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26/04/20

ZH - Benvenuti nell’Italia Orwelliana 2020



Sul sito americano Zero Hedge si commenta la situazione italiana come uno scenario distopico orwelliano. Le restrizioni tardive, contraddittorie e allo stesso tempo draconiane imposte in Italia - che non hanno uguali negli altri paesi europei - risultano così insensate anche da un punto di vista medico e di ragionevolezza da parer rispondere a un altro scopo: quello di minare il morale degli italiani per prepararli a subire il default ormai inevitabile, a causa del lockdown e del rifiuto di qualsiasi adeguata misura di sostegno fiscale. Lo strumento del MES è già stato predisposto, e così la task force di emergenza, già premunitasi di ogni immunità civile e penale.


Zero Hedge, 24 Aprile 2020


In Italia circola un video che mostra un poliziotto armato che interrompe bruscamente la celebrazione della Messa in una piccola città del nord della Lombardia, ordinando al sacerdote di interrompere immediatamente la celebrazione e di far uscire i partecipanti. Il sacerdote rifiuta e prosegue la Messa, dicendo al Carabiniere che ci sono solo 13 partecipanti alla Messa, ben distanziati tra loro e ognuno con una mascherina. Il sacerdote verrà successivamente multato di 680 euro e ciascun partecipante 280 euro, tutti per violazione delle attuali misure del governo contro gli eventi pubblici a causa del Covid-19.





Non importa se il poliziotto ignorava totalmente il Codice Penale italiano che afferma (art. 405) che chiunque interrompa i riti religiosi all'interno di un'area pubblica o di un edificio pubblico (una Chiesa in questo caso) potrebbe subire una pena detentiva fino a 2 anni. Non importa l'arte. 19 della Costituzione italiana che tutela specificamente la libertà di religione e i riti religiosi. L'attuale governo italiano, probabilmente il peggiore della storia italiana recente e remota, ha abbandonato ogni possibile maschera di decenza e rispetto almeno delle leggi fondamentali come la Costituzione italiana che - teoricamente - dovrebbero essere al di sopra di qualsiasi altra legge del paese.


15/04/20

Un confronto tra Italia e Olanda sulla responsabilità fiscale

Una discussione su Twitter dell'economista Alexandre Afonso, professore di politica economica all'Università di Leiden in Olanda, documenta con una significativa serie di grafici come la gestione della finanza pubblica italiana non sia stata affatto più "dissoluta" che in Olanda, anzi il contrario.  Oltre ai ben noti effetti perversi delle esagerate politiche di austerità adottate in Italia, Afonso mette in luce anche il paradosso insito nella Eurozona già evidenziato da De Grauwe, per cui sono proprio i paesi del Nord ad avvantaggiarsi della crisi di fiducia dei mercati nei confronti dei paesi periferici. 

di Alexandre Afonso, 9 Aprile 2020

traduzione di Gilberto Trombetta


Dal 1995 l'Italia non ha mai avuto un bilancio in pareggio. Anche i Paesi Bassi hanno registrato deficit per la maggior parte degli anni, ma in generale un po' più bassi e con sporadici surplus (Eurostat).


12/04/20

Die Welt: la Merkel non dia soldi ai mafiosi italiani

Mentre in Italia qualcuno si illude che i tedeschi concepiscano l'Europa come una casa comune destinata a diventare uno stato federale, i quotidiani come Die Welt chiariscono che per gli europei del nord i paesi periferici sono mafiosi approfittatori, pronti a depredare (???) i sudati risparmi tedeschi. L'ipotesi favolistica che l'Unione Europea possa tradursi in solidarietà tra nazioni vicine, si disintegra contro la realtà della volontà politica degli attori reali.



Di Schiltz Christoph B., 9 aprile 2020, tradotto da Musso (@Musso___)


I paesi dell'Unione europea dovrebbero certamente aiutarsi a vicenda nella crisi da Coronavirus. Ma senza limiti? E senza alcun controllo? In Italia, la mafia sta solo aspettando una nuova pioggia di soldi da Bruxelles.

In questi giorni sono in gioco le basi dell'Unione Europea. Una delle domande più importanti di fronte alla pandemia del Coronavirus è: fino a che punto deve arrivare la solidarietà finanziaria tra i 27 Stati membri? Bisogna essere generosi. Ma senza alcun controllo? E senza limiti? La solidarietà è un'importante categoria europea, ma anche la sovranità nazionale e la responsabilità dei politici nazionali nei confronti degli elettori del loro paese sono fondamentali.

08/04/20

Una lettera dal futuro agli amici italiani

Ecco tradotta la lettera dal futuro agli amici italiani arrivata su Goofynomics. Quello che già nel 2017 ci veniva raccontato sembra ormai essere molto vicino. Come in un film al rallentatore è da tempo che ci stiamo avvicinando al precipizio, e sembra quasi impossibile fermarci. Possiamo contare sulla resistenza fino all'ultimo e oltre dei nostri cari amici in Parlamento, e sulla sveglia che improvvisamente sembra cominciare a scuotere anche i molti che finora dormivano. Ma come dice Grigoriou è una strana guerra, comunque vada non sarà facile, e la attraverseremo con coraggio. 


Caro Alberto, cari lettori di Goofynomics, cari amici italiani,

ti sto seguendo sul tuo blog e sono lieto di trovarti in buona salute. Dalla Grecia seguiamo il dramma italiano con molta commozione, consapevoli del collasso economico che molto probabilmente seguirà.

Mi ritrovo confinato nella nostra scialuppa di salvataggio, la nostra vecchia e piccola barca a vela ormeggiata in un piccolo porto del Peloponneso, con mia moglie e i nostri due gatti. Scrivo spesso sul mio blog greekcrisis.fr, mentre l’altra mia attività legata ai viaggi vacanza, greceautrement.fr, è in stallo. Si prevede che il turismo, che rappresenta il 25% del PIL greco, quest'anno sicuramente non ripartirà.

04/04/20

NON ABBIAMO BISOGNO DI PRESTITI INTERNAZIONALI. FIRMIAMO PER IL PIANO DI SALVEZZA NAZIONALE.

In questo dramma di enormi proporzioni per il nostro paese e per il mondo, il Governo italiano sta venendo a patti con la Commissione europea su uno dei soliti finti e odiosi salvataggi che contraddistinguono questa disunione di Stati. È giunta l'ora di cambiare finalmente paradigma. Chiediamo al Governo e al Parlamento di utilizzare le risorse del nostro paese, che se impiegate nella maniera giusta possono egregiamente servire a finanziare un coraggioso Piano di Salvezza Nazionale. Sosteniamolo con la nostra firma.  




26/03/20

Il coronavirus ci pone di fronte a una guerra, e dobbiamo mobilitarci di conseguenza - Mario Draghi sul Financial Times



Mario Draghi interviene sul Financial Times con un articolo che  ha l'effetto di una bomba sui burocrati di Bruxelles e sulla esitante e tremebonda politica del governo italiano. I debiti pubblici aumenteranno e ce ne dobbiamo fare una ragione, siamo di fronte a una guerra e in tempi eccezionali le risposte devono essere eccezionali. E veloci. Il rischio è entrare in un ciclo irreversibile di povertà.  Con buona pace del nostro ministro dell'economia, le previsioni sull'impatto della crisi sono di proprozioni inimmaginabili


di Mario Draghi, 25 Marzo 2020

Livelli più elevati di debito pubblico diventeranno una caratteristica dell’economia e saranno accompagnati dalla cancellazione del debito privato

La pandemia di coronavirus è una tragedia umana di proporzioni potenzialmente bibliche. Molti oggi vivono nella paura per la propria vita o in lutto per i propri cari. Le azioni intraprese dai governi per evitare che i nostri sistemi sanitari vengano travolti sono coraggiose e necessarie. Devono essere sostenuti.

Ma queste azioni comportano anche un costo economico enorme e inevitabile. Mentre molti affrontano il pericolo di perdere la vita, molti altri affrontano la perdita del sostentamento. Giorno dopo giorno, le notizie economiche stanno peggiorando. Nell'intera economia le imprese affrontano perdite. Molte si stanno già ridimensionando e stanno licenziando i lavoratori. Una profonda recessione è inevitabile.

20/03/20

L'élite tedesca chiede la fine delle politiche espansive della BCE e il MES per l'Italia

Mentre qualche residuo europeista nostalgico si ostina a pensare che l'UE possa essere la soluzione alla crisi del Coronavirus, e non un problema nell'affrontarla, le élite tedesche chiariscono a tutti che il loro obiettivo è riportare le politiche BCE in linea con i loro interessi - ossia tassi di interesse più alti e fine delle politiche monetarie espansive. Ovviamente sanno che questo manderebbe a gambe all'aria i paesi periferici, ma la soluzione è a portata di mano: intervento del MES e imposizione di pesanti pacchetti di austerità per tutti gli stati in difficoltà finanziaria. Anche nell'emergenza, si conferma che non esiste l'interesse europeo, esistono bensì interessi particolari che vengono regolati in base alla legge della giungla.


 

 

Dal Frankfurter Allgemeine Sonntagzeitung, 15 marzo 2020

 

Traduzione di Musso (@Musso___)

 

 

Il nostro obiettivo

 

La crisi del Coronavirus è attualmente sotto controllo.

 

Si tratta qui principalmente di una crisi dell'offerta, che difficilmente può essere affrontata con una politica della domanda.

 

La Banca centrale europea (BCE) non è pertanto chiamata in causa.

 

Le sue risoluzioni del 12 marzo hanno mostrato che, a differenza di altre banche centrali, come la Fed degli Stati Uniti, non aveva più spazio per ulteriori riduzioni dei tassi di interesse.

 

Come giustamente affermato dalla presidente Lagarde, non spetta all'Eurosistema ridurre i differenziali dei tassi di interesse.

 

Un ulteriore calo del tasso di interesse negativo per i depositi, aumenterebbe ulteriormente la liquidità degli enti creditizi e indebolirebbe la resilienza del sistema bancario in caso di insolvenze dei prestiti indotte dalla crisi.

 

La strategia di politica monetaria della BCE dovrebbe essere a lungo termine e creare una "prospettiva di fiducia", tanto per il superamento della crisi, quanto per il tempo successivo.

 

In questo contesto, riteniamo che sia necessario, dopo un affievolimento della crisi, avviare l'inversione di tendenza dei tassi.

 

Con ciò, non si tratta di un movimento radicale dei tassi di interesse, bensì di segnali per una graduale normalizzazione della politica monetaria.

 

Bisogna dare il via alla fine della sistematica ed esuberante inondazione monetaria del sistema monetario europeo.

 

Un primo passo - dopo un cambiamento nella ‘forward guidance’ - può essere quello di innalzare il tasso di deposito negativo per le banche verso lo zero percento.

 

Lo Scenario

 

Nel contesto della crisi finanziaria del 2008/2009, la BCE ha contribuito a stabilizzare la situazione con una politica, sino ad allora senza precedenti, di bassi tassi di interesse.

