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22/09/19

L' "uscita dal carbone" della Germania: lenta e costosa

Contrariamente a quanto prevede l'immaginario collettivo italiano, che tende - nonostante i recenti scandali - a vederla come un paese dotato di particolari virtù ecologiche, la Germania produce ancora una notevole quantità di energia bruciando carbone, il sistema peggiore dal punto di vista di inquinamento ed emissioni di gas serra. Ora si accinge a cambiare. Un articolo dell'Economist mostra l'altro lato della medaglia del passaggio a fonti di energia più sostenibili: il prezzo pagato dalle regioni più povere e dai lavoratori più deboli.


 


19 settembre 2019


 

Problema del clima: il carbone bruno è il peggio


 

Sono arrivati, in giubbotti catarifrangenti e giacche a vento, battendo su tamburi e soffiando dentro fischietti sotto la pioggia scrosciante, lanciando una sfida in difesa della loro industria morente. Il 9 Settembre circa un migliaio di minatori e altri lavoratori sono arrivati ​​alla centrale a carbone di Schwarze Pumpe nella Germania orientale ad accogliere con un rumoroso benvenuto i partecipanti a una conferenza sul futuro della regione locale del Lausitz. Con una trovata intelligente hanno costretto chi voleva entrare a passare attraverso uno di due archi improvvisati, uno con l'indicazione "2030" e uno "2038", in riferimento a due possibili date per la fine dell'uso del carbone in Germania. Chiunque passava sotto al primo veniva fischiato.


 

L'anno prossimo la Germania mancherà i suoi obiettivi di riduzione delle emissioni. Uno dei motivi principali è la sua perdurante dipendenza dal carbone. Nel mix di produzione dell'elettricità la quota legata al carbone bruno (lignite), il tipo più economico e inquinante, è rimasta la stessa per due decenni. Nessun paese ne brucia più della Germania. L'anno scorso il governo ha riunito una commissione che comprende politici, industriali, scienziati, attivisti e sindacati per tirarsi fuori dal problema.


 


 

Questo approccio è stato stabilito per garantire la condivisione di qualunque proposta fosse emersa. Il rapporto di 275 pagine della commissione, pubblicato a gennaio, impegna la Germania a porre fine all'uso del carbone entro il 2038 e promette sussidi per un valore fino a 40 miliardi di euro in 20 anni per le restanti aree di estrazione del carbone sul territorio nazionale. Revisioni periodiche determineranno quando le singole miniere dovranno chiudere, e i proprietari essere risarciti.


 

 

Questo compromesso, non ancora diventato legge, ha lasciato tutti un po' insoddisfatti. Le aziende di servizi si lamentano per l'incertezza dei rifornimenti; le lobby commerciali temono l'aumento del prezzo dell'energia. Le peggiori rampogne provengono dagli ambientalisti, che vogliono anticipare la chiusura, per aiutare la Germania a raggiungere l'obiettivo di ridurre le emissioni del 55%, rispetto ai livelli del 1990, entro il 2030.


 

 

Un viaggio attraverso il Lausitz, dove viene estratto un terzo della lignite tedesca, aiuta a spiegare perché i lavoratori del carbone trovano la decisione difficile da ingoiare. Questa remota regione rurale, a cavallo tra gli stati orientali della Sassonia e del Brandeburgo, un tempo forniva alla Germania orientale il 90% della sua elettricità (oggi fornisce circa il 7% della potenza della Germania). Il paesaggio, altrimenti privo di caratteristiche particolari, è punteggiato dalle vaste miniere a cielo aperto da cui viene estratta la lignite e dai laghi che si formano quando vengono inondate quelle in disuso. I sostenitori della  squadra di calcio Energie, che ha sede a Cottbus, sostengono i giocatori con inni al carbone. Ma questo attaccamento sentimentale al carbone, osserva Johannes Staemmler dell'Institute for Advanced Sustainability Studies di Potsdam, è compagno della paura dei cambiamenti nata dalle devastazioni legate alla  deindustrializzazione che ha seguito la riunificazione tedesca nel 1990, quando la maggior parte delle miniere di Lausitz furono chiuse e decine di migliaia di persone hanno perso il lavoro (a questo proposito si può rivedere questo video ispirato al saggio Anschluss di Vladimiro Giacché, ndVdE).





