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18/08/20

Lo status della UE: un impero frustrato costruito su presupposti sbagliati



Sul prestigioso sito della Hoover Institution della Stanford University una lettura breve ma densa di significato evidenzia chiaramente la fallacia della visione "progressista" di una sempre maggiore integrazione politica dei paesi europei e mostra come il pacchetto di aiuti relativamente modesto messo in campo per far fronte alla crisi economica provocata dalla pandemia abbia in realtà un prevalente scopo politico: utilizzare la crisi per portare ulteriormente avanti l'accentramento sovranazionale delle politiche fiscali dei paesi membri. 


di Jakub Grygiel

12 agosto 2020


Come affermava il Preambolo del Trattato di Roma del 1957, lo scopo dell'allora Comunità economica europea era di "gettare le basi di un'unione sempre più stretta" tra gli europei. Questa frase è stata interpretata come un appello per una fusione politica progressivamente sempre più stretta degli Stati membri, con l'Unione europea come ultima incarnazione di questo scopo. Il problema di questa visione progressista, tuttavia, è duplice: in primo luogo, non è mai pienamente raggiunta, poiché l'obiettivo finale rimane sempre all'orizzonte e, in secondo luogo, è fondata sulla convinzione che un mercato comune possa creare una politica unificata. Di conseguenza, l'UE è sempre nei guai perché è un prodotto perennemente incompiuto, costruito su basi deboli. È un impero frustrato.

 

Le varie crisi degli ultimi mesi - la Brexit, la continua predazione economica cinese e l'inaspettata pandemia - hanno solo esacerbato questi problemi fondamentali dell'UE. La Brexit, spinta in parte dalla riluttanza britannica a proseguire verso una nebulosa “unione sempre più stretta”, ha scosso la fede delle élite europee nell'inevitabilità storica di questo progetto europeo. Inoltre, ha alterato gli equilibri di potere all'interno dell'UE, rimuovendo un fondamentale contrappeso nelle delicate dinamiche della politica europea: la Germania è molto più difficile da controllare ora. Allo stesso tempo, molti paesi europei, vincolati fiscalmente dalle regole della zona euro, sono diventati più dipendenti dagli investimenti cinesi, e in tutto il continente la Cina è diventata uno dei principali partner economici (per la Germania è il partner commerciale numero uno). Infine, la pandemia ha devastato la maggior parte delle economie, con un effetto particolarmente drammatico in quegli Stati, come l'Italia, che non si erano mai ripresi dalla crisi economica del 2008 e rischiano di dover ristrutturare il proprio debito. Il crollo dell'economia italiana, che è dieci volte più grande di quella della Grecia, molto probabilmente si tradurrebbe in un “Italexit” e nella fine dell'Unione europea.

 

Queste sfide sono aggravate dalla continua presenza di minacce esterne (la Russia ad est e a sud, la crisi migratoria dal Nord Africa) e tensioni interne (alta disoccupazione nei paesi del Mediterraneo, tensioni sociali con gli immigrati). Non esistono soluzioni facili a questi problemi, ovviamente. Ma le élite politiche europee adottano per tutti la stessa strategia: più unione e più centralizzazione economica. Cioè, usano ogni crisi per fare un altro passo avanti verso quella “unione sempre più stretta” costruita sull'unione monetaria e, in misura crescente, anche fiscale.

 

La mossa più audace è stata la risposta al caos economico causato dalla pandemia. I leader dell'UE hanno concordato un pacchetto di aiuti relativamente modesto, sostenuto da obbligazioni garantite, per la prima volta, dall'Unione nel suo insieme piuttosto che dai singoli paesi. Ciò consente a paesi come l'Italia di ottenere fondi a un tasso inferiore e riduce il rischio di insolvenza. Il pacchetto di aiuti è più significativo, tuttavia, per come viene finanziato che per le sue dimensioni: un altro segno che i leader dell'UE utilizzano strumenti economici per il loro obiettivo politico di creare un'UE sovranazionale. Si tratta di politica, non di economia: il pacchetto farà ben poco per aiutare la tormentata economia italiana, ma promuoverà surrettiziamente l'istituzione di un'autorità centrale dell'UE che controlli non solo le politiche monetarie, ma anche le politiche fiscali degli Stati.

