20/04/20
Austerità e salute: l’impatto nel Regno Unito e in Europa
Traduzione di Rosa Anselmi
di David Stuckler (1,3), Aaron Reeves (3), Rachel Loopstra (2), Marina Karanikolos (4), Martin McKee (4)
1 Dondena Research Centre, University of Bocconi, Milan Italy
2 Department of Sociology, University of Oxford, Oxford, UK
3 Department of Social Inequality, London School of Economics, London, UK
4 Department of Public Health and Policy, London School of Hygiene & Tropical Medicine, London, UK
Europea Journal of Public Health, Vol. 27, Supplement 4, 2017, 18–21
Riassunto
Le misure di austerità – riduzione delle spese sociali e aumento della tassazione – danneggiano più di tutto i gruppi svantaggiati. Si sa poco circa il loro impatto sulla salute. In questa breve revisione, valutiamo le evidenze dell'impatto dell'austerità sulla salute [che si realizzano] attraverso due meccanismi principali: un "effetto rischio sociale" da aumento della disoccupazione, della povertà, della condizione di senzatetto e di altri fattori di rischio socio-economico (indiretto) e un "effetto sanitario" attraverso tagli ai servizi assistenziali, nonché riduzioni della copertura sanitaria e limitazione dell'accesso alle cure (diretto). Distinguiamo gli impatti delle crisi economiche da quelli dell'austerità come risposta ad esse. Ove possibile, verranno presi in considerazione i dati provenienti da tutta Europa, nonché sarà fatta un'analisi più approfondita delle misure di austerità del Regno Unito eseguita dagli autori di questa recensione.
23/07/19
FT - Non trattate il FMI come un premio di consolazione per la UE
Senza peli sulla lingua, Wolfgang Münchau boccia categoricamente il principale candidato in pectore UE al ruolo di direttore del Fondo Monetario Internazionale, Jeroen Dijsselbloem, e sollecita gli altri Stati membri del Fondo a bloccarlo, per impedire che si diffondano nel mondo le perniciose politiche dell'eurozona, basate su quella che è stata la tregedia degli ultimi anni, l'austerità. Dal Financial Times.
Di Wolfgang Münchau, 21 luglio 2019
Il mondo ha bisogno di un rimpiazzo forte per la Lagarde.
Ancora una volta l'UE insiste su un candidato europeo per l'incarico di direttore dell'FMI. L'ultima volta, nel 2011, ho sostenuto una candidata del genere, Christine Lagarde, che ha ottenuto il posto. Si è appena dimessa per subentrare a Mario Draghi come presidente della Banca centrale europea a novembre. L' FMI sta cercando un sostituto.
Otto anni fa, ho sostenuto che Christine Lagarde era nella posizione migliore per gestire il singolo più grande compito che il FMI ha affrontato in questo decennio: assicurare che la zona euro contasse su un certo sostegno professionale durante i suoi anni di crisi e prevenire ricadute sul resto dell'economia globale.
Una cosa è che l'UE insista sul proprio candidato quando ne ha uno buono, come nel 2011. Tutt'altro quando così non è. La scorsa settimana i funzionari europei hanno preso in considerazione una rosa di candidati. Tra i primi c'era Jeroen Dijsselbloem, ex ministro delle Finanze olandese e capo dell'Eurogruppo che riunisce i suoi colleghi dell'eurozona. Sia lui sia diversi degli altri candidati nella lista hanno molto di cui rispondere. Hanno promosso l'austerità durante la crisi dell'eurozona. Dijsselbloem è famoso per avere accusato i paesi in crisi di spendere i loro soldi in "alcol e donne".
I ministri delle Finanze dell'UE sembrano preferirlo a Mark Carney, il governatore uscente della Bank of England. Dijsselbloem è più simile a loro. È cittadino di un paese dell'eurozona. A dire il vero lo è anche Carney, nato in Canada ma con due passaporti europei, di Irlanda e Regno Unito. Ma i ministri dell'UE non lo considerano abbastanza europeo per il ruolo. Potrebbero anche dirgli di tornarsene da dove è venuto.
Un altro argomento fallace a favore di Dijsselbloem è che è un socialista. I socialisti non hanno ottenuto abbastanza, rispetto a quanto speravano, nel recente mercato delle cariche UE che ha portato alla nomina, tra gli altri, della Lagarde. E quindi meritano un compenso. Il posto al FMI è il premio di consolazione perfetto.
Nel momento in cui scrivo, l'UE non ha ancora preso una decisione in merito al candidato che intende sostenere. Se l'eurozona nominasse Dijsselbloem o qualcun altro che abbia avuto ruoli operativi di spicco nel periodo della crisi, consiglierei agli altri stati membri dell'FMI di sostenere un proprio candidato. Oltre a Carney, c'è Agustín Carstens, l'economista messicano attualmente direttore generale della Bank of International Settlements.
Se Boris Johnson diventasse Primo ministro britannico questa settimana, come sembra probabile, dovrebbe associarsi a Donald Trump, il presidente degli Stati Uniti, per sostenere un candidato congiunto USA / Regno Unito. C'è un forte interesse generale nell'impedire all'eurozona di esportare i suoi politici più tossici - e le loro politiche - nel resto del mondo.
A mio parere, il problema di molti dei principali responsabili politici dell'UE è un profondo analfabetismo economico. L'austerità è stata una delle grandi tragedie politiche del nostro tempo. È ciò che sta dietro l'ascesa della Lega, partito populista, in Italia. Il partito di Matteo Salvini è sull'orlo di una presa di potere senza precedenti.
Ursula von der Leyen, presidente eletto della Commissione europea, ci ha dato una rappresentazione quasi comica di analfabetismo economico durante una delle sue udienze, quando è stata interrogata da un parlamentare verde sul surplus delle partite correnti della Germania. La traduzione letterale tedesca è "performance surplus". La risposta incoerente della von der Leyen ha rivelato che lei, come Trump, considera il surplus delle partite correnti come una misura di performance positiva.
Questo è il livello al quale stiamo discutendo la politica economica nell'eurozona. È questa la mentalità che ci ha portato il fiscal compact, una serie di regole per costringere i paesi ad allinearsi a uno specifico obiettivo numerico per il rapporto tra debito e PIL. Ci ha portato lo stop al debito tedesco, una regola costituzionale di pareggio di bilancio che ha finito per produrre persistenti surplus. E ha portato Dijsselbloem nella lista dei candidati. Non c'è molto che il resto del mondo possa fare riguardo alle infelici scelte politiche dell'eurozona. Ma può, e dovrebbe, rifiutarsi di premiare i responsabili di queste politiche con i ruoli più ambiti nella finanza internazionale.
Le competenze necessarie al prossimo direttore generale dell'FMI saranno diverse da quelle richieste otto anni fa. Il candidato di successo dovrà fare i conti con guerre commerciali e valutarie, confini incerti tra politiche fiscali e monetarie, nuovi tipi di crisi finanziarie e valute digitali.
Il prossimo decennio potrebbe vedere profondi cambiamenti nel sistema monetario internazionale. È evidente che i ministri delle Finanze dell'eurozona non danno la priorità a questi argomenti nelle loro discussioni sui ruoli più importanti. Per loro, il punto è se uno proviene dall'eurozona o no, da sinistra o da destra, da nord o da sud.
Il mondo ha bisogno di una persona di prim'ordine per gestire il FMI. Non dovrebbe consentire all'Europa di trattare il Fondo come una discarica per funzionari arrivati alla frutta.
02/02/19
L'eurozona sta attraversando una crisi di identità e l'Italia ne sosterrà il peso
Prima di giungere al punto di non ritorno, dice Mody, sarebbe necessario trovare un accordo costruttivo su uno stimolo fiscale ben dimensionato e ben speso - e naturalmente sbloccare la leva strategica della politica monetaria.
di Ashoka Mody, 16 novembre 2018
Potremmo trovarci di fronte all'aprirsi di un'altra crisi dell'eurozona. Come in tutte le crisi, ci sono due elementi centrali: la storia e la tragedia in sé.
La storia è chiara. L'eurozona è un progetto concepito male sin dall'inizio: per un gruppo eterogeneo di paesi, una politica monetaria unica era il classico caso di "taglia unica" che non va bene a nessuno. In particolare, l'Italia aveva bisogno del sostegno della svalutazione, divenuto impossibile una volta abbandonata la lira. L'Italia ora è bloccata in una crescita estremamente bassa e il minimo shock può spingerla verso la recessione.
La tragedia della zona euro nasce non solo dall'arroganza di un'impresa avviata contro il parere dei molti che avvertivano che sarebbe finita male. Nasce anche dalla mentalità che ha accompagnato il progetto. Poco dopo la sua creazione, è stato subito chiaro che i paesi membri non avrebbero istituito un'unione fiscale per trasferire risorse verso i paesi in recessione, al fine di compensare la mancanza di una propria valuta e di una politica monetaria indipendente. Come ho spiegato nel mio libro EuroTragedy: A Drama in Nine Acts,(La tragedia dell'euro: un dramma in nove atti - ndr), un'unione fiscale era politicamente impossibile: i paesi proteggevano il nucleo della loro sovranità nazionale e si rifiutavano di rinunciare alle loro entrate fiscali. Nell'aprile del 1998, il cancelliere Helmut Kohl aveva dichiarato apertamente che la Germania non avrebbe mai pagato i conti di altri paesi. Se non avesse preso quell'impegno, non ci sarebbe stato nessun euro.
Data l'impossibilità di creare un'unione fiscale, la risposta giusta sarebbe stata abbandonare l'idea di un'unione monetaria. Invece a Maastricht nel 1991, per l'insistenza tedesca, le autorità europee crearono una serie di regole fiscali - al cui centro era posto il limite del deficit di bilancio pari al 3% del Pil - come base per proseguire. L'austerità a livello nazionale, sosteneva la versione dichiarata dei fatti, avrebbe assicurato un'eurozona "stabile". Gli economisti avvisarono immediatamente che le regole erano profondamente dannose. Impongono infatti l'austerità proprio nel momento in cui un paese sta per entrare in recessione, peggiorando la recessione, forse in maniera molto grave. Sono diventate famose le parole dell'ex presidente della Commissione europea Romano Prodi, sul fatto che le regole fiscali erano "stupide".
Eppure, come lemming, le autorità europee hanno insistito su queste regole. Che sono diventate parte dell'identità dell'Ue. I leader sembrano convinti di non essere "buoni" europei se non si inchinano a queste regole. Hanno dato vita a un'unione monetaria profondamente sbagliata e, per loro, le regole e la narrativa della "stabilità" giustificano questa decisione e sostengono la loro convinzione che l'eurozona sopravviverà. Ma sposare teorie così dannose ha profonde conseguenze macroeconomiche, come ha sottolineato il premio Nobel George Akerlof.