Oggi nel Lausitz non ci sono grandi datori di lavoro oltre alla Leag, il gestore di proprietà ceca delle miniere e delle centrali a carbone della regione. I tre impianti Leag di Lausitz, tra cui Schwarze Pumpe, sono tutti tra i primi dieci produttori di emissioni di carbonio nell'Ue, ma forniscono anche 8.000 posti di lavoro ben pagati in una regione che di certo non se ne lamenta, e indirettamente migliaia di altri. Questi argomenti hanno aiutato i politici locali a garantirsi 17 dei 40 miliardi di euro promessi. I progetti su come spendere i soldi sono proliferati, comprendendo trasporti e infrastrutture mobili, investimenti in ricerca e sviluppo nonché la creazione di posti di lavoro governativi. Christine Herntier, sindaco di Spremberg e membro della commissione del carbone, ha molto a cuore la realizzazione di un impianto di idrogeno all'avanguardia a Schwarze Pumpe. Eppure anche lei sta perdendo la fiducia, preoccupata che i fondi federali vengano distribuiti in modo troppo scarso, irritata dal fatto che comunità povere come la sua debbano fornire cofinanziamenti e infuriata con gli ecologisti voltagabbana.


 

Quando alcuni anni fa la concorrenza straniera ha devastato l'industria solare tedesca, osserva Felix Ekardt, capo dell'Unità di ricerca sulla sostenibilità e la politica climatica di Lipsia, i politici hanno semplicemente scrollato le spalle e puntato il dito verso le forze del mercato. Ma le decisioni delle aziende private provocano meno risentimento di quelle politiche. "La gente non perdona lo stato se sottrae posti di lavoro", afferma Jörg Steinbach, ministro dell'Energia del Brandeburgo. Due delle tre rimanenti regioni dove si estrae lignite si trovano nell'ex Germania orientale, dove le vecchie lamentele hanno trovato una nuova espressione politica. Nelle recenti elezioni statali, il partito populista Alternativa per la Germania (AfD) ha sgominato tutti nel Lausitz, dopo avere fatto una campagna elettorale contro le chiusure previste.




 

Steinbach rimane ottimista. "Ci sarà chi ci rimette", dice, "ma non molti". Due terzi dei lavoratori della lignite hanno già più di 45 anni, il che limiterà i licenziamenti forzati, mentre le competenze acquisite dai più giovani sono spesso trasferibili. Tuttavia, previsioni indipendenti hanno dimostrato quanto l'economia locale sia messa a rischio dalle chiusure. Nel Lausitz ci sono poche altre opportunità di lavoro, come nella zona di lignite della Renania. "Chi ha una buona formazione vedrà il suo futuro altrove", sospira Wolfgang Rupieper, capo del Pro Lausitzer Braunkohle, un'associazione pro-carbone di Cottbus. Come altri, si lamenta degli sforzi previsti per mettere fine al carbone, quando le emissioni di altri settori, come i trasporti, si sono spostate pochissimo dal 1990.

 

Simili preoccupazioni hanno portato a un ampio pacchetto di misure di protezione del clima che il governo avrebbe dovuto svelare il 20 settembre. In primis ci si aspetta una qualche forma di tassa sulle emissioni, necessaria per garantire che lo stop al carbone riduca effettivamente le emissioni complessive. L'approccio della commissione, costoso e complesso, si adatta malamente a strategie di riduzione delle emissioni più efficienti. Tuttavia gli altri paesi che tentano di camminare in equilibrio tra la protezione del clima e la difesa delle economie che arrancano seguiranno da vicino l'esperimento tedesco.


 

 

Questo articolo è apparso nella sezione Europa dell'edizione cartacea sotto il titolo "La costosa uscita dal carbone della Germania".

15/02/18

I complottisti avevano ragione: secondo l'Economist i mercati sono truccati

Nonostante la pretesa liberista dell’efficienza e autoregolamentazione dei mercati, tre recenti studi dimostrano che i mercati di norma sono truccati: favoriscono una ristretta élite che approfitta della possibilità di accedere a informazioni nascoste al pubblico a discapito di tutti gli altri. Se aggiungiamo che le ultime crisi globali hanno avuto origine proprio dagli squilibri dei mercati, risulta sempre più chiara la necessità che siano gli Stati a regolamentare e limitare con decisione l’invasività dei mercati per impedire ingiuste speculazioni e scongiurare i maggiori rischi di crisi sistemiche.

