mondo”. I teorici della dipendenza sostengono che i paesi sottosviluppati non sono semplicemente delle versioni primitive dei paesi sviluppati, ma hanno caratteristiche e strutture uniche proprie; e, fatto cruciale, sono nella condizione di essere i membri deboli di una economia di mercato mondiale, mentre le nazioni sviluppate non sono mai state in una posizione analoga; non hanno mai dovuto coesistere con un blocco di paesi più potenti di loro.

 

Al contrario degli economisti del libero mercato (vedi sopra), la scuola della dipendenza sostiene che i paesi sottosviluppati hanno bisogno di ridurre la loro apertura ai mercati mondiali in modo da poter perseguire un cammino più finalizzato a preoccuparsi dei loro bisogni, e meno esposto a pressioni esterne.

 

Direi che hanno ragione.

 

Gli stati periferici e semi-periferici che vengono integrati nel sistema-mondo vengono “dominati”, se mi passate il termine, da élite avide che fanno parte di una classe sociale superiore cosmopolita in un sistema mondiale globalmente finanziarizzato. Le fughe di capitale dalla periferia al nucleo sono una caratteristica comune del sistema-mondo, così come delle materie prime e di altri prodotti energetici dal mondo “in via di sviluppo”. L’Europa dell’Est e le sue élite si integrano perfettamente in questo schema, in quando forniscono di materie prime, lavoratori e turismo così come di fughe di capitale da Est a Ovest.

 

Come abbiamo visto il concetto che gli Investimenti Diretti Esteri portino crescita e sviluppo è il modo sbagliato di vedere la questione. Nessuna economia sviluppata è diventata tale aprendo la sua economia alla competizione e a investimenti in ingresso (inevitabilmente predatori) da economie e paesi più avanzati. Sono state le politiche mercantiliste e nazionaliste dello stato capitalista ad avere sempre rappresentato la strada verso lo sviluppo. Il Regno Unito è stato il primo, seguito velocemente dalla Germania e dagli Stati Uniti nel diciannovesimo secolo, e nel ventesimo secolo da un gran numero di stati dell’Asia orientale in questo ordine: Giappone, Corea del Sud e Cina, e diversi altri.

 

Nel caso della Russia, questo stato ha una posizione globale semi-periferica, sia in termini politici sia economici. Troppo grande e troppo piccola in termini economici con un PIL basso, ma con un rapporto debito/PIL molto basso (15%). La Russia è sia semi-sovrana sia semi-periferica e una guerra in qualche modo sotterranea è in corso tra gli Euroasiatici sovranisti e gli integrazionisti Atlantici con Putin che è in una posizione intermedia.

[La Russia] non è esattamente un esempio classico di capitalismo periferico, ma piuttosto semi-periferico.

 

La Russia è caratterizzata, da una parte, dalla sua dipendenza dal nucleo, ma dall’altra dalla sua capacità di sfidare la dominazione del nucleo in alcune aree specifiche. Questa posizione semi-dipendente della Russia è condizionata dal suo passaggio al capitalismo, mentre la sua posizione semi-indipendente  è dovuta alla sua eredità sovietica.

 

In particolare, questa eredità ha trovato manifestazione in un arsenale nucleare importante, tuttora paragonabile a quello degli Stati Uniti. Se questo non fosse esistito, la Russia si sarebbe trovata soggiogata agli interessi Occidentali molto tempo fa, proprio come l’Ucraina”. [6]

 

Il futuro della Russia e del mondo devono ancora essere decisi.

 

Per quello che riguarda l’Europa dell’Est, non è un esagerato dire che ormai è soggiogata, finita dritta nella trappola del sottosviluppo, dove rimarrà probabilmente nel prossimo futuro.

 

NOTE

  • [1] Michael Hudson – Killing the Host – The Financial Conquest of Latvia, Chapter 20.

  • [2]Ibid – page 289

  • [3]Ibid, footnote, 308 Forbes January 24, 2014.

  • [4]Peter Gowan – Global Gamble – Washington’s Faustian Bid for World Domination – 1999 – p.225

  • [5]Dmitriy Dobrov – Novinite Insider 5 July 2018 – A Bulgarian publication.

  • [6]Ruslan Dzarasov – Ukraine, Russia and Contemporary Imperialism – Semi-Peripheral Russia and the Ukraine Crisis – p.87


 

04/07/19

La Tribune - I populisti sono diventati conservatori?

Su La Tribune una riflessione coincisa ma interessante sulla politica economica dei cosiddetti populisti attualmente al potere in Europa, come Orban, Kazcinsky e Obrador, che ne sottolinea gli sforzi (e i successi) diretti alla riduzione e ri-nazionalizzazione del debito pubblico. 

Lo scopo di questa austerity populista non é tuttavia quello di riconquistare la credibilità o la mitica fiducia dei mercati Internazionali, bensi quello di rendersene indipendenti. 

