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11/05/17

Olanda: un deputato chiede a Draghi la restituzione di 100 miliardi di euro in caso Nexit

Come riporta Express, un deputato olandese smaschera i bluff di Draghi utilizzando la sua stessa logica. Allo stesso modo in cui Draghi ha sostenuto che l'Italia dovrebbe “saldare i debiti” in caso di uscita dall’eurozona, così l’olandese fa notare che, simmetricamente, se l’Olanda dovesse uscire dovrebbe poter riavere indietro i suoi crediti. Ovviamente Draghi non ha potuto confermare il ragionamento: la creazione di un incentivo all’uscita sarebbe un rischio troppo grande. Il re però è nudo, ed è sempre più difficile tenerlo nascosto.

01/03/17

Vincent Brousseau: La confessione di Mario Draghi (sui debiti da saldare) ci segnala l'urgenza di uscire dall'euro

Vincent Brousseau, ex economista alla BCE per 15 anni ed ora responsabile per le questioni monetarie e il passaggio al franco dell'Union Populaire Républicaine francese, analizza la spinosa questione dei  debiti Target2, tornata alla ribalta dopo l'affermazione di Draghi secondo cui i paesi che decidono di uscire dall'euro dovranno regolare integralmente i loro debiti relativi al sistema di pagamenti bancari adottato nell'eurozona.  Brousseau sottolinea la portata di queste affermazioni - che segnalano come ormai anche i tecnocrati più arroccati sulle loro posizioni siano costretti ad affrontare la concretezza dei fatti - e riporta anche un analogo documento della Bundesbank del 2011, in cui la banca centrale tedesca prospetta nei dettagli lo scenario dell'uscita.  I debiti netti che si sono accumulati a causa della disfunzionale moneta unica sulle banche centrali dei paesi periferici, e in particolare dell'Italia, sono debiti reali - dice Brousseau - ma è sicuro che non potranno essere pagati, e si tradurranno in perdite per i paesi che rimangono. A questo punto, Brousseau auspica che la Francia esca prima dell'Italia, per non doversi sobbarcare la pesante perdita che le deriverebbe da un Italexit 


di Vincent Brousseau, 31 gennaio 2017


Un simpatizzante mi ha inviato un comunicato di Reuters [1], che è molto interessante, e che si riferisce ad una lettera inviata da Draghi a due parlamentari europei del suo paese.


La lettera, disponibile in inglese sul sito Internet della BCE [2] , dopo l'apertura formale si divide in sostanza in tre paragrafi più una frase conclusiva. I tre paragrafi ripercorrono e commentano l'evoluzione dei saldi Target2. La frase conclusiva, che è la parte veramente importante della lettera, si concentra sui debiti e crediti verso la BCE di una banca centrale che voglia uscire dall'euro, parlando di debiti e crediti in generale, non solo di quelli derivanti da Target2. Questa frase finale si può tradurre: "Se un paese dovesse lasciare l'Eurosistema, la posizione di credito o debito della sua banca centrale nei confronti della BCE dovrebbe essere regolata integralmente."


Qui il testo del comunicato di Reuters:




"Il Presidente della Banca centrale europea Mario Draghi ha detto che prima* di uscire dall'euro ogni paese dovrebbe liquidare i suoi crediti o debiti con il sistema dei pagamenti dell'unione. [*il riferimento alla necessità di regolare i conti PRIMA di uscire è contenuto nel comunicato di Reuters ma non nella lettera di Draghi, che non fa riferimento ai tempi, ndt]


Il commento – un raro riferimento da parte di Draghi alla possibilità che l'area monetaria perda dei paesi membri – è contenuto nella risposta a una lettera di due deputati italiani al Parlamento europeo pubblicata venerdì.


[...] 'Se un paese dovesse lasciare l'Eurosistema, le attività o passività della sua banca centrale nazionale nei confronti della BCE dovrebbero essere regolate integralmente' ha detto Draghi nella lettera ".



E, infine, ecco la sostanza espressa in parole povere:


"Se il nostro paese, l'Italia, vuole uscire dall'euro, deve liberarsi dai suoi debiti versando alla BCE mezzo trilione di euro. E in moneta di banca centrale." Per inquadrare meglio la questione, stiamo parlando di una bagatella come un miliardo di banconote da 500 euro, o circa la metà di tutte le banconote in euro in circolazione su questo pianeta. Conto da regolare prima di perfezionare il procedimento di uscita.


Si tratta, naturalmente, del premio di uscita sul quale ho dato spiegazioni complete sia per iscritto [3] che in una conferenza [4].


Come i miei lettori sanno, ci sono due componenti del premio di uscita, i conti Target2 e le banconote. Il riferimento di Mario Draghi al sistema di pagamenti dell'eurozona ha portato i giornalisti a concentrarsi sulla prima componente, così che continuano con le spiegazioni sui debiti relativi al Target2.  Ma Draghi, che conosce la materia, ha in mente il totale, come indicato dalle parole "le attività o le passività nei confronti della BCE", in cui comprende anche le banconote.  In realtà, le banconote rappresentano un debito solidale di tutte le BCN e della BCE verso il portatore. Ora, lasciando l'unione, una banca centrale cessa di essere co-debitrice delle banconote in euro e di conseguenza ogni biglietto che ha messo in circolazione, al netto, cessando di rappresentare un suo debito verso il portatore del biglietto, diventa un debito verso gli altri debitori: la BCE e le banche centrali nazionali dei paesi che sono ancora nell'unione monetaria. Altrimenti, sarebbe un dono. Ora, la componente Target del premio è di circa 350 miliardi mentre la componente banconote è di circa 150 miliardi.  Ne consegue che 350 più 150 fanno 500. Se i nostri due parlamentari europei italiani hanno ben capito ciò che hanno letto, devono essersi impensieriti parecchio.


Qui si richiede qualche commento.





  • In primo luogo, è opportuno ricordare tutte le bellicose dichiarazioni di Draghi circa l'irreversibilità dell'euro, e il non meno bellicoso «whatever it takes», che restano il suo momento di gloria. Si dice una cosa, se ne pensa un'altra, e in ultima analisi, il tempo rivela tutto.






  • Inoltre, notiamo che siamo entrati nella fase in cui Draghi riceve domande concrete da parte dei politici del suo paese. Non è più il tempo della riflessione teorica o della discussione sulla semplice possibilità di un'uscita. Cominciamo a riflettere sui dettagli. Sviluppo interessante.






  • Infine, dobbiamo sottolineare che l'enormità della cifra è un problema. È vero, la Banca d'Italia ne potrebbe recuperare una parte facendo circolare delle banconote in lire, ma penso che non recuperebbe tutto. Da un lato, gli italiani tenderebbero a mantenere delle banconote in euro per fini di tesaurizzazione. Inoltre, il cambio delle banconote in lire contro le banconote in euro sarebbe influenzato dal deprezzamento della lira contro l'euro, e se la Banca d'Italia vuole aggirare questo punto facendo il cambio uno a uno, tutto ciò che otterrà sarà di ridurre (significativamente) la quantità di banconote in euro che verranno presentate allo scambio.




Se la dichiarazione di Draghi è la prima del genere, la Bundesbank aveva già affrontato la questione nella sua relazione annuale del 2011. [5] Essa contiene un passaggio molto dettagliato e forte costruito in dettaglio sull'eventualità di un'uscita, che segue immediatamente una frase retorica (e che non voglio ripetere) in cui si dice che, naturalmente, la Bundesbank non crede che un'uscita dall'euro potrà mai verificarsi.