 

Dopo due importanti rialzi dei tassi nel 2011, la zona euro è tornata in recessione.

 

Allo stesso tempo, la crisi del debito sovrano della Grecia ha minacciato di diffondersi in altri paesi della zona euro.

 

La BCE ha reagito con ripetuti tagli ai tassi d'interesse, sino allo zero percento.

 

La fiducia nella sopravvivenza della zona euro è stata sostenuta dal discorso "whatever it takes", del presidente della BCE Mario Draghi, nel luglio 2012.

 

In tal modo, agli occhi di molti osservatori, venne implicitamente dichiarata una responsabilità comune ed illimitata, per le emissioni di titoli di stato emessi da parte degli Stati membri.

 

La BCE ha così stabilizzato i mercati finanziari, con successo.

 

La disoccupazione è diminuita in modo significativo.

 

A fronte di ciò, stanno i pericoli, legati al coinvolgimento in regimi di responsabilità, che sono stati approvati aggirando i parlamenti.

 

Nonostante la riuscita stabilizzazione dei mercati, la BCE ha mantenuto i suoi tassi di interesse estremamente bassi e, con il lancio di programmi di acquisto di titoli di inaudita grandezza, ha persino intrapreso una politica continua di denaro straordinariamente economico, come quella negli Stati Uniti all'inizio della crisi finanziaria e bancaria del 2008/2009.

 

Il motivo di fondo era, inizialmente il timore di una spirale deflazionistica e, in seguito, l'obiettivo di raggiungere un tasso di inflazione “inferiore ma vicino al 2%”, che la BCE ha deciso nel 2003 in un diverso contesto di politica monetaria.

 

Il Trattato di Maastricht impone stabilità dei prezzi.

 

Ciò non significa che è possibile trasformare un limite superiore per gli aumenti di prezzo in un obiettivo di prezzo.

 

Sebbene l'economia dell'area dell'euro sia sempre rimasta lontana dal limite di deflazione, l'effetto sul tasso di inflazione è stato davvero modesto.

 

Pure ciò, per la presidentessa della BCE Christine Lagarde, dovrebbe costituire un motivo, per l’annunciata “review” della strategia di politica monetaria della banca centrale.

 

BCE stessa ha, nel suo ultimo Rapporto sulla Stabilità Finanziaria, indicato i sempre più chiaramente negativi effetti collaterali della pluriennale politica del denaro a basso costo.

 

Certamente, lo stato tedesco, come tutti i debitori, fa parte di coloro che guadagnano dalla politica dei bassi tassi di interesse, però i perdenti sono i risparmiatori e i futuri pensionati.

 

La Germania è, nel suo insieme, creditore netto rispetto al resto del mondo, addirittura il secondo più grande, dopo il Giappone.

 

Quindi, i risparmiatori perdono più di quanto lo stato guadagna.

 

La signora Lagarde ha annunciato che avrebbe fatto, nel corso dell'anno, una “review” ed avrebbe, in questo processo, “ascoltato molto”, il che significa che, nella nuova messa a fuoco, sarebbero state incorporate pure opinioni diverse sulla politica monetaria della BCE.

 

Noi vogliamo partecipare a questa formazione dell’opinione e fornire informazioni sulla necessaria correzione del corso della politica monetaria.

 

I nostri argomenti

 

Nonostante anni di politiche a basso tasso di interesse, massicci acquisti di obbligazioni con conseguente liquidità eccessiva e un boom economico sino alla fine del 2017, l'obiettivo del due per cento non è stato finora durevolmente raggiunto.

 

Manifestamente, gli strumenti della BCE non hanno funzionato; tuttavia, essi continueranno a venire utilizzati.

 

Accanto al raggiungimento dell'obiettivo di inflazione, un intento della banca centrale era il sostegno dei bilanci pubblici nell'area dell'euro.

 

Soprattutto, i paesi sovra-indebitati, Italia e Grecia, dovrebbero essere protetti dalle difficoltà, attraverso tassi di interesse bassissimi, sebbene gli strumenti del MES-Meccanismo Europeo di Stabilità siano a tal fine disponibili dal 2012; a differenza dell'acquisto di titoli di stato da parte della BCE, gli aiuti finanziari del MES sono legati ad impegni di riforma.

 

La politica monetaria della BCE, quindi, ha ridotto l'incentivo ad una sana politica di bilancio ed a riforme strutturali favorevoli alla crescita.

 

Inoltre, i differenziali dei tassi di interesse tra paesi con più e meno elevato merito di credito, in linea generale sono non un segnale di una inadeguata trasmissione della politica monetaria, bensì un incentivo a osservare il Patto di Stabilità ed il Fiscal Compact, in tal modo rafforzando l'unione monetaria.

 

La BCE ha, con la sua politica di salvataggio, gestito la politica fiscale.

 

Ha raggiunto il limite del suo mandato, se non superato.

 

Per la politica fiscale, ci sono i parlamenti.

 

L’irrigidimento della politica della BCE vicino la linea dello zero per cento, più tardi l’abbassamento del tasso di deposito in territorio negativo, annulla il più importante strumento di intervento della banca centrale.

 

Con la gestione del tasso di riferimento, c'era, in tempi di una maggiormente fruttuosa politica della BCE, la possibilità di stimolare una maggiore crescita economica.

 

Se la banca centrale, però, per anni senza necessità mantiene la politica del tasso di interesse zero, questo strumento di controllo non è più utilizzabile.

 

L'ultimo taglio dei tassi di deposito durante il mandato di Mario Draghi e la ripresa degli acquisti di titoli non ha avuto alcun impatto visibile sui prestiti delle banche, sugli investimenti e sulla crescita economica.

 

La strozzatura più importante manifestamente è, non nella mancanza di capitale disponibile, bensì nella perdita della competitività di prezzo e tecnica della maggior parte d'Europa.

 

La BCE ha, dopo la necessaria gestione delle crisi nel 2012, deciso, con il massiccio acquisto di titoli di Stato e obbligazioni societarie, di adottare una politica che, agli occhi di molti osservatori, va ben oltre il suo mandato di garanzia della stabilità dei prezzi e, da tempo, ha condotto al finanziamento degli Stati.

 

Il Quatitative Easing (QE), da novembre [2019, ndt], è stato proseguito [ripreso, ndt] con acquisti di obbligazioni per un totale di 20 miliardi di euro al mese.

 

Sino alla fine dell'anno [2020. ndt], BCE, secondo la sua più recente decisione, metterà sino a 120 miliardi di Euro in acquisti di titoli.

 

Tuttavia, la precedente inondazione dei mercati dei capitali ha esacerbato gli effetti negativi delle politiche dei tassi di interesse nulli e negativi.

 

In caso di significativa debolezza economica nella zona euro e per stabilizzare possibili turbolenze sui mercati dei capitali, come oggi per conseguenza del corona virus, rimane ancora alla BCE solo un piccolo spazio di manovra, cosicché taluni osservatori già parlano di forme ancora più estreme di politica monetaria, come l'acquisto di azioni o addirittura di "helicopter money".

 

Particolarmente gravi sono le seguenti distorsioni:

 

(1) Attraverso la politica di tassi di interesse zero e negativo, il “piccolo risparmiatore” subisce perdite patrimoniali reali, come con l'inflazione, che le banche centrali dovrebbero prevenire.

 

L'atteggiamento positivo dei cittadini verso il risparmio, per decenni incoraggiato in Germania, sarà danneggiato.

 

Molti privati in Germania sfruttano la situazione dei bassi tassi di interesse per incrementare i consumi presenti.

 

Il rischio di povertà in età avanzata cresce.

 

(2) Le pensioni saranno permanentemente danneggiate.

 

La coalizione [di governo] è rimproverata di mettere, attraverso generosi “regali pensionistici”, in discussione la stabilità di lungo termine del sistema pensionistico.

 

Tuttavia, la lungamente prolungata politica dei tassi zero a lungo termine, sta danneggiando ancora di più le pensioni.

 

Non da ultimo, sono colpite pure le pensioni professionali: imprese devono compiere accantonamenti significativamente più elevati.

 

Ciò riduce le loro opportunità di investimento e le prospettive di profitto.

 

Mette pure in pericolo posti di lavoro.

 

I fondi pensione, gli enti previdenziali e altri investitori istituzionali, saranno in sempre maggiore quantità spinti verso investimenti più rischiosi, al fine di ottenere un rendimento adeguato del capitale gestito.

 

Ciò comporta il rischio di sensibili perdite di prezzo.

 

L'assicurazione vita con la garanzia di un tasso fisso, era in Germania lo strumento più efficace e stabile per la pensione privata.

 

La politica della BCE la ha duramente colpita.

 

La generazione di profitti [del business] degli interessi garantiti, pone enormi sfide per le compagnie assicurative.

 

(3) Allo stesso tempo, i prezzi dei valori reali, come azioni o immobili, continuano ad essere stimolati [al rialzo].

 

Ciò reca, oltre al rischio di correzioni dolorose, già ad indesiderabili effetti distributivi: i cittadini ricchi che possiedono azioni e proprietà immobiliari in misura superiore alla media, aumentano considerevolmente la propria ricchezza.

 

Gran parte delle fasce di reddito inferiori e medie, che per lo più non hanno risparmi od effettuano investimenti fruttiferi sui conti correnti, non beneficiano di questo effetto.

 

A loro, l’accesso a beni reali è reso considerevolmente più difficile.

 

In particolare, la proprietà della casa è, in molte grandi città, a malapena accessibile.

 

Il risultato è una distribuzione della ricchezza, che minaccia la pace sociale e la stabilità politica.

 

(4) Un gran numero di istituzioni sociali e culturali, in Germania, è supportato da fondazioni.

 

Possono fare il loro lavoro unicamente se riescono a collocare il loro capitale con successo sul mercato dei capitali.

 

Dal momento che, per motivi di cautela, è vietato investire la maggior parte del capitale della fondazione in azioni, oggigiorno molte fondazioni non dispongono del denaro per la gestione corrente.

 

La politica dei tassi di interesse della BCE danneggia pure il volontariato e la vita culturale in Germania.

 

(5) L'attività di deposito e credito è una parte essenziale del modello di business delle banche tedesche.

 

Soprattutto, la generazione di margini sui prestiti è fortemente limitata dalla politica dei tassi di interesse zero e dai tassi di interesse negativi sui depositi presso la banca centrale.

 

La conseguentemente limitata redditività, pesa sulle opportunità di [concedere nuovo] credito.

 

Attraverso la politica della Bce, la capacità d’azione delle banche tedesche ed il loro successo nella concorrenza internazionale verranno chiaramente compromesse.

 

Certamente, molte banche ancora ricavano da prestiti a lungo termine esistenti.

 

I risultanti utili di bilancio, sono effetti una tantum.

 

In tempi di nuovo ordine geopolitico e delle da esso risultanti crescenti incertezze, un sistema bancario europeo funzionale e competitivo costituisce un presupposto importante, per sostenere le imprese e le economie della zona euro nel gioco di forza dei "Grandi".