 

 

di Michel Santi, 26.06.2019

 

Segnalazione e  traduzione per Vocidallestero di Martino Pietrini

 

Per limitare la loro vulnerabilità alle forze centrifughe della globalizzazione, i populisti europei al potere, come Orban o Kaczynski, hanno fatto della disciplina fiscale e di bilancio una linea politica.

 

C’è stato un tempo in cui il termine “populismo” era sinonimo d’irresponsabilità nella gestione delle finanze pubbliche. Oltrepassando i vincoli di bilancio gli esecutivi provenienti da queste formazioni o correnti di pensiero svuotavano le cassaforti del tesoro, esaurivano le riserve e provocavano crisi monetarie segnate da inflazione, fuga di capitali, recessione, se non addirittura bancarotta.

 

Insomma il disprezzo dei fondamentali dell’economia da parte dei populisti giunti al potere finiva sempre male. La situazione oggi sembra invece talmente cambiata,  che i populisti attualmente al potere potrebbero essere quasi tacciati di…conservatorismo!

 

Orban, Kaczynski, Lòpez Obrador: nuovi apostoli del rigore di bilancio

 

In effetti sotto Orban il debito pubblico ha visto una sostanziale correzione, passando dal 75% del PIL a all’incirca al 67% nel 2019. E la Polonia non è certo da meno, visto che Jaroslaw Kaczynski è riuscito a ridurre il rapporto debito/pil sotto l’asticella del 50%, il livello più basso degli ultimi dieci anni. Difficile a credersi,  attualmente Salvini promuove una legge dal carattere inquisitorio mirante a snidare i contenuti delle cassette di sicurezza private in Italia e che accorda un'imposta forfettaria del 15% a coloro che si dichiarano spontaneamente.

 

Per quanto riguarda il Messico, il paese opera, sotto la guida del populista di sinistra Andrés Manuel Lòpez Obrador, una vera e propria politica d’austerità con l’obiettivo di un bilancio positivo per il 2020.

 

Infatti, è la volontà di liberarsi dai vincoli della globalizzazione ad essere all’origine della mutazione della politica economica populista e delle loro scelte di responsabilità fiscale. Sembra infatti che la più grande preoccupazione dei populisti al potere nel 2019 sia quella di liberarsi dai vincoli e dalla dipendenza dai capitali stranieri, puntando sempre più su piani di finanziamento strettamente interno per assicurare il tenore di vita del loro paese.

 

La loro opposizione forte, quando non feroce, alla libera circolazione dei capitali (che va, com’è noto, di pari passo con la globalizzazione), ne fa dunque degli apostoli della disciplina fiscale e di bilancio, la quale permette loro una maggiore autonomia di fronte ai finanziamenti stranieri, diminuendo così la vulnerabilità dei loro paesi alle forze centrifughe della globalizzazione.

 

Contare solo su se stessi

 

È su questo metro che si possono misurare gli sforzi di Orban per rimborsare i creditori stranieri dell’Ungheria e per finanziare i suoi deficit tramite emissione di titoli pubblici destinati agli investitori nazionali. Idem per il debito pubblico polacco, di cui solo il 25% è ormai in mano straniera contro il 40% del 2015. L’esempio supremo di questa ricerca dell’indipendenza finanziaria non è forse la Russia di Vladimir Putin, eretta a modello delle economie di bilancio e delle spese pubbliche pesantemente sotto controllo?

 

È dunque il desiderio di tenere a bada sia la globalizzazione sia la finanza globalizzata ad aver modificato radicalmente l’approccio macroeconomico dei populisti giunti al potere. La loro inattesa virata verso l’ortodossia ed il rigore è dunque motivata dalla loro determinazione a mostrare che non possono - e non devono - contare che su se stessi.

31/05/19

Le elezioni UE non contano molto. Ma la rabbia che hanno portato alla luce conterà

Riassumiamo nelle sue parti essenziali un articolo apparso sul Washington Post sul risultato delle elezioni europee. Secondo la giornalista, il risultato molto frammentato si presta a infinite letture, da destra e da sinistra. Tuttavia, esiste un tratto comune: i cittadini vogliono cambiare la situazione attuale, che sia con il ritorno alle nazioni sovrane o con la realizzazione di un’utopia ambientalista. Questo comune sentimento di rigetto verso lo status quo europeo influenzerà la vita politica futura dell'Europa.

 

 

 

Di Megan McArdle, 28 maggio 2019

 

 

Arrivata in Europa per assistere alle elezioni del Parlamento europeo, la giornalista del Washington Post afferma che ha trovato difficile conciliare le storie che venivano raccontate in Europa prima delle elezioni con i loro risultati.