"Tuttavia, se un paese con una posizione debitoria nel sistema dei pagamenti Target dovesse uscire dall'euro, tutti i crediti che la BCE potrebbe avere nei confronti della sua banca centrale perdurerebbero, e nello stesso ammontare. Se la banca centrale in uscita non fosse in grado di pagare il netto risultante da tutti i suoi debiti e crediti, e questo nonostante le garanzie a sua disposizione, bisognerebbe trovare una soluzione per il rimborso del totale. Nel caso, e solo in questo caso, che tale importo venisse considerato impossibile da coprire, la BCE riconoscerebbe la sua perdita classificando questo debito come credito inesigibile. La compensazione per la perdita subita dalla BCE sarebbe decisa in seno al Consiglio direttivo della BCE da parte delle banche centrali rimanenti nella loro qualità di co-titolari della BCE, sulla base di un voto ponderato in base alla partecipazione al capitale della BCE. Qualsiasi partecipazione alla perdita sarebbe a carico dei profitti realizzati dalle banche centrali e, nel caso della Germania, per esempio, varrebbe a ridurre i suoi crediti Target verso la BCE."



Questo notevole passaggio richiede diversi commenti.





  • In primo luogo, per un evento sul quale forniva rassicurazioni che non si sarebbe verificato, la Bundesbank ha dato prova di una riflessione piuttosto estesa.






  • Inoltre, la Bundesbank non dimentica di ricordare che i debiti Target devono essere combinati con i debiti o crediti derivanti da altre cause, e che solo il netto è importante. Le banconote non sono nominate, ma è sicuramente una parte notevole. Si noti che la Bundesbank raccomanda un voto basato sulla partecipazione al capitale (sapendo che detiene la quota più grande) e non, come normalmente avviene per le decisioni di politica monetaria, il metodo "una testa, un voto". Questo piccolo dettaglio mostra con quale precisione abbia previsto cosa fare in caso di disastro.






  • Infine, la Bundesbank prevede chiaramente che le banche centrali nazionali che rimangono nell'euro non si fanno carico di tutta la perdita, imputandola alla sola BCE. Ciò significa che preferirebbe far fallire la BCE, cosa che non dimostra intenzioni molto eurofile - e non è fattibile, a meno che la Buba non esca anche lei subito dopo e si prepari a resistere a tutte le azioni legali dirette a ottenere il pagamento. Già nel 2012 - data in cui il rapporto 2011 è stato pubblicato - l'atmosfera era inquietante. Detto questo, non è la Buba che decide un Dexit, ma il governo di Berlino, e se il governo si rifiuta, allora la Buba non può evitare di stornare, in due fasi, tutta la sua parte della perdita comune: in un primo momento la parte su cui acconsente, e in un secondo tempo la richiesta di ricapitalizzazione da parte della BCE ai suoi co-proprietari, tra cui la Bundesbank. Senza Dexit, non può sfuggire.




Vediamo di fare un raffronto con la situazione francese (corrente). Ci sono grosso modo 100 miliardi di € in Francia, contro 140 o 150 in Italia. L'Italia ha un PIL leggermente più piccolo, che perciò dovrebbe corrispondere, diciamo, a 90 miliardi: in Italia c'è una tesaurizzazione che deve avvicinarsi ai 50 miliardi, contro una tesaurizzazione trascurabile in Francia. Inoltre, la lira si deprezzerebbe più del franco nei confronti dell'euro. Nel complesso, una volta fatto il cambio delle banconote, l'Italia vedrebbe ridotto il suo premio da circa 500 a circa 400 miliardi, che è sempre una cifra spaventosa, mentre la Francia avrebbe da regolare solo poche decine di miliardi (e probabilmente meno perché i suoi saldi Target sono dovuti agli investimenti di liquidità a Francoforte da parte delle banche francesi, contro i quali la Banca di Francia può agire, invece di essere dovuti a una fuga di capitali.) Non siamo più "nello stesso mondo". Quindi penso che i cervelli italiani di Via Nazionale, del Ministero delle Finanze, delle Camere e del governo abbiano cominciato a scaldarsi su un problema piuttosto difficile, e sono curioso di vedere quali soluzioni saranno proposte. C'è in particolare un cervello italiano, considerato molto brillante, che dovrebbe essere coinvolto in questa difficile riflessione - e questo è, ovviamente, quello dello stesso Mario Draghi.


Da un punto di vista puramente francese, questo avvertimento di Draghi non è privo di impatto, come ha sottolineato François Asselineau durante un dibattito su Sud Radio.[6]


Esaminiamo come si svolge il meccanismo. L'Italia esce, la Banca d'Italia si ritrova immediatamente mezzo trilione di debito alle sue ex-consociate. Tuttavia, non pagherà, perché non c'è alcun modo di trovare una somma simile per un regolamento immediato, e questo, anche se lo Stato italiano pensasse di sostituirsi alla sua banca centrale. Non si tratta di un debito a lungo termine, ma di un debito a vista, immediatamente esigibile. E, come dice Draghi, da pagare "integralmente", nella sua totalità: non c'è scampo. Niente a che vedere con il debito dello Stato. C'è la stessa differenza che passa, per un privato, tra le due situazioni seguenti: dover pagare il prezzo della propria casa a scadenza futura o doverlo regolare all'improvviso il giorno stesso.


Forse potrebbe essere trovato un accordo che converta questo debito immediato con debito a lungo termine (questo significherebbe che l'Eurosistema presta mezzo trilione alla Banca d'Italia per un periodo di X anni), ma ne dubito. Come accordarsi sul tasso, sulla scadenza, della maturità, come ottenere l'unanimità... e come pensare che il prestito potrebbe essere rimborsato integralmente alle scadenze previste nell'accordo?


Ora, se l'Eurosistema si risolve a subire la sua perdita, e questo è, penso, che ciò che potrebbe accadere, alla Banca di Francia sarà imputata una quota di circa il 20% del totale, una volta uscita l'Italia - oltre 100 miliardi, in denaro contante, vale a dire in base monetaria, in moneta legale.


Non vogliamo, ovviamente, che la Banca di Francia subisca un debito di 100 miliardi, tutto d'un colpo. Questo tipo di rischio non è accettabile. Tuttavia, sembra inevitabile, se la Francia sarà ancora nell'euro quando l'Italia uscirà.


Questo è il motivo per cui diventa estremamente urgente uscire, noi francesi, dall'euro prima che lo faccia l'Italia. Se l'Italia uscisse dall'euro prima delle elezioni francesi, la Francia si troverebbe in una situazione più difficile.

13/02/17

Handelsblatt: Surplus d'Invidia

L'Handelsblatt, prestigioso quotidiano economico tedesco, ospita un lungo articolo sul dibattito che si è aperto in Germania a proposito del surplus commerciale tedesco, a seguito dell'insediamento di Trump. Ne emergono i diversi punti di vista all'interno dell'establishment tedesco: la visione dominante è quella secondo la quale il surplus è figlio della superiorità qualitativa dei beni tedeschi e della competitività dell'economia, con annesso il tentativo di Schäuble di  scaricare le responsabilità sulla BCE. D'altra parte, cresce anche la preoccupazione e la consapevolezza che il vantato surplus stia diventando il tallone d'Achille tedesco, a causa sia della mancanza di investimenti in patria che della declinante solvibilità dei paesi importatori.

 

della redazione di Handelsblatt, 10 febbraio 2017

Il surplus commerciale della Germania non piace a Donald Trump, che ha minacciato tariffe punitive e protezionismo. Ma il presidente degli Stati Uniti non è il solo a pensarla così - nella stessa Germania un coro crescente di esperti afferma che è giunto il momento di affrontare il tema del surplus di 253 miliardi di euro.

