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10/05/19

The Independent – Le sanzioni degli USA contro il Venezuela hanno causato decine di migliaia di morti

Il giornale britannico The Independent riassume i risultati di un report del CEPR, think tank statunitense, che alza coraggiosamente la voce contro l’illegalità delle sanzioni che gli Stati Uniti hanno messo in atto da due anni contro il Venezuela per rovesciarne il governo, e che appaiono strettamente correlate con un forte aumento della mortalità e con la diffusione della miseria nel Paese. Simili posizioni erano state recentemente esposte anche dall’ONU. Sono affermazioni importanti, perché espresse all’interno dei paesi occidentali, e significative, perché contrastano con la visione continuamente propagandata dai nostri media, secondo i quali l’unico, esclusivo e indiscutibile responsabile di ogni emergenza umanitaria in Venezuela sarebbe il presidente Maduro.

 

 

di Andrew Buncombe, 26 aprile 2019

 

Potrebbe ammontare a 40.000 il numero delle persone morte in Venezuela a causa delle sanzioni imposte dagli Stati Uniti, che hanno reso più difficile per la gente comune avere accesso al cibo, ai medicinali e alle apparecchiature mediche, secondo quanto descritto da un nuovo report.

 

Il rapporto, pubblicato dal Centre for Economic and Policy Research (CEPR), un centro studi di ispirazione progressista con sede a Washington, sostiene che queste morti sarebbero avvenute in seguito all’imposizione delle sanzioni a partire dall’estate del 2017. Sostiene inoltre che la situazione è probabilmente peggiorata con l’imposizione di ulteriori e più dure sanzioni all’inizio di quest’anno, sanzioni che hanno colpito l’industria del petrolio, di vitale importanza per il Venezuela, e che rappresentano parte dello sforzo compiuto dall’amministrazione Trump per cacciare il presidente Nicolas Maduro.

 

“Le sanzioni stanno privando i venezuelani di medicinali salvavita, apparecchiature mediche, cibo e altri beni di importazione essenziali”, dice il report firmato da Jeffrey Sachs, noto economista della Columbia University, e Mark Weisbrot. “Questo è illegale sia secondo le leggi statunitensi sia secondo quelle internazionali, ed è illegale in base ai trattati firmati dagli stessi USA. Il Congresso dovrebbe decidersi a fermare tutto questo”.

 

Gli autori del report basano le loro stime sui dati relativi all’aumento della mortalità secondo l’indagine nazionale venezuelana sulle condizioni di vita, nota con la sigla “Encovi”. L’indagine sulle condizioni di vita viene condotta annualmente da tre diverse università del Venezuela. Da questa indagine si evince un aumento del 31 per cento nella mortalità generale tra il 2017 e il 2018, con un totale di oltre 40.000 morti in più.

 

Weisbrot, co-fondatore del CEPR, ha detto all’Independent che gli autori non possono dimostrare direttamente che queste morti “in eccesso” siano la conseguenza delle sanzioni. Tuttavia afferma che questo aumento è stato parallelo all’imposizione delle sanzioni e al crollo della produzione di petrolio, che da decenni è un pilastro dell’economia venezuelana.

 

“Non è possibile dimostrare uno scenario controfattuale”, dice Weisbrot, “però queste morti in eccesso nel periodo considerato non hanno nessun'altra spiegazione identificabile”.

 

Le sanzioni dell’agosto 2017 hanno impedito al governo venezuelano di prendere denaro in prestito dai mercati finanziari statunitensi, e hanno impedito la ristrutturazione del debito estero, dice il report.

 

“A seguito dell’ordine esecutivo dell’agosto 2017 la produzione di petrolio è crollata, diminuendo di oltre tre volte rispetto al tasso dei venti mesi precedenti”, ha aggiunto. “Questo è ciò che ci si può aspettare a seguito della perdita dell’accesso al credito e conseguentemente della possibilità di coprire le spese di manutenzione e le operazioni, e di attuare gli investimenti necessari a mantenere i livelli di produzione. Questo declino accelerato nella produzione di petrolio avrebbe causato una perdita di sei miliardi di dollari nei proventi petroliferi durante l'anno seguente”.

