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25/10/21

Intervento del Primo Ministro Mateusz Morawiecki al Parlamento europeo

 


Il discorso del premier polacco Morawiecki di fronte al Parlamento europeo, che può definirsi storico per il modo aperto, deciso e pieno di dignità con cui vengono affrontati diversi punti critici sullo stato dell'Unione europea. Tra questi l'annosa questione del doppio standard nell'applicazione delle regole e la questione fondamentale del preteso "primato" del diritto europeo. In realtà, come dice chiaramente il leader polacco,  questo primato non potrebbe mai esser fatto valere nei confronti delle Costituzioni nazionali, a meno di quella interpretazione "creativa" degli stessi trattati portata avanti in modo strisciante dalla Corte di giustizia europea e imposta ai paesi più deboli come fatto compiuto. Sull'azione decisiva e poco trasparente  di questo importante organo dell'Unione ricordiamo il fondamentale saggio di Perry Anderson qui da noi tradotto


19 Ottobre 2021


Signor Presidente,

 

Signora Presidente,

 

Onorevoli deputati,

 

Sono qui davanti a voi oggi in Parlamento, per esporre la nostra posizione su una serie di questioni che ritengo fondamentali per il futuro dell'Unione europea. Non solo per il futuro della Polonia, ma per il futuro dell'Unione nel suo insieme.

 

In primo luogo, parlerò della crisi che oggi sta davanti all'Europa - e che dovremmo affrontare.

 

In secondo luogo, parlerò di norme e regole - che dovrebbero essere sempre uguali per tutti - e del fatto che troppo spesso non lo sono.

 

In terzo luogo, vi  illustrerò il principio in base a quale nessuna pubblica autorità dovrebbe intraprendere azioni per le quali non esiste una base giuridica.

 

Il quarto punto del mio intervento riguarderà la sentenza della Corte costituzionale polacca e cosa significano per l'Unione questa e altre sentenze simili.

 

E riguarderà anche l'importanza della diversità e del rispetto reciproco.

 

Quindi, in quinto luogo, presenterò il nostro punto di vista sul pluralismo costituzionale.

 

Successivamente, indicherò gli enormi rischi per l'intera società derivanti dall'applicazione della sentenza della Corte di giustizia dell'UE, che si stanno già materializzando in Polonia.

 

Infine, riassumerò tutto nelle conclusioni e guarderò al futuro con speranza.

 

Vorrei iniziare dalle basi, dalle sfide cruciali per il nostro comune futuro. Disuguaglianze sociali, inflazione e aumento del costo della vita, che colpiscono tutti i cittadini europei, minacce esterne, aumento del debito pubblico, immigrazione illegale e crisi energetica che accresce le sfide della politica climatica. Tutto questo porta a disordini sociali e amplia l’elenco dei problemi significativi.

 

La crisi del debito ha fatto sorgere la domanda, per la prima volta dopo la guerra, se siamo in grado di assicurare una vita migliore alla prossima generazione.

 

I nostri confini stanno diventando sempre più instabili. Nel Sud, l'assalto di milioni di persone ha reso il Mediterraneo un luogo tragico. Ad est ci troviamo di fronte a una politica russa aggressiva, che potrebbe muovere guerra per impedire ai paesi confinanti di scegliere la via europea.

 

Oggi siamo alle soglie di una crisi del gas e dell'energia di enormi dmensioni. L'impennata dei prezzi - causata, tra l'altro, da azioni deliberate delle aziende russe - sta già mettendo molte aziende europee nella posizione di dover scegliere tra tagliare la produzione o scaricare i costi sui consumatori. La portata di questa crisi nelle prossime settimane potrebbe sconvolgere l'Europa. Molte aziende potrebbero fallire, la crisi del gas potrebbe spingere milioni di famiglie, decine di milioni di persone, in una situazione di grande povertà e miseria a causa di aumenti incontrollati dei costi in tutta Europa. Dobbiamo anche fare i conti con l’effetto domino: una crisi può innescare a cascata altri crolli successivi.

 

Parlo sempre di "noi",  perché nessuno di questi problemi può essere risolto da soli. Non tutti questi problemi hanno colpito il mio paese in modo così drammatico come è avvenuto in altri stati dell'UE. Ciò non toglie che considero tutti questi problemi "i nostri problemi".

 

Dirò ora qualche parola sul contributo della Polonia al nostro progetto comune.

 

Per noi l'integrazione europea è una scelta strategica e di civiltà. Siamo qui, il nostro posto è qui e non andiamo da nessuna parte. Vogliamo rendere l'Europa di nuovo forte, ambiziosa e coraggiosa. Ecco perché non guardiamo solo ai benefici a breve termine, ma anche a ciò che noi possiamo dare all'Europa.

 

La Polonia beneficia dell'integrazione principalmente grazie agli scambi nel mercato comune. Molto importanti sono anche i trasferimenti tecnologici e i trasferimenti diretti. Ma la Polonia non è entrata nell'UE a mani vuote. Il processo di integrazione economica ha ampliato le opportunità per le aziende del mio paese, ma ha anche aperto grandi possibilità per le aziende tedesche, francesi o olandesi. Gli imprenditori di questi paesi stanno beneficiando enormemente dell'allargamento dell'Unione.

 

Basta contare l'enorme deflusso di dividendi, interessi attivi e altri strumenti finanziari dai paesi dell'Europa centrale - i paesi meno ricchi - verso l'Europa occidentale - i paesi più ricchi. Tuttavia, vogliamo che non ci siano perdenti in questa cooperazione, ma vincitori.

 

È stata la Polonia a promuovere un ambizioso Recovery Fund per garantire che la risposta odierna alle sfide dell'energia, del cambiamento climatico e della trasformazione post-pandemia fosse adeguata alle esigenze. Così che la crescita economica fosse forte, capace di dare speranza e garantire che milioni di bambini, donne e uomini non siano lasciati soli e vulnerabili di fronte alla globalizzazione. Su questi temi abbiamo parlato all'unisono con il Parlamento europeo.


La Polonia sostiene fortemente il mercato unico europeo. Vogliamo un'autonomia strategica che rafforzi i 27.

 

Ecco perché la Polonia o la Germania, la Repubblica Ceca e altri paesi dell'Europa centrale promuovono soluzioni che aumentino la competitività dell'economia europea, nello spirito dell'applicazione delle quattro libertà fondamentali. La libertà di circolazione di beni, servizi, capitali e persone. Senza incoraggiare i paradisi fiscali, i quali, purtroppo, esistono ancora in alcuni paesi dell'Europa occidentale, che in questo modo mettono fuori gioco i loro vicini. Sì, onorevoli colleghi, i paradisi fiscali che tolleriamo nell'Unione europea significano soldi per i più ricchi. È giusto? Questo aiuta a migliorare le sorti della classe media o dei meno abbienti? Rientra questo nei valori europei? Ne dubito molto.

 

Anche la Polonia e l'Europa centrale sono favorevoli a un'ambiziosa politica di allargamento che rafforzerà l'Europa nei Balcani occidentali. Completerà l'integrazione europea geograficamente, storicamente e strategicamente. Condividiamo le aspirazioni globali dell'Unione e siamo a favore di una forte politica di difesa europea pienamente coerente con la NATO!

 

Oggi, quando il confine orientale dell'Unione è oggetto di un attacco organizzato che usa cinicamente la migrazione dal Medio Oriente per destabilizzarlo, è la Polonia che dà sicurezza all'Europa fungendo da barriera insieme a Lituania e Lettonia per proteggere questo confine. E rafforzando il nostro potenziale di difesa, rafforziamo la sicurezza dell'Unione nel senso più tradizionale.

 

Mentre mi trovo qui oggi davanti a voi, vorrei ringraziare i servizi polacchi, lituani e lettoni, nonché tutti i paesi dell'Europa meridionale, le nostre guardie di frontiera e le forze dell’ordine, per l'impegno e la professionalità nel proteggere i confini dell'Unione.

 

La sicurezza ha molte dimensioni. Oggi, quando siamo tutti colpiti dall'aumento dei prezzi del gas, è facile vedere quali possono essere i risultati della miopia in materia di sicurezza energetica. La politica e il consenso di Gazprom per Nord Stream 2 stanno già portando a prezzi record del gas.

 

Mentre oggi nei paesi che hanno fondato le Comunità il livello di fiducia nell'Unione è sceso a livelli storicamente mai così bassi, come il 36% in Francia, in Polonia questa fiducia nell'Europa rimane ai massimi livelli. Oltre l'85% dei cittadini polacchi afferma chiaramente: la Polonia è e rimane membro dell'Unione europea. Il mio governo e la maggioranza parlamentare che lo sostiene fanno parte di questa maggioranza europeista in Polonia.

 

Ciò non significa che i polacchi oggi non abbiano dubbi e ansie sulla direzione del cambiamento in Europa. Questa ansia è evidente e, purtroppo, giustificata.

 

Ho già detto di quanto la Polonia abbia contribuito all'Unione. E purtroppo! Si sente ancora parlare di divisione tra migliori e peggiori. Troppo spesso abbiamo un'Europa dai doppi standard. E ora dirò perché dobbiamo porre fine a questo modello.

 

Oggi tutti gli europei si aspettano una cosa. Vogliono che affrontiamo le sfide poste dalle diverse crisi tutti insieme, e non gli uni contro gli altri, cercando qualcuno da incolpare, o per la verità, qualcuno a cui sia comodo dare la colpa, anche se non è realmente da biasimare.

 

Purtroppo, vedendo alcune delle prassi seguite dalle istituzioni dell'UE, molti dei cittadini del nostro continente oggi si chiedono: c'è davvero uguaglianza nelle sentenze e decisioni estremamente diverse prese dalle istituzioni di Bruxelles e Lussemburgo nei confronti di Stati membri diversi che si trovano in circostanze simili? che di fatto approfondiscono la divisione degli Stati membri dell'UE, vecchi e nuovi, in paesi forti e paesi deboli, ricchi e poveri?

 

Fingere che i problemi non esistano porta a conseguenze negative. I cittadini non sono ciechi, non sono sordi. Se politici e funzionari soddisfatti di sé non vedono questo, perderanno gradualmente la fiducia. E insieme a loro, si perderà la fiducia nelle istituzioni. Questo sta già accadendo, onorevoli colleghi.

 

La politica deve essere basata sui principi. Il principio fondamentale che professiamo in Polonia e che è alla base dell'Unione europea è il principio democratico.

 

Pertanto, non possiamo rimanere in silenzio quando il nostro paese - anche in quest'Aula - viene attaccato in modo ingiusto e di parte.

 

Le  regole del gioco devono essere le stesse per tutti. È responsabilità di tutti rispettarle, comprese le istituzioni che sono state istituite con quei trattati. Questi sono i fondamenti dello Stato di diritto.

 

È inaccettabile estendere le competenze, agendo con il metodo del fatto compiuto. È inaccettabile imporre ad altri proprie decisioni prive di base giuridica. È tanto più inaccettabile usare a tal fine il linguaggio del ricatto finanziario, parlare di sanzioni contro alcuni Stati membri o usare termini che vanno ancora oltre. 

 

Respingo il linguaggio delle minacce, del nonnismo e della coercizione. Non sono d'accordo che i politici ricattino e minaccino la Polonia. Non sono d'accordo che il ricatto diventi un metodo di condotta politica nei confronti di uno Stato membro. Non è così che si comportano le democrazie.

 

Siamo un paese orgoglioso. La Polonia è uno dei paesi con la più lunga storia di sovranità e democrazia. Per tre volte nel XX secolo, a costo di grandi sacrifici, abbiamo lottato per la libertà dell'Europa e del mondo. Nel 1920, quando salvammo Berlino e Parigi dall'invasione bolscevica, poi nel 1939, quando per primi entrammo in una battaglia sanguinosa con la Germania e il Terzo Reich, che ebbe un impatto sulle sorti della guerra e infine, nel 1980, quando " Solidarność " aprì alla speranza del rovesciamento di un altro totalitarismo: il crudele sistema comunista. La ricostruzione postbellica dell'Europa è stata possibile grazie al sacrificio di molte nazioni, ma non tutte ne hanno potuto beneficiare.