Wolfgang Schäuble è più che il Ministro delle Finanze tedesco. E' un anziano uomo di stato e senza dubbio uno dei politici più potenti della maggiore economia europea. Inoltre non si è mai ritirato da una lotta - anche se quella lotta è con il Presidente degli Stati Uniti.

Dopo che Peter Navarro, il Consigliere al commercio di Donald Trump, ha accusato la Germania di continuare "a sfruttare gli altri paesi della UE nonché gli USA"  grazie all'euro debole, Schäuble non ha potuto trattenersi dal replicare. Sembra, ha dichiarato, che qualcuno debba spiegare ai consiglieri di Trump che la Germania in realtà non è responsabile della politica monetaria nella zona euro.

Il Ministero delle Finanze tedesco ha anche fatto seguire alle sue dichiarazioni una difesa scritta delle politiche commerciali del paese, in cui si afferma che sono la conseguenza di un ambiente imprenditoriale sano, favorito da valide politiche fiscali e da un mercato del lavoro flessibile e qualificato.

"Sarebbe bizzarro accusare un paese che ha affrontato queste sfide e trae vantaggio dalla forte competitività delle sue imprese", si legge nel documento.

Il messaggio è stato chiaro: la Germania non deve dare spiegazioni a nessuno per il proprio enorme surplus commerciale.

Schäuble non è rimasto solo nella sua difesa del fatto che la Germania esporti molto più di quanto importi. Ingo Kramer, il presidente della Confederazione dei datori di lavoro tedeschi, ha detto che una delle maggiori ragioni del notevole surplus commerciale tedesco è l'alta qualità dei prodotti fabbricati in Germania.

"Questo fatto di tanto in tanto va anche ricordato", ha detto Kramer.

Eric Schweitzer, il presidente dell'Associazione delle Camere di Commercio e dell'Industria tedesche (l'equivalente dell'italiana Confindustria, ndt), è d'accordo: "Il surplus delle esportazione tedesche è un segno della competitività dell'economia del paese".

In sostanza le risposte da parte tedesca giungono alla seguente conclusione: non possiamo farci niente se i nostri prodotti sono migliori di quelli di tutti gli altri e se tutti li vogliono.

Ma è proprio questo atteggiamento che ha portato il governo tedesco e le sue associazioni economiche di categoria a ignorare le crescenti critiche allo squilibrio commerciale, o avanzo delle partite correnti, sempre in aumento.

Naturalmente, gli squilibri commerciali non sono sempre una brutta cosa. Nel caso della Germania, il Fondo monetario internazionale(FMI) ha calcolato che un surplus tra il 2,5% e il 5,5% del suo prodotto interno lordo complessivo sarebbe accettabile.

L'Unione europea ha imposto un limite massimo del 6%, anche se la Germania lo ha frantumato già molto tempo fa. Nel 2016, la dimensione dello squilibrio commerciale della Germania è stata pari al 9% del suo Pil, con le esportazioni tedesche che hanno raggiunto un altro picco.  Destatis, l'agenzia di statistica del paese, giovedì ha annunciato che le aziende tedesche hanno venduto all'estero beni per un valore di 1.200 miliardi di euro, il che significa che la bilancia commerciale del paese vanta un surplus record, prossimo ai 253 miliardi di euro.

Chiaramente le ragioni di questo tipo di surplus - e di squilibrio - hanno a che fare con qualcos'altro che non la semplice superiorità delle merci prodotte in Germania. Normalmente, se un paese esporta molto più di quanto non importi, la sua moneta schizzerebbe alle stelle, rendendo più difficile vendere la sua merce all'estero. La domanda in calo, a sua volta, porterebbe il rapporto import-export più vicino all'equilibrio.

Ma dato che la Germania è parte della zona euro, non c'è alcun meccanismo di auto-correzione degli squilibri. Prima di tutto, non c'è nessun tasso di cambio che può fluttuare quando la Germania commercia con gli altri paesi all'interno della zona euro, che assorbono circa il 40% delle sue esportazioni. Tutti usano la stessa moneta. Inoltre, il tasso di cambio dell'euro rispetto al dollaro non può riflettere correttamente la forza dell'economia tedesca, perché riflette anche la mancanza di competitività di molti altri paesi della zona euro.

[caption id="attachment_10095" align="aligncenter" width="700"] Ci sarà una guerra commerciale? Il commercio estero della Germania, in milardi - in rosso le esportazioni e in nero le importazioni[/caption]

Il surplus commerciale della Germania viene poi utilizzato per fornire sostegno finanziario alle altre nazioni della zona euro, e permettere ai loro cittadini di continuare a comprare le merci tedesche. Ancora una volta, non c'è alcun meccanismo di equilibrio e questo danneggia tutti coloro che prendono parte al ciclo - a parte il settore delle esportazioni tedesco. Fino ad ora, le critiche verso la Germania e verso questo  questo ciclo sono state deboli. Fino ad ora - perché gli attacchi dalla nuova amministrazione USA hanno cambiato le cose.

Per comprendere il motivo per cui il surplus commerciale della Germania infastidisce così tanto gli Stati Uniti e perché la Germania, insieme a Cina e Messico, ha suscitato le ire della Casa Bianca di Trump, basta guardare allo squilibrio della bilancia commerciale degli Stati Uniti. La più grande economia del mondo importa merci dalla Germania per un valore di quasi 100 miliardi di euro. In termini assoluti, gli Stati Uniti hanno di gran lunga il più grande deficit commerciale al mondo: un'enorme cifra di 430 miliardi di euro. La Germania contribuisce al deficit per 45 miliardi di euro.

E se Trump ha dimostrato qualcosa nelle sue prime, turbolenti settimane dall'entrata in carica, è che è più che felice di agire in linea con le sue promesse elettorali. Come portavoce della Casa Bianca, Sean Spicer ha detto recentemente che l'amministrazione Trump vuole aumentare le tasse sulle importazioni da paesi con i quali gli Stati Uniti hanno un deficit di commercio estero.

Si è parlato di una tariffa del 20 per cento sulle importazioni da grandi paesi esportatori come la Cina e la Germania. La nuova tassa sarebbe mirata a rendere più costose le importazioni da questi paesi, mentre allo stesso tempo le esportazioni dagli Stati Uniti sarebbero facilitate grazie ad incentivi fiscali per le imprese esportatrici.

Se gli Stati Uniti tengono fede alle loro promesse, e se la Germania resta ferma sulle proprie idee, allora potrebbe scoppiare una guerra commerciale tra le due sponde dell'Atlantico, con nuove barriere all'importazione da un lato e possibili misure di ritorsione dall'altro.

In questo momento, il governo tedesco non ha un parere unanime su come affrontare la politica di "America First" (Prima l'America, ndt) di Trump.

Brigitte Zypries, nuovo Ministro tedesco per l'economia e l'energia, ha suggerito che si potrebbero convincere i governatori dei singoli stati USA ad opporsi al protezionismo di Trump.

"Andremo negli Stati Uniti e stabiliremo contatti con i governi statali", ha detto la Zypries. "Il governatore della Carolina del Sud, per esempio, non ha alcun interesse nel veder tagliati nel suo stato i posti di lavori della BMW".

Negli ultimi anni, BMW, Daimler e Volkswagen hanno tutte aperto grandi fabbriche negli Stati Uniti, creando posti di lavoro per più di 30.000 persone, contrastando il declino dell'industria automobilistica americana. Se a questi si aggiungono i posti di lavoro indirettamente collegati agli impianti di produzione tedeschi, come quelli dei fornitori di componenti, allora  quei 30.000 posti di lavoro si avvicinano rapidamente a 250.000 famiglie i cui redditi dipendono direttamente o indirettamente dagli impianti di produzione tedeschi.