 

In Francia, la notizia è il primo posto ottenuto dal nuovo partito di Marine Le Pen, che relega in seconda posizione En Marche del Presidente Macron. Questo segnale, unito alle continue proteste dei Gilet Gialli, non promette bene per il futuro del governo francese. Tuttavia, osserva la giornalista, il consenso della Le Pen non è molto diverso da quello registrato alle precedenti politiche, né alle precedenti europee. Globalmente, secondo la McArdle, la situazione francese non è poi molto instabile. Più confusa la situazione nel resto d'Europa.

 

Fuori dalla Francia tuttavia, i risultati dipingono una situazione più caotica. I partiti populisti hanno ottenuto grandi consensi in Italia, Polonia e Ungheria, ma sono molto lontani dal poter formare una maggioranza parlamentare a livello europeo. In Inghilterra, il nuovo partito della Brexit è risultato vincitore con la sua piattaforma basata su un’uscita non concordata dalla UE, tuttavia i partiti del “remain” hanno complessivamente ottenuto una percentuale più alta. In Germania AfD ha visto addirittura una riduzione del proprio consenso rispetto alle elezioni del 2017, mentre hanno ottenuto un grande risultato i Verdi. In Spagna, hanno guadagnato consensi addirittura i noiosi social democratici.


 

Insomma, risultati così frammentati, rendono possibili interpretazioni divergenti. In dieci anni i populisti di destra sono passati dall’essere quasi invisibili a diventare una forza sostanziale, e non sembra che la tendenza sia in diminuzione: questa potrebbe essere la lettura di chi vede loro come futuro. Ma guardando ai Verdi, che hanno aumentato i propri seggi di un terzo, si può parlare di rivincita della sinistra.

 

Un modo per interpretare queste elezioni, secondo la McArdle, è considerare che nessuno dà loro molta importanza, anche perché il parlamento europeo è un simbolo del deficit di democrazia e di responsabilità delle istituzioni europee – cosa che rende più acceso il conflitto tra sovranità nazionale e decisioni collegiali.

 

A marzo la giornalista era in Inghilterra, dove racconta che un manifestante pro-Brexit le disse “volevamo un mercato comune, e ci hanno dato un governo comune”.

 

Si potrebbe ribattere in modo convincente che un mercato comune vasto e profondo come quello UE richiede un qualche tipo di governo comune. Qualcuno deve fissare tutto, dalle regole finanziarie agli standard lavorativi comuni. Sottomettersi a un governo di questo tipo comporta una certa perdita di sovranità nazionale: il proprio voto, e quello dei tuoi vicini, vale di più se si è uno dei 4,8 milioni di irlandesi, rispetto a essere uno dei 512 milioni di persone all’interno della UE.


 

Ma dopo questa riflessione, la giornalista aggiunge che il deficit democratico del potere ceduto alla UE viene alimentato dalla struttura bizantina dell’Unione, in cui le decisioni vengono prese molto al di sopra del livello sottoposto al controllo democratico. E questo non può che essere vissuto come un peggioramento se nella propria nazione si ha una democrazia ancora funzionante.

 

Non è ancora chiaro, insomma, che cosa significhino questi risultati, sia a livello nazionale, sia di governance europea. Però, secondo la giornalista, si può concludere con grande chiarezza che gli elettori non ne possono più dello status quo. E così conclude:

 

Alcuni vogliono ritornare a un passato di cui hanno nostalgia, di forza e unità nazionale, altri spingono per un paradiso ambientalista, ma tutti sono d’accordo che, sempre di più, odiano coloro che hanno governato fin qui, le politiche che hanno perseguito e le istituzioni da cui le hanno applicate. Anche se le elezioni del Parlamento UE non contano molto, la rabbia verso lo status quo conterà eccome.


 

 

27/02/19

Orbán costruisce una stalla per il cavallo di Troia di Putin

Da Eurointelligence, una notizia che non ha avuto molta eco, ma che potrebbe essere vista come il cavallo di Troia di Putin nell'Unione europea. Una banca di investimenti con la sua sede principale a Budapest, di cui la Russia è il maggiore azionista, che per il suo status giuridico di banca sorta da un trattato internazionale sfugge a sanzioni e vincoli, e che potrebbe finanziare i progetti di investimento che non trovano spazio nella UE.


 

 

Eurointelligence, 25 febbraio 2019

 

La settimana scorsa il Parlamento ungherese ha discusso un accordo internazionale per spostare a Budapest la International Investment Bank con sede in Russia. Il report giornalistico si è concentrato sui particolari privilegi e immunità di cui la banca beneficerà in quanto banca di sviluppo internazionale basata su un trattato. L'IIB era una volta il ramo bancario del Comecon, l'organizzazione per la cooperazione economica guidata dai sovietici. Questi benefici includono un'immunità diplomatica per tutti i dipendenti oltre all'esenzione da ogni supervisione finanziaria, da obblighi di comunicazioni o autorizzazioni. Questa mossa è considerata come l'introduzione di un cavallo di Troia di Putin nell'Unione Europea. Mentre la Russia è il maggiore azionista, altri stati membri dell'UE detengono la maggioranza del capitale della banca.