 

Onorevoli deputati. Dirò ora qualche parola sullo stato di diritto. C'è molto da dire sullo stato di diritto e ciascuno coglierà questo concetto con qualche differenza. Tuttavia, penso che la maggior parte di noi sarà d'accordo sul fatto che non si può parlare di Stato di diritto in mancanza di certe condizioni. Senza il principio della separazione dei poteri, senza tribunali indipendenti, senza rispettare il principio che ogni potere ha dei limiti, e senza rispettare la gerarchia delle fonti del diritto.

 

Il diritto dell'Unione precede il diritto nazionale - al livello delle fonti primarie e nei settori di competenza attribuiti all'Unione. Questo principio si applica in tutti i paesi dell'UE. Ma la Costituzione resta la legge suprema.

 

Se le istituzioni istituite dai Trattati eccedono i loro poteri, gli Stati membri devono avere degli strumenti per reagire.

 

L'Unione è una grande conquista dei paesi europei. È una forte alleanza economica, politica e sociale. È l'organizzazione internazionale più forte e più sviluppata della storia. Ma l'Unione Europea non è uno Stato. Gli Stati sono i 27 Stati membri dell'Unione! Gli Stati sono i sovrani europei, essi sono i "padroni dei trattati" e sono gli Stati che definiscono l'ambito delle competenze affidate all'Unione europea.

 

Nei trattati abbiamo affidato all'Unione una gamma molto ampia di competenze. Ma non gli abbiamo affidato tutto. Molte aree del diritto rimangono di competenza degli Stati nazionali.

 

Non abbiamo dubbi sul primato del diritto europeo sulle leggi nazionali in tutti i settori in cui la competenza è stata delegata all'Unione dagli Stati membri.

 

Tuttavia, come i tribunali di molti altri paesi, il tribunale polacco solleva la questione se il monopolio della Corte di giustizia nel definire i limiti effettivi dell'attribuzione di tali competenze sia la soluzione adeguata. Poiché la determinazione di tale ambito rientra nella materia costituzionale, qualcuno deve anche esprimere un parere sulla costituzionalità di tali nuove, eventuali competenze; soprattutto nella misura in cui la Corte di giustizia fa discendere dai trattati sempre nuove maggiori  competenze delle istituzioni comunitarie.

 

Altrimenti non avrebbe avuto senso aver inserito nel Trattato sull'Unione europea l'articolo 4, che stabilisce che l'Unione rispetta le strutture politiche e costituzionali degli Stati membri. Non avrebbe avuto senso aver inserito nel Trattato l'articolo 5, che stabilisce che l'UE può agire solo nei limiti dei poteri conferiti. Entrambi questi articoli sarebbero privi di significato se nessun altro che la Corte di giustizia potesse avere voce in capitolo sulla materia costituzionale degli ordinamenti nazionali.

 

Sono consapevole che la recente sentenza della Corte costituzionale polacca è stata oggetto di un malinteso fondamentale. Se io stesso fossi venuto a conoscenza del fatto che il Tribunale costituzionale di un altro paese avesse invalidato i trattati UE, probabilmente anch'io sarei rimasto sorpreso. Ma, soprattutto, avrei cercato di capire cosa avesse effettivamente deciso la Corte.

 

Ed è anche a questo scopo che ho chiesto di intervenire nel dibattito odierno. Per riportarvi il vero oggetto della controversia. Non le favolette politicamente motivate sul "Polexit", o le menzogne sulle presunte violazioni dello stato di diritto.

 

Ecco perché, nella prossima sezione del mio intervento,  voglio presentarvi i fatti. E, per farlo, è meglio sottoporvi direttamente alcuni riferimenti testuali:


  • Nell'ordinamento giuridico [nazionale], il primato del diritto dell'Unione non si applica alle norme costituzionali: è la Costituzione che si trova al vertice dell'ordinamento giuridico interno.
  • Il principio del primato del diritto dell'Unione europea (...) non può ledere nell'ordinamento giuridico nazionale la forza suprema della Costituzione.
  • La Corte Costituzionale può prendere in esame il controlimite dell'ultra vires (...), cioè stabilire se gli atti delle istituzioni dell'Unione violino il principio di attribuzione quando le istituzioni, gli organi e le agenzie dell'Unione eccedano l'ambito dei loro poteri in modo da violare tale principio.

In conseguenza di tale decisione, gli atti ultra vires non si applicano all'interno del territorio [dello Stato membro].

  • La Costituzione vieta il trasferimento di poteri in misura tale che [uno stato] non possa più essere considerato un paese sovrano e democratico.

Tralascerò le prossime citazioni per non occupare troppo del vostro tempo. Passerò direttamente alle ultime due.

  • La Costituzione è la legge suprema della Polonia in relazione a tutti gli accordi internazionali che la vincolano, compresi gli accordi sul trasferimento di competenze in determinate materie. La Costituzione godrà del primato di validità e applicazione nel territorio della Polonia

E ultima citazione:

  •  Il trasferimento di competenze all'Unione europea non può violare il principio di supremazia della Costituzione e non può violare alcuna disposizione della Costituzione

 

Vedo l'agitazione sui vostri volti, capisco che in quest'Aula, almeno in parte, non siete d'accordo. Ma non capisco perché. Perché queste citazioni provengono da decisioni del Consiglio costituzionale francese, dalla Corte suprema danese, dalla Corte costituzionale federale tedesca. Ho omesso le citazioni della corte italiana e spagnola.

 

E le citazioni delle sentenze del Tribunale polacco si riferiscono al 2005 e il 2010. Quindi, dopo che la Polonia è diventata membro dell'Unione europea. La dottrina che oggi difendiamo è consolidata da anni.

 

Vale anche la pena di citare il professor Marek Safjan, già presidente della Corte costituzionale polacca e oggi giudice alla Corte di giustizia: «In base alla Costituzione, non vi è fondamento alla tesi della supremazia del diritto dell'UE sull'intero ordinamento nazionale, comprese le norme costituzionali. Non vi sono ragioni! Secondo la stessa Costituzione, essa è la legge suprema della Repubblica di Polonia (art. 8 comma 1). La citata norma contenuta nel comma 2 dell'art. 91 prevede expressis verbis il primato del diritto comunitario in caso di collisione con una fonte primaria, ma non con la norma costituzionale”.

 

Questa posizione dei tribunali nazionali non è nuova. Potrei citare altre dozzine di sentenze in Italia, Spagna, Repubblica Ceca, Romania, Lituania e altri paesi. Si afferma anche che alcune di queste sentenze si sono occupate di altri casi, di portata minore. È vero: ogni giudizio riguarda sempre qualcosa di diverso. Ma - per l'amor di Dio! - hanno una cosa in comune: confermano che i tribunali costituzionali nazionali riconoscono il loro diritto di controllo. Il diritto di controllo! Questo è quanto ed è tanto! Controllare se il diritto dell'Unione è applicato nei limiti delle competenze che gli sono state attribuite. Dedicherò ora alcune considerazioni all'Unione come spazio di pluralismo costituzionale.


Onorevoli deputati. Ci sono paesi tra noi dove le corti costituzionali non esistono, e quelli dove invece ci sono. Ci sono paesi in cui l’adesione all'Unione Europea è scritta nelle loro costituzioni, e ci sono paesi in cui non è scritta. Ci sono paesi in cui i giudici sono scelti da politici democraticamente eletti, e ci sono paesi in cui sono scelti da altri giudici.

 

Pluralismo costituzionale significa che c'è spazio per il dialogo tra noi, i nostri paesi con i loro ordinamenti giuridici. Questo dialogo avviene anche attraverso le sentenze dei tribunali. In quale altro modo i tribunali dovrebbero comunicare se non attraverso le loro sentenze? Tuttavia, non può esserci un consenso sull'impartire istruzioni e ordini agli Stati. Non è di questo che si occupa l'Unione europea. Abbiamo molto in comune, vogliamo avere sempre di più in comune, ma ci sono differenze tra noi. Se vogliamo lavorare insieme, dobbiamo accettare l'esistenza di queste differenze, dobbiamo accettarle, dobbiamo rispettarci l'un l'altro.

 

L'Unione non andrà in pezzi per il fatto che i nostri sistemi giuridici sono diversi. Operiamo in questo modo da settant'anni. Forse in futuro apporteremo modifiche che avvicineranno ulteriormente le nostre legislazioni. Ma perché ciò accada, è necessaria una decisione degli Stati membri sovrani.

 

Oggi ci sono due atteggiamenti che possiamo adottare: o possiamo accettare tutti i tentativi extra-giuridici, al di fuori dei trattati, di limitare la sovranità dei paesi europei, inclusa la Polonia, con un’espansione strisciante delle competenze di istituzioni come la Corte di giustizia, con una "rivoluzione silenziosa" sulla base non di decisioni democratiche, ma di sentenze di tribunali - oppure possiamo dire: "No, miei cari" - se volete fare dell'Europa un superstato senza nazione, guadagnatevi prima il consenso di tutti i paesi europei e delle loro società civili.

 

Lo ripeto ancora una volta: la legge suprema della Repubblica di Polonia è la Costituzione. Essa precede le altre fonti del diritto. Nessun tribunale polacco, nessun parlamento polacco e nessun governo polacco possono discostarsi da questo principio.

 

Tuttavia, vale anche la pena sottolineare che la Corte polacca, anche nella recente sentenza, non ha mai affermato che le disposizioni del Trattato sull'Unione siano del tutto incompatibili con la Costituzione polacca. Anzi! La Polonia rispetta pienamente i trattati.

 

Questo è il motivo per cui la Corte costituzionale polacca ha affermato che un'interpretazione molto specifica di alcune disposizioni del Trattato, risultante dalla recente giurisprudenza della Corte di giustizia, era incompatibile con la Costituzione.

 

Per chiarire questo punto, passerò ora, nella parte successiva del mio intervento, a delineare i rischi per l'intero sistema sociale quando lo status di un giudice è contestato da un altro giudice.

 

Secondo l'interpretazione del Tribunale lussemburghese, i giudici dei tribunali polacchi sarebbero obbligati ad applicare il principio del primato del diritto europeo non solo sulle norme primarie nazionali - cosa indubbia - ma anche a violare la Costituzione e le sentenze della propria Corte costituzionale!

 

L'adozione di questa interpretazione può comportare come conseguenza il ribaltamento arbitrario di milioni di sentenze emesse dai tribunali polacchi negli ultimi anni e la rimozione dall'incarico di migliaia di giudici. Milioni di sentenze! Ciò può essere contrario ai principi di indipendenza e inamovibilità, e al principio della stabilità e certezza del diritto applicato da un tribunale, che derivano tutti direttamente dalla Costituzione polacca. Non vi rendete conto a cosa potrebbe portare tutto questo?! Qualcuno di voi vuole davvero introdurre l'anarchia, la confusione e l'illegalità in Polonia?

 

La conseguenza sarebbe un abbassamento fondamentale dello standard costituzionale di tutela giudiziaria dei cittadini polacchi e un caos giuridico inimmaginabile.

 

Nessuno Stato sovrano può accettare una simile interpretazione. Accettarlo significherebbe che l'Unione cessa di essere un'unione di paesi liberi, uguali e sovrani - e che si trasformerebbe, con il metodo del fatto compiuto, in un organismo parastatale amministrato centralmente, le cui istituzioni possono imporre alle sue "province" tutto quello che considerano giusto. Questo non è mai stato concordato.

 

Questo non è ciò che abbiamo concordato nei Trattati. Vale certamente la pena discutere se l'Unione debba cambiare. Dovrebbe aumentare il suo bilancio? Dovremmo spendere di più per la sicurezza comune? Le spese per la difesa non dovrebbero essere sottratte alle procedure di disavanzo di bilancio? Questo è ciò che propone la Polonia! Non dovremmo rafforzare la nostra resilienza nei confronti dei pericoli ibridi, delle minacce informatiche? Non dovremmo controllare meglio gli investimenti nei settori strategici dell'economia? Come finanziare in modo equo ed efficace la trasformazione energetica e climatica? Come rendere più efficace il nostro processo decisionale? Cosa possiamo fare per evitare che i nostri cittadini si sentano sempre più alienati nell'UE?