 

(6) La politica del tasso di interesse zero della BCE, fa sì che il denaro sia investito, non solo in progetti sempre più rischiosi, ma anche in progetti ed imprese non redditizi (“Zombie-Companies”).

 

Troppo denaro conduce ad una allocazione del capitale macroeconomicamente drasticamente inadeguata e, quindi, a perdite di produttività, così come ad un indebolimento della Germania come sede attraente per le imprese.

 

Se i tassi di interesse dovessero una buona volta aumentare, esiste un aumentato rischio di fallimenti aziendali e, attraverso ciò, di conseguenti perdite su obbligazioni e prestiti, nonché perdite di posti di lavoro.

 

Per la stabilità economica della Germania nel futuro, sono urgentemente necessarie riforme strutturali ed innovazioni.

 

Tuttavia, l’inondazione di liquidità della BCE alimenta una apparenza di redditività e fa apparire redditizi investimenti che non possono sostenersi in un ambiente concorrenziale.

 

La nostra conclusione

 

I molteplici effetti collaterali, non giustificano più il proseguimento della politica monetaria ultra-espansiva della BCE.

 

Più a lungo la strategia esistente verrà mantenuta, più difficili saranno le complicazioni, quando in futuro verrà adottata una politica più restrittiva.

 

Noi insistiamo quindi un sollecito segnale di inversione di tendenza nei tassi di interesse, quanto meno la rinuncia ad ulteriori misure espansive di politica monetaria (tassi di interesse ancor più bassi, oppure ulteriori acquisti di titoli) giustificati dalla crisi del coronavirus.

 

In ogni caso, la BCE non potrebbe fare quasi nulla per questa crisi.

 

Dopo il superamento di questa crisi, dovrebbe essere avviata l'inversione di tendenza dei tassi di interesse.

 

Questo può essere fatto solo se ben preparato ed accompagnato da una comunicazione intelligente, ma non dovrebbe farsi aspettare un altro anno intero.

 

 

Edmund Stoiber [CSU] è stato primo ministro bavarese fino al 2007, Peer Steinbrück [SPD] è stato ministro delle finanze fino al 2009 e Wolfgang Clement [SPD] è stato ministro dell'economia della Repubblica federale fino al 2005.

 

Gunther Oettinger [CDU] è stato commissario europeo per la Camera fino al 2019.

 

Hans-Werner Sinn è stato presidente dell'Istituto Ifo fino al 2016.

 

Franz-Christoph Zeitler [CSU] è stato vicepresidente della Bundesbank fino al 2011.

 

Kurt Faltlhauser [CSU] è stato ministro delle finanze bavarese fino al 2007.

 

Marcus Vitt è portavoce del consiglio di amministrazione della banca Donner & Reuschel.

 

17/03/20

BCE : Christine Lagaffe, l’anti Draghi

Persino gli stessi francesi scaricano il nuovo presidente della BCE, Christine Lagarde, dopo le sue imprudenti dichiarazioni che hanno messo in difficoltà l’Italia. Mentre Mario Draghi si è dimostrato un formidabile diplomatico, in grado di non farsi condizionare dai falchi tedeschi e così di salvare la moneta unica durante il suo mandato, la Lagarde sembra sottomessa al suo consiglio direttivo (filo-tedesco) e priva della sensibilità necessaria ad inviare i messaggi corretti al mercato, il che rappresenta oggi uno dei compiti più importanti e difficili di chi è nella sua posizione.

 

 

Di Les Arvernes, 14 marzo 2020

 

 

La Banca centrale europea, in occasione del Consiglio direttivo del 12 marzo, ha annunciato un piano massiccio per sostenere l'economia dell’eurozona. In particolare le banche, attraverso un'apertura illimitata di fatto da parte della BCE delle sue "operazioni mirate di rifinanziamento a lungo termine" (TLTRO), saranno remunerate di 75 punti base dalla banca centrale per tutti i loro prestiti all'economia. Attraverso le varie sospensioni delle norme prudenziali annunciate simultaneamente dall'unico supervisore della BCE (SSM), quasi 800 miliardi di euro di capitale saranno erogati nei bilanci bancari, anche al fine di facilitare i prestiti alle imprese e ai privati. Infine, è stato aperto un fondo di 120 miliardi di euro, al fine di continuare a monetizzare i debiti pubblici, e anche per poter acquisire qualsiasi titolo pubblico o privato che la BCE ritenga opportuno acquisire per sostenere la liquidità sui mercati.

 

Questa iniezione di liquidità è certamente la più grande da parte della BCE dal 2009. Nonostante ciò, la conferenza stampa di Christine Lagarde ha innescato una crisi all'interno della crisi. In seguito ai commenti del Presidente, un grave panico si è diffuso sui titoli italiani, sia sul debito pubblico che sul mercato azionario. A tal punto che il Presidente estremamente europeista della Repubblica Italiana Sergio Matterella (che aveva abusato del suo potere costituzionale per bloccare le ambizioni di politica economica della coalizione "GialloVerde"   tra Cinque Stelle e Lega) ha rilasciato una dichiarazione contro Christine Lagarde, in cui ha deplorato gli attacchi all'Italia in un momento in cui il paese è in ginocchio, mentre combatte da solo contro l'epidemia di Covid-19.

 

Con qualche parola pronunciata per caso, e per prendere le distanze dal suo predecessore, Christine Lagarde ha infatti frantumato e ripudiato la costruzione del "Whatever It Takes" di Mario Draghi, un baluardo contro l'implosione della zona euro. Nel 2012 Mario Draghi, con queste tre parole, aveva chiarito ai mercati che la BCE era pronta a fare qualsiasi cosa, a qualsiasi creazione monetaria massiccia, per evitare il default di uno Stato membro dell'euro, in questo caso l'Italia. Sulla base delle "Outright Monetary Transactions", che non hanno alcun fondamento nel mandato della BCE e non esistono nella realtà, le tre parole del mago Draghi avevano chiarito ai mercati che avrebbero inevitabilmente perso a causa della risoluzione della Banca Centrale. Il 12 marzo la Lagarde ha fatto esattamente l'opposto di Draghi, spiegando che non rientrava nel mandato della BCE ridurre le differenze di tassi tra gli Stati membri, i cosiddetti "spread". Draghi il mago, Lagarde la demolitrice.

 

Christine Lagarde ha così dimostrato di aver raggiunto il suo "Principio di Peter" nel lasciare il FMI per la BCE. Quel FMI, che lei ha anche notevolmente contribuito a trasformare in una "banca globale bis", più interessata alla parità di genere e all'economia verde che alla stabilità finanziaria, argomenti che ora porta alla BCE. Ha anche dimostrato che, a differenza di Draghi, è ostaggio del suo Consiglio direttivo e in particolare dei falchi recessivi franco-tedeschi Weidmann e Villeroy (il più tedesco dei due non è quello che si direbbe), il che lascia presagire il peggio in materia di revisone del mandato della BCE.

 

Christine Lagarde ha dimostrato di essere solo quello che sembra, cioè una personalità "popolare" che trascorre il suo tempo nella mondanità che trasmette sui suoi social network - invece di concentrarsi sulla politica monetaria e l’economia - e che manca di profondità, di "gravitas", di comprensione delle implicazioni delle sue parole. Christine Lagarde è un Duisenberg bis, ma un Duisenberg di tempi di crisi, le cui gaffe e discorsi mal controllati aggravano le crisi finanziarie invece di calmarle.

 

La sua nomina è l'ennesimo errore da aggiungere agli sbagli del nostro Presidente, Emmanuel Macron. La Presidenza della BCE è stata infatti la più importante delle sedie musicali tra i posti nelle istituzioni europee per il 2019. Ma la scelta di Christine Lagarde dimostra ancora una volta la mancanza di giudizio del presidente, che ha avuto l'opportunità di sostenere molti candidati di qualità, compresi alcuni francesi (no, l'attuale governatore della Banca di Francia non è uno di loro). Ancora una volta, la moneta cattiva ha scacciato quella buona.

 

Les Arvernes sono un gruppo di alti funzionari, professori, saggisti e imprenditori che si sentono ora chiamati a intervenire regolarmente nel dibattito pubblico.

 

Composto da personalità che preferiscono rimanere anonime, questo gruppo vuole essere l'equivalente di destra dei Gracques che furono lanciati durante la campagna presidenziale del 2007, firmando un appello per un'alleanza PS-UDF. Les Arvernes, d'altra parte, vogliono agire contro la negazione della realtà in cui troppo spesso le élite francesi si rinchiudono.

 

 

02/03/20

Ashoka Mody - Italia: la crisi che potrebbe diventare virale

In un'economia globale che già prima che il coronavirus colpisse si trovava in una situazione di debolezza a causa del raffreddamento dell'economia cinese e di conseguenza del rallentamento del commercio mondiale, secondo l'economista Ashoka Mody l'Italia rappresenta il principale anello debole in grado di innescare una crisi finanziaria di enormi proporzioni. È evidente che il nostro paese, in mano a una classe politica di bassa statura e già da due decenni in recessione strisciante, non ha alcuno spazio fiscale o finanziario per affrontarne una nuova. D'altra parte l'Unione europea, coi suoi farraginosi meccanismi di salvataggio, non sembra in grado di dare risposte diverse da quelle insoddisfacenti che abbiamo visto finora. Gli italiani accetteranno la cura greca? Il tempo stringe per noi, ma anche per il sistema globale con cui siamo interconnessi...  

 

 

di Ashoka Mody, 28 febbraio 2020

 

Il coronavirus minaccia di trasformare la crisi economica e finanziaria italiana in una crisi globale.

 

Il coronavirus sta precipitando l'Italia in una crisi economica e finanziaria che ha il potenziale di innescare un caos finanziario mondiale.Il principale anello debole della catena economica globale è l'Italia, che nel 2019 era già sotto forte tensione e ora sta minacciosamente cedendo dinanzi ad altri cruciali problemi globali: Cina, Giappone, Corea del Sud e Germania.

 

Anche se nei prossimi mesi il coronavirus (ufficialmente Covid-19) sarà contenuto, è già alle porte una crisi finanziaria che si irradierà dall' epicentro italiano. Eppure i leader europei sembrano procedere come se fosse tutto normale. Christine Lagarde, presidente della Banca centrale europea (BCE), afferma che il coronavirus non è ancora tale da causare "uno shock di lunga durata". Il suo staff e quello di Paolo Gentiloni, commissario europeo all’economia, stanno ancora valutando la gravità del problema, indulgendo in una pericolosa noncuranza. La BCE e i governi europei non riescono ad affrontare il pericolo rappresentato da una crisi finanziaria italiana. E non c’è più tempo per prepararsi allo sforzo globale che sarà necessario per contenerne le conseguenze.

 

Il punto di rottura dell’economia e della finanza italiana

 

Nei due decenni da quando l'Italia ha adottato l'euro, gli italiani sono diventati più poveri. L'economia del paese permane in una recessione economica quasi perpetua.