 

Il report afferma che dall’inizio dell’imposizione delle nuove sanzioni contro l’industria del petrolio, la situazione si è fatta più difficile per la gente comune.

 

Gli Stati Uniti hanno rapporti tesi col Venezuela da decenni, nonostante il paese sudamericano sia storicamente uno dei maggiori fornitori di greggio. Le relazioni si sono compromesse sempre di più dopo l’elezione di Donald Trump.

 

All’inizio dell’anno Trump ha riconosciuto il leader dell’opposizione Juan Guaidò come legittimo presidente del Paese e lo ha sostenuto nel tentativo di formare un governo parallelo.

 

Gli Stati Uniti hanno ammesso che le sanzioni dovevano servire alla cacciata di Maduro, che ha ottenuto un secondo mandato come presidente con le elezioni dello scorso anno, elezioni che però non sono state riconosciute da molti paesi occidentali, nonostante diversi osservatori indipendenti ne abbiano giudicato corretto e legittimo lo svolgimento.

 

I critici del leader venezuelano dicono che Maduro è stato a guardare mentre l’economia crollava e più di tre milioni di persone hanno abbandonato il paese per sfuggire alla mancanza di generi alimentari e al caos. Il governo Maduro è stato accusato di essere sempre più autocratico e di basarsi sulla lealtà politica in cambio di generi di sussistenza e altri beni.

 

Durante un comizio a Miami, in febbraio, Trump ha esortato i vertici dell’esercito venezuelano alla diserzione. “Maduro non è un patriota venezuelano, è un burattino di Cuba”, ha detto Trump.

 

Non è la prima volta che viene levata una voce di denuncia sull’impatto umanitario delle sanzioni USA. In gennaio un report speciale dell’ONU firmato da Idriss Jazairy aveva detto che le sanzioni “possono portare alla fame, alla mancanza di medicinali, e non sono la risposta alla crisi in Venezuela”.

 

“La coercizione, sia essa militare o economica, non deve mai essere usata per cercare di cambiare un governo in uno stato sovrano”, ha detto. “L’uso delle sanzioni da parte di potenze esterne al fine di rovesciare un governo eletto è una violazione di tutte le norme del diritto internazionale”.

 

Nel frattempo Alfred de Zayas, ex relatore speciale dell’ONU, che ha finito il mandato in marzo, ha accusato gli USA di essersi impegnati in una “guerra economica” contro il Venezuela, che secondo lui ha danneggiato l’economia e ucciso molti venezuelani.

 

Alla richiesta di commentare il report secondo il quale le sanzioni di Washington avrebbero ucciso decine di migliaia di persone, il dipartimento di Stato USA ha dichiarato che “come gli stessi autori ammettono, il rapporto è basato su speculazioni e congetture”.

 

“La situazione economica in Venezuela è in peggioramento da decenni, come gli stessi venezuelani confermano, a causa dell’inettitudine e della cattiva gestione di Maduro. Quest’ultimo assieme ai suoi amici corrotti sono gli unici responsabili delle sofferenze del popolo venezuelano e della fuga di oltre tre milioni di cittadini verso altri paesi, oltre agli innumerevoli morti”, ha dichiarato il portavoce del dipartimento di Stato.

 

“Le nostre sanzioni sono state una risposta alla corruzione, alla cattiva gestione, agli abusi, e stanno servendo a togliere al regime di Maduro i fondi che questo usa per reprimere il popolo del Venezuela”.

 

Il report del CEPR afferma che: “[Le sanzioni USA] rispecchiano esattamente la definizione di pena collettiva inflitta a una popolazione civile, così come descritta sia dalla convenzione internazionale di Ginevra che da quella dell'Aia, di cui gli Stati Uniti sono sottoscrittori. Queste sanzioni sono illegali secondo il diritto internazionale”.