 

Pongo queste domande perché credo che le risposte a queste domande determineranno il futuro dell'Unione. Dovremmo discutere di tutto questo.

 

Dedicherò quindi ora alcune considerazioni alla questione dei limiti delle competenze dell'Unione e delle sue istituzioni.

 

Non si dovrebbero prendere decisioni importanti modificando l'interpretazione della legge.

 

Il successo dell'integrazione europea sta proprio in questo: quella legge è derivata dai meccanismi che collegano i nostri stati in altre aree.

 

Il tentativo di ribaltare questo modello di 180 gradi - e imporre l'integrazione attraverso meccanismi giuridici - è un allontanamento dai presupposti alla base del successo delle Comunità europee.

 

Il fenomeno del deficit democratico è stato oggetto di discussione per anni. E questo deficit è andato peggiorando. Tuttavia, non è mai stato così evidente come negli ultimi anni. Sempre più spesso, attraverso l'attivismo giudiziario, le decisioni vengono prese a porte chiuse e c'è una minaccia per i paesi membri. E sempre più spesso – questo viene fatto senza una base chiara nei trattati, ma attraverso una loro reinterpretazione creativa. E senza alcun reale controllo. E  questo fenomeno è in crescita da anni.

 

Oggi quel processo è arrivato a un punto tale che dobbiamo dire basta.  Le competenze dell'Unione europea hanno i loro limiti. Non dobbiamo più tacere quando vengono superati.

 

Per questo diciamo SI all'universalismo europeo e NO al centralismo europeo.

 

Io, come tutti voi in quest'Aula, sono soggetto al controllo democratico.  Saremo tutti chiamati a rispondere di tutte le nostre azioni. Rappresento un governo che è stato eletto nel 2015 e per la prima volta nella storia polacca un solo partito ha raggiunto la maggioranza assoluta. Ecco perché abbiamo intrapreso un ambizioso programma di riforme sociali.

 

E il popolo polacco ha deciso: alle successive elezioni del 2018, 2019, 2020, ha fatto una valutazione democratica del nostro governo. Con la più alta affluenza alle urne della storia, abbiamo ottenuto il mandato democratico più forte della storia. Da 30 anni nessun partito aveva mai raggiunto un risultato elettorale simile a “Diritto e Giustizia”. E questo senza il supporto di paesi stranieri, senza il supporto delle grandi imprese, senza nemmeno un quarto dell'influenza sui media dei nostri concorrenti, che hanno plasmato la Polonia dopo il 1989.

 

Riceviamo lezioni paternalistiche sulla democrazia, lo stato di diritto, su che forma dovremmo dare alla nostra patria, sul fatto che stiamo facendo scelte sbagliate, che siamo troppo immaturi, che la nostra democrazia è presumibilmente "giovane" – questo è il corso fatale della narrazione proposta da alcuni.

 

La Polonia ha una lunga tradizione democratica. Anzi anche una tradizione di "Solidarietà".

 

Sanzioni, repressione dei paesi economicamente più forti contro quelli che stanno ancora combattendo con l'eredità di essersi trovati dalla parte sbagliata della cortina di ferro: non è una strada giusta. Dobbiamo tutti tenere a mente le conseguenze.

 

La Polonia rispetta i principi dell'Unione, ma non si lascia intimidire. La Polonia si aspetta un dialogo su questo tema.

 

Per migliorare il processo di formazione di questo dialogo, è opportuno proporre dei cambiamenti istituzionali. Si potrebbe istituire una sezione della Corte di giustizia, composta da giudici nominati dalle corti costituzionali degli Stati membri, con l’obiettivo di un dialogo permanente, secondo il principio dei pesi e contrappesi. Oggi vi presento una proposta del genere. Le decisioni finali devono spettare ai popoli e agli stati, ma i tribunali dovrebbero avere una piattaforma di questo tipo per trovare un terreno comune.

 

In conclusione, onorevoli deputati, dobbiamo anche rispondere alla domanda: da cosa l'Europa ha tratto vantaggio nel corso dei secoli? Cos’è che ha reso la civiltà europea così forte?

 

La storia risponde così: siamo diventati potenti perché eravamo il continente più diversificato del pianeta.

 

Niall Ferguson scrive: "gli imperi monolitici dell'Oriente soffocavano l'innovazione, mentre nell'Eurasia occidentale, montuosa e attraversata dai fiumi, numerose monarchie e città-stato erano in competizione creativa e comunicavano costantemente tra loro".

 

Così l'Europa ha vinto, trovando un equilibrio tra competizione creativa e comunicazione. Tra competizione e cooperazione. Oggi abbiamo di nuovo bisogno di entrambe.

 

Onorevoli deputati. Voglio un'Europa forte e grande. Voglio un'Europa che si batta per la giustizia, la solidarietà e le pari opportunità. Un'Europa capace di resistere ai regimi autoritari. Un'Europa che privilegi le soluzioni economiche più innovative. Un'Europa che rispetti la cultura e le tradizioni con le quali è cresciuta. Un'Europa che riconosca le sfide del futuro e lavori alle migliori soluzioni per il mondo intero. Questo è per noi un grande compito. Per tutti noi, cari amici. Solo così i cittadini europei troveranno in se stessi la speranza di un domani migliore. Troveranno in se stessi la volontà di agire e la volontà di combattere. È un compito difficile. Ma intraprendiamolo. Intraprendiamolo insieme. Viva la Polonia, viva l'Unione Europea degli Stati sovrani, viva l'Europa, il più grande paese del mondo!

 

Grazie mille.

 

 

11/03/21

L'Ue lentamente avanza verso gli Stati Uniti d'Europa



Su The Spectator il giurista inglese Andrew Tettenborn mette in luce come la Unione europea stia lentamente ma inesorabilmente avanzando nella costruzione di un modello di superstato federale. Cacciato dalla porta in seguito alla bocciatura del Trattato per una Costituzione europea, il modello degli Stati Uniti d'Europa è rientrato di soppiatto dalla finestra con il Trattato di Lisbona, che come una bomba dotata di micce ritardanti continua ad esplicare la sua azione estendendo i poteri del superstato a scapito delle democrazie nazionali, grazie all'azione della Corte di giustizia europea (di cui si è già parlato qui diffusamente). Un esempio recente, passato in sordina ma molto importante per comprendere il processo in atto, è la questione della Corte suprema in Polonia (caso segnalato dal senatore Alberto Bagnai su Twitter)


di Andrew Tettenborn, 4 Marzo 2021


Quando nel 2005 fu discussa la proposta di una Costituzione per la UE, molti nel Regno Unito e altrove nell’Unione sentirono puzza di bruciato. Sembrava un tentativo di forzare i governi nazionali verso i nascenti Stati Uniti d'Europa. I francesi e gli olandesi la pensavano così: e essendo costituzionalmente garantito un referendum sulla questione, entrambi fecerto il passo che era più ovvio e votarono contro. Nessun problema. Come ora sappiamo, la proposta è stata ripresentata, quasi nella stessa forma, come versione consolidata dei trattati precedenti col nome di Trattato di Lisbona. Ora fa parte del sistema dei trattati dell'UE.

Le Cassandre, ovviamente, avevano assolutamente ragione. L'UE stava davvero giocando una partita federalista a lungo termine. Il punto è ben sottolineato da una decisione della Corte di giustizia europea di questa settimana. Riguarda l'argomento apparentemente noioso della modalità di elezione dei giudici della Corte suprema in Polonia, tema invece molto rilevante.

Secondo la Costituzione Polacca, i giudici della Corte suprema sono nominati dal Presidente su designazione del KRS (Consiglio giudiziario nazionale), un organo collegiale composto prevalentemente da giudici. Fino al 2019 i membri togati del KRS erano eletti dalla magistratura e i candidati non eletti avevano diritto di appello davanti a un tribunale amministrativo.

Nel 2019 il governo ha modificato questo sistema di elezione dei giudici a seguito di una sentenza di un altro tribunale, il Tribunale costituzionale, secondo cui esso era tecnicamente incostituzionale.

In base alle nuove disposizioni, i membri togati del KRS ora non devono essere eletti dalla magistratura, ma scelti dal parlamento. Inoltre, le sue decisioni sulle candidature alla Corte Suprema sono rese di fatto definitive e inappellabili. L'UE ha criticato queste riforme, affermando che esse presentano il "chiaro rischio di una grave violazione dello Stato di diritto".

Cinque candidati esclusi dalla candidatura a giudice della Corte suprema da parte del KRS hanno sollevato il loro caso davanti alla Corte suprema polacca, che a sua volta ha richiesto alla Corte europea il suo parere sulla compatibilità delle nuove regole con il diritto dell'UE. All'inizio di questa settimana, la Corte europea ha espresso l'opinione che - qualsiasi siano le disposizioni di legge o anche della stessa Costituzione polacca – queste regole non sono compatibili col diritto europeo. E ha di fatto intimato al governo e ai tribunali polacchi di continuare ad applicare il vecchio sistema di nomine.

Il governo populista di Andrzej Duda, del partito Diritto e Giustizia, un'amministrazione cordialmente detestata dall'UE e da tutta la opinione pubblica progressista europea, com’era prevedibile è furioso per la decisione. La questione importante, tuttavia, è questa: in un'Unione europea che dovrebbe rispettare gli Stati membri e il loro diritto di mantenere i propri assetti costituzionali, come è stato deciso dal diritto europeo questo caso sulla legge polacca?

La risposta, ovviamente, sta nel Trattato di Lisbona. Tra i principi astratti introdotti da questo trattato ci sono i diritti al sistema democratico e allo stato di diritto all'interno degli Stati membri, e la loro tutela da parte dei tribunali statali. Così queste sono diventate materie regolate dalla fonte sovraordinata europea, che devono essere interpretate, se necessario, dalla Corte europea.

Ne consegue che il governo polacco non poteva rimuovere dai loro poteri i tribunali polacchi e rimanere coerente con il diritto dell'UE. Se necessario, sarà ora la Corte europea a pronunciarsi sulle nomine dei giudici, poiché le possibili minacce all'indipendenza della magistratura all'interno di uno stato ora sono una questione di interesse europeo, non solo nazionale.

Ci sono almeno tre ragioni per cui coloro che sono ancora soggetti al diritto dell'UE dovrebbero essere preoccupati. E va notato che nessuna di queste preoccupazioni riguarda il fatto se le riforme polacche siano da considerarsi buone o addirittura legittime. Le preoccupazioni riguardano invece la questione di dove risiede in ultima analisi il potere.

Possiamo iniziare dalla preoccupazione più ovvia. È ormai chiaro che le modifiche introdotte dal Trattato di Lisbona erano davvero una bomba dotata di spoletta a scoppio ritardato e puntata direttamente contro l'indipendenza nazionale. Esse avevano il potenziale, e l‘obiettivo, di innescare il processo di costruzione dell'UE come superstato federale, con la sua Corte di giustizia come arbitro della lealtà costituzionale. Questo è esattamente quello che è successo. L'UE può anche dar fiato alle trombe del suo impegno per la sussidiarietà, il principio secondo cui, ove possibile, sarebbero le istituzioni nazionali a dover prendere le decisioni. Ma in realtà l'ordinamento giuridico dell'UE si sta silenziosamente annettendo poteri quanto meno analoghi a quelli della Corte Suprema degli Stati Uniti, di intervenire in quelli che erano considerati gli affari interni degli Stati membri, al fine di promuovere quelli che sono descritti come valori europei, ma che sono di fatto gli obiettivi politici di una piccola élite dei paesi membri occidentali più grandi.