Ancora, secondo Automotive News, una pubblicazione del settore, mentre la VW produce più di 70.000 veicoli ogni anno negli Stati Uniti, vende nel paese più di mezzo milione di vetture. Per compensare la differenza, importa una grande quantità di veicoli dal Messico, dove si producono fino a 390.000 unità di automobili all'anno. VW spedisce automobili anche dalla Germania.

[caption id="attachment_10100" align="aligncenter" width="700"] Ci sarà una guerra commerciale? Paesi di destinazione delle esportazioni tedesche, volume in miliardi di euro - confronto tra 2000 e 2016[/caption]

È per questo che VW è passata all'attacco alla grande. La casa automobilistica ha commissionato uno studio all'agenzia di consulenza direzionale EY per analizzare il beneficio economico che la sua presenza porta all'economia degli Stati Uniti. Il risultato: VW contribuisce per 25 miliardi di dollari al Pil degli Stati Uniti attraverso la produzione, i fornitori e i distributori e provvede alla creazione di circa 120.000 posti di lavoro.

C'è anche il fatto che alcune delle case automobilistiche tedesche esportano in altri paesi una parte di ciò che producono negli Stati Uniti. Prendiamo la BMW, per esempio: l'anno scorso, la società con sede a Monaco ha assemblato 400.000 veicoli negli Stati Uniti, ma ne ha venduti solo 366.000 negli USA. Il suo stabilimento di Spartanburg, dove sono realizzati quasi tutte i modelli della serie X, attualmente è il più grande impianto di produzione della società in tutto il mondo, Germania inclusa.

Se Trump dovesse imporre una tassa punitiva su tutte le auto importate dal Messico, l'economia americana ne soffrirebbe di conseguenza. Perché attraverso il confine non arrivano soltanto veicoli finiti. I produttori americani di auto guadagnano dalla mancanza di barriere commerciali quando importano pompe di iniezione, alternatori e sistemi idraulici dal vicino al sud degli Stati Uniti. Lo stesso vale per le più piccole imprese di componentistica per le auto tedesche.

Le ultime statistiche - esportazioni tedesche verso gli Stati Uniti fino a novembre 2015 - mostrano che i produttori di auto e i fornitori di componenti auto rappresentano la quota maggiore del venduto negli Stati Uniti, per un valore di 37 miliardi di euro l'anno. Al secondo posto, con 17 miliardi di euro, ci sono i costruttori di macchine industriali con le loro trasmissioni, ventilatori, pompe, compressori e viti - che spesso anche loro vendono all'industria automobilistica.

"Spesso forniscono componenti indispensabili, come il rivestimento interno di una vettura che viene prodotta negli Stati Uniti", ha dichiarato Peter Fuss, un socio di EY. "Chiunque produca viti e le esporti verso gli Stati Uniti è improbabile che costruisca un impianto in America. Il costo sarebbe superiore alla resa."

Naturalmente in Germania c'è preoccupazione per il protezionismo degli Stati Uniti. Ma c'è anche realismo.

[caption id="attachment_10102" align="aligncenter" width="700"] Ci sarà una guerra commerciale? Paesi col più grande deficit commerciale verso la Germania[/caption]

Un buon esempio dell'atteggiamento di un imprenditore tedesco è quello di Martin Herrenknecht, che si potrebbe dire personifichi un aspetto del boom delle esportazioni tedesche. La sua azienda omonima nel sud della Germania, Herrenknecht, è leader mondiale nella tecnologia di tunneling con un fatturato annuo pari a 1,3 miliardi di euro. Produce teste perforatrici per le enormi macchine utilizzate per scavare giganteschi tunnel attraverso le Alpi svizzere, sotto il Bosforo e anche sotto le città.

Ma Herrenknecht non è solo un brillante esempio di ingegneria tedesca. E' anche responsabile di una parte dello squilibrio commerciale del paese, poiché esporta il 95% delle macchine che produce.

Queste macchine uniche sono assemblate presso la sede della società a Schwanau, in Germania, e l'assemblaggio richiede tra i sei e i 14 mesi. Ogni macchina è unica, costruita sulle specifiche del cliente, poi smontata e spedita in un altro paese, dove viene ricomposta e messa in funzione.

Quando gli è stato chiesto cosa pensa sulla minaccia di Trump di imporre tasse punitive sulle importazioni, Herrenknecht ha scrollato le spalle: "L'anno scorso, l'ultimo produttore americano di grandi trivellatori per tunnel è stato venduto ai cinesi. Sta diventando piuttosto difficile comprare americano".

[caption id="attachment_10099" align="aligncenter" width="700"] Ci sarà una guerra commerciale? Rapporto di cambio dollaro-euro, dal 2002 al 2017[/caption]

Ancora, si deve anche notare che le critiche al surplus commerciale della Germania non sono venute solo dagli USA. Il Ministero dell'Economia tedesco, per esempio, è più preoccupato del surplus commerciale della Germania rispetto al Ministero delle Finanze. E  un'inaspettata  coalizione, formata da persone apertamente critiche, si è schierata all'opposizione. La loro opposizione ha poco a che fare con il fatto che questo surplus sia un male per gli altri paesi. Piuttosto, si preoccupano che il surplus nel lungo periodo potrebbe essere gravemente dannoso per la Germania.

Dopo tutto, uno squilibrio commerciale è una lama a doppio taglio: si potrebbe pensare che è bello avere più esportazioni che importazioni, perché questo significa che entrano più soldi di quanti ne escano, non è vero?

In realtà, è vero il contrario. Un surplus nella bilancia commerciale di un paese si manifesta sempre con un relativo deflusso di capitali. Mandare una grande quantità di beni e capitali all'estero non può solo rafforzare la Germania, può anche indebolirla.

La Germania presta denaro ai paesi a cui vende più merci di quante ne importi. Ogni giorno in più di squilibrio commerciale a favore della Germania, vuol dire una maggior quantità di denaro che gli è dovuta dai suoi partner commerciali. Allo stesso modo, cresce la rivendicazione della Germania su una quota crescente della produzione futura dell'economia globale.

Questo è molto bello - a patto che quei debiti verso la Germania siano onorati. Ma è esattamente questo il problema, secondo alcuni economisti. Hans-Werner Sinn, ex direttore dell'Istituto per la ricerca economica Ifo, ha sollevato dubbi al riguardo.

"I surplus non sono nel miglior interesse della Germania, poiché continuiamo ad accumulare cambiali che non saremo mai in grado di incassare", ha dichiarato Sinn, riferendosi ai cosiddetti saldi Target, abbreviazione di Trans-European Automated Real-time Gross Settlement Express Transfer System [sistema automatico espresso di trasferimento in tempo reale dei pagamenti lordi trans-europei, ndt]. Nel mese di gennaio, i saldi Target della tedesca Bundesbank hanno raggiunto un livello record di quasi 800 miliardi di euro, mentre l'Italia e la Spagna avevano ciascuna debiti per oltre 300 miliardi di euro.

Le banche centrali nel sistema dell'euro usano il sistema Target per calcolare i pagamenti transfrontalieri e ora metà delle attività nette della Germania - la quantità di denaro che i suoi partner commerciali le devono per i beni ricevuti - è composta da questi crediti Target.

"E 'improbabile che i tedeschi potranno mai fare uso di questa fortuna", ha detto Sinn. "Molte delle automobili e delle macchine utensili che abbiamo esportato sono state semplicemente date via".

Thomas Mayer, direttore della ricerca presso il Flossbach von Storch Research Institute, ha quantificato queste potenziali perdite. Dal 1999 la somma della bilancia commerciale annuale della Germania supera del 44% l'ammontare della crescita dei suoi impieghi netti all'estero. In altre parole: "Per ogni euro generato dal surplus, all'incirca 30 centesimi vanno persi", ha detto Mayer.