 

12/09/18

Rapporto ONU sulla "Immigrazione Sostitutiva"

Questo Rapporto ONU del 2000 afferma apertamente la "necessità" della cosiddetta "immigrazione sostitutiva" per far fronte al declino e all'invecchiamento della popolazione del vecchio continente, e in particolar modo dell'Italia. Invece di programmare politiche per la crescita e il sostegno della famiglia, si ipotizzano flussi migratori tali da sostituire dal 30 al 40% della popolazione, col risultato non solo di contenere il costo del lavoro grazie a un'abbondanza di lavoratori sbandati e disposti a tutto, ma anche di distruggere le identità nazionali che fanno ancora da argine al disegno liberista del mondialismo. Alla luce della resistenza a questo disegno da parte del nostro governo si può leggere il recente attacco al nostro paese da parte dell'ONU, che vuole mandare ispettori per verificare il livello di violenza razzista in Italia. Ricordiamo che l'Italia non è un paese razzista: è solo un paese comprensibilmente arrabbiato e impaurito dalla ipocrita e pericolosa retorica  dell'accoglienza. 

 

 

 

Comunicato stampa

 

 

NEW YORK, 17 marzo 2000 - La Divisione sulla popolazione del Dipartimento per gli affari economici e sociali (DESA) ha pubblicato un nuovo rapporto intitolato "Migrazione sostitutiva: è una soluzione per l'invecchiamento e il declino delle popolazioni?" La migrazione sostitutiva si riferisce alla migrazione internazionale di cui un paese avrebbe bisogno per prevenire il declino e l'invecchiamento della popolazione risultanti dai bassi livelli di fertilità e di mortalità.

 

Le proiezioni delle Nazioni Unite indicano che tra il 1995 e il 2050 la popolazione del Giappone e praticamente di tutti i paesi europei molto probabilmente diminuirà. In alcuni casi, tra cui Estonia, Bulgaria e Italia, i paesi potrebbero perdere tra un quarto e un terzo della loro popolazione. L'invecchiamento della popolazione sarà pervasivo, portandone l'età mediana a livelli elevati senza precedenti. Per esempio, in Italia, l'età mediana passerà da 41 anni nel 2000 a 53 anni nel 2050. Il rapporto potenziale tra giovani e anziani - vale a dire, il numero delle persone in età lavorativa (15-64 anni) per persona anziana - spesso risulterà dimezzato, da 4 o 5 a 2.

 

Concentrandosi su queste due critiche e impressionanti tendenze, il report esamina in dettaglio il caso di otto paesi a bassa fertilità (Francia, Germania, Italia, Giappone, Repubblica di Corea, Federazione Russa, Regno Unito e Stati Uniti) e due regioni (Europa e Unione europea). In ciascun caso, vengono considerati scenari alternativi per il periodo 1995-2050, evidenziando l'impatto di diversi livelli di immigrazione sulla dimensione della popolazione e sul suo invecchiamento.

 

Ecco le principali conclusioni di questo rapporto.

 

- Nei prossimi 50 anni, è molto probabile che la maggior parte dei paesi sviluppati avrà una popolazione sempre più anziana, come risultato della bassa fertilità e di un aumento della longevità. Al contrario, la popolazione degli Stati Uniti dovrebbe aumentare di quasi un quarto. Secondo le proiezioni delle Nazioni Unite basate su una ipotesi media (medium variant), tra i paesi esaminati nel rapporto l'Italia è destinata a registrare il maggior declino della popolazione in termini relativi, perdendo il 28% della sua popolazione tra il 1995 e il 2050. La popolazione dell'Unione europea, che nel 1995 era maggiore di quella degli Stati Uniti di 105 milioni, nel 2050 diventerà più piccola di 18 milioni.

 

  • - Il declino della popolazione è inevitabile in assenza di immigrazione sostitutiva. La fertilità potrebbe riprendersi nei prossimi decenni, ma è improbabile che sarà in grado di recuperare.