 

 

 

Di Zero Hedge, 11 febbraio 2018

 

 

Tre nuovi paper scientifici recentemente pubblicati sembrano confermare quanto molti sostengono da anni: i “mercati efficienti” non solo sono inefficienti – da un punto di vista informativo – ma sono pure decisamente truccati. Dei tre paper, secondo l’Economist,  uno sostiene che gli Insider con gli agganci giusti hanno guadagnato perfino dalla crisi finanziaria, mentre gli altri due si spingono a suggerire che l’intero sistema di negoziazione delle azioni è truccato.

 

A differenza di quanto fanno solitamente coloro che denunciano i casi di insider trading – che richiedono di solito occasionali soffiate  e vaste, costose indagini, che comprendono l’esame di prove complesse provenienti da telefonate, e-mail o informatori muniti di apparecchi di registrazione – i paper fanno un uso originale di analisi schematiche su dati per scoprire che probabilmente l’insider trading è  molto diffuso, come riporta l’Economist.

 

"Questo approccio rappresenta un modo nuovo di analizzare il comportamento dei mercati finanziari. Inoltre, fa sorgere domande su come trattare questi comportamenti, dato che si tratta di comportamenti sistemici anziché limitati al singolo trader disonesto."


 

Il primo paper parte dagli incontri privati tenuti durante la crisi tra funzionari del governo americano e istituzioni finanziarie. Come abbiamo qui discusso anni fa, allora non vennero resi pubblici i dettagli critici sul famigerato programma TARP (che guarda caso fu creato e amministrato dall’attuale presidente della FED di Minneapolis, Neel Kashkari, che paradossalmente continua furiosamente a denunciare i salvataggi di banche “Too big to fail”), in particolare quanti soldi sarebbero stati impiegati e come sarebbero stati allocati. Questi dettagli avevano un’importanza enorme, perché era in gioco la sopravvivenza stessa di alcune istituzioni; alla fine, furono impegnati centinaia di miliardi di dollari. In quel periodo, conoscere in anticipo la struttura e il campo di applicazione dei salvataggi  sarebbe stata un’informazione di importanza vitale per gli investitori.

 

"Il paper esamina il comportamento di 497 istituzioni finanziarie tra il 2005 e il 2011, prestando particolare attenzione agli individui che avevano lavorato in precedenza per il governo centrale, in istituzioni diverse compresa la Federal Reserve. Nei due anni precedenti il TARP,  queste persone non avevano dimostrato particolari capacità di trading e di orientarsi nei mercati. Ma nei nove mesi successivi all’annuncio del TARP, produssero risultati decisamente buoni. Il paper conclude che “degli insider con buone connessioni in politica hanno avuto un vantaggio informativo importante durante la crisi e l'hanno sfruttato sul mercato”.


 

Sembra quasi che la FED lavorasse segretamente con Wall Street per arricchire gli insider a spese della classe media…

 

Gli altri paper utilizzano dati dal 1999 al 2014 di Abel Noser – una ditta utilizzata dagli investitori istituzionali per tracciare i costi delle transazioni – che riguardano 300 broker, soffermandosi sui 30 più importanti attraverso i quali transitava circa l’80-85% dei flussi.

 

“Gli autori hanno trovato le prove che i grandi investitori fanno più trading nei periodi che precedono annunci importanti, il che è difficile da giustificare se non col fatto che possono avere accesso a informazioni particolarmente buone”.


 

I broker possono aver acquisito queste informazioni in parecchi modi, tra i quali il più innocente è che essi “diffondevano la notizia” che un loro particolare cliente volesse comprare o vendere un grosso numero di azioni al fine di creare un mercato, così come una casa d’aste potrebbe fare con un quadro. Ma è anche possibile – secondo il paper – ed è molto più probabile, che le banche dessero queste informazioni ai clienti più importanti per incrementare i propri affari. A riprova di questa tesi, è stato constatato che i gestori di asset di grandi dimensioni che utilizzano i propri broker affiliati non perdono denaro.

 

Come riassume l’Economist, “come risulta da queste scoperte, le grandi istituzioni possono essere sia i beneficiari che le vittime di questa sorta di fuga di informazioni. Ma in genere complessivamente ci guadagnano. I veri perdenti, conclude il paper, sono i clienti al dettaglio e i manager di piccoli asset”. E naturalmente il vasto pubblico degli investitori.