 

Indipendentemente da qualsiasi intento nefasto, è vero che in quanto banca basata su un trattato multilaterale la IIB è già esente dalle sanzioni USA che colpiscono gli interessi finanziari della Russia. L'IIB è vista come il tentativo di Putin di costruire un sistema finanziario internazionale indipendente da quello occidentale dominato dagli Stati Uniti. La sua presenza nell'Europa centro-orientale aiuterà la Russia a rafforzare la sua influenza sugli ex stati satelliti sovietici. Dal punto di vista ungherese, l'attrattiva dell'IIB consiste nella sua possibilità di aiutare a finanziare progetti che non sarebbero qualificati per i finanziamenti UE. Direkt36 (Centro di giornalismo investigativo ungherese, ndt) ha citato un ex funzionario del governo di Orbán secondo il quale la banca potrebbe essere utilizzata per rafforzare le alleanze politiche del governo ungherese. Il ministero delle Finanze ungherese pone la manovra della IIB nel contesto di un più ampio sviluppo di Budapest come hub finanziario.

 

Dopo la caduta del blocco sovietico la banca si è indebolita e gradualmente ha perso la partecipazione della Germania dell'Est, della Polonia e dell'Ungheria. Poi è stata rivitalizzata da Vladimir Putin nel 2012 e si è quindi reinventata con un focus sullo sviluppo sostenibile. Il suo status di banca per lo sviluppo costituita sulla base di un trattato internazionale le ha assicurato alcuni vantaggi operativi, e ha mantenuto la partecipazione di Bulgaria, Repubblica Ceca, Romania e Slovacchia, oltre a un paio di stati asiatici vicini alla Russia. L'Ungheria è rientrata nel 2015 - ironicamente, con lo stesso Viktor Orbán che ha annullato la sua precedente decisione, presa nel 2000 durante il suo primo mandato, di abbandonare l'adesione alla banca - e la banca ha aperto una sua filiale regionale europea a Bratislava nel 2016. Poi l'anno scorso ha raggiunto un accordo con l'Ungheria per stabilire un'altra filiale regionale a Budapest, ma nel giro di pochi mesi questo accordo si è allargato sino a prevedere il trasferimento del suo quartier generale. La nuova sede centrale della IIB a Budapest aprirà quest'anno, ma ci vorranno 2-3 anni per completare il trasferimento.

 

Mentre può essere stato impossibile per l'UE impedire questa mossa, dato lo status giuridico dell'IIB, d'altra parte il trasferimento della banca in Ungheria potrebbe evidenziare la necessità per l'UE di pensare a se stessa più in termini geopolitici che semplicemente come mercato unico in cui i paesi membri competono. La Russia e la Cina stanno traendo vantaggio dal mancato intervento dell'UE nello sviluppo regionale nell'Europa orientale.

09/09/18

Una Lega delle Leghe in Europa

Dal blog di Tom Luongo, una stimolante ipotesi sulla strategia europea di Salvini. Col vento populista in poppa e il supporto della guerra valutaria e commerciale che Trump sta muovendo al vecchio continente, il vice primo ministro italiano, come dimostra l'incontro con Orban e la proposta di una "Lega delle Leghe", sta cercando di formare un'alleanza di partiti sovranisti europei che possa prendere il controllo del Parlamento europeo dopo le prossime elezioni di maggio 2019. A quel punto, con il governo della Merkel travolto dal successo di AfD e Macron all'angolo, questa coalizione sarà in grado di controllare anche l'elezione del prossimo Presidente della Commissione europea. E allora saranno i globalisti a piangere.

 

 

di Tom Luongo, 5 settembre 2018

 

Il Grande Riallineamento sta per arrivare in Europa l'anno prossimo. È già tutto scritto.

 

Questa estate ha visto la Cancelleria tedesca Angela Merkel sopravvivere alla sfida alla sua leadership da parte del socio di coalizione Horst Seehofer sulla politica sull'immigrazione.

 

La Merkel ha bisogno di riportare delle vittorie politiche per mantenere la sua presa sul potere. Mantenere la posizione contro il presidente Trump sul gasdotto Nordstream 2 e tenere un incontro di vertice cordiale col presidente russo Vladimir Putin sono un buon inizio.

 

Perché gran parte d'Europa è stanca  1) che la Germania stabilisca le politiche per l'intera Unione europea e 2) delle sanzioni contro la Russia, che stanno ammazzando il commercio.

 

Ma le proteste nella città di Chemnitz, in Sassonia, che vanno avanti ormai da una settimana a causa dell'accoltellamento di un uomo del posto, la incalzano. I numeri dei sondaggi per la Merkel continuano a scendere.