Quello è un capitale che sarebbe necessario a casa. Perderlo ha un peso sul potenziale di crescita e quindi sulla prosperità di tutta la Germania.

[caption id="attachment_10103" align="aligncenter" width="700"] Ci sarà una guerra commerciale? Bilancia delle partite correnti tedesca come percentuale del PIL - dal 1990 al 2016[/caption]

Gli investimenti in infrastrutture e altre opere all'interno del paese, così come salari più alti,  sono visti come un modo per frenare gli eccessi del surplus commerciale. Entrambe queste cose possono dar luogo a una maggiore domanda in Germania, suggerisce Marcel Fratzscher, che dirige l'istituto di ricerca economica DIW Berlin con sede a Berlino e che precedentemente è stato direttore delle analisi di politica internazionale presso la Banca Centrale Europea. I lavoratori tedeschi potranno permettersi più beni di consumo e gli investimenti necessitano macchinari, cemento e altre attrezzature - tutto questo richiederebbe maggiori importazioni e appiattirebbe il surplus commerciale della Germania.

Nel passato c'è anche un altro esempio di come potrebbe funzionare. Negli anni '90 la bilancia commerciale della Germania è scivolata in territorio negativo - la nazione esportatrice era divenuta un importatore - a causa della quantità di investimenti in infrastrutture necessarie dopo la riunificazione del paese. Ci sono voluti investimenti importanti per modernizzare le aziende in quella che un tempo era la Germania dell'est e i consumatori della Germania orientale si sono dati ad un'orgia di acquisti, potendo comprare beni a cui prima non avevano accesso.

Tuttavia è importante ricordare che in questo momento il governo non può essere certo di quanto i cittadini vorranno spendere in importazioni. Né si può fare molto per gli investimenti che non riguardano il settore pubblico. Infatti, circa il 90 per cento degli investimenti in nuovi progetti in Germania proviene dal settore privato. E in questo momento il settore privato è estremamente prudente sull'investire in nuove fabbriche e impianti. Tra gli altri problemi, si lamentano della mancanza di manodopera qualificata e delle tariffe volatili ad esempio per l'energia, .

E quest'ultimo punto - rendere di nuovo la Germania più attraente per gli investimenti privati - è certamente un problema sul quale i politici potrebbero iniziare a lavorare per risolverlo. Ma lo faranno? Soprattutto dato che gli eventuali successi saranno visibili solo dopo diversi anni, non in tempo per la prossima campagna elettorale. Una cosa però è chiara: più il preoccupante surplus commerciale del paese diviene oggetto di dibattito, più diventa evidente che non si tratta solo di essere cortesi con gli altri paesi, o di fare guerre commerciali, o della leggendaria efficienza tedesca. E' un problema che la Germania stessa ha bisogno di affrontare, e presto.

04/02/17

Non C'è da Preoccuparsi dei Saldi Target2

Proponiamo qui un interessante articolo del 2012 di Felix Salmon in cui si riassume e si chiarisce l'annoso  dibattito sul reale significato dei saldi Target2.  La questione è  tornata alla ribalta dopo la recente dichiarazione di Draghi  che finalmente ha  smentito la pretesa di  "irreversibilità" dell'euro, richiamando  però i paesi che eventualmente volessero lasciare l'euro a una piena regolazione dei conti con l'Eurosistema.  Nente di più semplice: i saldi Target2 non sono che regolazioni contabili tra  BCE e banche centrali nazionali utili alla funzionalità dell'Eurosistema e facilmente liquidabili in caso di uscita, data la caratteristica delle banche centrali di essere istituti di emissione.  




di Felix Simon, 14 giugno 2012


Traduzione di Margherita Russo


Moody ha appena declassato il rating della Spagna di tre punti — un chiaro segnale che il bailout bancario, ancor prima di essere attuato, è già stato giudicato dai mercati come estremamente nocivo per l'affidabilità della Spagna. Il rendimento dei titoli spagnoli a 10 anni è adesso del 6.75%, rispetto al meno del 5% dell'inizio di marzo, e si avvicina ai livelli ai quali l'accesso al mercato è sospeso a tempo indeterminato. Tornano le preoccupazioni circa il futuro dell'euro — e automaticamente, come succede ogni volta che queste preoccupazioni riappaiono - si ricomincia a parlare di Target2.


La settimana scorsa, George Soros metteva in guardia contro “i crediti che la Bundesbank vanta nei confronti delle banche centrali dei paesi periferici all'interno del sistema di compensazione Target2 ”;  oggi, nel New York Times Hans-Werner Sinn scrive che la Bundesbank ha crediti Target2 per una somma  pari a 874 miliardi di dollari dalla periferia europea. “Se Grecia, Irlanda, Italia, Portogallo e Spagna dovessero fallire e non ripagare i debiti, con l'euro ancora in corso, la Germania brucerebbe 899 miliardi di dollari”.


Contemporaneamente, in una recente relazione, Jonathan Carmel, della Carmel Asset Management, ha pubblicato questo grafico con la seguente nota esplicativa: "la Bundesbank si è sostituita  alle banche tedesche nella loro esposizione verso la periferia"; ha poi spiegato che l'indebitamento della periferia è adesso un problema della Repubblica Federale Tedesca".



I numeri sono imponenti e minacciosi, e Sinn in particolare fa tutto il possibile per terrorizzarci con la loro grandezza. L'anno scorso ho pubblicato un articolo di Martin Wolf sulle tesi di Sinn, che ha suscitato molte obiezioni. E allora, adesso ci riprovo: proverò a spiegare che questo grafico in realtà dimostra solo che il debito privato in Germania sta diminuendo. La curva su cui ci si deve concentrare è quella blu, non quella verde.


Ma facciamo un passo indietro. Il cosiddetto Eurosistema — costituito dalle banche centrali nazionali (BCN) più la BCE — ha un carattere fortemente federato. La BCE, per conto suo, fissa i tassi di interesse e gestisce un suo modesto bilancio di esercizio, ma le sole banche con cui ha a che fare sono le BCN. Sono le stesse banche centrali, come la Bundesbank o il Banco de España, ad effettuare tutte le operazioni di liquidità, a prestare denaro alle banche commerciali, e più in generale a far funzionare l'euro come valuta.


Ciascuna banca dell'Eurosistema è titolare di un conto presso la rispettiva banca centrale nazionale — e se si somma tutto il denaro presente in tutti questi conti, il totale è il saldo Target2 presso la banca centrale in questione. Vale la pena qui ricordare l'unica cosa su cui tutti sono d'accordo riguardo i Target2: finché la zona euro resta in piedi, non sono affatto un problema. La somma della totalità di saldi Target2 nelle varie banche centrali è sempre zero, ed il sistema funziona efficientemente e perfettamente.


Se una signora spagnola fa un assegno al suo terapista, il denaro esce dal suo conto ed entra nel conto del terapista. Finché entrambi i conti sono presso banche spagnole, si tratta solo di un trasferimento da una banca all'altra, ed il il saldo Target2 presso il Banco de España rimane invariato. Supponiamo però che la nostra correntista spagnola decida di trasferire €1.000 da Banco Santander su un conto della Deutsche Bank. In questo caso, il saldo nel suo conto Santander andrà a sotto di €1.000, ed il Banco de España dovrà anch'esso dedurre €1.000 dal conto di Santander presso la Banca centrale. In Germania, €1,000 si materializzano sul conto Deutsche Bank, ed alla prima occasione Deutsche Bank depositerà questa somma nel suo conto presso la Bundesbank, cosicché la Bundesbank aggiungerà €1.000 al saldo di Deutsche Bank.