 

E la battuta finale:

 

“Tutti i paper hanno in comune il fatto di riconoscere che i pubblici mercati, come i complottisti sostengono da molto tempo, sono tutt’altro che pubblici” e che “cambiare la legge per correggere questa situazione potrebbe persino rivelarsi impossibile”.



 

Potremmo anche dire che, per ironia della sorte, la rivista che ha pubblicato il paper è per il 26% posseduta dalla famiglia Rothschild.

 

 

* * *

I papers di cui sopra sono:

 

"Political connections and the informativeness of insider trades" di Alan D. Jagolinzer, Judge Business School, University of Cambridge; David F. Larcker, Graduate School of Business, Rock Center for Corporate Governance, Stanford University; Gaizka Ormazabal, IESE Business School, University of Navarra; Daniel J. Taylor, the Wharton School, University of Pennsylvania. Rock Center for Corporate Governance at Stanford University, Working Paper No. 222.

 

"Brokers and order flow leakage: evidence from fire sales" di Andrea Barbon, Marco Di Maggio, Francesco Franzoni, Augustin Landler. National Bureau of Economist Research, Working Paper 24089, December, 2017

 

"The Relevance of Broker Networks for Information Diffusion in the Stock Market" di Marco Di Maggio, Francesco Franzoni, Amir Kermani and Carlo Summavilla. NBER Working Paper, No 23522, June, 2017.

 

12/07/17

The Economist: Perché il surplus tedesco è un problema per l’economia mondiale

Nel suo articolo di copertina l'Economist, una delle fonti più mainstream in circolazione, fa delle mezze ammissioni interessanti sulla Germania e il suo esorbitante e irragionevole surplus commerciale. Come commenta un po' sarcasticamente l'Economist, nel recente vertice G20 Trump è apparso come il protezionista e la Merkel come la paladina del libero commercio, eppure oggi è proprio la Germania, non l'America, nei fatti, la vera minaccia al commercio mondiale. Cosa più sorprendente, il liberista Economist sostiene in più punti la necessità di alzare i salari in Germania, ponendosi di fatto più a sinistra dei sindacati tedeschi che hanno contrattato la moderazione salariale con il settore industriale. Per altri versi l'articolo resta nell'onda globalista del plauso al libero mercato, oltre a non essere privo di marchiane imprecisioni, come l'affermazione che il governo tedesco non sia coinvolto nella politica mercantilista o tante altre disseminate nell'articolo che i lettori non faranno fatica a riconoscere.

 

 

 

The Economist – 08 luglio 2017

 

I campi di battaglia sono ben definiti. Questa settimana, quando le più grandi economie del mondo si troveranno al vertice G20 di Amburgo, tutto è pronto per uno scontro tra l’America protezionista e la Germania favorevole al libero mercato.

 

Il presidente Donald Trump si è già chiamato fuori da un trattato commerciale, il Trans-Pacific Partnership (TPP), e ha chiesto la rinegoziazione di un altro, il North American Free-Trade Agreement (NAFTA). Sta soppesando l’opportunità di imporre dazi sull’importazione di acciaio in America, una mossa che quasi certamente provocherebbe delle rappresaglie da parte dei partner commerciali. La minaccia di una guerra commerciale incombe fin dall’inizio della presidenza Trump, a gennaio. Al contrario Angela Merkel, cancelliera tedesca nonché padrona di casa del summit di Amburgo, farà rullare i tamburi in favore del libero commercio. In un malcelato attacco contro Trump, nel suo discorso del 29 giugno la Merkel ha condannato le forze protezioniste e isolazioniste. Un imminente accordo di libero scambio tra Giappone e Unione Europea darà ulteriore sostanza alla sua retorica (vedi articolo).

 

Non c’è dubbio su chi abbia la meglio su questo argomento. La dottrina di Trump secondo cui il commercio deve essere equilibrato per essere corretto è economicamente analfabeta. La sua idea che i dazi potranno riequilibrare la situazione è ingenua e pericolosa: al contrario, ridurrebbero la prosperità per tutti. Ma almeno da un punto di vista Trump ha colto una scomoda verità. Ha ammonito la Germania per il suo surplus commerciale, che si colloca attualmente a quasi 300 miliardi di dollari all’anno, ed è il più grande del mondo in termini assoluti (il surplus accumulato dalla Cina è appena di 200 miliardi). La soluzione che lui minaccia – mettere fine all’acquisto di automobili tedesche – può essere controproducente per la stessa America, ma resta il fatto che la Germania risparmia troppo e spende troppo poco. La dimensione e la persistenza dei risparmi tedeschi fanno della Germania un difensore un po’ improbabile del libero commercio.