Nel 2010, con l'economia greca in recessione, i governi europei e il Fondo monetario internazionale (Fmi) hanno chiesto al governo greco di aumentare rapidamente le tasse e tagliare le spese, come prezzo da pagare per ricevere i prestiti necessari a pagare i creditori privati in preda al panico. Olivier Blanchard, allora capo economista del Fmi, suonò un campanello d'allarme: l'austerità proposta era virtualmente senza precedenti, scrisse in una nota interna, e avrebbe minato l'economia greca. Ma il punto di vista europeo, adottato anche dal management del Fmi, non poteva consentire altrimenti. Come aveva previsto Blanchard, l'economia greca si contrasse drasticamente, le entrate fiscali diminuirono e, come effetto perverso, l'austerità causò l'allargamento del deficit di bilancio del governo. In quello che era ormai diventato un ciclo distopico, i creditori ufficiali richiesero ancora più austerità, il che ha fatto precipitare la Grecia in una delle peggiori depressioni economiche che si siano mai registrate a memoria d'uomo.
Tagliare la spesa, se fatto al momento sbagliato, provoca sofferenze e instabilità.
Ignorando quello che era evidente, il modello di recessione indotta dall'austerity fu applicato ad altre economie dell'eurozona negli anni 2011-2013, creando una prolungata sofferenza economica, che ha sollevato ansie politiche e causato aspre divisioni tra i paesi creditori e debitori dell'eurozona.
Ma le regole si sono incrostate sempre più saldamente all'identità europea. Nel gennaio 2012, durante una recessione italiana apparentemente senza fine, l'allora presidente del consiglio italiano Mario Monti affermò che la Germania aveva vinto il dibattito economico europeo . La "preziosa" visione di Berlino, si inchinava Monti, era stata "meravigliosamente esportata". E consigliava ai paesi ad alto debito di dimostrare "concretamente" di avere compreso gli imperativi della disciplina. A giugno 2014, il cancelliere Angela Merkel affermò che le regole erano un "guardrail" che offriva protezione.
Portiamo avanti velocemente il nastro fino a oggi: la stessa filosofia è rimasta intatta.
A maggio di quest'anno, gli italiani hanno eletto due partiti anti-establishment e di protesta. La Lega, di destra e anti-immigrazione e il Movimento Cinque stelle, più volto a sinistra ed euroscettico, hanno formato un governo. Il commercio mondiale intanto stava rallentando e l'economia italiana, con le sue sorti strettamente legate a quelle del commercio globale, stava rallentando parallelamente. Il governo della Lega e dei Cinque stelle ha annunciato un'agenda politicamente risonante, ma ambiziosa e poco realistica, di tagli alle tasse e con l'introduzione di un reddito universale.
Lo scontro è stato immediato. Le autorità europee erano pronte a difendere la loro ideologia economica, a cui ostinatamente si attaccano, anche se, invece di proteggerla, ha ripetutamente esposto l'Europa a nuove ferite. E così, dato che i funzionari europei hanno insistito sul rispetto delle regole, i leader italiani hanno fatto promesse elettorali che non possono mantenere.
Mentre il governo italiano deve frenare sulla sua generosità fiscale, le autorità europee devono riconoscere che è necessario uno stimolo ben progettato per evitare che l'Italia cada in recessione. Una recessione renderebbe più difficile il rimborso del debito già elevato del Paese, che aumenterebbe i tassi di interesse e peggiorerebbe la crisi - addossando un peso potenzialmente insopportabile sulle fragili banche del Paese. Invece di guardare alla via giusta, le due parti hanno parlato senza ascoltarsi.
La Commissione ha insistito sul fatto che l'elevato debito e il grande deficit, che il nuovo governo ha ereditato dai precedenti, richiedono una stretta fiscale. Questa posizione è supportata da due fonti diverse. Alcuni sostengono che il vero problema dell'Italia è la cronica bassa crescita della produttività e che uno stimolo fiscale non farà nulla per aumentarla. Il che è vero, ma fuori argomento. La politica fiscale non aumenta la crescita a lungo termine, ma impedisce a un'economia di precipitare in una crisi lunga e politicamente divisiva, un rischio preoccupante per un paese con bassa produttività cronica. Un secondo argomento è che, poiché il governo italiano ha un pesante fardello rappresentato dal debito, la spesa fiscale per stimolare l'economia "spaventerà" gli investitori, che vorranno tassi di interesse più elevati e, quindi, annulleranno l'influenza benefica dello stimolo. Questo argomento è importante perché proviene da Blanchard, ora al Peterson Institute of International Economics.
Blanchard, mentre era al Fmi, ha costantemente preso una posizione favorevole allo stimolo. Ha condotto la battaglia intellettuale contro l'austerità esagerata. In un documento meritatamente famoso, di cui è coautore un altro membro dello staff del Fmi, Daniel Leigh, Blanchard ha evidenziato che l'austerità è particolarmente debilitante quando viene inflitta a un paese in recessione, un risultato ampiamente ripreso dalla letteratura economica.
In uno studio di verifica, Leigh e i suoi colleghi del Fmi hanno smentito un altro mito: che i paesi con alti livelli di debito debbano sottoporsi all'austerità, oppure gli investitori allarmati pretenderebbero maggiori tassi di interesse, il che potrebbe far aumentare pericolosamente il debito. L'articolo, pubblicato su una rivista scientifica di altissimo livello, sostiene che anche per i paesi con debito molto elevato l'austerità fiscale è una cattiva idea.
E quindi, lo stimolo fiscale può aiutare anche i paesi ad alto debito ad affrontare una recessione incombente. Tuttavia, un esercito di commentatori, incluso l'influente comitato editoriale del Financial Times, sta citando il recente commento di Blanchard sul caso italiano per difendere l'insistenza della Commissione sull'austerità.
La stessa Commissione, nel frattempo, continua a rifarsi alla sacralità delle regole. In un linguaggio che ricorda il "guardrail" della Merkel, il commissario europeo per gli affari economici e monetari Pierre Moscovici ha twittato : "L'eurozona è come un condominio: è compito dell'amministratore far rispettare le regole comuni, in modo che nessuno tocchi un muro portante! ”
Durante gran parte della crisi finanziaria e della zona euro, la Banca centrale europea (Bce) ha peggiorato le cose con la sua politica monetaria restrittiva. All'inizio, i tassi di interesse eccessivamente alti della Bce hanno peggiorato la recessione. Quindi, trattenuta dalla Germania e da altri stati membri dell'area Nord, la Bce ha ritardato l'introduzione degli acquisti di titoli di Stato (quantitative easing) per abbassare i tassi di interesse a lungo termine. Con una politica monetaria così inerte, a partire dall'inizio del 2013, il tasso di inflazione core nell'eurozona è sceso a circa l'1 per cento. L'inflazione in Germania è stata leggermente superiore all'1% e in Italia inferiore.
L'inflazione bassa fa sì che i consumatori ritardino gli acquisti, che si riduca la crescita e che aumenti il peso del rimborso del debito. Tuttavia, nonostante il rischio di una bassa inflazione prolungata, la Bce a settembre di quest'anno ha cantato vittoria e ha deciso di sospendere gradualmente il programma di acquisto di obbligazioni.
Questa tendenza a limitare l'uso dello stimolo monetario fa parte della filosofia della zona euro, esattamente come l'enfasi sull'austerità fiscale.
Il rischio ora è che se l'Italia cade in una recessione, il suo tasso di inflazione diminuirà ulteriormente, il che aumenterebbe il suo tasso di interesse reale (calcolato tenendo conto dell'inflazione). Il tasso di interesse reale è già superiore al 2,5 per cento, il che è straordinariamente alto per un'economia alle soglie della recessione. La stretta combinata del tasso di interesse e dell'austerità fiscale potrebbe rivelarsi insopportabile per l'economia italiana e le sue banche instabili. Così l'Italia si trova di fronte allo spettro di un'economia debole, che peggiora le finanze pubbliche e aumenta la probabilità che i debitori non siano in grado di restituire i loro prestiti bancari. L'Italia potrebbe facilmente precipitare in una crisi finanziaria ingestibile.
Se il Paese andrà incontro a un simile destino, la versione dei fatti sarà che il governo italiano è stato irragionevole, e che i suoi piani fiscali stravaganti hanno innescato la crisi. È vero che i piani del governo italiano sono irragionevoli, non c'è modo per il governo di raggiungere i suoi obiettivi fiscali. Ugualmente, tuttavia, l'insistenza della Commissione sulla rigidità fiscale potrebbe provocare una terribile crisi. Dati i rischi, il comportamento sconsiderato della Commissione le dà ben poca autorità morale per accusare gli italiani di essere stati intransigenti.
L'eurozona è intrappolata in una crisi di identità. Le affermazioni a lungo ripetute secondo cui l'euro accelererebbe il commercio all'interno dell'area dell'euro sono state screditate (qui e qui), senza che rimanga alcun beneficio tangibile da celebrare. Al contrario, i rischi di una politica monetaria di taglia unica che non si adatta a nessuno sono evidenti. La tendenza della Bce a praticare una politica monetaria restrittiva peggiora le cose, specialmente per i paesi più deboli.
Senza reali benefici e con rischi anche troppo reali, la forza unificante attorno alla quale i leader e gli intellettuali della zona euro si stringono è la virtù della temperanza e della parsimonia. Gli argomenti contorti usati per giustificare l'austerità derivano dall'immagine di sé dei leader europei. Tuttavia, questo approccio, ammantato dall'aura della prudenza, amplifica i pericoli che l'Europa si trova ad affrontare.
Il tiro alla fune tra le autorità italiane e la Commissione limita fortemente la capacità della Bce di contenere la crisi. Per accedere al sostegno della Bce, l'Italia dovrebbe accettare un regime di austerità e riforme che potrebbero dimostrarsi esplosive a livello nazionale. Ma senza l'accordo su un simile regime, la Bce non sarà in grado di attivare l'Outright Monetary Transactions, per acquistare titoli di stato italiani, e quindi contenere l'aumento del tasso di interesse richiesto dai mercati. E anche se il governo italiano rispettasse le richieste, alcuni membri del Consiglio direttivo della Bce potrebbero impedire alla banca l'acquisto delle obbligazioni, nel timore che un default italiano sulle sue obbligazioni li costringerebbe a sopportarne le perdite.
In questo gioco a chi resiste di più non ci saranno vincitori. Ben prima di raggiungere il punto di non ritorno, è necessario un accordo costruttivo - supportato da un resoconto dei fatti condiviso: uno stimolo adeguatamente dimensionato e ben speso è nell'interesse di tutti. Sfortunatamente, rimane intatta la riluttanza a pagare le bollette degli altri - una riluttanza a spendere che si scontra con la realtà. Sembra che siamo bloccati su un percorso tragicamente antagonistico.
20/01/19
Business Insider - L'Europa ha preso la decisione politica di andare in recessione
Dopo la crisi del 2008, l'austerità in Europa, in ossequio alla volontà dell'Unione Europea e della Germania, ha ridotto le dimensioni potenziali dell'economia europea e rallentato la sua capacità di crescere di nuovo: l'Europa ha perso attività economiche potenziali per l'equivalente dell'intero PIL della Spagna. È stato come far uscire aria da una palla che rimbalza: la sua capacità di rimbalzare è peggiorata via via che veniva sgonfiata. Da Business Insider.
di Jim Edwards, 13 gennaio 2019
La settimana scorsa, tre delle economie più grandi d'Europa hanno presentato un assortimento di numeri orribili per la produzione industriale di novembre.