 

Più si indebolisce, più l'opposizione si fa coraggiosa.

 

Ad esempio il vice primo ministro italiano Matteo Salvini e il presidente ungherese Viktor Orban. Si sono incontrati per studiare una strategia per porre fine alla politica delle porte aperte nella UE. A una visione superficiale,  Italia e Ungheria sembrano in disaccordo sul tema.

 

L'Italia vuole chiudere i suoi confini e che i suoi migranti siano redistribuiti in tutta Europa.

 

L'Ungheria rifiuta fermamente di farsi carico anche di un solo migrante.

 

Secondo i media e i politici europei, questa dicotomia metterà questi due ribelli titani in conflitto tra di loro.

 

Ma, come ha fatto recentemente notare Mike Shedlock su Townhall.com, questi due uomini hanno degli obiettivi più grandi sui quali sono completamente d'accordo - proteggere i propri confini per preservare l'identità culturale e nazionale.

 

Questo è il motivo per cui Salvini sta invocando "una Lega delle Leghe" in Europa. E ci riuscirà.

 

Questo è l'uomo che è riuscito a trasformare la secessionista Lega Nord nel partito MIGA - Make Italy Great Again ["Rendi di nuovo grande l'Italia", una chiara citazione dello slogan trumpiano, ndt].

 

Quindi lui e il leader del Movimento 5 Stelle Luigi Di Maio si sono fatti strada nella Palude Italiana fino a formare un governo che secondo gli esperti non poteva funzionare, neutralizzando il candidato dell'establishment Silvio Berlusconi.

 

Grazie al genio strategico di Salvini la politica italiana non sarà più la stessa. I sondaggi adesso danno la sua Lega attorno al 30%, il che fa ben sperare per le elezioni del Parlamento europeo del prossimo anno.

 

Perché adesso egli punta al MEGA - Make Europe Great Again (Rendi di nuovo grande l'Europa, ndt).

 

I  "quisling media" europei (sinonimo di collaborazionisti e traditori, ndt) gli saltano addosso ogni qual volta possa essere percepita una differenza di opinioni tra Salvini e Di Maio, descrivendo la coalizione come debole e precaria.

 

Hanno riportato i colloqui tra Orban e Salvini insieme alla richiesta di Di Maio di condividere l'onere dei migranti all'interno della UE. Questo per seminare discordia dove in realtà non c'è.

 

I due si muovono a ranghi serrati nel fronteggiare Bruxelles sul programma di austerità. Correttamente comprendono che l'austerità distruggerà l'economia italiana e la sua cultura. Il programma non ha nulla di diverso da quello imposto alla Grecia o da quello che sta distruggendo di nuovo l'Argentina, la cui valuta è implosa la scorsa settimana.

 

La loro speranza [dei sostenitori dell'austerità] è che questa ondata di populismo che sta dilagando in Europa sia soltanto un capriccio, che finirà in lacrime.

 

Ma non si piange nella politica del potere.

 

Né Salvini né Orban sono dei deboli inclini al dubbio. E la loro nascente alleanza va oltre il mettersi in mostra sulla politica sull'immigrazione.

 

Con la Merkel debole, isoleranno il presidente francese Emmanuel Macron, la loro nemesi, e dopo le elezioni del prossimo anno rifaranno il Parlamento Europeo .

 

Perché il vero obiettivo è prendere il controllo della Presidenza della Commissione europea, estromettendo l'odioso Jean-Claude Juncker.

 

Una "Lega delle Leghe" riunirebbe i partiti sovranisti di tutta Europa in un unico partito all'interno del Parlamento europeo. Il Partito Popolare Europeo controlla l'Europarlamento assieme ai Social Democratici, in una grande coalizione in stile Germania, che non ha altro obiettivo che un controllo più centralizzato da parte dei tecnocrati UE.

 

Come Juncker.

 

Salvini e Orban vogliono che gli altri paesi di Visegrad e l'Austria formino la base di questa coalizione.

 

Sarà abbastanza? Il gorilla da 360kg nella stanza è Alternativa per la Germania (AfD). Partito ufficiale d'opposizione nel Bundestag, AfD guadagnerà seggi nel Parlamento europeo, dove attualmente ne ha soltanto uno.

 

È il jolly nell'azzardo di Salvini e Orban.

 

Come ho già detto altre volte, AfD è in procinto di "fare il grande salto" da partito minore a grande partito. Gli ultimi sondaggi, vecchi quasi di un mese, davano AfD tra il 16 e il 18% a livello nazionale.

 

Se AfD avrà un'impennata come la Lega, dal 15% circa al 30%, il governo della Merkel cadrà.

 

AfD entrerà nel Parlamento europeo col vento in poppa per vedere i desideri di Salvini e Orban che si avverano.

 

Questo spiega perché le proteste a Chemnitz sono importanti. Perché l'ascesa di AfD nella Baviera dominata dalla CSU è così importante.