 

Il sistema politico disfunzionale italiano dà la sensazione di un temporary fast-pizza. Per quasi mezzo secolo, i governi italiani hanno mancato di investire nel futuro del Paese. Tutti comprendevano che l'Italia avrebbe avuto difficoltà a sopravvivere senza la stampella della sua lira flessibile, che di tanto in tanto si deprezzava. Ma l'arroganza dei leader europei ha portato l'Italia nella morsa della zona euro, dove l'euro è troppo forte per l'economia italiana, e l'interesse reale - il tasso di interesse corretto per l'inflazione - è troppo alto per un'economia che non cresce.

 

Il coronavirus ha colpito l'Italia in modo crudele, non solo in termini di vite umane in pericolo, ma perché minaccia di paralizzare le regioni della Lombardia e del Veneto, poli produttivi che negli ultimi due decenni hanno evitato all'economia italiana un destino economico ancora più cupo.

 

Le vulnerabilità finanziarie dell'Italia sono enormi. Il peso del debito pubblico italiano, pari a circa 2.400 miliardi di euro, è maggiore di quello tedesco, che ammonta a 2.000 miliardi di euro. Il rapporto debito / PIL del governo italiano è aumentato inesorabilmente. Il sistema bancario italiano è seduto su un gigantesco cumulo di attività finanziarie, pari a circa cinquemila miliardi di euro. Mentre le molte banche italiane in crisi hanno venduto (spesso per pochi centesimi) gran parte dei prestiti in sofferenza che i loro mutuatari non stavano rimborsando, la redditività delle banche risulta anemica a causa dei tassi di interesse estremamente bassi e poiché i mutuatari sono ancora in difficoltà, in un ambiente a crescita zero. Il rapporto tra valore di mercato e valore contabile del patrimonio netto anche delle banche più forti d'Italia - Intesa Sanpaolo e UniCredit - rimane ben al di sotto di uno, il che implica che i mercati ritengono che alla fine gran parte delle attività detenute da queste banche saranno cancellate.

 

Le cose peggioreranno

 

Il coronavirus ha colpito l'economia globale in un momento in cui era già debole. E la malattia attacca i deboli ancora più ferocemente.

 

L'Italia e le altre economie europee - dipendenti in maniera decisiva dal commercio globale - sono state sottoposte a un crescente stress economico sin dall'inizio del 2018, quando il commercio mondiale ha iniziato a rallentare (vedi il grafico sotto). Il rallentamento del commercio mondiale, a sua volta, è stato la conseguenza della decisione del governo cinese di smettere di pompare il suo sistema finanziario interno per paura che la bolla immobiliare e la vulnerabilità finanziaria potessero sfuggirle pericolosamente di mano. Come l'economia cinese - con la sua enorme presenza nel sistema del commercio globale - si è raffreddata, il commercio mondiale ha iniziato a rallentare. Nel 2019 la guerra dei dazi tra Cina e Stati Uniti ha ulteriormente rallentato la crescita del commercio mondiale, spingendo le economie europee in condizioni quasi recessive. Pertanto, la situazione economica globale, e in particolare quella europea, era già precaria ben prima che il coronavirus colpisse.


 



 

Il coronavirus ha ribaltato in tutta evidenza il ruolo dominante della Cina nel commercio mondiale. La Cina è il nodo chiave nella catena del valore aggiunto globale. Le fabbriche cinesi producono le componenti dell'industria meccanica ed elettrica, nonché gli ingredienti dell'industria farmaceutica, necessari per mantenere attive le fabbriche del mondo. Con l’arresto dell’attività di diverse fabbriche cinesi, i produttori di tutto il mondo - specialmente in altri importanti centri di produzione che si affidano alla Cina – sono a rischio di fermarsi. Già le fabbriche automobilistiche in Corea del Sud, nell’impossibilità di procurarsi le componenti prodotte dalla Cina, sono in sofferenza. Del resto, la diffusione del coronavirus nella Corea del Sud interromperà la produzione delle sue fabbriche di semiconduttori e altre componenti elettroniche, interrompendo le forniture ai produttori che assemblano prodotti di consumo e industriali.

 

In Europa, la Germania, tradizionale ancora della salute economica europea e arbitro della contrattazione politica in Europa, è ad alto rischio. Nel 2019, l'economia tedesca ha ripetutamente sofferto del rallentamento del commercio mondiale e dell'accelerata contrazione della sua industria automobilistica, poiché i consumatori si sono allontanati dalle vantate auto a combustione interna tedesche, rendendo tecnologicamente obsoleto gran parte di un ecosistema industriale incentrato sulla produzione automobilistica. Ora che, nella prima metà del 2020, l'economia cinese si contrae, i produttori tedeschi di automobili e macchinari perderanno il loro mercato più ricco degli ultimi anni. E con il contrarsi dell'economia tedesca, molti produttori italiani sostenuti dalle vendite in Germania ne soffriranno.

 

Mentre Cina, Giappone, Corea del Sud e Germania sono in grado di gestire una contrazione economica di sei mesi, l'Italia no. Se scivola dal suo attuale torpore, economico e politico, verso una profonda contrazione economica, l'Italia non ha alcuno spazio fiscale né finanziario. Il rapporto debito pubblico / PIL aumenterà rapidamente, spingendo verso l’alto i tassi di interesse e rendendo l’onere del debito ancora più pesante. Il caotico sistema bancario dovrà affrontare perdite che non può sopportare e che il governo non può sostenere. I fallimenti del settore pubblico e privato in Italia provocheranno il default dei creditori, innescando una voragine globale di insolvenze.

 

Un'Europa litigiosa

 

Nel 2010 i membri della zona euro sono riusciti a far fronte alla crisi finanziaria. Ma i paesi in crisi - Grecia, Irlanda e Portogallo - erano piccoli. A quel tempo, anche il debito del governo spagnolo era solo un terzo del debito del governo italiano. E la Germania, l’alfiere salvatore, era al culmine della sua forza economica e politica. La cancelliera tedesca Angela Merkel, sebbene di una lentezza esasperante nella risposta, è riuscita comunque a mantenere a galla la nave della zona euro.

 

Oggi gli europei stanno combattendo al centesimo sul prossimo bilancio UE. Sulle questioni critiche della migrazione e sulle risposte strategiche a Cina, Russia e Stati Uniti, le divisioni sono palpabili.

 

La Germania, un tempo leader europeo, è in condizioni precarie. Mentre la sua economia lotta in mezzo a grandi difficoltà, c'è anche un grande punto interrogativo che incombe sul futuro della gigantesca Deutsche Bank, sommersa dagli scandali, con la vigilanza statunitense e britannica che la monitorano costantemente per frode e riciclaggio di denaro. I mercati ora valutano le attività di Deutsche Bank a un terzo del valore registrato nei libri contabili della banca.

 

Tutto ciò è esacerbato dalla politica aspramente frammentata della Germania. Come leadership finanziaria, la Germania era considerata l'unica scelta possibile. Ora, con una Merkel cancelliera zoppicante in una nazione politicamente a pezzi, non c'è nessuno che possa assumere il ruolo che i cancellieri tedeschi hanno svolto in passato, imponendosi di autorità. E nessun altro ha la statura politica o finanziaria per ricoprire questo ruolo, men che meno il divisivo e instabile presidente francese, Emmanuel Macron.

 

In una crisi economica e finanziaria italiana, i farraginosi meccanismi di salvataggio finanziario dell'UE saranno testati senza pietà. Qualsiasi operazione di salvataggio richiederà, come primo passo, un programma che metta al governo italiano uno stretto e umiliante guinzaglio fiscale. I leader dell'UE hanno bullizzato la Grecia, l'Irlanda e il Portogallo perché accettassero una tale subordinazione politica. Gli italiani si piegheranno allo stesso trattamento e accetteranno le stesse condizioni?

 

Se la politica italiana non sarà in grado di approntare al suo interno una difesa credibile, la BCE, andando contro le norme concordate, sarà comunque tentata di usare il suo potere di emissione di moneta per sostenere il governo italiano e il sistema finanziario del paese? Oppure, come è più probabile, la BCE rimarrà paralizzata? Infatti, con una una crisi che si avvita a spirale e un crescente panico nei mercati, i tedeschi e gli altri Stati membri "settentrionali" dell'Eurozona manterranno il controllo del consiglio direttivo della BCE. Si preoccuperebbero che, se la BCE finanziasse l’Italia e gli italiani non rimborsassero la BCE, i contribuenti degli stati del Nord si potrebbero trovare gravati da un onere di dimensioni tali che persino i loro governi, apparentemente forti, sarebbero sottoposti a un grande stress fiscale e a un downgrade del loro rating.

 

Tempo per un'azione globale

 

Sia chiaro, siamo giunti a un momento cruciale della storia economica globale. Tutte le operazioni di salvataggio sin dalla crisi finanziaria globale ed europea hanno esaurito la potenza di fuoco delle banche centrali. Dappertutto, la ripresa economica si è rivelata molto più debole rispetto alle crisi precedenti. Gli osservatori hanno riconosciuto a malincuore che le prospettive di crescita a lungo termine nei paesi avanzati e in gran parte dei paesi in via di sviluppo sono nettamente diminuite. L'epicentro italiano si trova in una condizione economica e finanziaria molto più fragile che in qualsiasi altra fase dal dopoguerra.

 

Oggi, solo il sistema della Federal Reserve statunitense può iniettare un modesto stimolo monetario. I governi farebbero bene a coordinare uno stimolo fiscale globale attraverso un aumento della spesa e tagli fiscali per sostenere l'economia internazionale. Ma uno stimolo della Fed e misure fiscali nazionali da sole non saranno sufficienti.

 

Ben prima che inizi lo stimolo monetario o fiscale, ci sarà un momento di resa dei conti. Questa sarà la scelta. Gli stati membri del Nord UE potrebbero concordare di pagare per l'Italia, con la consapevolezza che dovranno tenere i loro libretti degli assegni aperti per molto tempo, infliggendo danni significativi, anche duraturi, ai propri conti pubblici. Oppure potrebbero indietreggiare, sperando che il problema scompaia. In tal caso, il sistema finanziario italiano potrebbe crollare in caduta libera, causando dei default a cascata nei circuiti finanziari di tutto il mondo. La crisi andrà quasi certamente oltre la possibilità di gestione dei membri dell'Eurozona.

 

Certo, il peggio potrebbe non arrivare mai. Ma in questo momento delicato, è essenziale essere preparati a livello globale a una risposta finanziaria su vasta scala. Non farlo sarebbe irresponsabile.

 

 

Ashoka Mody insegna alla Princeton University ed è autore di Euro. Una tragedia in nove atti, di prossima pubblicazione in Italia.  