La seconda ragione di preoccupazione è che è probabile che si avanzerà in questa direzione. Nel caso della Prorogation del Parlamento del 2019, molti si sono sentiti giustamente inquieti per l'abuso del potere, da parte della Corte Suprema del Regno Unito, di decidere su questioni di materia costituzionale astratta. Il punto era in primo luogo se tale tribunale avesse il diritto di pronunciarsi sui tempi delle sessioni parlamentari. Ma questo non è niente in confronto al caso dell'UE. Si consideri che le vaghe espressioni del Trattato di Lisbona fanno ora parte del diritto immutabile dell'UE, come l'affermazione che l'UE è “fondata sui valori del rispetto della dignità umana, della libertà, della democrazia, dell'uguaglianza, dello Stato di diritto e del rispetto dei diritti umani». La licenza concessa alla Corte europea di decidere su questioni di correttezza costituzionale nazionale in base alla sua interpretazione di termini vaghi come questi dovrebbe preoccupare chiunque. Dopotutto, non solo quel tribunale è di gran lunga più politicamente astuto della nostra stessa Corte Suprema, ma inoltre non c'è alcuna possibilità di neutralizzare le sue sentenze attraverso lo svolgimento di elezioni politiche.

La terza preoccupazione è ancora più semplice: l'autodeterminazione. Molti sono profondamente diffidenti nei confronti del governo polacco e pensano - forse giustamente - che in realtà si stia impegnando in un cinico esercizio di neutralizzazione della corte, per mettere in ginocchio una magistratura che considera ostruzionistica. Ma uno dei valori dello stato nazionale democratico è la capacità degli stati di risolvere da soli i propri problemi politici. Nel prendere la sua decisione, senza dubbio con l'approvazione dei responsabili a Bruxelles, il tribunale ha dimostrato ancora una volta la ferma convinzione della gerarchia dell'UE che non è così, che non dovrebbe essere lasciato allo Stato nazionale il compito di risolvere da sé i propri problemi politici. Solo per questo dovremmo essere felici di essere fuori dall'organizzazione. Nel Regno Unito noi affidiamo alla nostra democrazia le decisioni politiche che contano. L'UE, francamente, non lo fa.

05/12/20

Telegraph - La Brexit impallidisce di fronte all'antropologia culturale europea e alle guerre del debito

 


Ambrose Evans Pritchard in questo suo articolo sul Telegraph del 1 Dicembre 2020 fa un confronto tra la situazione in cui è maturata la Brexit e la attuale crisi con Polonia e Ungheria.

Allora, fu proprio la rigidità dei leader europei a porre le premesse per la Brexit, quando le modeste richieste del governo inglese, di ottenere delle clausole di salvaguardia come condizione per approvare il Fiscal Compact, furono respinte e il governo inglese pose il suo veto sul Trattato.

Aggirando il veto britannico, il Fiscal Compact venne surrettiziamente imposto facendo ricorso al “metodo intergovernativo”, nel senso che il patto fu ugualmente sottoscritto, ma non come trattato europeo, che avrebbe richiesto l'unanimità, bensì come semplice trattato intergovernativo tra i paesi aderenti. La valanga di accuse e di invettive a cui fu sottoposto il governo britannico in quella occasione ebbe come risposta il referendum sulla Brexit.

Ora l’Ungheria e la Polonia, che hanno messo il veto al bilancio della UE e al Recovery Fund sulla cosiddetta “rule of law”, rischiano di subire una variante dello stesso trattamento, mentre Bruxelles sta vagliando le modalità per aggirare il veto ed escludere i due paesi dalla ripartizione dei finanziamenti.

A proposito di questo scontro nella UE, Pritchard osserva:  

"Non desidero soffermarmi sulle accuse mosse all'Ungheria e alla Polonia, se non per notare che diversi organismi non UE - l'OCSE, il Consiglio d'Europa, e altri - hanno lanciato l’allarme sulla deriva autoritaria di questi regimi. 

Ma sono assolutamente certo che questa controversia intra-UE sarebbe gestita in modo diverso se i leader ungheresi e polacchi non fossero anche euroscettici. Chi decide esattamente cosa costituisce una violazione della libertà di stampa o dell'indipendenza dei giudici?

Il francese Emmanuel Macron ha cercato di far passare una legge sorprendente che limita la copertura mediatica delle azioni di polizia, sebbene questa settimana le manifestazioni di massa e le critiche generalizzate lo abbiano costretto a fare un passo indietro. Macron non tollera le critiche e ha l'abitudine di intervenire per far censurare i commenti, anche sulla stampa anglosassone.

In un certo numero di stati dell'UE regna la corruzione, o sono collusi con la criminalità organizzata, o mancano di un'autentica democrazia. La Carta dei diritti fondamentali è applicata in modo selettivo dalla Corte europea.

Amnesty International afferma che la condanna a nove anni per sedizione di due attivisti catalani impegnati in una manifestazione di disobbedienza pacifica rappresenta un grave abuso del potere giudiziario. A loro parere la corte suprema spagnola ha legittimato la repressione politica e ha "criminalizzato atti di protesta legittimi". L'UE ha guardato dall'altra parte, perché Madrid non mette in discussione il progetto europeo.

Anche i signori che hanno trasformato Malta nel loro feudo personale hanno molto a che fare con l'omicidio del giornalista che ha denunciato i loro abusi. Nel suo sondaggio globale sulla libertà di stampa, Reporter Senza Frontiere classifica diversi paesi dell'UE al di sotto della Polonia, ad esempio Grecia (65) e Bulgaria (111)."

Ricordando quel che è successo in Italia con lo scandalo del CSM e del processo a Salvini per un atto compiuto nell'esercizio dei suoi poteri, cosa che se fosse accaduta in Polonia o Ungheria avrebbe suscitato senza ombra di dubbio enorme indignazione, non possiamo che concordare su quanto osserva Pritchard in conclusione di questo argomento:  

"In breve, le violazioni dei criteri di Copenaghen dell'UE in materia di governance democratica e diritti umani sono usate come un bastone che colpisce solo coloro che resistono alle ambizioni centralizzanti di Bruxelles."

Proseguendo nelle sue argomentazioni, Pritchard commenta la seconda profonda scissione che divide la UE: la guerra del debito nord-sud, problema che ora sembra in apparente remissione, ma cova sotto la cenere pronto a esplodere non appena la BCE dovrà smettere il suo continuo acquisto titoli e torneranno in scena i vincoli di bilancio. Per Pritchard, entrambe queste profonde scissioni sono impossibili da ricomporre.

"Il divario Nord-Sud è ora peggiore che mai. Bruxelles afferma che il debito pubblico in Germania è balzato di 11 punti al 71% del PIL nell'ultimo anno, ma nel Sud è arrivato a più del doppio, raggiungendo il 116% in Francia, il 120% in Spagna, il 135% in Portogallo, il 160% in Italia e il 201% nel Grecia. Queste cifre peggioreranno quasi certamente dopo la seconda ondata di Covid.

Il Fondo monetario internazionale ha avvertito questa settimana che l'UE potrebbe dover aumentare il "sostegno alla solvibilità" per evitare una cascata di insolvenze, sottintendendo che il Recovery Fund è troppo piccolo e lento per sostenere il sistema e che i paesi ad alto debito potrebbero dover affrontare "reazioni avverse di mercato", a meno che non si metta in atto un bazooka fiscale di maggiori dimensioni.

Gli acquisti di obbligazioni da parte della Banca centrale europea spiegano l'attuale calma illusoria. Francoforte sta assorbendo i deficit del Covid e tenendo a bada i bond vigilantes. 'In definitiva, l'intero edificio dipende dalla stessa BCE, dalla sua volontà di sostenere il mercato del debito sovrano', afferma lo storico dell'economia Adam Tooze.

Ad un certo punto la BCE dovrà smettere di acquistare obbligazioni italiane, portoghesi e spagnole, perché altrimenti ci saranno ulteriori sentenze ostili da parte della Corte costituzionale tedesca e in Germania il consenso politico all'unione monetaria verrà meno. Qualsiasi scintilla di inflazione porterà la situazione a un punto critico.


Il fatto è che la zona euro non è come il Giappone, o il Regno Unito, o gli Stati Uniti, dove la politica monetaria sosterrà sempre il sistema. Gli stati dell'UEM sono legalmente e costituzionalmente appesi al proprio debito separato.

Quando i mercati inizieranno ad anticipare la fine del 'put' della BCE, l'insolvenza implicita dell'Italia diventerà esplicita. Gli obbligazionisti sconteranno la futura ristrutturazione del debito e torneremo agli scenari di contagio del 2012.

Comunque lo si guardi, non si può colmare il divario economico tra Nord e Sud, così come non si può colmare il divario culturale tra un Occidente laico post-cristiano e un Oriente post-comunista che sta ritrovando con entusiasmo la sua identità cristiana. Non possono coesistere tutti in un’unica Unione, a meno che non sia una libera confederazione che lasci ogni paese libero di gestire i propri meccanismi economici e politici sovrani.

Procedendo con un'ideologia ostinata e un atteggiamento di disprezzo per le politiche nazionali europee, l'UE è finita col diventare un'idra a due teste che è in parte federale e in parte confederale, e intrinsecamente instabile. La resa dei conti con Polonia e Ungheria non è un evento unico. Sono le scosse delle placche tettoniche che vanno sempre più divergendo.

Gli storici avranno una visione molto diversa della Brexit dopo che l'antropologia culturale europea si sarà imposta con la sua forza irresistibile.

28/01/20

Wahrheit Macht Frei… La verità vi farà liberi

In occasione della Giornata della Memoria 2020, pubblichiamo un articolo di Strategic Culture che rimette ordine nei fatti storici del tempo. Sarebbe infatti opportuno che l’Europa non ricordasse del nazismo e dell’Olocausto solo ciò che le fa comodo, riscrivendo la storia di tutto il resto. Il tentativo recente da parte del governo polacco e dell’UE di attribuire all’Unione Sovietica parte della responsabilità dei crimini della Germania nazista è un insulto al popolo russo, che più di ogni altro ha pagato un prezzo — elevatissimo — per combattere e sconfiggere i nazisti, oltre ad avere materialmente liberato numerosissimi campi di concentramento, Auschwitz compreso. 

 

 

Di Finian Cunningham, 22 gennaio 2020

 

 

Ricorre questa settimana il settantacinquesimo anniversario della liberazione del campo di morte di Auschwitz dai nazisti ad opera dell’Armata Rossa sovietica. Ma l’evento epocale viene oscurato da nuovi tentativi da parte delle autorità polacche – supportate da funzionari americani e tedeschi – di scaricare la colpa della Seconda guerra mondiale sull’Unione Sovietica.

 

La famigerata massima tedesca “Arbeit Macht Frei” (“Il lavoro rende liberi”), che sormontava il cancello di ingresso metallico di Auschwitz, attraverso il quale milioni di prigionieri si avviarono verso la morte, potrebbe oggi essere sottotitolata con la frase più onesta “Wahrheit Macht Frei” (“La verità vi farà liberi”).

 

Perché quello che si sta verificando nella commemorazione di Auschwitz della Polonia, e più in generale nelle dichiarazioni sulle origini della Seconda Guerra Mondiale, è una spaventosa distorsione della storia per soddisfare gli attuali interessi geopolitici occidentali e danneggiare la Russia. Ma nascondere o negare le cause della guerra serve solo a condannare il mondo a ripeterla.

 

Anziché vedersi assegnato un posto d’onore in prima fila per la liberazione dei campi di sterminio nel sud della Polonia il 27 gennaio 1945, ad opera dell’Armata Sovietica, oggi Mosca viene messa a margine, nonostante il suo ruolo fondamentale nel distruggere il regime nazista e tutti i suoi orrori.