 















  • - È necessario una certo livello di immigrazione per prevenire il declino della popolazione in tutti i paesi e le regioni esaminati. Tuttavia, il livello di immigrazione in relazione all'esperienza passata può variare notevolmente. Per l'Unione europea, una continuità dei livelli di immigrazione già osservati negli anni '90 sarebbe appena sufficiente a impedire il declino della popolazione totale, mentre per l'Europa nel suo complesso l'immigrazione dovrebbe raddoppiare. La Repubblica di Corea avrebbe bisogno di un afflusso netto di migranti relativamente modesto - un grande cambiamento, tuttavia, per un paese che fino ad ora è stato un paese di emigranti. L'Italia e il Giappone avrebbero bisogno di registrare aumenti significativi nell'immigrazione netta. Al contrario, Francia, Regno Unito e Stati Uniti sarebbero in grado di mantenere la loro popolazione totale con un numero di immigrati inferiore a quello osservato negli ultimi anni.


 

- Il numero di immigrati necessari per prevenire il declino della popolazione totale è molto maggiore di quello previsto sinora dalle proiezioni delle Nazioni Unite. L'unica eccezione sono gli Stati Uniti.

 

- Il numero di immigrati necessari per prevenire il calo della popolazione attiva è maggiore di quello necessario per evitare un calo della popolazione totale. In alcuni casi, come la Repubblica di Corea, la Francia, il Regno Unito o gli Stati Uniti, molte volte più grande. Se tali flussi dovessero verificarsi, gli immigrati post-1995 e i loro discendenti rappresenterebbero nel 2050 una quota sorprendentemente ampia della popolazione totale - tra il 30 e il 39 per cento nel caso del Giappone, della Germania e dell'Italia.

 

- Rispetto alla dimensione della popolazione, l'Italia e la Germania avrebbero bisogno del maggior numero di migranti per mantenere la dimensione della popolazione in età lavorativa. L'Italia richiederebbe 6.500 migranti ogni milione di abitanti all'anno e la Germania 6.000. Gli Stati Uniti ne avrebbero bisogno meno di tutti gli altri paesi - 1.300 migranti per milione di abitanti all'anno.

 

- I livelli di migrazione necessari per prevenire l'invecchiamento della popolazione sono molto maggiori dei flussi che sarebbero necessari a prevenire semplicemente il declino della popolazione. Mantenere il rapporto tra giovani e anziani richiederebbe in tutti i casi volumi di immigrazione del tutto inusuali rispetto alle esperienze fatte finora e a ogni ragionevole aspettativa.

 

- In assenza di immigrazione, il rapporto tra giovani e anziani potrebbe essere mantenuto ai livelli attuali elevando l'età pensionabile a 75 anni.

 

Le nuove sfide del declino e dell'invecchiamento della popolazione richiederanno una rivalutazione complessiva di molte politiche e programmi consolidati, con una prospettiva a lungo termine. Le questioni critiche che devono essere affrontate includono: (a) un'età pensionabile adeguata (b) i livelli, i tipi e la natura delle pensioni e delle prestazioni sanitarie per gli anziani; (c) la partecipazione alla forza lavoro; (d) l'ammontare dei contributi dei lavoratori e dei datori di lavoro necessari a sostenere i pensionamenti e le prestazioni sanitarie per gli anziani; e e) politiche e programmi relativi alla migrazione internazionale, in particolare la migrazione sostitutiva e l'integrazione di un grande numero di nuovi migranti e dei loro discendenti.

25/04/18

Assad e Putin impediscono agli ispettori di visitare il sito del presunto attacco chimico? È una fake news. L’OPCW dichiara che è stata l’ONU a rallentarli

Come riporta Zero Hedge, continua la valanga di fake news sui media mainstream riguardo al presunto attacco chimico di Duma. Per giustificare un’azione militare contro uno Stato sovrano prima che gli ispettori internazionali potessero verificare quanto effettivamente avvenuto, le istituzioni occidentali hanno iniziato a parlare di ostruzionismo da parte delle autorità russe e siriane nei confronti dell’OPCW. È la stessa OPCW a smentire queste voci, mentre intanto i giornalisti entrati a Duma non trovano alcuna traccia di un attacco chimico, e si moltiplicano le testimonianze secondo cui si sarebbe trattato di una messinscena orchestrata dai famigerati Caschi Bianchi.