 

29/02/20

Coronavirus - Le disuguaglianze del sistema sanitario americano mettono a rischio la possibilità di contrastarlo

Con l'arrivo dell'emergenza legata al Coronavirus, in Usa vengono al pettine i nodi di un sistema sanitario e di un mondo del lavoro finalizzati all'unico scopo di massimizzare il guadagno degli imprenditori, trascurando massicciamente i diritti anche minimi dei lavoratori. Ora che siamo di fronte a un problema di sanità collettiva, questo sistema mostruoso, che ritiene normale stritolare le vite dei lavoratori più deboli, chiede il conto. Sarà ben difficile che i lavoratori possano seguire i consigli delle autorità sanitarie per contenere l'epidemia, quando non possono stare a casa perché non hanno la malattia pagata e non possono andare dal medico se non pagando di tasca loro. In un paese dove il singolo può trovarsi a spendere più di 3.000 euro per il test che permette di distinguere il Coronavirus da un'influenza, saranno insieme tutto il sistema e le fasce più deboli a pagare. È il capitalismo, bellezza. Dal Guardian.

 

 

 

Di Amanda Holpuch, 28 febbraio 2020

 

Le precauzioni consigliate possono essere poco praticabili per i molti che non hanno un'adeguata assicurazione sanitaria, un congedo per malattia retribuito o l'opzione di lavorare da casa

 

 

L'agenzia sanitaria americana incaricata di contrastare il Coronavirus ha comunicato agli americani che per frenare l'inevitabile diffusione di questa malattia che coinvolge il sistema respiratorio bastano alcuni semplici passi: lavarsi spesso le mani, stare a casa dal lavoro quando non ci si sente bene e contattare un medico se si hanno i sintomi della malattia.

 

Ma visto come funziona il sistema sanitario americano, le cose non sono mai semplici come sembrano.

 

Dal costo dell'assistenza sanitaria alla mancanza di giorni di malattia retribuiti garantiti per legge negli Stati Uniti, gli esperti affermano che per contenere il Coronavirus serve un cambiamento di sistema, ben oltre il far sì che più persone si lavino le mani.

 

"Per i molti americani che hanno un'assicurazione sulla salute e hanno un buon lavoro, con un datore di lavoro ragionevole - e io non sono un esperto del mercato del lavoro - queste raccomandazioni sono plausibili", ha commentato David Blumenthal, presidente del think tank sulla salute globale del Commonwealth Fund.

 

"Ma non è detto che siano praticabili da chi non ha un'assicurazione sanitaria o ha un'assicurazione sanitaria scadente - e questo riguarda circa un quinto della popolazione americana".

 

La direttrice del Centro di Immunologia dell' US Centers for Disease Control and Prevention (CDC), Nancy Messonnier, ha dichiarato martedì che contenere il Coronavirus è una priorità, perché non esiste un vaccino né un medicinale per prevenirlo né curarlo.

 

A questo scopo, ha sostenuto, le aziende dovrebbero prendere in considerazione l'idea di sostituire i contatti diretti tra persone con il telelavoro. Ha raccomandato anche alle autorità scolastiche di studiare sistemi per limitare i contatti, ricorrendo alla didattica via Internet o persino alla chiusura delle scuole. Il consiglio per le persone che hanno sintomi respiratori è quello di rivolgersi al più presto a un medico.

 

Ma gli americani, in particolare quelli con piani di assicurazione sanitaria a basso prezzo o che ne sono del tutto privi, notoriamente tendono a evitare le cure mediche a causa del loro costo.

 

Ci sono più americani che hanno paura dei costi dell'assistenza sanitaria in caso di malattia grave (40%) di quelli che hanno paura di una malattia grave (33%), secondo un sondaggio del 2018 dell'Università di Chicago e del West Health Institute.

 

Lo studio ha anche evidenziato che in un anno, più di una volta, circa il 40% degli americani ha saltato un test o un trattamento medico e che il 44% non è andato dal medico neanche in caso di malattia o incidente.

 

"Chi ha malattie acute di qualsiasi tipo rimanda l'assistenza medica quando è privo dell'assicurazione sanitaria o se deve pagare franchigie elevate", ha osservato Blumenthal. "E non c'è motivo di aspettarsi che le persone con sintomi di malattie delle vie respiratorie superiori non si comportino allo stesso modo, nei casi in cui il Coronavirus provochi tosse e febbre non molto alta, ma non una malattia realmente debilitante."

 

Neanche nei paesi con assistenza sanitaria universale le persone vanno dal medico ogni volta che sono ammalate. Ma il deterrente non è mai la minaccia di dover affrontare ingenti spese mediche. "Questo è un problema quasi unicamente americano all'interno dei paesi sviluppati", ha affermato Blumenthal.

 

Un americano che di solito trascurava di andare dal medico, Osmel Martinez Azcue, ha deciso di sottoporsi al test quando ha sviluppato sintomi di tipo influenzale dopo essere tornato dalla Cina, a gennaio. Mentre normalmente sarebbe andato solo in farmacia a comprarsi qualche medicina, questa volta si è recato in ospedale, spinto dalla preoccupazione per la sua comunità.

 

Come ha dichiarato al Miami Herald, Azcue ha una copertura assicurativa limitata, quindi ha cercato di ridurre al minimo i test, temendo il costo della tomografia computerizzata raccomandata dai medici. Dopo aver eseguito test minori e meno costosi, i medici gli hanno detto che non aveva il Coronavirus, ma l'influenza. Il tutto per un costo di 3.270 dollari. L'ospedale, contattato dal Miami Herald, ha precisato che sono rimasti a carico del paziente 1.400 euro. "Come possono aspettarsi che i normali cittadini contribuiscano ad eliminare il potenziale rischio di diffusione da persona a persona, se gli ospedali sono pronti a farci pagare 3.270 euro per un semplice esame del sangue e un tampone nasale?" Ha commentato Azcue.

 


Stare a casa quando il congedo per malattia non è garantito


Per contenere il Coronavirus, il CDC ha sottolineato quanto sia importante evitare gli assembramenti, lavorare da casa e persino ricorrere all'auto-quarantena.

 

Nell'unico paese ricco del mondo che non obbliga i datori di lavoro a concedere ai lavoratori giornate di malattia retribuite, è difficile seguire questa indicazione.

 

Secondo un articolo dell'Institute for Women's Policy Research, almeno tre lavoratori su dieci non si sono presi una pausa dal lavoro benché malati di influenza suina H1N1 nel 2009. Secondo lo studio, questo ha provocato sette milioni di infezioni in più e potrebbe avere contibuito all'estensione dell'epidemia.

 

"Ci sono molte infrastrutture da approntare prima che le raccomandazioni del CDC possano essere prese sul serio", afferma Carol Joyner, direttrice del Labor Project for Working Families, un'organizzazione senza fini di lucro che si batte per ottenere migliori politiche familiari sul posto di lavoro.

 

Per le persone che svolgono lavori a contatto con il pubblico e con salari bassi, restare a casa dal lavoro raramente è un'opzione praticabile.

 

Il salario medio dei lavoratori privi di congedo per malattia retribuito è di 10 dollari all'ora, secondo un rapporto del Center for American Progress del 2012. Il rapporto afferma che mentre il 38% dei lavoratori del settore privato non ha nemmeno un giorno di malattia retribuito, la percentuale è ancora più bassa per i lavoratori a tempo parziale, con il 73% privo di questa possibilità.

 

È probabile che questi lavoratori includano persone che lavorano a contatto con il pubblico, come distributori di cibo e autisti di autobus, o persone che lavorano con popolazioni vulnerabili, come il personale delle residenze assistite e chi lavora nella cura dei bambini. Anche questi sono lavoratori per cui il telelavoro, che secondo l'avvertimento del CDC potrebbe essere necessario al diffondersi dell'epidemia di Coronavirus, non è un'opzione.

 

"Sarà la fascia di popolazione a salario più basso, spesso persone di colore e spesso donne, che sarà la più colpita dal Coronavirus", ha concluso Joyner.

Questi sono anche i gruppi che, come gli studi dimostrano regolarmente, hanno il peggior accesso a una assicurazione sanitaria a prezzi accessibili e al congedo retribuito per malattia e motivi familiari.

 

Uno studio del CDC del 2014 ha rilevato che uno su cinque tra gli addetti alla ristorazione ha affermato di aver lavorato almeno una volta nell'anno precedente mentre soffriva di sintomi come vomito o diarrea. Questi lavoratori hanno citato come fattori significativi nella loro scelta di andare comunque a lavorare la paura di perdere il lavoro e il non voler lasciare i loro colleghi a corto di personale.

 

Karen Scott, dottorando in management presso il Massachusetts Institute of Technology, ha avvertito in un articolo per la rivista Conversation che quando i dipendenti malati si recano al lavoro "una crisi sanitaria gestibile può sfuggire al controllo".

 

Scott ha consigliato ai consumatori di chiedere nei propri ristoranti preferiti se i lavoratori hanno giorni di malattia retribuiti, in modo da influire sulla cultura aziendale.

 

C'è anche una proposta di legge in atto, per creare un'assicurazione nazionale per i congedi familiari e per la malattia pagata, chiamata Family Act e Healthy Families Act, per stabilire un diritto-base a sette giorni di malattia retribuiti ogni anno.

 

Detto questo, la situazione non è molto migliore per i lavoratori che hanno la malattia pagata. La cultura del posto di lavoro negli Stati Uniti non è a favore di prendersi i giorni di malattia, neanche quando sono necessari. Uno studio dell'ottobre 2019 della società di personale Accountemps ha rilevato che il 90% dei professionisti è andato a lavoro con sintomi di raffreddore o influenza .

 

I lavoratori del settore privato che hanno il diritto a giorni di malattia ricevono in media sette giorni di congedo per malattia retribuiti all'anno, indipendentemente dal tempo trascorso nella stessa società (uno, cinque o dieci anni), secondo l'Ufficio delle statistiche del lavoro degli Stati Uniti. Dopo 20 anni di servizio, la media aumenta fino a otto giorni di malattia retribuiti.

 

Si tratta di metà del tempo consigliato per l'eventuale auto-quarantena .

 

Anche la raccomandazione più elementare: lavarsi le mani più frequentemente con acqua e sapone, è stata sfidata dalla scrittrice Talia Jane su Twitter.

 

"'Lavati le mani' è un ottimo consiglio per le persone che non interagiscono con centinaia di persone al giorno", ha detto . “Non posso lasciare il posto per lavarmi le mani dopo ogni cliente di cui ho toccato denaro e cibo mentre gli mettevo la spesa nei sacchetti. Inoltre non possiamo indossare guanti né maschere."

22/02/20

Varoufakis - Euroleaks: perché pubblicarle? E perché ora?