In pratica, il Banco de España avrebbe appena distrutto €1.000, e la Bundesbank avrebbe appena creato €1.000. Non è un problema — si tratta di banche centrali, e la funzione delle banche centrali è quella di creare e distruggere denaro. Ma per semplici ragioni di contabilità, i conti nell'Eurosistema devono essere pareggiati. Teniamo presente che quelli che per noi normalmente sono degli attivi, per le banche sono passività. Quindi Deutsche Bank deve €1.000 alla nostra signora spagnola — che è un altro modo per dire che lei deposita €1.000 presso Deutsche Bank. A sua volta, Deutsche Bank deposita €1.000 presso la Bundesbank, il che significa che la Bundesbank deve €1.000 alla Deutsche Bank. E la catena continua: la BCE deve €1.000 alla Bundesbank, il Banco de España deve €1.000 alla BCE, e Santander deve €1.000 al Banco de España, dal momento che Santander ha di fatto dovuto prendere in prestito il denaro dal Banco de España per poterlo trasferire alla Deutsche Bank.


Trattandosi di alta finanza, gli obblighi verso le banche centrali nazionali sono qui garantiti, sicché il Banco de España detiene garanzie da parte di Santander che coprono abbondantemente i €1.000 dovuti. Da parte sua, il Banco de España invece non è tenuto a fornire garanzie alla BCE. Le banche centrali non hanno bisogno di fare nulla del genere: le garanzie non sono necessarie poiché esse possono sempre stampare denaro in caso di bisogno.


Non è comunque difficile capire che il saldo Target2 della Bundesbank è ultimamente in crescita, mentre i saldi delle periferie sono in diminuzione: è in atto una corsa verso investimenti più sicuri, e le banche tedesche sono (giustamente) percepite come più sicure delle banche spagnole, greche e di quelle degli altri paesi della periferia. Analogamente, le banche tedesche che hanno prestato denaro a debitori spagnoli — ed in particolar modo alle banche spagnole — non rinnovano questi prestiti. Quando i prestiti sono ripagati, le banche tedesche depositano semplicemente il denaro presso la Bundesbank, invece di prestarli nuovamente a qualche paese in seria difficoltà. Questo fa aumentare ulteriormente i saldi Target2 della Bundesbank, ed ogni qualvolta ciò accade c'è una riduzione uguale e contraria dei saldi Target2 altrove.


Si nota dunque subito ad occhio nudo come stanno davvero le cose: il denaro affluisce verso la Germania. I risparmiatori dei PIIGS o rimborsano direttamente i loro debiti con le banche tedesche, oppure trasferiscono i loro fondi presso conti in banche tedesche. In tal senso, è un po' strano che personaggi come Sinn e Soros descrivano queste transazioni come denaro prestato dalla Germania alla periferia — in realtà, i flussi sono nella direzione esattamente opposta. Ma per ragioni contabili, questi flussi generano obblighi di contabilizzazione interna fra le varie banche dell'Eurosistema, e a quanto pare sono proprio questi obblighi di contabilità interna a preoccupare così tanto Soros e Sinn.


Tuttavia, come evidenziato da Karl Whelan, è tutt'altro che scontato che questi obblighi di contabilizzazione debbano destare preoccupazione. Nel suo complesso, l'Eurosistema è sempre in pareggio, e per ogni euro creato in una parte dell'eurozona un altro euro viene distrutto da un'altra parte. L'unico caso particolare in cui si potrebbero prevedere effetti negativi sarebbe se uno o più paesi abbandonassero l'euro. Ma anche in questo caso, non è detto che le conseguenze siano poi così gravi.


Un'eventuale uscita della Grecia sarebbe troppo poco significativa per destare preoccupazioni. La Grecia ha un saldo negativo Target2 di circa €100 miliardi. Questo significa che le banche greche devono €100 miliardi alla Bank of Greece, che sono coperti da garanzia; e che a sua volta la Bank of Greece deve €100 miliardi alla BCE in titoli non garantiti. Se la Grecia dovesse svalutare in modo caotico ed andare in default, sarebbe perfettamente ragionevole pensare che la Bank of Greece non adempirebbe ai suoi obblighi verso la BCE, e tratterrebbe per sé le garanzie delle banche greche, per aiutare a finanziare il più possibile la nascente dracma.


Se dovesse succedere, il fondo dell'Eurosistema — le altre 16 banche centrali, più la BCE — subirebbe una perdita contabile di €100 miliardi. Ma esse dispongono di un capitale di €86 miliardi, e possono creare altri 400 miliardi di capitale in qualsiasi momento, semplicemente rivalutando le loro riserve auree. Quindi trovare €100 miliardi non sarebbe difficile — soprattutto perché lo stesso concetto di banca centrale insolvente è un tantino assurdo. Anche nel caso in cui il capitale di una banca centrale cessasse di essere positivo e diventasse negativo, all'atto pratico nulla cambierebbe. Le banche centrali non possono fallire, perché possono sempre stampare moneta.


Ma se fosse l'intero eurosistema a crollare, e ciascun paese ritornasse alla sua moneta nazionale? Anche in questo caso è difficile vedere in che modo questo costituirebbe un colpo per la Germania. Le banche tedesche, come la Deutsche Bank, si ritroverebbero i loro saldi Target2 in euro ridenominati in marchi. E la Bundesbank teoricamente avrebbe sempre un credito con la BCE, ma a quel punto la BCE sarebbe praticamente già sparita. Ma non sarebbe un problema. Basterebbe semplicemente dichiarare che tutti quegli euro sono adesso marchi, dato che la Bundesbank può creare tutti i marchi di cui ha bisogno.


L'ipotesi sottesa al catastrofismo di Sinn è in buona sostanza che, se l'euro dovesse crollare, i contribuenti tedeschi dovrebbero versare mille miliardi alla Bundesbank per compensare tutto il denaro che la Bundesbank non può più riscuotere dalla BCE. Ma questo è semplicemente assurdo. Scrive Whelan:



"Il nuovo marco sarebbe, come l'euro, una moneta a corso forzoso, e non sarebbe affatto necessaria la piena copertura di tutti i marchi con riserve contanti effettivamente disponibili alla Bundesbank.

Se anche i funzionari tedeschi fossero preoccupati dal fatto che il bilancio di esercizio della Bundesbank mostri necessariamente più attivi che passivi, basterebbe convenire che la Bundesbank emetta a proprio favore un assegno di valore pari al suo credito TARGET2, e che si accrediti ogni anno gli interessi. Non sarebbe necessario neanche coprire le sue passività, per cui tecnicamente la solvibilità della Bundesbank sarebbe ristabilita senza nessun aumento delle tasse per i cittadini tedeschi.

Qualcuno potrebbe magari obiettare che la mancata ricapitalizzazione per via fiscale della Bundesbank farebbe perdere fiducia nel valore della moneta  e/o  causerebbe inflazione. Tuttavia, non si modificherebbe in alcun modo la quantità di moneta in circolazione nella Germania post-UEM. Ed un assegno sbattuto in un caveau non può scatenare un'iperinflazione. Ѐ invece molto più probabile, siccome il valore di una moneta a corso forzoso dipende principalmente dalla fiducia da parte dei cittadini che la moneta sarà resa disponibile in quantità limitata, che il nuovo marco si rivaluti significativamente, e che il risultato sia la deflazione piuttosto che l'inflazione.