 

 

 

di Tyler Durden, 22 aprile 2018

 

Dopo diversi giorni di ritardo trascorsi all’interno dell’arco di sicurezza del centro della città di Damasco, il gruppo di osservatori internazionali sulle armi chimiche, l’Organizzazione per la Proibizione delle Armi Chimiche (OPCW), ha annunciato che la sua squadra di investigatori è finalmente entrata nella città di Duma, sobborgo di Damasco, la mattina di sabato.

 

In una dichiarazione ufficiale online, l’OPCW ha confermato quanto segue:

 

“La squadra della Missione per la ricerca di prove (FFM - Fact Finding Mission, ndt) dell’Organizzazione per la Proibizione di Armi Chimiche (OPCW) ha visitato oggi uno dei siti di Duma, nella Repubblica Araba Siriana, per raccogliere campioni per le analisi in relazione alle accuse di utilizzo di armi chimiche il giorno 7 aprile 2018. L’OPCW valuterà la situazione e deciderà i prossimi passi, inclusa un’altra possibile visita a Duma.


 


La missione per la ricerca di prove dell’OPCW studierà inizialmente i campioni prelevati in un laboratorio OPCW in Olanda, ma è possibile che i campioni siano distribuiti in altri suoi laboratori designati.


 


In passato ci sono volute anche diverse settimane o mesi per la pubblicazione di un report preliminare per il pubblico.”


 

La dichiarazione prosegue:

 

"I campioni prelevati saranno trasportati al Laboratorio dell’OPCW di Rijswijk e poi spediti per le analisi ai laboratori selezionati dell’OPCW. Sulla base delle analisi dei campioni, oltre ad altre informazioni e materiali raccolti dalla squadra, la Missione di accertamento dei fatti stenderà il suo rapporto per presentarlo agli Stati Membri della Convenzione per le Armi Chimiche per le loro considerazioni."


 

Non è chiaro se tra questi siano inclusi campioni di tessuto prelevato dai cadaveri, dato che ormai ci sono diverse voci secondo le quali il gruppo jihadista che occupava precedentemente l’area – Jaish Al-Islam – ha sepolto frettolosamente i corpi delle presunte vittime dell'aggressione chimica.

 

Nonostante la squadra sia stata invitata nel paese dai governi siriano e russo – entrambi aderenti all’ente internazionale per lo smantellamento dello stock di armi chimiche proibite – c’è stata molta opacità e molti tentativi di spin sul perché la squadra sia stata ritardata, e diversi media occidentali hanno falsamente sostenuto che la Siria e la Russia stavano cercando di coprire le prove.

 

Questa accusa si basava in parte su affermazioni non verificate di leader politici occidentali, che da molto tempo perseguono l’uscita di scena di Bashar Al-Assad, e che hanno fornito aiuto sotto copertura a vari gruppi di jihadisti ribelli.

 

Per esempio, il Ministro degli Esteri francese ha accusato sia Damasco sia la Russia di “ostruzionismo che sta ovviamente danneggiando la portata dell’inchiesta. Probabilmente lo scopo è rimuovere le prove e altri elementi materiali legati all’attacco chimico nel sito stesso dove è avvenuto”.

 

Tuttavia, nonostante i molti titoloni sulla stampa internazionale, e le molte dichiarazioni di leader occidentali e di giornalisti che se ne stanno a grande distanza dalla Siria, secondo cui sarebbe in corso una cospirazione per coprire l’attacco chimico, l’OPCW ha emesso un comunicato ufficiale confermando che non sono state le autorità russe o siriane a impedire agli ispettori di visitare Duma, bensì il Dipartimento di Protezione e Sicurezza delle Nazioni Unite (UNDSS), che ha l’ultima parola sugli spostamenti dell’OPCW in Siria.