Produzione industriale:
# Italia: -1,5%
# Spagna: -1,5%
# Germania: -1,9%
Qua ci sono i numeri nel corso del tempo:
[caption id="attachment_16917" align="alignnone" width="1334"]
Sembra che l'Europa si diriga verso la recessione, dicono molti economisti. La Germania e l'Italia potrebbero già essere in una "recessione tecnica".
La tragedia è che la contrazione viene aiutata da una deliberata scelta politica presa dai governi europei: il tentativo di limitare la spesa in deficit, di tagliare gli stimoli fiscali, e di portare i bilanci in pareggio nei 10 anni successivi alla crisi finanziaria del 2008.
L'"austerità", come è conosciuta, ha ridotto le dimensioni potenziali dell'economia europea e rallentato la sua capacità di crescere di nuovo. E adesso che i settori manifatturieri di Italia, Francia e Germania sono in stagnazione o in contrazione, l'austerità sta danneggiando la loro capacità di uscire dalla recessione.
Questa è la conclusione degli analisti sia al The Institute of International Finance e - in un articolo pubblicato la settimana scorsa - di Oxford Economics. In modo indipendente l'uno dall'altro, hanno esaminato la differenza tra l'attuale crescita del PIL in Europa e la crescita "potenziale" del PIL, prima e dopo la recessione del 2008. In entrambi gli studi, gli analisti sono arrivati alla conclusione che l'Europa si è imposta una crescita del PIL stabilmente più bassa, dopo la crisi.
L'Europa ha perso un'economia delle dimensioni della Spagna
Il "potenziale" è la tendenza implicita della crescita del PIL, stando ai dati storici. Quando un'economia si riduce, può diventare incapace di crescere fino alla sua precedente dimensione se c'è "un tasso di partecipazione della forza lavoro stabilmente più basso, un grande shock di produttività o uno stock di capitali più piccolo perché sia il governo che le aziende riducono drasticamente gli investimenti", ha affermato Rosie Colthorpe, analista di Oxford Economics.
Dal 2008, l'Europa ha perso attività economiche per l'equivalente dell'intero PIL della Spagna, secondo la Colthorpe. Il PIL della Spagna è circa 1300 miliardi di dollari e il paese dà lavoro a circa 19 milioni di persone, per darvi un'idea di quanto "manchi all'appello". Anche se non si può affermare che ci sarebbero 19 milioni di posti di lavoro in più in Europa se i governi avessero dato più sostegno fiscale, questa, ciononostante, è la scala del problema di cui stiamo parlando.
[caption id="attachment_16918" align="alignnone" width="1334"]
Dopo la crisi del 2008, i governi europei temevano una successiva crisi del debito - uno scenario nel quale i pagamenti degli interessi sul loro debito potevano essere più grandi di quel che le loro economie in difficoltà potevano permettersi. La Grecia in effetti cadde in una crisi del debito. Così sono stati cauti nella spesa pubblica e non hanno tagliato le tasse, per equilibrare il bilancio pubblico. Le regole della UE impediscono deficit pubblici più grandi del 3% del PIL. Il risultato è stato un minor giro di soldi in Europa - e lla riduzione della crescita economica.
"La politica fiscale restrittiva al culmine della crisi ha contribuito al persistente declino della crescita sia reale che potenziale", ha detto la Colthorpe ai suoi assistiti la settimana scorsa. Ha stimato che per ogni 1% di diminuzione del PIL reale, causato da un'attività fiscale ridotta, c'è stata una riduzione della crescita potenziale dell'economia dello 0,6% nel futuro, fino al 2015. È stato come far uscire aria da una palla che rimbalza. La sua capacità di rimbalzare è peggiorata via via che veniva sgonfiata.
Una volta che l'Europa ha cambiato marcia, non è più stata capace di tornare indietro
Ciò non ha risolto nemmeno il problema del debito, dice la Colthorpe. Riducendo le dimensioni della sua economia, l'Europa ha ridotto la sua capacità di gestire il debito. "Diminuendo in modo permanente il PIL, il consolidamento fiscale ha aumentato l'onere del debito nel lungo termine anziché diminuirlo (come era nelle intenzioni)", ha detto ai suoi assistiti.
E adesso l'Europa appare così (grafico sotto). Oxford Economics redige il proprio indice degli indicatori economici globali. Quei paesi che lampeggiano in rosso, sul lato destro? Per la maggior parte sono in Europa.
[caption id="" align="alignnone" width="1334"]
Colthorpe conclude che se l'Europa andrà in recessione nel 2019, sarebbe un grave sbaglio ripetere le politiche del periodo post-2008.
14/01/19
Counterpunch - Perché una società neoliberale non può sopravvivere
di T.J. Coles, 30 ottobre 2018
Gli esseri umani sono creature complicate. Siamo sia collaborativi che faziosi. Tendiamo ad essere collaborativi all'interno dei gruppi (ad esempio, i sindacati), mentre competiamo con gruppi esterni (ad esempio, una confederazione di aziende). Ma società complesse come le nostre ci costringono anche a cooperare con gruppi esterni - nei vicinati, al lavoro, e così via. Nei sistemi sociali, la selezione naturale favorisce la cooperazione. Inoltre, siamo orientati ai comportamenti etici, così la cooperazione e la condivisione sono apprezzate nelle società umane.
Ma cosa succede quando siamo costretti all'interno di un sistema economico che ci fa competere ad ogni livello? Il risultato logico è il declino o il collasso della società.
Il dogma neoliberale nel XX secolo
In "L'individuo nella società", Ludwig con Mises, il maestro di Friedrich Hayek (il nonno del moderno neoliberalismo), scriveva che in una società basata sul contratto sociale, i datori di lavoro sono alla mercé della massa. Ma in un'economia di mercato guidata dall'interesse personale, "il coordinamento delle azioni autonome di tutti gli individui è realizzato dal funzionamento del mercato". Pertanto, in questo mondo di fantasia, i datori di lavoro possono licenziare i lavoratori e sostituirli con altri a minor costo senza incorrere nei costi sociali connessi alle società basate sul contratto sociale.
Dopo gli anni '70 del XX secolo in particolare, questo tipo di pensiero iniziò a permeare la cultura dei pianificatori del "libero mercato" nei corsi di economia della Ivy League.
Robert Simons dell'Harvard Business School nota che l'economia oggi è di gran lunga la disciplina accademica dominante negli Stati Uniti, e che molti laureati portano quell'ideologia acquisita, basata sull'interesse personale, sul loro posto di lavoro, nella gestione patrimoniale, negli hedge fund, nelle assicurazioni, nella liquidità e cosi via. Simons critica quella che chiama "l'incondizionata e universale accettazione, da parte degli economisti, dell'interesse personale - degli azionisti, dei manager e degli impiegati - come il fondamento concettuale del fare impresa e management". Simons nota che i lavoratori sono "tribù" egoiste, come lo sono i manager, nel senso che cercano di ottenere maggiori benefici. "Per porre rimedio a questa situazione potenzialmente catastrofica" connessa ai diritti dei lavoratori, "gli economisti di mercato tentano di incanalare i comportamenti devianti usando la teoria della risposta agli stimoli", sotto forma di legislazioni anti-sindacali, tagli ai servizi sociali, e la minaccia di delocalizzare i posti di lavoro. Gli economisti di mercato "hanno elevato l'egoismo a ideale normativo".
Infettare la sinistra
Nel 1988, l'allora Cancelliere Tory, Nigel Lawson, scrisse che negli anni '70, "il capitalismo, fondato sull'interesse personale, era ritenuto moralmente deplorevole" dalla maggioranza dei britannici. Ma per Lawson parimenti immorale era l'intervento statale: "non c'è niente di particolarmente morale in uno stato interventista", disse (a meno che lo stato interventista non salvasse le grandi aziende). Ma, fortunatamente per i Tories, "la marea delle idee cambiò", permettendo loro di tornare al potere e imporre ulteriori riforme neoliberali.
Forse l'aspetto peggiore del neoliberalismo è stata l'infezione del partito Labour. Per fare alcuni esempi: un neoliberale statunitense, Lawrence Summers (che più tardi sarebbe diventato Segretario del Tesoro di Bill Clinton), insegnò ad un giovane Ed Balls, che presto sarebbe divenuto il consigliere economico del futuro Cancelliere, Gordon Brown. Brown, allora ancora un parlamentare, si incontrò con il Presidente della Federal Reserve, Alan Greenspan. Questo segnò l'inizio di un periodo di ulteriore liberalizzazione finanziaria nel Regno Unito, sotto il sedicente "New Labour".
Gli economisti, alla metà degli anni 2000, poco prima del crollo, iniziarono a vedere crepe nell'ideologia, constatando:
"Vediamo nell'opinione pubblica un disagio generalizzato riguardo le soluzioni di mercato. Il libero commercio e la globalizzazione, la privatizzazione della previdenza sociale, e la liberalizzazione dei mercati dell'energia, tutte suscitano l'opposizione di molti consumatori, a volte motivata ma spesso indefinita. Non è un caso che il sostegno alle soluzioni di mercato si concentri tra quelli che hanno avuto successo economicamente, mentre l'opposizione lo è tra quelli meno fortunati. La libertà di scelta ha un fascino morale, ma la fibra morale è più forte quando non viene tagliata dall'egoismo".
Nel 2008 l'economia americana, e conseguentemente globale, era al collasso. Greenspan testimoniò alla Camera dei Rappresentanti: "Ho sbagliato nel credere che l'interesse personale delle organizzazioni, nel caso specifico banche e altro, fosse tale che potessero proteggere al meglio i propri azionisti e le società di investimento". Ma egoismo significa egoismo. I CEO e top manager non hanno visto la necessità di onorare i loro supposti obblighi verso gli azionisti, figurarsi il pubblico in generale.
Le conseguenze sociali
Le conseguenze politiche di decenni di neoliberalismo hanno portato alla privazione del diritto di voto, particolarmente durante il periodo dell'espansione (dagli anni '70 al 2008), come indicato dall'affluenza alle urne, stagnante o in declino, e dall'ascesa della cosiddetta offerta politica estremista all'indomani del collasso (dal 2009 ad oggi). Ma l'ideologia ha radici profonde nella classe dirigente. Così, persino dopo l'inevitabile crollo del 2008, sia la Banca Centrale Europea che la Banca d'Inghilterra hanno continuato col neoliberalismo imponendo l'austerità alle popolazioni d'Europa e del Regno Unito, rispettivamente.
In questo contesto, le istituzioni finanziare transnazionali e predatorie stanno guadagnando dal caos. Il crollo del gigante delle costruzioni Carillon ne è un esempio calzante. Alla società è stato permesso di fallire e del suo declino hanno approfittato diversi hedge fund, inclusi alcuni con sede negli Stati Uniti.