 

La frustrazione pubblica per la violenza degli immigrati potrebbe spostare di molto  l'elettorato tedesco da qui alle elezioni di maggio, poiché sempre più tedeschi sentono con orgoglio il senso della comunità locale.

 

Inoltre c'è il fattore Trump.

 

Quanto più Donald Trump mette sotto pressione la leadership dell'UE nella sua politica interna tanto più questa  passa per debole e stupida. Nonostante Juncker, Merkel e Macron parlino tanto, le aziende europee stanno abbandonando i loro commerci con l'Iran in seguito all'uscita degli Stati Uniti dall'accordo JCPOA.

 

Più cercano di affossare la Brexit, rivelandosi globalisti e antidemocratici quali sono, peggiori saranno le ripercussioni che cadranno loro addosso.

 

Il nuovo governo spagnolo desidera discutere di una maggiore autonomia per la Catalogna, piuttosto che incarcerare tutti e spaccare il cranio alle vecchie signore per le strade di Barcellona.

 

Immagini come queste sono la faccia della UE della Merkel. Come la gente a Chemnitz, vestita di nero, che sfila portando i cartelloni con le foto delle vittime della violenza dei migranti in un vigile silenzio.

 

Questo non è un capriccio. Queste sono emozioni reali. Conseguenze reali.

 

Le loro lacrime sono reali e non sono in vendita.

 

I mercati scommettono sempre che quelli al potere rimarranno al potere. L'euro manca di segnalare questi cambiamenti nel vento della politica. Nessuno di quelli che sono al potere vuole che l'euro cada troppo e troppo in fretta, o, come la Merkel, che cada affatto.

 

Perché per lei l'euro forte  è il meccanismo principale attraverso il quale mantenere debole la sua opposizione, gettando le colpe sugli sperperi e l'indolenza degli italiani, quando è la errata valutazione del costo del lavoro italiano a causa dello stesso euro sopravvalutato la ragione per cui l'Italia non può crescere e ridurre il suo debito.

 

Formando un'alleanza per riformare l'UE dall'interno, Salvini e Orban contrastano questa narrazione intraprendendo un  percorso politicamente sostenibile, dato il forte sostegno di cui ancora gode l'UE da parte di molti elettori.

 

Questa allenza fornisce a Salvini il randello con cui colpire l'Unione europea per la sua intransigenza sulle questioni di bilancio. Gli permette di dire: "Vedete, non voglio uscire dall'euro, ma Bruxelles non negozia per un'Italia migliore".

 

E dati i risultati di quest'uomo fino ad ora, non scommetterei contro di lui quando gli elettori infuriati andranno a votare quest'inverno.

 

E allora saranno i globalisti a piangere.

12/11/17

Pesanti ammissioni sul FT Alphaville: colpi di stato silenziosi da parte della BCE

Un interessante articolo del blog Alphaville del Financial Times fa delle pesanti ammissioni sul potere di ricatto della BCE all'interno dell'eurozona, che rendendo rischiosi i titoli di stato in un clima di libera circolazione dei capitali, può far cadere governi e imporre i propri rappresentanti non eletti. 

Tutti effetti che gli italiani hanno sperimentato sulla propria pelle, anche se purtroppo gli impresentabili media nostrani hanno sempre attribuito queste crisi a cause inverosimili,  in generale dandone la colpa agli italiani stessi, che a loro dire sarebbero spendaccioni irresponsabili che si meritano tutte le disgrazie che subiscono – anche quelle che vengono dall’appartenenza a un sistema squilibrato e svantaggioso.

Pur facendo queste pesantissime ammissioni, l'autore dell'articolo sembra non percepirne o addirittura sminuirne la gravità, sostenendo che i governi nazionali potrebbero evitare di soccombere e cedere la propria sovranità in un modo semplicissimo, e cioè semplicemente "autoimponendosi" quelle politiche di rigore e di austerità raccomandate da Bruxelles. Certamente questo solleverebbe la BCE dall'onere dei colpi di stato, ma quanto a metodo utile a salvaguardare la democrazia e l'indipendenza dei governi, diciamo che questa affermazione ci appare tendenziosa, volta a manipolare delle menti confuse e a far accettare anche le enormità.

A  proposito della problematica affrontata dall'articolo per cui l'adesione all'euro fungerebbe da baluardo contro i governi autoritari e corrotti dei paesi dell'est, consigliamo questa lettura

 

 

 

 

L'Euro non è un sistema punitivo

 

di Matthew C Klein, 9 novembre 2017

 

Uno dei momenti più suggestivi della saga dell’euro-crisi è stato quando le élite europee hanno costretto Silvio Berlusconi a lasciare la guida dell’Italia per cedere il posto al non eletto Mario Monti. Ciò è stato possibile a causa dell’appartenenza dell’Italia all’eurozona, e della sua conseguente vulnerabilità alla fuga di capitali e alle crisi bancarie.