Sul suo sito Yanis Varoufakis, ministro delle Finanze greco ai tempi  della troika, spiega come e perché decise di registrare le riunioni  dell'Eurogruppo, organo "informale" non previsto nei trattati e di cui non esistevano verbali, ma in cui i paesi creditori decidevano a porte chiuse le sorti del suo paese, ben sapendo i danni che ne sarebbero derivati per il popolo. Spiega anche perché ora ha deciso di pubblicarle, non appena le trascrizioni saranno completate.  Sulle registrazioni è basato anche il libro di memorie di Varoufakis  "Adulti nella stanza", da cui il regista greco Costas-Gavras  ha tratto un film che è stato presentato al Festival del cinema di Venezia, ma non ci risulta  poi essere stato distribuito nelle sale cinematografiche italiane.  I burocrati europei hanno tentato invano di evitare che il film venisse girato, ma la vera natura del processo decisionale europeo, opaco e privo di regole e in quanto tale facile da piegare a qualsiasi convenienza politica, è già emersa in maniera chiara e ormai è anche oggetto di satira

 

 

di Yanis Varoufakis, 16 febbraio 2020

 

Durante la prima metà del 2015, come ministro delle Finanze della Grecia, ho partecipato a tredici incontri cruciali dell'Eurogruppo - prima che il governo SYRIZA (ignorando il risultato referendario del 5 luglio) capitolasse. Il risultato di quella capitolazione furono le mie immediate dimissioni e un programma di austerità permanente (fino al... 2060).

 

Fin dall'inizio, dal primo Eurogruppo, fu chiaro che i leader della troika che dominavano quegli incontri erano determinati a evitare qualsiasi serio dibattito sul "programma" della Grecia. Ero arrivato lì con l’idea di trovare un onorevole compromesso sulla base di opportune proposte tecniche il cui scopo era di aiutare il popolo greco a respirare di nuovo, minimizzando i costi per i nostri creditori (che dominavano l'Eurogruppo).

 

In netto contrasto, i leader della troika, e i ministri delle Finanze loro complici, si opposero con fermezza, rifiutandosi di discutere le mie proposte o di fare qualsiasi controproposta che potesse  avere un senso finanziario, politico o morale. Ripetutamente chiesero la resa del nostro governo a un programma neocoloniale di austerità che loro stessi, a porte chiuse, confessavano che sarebbe fallito!

 

Dopo i primi tre incontri all'Eurogruppo mi sono reso conto, con orrore, che non si teneva nessun verbale. Inoltre, l'assenza di qualsiasi traccia di ciò che veniva detto permetteva ai burocrati della troika di indulgere in un'orgia di fughe di notizie e insinuazioni che si diffondevano rapidamente in tutto il mondo.

 

È stata una grande Operazione di Capovolgimento della Verità: la troika stava diffondendo la notizia che sarei arrivato agli incontri impreparato, privo di preparazione tecnica, e che annoiavo a morte i miei colleghi con discorsi ideologici o teorici che non coglievano il punto.

 

È stata la mia prima, vera e dolorosa esposizione al vero significato del termine fake news.

 

Per riuscire a informare accuratamente il mio Primo ministro e il Parlamento su ciò che accadeva in quelle interminabili riunioni, e anche per difendermi dalle distorsioni e dalle vere e proprie menzogne ​​riguardanti i miei interventi (come anche dalle bugie su ciò che quelli della troika mi stavano dicendo), ho iniziato a registrare i lavori sul mio smartphone.

 

Non volendo mantenere il segreto su questo, ne parlai in un'intervista al New York Times - come mezzo per avvertire i propalatori di notizie false che avrei potuto dimostrare che stavano diffondendo bugie. La reazione della Commissione europea fu una falsa indignazione, ma, cosa interessante, smisero di far trapelare le notizie!

 

Successivamente, ho pubblicato il mio libro di memorie (Adulti nella stanza), che è basato, in larga misura, su quelle registrazioni, pensando che sarebbe stata la fine della storia.

 

Perché vi sto annoiando ora con questa storia di cinque anni fa?

 

Perché, per i motivi che esporrò di seguito, MeRA25-DiEM25 e io abbiamo deciso che ora è il momento giusto per rendere disponibili al pubblico queste registrazioni.

 

Perché ora?

 

Dopo aver pubblicato Adults in the room [Adulti nella stanza, NdT], non avevo l’intenzione di rendere pubbliche le registrazioni inedite anche se, ancora tre anni dopo la pubblicazione del libro, e specialmente qui in Grecia, le fake news sugli eventi del 2015 vengono ancora spacciate come fatti reali. Avendo già estratto dalle registrazioni la maggior parte delle cose importanti in Adulti nella stanza, ero intenzionato a voltare pagina.

 

Tuttavia, la scorsa settimana due eventi qui in Grecia mi hanno fatto cambiare idea:

 

1. Il nuovo governo di destra di Nuova Democrazia ha recentemente approvato una legge sulla vendita dei mutui ipotecari in sofferenza a fondi, che scateneranno sfratti di massa per le famiglie che, a causa della crisi infinita, non possono pagare i loro mutui. Dal 1° maggio, una nuova ondata di miseria sommergerà la nostra popolazione già sconfitta. In Parlamento, dove dirigo MeRA25 (il nuovo partito progressista di DiEM25 in Grecia), il Primo ministro e i suoi Ministri si sono alternati per "spiegare" ciò che stanno facendo, incolpando del loro nuovo impulso liquidatore... me e il modo in cui "avrei sconvolto" i miei colleghi ministri delle Finanze in quegli incontri dell'Eurogruppo del 2015!

 

2. I miei ex colleghi di governo (SYRIZA) hanno appena fatto trapelare una revisione interna sugli errori compiuti dal 2014 e sul perché sono stati sconfitti alle elezioni generali del luglio 2019. La loro principale conclusione sembra essere che il loro ministro delle Finanze nel 2015 (io!) si è inimicato i suoi colleghi dell'Eurogruppo, mancando di presentare proposte ragionevoli, avendo un comportamento recalcitrante ecc. (Ovvero SYRIZA ha adottato pienamente la narrativa della troika).

 

Alla luce di quanto sopra, mi è ora ampiamente chiaro che le fake news relative alle riunioni dell'Eurogruppo del 2015 stanno fungendo da copertura per una nuova ondata di assalti contro i cittadini più deboli. Per questo motivo, in un dibattito parlamentare su questioni attinenti al diritto del lavoro che coinvolgono i leader del partito (venerdì scorso 14 febbraio), mi sono rivolto direttamente ai miei detrattori:

 

"Siete andati avanti cinque anni", ho detto loro "a mentire su ciò che era accaduto in queste riunioni dell'Eurogruppo. Ora, su queste distorsioni della verità, state programmando nuovi provvedimenti di legge sulla austerità e sui procedimenti di liquidazione. Per questo motivo, prima che i membri del Parlamento possano esprimere un voto informato su tali progetti di legge, hanno il diritto e il dovere di sapere esattamente cosa è stato veramente detto in quelle riunioni dell'Eurogruppo".

 

A quel punto, ho dato lettura di una decisione dell'Alta Corte greca secondo la quale queste registrazioni sono pienamente legali (dato che non riguardano la vita privata dei partecipanti e sono state registrate nel corso dell’esercizio delle loro pubbliche funzioni). Quindi, ho tirato fuori una busta contenente una chiavetta USB con tutte le registrazioni in mio possesso e l'ho sottoposta alla segreteria della Camera dichiarando che la consegnavo al Presidente della Camera perché decidesse su come rendere il materiale disponibile ai parlamentari e al pubblico in generale.

 

Poco dopo, un agente ha riportato la chiavetta USB nel mio ufficio, su ordine del Presidente, che ha ritenuto il mio gesto "inaccettabile". Alcune ore dopo, ho rilasciato una dichiarazione secondo cui DiEM25-MeRA25, in conseguenza della posizione del Presidente, pubblicherà il materiale rendendolo disponibile al pubblico.

 

"Vi sono state raccontate delle storie su ciò che è accaduto in questi incontri, vi siete comportati come se sapeste esattamente cosa è stato detto, ma ora siete nel panico al solo pensiero di scoprire cosa è stato veramente detto", abbiamo quindi aggiunto.

 

Qual è il significato di queste registrazioni, che va oltre la Grecia?

 

Queste registrazioni / trascrizioni rendono interessante l'ascolto / lettura per tutti coloro che desiderano formarsi un punto di vista indipendente su quello che è il processo decisionale all'interno dell'UE.

 






  • Gli europeisti hanno molto da imparare su come l'euroscetticismo, di cui la Brexit rappresenta un esempio, è stato aiutato e favorito dall'inaccettabile processo decisionale al cuore dell'UE. Imparare queste lezioni è un prerequisito per riformare, o ancora meglio trasformare, l'UE.


 

 

 

  • Sfortunatamente, in queste registrazioni gli euroscettici troveranno delle prove che giustificano i loro atteggiamenti.


 

 





  • Coloro che studiano le relazioni internazionali, che conducono studi europei, di finanza e di economia, acquisiranno preziose informazioni su come vengono prese decisioni delicate e cruciali per l'economia mondiale.


 

 

 

  • E, infine, poiché la democrazia senza trasparenza è assolutamente impossibile, la pubblicazione di questi file è un servizio piccolo, ma non insignificante, ai democratici di tutto il mondo.


 

 

 

Le  registrazioni inedite saranno pubblicate intorno al 10 marzo 2020 (una volta che saranno fatte le trascrizioni e saranno state rese adeguatamente accessibili a tutti). 

 

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20/02/20

Regno Unito - L'occupazione vola ai livelli massimi

E niente, a quanto pare l'apocalisse continua a essere rimandata. Secondo i più recenti dati riportati da Bloomberg, nel Regno Unito - che stando ai nostri media era devastato e sconvolto dai tormenti per la Brexit - negli ultimi tre mesi del 2019 l'occupazione è esplosa, portando i disoccupati al livello minimo da quattro anni. E i salari sono cresciuti, superando l'inflazione. Quanto al numero di cittadini dell'UE che lavorano in Gran Bretagna, nell'ultimo trimestre prima della dipartita di quest'ultima è aumentato di 36.000 unità. 

 

 

 

Di Lucy Meakin and Andrew Atkinson, 18 febbraio 2020

 

Il numero di lavoratori aumenta più del previsto nel quarto trimestre. 

Il tasso di disoccupazione si mantiene sul livello più basso degli ultimi quattro anni, anche se la crescita si ferma. 

 

L'economia britannica ha creato posti di lavoro a un ritmo impressionante nel quarto trimestre, sfidando le turbolenze politiche per la Brexit.

 

Il numero di persone che lavorano è cresciuto di oltre 180.000 unità rispetto alle previsioni, portando il tasso di disoccupazione al suo minimo da quattro anni: 3,8%, secondo quanto riferito dall'Office for National Statistics. I numeri probabilmente rafforzeranno le previsioni che dicono che quest'anno la Banca d'Inghilterra si asterrà dall'abbassare i tassi di interesse.

 

 



 

 

Il balzo dell'occupazione è avvenuto in un trimestre in cui è stata mancata la seconda scadenza per la Brexit e in cui il primo ministro Boris Johnson ha imposto le elezioni generali per interrompere lo stallo parlamentare. La sua schiacciante vittoria ha attenuato l'incertezza, aiutando l'economia a evitare la contrazione dopo una crescita migliore del previsto a dicembre.

 

Oltre alla ripresa dell'attività dopo la vittoria di Johnson, il governo si sta preparando ad annunciare un grande stimolo fiscale il prossimo mese, volto a sostenere la crescita. La sterlina non si è mossa molto dopo i dati sull'occupazione di martedì.