 

Armonia imperfetta

 

In fin dei conti il surplus tedesco consiste in un eccesso di risparmi a livello nazionale rispetto agli investimenti interni. Nel caso tedesco non si tratta del risultato di una politica mercantilista decisa dal governo, come alcuni all’estero lamentano. Non si tratta nemmeno, come spesso insistono i tedeschi, del riflesso di un’urgente necessità di accumulare risparmi per una società che sta rapidamente invecchiando. Il tasso di risparmio delle famiglie è stabile, sebbene ad un livello elevato, da anni. L’aumento dei risparmi è venuto soprattutto dalle imprese e dai governi.

 

Dietro al surplus tedesco sta un accordo di decenni tra imprese e sindacati a favore di una compressione dei salari al fine di rendere più competitive le industrie esportatrici (vedi articolo). Questa moderazione è stata molto utile all’economia tedesca, guidata dalle esportazioni, nella sua ripresa dopo la Seconda Guerra Mondiale e successivamente. È un istinto della Germania che spiega il suo passaggio da “malato d’Europa” negli anni ’90 all’attuale super-campione che è diventata.

 

C’è molto da invidiare al modello tedesco. L’armonia tra imprese e lavoratori è stata una delle principali ragioni delle strabilianti prestazioni dell’economia tedesca. Le imprese hanno potuto investire senza preoccuparsi che i sindacati sarebbero venuti a reclamare la propria parte. Lo stato ha fatto la propria parte sostenendo un sistema di formazione professionale che è giustamente ammirato. In America le prospettive lavorative degli uomini che non hanno un diploma di maturità [college] sono peggiorate di pari passo al declino dei posti di lavoro nella manifattura – questa è una delle cause che hanno prodotto il nazionalismo oggi sposato dal presidente Trump. La Germania non è sfuggita completamente a tutto questo, ma è riuscita a mantenere in misura maggiore i posti di lavoro degli operai che oggi mancano all’America. Questa è una delle ragioni per le quali il partito populista Alternativa della Germania resta ai margini della politica tedesca.

 

Ma gli effetti avversi di questo modello sono sempre più evidenti. Questo modello ha reso pericolosamente sbilanciati l’economia tedesca e il commercio globale. La compressione salariale ha portato la Germania a un basso livello di spesa interna e a uno scarso livello di importazioni. La spesa per i consumi è caduta ad appena il 54% del PIL, a confronto del 69% in America e al 65% in Gran Bretagna. Gli esportatori non investono poi i loro profitti entro i confini nazionali. E la Germania non è sola in questo. Anche la Svezia, la Svizzera, la Danimarca e l’Olanda hanno ammassato grandi surplus commerciali.

 

Il fatto che una grande economia in condizioni di piena occupazione accumuli surplus commerciali dell’8 percento di PIL all’anno comporta un’esagerata tensione sul sistema di commercio globale. Per compensare questi surplus e sostenere a sufficienza la domanda aggregata al fine di mantenere i posti di lavoro, il resto del mondo deve indebitarsi e spendere in uguale misura. In alcuni paesi, come l’Italia, la Grecia e la Spagna, i deficit persistenti alla fine hanno portato alla crisi. Il loro successivo ritorno al surplus è avvenuto a caro prezzo. La persistente sovrabbondanza di risparmi nel nord Europa ha reso inutilmente dolorosi i necessari riaggiustamenti. Nei periodi di alta inflazione negli anni ’70 e ’80 la propensione della Germania per gli elevati risparmi è stata una forza stabilizzatrice. Oggi invece sta trascinando verso il basso la crescita globale e rappresenta un bersaglio ideale per i protezionisti come Trump.

 

Andare oltre la parsimonia

 

Può essere risolto questo problema? Forse l’eccessivo surplus commerciale tedesco può essere eroso come è già avvenuto per la Cina: con un aumento dei salari. La disoccupazione è inferiore al 4% e la popolazione in età da lavoro si sta riducendo nonostante una forte immigrazione. Dopo decenni di declino il costo degli immobili sta aumentando, il che implica che le retribuzioni non basteranno più come un tempo. Le istituzioni che hanno determinato la compressione dei salari stanno perdendo influenza. L’euro potrebbe rafforzarsi. Nonostante ciò, l’istinto tedesco è ben radicato. I salari sono aumentati del 2,3 percento lo scorso anno, meno che nei due anni precedenti. Se lo si lascia a se stesso, il surplus tedesco potrebbe impiegare molti anni per scendere ad un livello ragionevole.