 

Di primo acchito, il colpo di stato senza spargimento di sangue avvenuto in Italia sembra una buona ragione per tenersi lontani dall’unione monetaria, per coloro che ancora hanno la possibilità di farlo. Ma abbiamo partecipato di recente a un’affascinante conferenza a cura del Centro per le Riforme Europee dove alcuni hanno sostenuto che il potere di veto nei confronti di politici eletti detenuto dalla Banca Centrale Europea è un vantaggio, anziché un difetto.

 

Secondo questo ragionamento, la BCE è una salvaguardia costituzionale che avrebbe potuto prevenire il genere di preoccupante autoritarismo che sta prendendo piede in Ungheria e Polonia. I Paesi determinati a star fuori dall’eurozona, inclusi Ungheria e Polonia (ma non la Svezia, per chissà quale ragione), si sono quindi auto-dichiarati “stati-canaglia”, secondo questo punto di vista.

 

Se ciò fosse vero, si tratterebbe di una scusa intrigante per difendere la moneta unica: l’euro non promuove l’integrazione economica e restringe la disponibilità di investimenti sicuri, ma almeno protegge la libertà. Sfortunatamente, questa difesa non regge. Nel bene e nel male, la sovranità e l’unione monetaria possono essere perfettamente compatibili per qualsiasi governo determinato a mantenere una linea indipendente.

 

Il potere della BCE sugli stati membri deriva da due caratteristiche essenziali dell’unione monetaria:

 

- I governi nazionali non emettono più obbligazioni sicure

 

- I conti bancari presso banche straniere possono essere considerati altrettanto buoni, se non migliori, dei conti detenuti in banche del proprio paese.

 

Nei paesi dotati di una valuta propria, come ad esempio la Nuova Zelanda, i cittadini sono quasi costretti ad acquistare le obbligazioni del governo centrale e depositare i soldi nelle banche locali. Questo avviene perché la maggior parte delle spese e dei prestiti contratti dai cittadini sono denominati in valuta locale. Anche se i neozelandesi acquistano molti prodotti dall’Australia e dalla Cina, preferiscono comunque avere i propri risparmi denominati in dollari neozelandesi. Uno dei vantaggi di questo sistema è che il costo del capitale per il governo si muove inversamente rispetto a quello del settore privato, il che rende molto semplice per lo Stato, in linea di principio, compensare i cambiamenti di comportamento di famiglie e imprese.

 

I cittadini saranno soddisfatti di questa situazione fintanto che le autorità fiscali e monetarie in questi paesi mantengono l’inflazione sotto controllo e impediscono il fallimento degli investimenti percepiti come “sicuri”. Se i governi non tengono fede a questo tacito accordo, i cittadini potrebbero iniziare a portare i soldi all’estero o a investirli in altro modo, per esempio comprando oro, ma normalmente la combinazione di una buona gestione e dell’indipendenza monetaria funziona molto bene.

 

L’euro è stato creato in parte perché alcuni cittadini in Paesi come l’Italia e la Spagna non avevano fiducia che i propri governi sapessero gestire l’inflazione. Hanno sacrificato deliberatamente l’indipendenza monetaria nella speranza di rimediare a quella che loro credevano fosse una cattiva gestione politica a livello nazionale e locale. O, detto in altri termini, speravano che le élite straniere li avrebbero governati meglio dei loro politici eletti.

 

Il controllo straniero sarebbe stato imposto dalla minaccia della fuga di capitali. Ai vecchi tempi, tale minaccia sarebbe stata sterilizzata dalla svalutazione della moneta. La gente che fosse riuscita a portare all’estero i capitali subito ci avrebbe guadagnato, mentre gli altri avrebbe dovuto assorbire un po’ di inflazione. Non era un quadro piacevole, ma non provocava nemmeno collassi paragonabili alla Grande Depressione in termini di occupazione e di produzione. Al contrario, sotto la moneta unica… be’, quello che è successo non era stato concordato in anticipo (se ci fossero stati accordi chiari all’inizio, non ci sarebbe stata una crisi).

 

Il pericolo è chiaro. Se vivi in Spagna, per esempio, guadagni in euro, contrai mutui in euro, e spendi in euro. La maggior parte dei prodotti importati arrivano dall’eurozona. Pertanto, gli spagnoli hanno ottime ragioni per detenere conti bancari in euro e obbligazioni in euro come asset sicuri, ma non hanno alcuna ragione di detenere conti presso banche spagnole o acquistare obbligazioni del governo spagnolo. Questa situazione è intrinsecamente instabile.