 

I rischi rimangono, tuttavia. Johnson ha escluso di prolungare il periodo di transizione della Brexit oltre il 31 dicembre, anche se non è stato concluso alcun accordo commerciale.

 

La più recente fotografia del mercato del lavoro suggerisce che le condizioni resteranno ben salde.

 

I posti vacanti, che erano in calo, sono aumentati di 7.000 unità nei tre mesi fino a gennaio mentre l'occupazione nel quarto trimestre ha raggiunto un livello record, trainata dai lavoratori dipendenti assunti a tempo pieno. Le donne hanno rappresentato oltre l'80% della crescita dell'occupazione e ora costituiscono quasi la metà del totale dei lavoratori.

 

Tenendo conto dell'inflazione, la retribuzione regolare è salita al di sopra del picco pre-crisi che era stato toccato nel 2008. Le retribuzioni totali nel quarto trimestre hanno subito un rallentamento, con le retribuzioni regolari in aumento del 3,2% sull'anno e i salari, inclusi i bonus, che hanno guadagnato il 2,9%, la crescita più bassa dal 2018. Tuttavia, stanno ancora superando l'inflazione, inferiore al 2%.

 

La produttività, che dalla crisi finanziaria ha subito un rallentamento, è cresciuta dello 0,3% rispetto all'anno precedente su base oraria: il secondo guadagno trimestrale consecutivo.

 

Nel trimestre precedente all'uscita dal blocco della Gran Bretagna il numero di cittadini dell'Unione Europea che lavorano nel Regno Unito è aumentato di 36.000 unità rispetto all'anno precedente, pari all'1,6%.

19/02/20

Le élite progressiste stanno distruggendo le nostre istituzioni

Su Epoch Times Paul Adams denuncia l’attacco costante alle istituzioni da parte di una parte politica. Si tratta del populista Trump? No, al contrario, sono i progressisti che stanno distruggendo le fondamenta della nostra società: dall’attacco costante all’istituzione più vicina all’individuo (la famiglia) al sovvertimento costante delle istituzioni democratiche per perseguire l’agenda politica di coloro che si credono superiori. La denuncia di quanto sta avvenendo nella tormentata società americana avrebbe potuto essere riferita altrettanto bene a quanto succede nella nostra Italia.

 

 

Di Paul Adams, 17 febbraio 2020

 

 

In un nuovo, importante libro, lo scienziato politico Yuval Levin sostiene che abbiamo perso la fiducia nelle nostre istituzioni – pubbliche, private, civiche e politiche.

 

Noi abbiamo bisogno delle istituzioni, incluse le famiglie, le associazioni, le chiese, le corporazioni, i sindacati, i partiti politici, gli ordini professionali come quelli degli avvocati e dei medici, così come le istituzioni formali del governo come il Congresso, la presidenza e i tribunali.

 

Esse rappresentano, come dice Levin, “le forme durevoli della nostra vita comune”. Svolgono compiti o missioni come l’istruzione dei giovani, la soluzione delle controversie o la difesa del Paese. Danno senso alla vita assegnando ruoli, insegnando l’autocontrollo, e applicando le norme. Nel frattempo, formano il carattere di coloro che ne fanno parte.

 

Tuttavia, non ci fidiamo più di loro. Che cosa è andato storto?

 

Da fucine a piattaforme

 

C’è stato un grande cambiamento nella maniera in cui le élite, coloro che occupano i ruoli di leader delle nostre istituzioni, le trattano. Anziché vedere le loro istituzioni come fucine che formano e modellano i loro caratteri e comportamenti, le trattano come piattaforme per propagandare se stesse.

 

Pensate a un nuovo membro del Parlamento, che è meno interessato a imparare e conformarsi alle tradizioni e alle aspettative della Camera piuttosto che a utilizzarla come una piattaforma per ottenere fama e celebrità. Il Parlamento – per sua stessa volontà, secondo Levin – è diventato sempre più debole e inefficace. I suoi membri cercano pubblicità e fama attraverso i social media e altre vie ancor prima di avere imparato o di avere realizzato qualcosa di significativo nel Parlamento stesso.

 

In realtà, fa notare Levin, i leader politici spesso si vantano del loro status di outsider – sostenendo di non far parte della cupola di Washington o della “palude” – in modo da aumentare il loro potere. Anche da leader, criticano le loro stesse istituzioni come se non ne fossero essi stessi i responsabili o alla loro guida.

 

L’unica eccezione al crollo di fiducia nelle istituzioni è l’apparato militare. In quel caso, la formazione del carattere – che si addice a colore che servono con senso del dovere, della propria missione e con l’auto-affondamento del proprio interesse personale – viene riconosciuto e valorizzato. È raro che un soldato in uniforme usi l’apparato militare come piattaforma per promuovere se stesso, non, perlomeno, fino a quando si è congedato o ritirato dal servizio. Ci fidiamo del fatto che i militari, rispetto alle altre istituzioni, facciano il loro lavoro di formare coloro che servono.

 

Levin mostra la necessità di ricostruire le istituzioni e formare élite che possano guidarle meglio. Utilizza molto spazio per criticare il populismo anti- élite.

 

Ma le élite sono il problema

 

Il problema di questo ragionamento è che sottovaluta il grado in cui le nostre istituzioni più importanti sono state sistematicamente sabotate dalle stesse élite che avrebbero dovuto guidarle e rappresentarle.

 

Il presidente Donald Trump, un intrattenitore, piuttosto che un costruttore di istituzioni disposto a mettere in secondo piano se stesso, ha sfruttato la perdita di fiducia nelle nostre istituzioni e ha promesso di cambiare la politica in modo da rafforzarle. Ha parlato di “bonificare le paludi” della burocrazia federale, che era diventata una “amministrazione statale” che persegue i propri interessi e le proprie politiche.

 

Nel caso della presidenza Trump, una profonda ostilità è stata evidente non solo nelle violente dimostrazioni degli Antifa, ma anche in tutte le istituzioni principali della società. L’amministrazione statale stessa è stata un centro di resistenza al presidente eletto – gestendo il proprio governo non eletto, anche mentre professava la propria professionalità e l’impegno per la Costituzione.

 

L’abbiamo visto fin dall'inizio, all’interno stesso della Casa Bianca di Trump. Un editoriale di un funzionario esperto dell’amministrazione Trump rende chiara questa posizione. Si intitola “Sono parte della Resistenza all’interno dell’Amministrazione Trump”.

 

L’autore, che si firma come Anonimo, si vanta di lavorare diligentemente per ostacolare le politiche del presidente, nonostante lavori per lui. Trump, secondo l’autore, è ignaro della misura in cui “molti dei funzionari più anziani della sua amministrazione stanno lavorando diligentemente dall’interno per vanificare la sua agenda politica”.

 

Il punto è che Trump è stato eletto ed è sostenuto da decine di milioni di americani perché metta in atto la sua agenda, non quella dell’establishment Repubblicano o dei “Mai con Trump” o delle vedove di Obama ancora all’interno della sua amministrazione.

 

Il Wall Street Journal ha recentemente riportato un parere di una di quelle rare figure, un (ex) funzionario all’interno dell’amministrazione Trump, direttore della pianificazione strategica del Consiglio di Sicurezza Nazionale (NSC), che sosteneva le politiche di Trump.

 

L’autore, Rich Higgins, conferma: ma deplora l’opposizione al presidente che domina tra gli impiegati del ramo esecutivo. Da come dipinge la situazione all’interno dello staff dell’NSC, coloro che cercano lealmente di attuare le politiche del presidente in carica, tra cui lo stesso Higgins, venivano isolati o licenziati proprio a causa della loro lealtà.

 

I media liberal hanno denunciato quello che hanno definito il "licenziamento" del Tenente Colonnello Alexander Vindman, l’ufficiale dell’esercito dedicato a servire il NSC, dipingendo come una ritorsione per la sua testimonianza alla Camera sulle telefonate ucraine di Trump. Higgins dà una versione differente. Sostiene non che Vindman non sia stato in effetti licenziato o posto sotto inchiesta, ma che era lui a essere sleale.

 

Il compito di Vindman, sostiene, “era di servire lealmente fino a quando non avesse sentito di non poterlo più fare, e a quel punto dare le dimissioni. La resistenza attuata mentre si è in uniforme mina il buon ordine e la disciplina ed è particolarmente disonorevole”. Non è stato Higgins, ma Vindman, che è stato applaudito dai media liberal, a danneggiare le istituzioni che aveva giurato di servire.

 

Le élite distruggono le istituzioni

 

Ma il problema è ben più ampio e profondo di questa specie di “resistenza” interna descritta da una parte da Anonimo e dall’altra da Higgins, la cui stessa esistenza viene bollata dai progressisti come “teoria complottista dello Stato profondo”.

 

Levin inizia la sua analisi con le istituzioni del nostro governo nazionale e termina con l’istituzione fondativa che ci riguarda tutti, la famiglia. Ma immaginiamo di guardare al problema dalla parte opposta.

 

Nessuna istituzione è più fondamentale o importante della famiglia nel formarci, da quando nasciamo. C’è ampia letteratura da parte di studiosi di tutto lo spettro politico che ha stabilito l’importanza della struttura della famiglia, del crescere in una famiglia di due genitori sposati, come fattore protettivo per ogni indicatore sociale – la nostra salute e longevità, l’aspettativa di vita, il rapporto con la criminalità, l’istruzione, il reddito, e il successo coniugale.

 

Recenti ricerche indicano che la famiglia e la fede (frequentare la chiesa  o qualche altro luogo di culto e autodefinirsi una persona molto religiosa) svolgono un ruolo più ampio nel successo scolastico rispetto agli sforzi scolastici per colmare le lacune tra i gruppi razziali ed etnici.

 

Una meta-analisi (uno studio di studi) ha esaminato 30 ricerche sui tentativi di colmare il divario di prestazioni tra gli studenti bianchi da una parte e neri o latinoamericani dall’altra. Esso “ha rivelato che, se uno studente afroamericano o latinoamericano è una persona di fede e viene da una famiglia che comprende i due genitori biologici, il divario di prestazioni scompare completamente, anche quando si rifanno i conti tenendo conto dello status socioeconomico” [il corsivo è mio]. Tuttavia, le élite progressiste all’interno dell’amministrazione statale – nelle università, nei tribunali, nei media, nello sport, nelle grandi aziende e nell’intrattenimento – hanno messo nel mirino, senza sosta, proprio le istituzioni che sono più importanti nella vita delle persone comuni.

 

Sono i sostenitori delle politiche identitarie che hanno attaccato l’istituzione del matrimonio e della famiglia, non i populisti. Questi ideologi hanno usato le loro stesse istituzioni come piattaforme per formare altri, nella psicologia, nel lavoro sociale e in altri campi. L’obiettivo non è di sostenere quelli che servono, aiutandoli a fortificare le famiglie e i matrimoni, ma di liberare gli individui dalla presa di queste istituzioni.