 

Il governo dovrebbe contribuire aumentando i livelli di spesa. Il bilancio pubblico tedesco è passato da un deficit del 3% nel 2010 a un lieve surplus. I funzionari politici la definiscono prudenza ma, dati gli alti livelli di risparmio nel settore privato, questa posizione è difficile da difendere. La Germania ha tanti progetti meritevoli di investimenti. I suoi edifici scolastici e le sue strade si stanno sbriciolando a causa della stretta sugli investimenti pubblici imposta dal rispetto di inopportune regole fiscali. L’economia è ancora indietro sulla digitalizzazione, collocandosi al 25esimo posto della classifica mondiale per velocità media di download. Una maggiore offerta di assistenza doposcuola fornita dallo stato potrebbe permettere a un numero maggiore di madri di lavorare a tempo pieno, in un’economia dove la partecipazione delle donne è bassa. Alcuni dicono che questa espansione sarebbe comunque impossibile a causa della già raggiunta condizione di pieno impiego. Eppure, in un’economia di mercato c’è un modo ben consolidato di attirare le risorse scarse: pagarle di più.

 

Soprattutto è già passato molto tempo ed è ora che la Germania ammetta che il proprio eccesso di risparmi è una debolezza. La Merkel ha ragione ad affermare il proprio messaggio a favore del libero commercio. Ma lei e i suoi compatrioti devono capire che sono proprio i surplus tedeschi a rappresentare una minaccia alla legittimità del libero commercio.

10/09/14

The Economist: La Sorprendente Ascesa di Alternativa per la Germania

The Economist racconta le ultime evoluzioni politiche in Sassonia e in altri Stati tedeschi, dove l'euroscetticismo si sta affermando a destra, con Alternativa per la Germania, dopo essersi già insinuato a sinistra con Die Linke.


The Economist - Dresda, 06 settembre 2014

Fin dalla riunificazione del 1990, la Sassonia è stata la più grande storia di successo della ex Germania delll’Est.  Diventando da allora uno dei 16 stati federali della Germania, essa è stata governata ininterrottamente dal centro-destra Cristiano-Democratico (CDU). Il suo sistema educativo è considerato il migliore della Germania. La sua economia è fiorente, con distretti regionali di livello globale nell’high-tech e nella produzione di automobili. Perciò non è mai stato in dubbio che Stanislaw Tillich, il sobrio e popolare premier della Sassonia, del CDU, sarebbe rimasto in carica dopo le elezioni locali del 31 agosto. Il suo partito ha guadagnato più voti che i tre partiti di sinistra messi insieme. Con il 39,4% dei voti, Tillich ha ottenuto la vittoria.

25/07/14

Nei Media è iniziata la Nuova Guerra Fredda: l'Economist

Riceviamo da Luigi Pecchioli la segnalazione di un articolo dell'Economist del 26 luglio intitolato Una ragnatela di bugie, in perfetto stile da guerra fredda, che getta sul Presidente Russo tutte le colpe della tragedia MH17, ne pubblica un'immagine dagli occhi di ghiaccio che si staglia sullo sfondo di una ragnatala, e lo presenta come "il nemico" da combattere. 



Ne traduciamo solo qualche brano significativo:
 "Gli inganni di Putin produrranno gravi conseguenze, sia sul suo popolo, che sul mondo intero. Nel 1991, quando crollò il comunismo sovietico, sembrava che finalmente il popolo russo avrebbe avuto l'occasione di entrare a far parte di una normale democrazia occidentale. Ma il disastroso contributo di Vladimir Putin ha portato il paese su una strada diversa...

24/12/13

La Spagna sull’orlo di una crisi sanitaria?

L’Economist spiega perché, tra i tanti tagli imposti dalla Troika alla Spagna, uno dei più pericolosi è quello alla sanità pubblica. Il crollo degli investimenti e i tagli alla prevenzione potrebbero rivelarsi disastrosi.



All’inizio di quest’anno, in Spagna un immigrato non si è sentito bene ed è andato all’ospedale con i sintomi tipici della tubercolosi. I relativi test gli sono stati rifiutati ed è stato rispedito a casa. Non molto più tardi ha iniziato a sentirsi così male che si è precipitato al pronto soccorso, dove è stato nuovamente respinto. Poco dopo, è morto.