 

L'appartenenza alla zona euro già comporta che gli stati, come l'Italia, non abbiano alcun controllo sulle politiche monetarie (ad esempio, non possono stampare moneta e svalutare le loro valute in tempi di grave recessione economica) e siano vincolati nelle loro manovre di bilancio (ad esempio, non dovrebbero superare determinati rapporti deficit / PIL). Ma l'obiettivo è sempre stato quello di sottrarre completamente ai governi nazionali il potere di prendere decisioni in materia fiscale e attribuirlo a un organo centrale dell'UE. Le obbligazioni garantite dall'UE nel suo insieme porteranno naturalmente al passo successivo: una tassa a livello europeo di qualche tipo e un crescente potere fiscale di Bruxelles a scapito delle singole capitali. Non si può fare affidamento sui parlamenti e sui leader nazionali, così si crede, ed è più sicuro lasciare che siano degli esperti a livello dell'UE a prendere le decisioni di politica fiscale per i singoli paesi, per il bene dell'Unione nel suo insieme. Questo per quanto riguarda le democrazie nazionali.

 

Al di là del disprezzo per la legittimità democratica, una tale visione è fondata su un insieme errato di presupposti che suggeriscono che l'unità economica creerà un unico popolo. Ma allo stesso modo in cui un conto corrente cointestato non crea un matrimonio, un apparato fiscale e monetario centralizzato non stabilirà nessuna nazione e politica europea. La catena di causalità che sta dietro il progetto dell'UE è semplicemente sbagliata. La coesione politica nasce dalla solidarietà nazionale e da un intento comune, non dalla condivisione della stessa moneta o dall'avere un'autorità fiscale centralizzata.

 

Nessuna delle recenti crisi, tuttavia, ha alterato la visione progressista delle élite politiche dell'UE o la loro fede nel potere di trasformazione di un'autorità monetaria e fiscale a livello europeo. La soluzione alle sfide attuali crea condizioni che garantiscono crisi interne su tutta la linea. L'UE è quindi un impero frustrato: sotto pressione dall'interno e dall'esterno, governata da leader politici indifferenti all'illegittimità democratica delle loro decisioni, incapaci di proteggere i propri confini e stabilizzare le zone limitrofe, e alla costante ricerca di un maggiore controllo sui loro stati membri. Il risultato è che ci saranno crescenti tensioni tra l'apparato dell'UE e i suoi Stati membri (o almeno con alcuni leader nazionali determinati a preservare la legittimità politica e la libertà nazionale). L'euro non crollerà presto e l'UE continuerà a tirare avanti, ma i suoi problemi di fondo rimarranno irrisolti. Le frustrazioni dell'UE sono strutturali, derivano dalla natura stessa di questa entità politica, e non sono solo tribolazioni passeggere legate agli alti e bassi della geopolitica eurasiatica.

14/01/20

Handelsblatt - Un grande affare con e per l'Italia: l'Europa deve cogliere l'attimo

Su Handelsblatt, il prestigioso quotidiano tedesco di economia e finanza, l'economista Harald Benink, professore e ricercatore all’università di Tilburg (NL), rivolge un appello all’Europa affinché la “situazione italiana” venga gestita diversamente. Nel timore di una probabile caduta del traballante governo giallo-rosso e di un'Italia divenuta ostaggio dei pericolosi "populisti",  Benink auspica un piano di investimenti europeo che possa rilanciare l’economia italiana, ma allo stesso tempo lo vorrebbe strettamente vincolato a riforme strutturali decise e monitorate da Bruxelles, come quella del mercato del lavoro e del sistema pensionistico. In pratica un commissariamento dell'Italia in cambio di investimenti, promossi solo dopo uno stretto monitoraggio sulle mitiche, quanto inutili e antisociali, "riforme strutturali". L'approfondimento evidenzia come, anche nelle riflessioni apparentemente più solidaristiche, i media nordeuropei non riescano ad abbandonare il dogmatismo economico liberista.