 

Sembra che il presidente Russo Vladimir Putin abbia declinato l’invito a presenziare al settantacinquesimo anniversario in Polonia. La Russia verrà rappresentata dal suo ambasciatore nel Paese. Putin sarà presente a un evento equivalente in Israele, e in quella commemorazione alternativa gli sarà riconosciuta la meritata importanza, per mettere in risalto i risultati ottenuti nella liberazione dal predecessore della Russia, l’Unione Sovietica. Possiamo capire le ragioni per cui il Presidente Russo ha deciso di non prendere parte all’evento in Polonia, a causa delle affermazioni tossiche fatte recentemente da Varsavia e da altri stati occidentali sulle accuse rivolte all’Unione Sovietica di essere stata collusa con la Germania nazista nell’istigare la guerra.

 

Questa distorsione della storia ha persino ottenuto uno status ufficiale quando il Parlamento europeo – a seguito di pressioni da parte degli stati Baltici e della Polonia – ha adottato una risoluzione, lo scorso settembre, in cui l’Unione Sovietica viene dichiarata colpevole come il Terzo Reich Nazista per aver dato inizio alla Seconda Guerra Mondiale.

 

Quando il presidente Putin ha liquidato la risoluzione come una “sciocchezza” e ha proseguito sottolineando la collaborazione documentata della stessa Polonia con la Germania nazista, l’attuale governo polacco, insieme ai diplomatici tedeschi e americani, hanno raddoppiato le accuse verso Mosca, imputandole di avere una parziale responsabilità nell'esplosione della peggiore conflagrazione della storia.

 

Queste accuse occidentali e polacche hanno origine dallo storico patto di non aggressione firmato tra nazisti e sovietici il 23 agosto 1939, una settimana prima che i nazisti invadessero la Polonia. Si sostiene quindi che la distensione tra Stalin e Hitler abbia incoraggiato quest’ultimo a dare il via alla guerra.

 

Come ha riferito Radio Free Europe: “L’inviato tedesco Rolf Nikel e l’ambasciatore USA in Polonia Georgette Mosbacher hanno entrambi dichiarato il 30 dicembre che la Germania e l’Unione Sovietica hanno colluso, nel 1939, per iniziare la guerra che avrebbe portato alla morte di decine di milioni di persone nell’Europa continentale”.

 

Il Primo ministro polacco Mateusz Moraweicka ha denunciato la versione della storia di Putin come “falsa… che calpesta la memoria di tali eventi. La Polonia deve difendere la verità, non per i propri interessi, ma per il bene di ciò che definisce l’Europa”.

 

Si tratta di un esempio di distorsione della storia quanto mai audace.

 

Le ragioni di questa riscrittura sono ovvie. La Germania può così scaricare parte della sua colpa riguardo alla guerra che ha terrorizzato l’Europa con il genocidio fascista.

 

Coinvolgendo i Sovietici nell’orrore nazista, gli americani e i loro surrogati di destra in Polonia e negli stati Baltici possono rianimare le loro invenzioni fiacche e stantie su una “aggressione russa” verso l’Europa di oggi. Questo capovolgimento è particolarmente disprezzabile, se consideriamo che l’Unione Sovietica soffrì più di ogni altra nazione la barbarie nazista, con più di 25 milioni di morti e decine di milioni di feriti.

 

La Polonia è forse quella che ha più da guadagnare dalla falsificazione della storia. Il suo stesso vergognoso passato di collusione col regime nazista prima e durante la guerra verrebbe, si prevede, cancellato e scaricato nel dimenticatoio della storia.

 

Ironia della sorte, tutti coloro che si accodano alla denigrazione della Russia per la presunta complicità sovietica con la Germania nazista sostengono che Putin sta “riscrivendo la storia” , facendo riferimento ai documenti sovietici e alla propaganda.

 

Uno dei migliori resoconti accademici del periodo dalla Prima guerra mondiale fino alla fine degli anni '30 e allo scoppio della guerra è l'opera dello storico britannico A. J. P. Taylor, dal titolo 'Le origini della Seconda Guerra Mondiale' (pubblicata nel 1961). Taylor non è un "compagno di viaggio" dell'Unione Sovietica. Il suo studio è un esercizio professionale di studio oggettivo.

 

La prospettiva russa è sostanzialmente appoggiata da Taylor (e da altri storici occidentali, vedi ad esempio questo recente saggio  di Michael Jabara Carley). Il patto di non aggressione nazista-sovietico alla vigilia dello scoppio della guerra fu un disperato tentativo di Mosca di tenere a bada il Terzo Reich. Dovuto al fatto che, come sottolinea Taylor, le potenze occidentali, in particolare la Gran Bretagna, la Francia e la Polonia, avevano costantemente respinto tutti gli appelli sovietici a stringere un patto collettivo europeo di sicurezza contro la Germania nazista.

 

Quando Hitler si annesse l'Austria nel 1936 e invase la Cecoslovacchia nel 1938, Gran Bretagna, Francia e Polonia si voltarono dall'altra parte. Il manifesto del Fuhrer nel Mein Kampf e le sue varie invettive durante gli anni '30 ebbero come obiettivo esplicito l'annientamento dell'Unione sovietica e degli ebrei europei per la soluzione finale.

 

I ministri polacchi durante questo periodo condivisero lo spregio nazista per il popolo sovietico ed ebraico. Il caso dell'ambasciatore polacco a Berlino Josef Lipski, che nel 1938 propose a Hitler un piano per deportare gli ebrei europei in Africa, è inconfutabile.

 

Ciò che le autorità polacche oggi sono costrette a negare sono fatti storici obiettivi che assegnano complicità ai loro predecessori nello scatenare il mostro nazista. Il fatto che Auschwitz e altri campi di sterminio nazisti si trovino sul territorio polacco non sembra dare a questi russofobi virali alcuno spunto di riflessione. Il fatto che l'Armata Rossa sovietica abbia salvato milioni di polacchi dalla barbarie nazista – una barbarie che i loro vacillanti e illusi leader politici avevano incoraggiato – è forse l'esempio più chiaro di come "la menzogna non vi farà liberi".

 

03/01/20

Putin ricorda all’Occidente: coloro che ignorano la storia sono condannati a ripeterla

Mentre l’Unione Europea a guida tedesca si sforza comicamente di scaricare i crimini nazisti sulla coscienza della Russia, Putin ricorda alcuni semplici fatti allo smemorato occidente: Francia e Inghilterra scesero a patti con i nazisti ben prima dell’URSS, ammiravano i politici Mussolini e Hitler e ne condividevano le idee sull’eugenetica. Chi usa l’antinazismo ai propri fini politici, salvo poi appoggiare i gruppi di veri neonazisti in Ucraina, è destinato a ripetere gli errori del passato.

 

 

Di Matthew Ehret, 1 gennaio 2020

 

 

Il Presidente Putin ha recentemente suscitato un vespaio ricordando alle nazioni occidentale la loro complicità nel sostenere l’ascesa del Nazismo, molto prima che venisse firmato il patto Molotov-Ribbentrop il 23 agosto del 1939.

 

Ma cosa ha riguardato esattamente questo vespaio?

 

Tra il 19 e il 24 dicembre, Putin ha parlato in diverse occasioni del pericolo di una  rinascita del fascismo in Europa apostrofando l’allora ambasciatore polacco in Germania, Józef Lipski (1934-1939), come “Feccia e maiale antisemita, non c’è altro modo di descriverlo… Condivideva i sentimenti anti-semiti di Hitler e  promise addirittura di erigere un monumento a Varsavia per celebrare la persecuzione del popolo ebraico”.

 

Putin ha pronunciato queste parole più che altro per sottolineare la grande ipocrisia nascosta sotto la forma di una Risoluzione del Parlamento Europeo, adottata il 17 settembre, che chiedeva agli Stati Europei di riconoscere ufficialmente che il Patto di non aggressione russo-tedesco del 1939 (chiamato Patto Molotov-Ribbentrop) fu l’unica causa della Seconda Guerra Mondiale! L’attuale governo polacco ha dimostrato di essere uno dei sostenitori più sfegatati di questa risoluzione, cosa particolarmente pericolosa in quanto è anche uno dei membri NATO di maggiore importanza strategica e che ospita lo scudo balistico antimissile (ABM) nel suo territorio, come parte della dottrina militare di “Dominio a Completo Spettro” predicata dagli utopisti militare industriali della NATO e del “Deep State” americano.

 

Putin ha ricordato ai suoi ascoltatori che la vera responsabilità della guerra dovrebbe essere attribuita a quelle potenze europee che avevano già firmato patti di non aggressione con Hitler molto prima della Russia, a cominciare dall’Accordo di Monaco del 1938 tra la Francia, l’Inghilterra e la Germania, che avrebbe permesso più tardi l’annessione tedesca della Cecoslovacchia. Su questo punto, Putin ha detto: “Facciamogli leggere i documenti storici, così che possano vedere che l’accordo di Monaco fu firmato nel 1938: i leader dei più importanti paesi europei – la Francia e il Regno Unito – firmarono un accordo con Hitler per dividere la Cecoslovacchia”.

 

Il leader russo ha continuato dicendo “E’ gente come questa che ha negoziato con Hitler – è gente come quella che oggi sta distruggendo i monumenti ai soldati che ci hanno liberato dal nazismo, soldati dell’Armata Rossa che hanno liberato l’Europa e i popoli europei dai nazisti”.

 

Il riferimento di Putin alla “distruzione di monumenti” faceva diretto riferimento alla Polonia, che si è distinta come il più entusiasta tra i distruttori di monumenti pro-sovietici dedicati alla Seconda guerra mondiale negli ultimi 30 anni. Dal 1989, centinaia di questi monumenti sono stati abbattuti e, nonostante  ne rimangano ancora 200, il loro futuro è in grande pericolo, dato che il clima anti-russo è a un massimo storico. Altre nazioni che facevano parte del Patto di Varsavia e che hanno seguito le stesse orme nella distruzione di monumenti pro-russi negli ultimi anni sono lo stato neonazista dell’Ucraina, la Repubblica Ceca e la Bulgaria.

 

Ora, aggiungerò un’altra verità scomoda che è stata sollevata dagli avvertimenti di Putin: la posizione filonazista dell’ambasciatore polacco e le politiche filonaziste da parte di Inghilterra e Francia non erano casi isolati negli anni che precedettero la Seconda Guerra Mondiale. Il fatto è che l’eugenetica come quasi-scienza razzista aveva ottenuto un’adesione semi-religiosa da buona parte dell’establishment politico e scientifico occidentale durante gli anni ’20 e ’30, con sostenitori di spicco, in Inghilterra, quali Sir Winston Churchill, il fascista britannico Sir Oswald Mosley e Re Edoardo VIII, che vantavano l’importanza della “purificazione della razza”.

 

Churchill nel 1933 definì Mussolini “il più grande tra i legislatori” e nel 1938 disse: “se l’Inghilterra dovesse subire un disastro nazionale, dovrebbe pregare Dio che invii un uomo dalla forza mentale e dalla volontà di Adolph Hitler”.

 

Il regime francese di Vichy aveva abbracciato l’eugenetica sotto la guida del fanatico antisemita Feldmaresciallo Pétain, che non vedeva l’ora di collaborare coi Nazisti. Viene facilmente dimenticato che perfino le leggi tedesche sulla sterilizzazione furono modellate sulle leggi eugenetiche americane e canadesi, che erano già in vigore da decenni.Si tratta di un affare un po' imbarazzante per l’occidente che le Fondazioni Rockefeller/Carnegie abbiano riversato soldi nelle università occidentali e tedesche sin dal 1912 per legittimare la “scienza della purificazione razziale”, una copertura per il “controllo della popolazione”.

 

Infine, non dimentichiamo che la stessa Wall Street e le banche della City di Londra che oggi spingono per un governo fascista globale mondiale avevano entusiasticamente riversato delle fortune nei forzieri di guerra fascisti durante il decennio che precedette la Seconda Guerra Mondiale.

 

Quindi, quando Putin evidenzia l’ipocrisia delle nazioni occidentali, cieche alle lezioni del loro passato, non è preoccupato tanto del passato, quanto perché sa che coloro che ignorano la loro vera storia sono condannati a ripeterla.