Le conseguenze del neoliberalismo per la società sono ancora più tragiche. La classe media americana è in declino dagli anni '70, poiché gli individui diventano o molto ricchi o molto poveri. Uno studio della Harvard Business Review ha notato che all'inizio degli anni '80, fino al 49% degli americani pensava che la qualità dei loro prodotti e dei loro servizi fosse diminuita negli ultimi anni. I suicidi maschili e femminili hanno continuato a crescere dalla metà degli anni '90. E uno studio recente suggerisce che l'aspettativa di vita sia scesa nei paesi ad alto reddito.
Nel Regno Unito, l'austerità voluta dai Tory ha creato più di centomila cadaveri in un periodo di 10 anni, secondo il BMJ [British Medical Journal, è considerata uno delle quattro riviste mediche generaliste più autorevoli al mondo, ndt]. Le popolazioni nei paesi più deboli hanno sofferto anche di più. Tra il 1990 e il 2005, i paesi sub-sahariani i cui governi hanno accettato i prestiti per gli aggiustamenti strutturali delle istituzioni neoliberali FMI e African Development Bank hanno sperimentato un incremento di 231 e 360 unità nella mortalità materna, rispettivamente. I paesi dell'America Latina che hanno provato soltanto una crescita del 1% della disoccupazione tra il 1981 e il 2010, hanno sperimentato "un deterioramento significativo delle condizioni sanitarie", secondo un altro rapporto del BMJ, incluso un aumento di 1,14 bambini morti ogni 1000 nascite. Tutto questo si traduce in milioni di morti.
Come ho documentato altrove, le società più vulnerabili, vale a dire le comunità indigene impegnate a mantenere i propri modi di vita tradizionali, si stanno letteralmente estinguendo, mentre la "civiltà" le invade.
Conclusioni
Se questo modello che dura da decenni continua ad essere imposto al mondo, specialmente nelle nazioni con grandi popolazioni come l'India e la Cina, che stanno sempre più adottando politiche neoliberali, la politica disgregante e le infrastrutture fatiscenti sembreranno un piccolo mal di testa, in particolar modo sullo sfondo di cambiamenti climatici e risorse in diminuzione. Se lo spostamento culturale a sfavore del neoliberalismo a cui stiamo assistendo oggi, che si esprime in tutto, dai movimenti sociali progressisti agli scioperi dei lavoratori, può sostenersi ed espandersi, potremmo semplicemente salvarci e piantare semi per un futuro più equo.
09/12/18
Gilet gialli: "Macron ha mani e piedi legati dall'Unione europea"
Di Coralie Delaume, 6 dicembre 2018
Aumenti di SMIC (salario minimo orario, ndt) e pensioni, maggiore tassazione delle grandi società, protezione dell'industria francese, fine della politica di austerità e riorganizzazione dei servizi pubblici: queste sono le richieste dei gilet gialli comunicate la scorsa settimana attraverso la stampa. A ciò spesso si aggiunge anche la richiesta di ripristino di una vera democrazia.
Tra le parole d’ordine e gli slogan è invece assente l'Europa. Eppure nessuna delle richieste formulate è realizzabile nell'attuale Unione europea, con il Mercato unico e l'euro, che sono il confine entro il quale si attuano le politiche nazionali. I governi nazionali sono in ultima analisi solo dei volenterosi intermediari dell'Ue, mediatori di potere soddisfatti della loro impotenza.
Non ci può essere democrazia nell'Unione europea
L'Unione europea è qualcosa di più di un'organizzazione internazionale. Non è intergovernativa, ma sovranazionale. I giuristi affermano che la Corte di Giustizia della Comunità ha "elevato i trattati al rango costituzionale" con due sentenze, nel 1963 e nel 1964. In altre parole, la Corte ha creato un nuovo ordinamento giuridico e gettato le basi di un proto-federalismo senza che i popoli siano stati consultati - o persino avvertiti - sul concepimento di una quasi-Costituzione.
I francesi alla fine l’hanno saputo... ma solo quarant'anni dopo! Il referendum del 2005 sul Trattato costituzionale europeo consisteva in definitiva nel chiedere agli elettori di legittimare ex post una situazione che esisteva già da tempo. È questo uno dei motivi per cui il "no" francese (o il "no" olandese) non è stato preso in considerazione: il testo è stato ripresentato sotto il nome di "Trattato di Lisbona". Per poter rispettare il verdetto delle urne, si rese necessario ammettere che era stato già deciso un processo di "federalizzazione sottobanco" dell'Europa, e in tal senso indietreggiare temporaneamente lungo il percorso.
Se la mutazione in senso costituzionale dei trattati è iniziata molto presto, il processo di svuotamento democratico è continuato in seguito. Il problema è stato aggravato, ad esempio, dall’abolizione del principio dell'unanimità nel Consiglio europeo. Come spiega il giurista tedesco Dieter Grimm, ciò ha spezzato la "catena di legittimazione" dal popolo al Consiglio, il cui anello essenziale erano i governi nazionali eletti. Con l’abolizione dell'unanimità, uno Stato può essere soggetto a una norma di legge che è stata esplicitamente respinta da uno degli anelli della catena di formazione della propria volontà nazionale, anche se in linea di principio il peso relativo della Francia nel Consiglio la rende immune da ciò.
Per rimediare all'immenso "deficit democratico" della costruzione comunitaria, il trattato di Lisbona ha aumentato i poteri del Parlamento europeo. Problema: questo Parlamento non è un organo unico. Non rappresenta il "popolo europeo" (dato che non esiste), ma si limita semplicemente a far coabitare i rappresentanti nazionali di ventotto stati. Per di più, a parte questo, non è neanche il principale produttore di diritto comunitario. Questo ruolo è di competenza della Corte di Lussemburgo, che emette norme a getto continuo, con valore giuridico e senza consultare nessuno. Infine, il Parlamento europeo non ha la possibilità di modificare i trattati, anche laddove questi contengono elementi di politica economica. Che l'Assemblea di Strasburgo abbia una maggioranza di "sinistra" o di "sovranisti", ciò non darebbe luogo ad alcun riorientamento. Qualunque cosa accada nelle urne elettorali durante le elezioni europee del 2019, il combinato legislativo composto dai trattati e dalle sentenze della Corte continuerà ad imporre più libero scambio, più austerità, più concorrenza.
Non può esserci alcun cambio di rotta della politica economica nel contesto del mercato unico e dell'euro
I trattati europei sono la "costituzione economica" dell'Europa. La loro posizione predominante spiega perché la politica economica condotta in Francia non è cambiata dalla metà degli anni '80, benché si siano succeduti alla testa dello Stato uomini di diverse posizioni. È "l'alternanza unica" secondo la definizione di Jean-Claude Michéa, lo stesso che segue il medesimo, dando l'apparenza del cambiamento. Finché si rimane nell'Unione europea, votare non cambia nulla.
Ecco perché l'ex commissario Viviane Reding ha potuto ad esempio affermare: "Diventa inesorabilmente necessario rendersi conto che non esistono più politiche interne nazionali".
I governi dei paesi membri hanno a disposizione solo un numero molto limitato di strumenti di politica economica. Nessuna politica industriale proattiva è possibile poiché i trattati vietano "distorsioni della concorrenza" attraverso l'intervento dello Stato. Nessuna politica commerciale protezionista è possibile poiché la politica commerciale è una "competenza esclusiva" dell'Unione. Nessuna politica dei cambi è possibile perché nel contesto dell'euro i governi non possono attuali. Nessuna politica monetaria è possibile, dato che è la Banca centrale europea a guidarla. Infine, nessuna politica di bilancio pubblico è possibile, poiché i paesi che hanno adottato la moneta unica sono soggetti a "criteri di convergenza", tra cui la famosa regola, del tutto arbitraria, del tetto del 3% al deficit pubblico. Inoltre, a partire dal 2010 e nell'ambito di un programma denominato "Semestre europeo", la Commissione ha iniziato a supervisionare meticolosamente la preparazione dei bilanci nazionali.
In queste condizioni, sono solo due gli strumenti a disposizione dei governi nazionali: la tassazione e l’abbassamento del "costo del lavoro".
Per quanto riguarda la tassazione, generalmente si decide di diminuire quella che pesa sul capitale suscettibile di delocalizzazione e di aumentare quella che grava sulle classi sociali che non possono sfuggire al fisco. Nel 1986 si è stabilito il principio della "libera circolazione dei capitali" nel mercato unico. Da allora il capitale ha acquisito il potere di esercitare su ciascuno Stato un vero e proprio ricatto, minacciando di fuggire verso gli Stati vicini. I paesi membri sono impegnati in una concorrenza fiscale sfrenata, alcuni (Lussemburgo, Irlanda) si sono persino trasformati in paradisi fiscali e vivono delle opportunità di evasione fiscale che offrono alle multinazionali.
Per quanto riguarda il reddito (e il diritto) al lavoro, sono uno dei bersagli privilegiati dell’organismo sovranazionale. Per rendersene conto basta leggere i documenti di orientamento prodotti dalla Commissione europea, dagli "Orientamenti per l'occupazione" alla "Indagine annuale sulla crescita" e le "Raccomandazioni del Consiglio" elaborate ogni anno durante il semestre europeo. Tutte le riforme del diritto del lavoro attuate nei paesi membri, dal Jobs Act in Italia alla legge di El Khomri in Francia, erano state previste in uno di questi grossi tomi [provenienti dalla Commissione].
Per finire, i principi della "libera circolazione delle persone" e della "libera prestazione di servizi" all'interno del mercato unico favoriscono il livellamento verso il basso. Nonostante l'ampia disparità nei livelli retributivi da un paese all'altro, queste "libertà" mettono in competizione tutti i lavoratori europei l’uno con l’altro. Favoriscono una serie di pratiche di dumping sociale, il più noto dei quali è l'utilizzi di lavoratori distaccati. Per i paesi con l'euro, è ancora più grave: non essendo in grado di svalutare la loro moneta per aumentare la loro competitività, sono costretti a praticare la "svalutazione interna", ossia abbassare i salari.
Perché tutti i governi francesi che si sono susseguiti hanno contribuito a costruire questa Europa?
Per capire gli eventi attuali tornano utili le categorie tradizionali del marxismo. Se, come afferma Jérôme Sainte-Marie, il movimento dei gilet gialli riporta alla ribalta l'esistenza del conflitto di classe, è anche vero che questo non ha mai cessato di esistere. L'Europa dei mercati e delle valute è sempre stata un'Europa classista. Ha l'obiettivo di erodere incessantemente i redditi da lavoro e distruggere tutti gli strumenti redistributivi, in particolare i servizi pubblici, con il pretesto dell’"apertura alla concorrenza" da un lato, del "controllo della spesa pubblica" e della "riduzione del debito" dall'altro.