 

di Harald Benink, 17 dicembre 2019

 

Traduzione di Oscar Amalfitano

 

Nella politica italiana gli ultimi mesi sono stati molto turbolenti. Con l’obiettivo di rafforzare la leadership politica e i mercati finanziari in Europa è nato un nuovo governo senza la Lega di Matteo Salvini, che aveva tentato di provocare delle nuove elezioni per diventare lui stesso il primo ministro.

Tuttavia, l’attuale stabilità politica potrebbe non durare a lungo, pertanto l'Europa non dovrebbe farsi sfuggire l'occasione per tendere la mano all'Italia e raggiungere un importante accordo.

 

L'Unione europea si trova su un percorso critico. Da un lato l'avvicinarsi della Brexit crea nuove incertezze sulle relazioni future con la Gran Bretagna, dall'altro potrebbe sorgere una nuova crisi, ancora più grave della precedente, a causa dei problemi economici e finanziari in Italia. La condizione attuale dovrebbe essere utilizzata per ripensare l'instabile situazione economica, finanziaria e politica in Europa.

 

Le dinamiche negative del discorso politico in Europa devono essere limitate. Ciò vale particolarmente per la maggioranza delle popolazioni degli Stati membri, che vedono il progetto europeo come una minaccia, piuttosto che come un'opportunità.

 

Tutto ciò è particolarmente evidente in Italia. Uno dei membri fondatori dell'UE, il paese avverte oggi una frattura e mancanza di solidarietà rispetto a temi come la governance della zona euro e le migrazioni, in particolare nei confronti dei paesi del Nord, come Germania e Paesi Bassi. In questo modo i partiti populisti hanno guadagnato sempre più elettori.

 

È evidente che in Italia siano presenti problemi strutturali ed economici. Nello specifico, si pensi alla mancanza di drastiche riforme nei mercati del lavoro e dei servizi, della riscossione delle imposte e del sistema pensionistico. Per troppo tempo, il paese ha rinviato le riforme necessarie, incidendo sulla sua competitività e sul potenziale di crescita a lungo termine.

 

La politica della BCE non ha creato incentivi.

 

Allo stesso tempo, le misure intraprese dall'UE sono state spesso inadeguate. Da un lato, la politica monetaria della BCE ha mantenuto i tassi di interesse sui titoli di stato italiani a un livello molto basso, senza particolari vincoli.

 

I bassi tassi di interesse hanno fatto sì che mancasse la spinta per intraprendere riforme economiche di vasta portata. D'altro canto, le regole del Patto di stabilità e crescita dell'UE sono vincolanti e potrebbero presto portare a multe contro l'Italia, cosa che finirebbe per peggiorare ulteriormente le dinamiche politiche attualmente in atto.

 

È giunto il momento di un grande accordo tra Italia e UE per migliorare la situazione politica. Ciò richiede un piano d'azione economico e politico quinquennale, che colleghi un'agenda dettagliata per le riforme economico-strutturali a potenziali investimenti europei.

 

L'idea di base è che siano previsti passi concreti nella legislazione e nell'attuazione delle riforme per ciascuno dei cinque anni del piano. Alla fine di ogni anno si potrà verificare se l'Italia avrà attuato le misure concordate. In caso di esito positivo, l'Italia potrebbe essere premiata con ingenti investimenti da parte della UE in settori come le infrastrutture e la ricerca scientifica.

 

C’è molto in gioco

 

Un simile approccio bastone-carota non è mai stato tentato prima. Tale orientamento modificherebbe il discorso politico e consentirebbe ai leader italiani di spiegare alla propria popolazione che l'Europa non richiede unicamente difficili riforme economiche e disciplina di bilancio, ma agisce anche in modo solidale sotto forma di investimenti. Ciò potrebbe servire a promuovere l'accettazione politica di misure serie da parte dell'elettorato.