 

02/08/19

L’altra periferia dell’Unione Europea

L’Off-Guardian racconta la storia della periferia europea meno nota, quella dei paesi dell’Europa Centrale e Orientale. Si tratta di una storia che ricorda quella raccontata in un libro a noi molto caro. L’ingresso dei paesi ex-comunisti all’interno dell’Unione Europea non serve ad elevare lo standard di vita di questi al livello dei paesi occidentali: serve a sfruttarne tutte le risorse, in primis una manodopera qualificata a basso costo, a costo di impoverire e desertificare paesi già più deboli.

 

 

Di Frank Lee, 27 luglio 2019

 

 

Partiamo dai dieci paesi più poveri per reddito pro capite dell’Europa, in ordine crescente:

 



 

La media generale di reddito pro capite in Europa è di 37.317 dollari (dati 2018).

 

Quello che salta all’occhio è che la maggior parte di questi paesi è o nei Balcani o nel Sud-Est Europa. Ma questo non è tutto.

 

Il Portogallo, il paese più povero dell’Europa occidentale, con un PIL di 238 miliardi di dollari, è di poco superato dalla Repubblica Ceca (che è in realtà al centro dell’Europa), la migliore esponente dell’Est e il cui reddito nazionale è di 240 miliardi di dollari.

 

Pertanto, in termini di reddito pro-capite, la Repubblica Ceca è l’unico rappresentante dei paesi ex-sovietici in Europa. Questa scissione geopolitica non potrebbe essere più marcata. Queste due eurozone replicano la divisione tra il Sud e il Nord esistente in America con gli USA e il Canada da una parte e l’America Centrale e Latina dall’altra.

 

Gran parte dell’attenzione allo sviluppo europeo – o della sua assenza – si è concentrata sul divario tra l’Europa dell’Est e del Sud. La scissione attuale è attribuibile a strategie economiche provate, testate e fallite promulgate dalle varie istituzioni pro-globalizzazione: il FMI, la World Bank, il WTO eccetera.

 

La moneta unica, l’euro, è diventata a corso legale il primo gennaio 1999 ed è stata adottata dalla maggior parte dei paesi dell’Europa. Ma si è rivelata una rovina per la economia politica del Sud.

 

Quando stati sovrani differenti sono responsabili delle loro stesse strategie economiche e sono in grado di stampare e dare corso alla loro propria moneta sui mercati mondiali, ogni distorsione e cattiva allocazione delle bilance commerciali viene compensata da cambiamenti del tasso di cambio – in breve, dalla svalutazione. Questo si spera aggiusti gli sbilanciamenti e riporti all'equilibrio commerciale.

 

Tuttavia, questa strategia oggi non è più disponibile per gli stati europei del Sud, dal momento che non hanno più la loro propria moneta e, inoltre, sono sotto tutela della BCE. La periferia del Sud usa ora la stessa moneta del blocco del Nord, l’euro, e la BCE le chiede di adottare una politica economica che vada bene per tutti.

 

Pertanto, le svalutazioni sono escluse.

 

Dati i livelli più alti di produttività e i costi più bassi della Germania, dell’Olanda, della Svezia, della Francia eccetera, gli stati della periferia del Sud hanno iniziato ad accumulare cronici deficit di bilancia dei pagamenti. L’unica via d’uscita per loro disponibile è quella che viene definita “svalutazione interna” – vale a dire l'austerity.

 

Questo provoca bassa crescita, alta disoccupazione, intensa emigrazione, spopolamento, tagli alla spesa pubblica e tutte le altre strategie di aggiustamento strutturale del FMI – strategie fallite praticamente ovunque.

 

Se ci occupiamo dell’Europa dell’Est, facciamo luce su un differente ordine di problemi. La maggior parte dei paesi europei dell’Est, Bulgaria, Croazia, Repubblica Ceca, Ungheria e Polonia hanno mantenuto la loro moneta; salvo casi specifici come la Lettonia il cui governo, a differenza del suo popolo, è entrata dove osano le aquile – nell’eurozona e nell’euro

 

(NB Alcuni paesi europei occidentali, come per esempio il Regno Unito, la Danimarca, la Svizzera e la Norvegia, hanno – saggiamente – mantenuto le loro monete).

 

Escludendo la Russia, ovviamente, questi Stati Europei dell’Est – chiamate “economie di transizione” – si sono impantanati nella stagnazione economica che è stata molto spesso difficile se non impossibile da superare. Questi ostacoli sono specifici della periferia dell’Est.

 

L’Unione Europea ora è composta da 28 stati. Non meno di 10 di questi erano ex stati del Blocco dell’Est, e questa proporzione è destinata a crescere con l’imminente adesione di alcune nazioni balcaniche minori. Sebbene la Georgia e l’Ucraina siano in lista per aderire alla UE, dovrebbero anche aderire alla NATO, come è diventata consuetudine per gli stati aspiranti UE.

 

Tuttavia, che ottengano l’adesione è materia di congetture, in quanto questo significherebbe quasi certamente violare una linea rossa con la Russia, risultando un una importante crisi geopolitica. Il centro di gravità dell’Europa si sta spostando. E mentre il processo di adesione all’Unione Europea sta guidando il cambiamento all’interno di questi paesi, sta anche modificando la natura stessa dell’Europa.

 

DOV'È LA MIA PORSCHE?


 

Questi stati dell'Europa orientale emersi dalla disgregazione dell'Unione Sovietica sono stati indotti a credere che venisse loro offerto un nuovo mondo luminoso, con tenore di vita pari a quello dell'Europa occidentale, livelli salariali più elevati e alti tassi di mobilità sociale e consumi (somiglia molto a “con l’euro lavoreremo un giorno in meno guadagnando come se lavorassimo un giorno in più”, NdVdE).

 

Purtroppo, è stata venduta loro un'illusione (un fogno? NdVdE): il risultato della transizione finora sembra essere stato la creazione di un territorio con salari bassi, un'economia di confine ai margini del nucleo europeo altamente sviluppato; una versione in euro del NAFTA e delle maquiladora, ossia unità di produzione a bassa tecnologia, bassi salari e basso costo che si trovano in Messico, appena varcati i confini meridionali degli Stati Uniti.

 

Questo ha avuto conseguenze politiche e sociali più ampie per l'intero progetto europeo. Il Brave New World previsto non aveva altri principi guida o progetti se non le solite prescrizioni neoliberali di privatizzazione-deregolamentazione-liberalizzazione; la triade politica ben collaudata del manuale neoliberale.

 

Al centro dell’attuazione di queste politiche c'era una controversa prescrizione, chiamata "shock-therapy". Il fatto che questa politica fosse già stata tentata in Russia e avesse fallito in modo spettacolare non sembrava preoccupare i passacarte. Con le credenze religiose accade sempre così.

 

La dottrina stessa era diventata popolare tra gli ingenui e gli opportunisti delle vecchi "repubbliche dei lavoratori". La terapia d'urto è stata progettata per eliminare tutte le vecchie nozioni fuori moda come l'interventismo dello stato, lo stato sociale, la protezione sociale e nazionale; le misure comprendevano l'improvvisa rimozione delle sovvenzioni statali, la svendita di beni statali (privatizzazione) e la brusca eliminazione dei controlli e delle sovvenzioni che in precedenza erano stati applicati ai salari e ai prezzi.

 

Ma i militanti neoliberisti insistettero su una politica di "liberazione" dei mercati che, secondo loro, massimizzerebbe la crescita e lo sviluppo. Come era prevedibile, naturalmente, queste strategie politiche spalancarono questi paesi alla massima penetrazione e influenza occidentale, spesso predatoria.

 

Lo shock fu programmato per avvenire prima della creazione di mercati finanziari all'interno della regione e, in assenza di capitale d'investimento, gli sforzi di ristrutturazione si concentrarono sulla manodopera, sulla riduzione del costo unitario del lavoro, per diventare "competitivi". Si deve comprendere che nell'economia neoliberale, dal lato dell'offerta, la strada verso la ricchezza e la prosperità comportava politiche che in realtà rendono le loro popolazioni più povere. Sembra esserci un sentore leggermente orwelliano in questo. "La povertà è ricchezza."

 

L'ondata di disoccupazione di massa che questa ha generato all'inizio degli anni '90 va ben oltre le esperienze delle recessioni britanniche degli anni '80, con la disoccupazione che  in alcune regioni raggiunse l'80%. La terapia d'urto ha deliberatamente progettato un crollo nelle economie della regione, distruggendo i legami economici della regione e creando poi una massiccia recessione interna.

 

LA SHOCK-THERAPY – TUTTO SHOCK E NIENTE TERAPIA


 

In ogni caso, lo spettacolo deve continuare. La religione neoliberale adottata da molti di questi stati, spesso da ex membri della nomenklatura comunista, che ha portato ad alti livelli di disoccupazione strutturale, era in realtà destinata a farlo, almeno a breve termine. Pur dolorosa che fosse, questa è stata la scossa necessaria ad una forza lavoro inefficiente e confusa e quindi la precondizione assoluta che avrebbe trasformato queste economie precedentemente arretrate in concorrenti agili ed efficienti sui mercati europei e sarebbe stato il preludio ad un ingresso nelle economie sviluppate sul modello dell'Europa occidentale e degli Stati Uniti. Sì, come no.

 

Nel mondo reale Michael Hudson[1] ha analizzato come questo processo ha funzionato in Lettonia.

 

Come altre economie post-sovietiche, i Lettoni volevano raggiungere la prosperità che vedevano nell'Europa occidentale. Se la Lettonia avesse seguito le politiche che hanno costruito i paesi industrializzati, lo Stato avrebbe tassato progressivamente ricchezza e reddito, per investire nelle infrastrutture pubbliche.

 

Invece, il miracolo baltico della Lettonia assunse forme in gran parte predatorie di ricerca di rendite e di privatizzazioni privilegiate. Accettando il consiglio degli Stati Uniti e della Svezia di applicare le politiche fiscali e finanziarie neoliberali più estreme al mondo, la Lettonia ha imposto le tasse più pesanti sul lavoro. I datori di lavoro dovevano pagare una tassa del 25% sui salari più un 24% dell'imposta sui servizi sociali, mentre i salariati pagano un'altra tassa dell'11%. Queste tre imposte arrivavano al 60% di tasse prima delle detrazioni personali.

 

Inoltre, al fine di rendere il lavoro costoso e non competitivo, i consumatori devono pagare un'IVA del 21% (aumentata bruscamente dal 7%) dopo la crisi del 2008. Nessuna economia occidentale tassa salari e consumi a questo livello.

 

Se da una parte abbiamo una forte tassazione del lavoro in Lettonia, dall’altra c’è invece appena il 10% di tassazione sui dividendi, sugli interessi e su altre rendite e l'aliquota fiscale più bassa sulla proprietà di qualsiasi altra economia. Pertanto, la politica fiscale lettone ha ritardato la crescita e l'occupazione, sovvenzionando contemporaneamente una bolla immobiliare che è la caratteristica principale del "miracolo baltico" lettone.

 

Ora la Lettonia doveva aprire la sua economia agli afflussi di capitale esteri – denaro bollente – da filiali bancarie straniere, principalmente scandinave, il cui interesse principale era quello di finanziare il boom immobiliare. Naturalmente, questi flussi di cassa dovevano essere remunerati e così divennero una tassa finanziaria sul lavoro e sull'industria della nazione. Altre fonti per remunerare i soldi esteri sono state le privatizzazioni delle aziende del settore pubblico lettone. La Svezia è diventata una fonte importante di questi afflussi di denaro in cerca di rendita.

 

Ma nonostante tutto il denaro che fluiva in Lettonia, non è stato fatto alcuno sforzo per ristrutturare l'industria e l'agricoltura, per generare attivi con l’estero per l'importazione di capitali e beni di consumo non prodotti in patria. Dopo aver perso le potenzialità di esportazione durante il periodo COMECON, i legami di produzione esistenti sono stati sradicati, gli impianti industriali sono stati smantellati per il loro valore catastale o trasformati in speculazione immobiliare.