15/11/13

Che cosa possiamo imparare dalla Grande Depressione?

Dall'Economist un interessante articolo che sfata i miti del passato sulla Grande Depressione. Il candidato più vero all'assunzione di colpa è il Gold Standard, che come sappiamo assomiglia per tanti versi all'Euro... 





Fin dall'inizio di quella che alcuni chiamano la "Grande Recessione" nel 2007, gli economisti non hanno potuto evitare il confronto con la Depressione dei primi anni trenta. Per alcuni, il paragone è evidente. Economisti come Paul Krugman e Barry Eichengreen hanno costruito dei parallelismi fra i due crolli. Olivier Blanchard, capo economista del Fondo Monetario Internazionale (FMI), ha segnalato più volte nel corso degli ultimi anni che il mondo rischiava di cadere in una nuova "Grande Depressione". Durante la recente crisi gli storici dell'economia stessi hanno avuto un ruolo senza precedenti nelle politiche economiche. Ben Bernanke presso la Federal Reserve e i consiglieri dell’amministrazione Obama come Christina Romer hanno tutti un background accademico in questa disciplina.
 

28/10/13

The Economist: La Prigione dei Debitori

L'eurozona è in una crisi di debito privato, più che di debito pubblico.
Naturalmente lo sapevamo. Ormai ce lo ha detto perfino la BCE. Ma visto che repetita iuvant e che stavolta ce lo dice l'Economist, abbiamo tradotto questo articolo - che mette un po' di puntini al loro posto e tra l'altro ci ricorda una cosa: le politiche deflazionistiche di austerità non fanno altro che rendere sempre più insostenibile il peso dei debiti privati.


La prigione dei debitori

L'eurozona è in crisi per il debito privato più che per il debito pubblico


La Banca Centrale Europea (BCE) questa settimana ha annunciato il modo in cui intraprenderà un'approfondita analisi degli asset bancari, prima di farsi carico della supervisione bancaria nell'area euro verso la fine dell'anno prossimo (vedi articolo). Uno degli obiettivi di questo esercizio è quello di identificare i crediti in sofferenza che inquinano le banche dell'eurozona e di prevenire nuovi flussi di crediti. Questo è importante perché alcune parti dell'area della moneta unica sono indebolite non semplicemente dal debito pubblico, ma dal debito privato, la maggior parte del quale sta nei portafogli delle banche.

10/07/13

Gold standard, Euro e democrazia minacciata: parallelismi inquietanti


Da un articolo sul sito dell’Economist, la sintesi del paper di Bordo e James sui parallelismi tra la crisi dell’euro e la crisi del gold standard. Una serie di trilemmi ricapitola ciò che viene sistematicamente messo a rischio nei paesi che adottano un sistema di cambi fissi associato a libertà di movimento dei capitali: autonomia delle politiche monetarie, stabilità finanziaria e infine democrazia.



Traduzione di Henry Tougha

Un trio di trilemmi
Il gold standard porta lezioni inquietanti per la moneta unica
da freeexchange sul sito dell'Economist
Sabato 6 Luglio 2013


Dalla scorsa estate i leader europei hanno goduto di un periodo di tregua dalle turbolenze finanziarie. Eppure l’euro è ancora vulnerabile. Non appena la coalizione di governo si è spaccata, i tassi d’interesse dei bond portoghesi hanno ricominciato a salire. L’economia irlandese si è contratta per tre trimestri di fila. Un’unione bancaria adeguata è ancora lontanissima. La fragilità dell’euro è stata sottolineata da un nuovo studio * di Michael Bordo della Rutgers University e di Harold James dell’Università di Princeton. I due storici dell’economia hanno analizzato i difetti di un altro regime monetario internazionale che si pensava indistruttibile, il gold standard, e hanno trovato dei buoni motivi per preoccuparsi della moneta unica.

18/11/12

Le minacce dell'Economist, la strategia di Hollande e le considerazioni di Jacques Sapir

La copertina dell'Economist ha chiaramente indicato la Francia come la prossima bomba pronta ad esplodere nel mezzo della crisi dell'eurozona. 