 

Mercoledì 18 aprile il Direttore generale dell’OPCW Ahmet Üzümcü ha diramato un comunicato che ha smentito la teoria “la Siria/Russia sta nascondendo le prove”:

 

“Il 16 aprile abbiamo ricevuto conferma dall’Autorità Nazionale della Repubblica Araba Siriana che, nel rispetto degli accordi raggiunti per consentire l’evacuazione della popolazione in Gouta, l’esercito siriano non poteva entrare a Duma. La sicurezza del sito dove la FFM prevede di operare è sotto il controllo della Polizia militare russa. Il Dipartimento di Protezione e Sicurezza delle Nazioni Unite (UNDSS) ha concluso i necessari accordi con le autorità siriane perché la squadra sia scortata fino a un punto determinato, dopo il quale la scorta sarà garantita dalla Polizia Militare russa.


 


Tuttavia, la UNDSS ha preferito prima condurre una visita di ricognizione al sito, che ha avuto luogo ieri. I membri della squadra FFM non hanno partecipato alla visita.


 


All’arrivo al sito 1, si è radunata una grande folla  e l'UNDSS ha dato parere che il team di ricognizione avrebbe dovuto ritirarsi. Al sito 2, la squadra è stata bersaglio di armi da fuoco leggere ed è stato fatto detonare un esplosivo. Il team di ricognizione è tornato a Damasco."


 

 

Anche se la dichiarazione dell’OPCW riconosce ulteriormente che l’area è un “ambiente molto instabile” flagellato da “rischi per la sicurezza” – diversi giornalisti sono in realtà riusciti a raggiungere Duma all’inizio della settimana, prima dell’arrivo dell’OPCW.

 

Alcuni tra quelli che hanno avuto accesso al sito, come per esempio il britannico Robert Fisk dell’Independent e Pearson Sharp di One America News Network non hanno trovato alcuna prova che sia avvenuto un attacco chimico a Duma, al contrario di quanto è stato ampiamente riportato sui media internazionali.

 

 

18/09/17

Rapporto ONU: la coalizione saudita è responsabile di uccisioni di massa di bambini in Yemen

Mentre siamo stati invitati con ogni mezzo a commuoverci sulla triste sorte dei bambini siriani, in Yemen migliaia di bambini muoiono sotto i bombardamenti dei sauditi e dei loro alleati occidentali, nella generale indifferenza e nel silenzio dei media. ZeroHedge riporta e contestualizza un documento ONU trapelato e pubblicato da Foreign Policy, che denuncia anche le forti pressioni dell'Arabia Saudita perché sia insabbiato tutto.  

 

 

 

Di Tyler Durden, 18 agosto 2017

 

Un rapporto trapelato dagli uffici delle Nazioni Unite rivela che l'Arabia Saudita ha massacrato migliaia di bambini in Yemen dall'inizio della sua campagna aerea contro il paese ridotto in miseria e che i sauditi stanno usando la loro enorme ricchezza e influenza per insabbiare i contenuti del documento, in modo da non essere inseriti nella Lista nera dell'ONU che identifica le nazioni che violano i diritti dei bambini.

 

Mercoledì scorso Foreign policy ha pubblicato un articolo bomba, basato su una bozza di documento di 41 pagine trapelato dagli uffici delle Nazioni Unite, che dimostra come l'Arabia Saudita e la sua coalizione alleata in Yemen (tra cui gli Stati Uniti) siano colpevoli di terribili crimini di guerra, tra cui il bombardamento di decine di scuole, ospedali e infrastrutture civili.

 

Scrive Foreign Policy :

 

"'L'uccisione e la mutilazione di bambini è rimasta la violazione più diffusa' dei diritti dei minori in Yemen, secondo una bozza di rapporto di 41 pagine ottenuta da Foreign Policy.

 

Secondo una fonte autorevole, l'autore principale del rapporto riservato, Virginia Gamba, rappresentante speciale dell'ONU per gli abusi contro i bambini durante le guerre, lunedì ha comunicato ai più alti funzionari delle Nazioni Unite che intende chiedere l'inserimento della coalizione a guida saudita nella lista dei paesi ed enti che uccidono e mutilano i bambini."