 

La rivoluzione sessuale è andata ben oltre la ricerca di un riconoscimento giuridico per le forme e le definizioni alternative di matrimonio e famiglia. I suoi aderenti cercano di stigmatizzare ed espellere dalla vita pubblica coloro – individui, genitori, aziende, e comunità religiose – che difendono queste istituzioni fondamentali.

 

Attaccano, dando loro dei bigotti ed odiatori, coloro le cui idee erano considerate il buon senso per quasi tutte le comunità in ogni parte del mondo appena qualche decennio fa. Queste persone, secondo la nuova ortodossia, non sono degne del diritto alla libera espressione, al libero esercizio della religione, o al diritto di perseguire in pace la loro vocazione professionale o di condurre la loro impresa commerciale.

 

Guardiamola in questo modo: sono le élite progressiste che stanno distruggendo le nostre istituzioni, opponendosi ai loro obiettivi e alle loro missioni, e di conseguenza distruggono anche il significato e la struttura delle nostre vite. È Trump, un performer che non si fa modellare o intimidire dagli usi e costumi delle istituzioni e uffici politici, che sta guidando la difesa delle nostre istituzioni fondamentali.

 

Le sue politiche tendono a difendere le famiglie e i loro diritti, a sostenere la scelta scolastica, la libertà di religione e la protezione della coscienza, e il diritto dei bambini nel grembo materno, i più innocenti e vulnerabili componenti di tutte le famiglie umane, a non venire uccisi.

 

Trump e le sue politiche forniscono perlomeno un momento di tregua e di controffensiva nei confronti degli impulsi totalitaristi dei progressisti che tentano di politicizzare e controllare ogni aspetto della vita.

 

  

Paul Adams è un professore emerito di Lavoro sociale presso l’Università delle Hawaii ed è stato professore e preside associato per gli affari accademici presso la Case Western Reserve University. È coautore di “La giustizia sociale non è quello che pensi” e ha scritto molto sulle politiche di assistenza sociale e sull’etica professionale e personale.

 

 

 

 

17/02/20

Bloomberg - La moneta unica europea sta crollando

Da Bloomberg, una analisi dettagliata del nuovo crollo sui mercati della moneta unica. Un insieme di circostanze che unite insieme formano un quadro di un'Europa politicamente nel caos ed economicamente votata al fallimentare modello mercantilistico, con le maggiori economie preda di un inarrestabile rallentamento e incapaci di affrontare le conseguenze della nuova crisi che giunge dalla Cina. Ironia della sorte, la dura legge del mercato tanto osannata dall'ultraliberismo eurista si sta abbattendo sulla moneta unica, che "se due decenni fa era considerata una sfida all’esorbitante privilegio americano, ora si sta rivelando un modello politico profondamente difettoso con un'economia strutturalmente disfunzionale".  A quasi dieci anni di distanza, il "tramonto dell'euro" diventa anche il sottotitolo di Bloomberg. 

 

di John Authers, 11 febbraio 2020

 

Dalle turbolenze politiche in Germania al rallentamento della produzione, tutto sta andando storto.

 

Il tramonto dell’euro

 

Il 2020 doveva essere l'anno in cui l'Europa avrebbe iniziato a ripartire. Dopo avere subito la decisione del Regno Unito di uscire, l'Unione europea aveva la possibilità di procedere con maggiore sicurezza. L'allentamento della guerra commerciale Usa-Cina avrebbe potuto aiutare la ripresa, dopo un crollo della produzione che sembrava giunto al termine. E l'euro avrebbe potuto iniziare a rafforzarsi nei confronti del dollaro, una conclusione attesa a mani giunte nelle capitali dell'Europa e degli Stati Uniti.

 



 

Non è andata così. Dopo una brutta giornata in borsa, lunedì, l'euro ha toccato il minimo da quattro mesi, è andato vicino al minimo di 30 mesi, al di sotto del livello raggiunto nel giorno delle elezioni statunitensi, a novembre 2016. Ancora una volta l'euro sta crollando.

 

Cosa sta accadendo, esattamente? Dietro a questo declino non c'è un solo fattore, ma piuttosto una travolgente combinazione di circostanze che sta spingendo la valuta a deprezzarsi.

 

Prima di tutto, ovviamente, c'è la politica. In tutta Europa, il centro non riesce più a reggere. In Germania, la disputa sull'opportunità di consentire al partito di destra Alternative für Deutschland di prendere parte al governo dello stato della Turingia ha portato nel fine settimana alle dimissioni di Annegret Kramp-Karrenbauer, leader dell'Unione Democratica Cristiana di centrodestra e designata alla successione di Angela Merkel come cancelliera. La politica tedesca quindi naviga nel caos.

 

Similmente, in Irlanda, l'emergere del partito radicale di sinistra Sinn Fein alle elezioni politiche del paese come il partito di maggioranza nella camera bassa ha portato i partiti di centro sinistra e centro destra in uno stato di confusione. Anche la politica irlandese ha subito un riallineamento e non è chiaro quale tipo di politiche o di coalizione di governo ne emergerà.

 

Poi c'è il settore manifatturiero. Lunedì l'Italia, dopo la Germania e la Francia, ha riportato dati orribili sulla produzione industriale alla fine dell'anno scorso. Il coronavirus non aveva ancora avuto alcun effetto; la manifattura si sarebbe dovuta riprendere ed era in attesa di una spinta dalla rinnovata domanda cinese, dopo la guerra commerciale.  Stiamo assistendo ora, alla chiusura dell’anno, a un brusco rallentamento di tutte e tre le maggiori economie della zona euro.

 



 

In terzo luogo, la situazione è negativa perché  l'eurozona in questi giorni non appare un luogo in cui trovare riparo dai problemi dell'economia cinese. Un rallentamento di una certa importanza per la Cina può ormai essere considerato un dato di fatto, come risultato delle tardive misure per contenere l'epidemia. Purtroppo per l'Europa, questo avverrà nel momento in cui la Germania si è messa in balia dell'economia cinese. I dati del Fondo monetario internazionale mostrano che le esportazioni dalla Germania verso la Cina oggi superano, anche se di poco, quelle dagli Stati Uniti, un'economia molto più grande.

 



 

Se si cerca un rifugio dalla Cina, questo non è certamente l'euro. Ed è probabilmente il dollaro. Questo grafico di John Velis della Bank of New York Mellon Corporation mostra che, se anche gli Stati Uniti sono il paese che a livello internazionale ha condotto  politiche aggressive nei confronti del potere commerciale cinese, ora sono quelli che soffriranno meno di tutti per le attuali difficoltà dell'economia. È il paese rifugio più ovvio:

 



 

Al di là di questi motivi fondamentali, vi è anche il problema tecnico che l'euro è diventato una valuta molto interessante per i finanziamenti carry trade: ovvero la pratica di prendere in prestito in una valuta con bassi tassi di interesse, parcheggiare il denaro in una con tassi più elevati e intascare la differenza, il cosiddetto "carry”. Tradizionalmente, i carry trade sono stati quasi sinonimo dello yen giapponese, che è stato utilizzato come valuta di finanziamento per molte operazioni speculative andate disastrosamente male durante la crisi finanziaria globale. Ma ora l'euro, con i suoi tassi negativi, funziona ancora meglio. Negli ultimi cinque anni è stata una valuta di finanziamento molto più redditizia per coloro che vogliono parcheggiare in pesos messicani, ad esempio, rispetto allo yen:

 



 

Quando una valuta diventa popolare per il carry trade, subisce naturalmente una pressione al ribasso. Ciò sta contribuendo ai problemi dell'euro.

 

Anche tenendo conto di tutto ciò, tuttavia, è chiaro che il dollaro sembra attualmente molto attraente per i traders di valuta estera. Lo dimostra il grafico seguente, che rappresenta il divario tra i rendimenti obbligazionari a 10 anni negli Stati Uniti e in Germania. Questo dovrebbe essere un fattore determinante per un tasso di cambio, con i fondi che vengono attratti dal tasso più elevato. Se il differenziale si riduce, ci aspetteremmo che la valuta con i tassi più alti si indebolisca. Ma, come mostra il grafico, il differenziale si è costantemente ridotto a favore dell'euro dalla fine del 2018. E questo non ha aiutato. Secondo i futures sui fed funds, la Federal Reserve dovrebbe ora tagliare i tassi target almeno una volta quest'anno, con una probabilità del 50 per cento di una seconda riduzione, mentre la Banca centrale europea è ferma. E anche questo non fa nessuna differenza. La forza del dollaro è in diretto contrasto con le pressioni provenienti dai mercati obbligazionari:

 



 

Quindi perché i soldi corrono verso gli Stati Uniti, nonostante tutto? Senza voler lasciare spazio ad alcun trionfalismo politico, i mercati sono ovviamente prevenuti rispetto alla situazione attuale, in cui il senatore Bernie Sanders è considerato il probabile candidato dei democratici ed è dato probabilmente perdente nei confronti di Donald Trump. C'è anche un po' di trionfalismo attorno alle società statunitensi. Le più grandi aziende del mondo, al momento, sono tutte americane e stanno conquistando il resto del pianeta. Il dominio dei gruppi Internet statunitensi ha contribuito a garantire che il mercato azionario statunitense continui ad avere prestazioni migliori rispetto al resto del mondo, e in particolare all'Europa, in misura notevole. Il grafico mostra la performance relativa dei titoli statunitensi dall'inizio del 1999, quando è nato l'euro.

 



 

Quando vi è un tale flusso di capitali verso le società americane, chiaramente il dollaro si rafforza. Il dollaro, ponderato in base agli scambi commerciali, ha appena vissuto la sua settimana più forte in quasi un anno.

 

Traspare un certo trionfalismo. Come afferma Marc Chandler di Bannockburn Global Forex, con sede a New York, il coronavirus è ora ampiamente interpretato come la circostanza che ha rivelato che la Cina non è, nei fatti, pronta a sfidare l'egemonia economica americana, e c'è anche una certa eccitazione all'idea che il pasticcio nella gestione della situazione a Wuhan potrebbe anche sottolineare i gravi problemi del modello politico cinese.

 

Combinando tutto questo con la sensazione che l'Europa, la cui moneta comune due decenni fa era considerata anch’essa una sfida all’esorbitante privilegio americano, si sta ora rivelando un modello politico profondamente difettoso con un'economia strutturalmente disfunzionale, potenzialmente ne deriva un momento di classica repulsione dei mercati per l'Europa, unito al trionfo americano e a un dollaro molto forte.

 

Il trionfalismo potrebbe essere prematuro? Certo. Il sistema politico americano è sottoposto a diversi tipi di pressioni, e dobbiamo attenderci altri nove mesi di classica soap opera politica americana fino alle elezioni. È molto probabile che alla fine qualcun altro diventi presidente, non Donald Trump; presumibilmente qualcuno che si definisca socialista. Ma per ora questo è un momento di trionfo americano e di sconfitta europea, e si manifesta chiaramente nel gioco a somma zero del mercato dei cambi.