In altre parole: sì, la Bundesbank dovrebbe di fatto stampare l'equivalente di mille miliardi di euro in marchi, cosa questa abbastanza atipica per la Bundesbank, ed in teoria ad effetto inflattivo. Ma se si crea una nuova moneta, è necessario stamparla. E sinché le banche tedesche depositano questi marchi presso la Bundesbank, e rifuggono dal prestarli a debitori di altri paesi, l'offerta di moneta in Germania non aumenterebbe affatto.


Scrive così Sinn:



Se Grecia, Irlanda, Italia, Portogallo e Spagna dovessero fallire e non ripagare i debiti, con l'euro in vigore, la Germania brucerebbe 899 miliardi di dollari”. Se l'euro dovesse fallire, la Germania perderebbe oltre 1.350 miliardi di dollari, più del 40 percento del suo PIL. Ѐ mai successo che gli Stati Uniti abbiano corso un rischio simile per aiutare altri paesi?

Posto che Sinn si riferisca qui ai saldi Target2 — e questi saldi rappresentano la maggior parte di quelle cifre — non credo affatto che abbia ragione. Innanzitutto, come sottolinea Whelan nel suo blog, gli Stati Uniti hanno già sopportato oneri superiori al 40% del PIL per aiutare altri paesi. Nel 1941, il debito pubblico americano era meno del 40% del PIL; nel 1946, era oltre il 120% del PIL. Oh, e 400.000 soldati americani sono morti in guerra, fra l'altro. In gran parte ciò si potrebbe ragionevolmente considerare una forma di autodifesa, ma in buona parte si trattava di aiuti al mondo libero estremamente necessari.


Ma più specificatamente, i correntisti tedeschi non perderebbero soldi, le banche tedesche non perderebbero soldi, e nemmeno lo stato tedesco perderebbe soldi. L'unico soggetto che si potrebbe considerare aver perso qualcosa sarebbe la Bundesbank — ma in realtà la Bundesbank avrebbe soltanto convertito tutti gli euro in circolazione in Germania in marchi. Se l'euro cessasse di esistere, anche le obbligazioni all'interno dell'Eurosistema cesserebbero di esistere — anzi, lo stesso Eurosistema cesserebbe di esistere, dato che la sua unica raison d’etre è di tenere in piedi l'euro. Tutte le convenzioni di contabilità interna sparirebbero in una nuvola di fumo, e ciascuna banca centrale nazionale opererebbe per conto proprio, gestendo la propria moneta e controllando le proprie banche.


Potrà essere rassicurante pensare che gli euro di oggi siano in qualche modo reali e che gli ipotetici marchi di domani non lo siano, e che quindi se domani questi euro cessassero di esistere per essere sostituiti da marchi, ciò comporterebbe la perdita di centinaia di miliardi di euro. Ma non è così che funzionano le monete a corso forzoso. Il marco di domani sarebbe reale né più né meno come l'euro di oggi, e infatti verosimilmente il problema del marchi non è il pericolo di indebolirsi quando la Bundesbank ne dovesse stampare in quantità, ma piuttosto che la loro popolarità come valuta sarebbe talmente alta da farne salire il valore alle stelle, rendendo le esportazioni tedesche non competitive.


Non vi è dubbio che i costi collegati allo smantellamento dell'euro rischiano sicuramente di essere ingenti. Ma non ingigantiamo la questione includendo in questi costi anche i saldi Target2. Questi non sono altro che delle convenzioni contabili: sono un artifizio per assicurare che l'Eurosistema sia sempre a somma zero. Se si vuol credere che i saldi Target2 siano debiti reali, allora allo stesso modo si dovrebbe credere che una corsa agli sportelli in Spagna, in cui i depositi fuggono verso la Germania, sia negativo per la Germania e positivo per la Spagna — dato che non farebbe che accentuare gli squilibri Target2.


In base al ragionamento fatto da Sinn, sarebbe meglio per la Spagna o l'Italia abbandonare l'euro, perché in questo modo eviterebbero di ripagare i loro debiti Target2 e si ritroverebbero quindi incredibilmente ricchi — avrebbero preso in prestito centinaia di miliardi di euro dall'Eurosistema, e non avrebbero poi mai più bisogno di ripagare il loro debito. Se credete ad una cosa del genere, allora potete anche prendere sul serio Sinn. Ma a me sembra chiaro che se l'euro cessasse di esistere, quello che conta sarebbero le relazioni bilaterali delle banche centrali nazionali con tutte le banche dei rispettivi paesi. E queste relazioni bilaterali, essendo basate su prestiti pienamente garantiti, non sarebbero affatto toccate dalle convenzioni contabili Target2.

23/01/17

ZH - Sbalorditiva ammissione di Draghi: un paese può lasciare l'eurozona, ma deve prima "pagare il conto"

Mario Draghi - sul quale è stata recentemente aperta un'inchiesta dell'Ombudsman della UE per "conflitto d'interessi" - ha platealmente sconfessato il "whatever it takes" di quattro anni fa: in una lettera di qualche giorno fa ha candidamente ammesso che un paese membro può lasciare l'eurozona, a patto che saldi le sue posizioni sul sistema Target2.  La caduta dell'ultimo tabù da parte della BCE suona contemporaneamente come uno spettacolare "liberi tutti" per i paesi deboli dell'eurozona e una quasi minaccia per l'Italia, il cui altissimo passivo Target2  costituirebbe una tremenda perdita per il principale creditore, la Germania, che non tarderà a valutare quanto valga la pena prevenirla. Da ZeroHedge.

 

di  Tyler Durden, 21 gennaio 2017

Meno di 4 anni fa, e poco dopo la famigerata minaccia agli speculatori del "whatever it takes", Mario Draghi rispondeva a una domanda dei lettori di Zero Hedge, affermando che "non esiste un piano B" per quel che riguardava i piani di emergenza nel caso una nazione della zona euro uscisse dall'unione monetaria. Il ragionamento era semplice:  concepire un tale scenario significava ammettere la possibilità che si verificasse, ed è per questo che la BCE voleva disperatamente dare l'impressione che la coesione dell'Europa fosse indistruttibile, a qualsiasi costo.

Facciamo un veloce passo avanti a quattro anni dopo, quando non solo questa particolare strategia è stata completamente rigettata, ma per la prima volta il Governatore della BCE ha fornito un quadro, per quanto vago, che mostra cosa potrebbe accadere in caso di Exit.

In una lettera a due deputati italiani al Parlamento europeo pubblicata venerdì, e riportata per la prima volta da Reuters, Mario Draghi ha ammesso che un paese potrebbe uscire dalla zona euro - e questo è quanto per il suo "non esiste un Piano B" - ma prima di chiudere dovrebbe saldare i debiti col sistema di pagamenti Target2 dell'eurozona.

"Se un paese dovesse lasciare l'Eurosistema, i crediti o le passività della sua banca centrale nazionale verso la BCE dovrebbero essere risolti in toto", ha detto Draghi nella lettera, senza specificare in quale valuta dovrebbe aver luogo la "liquidazione". Non è chiaro nemmeno quale sarebbe la reazione della BCE se un paese non "regolasse integralmente i suoi conti": in definitiva, la BCE non dispone di un esercito che garantisca il  rispetto delle sue politiche.

Come conferma Reuters, il commento di Draghi costituisce "un vago riferimento da parte del Governatore della BCE alla possibilità che l'eurozona perda dei membri". Noi diremmo non solo un "riferimento", ma l'ammissione che un'Italexit è fin troppo possibile, e che tuttavia l'unico modo in cui la BCE lo permetterebbe sarebbe quello di far prima pagare all'Italia il suo conto Target2 di 357 miliardi di euro (sul quale diversi sprovveduti professori di economia hanno sostenuto negli ultimi 5 anni che non sarebbe mai stato utilizzato dalla BCE come merce di scambio nei negoziati sull'"exit" e che non ha implicazioni politiche; oops).