Come è già accaduto in passato, questa politica di classe si adatta bene a un "regime di occupazione" che consente alle classi dominanti di disfarsi e/o di affidare a qualcuno più forte di loro l’incombenza di garantire un certo Ordine. Poiché l'occupazione stricto sensu, da parte di una potenza straniera che invada militarmente il territorio, è ovviamente impensabile, le élite francesi cosmopolite hanno elaborato una modalità di occupazione “soft”. L'ex presidente della Commissione José Manuel Barroso ha dichiarato che l'Unione europea è un "impero non imperiale", una formula che giustamente suggerisce che l'aggregazione dei territori all'impero sia stata fatta tramite l’economia e il diritto, non con la forza. Una volta raggiunta l'unificazione continentale, le regole comunitarie svolgono il loro ruolo: quello del vincolo esterno scelto in un regime di schiavitù volontaria.
Uno dei principali slogan sentiti durante le manifestazioni dei gilet gialli o nelle rotonde è "Macron dimettiti". Ma nelle condizioni attuali, le dimissioni di un uomo sarebbero qualcosa di ampiamente insufficiente. Per ridiventare padroni del proprio destino, i francesi (e tutti i popoli d'Europa) devono esigere che le mappe europee siano profondamente rielaborate e che venga ripristinata la sovranità nazionale, un altro nome per "diritto dei popoli all'autodeterminazione".
Infine, rassicuriamoci: la fine dell'Unione europea, che altro non è che un insieme contingente di regole e istituzioni poste al servizio di interessi particolari, non significherà la fine dell'Europa, vecchio continente, né dei paesi che la compongono.
07/12/18
The Guardian – Macron sulla scia di Clinton, Blair e Schröder: il contraccolpo era inevitabile
di Larry Elliott, 06 dicembre 2018
La rivolta per le strade, le stazioni di rifornimento senza carburante, gli acquisti d’emergenza ai supermercati, un paese nel caos. Non è una visione distopica della Gran Bretagna post-Brexit, ma la Francia in questo preciso momento, governata dal sedicente campione dell’anti-populismo, Emmanuel Macron.
I politici francesi continuano immancabilmente a dirsi ispirati da Charles de Gaulle, e Macron non fa eccezione. La sua fotografia presidenziale ufficiale lo rappresenta di fronte a un tavolo su cui sta una copia aperta delle memorie di guerra di De Gaulle. Il messaggio subliminale di Macron al popolo francese era ovvio: come De Gaulle, anche io sarò un leader forte. Come De Gaulle, anche io mi ergerò al di sopra dei politici meschini per governare nell'interesse nazionale.
Di paragoni con De Gaulle ce ne sono sicuramente, in questi giorni. Ma non si tratta del De Gaulle che ha costituito il governo francese in esilio a Londra nel 1940 o del De Gaulle che guariva le ferite dell’Algeria nel 1958. Inevitabilmente, dal momento in cui sono esplose le proteste dei gilet gialli in tutta la Francia, il paragone da fare è quello con le occupazioni delle strade di Parigi, da parte di studenti e lavoratori, nel maggio ’68.
Come De Gaulle, anche Macron non ha saputo accorgersi delle proteste di strada che stavano per arrivare. Come De Gaulle, Macron sembra fuori dal mondo e incapace di una risposta adeguata. E come De Gaulle anche lui pagherà un prezzo politico salato, visto che la sua reazione è stata quella di dire che non si sarebbe mai piegato ai manifestanti se fossero scesi in piazza, ma poi, con la decisione di bloccare l’aumento della tassa sui carburanti per sei mesi, ha fatto precisamente questo.
C’è non poca ironia nel fatto che l’uomo che era considerato la risposta al populismo ha provocato la più clamorosa manifestazione di collera populista che si fosse vista finora. Quando giunse al Palazzo dell’Eliseo, Macron fu salutato come il rappresentante di una nuova stirpe di politici, ma la realtà è che lui rappresentava il passato, non il futuro: era l’ultimo tecnocrate centrista nella tradizione di Bill Clinton, Tony Blair e Gerhard Schröder.
Il predecessore di Angela Merkel alla cancelleria tedesca è stato il vero modello per Macron. Fu infatti Schröder a spingere per un mercato del lavoro più duro e per le riforme del welfare all’inizio degli anni 2000, riforme progettate per rendere più competitiva la maggiore economia d’Europa. Le riforme funzionarono, ma solo in una certa misura. La Germania ha bassa disoccupazione e accumula grandi surplus commerciali, ma questo perché i lavoratori tedeschi hanno accettato i tagli ai salari e la riduzione del loro potere d’acquisto.
Macron ha creduto che la stessa ricetta potesse funzionare anche per la Francia, ma nonostante la sua facile vittoria contro Marine Le Pen al secondo turno delle elezioni presidenziali, il supporto della sua base è sempre stato debole. La Francia sceglie il proprio leader con un processo in due fasi: un primo turno con molti candidati e in un secondo turno in cui i due candidati col maggior numero di voti fanno un testa a testa. Si dice che la Francia scelga al primo turno ed elimini al secondo, e solo poco più di un quarto di quelli che hanno votato al primo turno volevano effettivamente Macron.
Ciononostante, il nuovo presidente ha creduto di avere un mandato forte per fare riforme strutturali. Ha tagliato le tasse ai ricchi e reso più facile, per le aziende, assumere e licenziare, poi ha dato battaglia ai sindacati ferroviari. Era solo questione di tempo prima che iniziasse il contraccolpo.
L’economia francese ha stentato a mantenere il passo con quella tedesca. La Francia ha ben poco spazio per stimolare la domanda, visto che i tassi di interesse sono stabiliti dalla Banca Centrale Europea e la politica fiscale – cioè le tasse e la spesa pubblica – sono vincolati dalle regole di bilancio dell'eurozona. La Francia ha sostenuto la fondazione dell’euro credendo che una moneta comune potesse contenere il potere tedesco. Ma la realtà è che è successo proprio l’opposto: la Germania è diventata la forza dominante nell'eurozona e nell’intera UE. L'euro funziona per la Germania – o, per essere più precisi, funziona per gli esportatori tedeschi – ma non funziona per nessun altro. Dopo aver commesso l’errore madornale e di proporzioni storiche di entrare nella moneta unica, la Francia ha provato a rettificare.
Mentre era ancora nel periodo della luna di miele come presidente, Macron ha annunciato un piano per rafforzare l’unione monetaria creando un bilancio dell'eurozona controllato dall'eurozona stessa. Sapeva che l’unico modo per far aderire Berlino alla sua proposta sarebbe stato che la Germania vedesse la relazione con la Francia come una relazione tra uguali, cosa che non è stata per molti anni. Il modo per generare il necessario rispetto era mettere l’economia francese sullo stesso sentiero di rigore che i tedeschi avevano accettato sotto Schröder. Ciò aveva il vantaggio di essere in linea con il suo stesso programma di politica interna, tutto orientato a creare un ambiente più favorevole al business e a spostare l’equilibrio di potere dal lavoro al capitale.
I tedeschi sono sempre stati un po' duri da persuadere, sia riguardo la desiderabilità di avere una politica fiscale a livello di eurozona che loro stessi avrebbero dovuto finanziare, sia riguardo la capacità di Macron di mettere in atto le proprie politiche in Francia. Le peggiori violenze di piazza che si siano viste da mezzo secolo a questa parte hanno confermato tutte le paure dei tedeschi. Ma c’è un punto più ampio da capire: i politici devono rendersi conto che la crisi finanziaria e un decennio di appiattimento degli standard di vita hanno contribuito a determinare ciò che è politicamente fattibile e ciò che non lo è.
È fattibile – e in effetti desiderabile – adoperare il sistema fiscale per combattere i cambiamenti climatici, ma solo se il colpo inferto agli standard di vita è pienamente compensato da tagli su altre tasse. Altrimenti si tratta solo di ulteriore austerità, che gli elettorati stanno ormai rifiutando ovunque. Ed è politicamente suicida, per chi è già famoso come il presidente dei ricchi, dire agli elettori arrabbiati per l’aumento del costo dei carburanti di fare "car sharing" o di prendere il trasporto pubblico. Questo non è De Gaulle, è la Maria Antonietta del "mangino brioche".
09/11/18
EU Observer – L’austerità ha violato i diritti umani in Grecia, secondo il Consiglio d’Europa
di Nikolaj Nielsen – Bruxelles, 6 novembre 2018
Anni di austerità spinta dalla Ue in Grecia continuano ad avere effetti devastanti su una popolazione alle prese con una povertà devastante e carenza di accesso alle cure mediche di base e all’istruzione. Così afferma un nuovo report del Consiglio d’Europa.
Dunja Mijatovic, commissaria del Consiglio d’Europa per i diritti umani, ha dichiarato a EU Observer che i greci stanno tuttora soffrendo per le conseguenze dei salvataggi internazionali e per l’imposizione delle riforme strutturali.
“È molto difficile dire che va tutto bene, al momento. La gente sta ancora soffrendo” ha affermato questo lunedì (5 novembre).
I suoi commenti seguono la pubblicazione di un report di 30 pagine sull’impatto delle misure di austerità in Grecia, secondo il quale gli strascichi dell’austerità avrebbero violato i diritti delle persone sulla salute, diritti sanciti dalla Carta Sociale Europea, e avrebbero eroso la qualità dell’istruzione.
Tutto questo fa seguito anche alle dichiarazioni fatte dalla Commissione Europea in agosto, dichiarazioni secondo le quale la Grecia sarebbe tornata a essere un membro “normale” della moneta unica dopo essere uscita dal programma di salvataggio durato otto anni.
Ma la Mijatovic, che nel corso dell’estate ha visitato la Grecia, ha detto di essere stata colpita dalla profondità dei tagli compiuti perfino in ambiti come i servizi per la salute materna e infantile.
“Le conseguenze sono gravi”, ha detto, notando che queste hanno avuto un impatto ben visibile sulla popolazione.
Il suo report sottolinea in particolare come i servizi per la salute materna e infantile siano stati tagliati del 73 percento tra il 2009 e il 2012. Il governo ha inoltre ridotto di un quinto i finanziamenti pubblici per i servizi di salute mentale tra il 2010 e il 2011, e ulteriormente di più della metà tra il 2011 e il 2012.
“Il personale sanitario Greco ha avuto il salario ridotto due volte nel 2012. I finanziamenti agli ospedali pubblici, i servizi di cura, diagnosi e prevenzione delle malattie, tutto questo è stato ridotto del 20 per cento”, ha detto la Mijatovic.
I suicidi sono aumentati del 40 percento nel periodo tra il 2010 e il 2015. Le scarse condizioni igienico-sanitarie – a causa della carenza di prodotti per la pulizia – hanno determinato la morte di circa 3.000 pazienti a causa di infezioni ospedaliere.
L’aumento della povertà ha anche determinato il mancato accesso alle cure sanitarie per un maggior numero di persone, e la Grecia in quanto a copertura dell’assicurazione sanitaria è molto indietro rispetto a quasi tutti gli altri paesi europei.
La Mijatovic descrive la legge greca sulle cure sanitarie di base, approvata lo scorso anno, come “una caduta” in termini di ciò che sarebbe necessario per riportare la Grecia alla normalità.
“Ora abbiamo una dichiarazione politica secondo la quale tutto andrebbe bene, ma sono certa che tutti siano consapevoli del fatto che c’è ancora moltissimo da fare”, ha dichiarato.