 

Il rapporto dell'ONU ha inoltre specificato che gli attacchi aerei "sono stati causa di oltre la metà di tutte le vittime tra i bambini, con almeno 349 bambini uccisi e 333 feriti" in un periodo di tempo tenuto recentemente sotto osservazione. Mentre non è chiaro a quale periodo di tempo esattamente facciano riferimento queste cifre, l' AP (venuta a sua volta in possesso del documento trapelato) riporta ulteriori conclusioni del rapporto riservato dell'ONU: "L'ONU ha verificato un totale di 1.953 minori uccisi e feriti in Yemen nel 2015", un aumento di sei volte rispetto al 2014" - morti per la maggioranza causate dagli attacchi aerei sauditi e della coalizione.

 

Inoltre secondo l'AP:

 

"[Il rapporto] riferisce che quasi tre quarti degli attacchi contro scuole e ospedali - 38 dei 52 - sono stati condotti anche dalla coalizione."

 

 



Il rappresentante dell'Arabia Saudita al Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite, Abdulaziz Alwasil, con il Direttore Generale dell'Ufficio delle Nazioni Unite a Ginevra.

 Foto dell'ONU / Pierre Albouy. Fonte: UN Watch.

 

Nel frattempo, è riportato che l'Arabia Saudita sta esercitando pressioni enormi nei confronti dell'ONU e della commissione responsabile del rapporto, mentre anche gli Stati Uniti lavorano dietro le quinte per arginare l'imbarazzo pubblico e le sicure ricadute da attendersi se l'Arabia Saudita riceverà una censura formale nella prossima relazione annuale dell'ONU sui bambini nei conflitti armati. Come scrive Foreign Policy:

 

 

"L'attuale stallo ha le sue radici nell'adozione nel 2001 della risoluzione 1379 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, che ha dato mandato a un funzionario senior dell'ONU di redigere ogni anno una relazione che documenta gli attacchi contro i bambini nei conflitti armati, incluso un allegato che contiene una lista nera di governi, terroristi e gruppi armati che uccidono e mutilano i bambini."

 

Negli ultimi anni l'Arabia Saudita è riuscita ad utilizzare le Nazioni Unite per difendere e migliorare la sua immagine dal punto di vista dei diritti umani e delle riforme. Paradossalmente, questo paese autocratico che ha l'islam wahabita come religione di Stato sta attualmente coprendo un mandato di tre anni nel Consiglio sui diritti dell'uomo delle Nazioni Unite. E finanzia in modo massiccio i programmi di aiuti umanitari delle Nazioni Unite.

L'anno scorso l'Arabia Saudita è stata brevemente inserita nella lista nera delle Nazioni Unite degli enti statali e non statali coinvolti nell'uccisione di massa di bambini, ma secondo Foreign Policy:

 

"In risposta, l'Arabia Saudita ha minacciato il ritiro dei paesi arabi dall'ONU e tagli di centinaia di milioni di aiuti ai programmi anti-povertà del corpo internazionale, a meno che la coalizione non venisse rimossa dall'elenco degli Stati canaglia delle Nazioni Unite. Il segretario generale delle Nazioni Unite Ban Ki-moon, riluttante, accettò di rimuovere temporaneamente la coalizione, adducendo le preoccupazioni che la perdita dei fondi provenienti dal Golfo Persico mettessero in pericolo la vita di milioni di bambini bisognosi dal Sud Sudan allo Yemen.

 

Ma insistette nel richiedere che la coalizione venisse nuovamente inserita nella lista, a meno che una inchiesta congiunta ONU-Arabia Saudita sul comportamento della coalizione non dimostrasse che le accuse erano infondate o che gli attacchi contro i bambini erano stati interrotti. Ma i Sauditi non sono mai stati reinseriti nella lista e gli attacchi non si sono mai fermati.