 

La sfida è prevenire un'escalation della crisi politica tra Italia ed Europa. Tale escalation può condurre a una crisi di fiducia rispetto all'affidabilità creditizia del debito italiano e delle banche che hanno investito abbondantemente in titoli di stato.

 

Date le dimensioni dell'economia italiana e, soprattutto, dell'enorme debito pubblico, una crisi in Italia porterebbe molto probabilmente a una ancora più grave crisi bancaria e finanziaria in Europa, che avrebbe anche enormi conseguenze per il futuro dell'euro.

 

È quindi importante che il nuovo presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, e la nuova presidente della BCE, Christine Lagarde, sfruttino il momento per elaborare un grande accordo con l'Italia. C'è molto in ballo e urge un nuovo approccio.

09/12/18

Gilet gialli: "Macron ha mani e piedi legati dall'Unione europea"

Le rivendicazioni dei Gilet Jaunes, legittime e condivisibili, rischiano di restare lettera morta se non accompagnate da un almeno altrettanto energico sforzo per liberarsi delle assurde restrizioni imposte da un sistema anti-democratico, elitista e imperialista come l'Unione Europea. Nessuna delle richieste ribadite in questi ultimi fine settimana a Parigi e nelle principali città francesi, e ora anche in altri paesi, è realizzabile all'interno del sistema di regole europee. Coralie Delaume, che in Francia gestisce il blog L'Arene nue, lo spiega senza mezzi termini in questo importante articolo pubblicato su Le Figaro.

 

 

 

Di Coralie Delaume, 6 dicembre 2018

 

Aumenti di SMIC (salario minimo orario, ndt) e pensioni, maggiore tassazione delle grandi società, protezione dell'industria francese, fine della politica di austerità e riorganizzazione dei servizi pubblici: queste sono le richieste dei gilet gialli comunicate la scorsa settimana attraverso la stampa. A ciò spesso si aggiunge anche la richiesta di ripristino di una vera democrazia.

 

Tra le parole d’ordine e gli slogan è invece assente l'Europa. Eppure nessuna delle richieste formulate è realizzabile nell'attuale Unione europea, con il Mercato unico e l'euro, che sono il confine entro il quale si attuano le politiche nazionali. I governi nazionali sono in ultima analisi solo dei volenterosi intermediari dell'Ue, mediatori di potere soddisfatti della loro impotenza.

 

 

Non ci può essere democrazia nell'Unione europea

 

 

L'Unione europea è qualcosa di più di un'organizzazione internazionale. Non è intergovernativa, ma sovranazionale. I giuristi affermano che la Corte di Giustizia della Comunità ha "elevato i trattati al rango costituzionale" con due sentenze, nel 1963 e nel 1964. In altre parole, la Corte ha creato un nuovo ordinamento giuridico e gettato le basi di un proto-federalismo senza che i popoli siano stati consultati - o persino avvertiti - sul concepimento di una quasi-Costituzione.

 

 

I francesi alla fine l’hanno saputo... ma solo quarant'anni dopo! Il referendum del 2005 sul Trattato costituzionale europeo consisteva in definitiva nel chiedere agli elettori di legittimare ex post una situazione che esisteva già da tempo. È questo uno dei motivi per cui il "no" francese (o il "no" olandese) non è stato preso in considerazione: il testo è stato ripresentato sotto il nome di "Trattato di Lisbona". Per poter rispettare il verdetto delle urne, si rese necessario ammettere che era stato già deciso un processo di "federalizzazione sottobanco" dell'Europa, e in tal senso indietreggiare temporaneamente lungo il percorso.