La Grecia ha ricevuto qualcosa come 288,7 miliardi di euro nel corso di tre programmi di salvataggio, e in cambio ha dovuto imporre un’ampia gamma di tagli a tutti i servizi sociali rivolti alle persone in difficoltà.
Circa un terzo dell’intera popolazione vive nella povertà estrema. Il numero dei senzatetto è aumentato di quattro volte.
Il terzo salvataggio, avvenuto nel 2015, ha imposto tagli ancora più severi, costringendo il parlamento Greco ad approvare ben sette pacchetti di misure di austerità. Sono state tagliate pesantemente le pensioni e aumentate le tasse, tra le altre cose.
La disoccupazione in Grecia è diminuita, attestandosi un po’ sopra il 19 per cento, ma rimane il valore più alto di tutta la Ue – seguita dalla Spagna col 14,9 per cento e dall’Italia con il 10,1 per cento.
Un giovane in Grecia è quello che ha la minore speranza in tutta la Ue di trovare un lavoro, a causa del tasso di disoccupazione giovanile al 37,9 per cento. La disoccupazione giovanile in Spagna invece è al 34,3 per cento, seguita dall’Italia col 31,6 per cento.
19/10/18
CNBC: Lasciate in pace l’Italia! L’UE vuole l'austerità fiscale da un’economia che affonda
di Michael Ivanovitch, 14 ottobre 2018
Un attacco ridicolmente feroce, diretto contro la politica fiscale timidamente espansiva presentata dall’Italia nella legge di bilancio per il prossimo anno, sta scatenando il panico sui mercati e offrendo uno spettacolo poco edificante sulle relazioni intra-europee, eternamente malgestite.
L’acrimonia manifestata dalla commissione UE nella sua revisione della legge di bilancio italiana è già costata ai contribuenti italiani un aumento – evitabile – del peso del debito sulle generazioni future. Solo nel corso degli ultimi due mesi, il già elevato costo del debito a dieci anni è aumentato di oltre 100 punti base – un duro colpo per un paese che ha già 2.400 miliardi di euro di debito pubblico. Si tratta di un debito pari a quasi il 150 percento del prodotto interno lordo italiano.
Qual è il problema che il governo italiano deve affrontare
Già nell’impossibilità di operare una politica monetaria indipendente con cui gestire la domanda e l’occupazione, l’Italia ha cambiato un po' rotta rispetto alla precedente politica fiscale restrittiva, al fine di dare qualche sostegno all’attività economica e di prevenire ciò che appare già chiaramente come l’inizio di una nuova recessione ciclica, di ampiezza e durata ancora sconosciute.
La crescita economica del paese nel secondo trimestre di quest’anno ha continuato a indebolirsi, raggiungendo a stento un aumento dello 0,2 percento, e proveniva da una crescita già fiacca all’inizio dell’anno. Con l’eccezione delle esportazioni, tutti le più importanti componenti della domanda appaiono deboli.
La follia dell’austerità fiscale pro-ciclica
I consumi delle famiglie – che rappresentano circa i due terzi del PIL – sono frenati dalla elevata disoccupazione e dall’assenza di aumento dei redditi reali. Il volume delle vendite al dettaglio nei primi sette mesi dell’anno è diminuito con un tasso su base annuale dello 0,7 percento, a causa della stagnazione dei salari reali e del terzo più elevato tasso di disoccupazione (dopo Grecia e Spagna) dell’eurozona.
Lo scorso agosto il 9,7 percento della forza lavoro italiana era disoccupata, con uno spaventoso 31 percento di forza lavoro giovanile disoccupata e senza futuro. Oltre a questo, 6,5 milioni di italiani, l’11 percento della popolazione totale, vive sotto la soglia di povertà.
Sfortunatamente c’è anche di peggio. La UE riporta che il 30 percento della popolazione italiana è a rischio di povertà ed esclusione sociale.
Di fronte a prospettive così cupe per la domanda interna, alcuni si chiedono se la ricetta tedesca che viene suggerita possa davvero funzionare. Le esportazioni, certo, sono l’ingrediente principale della panacea tedesca, poiché rappresentano il 30 percento dell’economia italiana.
Purtroppo però questa ricetta sarà un altro fallimento, ed è un tentativo spudorato di manipolazione. Nel corso degli ultimi tre anni le esportazioni nette rappresentavano uno 0,5 percento della già quasi stagnante crescita italiana dell’1,1 percento del PIL. E sebbene le esportazioni nei primi sette mesi dell’anno crescessero di 4 punti percentuali rispetto all’anno precedente, questo non ha fatto assolutamente niente per rivitalizzare la produzione industriale del paese. La produzione industriale durante il periodo tra gennaio e luglio è crollata di un tasso annuale di 0,5 punti.
Questo naturalmente fa presagire esiti negativi per gli investimenti aziendali, perché la debolezza del settore manifatturiero suggerisce una grande abbondanza di capacità produttiva inutilizzata. In altre parole le aziende italiane non hanno bisogno di nuovi macchinari o di impianti più grandi: hanno già quello che gli serve per soddisfare la domanda attuale e attesa per il futuro.
Quindi cosa resta per sostenere i posti di lavoro e i redditi in Italia? Nulla – assolutamente nulla – continua a gridare in modo enfatico questa UE tedesca: l’Italia non ha una politica monetaria indipendente e, secondo la Commissione UE, la sua posizione fiscale deve restare solida e dura come il ghiaccio in modalità restrittiva a tempo indeterminato.
Il momento “whatever it takes” dell’Italia
L’Italia sa cosa tutto ciò significhi. Prima dell’inizio della crisi finanziaria dello scorso decennio, prima che venisse imposta l’austerità fiscale tedesca, il deficit di bilancio italiano del 2007 era stato ridotto a -1,5 percento del PIL (a confronto di quasi -3 percento in Francia). L’avanzo primario (cioè il bilancio prima di sottrarre gli interessi sul debito) era dell'1,7 percento del PIL, e aiutava ad abbassare il debito pubblico fino al 112 percento del PIL, rispetto a una media del 117 percento dei sei anni precedenti.
Ma poi si è scatenato l’inferno non appena i tedeschi – che rifiutavano sprezzantemente gli appelli di Washington alla ragione – hanno deciso di impartire la loro lezione ai “miscredenti fiscali”, imponendo le politiche di austerità alle economie dell’eurozona che già stavano affondando.
L’Italia non deve permettere che questo accada mai più
Allora cosa dovrebbe fare l’Italia? La risposta è semplice: esattamente ciò che ha detto di voler fare nel suo progetto di bilancio per il 2019, approvato lo scorso martedì da un’ampia maggioranza in Senato (61 percento di voti a favore) e alla Camera (63,4 percento di voti a favore).
L’Italia sta comodamente dentro i parametri di bilancio dell’eurozona. Il suo deficit di bilancio previsto al 2,4 percento del PIL per il prossimo anno fiscale è inferiore al limite del 3 percento imposto dall’unione monetaria.
E allora perché tutto questo trambusto? Perché nessuno sembra voler obiettare il fatto che la Francia e la Spagna avranno deficit maggiori dell’Italia?
La Francia ha appena aumentato la propria stima sul deficit per il prossimo anno portandola al 2,8 percento del PIL, rispetto alla precedente stima del 2,6 percento, sulla quale si era impegnata. E non è tutto. Sono ancora da definire le stime al ribasso sulla crescita, non c’è consenso politico su cosa bisogna tagliare, e un governo sempre più debole e impopolare potrebbe non riuscire nemmeno a mantenere il deficit di bilancio sotto il 3 percento del PIL.
L’instabile governo di minoranza spagnolo è alle prese con lo stesso problema. L’economia sta rallentando e Madrid ha una lunga storia in fatto di sforamento delle previsioni del deficit di bilancio. Il deficit di quest’anno, per esempio, è previsto per il 2,7 percento del PIL, ma la stima ufficiale fornita l’anno scorso era del 2,2 percento. Per come stanno le cose adesso, mantenere il deficit spagnolo sotto il limite del 3 percento del PIL sembra già un’impresa epica.
Perché tutto questo viene accolto da Bruxelles con un assordante silenzio? Forse l’accondiscendenza della UE verso la Francia e la Spagna ha molto a che fare con il loro livello più basso di debito pubblico?
È possibile, ma se fosse vero sarebbe un grosso errore. Quei paesi hanno un debito più basso con una tendenza di bilancio che va in peggioramento. Il debito pubblico della Francia è al 122 percento del PIL. Il fatto che la Francia abbia un deficit primario significa che il debito continuerà ad aumentare. Il debito pubblico della Spagna è al 115 percento del PIL, sostanzialmente senza alcun avanzo primario. Entrambi i paesi sono sulla strada di un aumento delle passività pubbliche a seguito dell’ampliamento dei loro disavanzi fiscali.
Nessuna sorpresa se qualcuno si domanda: l’attacco della UE contro la politica fiscale dell’Italia fa forse parte di un programma diverso? Ve ne accennerò, ma un’altra volta.
Idee di investimento
L’austerità fiscale in un’economia Italiana che rallenta – su cui pesa l'elevata disoccupazione, pla overtà in crescita e le infrastrutture che crollano – dovrebbe essere considerata una follia totale.
Lo spazio per un sollievo fiscale è molto ridotto, ma questo è il momento del “whatever it takes” italiano: Roma deve sostenere la propria attività economica, la crescita dell’occupazione e la spesa per le infrastrutture.
I leader del governo italiano potrebbero non apprezzare molto alcuni dei propri vicini, ma questo non è un buon motivo per denigrare la UE. Gli italiani non li hanno votati per questo.
I padri fondatori della UE – come Alcide de Gasperi e Altiero Spinelli – hanno messo l’Italia lì dove deve stare. La Grecia e l’Italia sono la culla della civiltà europea.
Il processo di unificazione europeo ha portato pace, un gigantesco e sempre più omogeneo mercato unico, l’euro e la Banca Centrale Europea – certamente i maggiori risultati dell’Europa dopo la Seconda Guerra Mondiale. Si può ben dire che l’Italia ha ragione di restare al centro di questo progetto epocale.
05/10/18
Benvenuti nella povera Germania
Di Daniel Stelter, 2 ottobre 2018
“La povera Germania”. Ma è vero? Non è una grossolana esagerazione? La Germania non è forse la locomotiva d’Europa, con la potenza di un enorme surplus commerciale, di una disoccupazione ai minimi storici e di un debito pubblico in diminuzione? Certo.
Ma questa visione è superficiale e trascura ciò che sta accadendo sotto la superficie scintillante di una economia in crescita. Il paese sta sperperando il suo futuro, sta consumando troppo senza investire. La colpa è da attribuire ai vari governi guidati da Angela Merkel.
Facendo la somma totale, le singole cause degli scarsi e mal diretti investimenti, esposte più in dettaglio di seguito, spiegano molto del profondo senso di frustrazione degli elettori verso i principali partiti politici tedeschi. Spiegano il senso sempre crescente di malessere nazionale, che si estende ben oltre il problema, spesso citato, dell’immigrazione.