Questo il succo dell'articolo, che ha il senso di un vero e proprio avvertimento al governo socialista di Hollande:


L'Economist osserva come da anni il paese abbia perso competitività nei confronti della Germania, soprattutto da quando i tedeschi hanno tagliato i costi e hanno spinto sull'acceleratore delle riforme. Senza la possibilità della svalutazione, la Francia ha fatto ricorso alla spesa pubblica e al debito pubblico, che è passato dal 22% del PIL dei primi anni '80 a oltre il 90% di adesso.


18/08/12

Tentata, Angela? Il Memorandum Merkel dell'Economist

L'Economist  ha immaginato un piano B, elaborato dal punto di vista della Germania e sottoposto alla Merkel dal suo staff,  che prevede sia un'uscita della sola Grecia che una possibile rottura allargata dell'eurozona, dove noi però staremmo dentro ... Eppure, è proprio la presenza dell'Italia - che non può stare né dentro né fuori, a quanto pare - che rende il piano troppo incerto ... e alla fine secondo l'Economist Angela preferisce andare avanti così, in perfetto stile Teutonico.


Angela Merkel, Cancelliere Tedesco - e anche, a tutti gli effetti, boss dell'area dell'euro - ha sempre insistito sul fatto che vuole mantenere la zona euro nella sua forma attuale. Ma, mentre la crisi dell'euro si intensifica e aumentano i costi potenziali per la Germania, sarebbe imprudente non prendere in considerazione un piano B.   Redatto nella massima segretezza da un funzionario di fiducia e inviato al cancelliere per suo uso esclusivo, ecco cosa potrebbe dire il memorandum su un piano di emergenza:

A:   Angela Merkel
Da: ??? 
OGGETTO: Piano B

L'IMPASSE

Da quando è iniziata la crisi dell'euro, il Cancelliere ha continuato a sostenere che difenderà la moneta unica, basandosi sulla convinzione, condivisa in Germania dal mondo degli affari e dalla classe politica, che la sua sopravvivenza rappresenti un nostro interesse nazionale. A questo scopo la Germania ha destinato un grande ammontare di denaro pubblico, sia come contributo ai vari salvataggi che come rischio assunto dalla Bundesbank per la sua quota nella BCE. Allo stesso tempo Lei ha cercato di ridurre al minimo il conto per i contribuenti tedeschi insistendo sul fatto che gli stati beneficiari dei salvataggi debbano attuare programmi di severa austerità e, più in generale, resistendo alle richieste di condivisione del debito condizionandole a un maggior controllo centralizzato dei bilanci nazionali.

29/12/11

"Rivoluzione nell'Economia dai Blog"

Un bella inchiesta dell'Economist - riportata da Cobrafsulle teorie economiche "eterodosse" che diffondono la loro voce  sulla rete, portando avanti una critica serrata alle teorie dominanti, e costringendo al confronto anche i professori affermati delle grandi Università.



The Economist - "La crisi e i blog hanno aperto la teoria economia tradizionale ad un attacco radicale"
(adattato e tradotto dall'Economist da Cobraf)
St Croix, una delle US Virgin Islands, è un posto lontano nei Caraibi.E' l'ultimo lembo degli Stati Uniti verso est. Warren Mosler, ha avuto successo come investitore in bonds italiani, giapponesi ed americani ammassando alcune centinaia di milioni, ha creato una casa automobilistica innovativa per auto da corsa, ed è anche un economista idiosincratico. Si è trasferito a St. Croix nel 2003 per usufruire di un trattamento fiscale ospitale e un clima clemente e dalla sua postazione alla periferia degli USA Mosler campiona una dottrina alternatica dell'economia: chiamata "Teoria moderna monetaria" (MMT).

11/10/11

Equilibri Multipli: quello che non ha capito la BCE


Dal Blog Free Exchange dell'Economist, una bellissima rappresentazione grafica che inchioda la BCE alle sue responsabilità: può essere che ancora non ci prende?



I rendimenti dei titoli obbligazionari Italiani sono in aumento. Le agenzie di rating si preoccupano che i più alti rendimenti rendano il debito Italiano insostenibile. Tagliano il rating delle obbligazioni Italiane. L'Italia promette di ridurre il deficit (cioè vendere meno obbligazioni). La crescita italiana soffre. Gli investitori temono che questo renda il debito Italiano meno sostenibile ai tassi di interesse correnti. La domanda di obbligazioni italiane cade, i rendimenti salgono. Avete il quadro.

Ma in caso contrario, guardate questo grafico.