 

 

Se la mutazione in senso costituzionale dei trattati è iniziata molto presto, il processo di svuotamento democratico è continuato in seguito. Il problema è stato aggravato, ad esempio, dall’abolizione del principio dell'unanimità nel Consiglio europeo. Come spiega il giurista tedesco Dieter Grimm, ciò ha spezzato la "catena di legittimazione" dal popolo al Consiglio, il cui anello essenziale erano i governi nazionali eletti. Con l’abolizione dell'unanimità, uno Stato può essere soggetto a una norma di legge che è stata esplicitamente respinta da uno degli anelli della catena di formazione della propria volontà nazionale, anche se in linea di principio il peso relativo della Francia nel Consiglio la rende immune da ciò.

 

 

Per rimediare all'immenso "deficit democratico" della costruzione comunitaria, il trattato di Lisbona ha aumentato i poteri del Parlamento europeo. Problema: questo Parlamento non è un organo unico. Non rappresenta il "popolo europeo" (dato che non esiste), ma si limita semplicemente a far coabitare i rappresentanti nazionali di ventotto stati. Per di più, a parte questo, non è neanche il principale produttore di diritto comunitario. Questo ruolo è di competenza della Corte di Lussemburgo, che emette norme a getto continuo, con valore giuridico e senza consultare nessuno. Infine, il Parlamento europeo non ha la possibilità di modificare i trattati, anche laddove questi contengono elementi di politica economica. Che l'Assemblea di Strasburgo abbia una maggioranza di "sinistra" o di "sovranisti", ciò non darebbe luogo ad alcun riorientamento. Qualunque cosa accada nelle urne elettorali durante le elezioni europee del 2019, il combinato legislativo composto dai trattati e dalle sentenze della Corte continuerà ad imporre più libero scambio, più austerità, più concorrenza.

 

 

Non può esserci alcun cambio di rotta della politica economica nel contesto del mercato unico e dell'euro

 

 

I trattati europei sono la "costituzione economica" dell'Europa. La loro posizione predominante spiega perché la politica economica condotta in Francia non è cambiata dalla metà degli anni '80, benché si siano succeduti alla testa dello Stato uomini di diverse posizioni. È "l'alternanza unica" secondo la definizione di Jean-Claude Michéa, lo stesso che segue il medesimo, dando l'apparenza del cambiamento. Finché si rimane nell'Unione europea, votare non cambia nulla.

 

 

Ecco perché l'ex commissario Viviane Reding ha potuto ad esempio affermare: "Diventa inesorabilmente necessario rendersi conto che non esistono più politiche interne nazionali".

 

I governi dei paesi membri hanno a disposizione solo un numero molto limitato di strumenti di politica economica. Nessuna politica industriale proattiva è possibile poiché i trattati vietano "distorsioni della concorrenza" attraverso l'intervento dello Stato. Nessuna politica commerciale protezionista è possibile poiché la politica commerciale è una "competenza esclusiva" dell'Unione. Nessuna politica dei cambi è possibile perché nel contesto dell'euro i governi non possono attuali. Nessuna politica monetaria è possibile, dato che è la Banca centrale europea a guidarla. Infine, nessuna politica di bilancio pubblico è possibile, poiché i paesi che hanno adottato la moneta unica sono soggetti a "criteri di convergenza", tra cui la famosa regola, del tutto arbitraria, del tetto del 3% al deficit pubblico. Inoltre, a partire dal 2010 e nell'ambito di un programma denominato "Semestre europeo", la Commissione ha iniziato a supervisionare meticolosamente la preparazione dei bilanci nazionali.

 

 

In queste condizioni, sono solo due gli strumenti a disposizione dei governi nazionali: la tassazione e l’abbassamento del "costo del lavoro".

 

 

Per quanto riguarda la tassazione, generalmente si decide di diminuire quella che pesa sul capitale suscettibile di delocalizzazione e di aumentare quella che grava sulle classi sociali che non possono sfuggire al fisco. Nel 1986 si è stabilito il principio della "libera circolazione dei capitali" nel mercato unico. Da allora il capitale ha acquisito il potere di esercitare su ciascuno Stato un vero e proprio ricatto, minacciando di fuggire verso gli Stati vicini. I paesi membri sono impegnati in una concorrenza fiscale sfrenata, alcuni (Lussemburgo, Irlanda) si sono persino trasformati in paradisi fiscali e vivono delle opportunità di evasione fiscale che offrono alle multinazionali.