A dire il vero, il beneficiario di questo pagamento sarebbe il paese che fa più affidamento sul persistere dello status quo: la Germania, che ha qualcosa come 754 miliardi di euro di "attività" nel sistema Target2, che potrebbero essere azzerate se uno o più paesi della zona euro dovessero uscire senza soddisfare i propri obblighi di pagamento.

Nella lettera, Draghi ha ribadito che gli squilibri sono dovuti al ​​programma di acquisto titoli della BCE, nel quale molti dei venditori sono investitori stranieri con conti in Germania, e al conseguente riequilibrio dei portafogli.

L'ammissione di Draghi che il "QuItaly" - o UscIta come è chiamata all'interno del paese - è una possibilità fin troppo reale, coincide con un'ondata di sentimenti anti-euro in Italia e in altri stati dell'eurozona, alimentati in parte dalla decisione senza precedenti della Gran Bretagna nel giugno scorso di lasciare l'Unione europea.

La minaccia di default sui debiti transfrontalieri è stata spesso ritenuta un elemento di coesione della zona euro durante la crisi finanziaria. Poiché questi pagamenti generalmente non sono saldati, le economie più deboli, tra cui l'Italia, la Spagna e la Grecia, hanno accumulato enormi debiti verso Target2, mentre la Germania si distingue come il più grande creditore, con crediti netti per 754,1 miliardi di euro.

Gli squilibri Target2 sono peggiorati negli ultimi mesi, quando l'economista di Harvard Carmen Reinhart  ha lanciato l'allarme su una fuga di capitali dall'Italia. Lo si può vedere nel grafico sottostante,  il quale conferma come sotto la calma apparente dei bassi rendimenti dei titoli italiani - anche se recentemente risultano in crescita -  si stanno accumulando enormi squilibri di capitali.

[caption id="" align="alignnone" width="964"] Crediti e debiti nel sistema Target2 - in verde la Germania e in rosso l'Italia - dal 2003 al 2016[/caption]

L'ammissione di Draghi, da intendere quasi come una minaccia all'Italia, potrebbe aver aperto un nuovo vaso di Pandora per la stabilità europea, in aggiunta alle preoccupazioni per Trump, perché non solo Draghi ha confermato che l'uscita dalla zona euro è stata esplicitamente prevista dalla banca centrale, ma definisce anche le condizioni alle quali sarebbe presa in considerazione e consentita.

Ancora più importante, ancora una volta fornisce la base per una "negoziazione" aggressiva, che potenzialmente può degenerare in una escalation di rancorose trattative tra l'Italia e la Germania, poiché la BCE ha messo di colpo in chiaro che il guadagno dell'Italia in una "ipotetica" uscita dalla zona euro costituirebbe una tremenda perdita per Berlino e per la Merkel. Siamo sicuri che in tempo brevissimo emergerà anche la questione di "quanto" valga la pena per la Merkel prevenire tale perdita. Quanto al significato della dichiarazione di Draghi per i paesi con un debito Target2 molto inferiore, che potrebbero anche prendere in considerazione l'uscita dall'unione monetaria, la risposta è racchiusa in due parole: "via libera".

 

Aggiornamento: Come ci è stato fatto giustamente notare da @KellerZoe, dalla lettera di Draghi ai parlamentari Marco Zanni e Marco Valli non risulta la necessità di saldare i conti Target2 "prima" di un'uscita, ma semplicemente  si dice che in caso di uscita i conti dovranno essere regolati integralmente.  L'articolo di Zero Hedge quindi si rifà a una interpretazione estensiva da parte di Reuters e non al testo originale. 

12/09/13

Telegraph: Nel 2011 l'Italia aveva formulato dei piani per uscire dall'euro (parole di Bini Smaghi)

Dal britannico Telegraph Evans-Pritchard commenta alcune sorprendenti affermazioni che l'ex membro italiano della BCE, Lorenzo Bini-Smaghi, ha placidamente fatto nel suo recente libro. Affermazioni che dovrebbero destare l'attenzione sia dell'elettorato italiano sia di quello tedesco.


di ; ultima modifica, 12 settembre 2013

E così, adesso lo sappiamo: nell'ottobre/novembre del 2011 Silvio Berlusconi aveva seriamente proposto dei piani per tirare l'Italia fuori dall'euro, provocando così la sua immediata rimozione dall'incarico e decapitazione politica da parte dei gendarmi delle politiche dell'eurozona.

07/11/12

Ramanan: Paul De Grauwe si sbaglia su TARGET2

Quarantotto mi ha suggerito questa difficile impresa, The Case For Concerted Action, e per la grande stima che ho di lui non mi sono tirata indietro. A me sembrerebbe che De Grauwe sostanzialmente resti dalla parte del vero, ma può darsi che non ci capisco un ..... quindi ben vengano i commenti di quelli più istruiti di me  (ISt..!!!)



di Ramanan - Le risorse finanziarie e non finanziarie a disposizione di   una unità o di un settore istituzionale indicate in bilancio forniscono un indicatore dello stato economico. Queste risorse sono riassunte in una voce del bilancio, il patrimonio netto. Il patrimonio netto è definito come il valore di tutte le attività di proprietà di un'unità o settore istituzionale meno il valore di tutte le sue  passività in essere. Per l'economia nel suo complesso, il bilancio mostra la somma delle attività non finanziarie e dei crediti netti verso il resto del mondo. Questa somma è spesso definita come ricchezza nazionale.
  • 13.4, Sistema della Contabilità Nazionale 2008 ( pdf )

05/11/12

TARGET2 è il capro espiatorio degli errori tedeschi

Su Voxeu un altro lucido articolo di De Grauwe: il problema non è l'oscuro sistema Target2, ma l'eccessiva assunzione di rischio delle banche tedesche che finanziavano la vendita del surplus alla periferia.


di Paul De Grauwe e Yuemei Ji, 2 nov 2012

Una rottura sistemica dell'Eurozona sarebbe la madre di tutte le crisi finanziarie. Questo articolo - una controreplica al recente articolo di Hans-Werner Sinn - è d'accordo che la Germania subirebbe grosse perdite da una rottura, ma sostiene che la causa prima sono i 600 miliardi di € di avanzi delle partite correnti riportati nei confronti degli altri paesi dell'EZ nel corso degli anni buoni, non il sistema TARGET2. Le banche tedesche hanno prestato ingenti somme ai paesi periferici senza fare una corretta analisi del credito. Nessun altro se non la la stessa Germania è responsabile per essersi assunta tali rischi.

20/09/12

De Grauwe: Quel che la Germania dovrebbe temere di più è la sua stessa paura

Su Voxeu un interessante articolo di De Grauwe sui famigerati squilibri Target2: quelli dovuti ai surplus commerciali la Germania se li è voluti - quelli relativi ai flussi speculativi non sono un problema. Timori e tremori  per nulla?  (hat tip al Grande Bluff)


di Paul De Grauwe e Yuemei Ji, 18 settembre 2012

Il grande accumulo di crediti TARGET2 da parte della Germania ha creato la paura che, se l'Eurozona dovesse crollare, la Germania rischia di subire grandi perdite. Dopo aver chiarito la questione utilizzando i fondamentali principi economici, questo articolo mostra che la Germania potrebbe evitare queste grandi perdite di ricchezza limitando la possibilità di conversione euro-marco ai soli residenti tedeschi.

La grande espansione dei crediti e dei debiti TARGET2 dall'inizio della crisi del debito sovrano ha portato a timori che, se l'eurozona si disgrega, paesi come la Germania subirebbero grandi perdite (Sinn e Wollmershäuser 2012) 11.