 

Il miracolo del Baltico non è stato altro che una bolla di debito immobiliare finanziata dagli afflussi di capitali esteri. Quando i flussi hanno invertito la direzione, l'entità della deflazione del debito, la deindustrializzazione e lo spopolamento (vedi sotto) sono diventati evidenti.

 

Il programma di austerità... che la Lettonia aveva subito aveva comportato il più rapido crollo dei prezzi delle case al mondo nel giro di un anno, prezzi che avevano raggiunto il picco nel 2007. Nonostante nel 1991 fosse priva di debiti, la Lettonia era diventata il paese più indebitato d'Europa, senza aver utilizzato parte del credito preso in prestito per modernizzare la sua industria o l'agricoltura. [2]"

 

Ciò che era vero per la Lettonia, lo era in generale anche nel resto dell'Europa orientale. Così nel 2008 era diventato evidente che le economie post-sovietiche non erano realmente cresciute, ma erano state finanziarizzate e indebitate.

 

L'economista di Forbes Adomanis ha calcolato nel 2014 che se la convergenza di queste economie con quelle occidentali...

 

...continuasse allo stesso ritmo del periodo 2008-13 (circa lo 0,37% all'anno) ci vorrebbero oltre 100 anni perché i nuovi membri dell’UE raggiungano il livello medio di reddito dei maggiori paesi... considerando che la più rapida e sostenuta convergenza dell'Europa centrale ha coinciso con una bolla del credito che è altamente improbabile si ripeta, sembra più probabile che la convergenza delle regioni sarà più lenta in futuro rispetto al passato." [3]

 

AMICO, MI ALLUNGHI UN EURO?


 

Con la decimazione dell'industria autoctona, il ruolo della finanziarizzazione e del debito è diventato cruciale, in quanto le nuove economie capitalistiche richiedevano un'industria dei servizi finanziari che potesse sostenere le crescenti tendenze verso la speculazione immobiliare e la manipolazione degli asset.

 

Diverse vulnerabilità sono nate dalle azioni di diverse istituzioni, ma l'effetto complessivo è stato quello di creare dipendenza statale dagli investimenti diretti esteri (IDE), e dal sostegno della Banca mondiale, del FMI e della Banca Europea appositamente creata per la Ricostruzione e lo Sviluppo (BERS).

 

La finanziarizzazione generale della regione ha portato a un enorme aumento del debito, sia personale che istituzionale. Le banche occidentali di un certo numero di Stati più piccoli, in particolare Austria e Svezia, hanno cercato di aumentare i loro profitti aumentando la loro quota di mercato nella regione dell'Europa centrale e orientale (PECO), con prestiti aggressivi alle famiglie.

 

Basandosi sull'aspettativa generale dell'adesione dei PECO all'UE sui mercati monetari all'ingrosso e approfittando della deregolamentazione finanziaria e degli standard di protezione dei consumatori nella regione, le banche prestavano denaro denominato in euro, franchi svizzeri e yen giapponesi. Ciò ha permesso loro di offrire ai consumatori tassi di interesse più bassi rispetto a quelli disponibili per il prestito in valute nazionali. E questo prestito ha causato un enorme aumento nei livelli di debito personale delle famiglie, in particolare in Ungheria, Romania, Bulgaria e negli stati baltici.

 

Un'altra conseguenza della terapia d'urto è stata la pressione che avrebbe generato sull'Unione Europea verso un'apertura dei mercati dell'Europa occidentale ai PECO. Il modello adottato dagli Stati periferici, di economie a basso salario basate sulle esportazioni, dipendeva dall'accesso ai mercati dell'UE.

 

Tuttavia, per vendere sui mercati dell'UE, è necessario avere qualcosa da esportare. Ma questi Stati semplicemente non avevano e non hanno la capacità industriale e/o finanziaria di competere con gli Stati dell'Europa occidentale e non l’avranno probabilmente nel prossimo futuro. L’essere subordinato a una serie di regole imposte da istituzioni globali, il FMI, il WB, l’OMC – neoliberali – rende impossibile questo sviluppo.

 

Naturalmente, c'è stato qualche investimento occidentale nei PECO, ma senza voler essere cinici – Io? Non sia mai! – non tutto è stato a beneficio dei PECO, la maggior parte era puramente predatorio.

 

Ad esempio, il Conglomerato transnazionale degli Stati Uniti, la General Electric, dopo avere fiutato opportunità utili per fare soldi facili ha deciso di acquistare una società di illuminazione, la Tungsram, in Ungheria. Ha quindi rapidamente chiuso le linee di prodotti redditizi, riuscendo così a rimuovere una fonte di concorrenza interna dal mercato.

 

Analogamente, l'industria del cemento ungherese è stata acquistata da proprietari stranieri, che hanno poi impedito ai loro affiliati ungheresi di esportare; e un produttore siderurgico austriaco ha acquistato un importante impianto siderurgico ungherese solo per chiuderlo e conquistare il suo ex mercato ex-sovietico per la casa madre austriaca. Per un appetito vorace vediamo invece il caso Volkswagen.

 

VW ha preso il controllo di SEAT nel 1986, rendendola il primo marchio non tedesco dell'azienda, e il controllo di Skoda (vedi sotto) nel 1994, di Bentley, Lamborghini e Bugatti nel 1998, Scania nel 2008 e di Ducati, MAN e Porsche nel 2012.

 

Ma lo shopping di VW non si è fermato qui.

 

Studio di un caso: l’acquisizione VW di Skoda


 

Cinque mesi dopo la caduta del comunismo e prima che la shock therapy iniziasse, Citroen, General Motors, Renault e Volvo volevano intensamente impadronirsi di Skoda. VW vinse l'offerta offrendo 7,1 miliardi di marchi, promettendo di aumentare la produzione a 450.000 auto all'anno entro il 2000. Le parti del motore dovevano essere prodotte in Boemia e si promise di utilizzare fornitori cechi. La forza lavoro ceca doveva essere mantenuta. Il governo ceco fu favorevole a questo tipo di investimenti diretti esteri (IDE) e diede a VW una posizione protetta nel mercato interno, oltre a un bonus fiscale di due anni che cancellava i debiti di Skoda.

 

Le cose però si misero al peggio, quando VW ripudiò i suoi debiti e le sue promesse. L'investimento iniziale di 7,1 miliardi di marchi fu ridotto a 3,8 miliardi, non ci sarebbe stato un impianto per motori cechi e nessun impegno a produrre 450.000 automobili entro il 2000. La forza lavoro si sarebbe ridotta a 15.000 persone a seguito di un aumento degli esuberi, e VW si sarebbe sempre più rivolta a fornitori di ricambi tedeschi piuttosto che a filiali ceche, portando 15 imprese di questo tipo a sostituire i loro concorrenti cechi. [4]

 

Questi sono esempi dei modi in cui è stato imposto lo status di "economia periferica" della regione PECO (Paesi dell’Europa Centrale e Orientale). Un rapporto di sfruttamento tra Oriente e Occidente. L'esperienza Skoda con il risultato negativo derivante dall'apertura dei principali settori dell'apparato produttivo del paese target (Repubblica Ceca) alla strategia globale di una multinazionale occidentale non è unica ed è una caratteristica comune dei flussi di Investimenti Diretti Esteri.

 

Dopo appena un paio di anni di "shock-therapy", gran parte dell'infrastruttura industriale di base degli stati periferici era caduta nelle mani di società multinazionali, dalle catene di negozi, agli impianti di produzione di energia elettrica alle acciaierie. Due fenomeni politici/sociali sono risultati dell'accaparramento di asset (scusate, volevo dire investimenti produttivi).

 

POLITICO


 

Dall'avvento della terapia d'urto, ci si sarebbe aspettato che gli elettori dell'Europa orientale avrebbero votato in massa per i partiti di sinistra per le solite ragioni. Vale a dire per mitigare i peggiori effetti sociali ed economici della transizione capitalista.

 

Ma questi stessi partiti avevano seguito la linea di Blair, si erano cioè fortemente impegnati nella "terza via" pseudo-riformista in linea con le ortodossie dell'economia neoliberale, in quanto questo era visto come parte del loro impegno per l'adesione all'Europa. Nel vuoto ideologico sono emersi nella regione i movimenti populisti e di destra, in Polonia e Ungheria, in particolare, nonché semifascisti nei paesi baltici, dove hanno sempre avuto un presidio.

 

Questi gruppi hanno cercato di sfruttare il malcontento della gente. Le forze politiche che fiorivano ai tempi dell'impero austro-ungarico sono riemerse – come il "socialismo cristiano" antisemita e il "liberalismo nazionale" patriottico. E, forse più importante, è arrivata la migrazione di massa e lo spopolamento in tutta l'area...

 

SPOPOLAMENTO


 

“Lo spopolamento dell'Europa orientale è collegato non solo al deflusso dei lavoratori: dopo il 1989, negli ex "paesi socialisti" è iniziata l'era del capitalismo selvaggio, accompagnata dal crollo dei sistemi sociali e medici, da un forte aumento della mortalità, soprattutto tra gli uomini, con un simultaneo calo del tasso di natalità..."

 

Il giornale francese Le Monde diplomatique in giugno ha descritto la catastrofe demografica senza precedenti che ha colpito i paesi dell’Europa dell’Est dopo il collasso del sistema comunista.

 

Il processo è iniziato alla fine del 1989, appena dopo la caduta del Muro di Berlino. A seguito dell’evento, ci furono esodi di massa della popolazione della Germania dell’Est, della Polonia e dell’Ungheria verso i paesi dell’Europa Occidentale, in cerca di redditi più alti, esodi che continuano ancora oggi, e che coprono praticamente tutti i paesi che appartenevano al campo socialista.

 

Come risultato della nuova “riallocazione delle persone”, le perdite umane dell’Europa dell’Est sono state molto maggiori di quelle registrate durante entrambe le guerre mondiali. Negli ultimi 30 anni, la Romania ha perso il 14% della popolazione, la Moldavia il 16,9%, l’Ucraina il 18%, la Bosnia il 19,9%, la Bulgaria e la Lituania il 20,8%, la Lettonia il 25,3%. Lo spopolamento ha inoltre riguardato le ex regioni della Germania dell’Est, che sono state letteralmente svuotate.

 

Una sorta d’eccezione è stata la Repubblica Ceca, dove è stato possibile preservare i principali “benefici del socialismo” sotto forma di supporto sociale alla popolazione, di un sistema sanitario gratuito e assistenza.

 

Lo spopolamento dell'Europa orientale non è collegato solo al deflusso dei lavoratori: dopo il 1989 negli ex "paesi socialisti" è iniziata l'era del capitalismo selvaggio, accompagnata dal crollo dei sistemi sociali e medici, da un forte aumento della mortalità, soprattutto tra gli uomini, con un calo simultaneo del tasso di natalità.

 

Tuttavia, il principale crollo demografico è stato causato dall’emigrazione della popolazione, specialmente tra le persone più giovani, più attive, più qualificate. Nella terra d’origine sono rimasti i bambini, i pensionati e le persone incapaci di cercare attivamente lavoro all’estero. Tutto ciò nonostante il fatto che per 40 anni dopo la fine della guerra nei paesi dell’Europa dell’Est c’era stata una lenta ma costante crescita della popolazione.

 

Secondo le Nazioni Unite, tutti i 10 paesi più “a rischio di estinzione” sono nell’Europa dell’Est: Bulgaria, Romania, Polonia, Ungheria, Repubbliche baltiche e l’ex Jugoslavia, così come la Moldavia e l’Ucraina. Secondo le previsioni demografiche, nel 2050 la popolazione di questi paesi si ridurrà di un altro 15-23%.

 

Questo significa, in particolare, che la popolazione della Bulgaria passerà da 7 a 5 milioni di persone, la Lituania da 2 a 1,5 milioni. Secondo gli esperti del centro demografico internazionale Wittgenstein a Vienna, “è uno spopolamento senza precedenti in un periodo di pace”.