 

Secondo l'Unicef, circa 600 bambini sono stati uccisi e 1.150 feriti in Yemen tra il marzo 2016 e il marzo 2017."

 

L'Arabia Saudita e gli altri ricchi Stati del petrolio del Gulf Cooperation Council (GCC) sono da tempo riusciti a sfuggire ai giudizi dei media e degli organismi internazionali dei diritti umani grazie alle loro tasche ben fornite e alla relazione di sicurezza con l'Occidente. La loro interdipendenza collettiva con Gran Bretagna e Stati Uniti, legata agli investimenti nel petrolio, nelle armi e nelle infrastrutture, si è tradotta in governi, media e organizzazioni per i diritti umani occidentali che hanno adottato una linea di partito sugli sceiccati del golfo, felici (con sporadiche eccezioni) di dipingerli come una sorta di "monarchie benevole", in lotta contro il terrorismo, dotati di "mentalità riformista" e intente a coltivare gli interessi democratici e sostenere i diritti umani.

 

Gli stessi Stati Uniti sono stati parte integrante della coalizione (comprendente Bahrein, Kuwait, Emirati Arabi Uniti, Egitto, Sudan e con il Regno Unito nel ruolo di grande fornitore di armi), che combatte i ribelli di Shia Houthi, dilagati nel Nord dello Yemen nel 2014. I raid aerei su un paese impoverito, che hanno ucciso migliaia di civili e costretto alla fuga decine di migliaia, hanno comportato l'assistenza dell'intelligence americana e l'uso di strumentazione militare americana. Il colera recentemente ha fatto ritorno nelle terribili condizioni provocate dalla guerra, e le infrastrutture civili come gli ospedali sono state bombardate dai Sauditi.

 

La guerra in Yemen è stata enormemente trascurata dai media statunitensi (e italiani, NdVdE), che tendono a concentrarsi quasi esclusivamente sul rispetto dei diritti umani in Paesi come Russia o Siria, dove il presidente Bashar al-Assad è costantemente rappresentato come poco meglio di un maniaco omicida intento a massacrare il suo stesso popolo. All'inizio della guerra la prestigiosa  Columbia Journalism Review ha pubblicato un breve studio che ha cercato di spiegare, come dice titolo,  perché quasi nessuno parla della guerra in  Yemen . Altri analisti da allora hanno criticato la tendenza dei media e dell'establishment politico a enfatizzare la presenza dell'Iran in Yemen insieme alla decisione di ignorare o sminuire gli evidenti crimini di guerra commessi dai regimi clienti degli Stati Uniti nel golfo: mentre gli stati e le milizie alleate con l'Iran sono rappresentati come il terrore della regione, gli intenti della coalizione alleata ai sauditi sono costantemente presentati come lodevoli e nobili .

L'Arabia Saudita e i suoi sostenitori temono quello che percepiscono come una crescente influenza iraniana nella regione e cercano di difendere ad ogni costo le forze yemenite fedeli al presidente Abd-Rabbu Mansour Hadi. Il presidente Hadi, come è noto, ha pronunciato davanti all'ONU un discorso tenuto nel mese di settembre del 2016, in cui si è impegnato a "strappare lo Yemen dagli artigli dell'Iran" - dopo il quale ha ricevuto il sostegno internazionale. Mentre le bombe saudite piovevano sulla popolazione civile dello Yemen, la "comunità internazionale" ha accusato l'Iran di ostacolare la pace.

Ma ora le evidenti e crescenti contraddizioni tra ciò che l'ONU afferma di rappresentare e gli abusi nel campo dei diritti umani di alcuni dei suoi Stati membri più influenti e più ricchi stanno diventando sempre più scoperte e impossibili da negare. L'ONU oggi sta violando le sue stesse risoluzioni, chiare e messe nero su bianco, sulla documentazione degli abusi dei diritti umani, mentre continua a emergere attraverso documenti inconfutabili quello che sembra essere un rapporto quid pro quo con l'Arabia Saudita e i suoi sostenitori occidentali.