Il feticcio dello zero
È iniziato tutto con la politica del cosiddetto “zero nero” (in italiano corrisponderebbe a “zero rosso”, ndt) nelle finanze pubbliche, che non è altro che l’impegno a un surplus di bilancio permanente da parte del governo a livello nazionale.
Il raggiungimento di questo obiettivo è stato piuttosto facile negli ultimi anni. Grazie alla politica della BCE e alla crisi irrisolta dell’eurozona, i tassi di interesse sui titoli di stato tedeschi sono crollati sotto lo zero. Questo effetto da solo ha permesso al ministero delle finanze tedesco di risparmiare 300 miliardi di euro in spese per interessi dal 2009 a oggi.
In aggiunta a questo, il boom economico favorito dall’ambiente di bassi tassi di interesse e dell’euro relativamente debole ha ridotto i costi di finanziamento della disoccupazione e ha spinto il gettito fiscale ai massimi storici in Germania.
Nonostante ciò lo “zero nero” è un’illusione creata dai politici, e specialmente dall’ex ministro delle finanze Wolfgang Schäuble, per costruirsi la propria immagine pubblica. Un’occhiata data più da vicino rivela che lo “zero nero” ha i suoi costi e, se uno fa i conti giusti, non è nemmeno uno zero.
Infrastrutture che crollano
Ossessionato dall’obiettivo del surplus di bilancio, il governo federale tedesco ha continuato nella sua pratica di prendersi un’elevata quota dei redditi del cittadino tedesco medio (la Germania ha la più alta pressione fiscale dei paesi OCSE dopo il Belgio). Al tempo stesso il governo ha tagliato le spese in alcuni ambiti, e in particolare nelle infrastrutture.
Di conseguenza le infrastrutture pubbliche in Germania si stanno deteriorando. Circa la metà dei ponti autostradali in Germania è stato costruito tra il 1965 e il 1975. C’è la necessità urgente di rifarli nuovi. In più, il 17,5 per cento della rete autostradale ha bisogno di essere ricostruito, così come il 34 per cento della rete stradale nazionale.
Tutto questo getta un’ombra lunga sulla ostinata idea che la Germania abbia infrastrutture di livello globale. A dire il vero il deterioramento della qualità delle infrastrutture tedesche sta rallentando gli investimenti privati e mina il potenziale di crescita economica del paese per il futuro.
Per compensare la carenza di investimenti degli ultimi anni, sarebbe necessario un investimento immediato di 120 miliardi di euro. Nel lungo termine la Germania dovrebbe investire almeno a livello della media OCSE, ossia al 3,2 per cento del PIL. Questo implicherebbe una spesa aggiuntiva di 33 miliardi di euro l’anno, ovvero 1.000 miliardi in un periodo di 30 anni.
Questa dimensione di grave sottoinvestimento dimostra, da sola, che lo “zero nero” è una pura fantasia politica. Anziché affrontare questi problemi, il governo attuale ha annunciato di voler ridurre ancora di più gli investimenti negli anni a venire.
Mancanza di digitalizzazione
Non è solo la rete stradale e autostradale a cadere a pezzi. Le scuole tedesche soffrono di una cronica carenza di investimenti negli edifici, nonché di una sorprendente mancanza di digitalizzazione e della necessità di decine di migliaia di nuovi insegnanti. Tutto questo a dispetto dell’evidenza ben visibile di queste carenze, dato l’imminente pensionamento di una intera ondata di insegnanti della scuola pubblica.
Solo il 2 per cento delle famiglie tedesche possiede internet veloce via fibra, contro il 22,3 per cento della media OCSE. In Spagna, un paese non certo ricco come la Germania, più del 50 per cento delle famiglie ha accesso a internet veloce. Questo non solo frena lo sviluppo economico in Germania, ma dà anche alle aziende un netto incentivo per investire all’estero.
L’esercito tedesco, la Bundeswehr, ha equipaggiamenti obsoleti che non funzionano. Molti dei suoi caccia, carri armati e navi non sono idonei al combattimento. I soldati stessi non dispongono di un adeguato abbigliamento invernale.
Si potrebbe pensare che tutto ciò debba causare imbarazzo ai politici di una nazione. Eppure loro restano impassibili. Forse, anzi, ai politici questa sembra una buona scusa per non dover fornire sostegno alle missioni internazionali occidentali.
Per fare fronte a queste carenze servirebbero altri 130 miliardi di euro, e questo solo per rimettere l’esercito tedesco in condizioni di funzionare. Nel lungo termine il paese dovrà raggiungere gli obiettivi NATO di spesa del 2 per cento del PIL per la difesa. Questo implicherebbe un aumento di spesa di circa 26 miliardi di euro l’anno, ovvero 750 miliardi in un periodo di 30 anni.
Nonostante il suo riconoscimento a parole di tutti questi problemi, il socio di minoranza del governo, cioè la SPD, resta nei fatti contraria a rendere disponibili i fondi che sarebbero necessari.
Al contempo il governo di Angela Merkel ha aumentato le spese per il welfare sociale, fino a toccare un nuovo record di quasi 1.000 miliardi di euro l’anno. Questo è piuttosto notevole, se si pensa che la disoccupazione in Germania è ai minimi e l’economia è in crescita.
I risparmi spostati all’estero
L’ossessione dei politici tedeschi per lo “zero nero” non ha delle ripercussioni negative solo sull’andamento economico, a causa della carenza degli investimenti, ma anche nell’ottica delle tensioni globali sui rapporti commerciali. Il surplus delle esportazioni non è solo l’esito di un euro debole e di industrie tedesche super-competitive, come viene spesso (e falsamente) suggerito. È anche, significativamente, l’esito di una spesa insufficiente per consumi e investimenti all’interno della Germania. Le aziende, le famiglie e il governo stesso sono tutti risparmiatori netti, che spingono i loro risparmi all’estero e contribuiscono a un surplus commerciale che supera l’8 per cento del PIL. Un surplus commerciale significativo e un eccesso di risparmio vanno a braccetto.
Al contrario della credenza popolare, questo surplus non è nemmeno nell’interesse della Germania. Da un certo punto di vista, questa propensione della Germania a investire all’estero i propri risparmi è totalmente negativa. Durante la crisi finanziaria le banche tedesche, le compagnie assicurative e i fondi pensione hanno perso una cifra tra i 400 e i 600 miliardi di euro. Oggi una parte consistente dei risparmi finisce nei fondi non redditizi della Bundesbank come parte del sistema BCE (il cosiddetto bilancio Target-2).
Complessivamente non è affatto una buona idea essere creditori in un mondo sommerso dal debito. Ma la Germania continua a ignorare questa basilare intuizione, a suo rischio e pericolo.
Il governo tedesco è cieco anche al fatto che il surplus commerciale porta a una frustrazione crescente negli altri paesi: non solo negli Stati Uniti del Presidente Donald Trump, ma anche in Francia e in Italia. Il rischio di misure protezioniste, specialmente orientate verso l’industria automobilistica, che d’altronde i politici del governo tedesco sono ben determinati a proteggere, è alto.
L'alternativa c'è
Sarebbe molto meglio se il governo tedesco utilizzasse l’eccesso di risparmio del suo settore privato per finanziare gli investimenti, così necessari, nel proprio paese. Questo potrebbe:
- Offrire al settore privato un’opportunità sicura e attrattiva di risparmio all’interno della Germania.
- Rafforzare le infrastrutture tedesche in tutti i loro aspetti.
- Ridurre il surplus commerciale tedesco e dunque ridurre il rischio di misure protezioniste.
- Ridurre l’esposizione dei risparmiatori tedeschi verso debitori esteri di dubbia affidabilità.
Ovviamente un cambiamento delle proprie politiche da parte della Germania sarebbe nell’interesse di tutti.
Intervista a Sergio Cesaratto da New Europe - L'Italia distruggerà l'eurozona?
di Ilia Roubanis, 28 settembre 2018
Il dibattito critico sull'euro è mainstream in Italia. L'attuale governo è una coalizione che comprende le tradizioni politiche sovraniste di sinistra e di destra.
L'economia è l'epicentro della discussione.
Fino all'inizio di questa settimana, il governo italiano ha tenuto fermi i suoi fondamentali impegni su una maggior redistribuzione e un minor carico fiscale. Tutto ciò ha spaventato i mercati, e da maggio 2018 i rendimenti dei titoli pubblici è raddoppiato. Le agenzie internazionali di rating e i mercati stanno esercitando ulteriori pressioni. La Commissione europea richiede, ancora una volta, disciplina fiscale.
In questo clima di tensione, politica e profondamente economica, New Europe ha chiesto aiuto ad un economista per comprendere la mentalità italiana. Sergio Cesaratto (SC) è Professore di Economia Internazionale all'Università di Siena, in Italia. Insegna Economia internazionale e Politica Fiscale e Monetaria dell'Unione monetaria europea (UME). Il suo più recente volume è "Chi non rispetta le regole? Italia e Germania - Le doppie morali dell'euro" edito da Imprimatur.
Il professor Cesaratto ha contribuito in maniera importante al dibattito post-keynesiano, concentrando l'attenzione sulla teoria della crescita e dell'innovazione, sulle riforme delle pensioni, sull'economia monetaria e la crisi europea. Per questa ragione, è anche una fonte spesso citata in quello che adesso è il dibattito euro-critico, ormai divenuto mainstream in Italia.
New Europe (NE): Il Giappone ha un rapporto debito-PIL del 250%, la Grecia del 180% e l'Italia del 132%. Perché gli investitori si preoccupano?
Sergio Cesaratto (SC): Naturalmente non esiste un livello naturale del rapporto debito pubblico-PIL. Sono spesso evocati due fattori per valutare la sostenibilità del debito pubblico:
1. la sua denominazione, in valuta nazionale o estera
2. se è detenuto principalmente da creditori nazionali o esteri
Un debito denominato in valuta nazionale e detenuto dai residenti è generalmente ritenuto sicuro. Questo è il caso del Giappone. In particolare, in Giappone i principali detentori dei titoli di stato sono la banca centrale e il sistema finanziario nazionale che, prevedibilmente, non speculeranno contro il proprio governo.
Che il debito pubblico giapponese sia detenuto a livello nazionale non è un fatto sorprendente. Poiché il Giappone tradizionalmente registra avanzi commerciali con l' estero, l'economia non dipende dai prestiti esteri. Inoltre, il suo debito è denominato in Yen e il governo può fare affidamento sulla Banca del Giappone come acquirente di ultima istanza, cosa che rassicura gli investitori privati. Questo significa anche che i tassi d'interesse - e i rendimenti dei titoli - sono sotto controllo.
Questo circolo virtuoso mantiene stabile il rapporto debito-PIL. Se il debito del Giappone fosse denominato in una valuta estera e detenuto da non-residenti, l'economia sarebbe esposta ad ondate di panico finanziario. Nel caso di Grecia, Spagna e, parzialmente, dell'Italia, non c'è una banca centrale che possa agire come acquirente di ultima istanza.
Il problema del debito pubblico italiano è la sua denominazione in una valuta straniera (l'euro) e la mancanza di una banca centrale nazionale, cose che vanno di pari passo con la mancanza di controlli sui flussi di capitale. Ma, a differenza della Spagna, l'Italia non ha una esposizione significativa con l'estero.