 

Tra le ragioni principali c’è la combinazione fatale di tre fattori – basso tasso di natalità, alta mortalità ed emigrazione di massa. Ma se nei paesi dell’Europa Occidentale il calo del tasso di natalità è compensato da nuove ondate migratorie, i paesi dell’Europa dell’Est si rifiutano categoricamente di accettare il “sangue fresco” rappresentato dagli immigrati, e questa questione ha acquisito una straordinaria rilevanza politica.

 

Nel punto di massima crisi migratoria nel 2015, la Slovacchia e la Repubblica Ceca hanno accettato rispettivamente 16 e 12 rifugiati, l’Ungheria e la Polonia nemmeno uno.

 

Nel frattempo, l’Europa dell’Est continua a perdere i “quadri d’oro” – i migliori specialisti e i giovani. Nella sola Ungheria, da quando essa ha aderito alla UE nel 2004, 5.000 medici hanno lasciato il paese, la maggior parte di loro prima dei 40 anni. C’è carenza di tecnici e meccanici che sono anche loro emigrati verso l’Austria, la Germania e altri paesi dell’Europa Occidentale.

 

È un processo perfettamente comprensibile, dal momento che in Ungheria vengono pagati 500 euro al mese per lavori manuali pesanti, mentre in Austria per fare lo stesso lavoro ricevono 1.000 euro a settimana.

 

In alti paesi, l’emigrazione di specialisti di qualifica media si fa sentire anche di più: centinaia di migliaia di infermieri, carpentieri, fabbri e lavoratori qualificati si sono spostati dalla Polonia, dalla Romania, dalla Serbia e dalla Slovacchia verso Ovest. In Romania, l’emigrazione della popolazione viene chiamata una “catastrofe nazionale”. La popolazione di questo paese nel periodo post-comunista è scesa da 23 a 20 milioni di abitanti.

 

Il trasferimento di lavoratori da Est non è stato solo spontaneo, ma anche sistematicamente predatorio. Molte compagnie tedesche e britanniche di “cacciatori di teste” hanno iniziato in gran numero ad attirare specialisti dell’Est appena dopo l’accesso dei paesi dell’Est nella UE. Come scrive la tedesca Die Welt, qualifiche, gioventù e denaro escono dai paesi dell’Europa dell’Est, mentre gli anziani e i bambini rimangono profondamente delusi dalla “libertà” e “democrazia”.

 

A partire dai primi anni ’90, la Bosnia ha perso 150.000 abitanti, la Serbia circa mezzo milione. Tuttavia, la perdita più significativa è stata osservata in Lituania: più di 300.000 persone su un totale di 3 milioni di abitanti ha lasciato il paese.

 

Ma le conseguenze più tragiche del “disastro post-comunista” si sono fatte sentire in Ucraina – che una volta era una delle Repubbliche più sviluppate dell’URSS. Se agli inizi degli anni '90 nella Repubblica c’erano 52 milioni di persone, ora la popolazione non supera i 42 milioni. Secondo le previsioni dell’istituto demografico di Kiev, nel 2050 la popolazione della Repubblica sarà di 32 milioni di abitanti.

 

Questo significa che l’Ucraina è il paese che sta morendo più velocemente in Europa e, forse, nel mondo. Secondo fonti ucraine, il paese è stato abbandonato da 8 milioni di persone (gli esperti credono che il numero sia in realtà tra i 2 e i 4 milioni), che sono andate a lavorare in paesi dell’Unione Europea o nella vicina Russia. Secondo recenti sondaggi, il 35% degli ucraini dichiarano di essere pronti ad emigrare. Il processo è accelerato dopo che l’Ucraina ha ottenuto il regime privo di visti con la UE: circa 100.000 persone hanno lasciato il paese ogni mese.

 

È in Ucraina che i tre fattori hanno coinciso in maniera più estrema: caduta del tasso di natalità, aumento della mortalità (il tasso è al doppio della natalità) ed emigrazione di massa della popolazione. Confrontiamo le rispettive dinamiche della Francia e dell’Ucraina. Se prima del 1989 i tassi di crescita delle popolazioni in questi due paesi erano confrontabili, successivamente la popolazione in Francia è aumentata di 9 milioni di persone, e l’Ucraina ha perso lo stesso numero di abitanti.

 

Gli esperti credono che la crisi demografica nell’Est Europa non possa continuare indefinitamente. Il sistema di sostegno sociale e di sanità non può fisicamente funzionare nelle condizioni in cui la maggioranza della popolazione è composta da pensionati e bambini, a un certo punto ci sarà inevitabilmente un collasso dell’entità statale.

 

Ma non dovremmo essere troppo ottimisti a riguardo dell’Europa Occidentale, dove il tasso di natalità è comunque estremamente basso. Mentre la parte più sviluppata del continente beneficiava temporaneamente delle risorse umane provenienti dall’Europa dell’Est, un influsso molto più rapido di immigrati dal Medio Oriente e dall’Africa cambierà inevitabilmente l’immagine socioculturale dei paesi dell’Europa Occidentale, dove stanno già nascendo conflitti etnici e religiosi.

 

Se il tasso di fertilità delle donne francesi autoctone è di 1,6 bambini a donna, per gli adulti invece che vengono dal Medio Oriente e dall’Africa questo numero è di 3,4 bambini o più. Gli attuali asili francesi sono già per tre quarti composti da rappresentanti di minoranze etniche, e in futuro grandi cambiamenti socio-culturali attendono il paese. Questo aspetto è già stato esposto dallo scrittore francese Michelle Houellebecq nel suo best-seller Sottomissione.

 

Esiste una soluzione? È possibile stimolare il meccanismo di natalità tra gli Europei? I demografi credono che sia impossibile sia nell’Europa dell’Est che dell’Ovest. Nell'Ovest del continente gli standard di consumo sono così alti che l’arrivo di un nuovo figlio significa automaticamente una diminuzione dello standard di vita. Nell’Est opera un altro meccanismo: la povertà, la mancanza di prospettive e la distruzione delle relazioni familiari rendono la nascita di un figlio indesiderabile. Nel frattempo, la proporzione di Europei sulla popolazione totale mondiale è in diminuzione. Se nel 1900 l’Europa rappresentava il 25% degli abitanti mondiali, ora è intorno al 10%. [5]

 

CONCLUSIONi


 

Come in altri esempi precedenti di convergenza verso la modernizzazione e le relative politiche di sviluppo, l’Europa dell’Est rappresenta un esempio classico di sviluppo del sottosviluppo.

 

La teoria generale liberista della graduale evoluzione fu descritta da W.W. Rostow, un economista americano, professore e teorico politico che ricoprì il ruolo di Assistente speciale alla Sicurezza nazionale del presidente USA Lyndon B. Johnson dal 1966 al 1969.

 

La sua teoria delle cinque fasi di crescita sostiene che tutte le società progrediscono attraverso stadi simili di sviluppo, e che le aree oggi sottosviluppate sono quindi in una situazione simile a quella in cui erano in passato le aree ora sviluppate; quindi il compito di aiutare le aree sottosviluppate per uscire dalla povertà consisterebbe nell’accelerare il loro cammino sul presunto sentiero comune verso lo sviluppo, con vari mezzi come gli investimenti, i trasferimenti di tecnologia e un’integrazione più stretta con il mercato mondiale.

 

Questa visione, tuttavia, è stata sottoposta a forti critiche. La teoria della dipendenza (vedi Immanuel Wallerstein, Andre Gunder-Frank, Samir Amin e Paul Baran) è essenzialmente un corpo di teorie di scienza sociale che punta alla nozione che le risorse fluiscono da una “periferia” di stati poveri e sottosviluppati a un “nucleo” di stati ricchi, arricchendo gli ultimi a spese dei primi.

 

Una dei concetti chiave della teoria della dipendenza è che gli stati poveri vengono impoveriti, mentre i ricchi vengono arricchiti dal modo in cui gli stati poveri vengono integrati nel “sistema-mondo”. I teorici della dipendenza sostengono che i paesi sottosviluppati non sono semplicemente delle versioni primitive dei paesi sviluppati, ma hanno caratteristiche e strutture uniche proprie; e, fatto cruciale, sono nella condizione di essere i membri deboli di una economia di mercato mondiale, mentre le nazioni sviluppate non sono mai state in una posizione analoga; non hanno mai dovuto coesistere con un blocco di paesi più potenti di loro.

 

Al contrario degli economisti del libero mercato (vedi sopra), la scuola della dipendenza sostiene che i paesi sottosviluppati hanno bisogno di ridurre la loro apertura ai mercati mondiali in modo da poter perseguire un cammino più finalizzato a preoccuparsi dei loro bisogni, e meno esposto a pressioni esterne.

 

Direi che hanno ragione.

 

Gli stati periferici e semi-periferici che vengono integrati nel sistema-mondo vengono “dominati”, se mi passate il termine, da élite avide che fanno parte di una classe sociale superiore cosmopolita in un sistema mondiale globalmente finanziarizzato. Le fughe di capitale dalla periferia al nucleo sono una caratteristica comune del sistema-mondo, così come delle materie prime e di altri prodotti energetici dal mondo “in via di sviluppo”. L’Europa dell’Est e le sue élite si integrano perfettamente in questo schema, in quando forniscono di materie prime, lavoratori e turismo così come di fughe di capitale da Est a Ovest.

 

Come abbiamo visto il concetto che gli Investimenti Diretti Esteri portino crescita e sviluppo è il modo sbagliato di vedere la questione. Nessuna economia sviluppata è diventata tale aprendo la sua economia alla competizione e a investimenti in ingresso (inevitabilmente predatori) da economie e paesi più avanzati. Sono state le politiche mercantiliste e nazionaliste dello stato capitalista ad avere sempre rappresentato la strada verso lo sviluppo. Il Regno Unito è stato il primo, seguito velocemente dalla Germania e dagli Stati Uniti nel diciannovesimo secolo, e nel ventesimo secolo da un gran numero di stati dell’Asia orientale in questo ordine: Giappone, Corea del Sud e Cina, e diversi altri.

 

Nel caso della Russia, questo stato ha una posizione globale semi-periferica, sia in termini politici sia economici. Troppo grande e troppo piccola in termini economici con un PIL basso, ma con un rapporto debito/PIL molto basso (15%). La Russia è sia semi-sovrana sia semi-periferica e una guerra in qualche modo sotterranea è in corso tra gli Euroasiatici sovranisti e gli integrazionisti Atlantici con Putin che è in una posizione intermedia.

[La Russia] non è esattamente un esempio classico di capitalismo periferico, ma piuttosto semi-periferico.

 

La Russia è caratterizzata, da una parte, dalla sua dipendenza dal nucleo, ma dall’altra dalla sua capacità di sfidare la dominazione del nucleo in alcune aree specifiche. Questa posizione semi-dipendente della Russia è condizionata dal suo passaggio al capitalismo, mentre la sua posizione semi-indipendente  è dovuta alla sua eredità sovietica.

 

In particolare, questa eredità ha trovato manifestazione in un arsenale nucleare importante, tuttora paragonabile a quello degli Stati Uniti. Se questo non fosse esistito, la Russia si sarebbe trovata soggiogata agli interessi Occidentali molto tempo fa, proprio come l’Ucraina”. [6]

 

Il futuro della Russia e del mondo devono ancora essere decisi.

 

Per quello che riguarda l’Europa dell’Est, non è un esagerato dire che ormai è soggiogata, finita dritta nella trappola del sottosviluppo, dove rimarrà probabilmente nel prossimo futuro.

 

NOTE

  • [1] Michael Hudson – Killing the Host – The Financial Conquest of Latvia, Chapter 20.

  • [2]Ibid – page 289

  • [3]Ibid, footnote, 308 Forbes January 24, 2014.

  • [4]Peter Gowan – Global Gamble – Washington’s Faustian Bid for World Domination – 1999 – p.225

  • [5]Dmitriy Dobrov – Novinite Insider 5 July 2018 – A Bulgarian publication.

  • [6]Ruslan Dzarasov – Ukraine, Russia and Contemporary Imperialism – Semi-Peripheral Russia and the Ukraine Crisis – p.87