 

 

Per quanto riguarda il reddito (e il diritto) al lavoro, sono uno dei bersagli privilegiati dell’organismo sovranazionale. Per rendersene conto basta leggere i documenti di orientamento prodotti dalla Commissione europea, dagli "Orientamenti per l'occupazione" alla "Indagine annuale sulla crescita" e le "Raccomandazioni del Consiglio" elaborate ogni anno durante il semestre europeo. Tutte le riforme del diritto del lavoro attuate nei paesi membri, dal Jobs Act in Italia alla legge di El Khomri in Francia, erano state previste in uno di questi grossi tomi [provenienti dalla Commissione].

 

 

Per finire, i principi della "libera circolazione delle persone" e della "libera prestazione di servizi" all'interno del mercato unico favoriscono il livellamento verso il basso. Nonostante l'ampia disparità nei livelli retributivi da un paese all'altro, queste "libertà" mettono in competizione tutti i lavoratori europei l’uno con l’altro. Favoriscono una serie di pratiche di dumping sociale, il più noto dei quali è l'utilizzi di lavoratori distaccati. Per i paesi con l'euro, è ancora più grave: non essendo in grado di svalutare la loro moneta per aumentare la loro competitività, sono costretti a praticare la "svalutazione interna", ossia abbassare i salari.

 

 

Perché tutti i governi francesi che si sono susseguiti hanno contribuito a costruire questa Europa?

 

 

Per capire gli eventi attuali tornano utili le categorie tradizionali del marxismo. Se, come afferma Jérôme Sainte-Marie, il movimento dei gilet gialli riporta alla ribalta l'esistenza del conflitto di classe, è anche vero che questo non ha mai cessato di esistere. L'Europa dei mercati e delle valute è sempre stata un'Europa classista. Ha l'obiettivo di erodere incessantemente i redditi da lavoro e distruggere tutti gli strumenti redistributivi, in particolare i servizi pubblici, con il pretesto dell’"apertura alla concorrenza" da un lato, del "controllo della spesa pubblica" e della "riduzione del debito" dall'altro.

 

 

Come è già accaduto in passato, questa politica di classe si adatta bene a un "regime di occupazione" che consente alle classi dominanti di disfarsi e/o di affidare a qualcuno più forte di loro l’incombenza di garantire un certo Ordine. Poiché l'occupazione stricto sensu, da parte di una potenza straniera che invada militarmente il territorio, è ovviamente impensabile, le élite francesi cosmopolite hanno elaborato una modalità di occupazione “soft”. L'ex presidente della Commissione José Manuel Barroso ha dichiarato che l'Unione europea è un "impero non imperiale", una formula che giustamente suggerisce che l'aggregazione dei territori all'impero sia stata fatta tramite l’economia e il diritto, non con la forza. Una volta raggiunta l'unificazione continentale, le regole comunitarie svolgono il loro ruolo: quello del vincolo esterno scelto in un regime di schiavitù volontaria.

 

Uno dei principali slogan sentiti durante le manifestazioni dei gilet gialli o nelle rotonde è "Macron dimettiti". Ma nelle condizioni attuali, le dimissioni di un uomo sarebbero qualcosa di ampiamente insufficiente. Per ridiventare padroni del proprio destino, i francesi (e tutti i popoli d'Europa) devono esigere che le mappe europee siano profondamente rielaborate e che venga ripristinata la sovranità nazionale, un altro nome per "diritto dei popoli all'autodeterminazione".

 

 

Infine, rassicuriamoci: la fine dell'Unione europea, che altro non è che un insieme contingente di regole e istituzioni poste al servizio di interessi particolari, non significherà la fine dell'Europa, vecchio continente, né dei paesi che la compongono.