NE: L'Italia come ha raggiunto questo livello di debito? Pensa sia un caso di sperpero o si tratta di una questione più sistemica?
SC: Il grande balzo del debito pubblico italiano ebbe luogo negli anni '80.
Gli anni '70 erano stati un periodo di conflitto sociale che aveva portato all'instabilità dei prezzi. Un cambio flessibile, comunque, preservava la competitività esterna, mentre una politica accomodante da parte della Banca d'Italia evitava che il debito pubblico salisse. Alla fine del decennio, l'élite italiana scelse un nuovo regime di politiche economiche basato sul cambio fisso (lo SME) e una banca centrale indipendente.
La perdita di competitività esterna comunque portò a problemi di domanda aggregata e, come ha affermato Stiglitz, paesi con deficit di partite correnti persistenti o in espansione sono spesso obbligati a fare deficit fiscali per sostenere la domanda aggregata: "Senza deficit fiscali, avrebbero un alto livello di disoccupazione", ha scritto Stiglitz nel 2010.
Questi deficit fiscali e gli alti tassi d'interesse necessari a sostenere la parità di cambio nello SME portarono all'esplosione del rapporto debito pubblico-PIL. Il tentativo di imporre un "vincolo esterno" sta a fondamento del problema del debito italiano.
Pur avendo ripreso un po' di fiato dopo l'uscita dallo SME nel 1992, l'Italia ha ripetuto l'errore di "legarsi le mani" con la partecipazione all'Unione Monetaria Europea. Nel primo decennio dell'euro, l'Italia ha usato i tassi d'interesse più bassi e una politica di bilancio restrittiva per ridurre il rapporto debito-PIL da circa il 125% al 100%, al prezzo di una domanda interna stagnante, che ha mortificato la crescita degli investimenti e della produttività.
La perdita di competitività esterna - dovuta anche alle politiche neo-mercantiliste tedesche - non ha aiutato. Come conseguenza della crisi finanziaria e, soprattutto, dell'intervento ritardato della Banca centrale europea e dell'austerità, il rapporto debito/Pil è saltato di nuovo al 130%.
L'Italia ha disperatamente bisogno di un rilancio della domanda interna attraverso una politica di bilancio espansiva. Ciò richiede che i tassi d'interesse rimangano paragonabili ai livelli francesi. A questo fine, possono e dovrebbero essere prese delle misure a livello europeo.
Sarebbe necessario un sostegno mirato alla piena sostenibilità del debito pubblico, come proposto dal Professor Paolo Savona in un recente rapporto. L'Italia ha praticato il rigore nei conti pubblici sin dal 1991, ben più della Germania, per cui è meritevole di tale sostegno. Naturalmente dovrebbe siglare col sangue un patto di stabilizzazione del rapporto debito/Pil (o di lenta riduzione compatibilmente con la crescita).
"È il tasso d'interesse, stupido!" per parafrasare Clinton.
NE: Perché il costo dei prestiti all'Italia da maggio è raddoppiato? Ha questo qualcosa a che vedere con il Ministro degli Affari Europei Paolo Savona, che ha spaventato le agenzie di rating, il Presidente (Sergio Mattarella) e la Commissione europea?
SC: Paolo Savona è un economista moderato ed esperto. Il suo recente rapporto ha avanzato proposte ragionevoli, che naturalmente saranno ignorate da Berlino.
Il problema dell'Europa è la mentalità dell'élite tedesca, caratterizzata da un modello mercantilista che insiste sulla moderazione fiscale e salariale. Soprannominato dallo storico Carl-Ludwig Holtfrerich "mercantilismo monetario", questo modello tedesco fu inizialmente sostenuto dal ministro delle finanze (e più tardi Cancelliere) Ludwig Erhard negli anni '50.
Insomma, il problema dell'economia europea è la Germania, non l'Italia!
Il presidente Mattarella appartiene a quell'élite italiana europeista ad ogni costo. Questa élite non ha davvero fiducia nella capacità del paese di governarsi e crede che l'Italia, fuori dall'Europa, sarebbe persa. Io sostengo che la disciplina europea (o tedesca) è la prima responsabile dell'impennata del debito pubblico, della stagnazione economica e del declino.
I mercati finanziari sono spaventati perché gli investitori temono che l'Italia possa deragliare in conseguenza di un'espansione fiscale priva del sostegno europeo. Così lo spread tra BTP e BUND è salito.
Vedete, la Francia ha uno spread molto basso rispetto al BUND, di circa 35 punti base, mentre l'Italia è ben oltre i 250 punti (ma lo spread era alto anche prima di questo governo). Senza questa abnorme spesa per interessi il governo potrebbe realizzare una parte dei suoi obiettivi stabilizzando il rapporto debito/Pil - e con la crescita, persino lentamente ridurlo. Di nuovo, è una questione di tassi d'interesse. L'Italia ha bisogno di un governo affidabile, degno di fiducia per i nostri partner, i quali, a loro volta, dovrebbero garantire il calo dei tassi d'interesse italiani.
Tuttavia, siamo in circolo vizioso nel quale la mancanza di fiducia verso l'Italia genera governi meno affidabili. Tuttavia, anche con governi "affidabili", credo che l'Europa non abbia la lungimiranza per tendere una mano (che non le costerebbe nulla, peraltro).
NE: La Lega sembra spingere l'economia verso un modello che agevoli le imprese, favorendo una generosa riduzione del costo d'impresa: una flat tax a due livelli (15-20%) e nessun aumento dell'IVA. Il Movimento 5 Stelle sembra puntare ad uno stimolo guidato dalla domanda, con un reddito minimo garantito (€ 780) e una revisione delle riforme delle pensioni.
Due domande:
L'Italia può fare tutto questo e mantenere un deficit di bilancio inferiore al 3%, o persino all'1,6% come sostenuto dal Ministro italiano dell'Economia Giovanni Tria?
SC: Come ho detto, se l'Italia avesse gli stessi tassi d'interesse della Francia sul debito pubblico, questo permetterebbe una moderata politica di bilancio espansiva coerente con la stabilizzazione del rapporto debito-PIL.
Per come la vedo, la posizione del governo italiano dovrebbe essere la seguente: l'Italia ha mantenuto un buon livello di disciplina fiscale dal 1991 (un avanzo primario); se non fosse per le politiche sbagliate della UE e della BCE, il rapporto debito-PIL sarebbe al livello francese (100%). In ogni caso, il 130% non fa molto differenza. Perché l'Italia non dovrebbe ottenere il sostegno europeo in cambio di un impegno alla stabilizzazione del rapporto debito-PIL al livello attuale? È ragionevole.
Sfortunatamente, Berlino dirà nein. Con il cambio alla direzione della BCE e un governo tedesco più spostato a destra, le cose potrebbero anche peggiorare. L'Italia dovrebbe allora prepararsi all'uscita. Il principale problema di un'uscita sarebbe la possibile ritorsione franco-tedesca. Alla faccia dei sogni europei di Mattarella.
NE: Come economista, quali politiche pensa che aiuterebbero di più la crescita italiana? Servono le misure sia del M5S sia della Lega?
SC: L'Italia non ha bisogno di una flat tax, ma di una campagna contro l'evasione fiscale.
Naturalmente, quando possibile, minori tasse sono desiderabili, ma non è questa la priorità. L'economia deve dare precedenza alle famiglie sotto la soglia di povertà. Comunque, preferirei un "piano per l'occupazione" piuttosto che un reddito di base generalizzato. Anche le infrastrutture e l'istruzione sono delle priorità.
NE: Le banche italiane, greche e spagnole hanno un'enorme mole di prestiti in sofferenza (NPL). Questo è dovuto, in parte, alle persone che non sono in grado di ripagare i propri mutui. In parte, perché le piccole e medie imprese non sono più remunerative. La disciplina fiscale sta aiutando le banche a ridurre i loro prestiti in sofferenza?
SC: Gli NPL sono chiaramente il risultato dell'austerità.
Pertanto, una continuazione delle stesse politiche non è d'aiuto. Soprattutto, la mancanza dell'ombrello di una banca centrale sul debito pubblico e tassi d'interesse in crescita influiscono anche sul costo del credito alle aziende e alle famiglie italiane.
Le banche italiane fanno il loro lavoro sostenendo l'economia. Le grandi banche tedesche sono istituzioni speculative, tra le protagoniste della crisi finanziaria statunitense. Sono ancora piene di asset tossici. L'opinione pubblica tedesca dovrebbe essere meglio informata su questo. Come sottolinea Adalbert Winkler, gli economisti tedeschi si lamentarono quando Draghi si mosse a sostegno del debito pubblico italiano, ma non dissero nulla quando il governo tedesco salvò le loro banche impelagate nella crisi americana.
L'attuale caduta del valore dei titoli del governo italiano ha influenzato negativamente anche i bilanci delle banche italiane. Naturalmente, obbligarle a sbarazzarsene sarebbe un suicidio.
NE: La Banca centrale europea terminerà il suo programma di acquisto titoli nel dicembre 2018. Questo come influirà sull'economia italiana?
SC: A parità di condizioni, non cambierà molto: i buoni del tesoro italiano sono già molto penalizzati (in modo ingiustificato). Certo, se ci fosse un attacco speculativo al debito italiano, avere un Draghi o un Trichet farebbe la differenza. A questo proposito, sembra che anche la Germania voglia evitare un nuovo presidente controverso come Weidmann.
Tuttavia, le riforme della governance economica europea proposte da Berlino sono destabilizzanti. L'intenzione è quella di privare la Commissione europea del potere di controllare e sanzionare l'osservanza delle norme fiscali, consegnandole a un Fondo monetario europeo e da ultimo ai mercati. Questo lascia poco spazio alla negoziazione politica, cosa che, in definitiva, è suicida. Nessun governo italiano può aderire a tali riforme.
NE: L'Italia distruggerà l'eurozona?
SC: La mia risposta spontanea sarebbe "Lo spero".
Ritengo che l'Eurozona è una gabbia anti-democratica e straniera. In una certa misura, questo vale anche per l'UE, che è un'istituzione neoliberista. Ad esempio, l'UE ha vietato le politiche industriali sostenute dallo stato e costretto l'Italia a privatizzare le sue imprese in mano pubblica, principalmente vendendole a società straniere, che spesso le hanno smantellate.
L'Italia distruggerà la zona euro se Bruxelles spingerà il paese alla distruzione attraverso speculazioni di mercato e politiche di austerità.
Chi sta distruggendo l'Eurozona e il commercio globale: l'Italia o gli avanzi esteri e fiscali tedeschi? Il mio timore è che, anche se esposta a un attacco finanziario e a una Troika, l'Italia non si ribellerà ai diktat e permetterà a un nuovo Mario Monti di massacrare il paese nel nome dell'Europa. Un candidato è Enrico Letta. Sfortunatamente, la tragedia greca ci insegna che la resilienza della gente comune alle difficoltà economiche (e alla stupidità) è infinita.