 

Quello che dovrebbe fare una normale banca centrale di fronte a una situazione simile sarebbe assumere il ruolo di prestatore di ultima istanza. Ma la BCE è stata appositamente progettata per essere diversa dalle normali banche centrali. Anziché provvedere direttamente a fornire prestiti di emergenza alle banche che hanno necessità stringente di rimpiazzare i depositi in fuga, essa autorizza le banche nazionali a fare tali presti di emergenza giudicando caso per caso. La BCE ha anche dimostrato di non avere particolare interesse a limitare il differenziale (spread) dei tassi di interesse tra i vari Paesi a meno che il Consiglio direttivo non creda che i problemi di un particolare paese possano porre rischi deflattivi nell’intera unione monetaria.

 

Queste caratteristiche conferiscono ampia discrezionalità alla BCE nella scelta se concedere – o negare – aiuto alle banche, sulla base di considerazioni politiche. Pertanto Silvio Berlusconi ritiene, non a torto, che ai parlamentari italiani fu detto che la sua caduta era una condizione indispensabile per poter dare ulteriore sostegno ai tassi di interesse e alle banche italiane alla fine del 2011. A metà del 2015, i politici greci hanno toccato con mano cosa succede quando i decisori della BCE prendono posizione nelle negoziazioni su un salvataggio. Pertanto il sistema disciplinare e punitivo esiste, quantomeno in determinate circostanze.

 

Il problema con l’idea che la BCE avrebbe potuto difendere la libertà in Ungheria, per esempio, è che il sistema punitivo può essere evitato da un governo determinato ad “auto-assicurarsi” tramite una combinazione di surplus di partite correnti, disciplina fiscale e regole bancarie, che renderebbe qualsiasi paese essenzialmente invulnerabile alle pressioni di Francoforte.

 

Di fatto, il governo ungherese ha già fatto le cose che ci si aspetterebbe da lui se fosse un membro dell’eurozona voglioso di preservare la sua indipendenza da “interferenze” esterne. Presumibilmente, se facesse davvero parte dell’eurozona, la differenza sarebbe in termini di grado, non di tipo di politiche.

 

Sin dal 2010 l’Ungheria ha delle partite correnti positive e crescenti:

 



 

Non si tratta semplicemente di un cambiamento delle scelte dei privati: le regole “macroprudenziali” hanno avuto effetto. Nel 2006, circa il 37% dei debiti delle banche ungheresi erano denominate in valuta straniera. Alla fine del 2016, la percentuale era scesa al 29%, nonostante il deprezzamento del fiorino nei confronti dell’euro e del franco svizzero.

 

Oltre a limitare i prestiti in valuta estera, i legislatori ungheresi hanno anche incoraggiato coefficienti patrimoniali bancari molto più alti:

 



 

Il governo ungherese non ha ancora un bilancio in attivo, ma ci va molto vicino. A partire dal 2012, il deficit pubblico è stato in media del 2,3% del PIL, e recentemente si è ulteriormente ridotto.

 

Sembra che la Polonia si stia muovendo nella stessa direzione. Anche se il più grande paese di Visengrad non ha un surplus di partite correnti come quello ungherese, è passato dall’avere un deficit stabile, sia prima che dopo la crisi, di circa il 5% del PIL, a circa un 1% dal 2015. Il governo polacco ha anche tagliato parecchio il suo indebitamento netto. Il governo è in carica da meno tempo, ma non ci sono ragioni di credere che non utilizzerà simili tecniche per “auto-assicurarsi” contro le pressioni esterne.

 

Ci sono buone ragioni perché Ungheria e Polonia non adottino l’euro. Ci possono anche essere ragioni per le quali i polacchi e gli ungheresi potrebbero volere diventare membri dell’eurozona. In ogni caso, la prospettiva di interferenze politiche provenienti da Francoforte non dovrebbe essere il criterio per prendere questa decisione.

 

 

[Aggiornamento: Adam Tooze ci indica questo articolo del 2014, che mostra in maniera analoga come l’Ungheria si sia isolata dalle pressioni internazionali attraverso la regolazione finanziaria e politiche macroeconomiche ortodosse].

 

30/07/14

Orbán attacca la 'democrazia liberale' e l'opposizione chiede alla UE di mettere l'Ungheria sotto osservazione.

Sul Financial Times la notizia che un piccolo partito di opposizione in Ungheria ha fatto appello alla UE contro le dichiarazioni di Orbàn di volersi allontanare dal modello di democrazia liberale e liberista occidentale, perché tenga sotto controllo la situazione. C'è da sperare che la UE non voglia seguire gli USA anche nell'esportazione della "democrazia" ... se ancora così si può chiamare questo modello liberista così disfunzionale agli interessi del popolo.
Segnalazione di Federico Nero.



di Eddy Kester, Budapest


Un partito di opposizione ungherese ha invitato l'Unione europea a intensificare il monitoraggio della democrazia nel paese, dopo che il primo ministro Viktor Orbán ha dichiarato di voler abbandonare la democrazia "liberale" a favore della costruzione di uno "stato non liberale".