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28/11/19

Ue: Draghi ha salvato i banchieri, non i lavoratori

La stampa mainstream e i leader europei hanno esaltato in Mario Draghi il salvatore dell'euro. Ma questo, non sorprendentemente, ha significato imporre ai governi misure di austerità in misura sempre maggiore e in modalità sempre meno democratica. In pratica la Banca centrale europea si è mossa all'opposto delle altre banche centrali: mentre queste sostengono i governi per aiutarli a praticare politiche espansive di sostegno all'economia, la BCE condiziona gli aiuti all'applicazione di misure di austerità sempre più rigide. Con un potere di ricatto che mette in discussione il concetto stesso di democrazia in eurozona. Il caso più eclatante è stato quello della Grecia. Da Jacobin.

 

 

 

Di Thomas Fazi, 17 novembre 2019 

 

Quando il presidente della Banca centrale europea Mario Draghi ha lasciato l'incarico, il mese scorso, è stato ampiamente elogiato per "avere salvato l'euro". Ma lo ha fatto a spese dei lavoratori, sfruttando la crisi per imporre un regime di austerità sempre più ineluttabile.

 

Quando il mandato di otto anni di Mario Draghi si è concluso, il mese scorso, i governanti europei hanno fatto a gara nel riversare sul presidente uscente della Banca centrale europea (BCE) un tributo di lodi ai confini del culto. Questa auto-adulazione d'élite ha sfiorato il ridicolo. Il presidente francese Emmanuel Macron ha elogiato Draghi per "averci passato il testimone dell'umanesimo europeo". Il presidente italiano Sergio Mattarella lo ha ringraziato per avere reso "il sistema economico europeo più efficace". L'ex amministratore delegato del Fondo monetario internazionale (FMI) Christine Lagarde - che ha preso il posto di Draghi come capo della BCE - ha esaltato il suo successo nel "garantire il futuro dell'eurozona e il benessere delle sue popolazioni". Ma, soprattutto, Draghi è stato celebrato per "avere salvato l'euro".

 

In quest'ultima affermazione c'è della verità. Ma è un risultato assai discutibile. Proprio perché Draghi ha “salvato” l'euro, è anche l'uomo che ha ricattato i governi, obbligandoli ad attuare misure di austerità paralizzanti e “riforme strutturali” neoliberali - e che ha schiacciato chiunque osasse resistere. È il principale responsabile della trasformazione dell'Eurozona da un'unione monetaria disfunzionale, ma formalmente democratica, in una struttura di controllo senza precedenti, in cui i governi sono disciplinati e puniti.

 

Attraverso i meccanismi introdotti da Draghi e il suo approccio "attivista" nei confronti delle banche centrali, i processi democratici formali sono stati sistematicamente sovvertiti attraverso il ricatto finanziario e monetario, prima di tutto da parte della BCE. Sotto una simile struttura di governance, ci si potrebbe ragionevolmente domandare se gli Stati membri dell'Eurozona possano ancora essere considerati democrazie, anche in base alla stretta accezione "borghese" del concetto. In definitiva, Draghi simboleggia la pericolosa ascesa al potere dei tecnocrati non eletti - "esperti" che affermano di non essere contaminati dalla politica, ma che in realtà incarnano la volontà di dominio senza limiti del capitale.

 

La nascita di un drago


 

Draghi non è spuntato dal nulla. Ha assunto la carica di nuovo presidente della BCE alla fine del 2011, dopo una brillante carriera come amministratore delegato di Goldman Sachs (2002-2005) e governatore della Banca d'Italia (2005–2011). Già a questa data la Banca centrale europea si era attirata molte critiche, anche da parte degli ambienti allineati, per la sua gestione della crisi finanziaria e poi della recessione seguente. Nel 2010 e nel 2011, la BCE si era opposta a qualsiasi proposta di ristrutturazione del debito della Grecia, assoggettando invece il suo governo a un uleriore debito che è andato a ripagare i suoi creditori bancari francesi e tedeschi.

 

Nel 2011, quando tutte le altre banche centrali stavano abbassando i tassi di interesse, la BCE li ha invece alzati due volte, aggravando ulteriormente la recessione. Ancora più preoccupante, nei primi anni della crisi il predecessore di Draghi Jean-Claude Trichet ha rifiutato nettamente di intervenire per sostenere sui mercati i titoli di Stato dell'area dell'euro, lasciando gli Stati membri in balia della speculazione finanziaria e costringendoli a perseguire drastiche misure di austerità per far fronte all'aumento del pagamento degli interessi. In alcuni casi questo ha costretto gli Stati, per ottenere assistenza finanziaria, a rivolgersi a una stretta collaborazione con la cosiddetta troika - un comitato tripartito formato da rappresentanti della Commissione europea, della BCE e del Fondo monetario internazionale (FMI). Questa era essa stessa uno strumento politico, con i suoi "aiuti" accordati solo in cambio di misure di austerità ancora più severe.

 

Come in seguito avrebbe ammesso Trichet , il rifiuto della banca centrale di sostenere sui mercati i titoli pubblici nella prima fase della crisi finanziaria aveva lo scopo di spingere i governi della zona euro a consolidare i loro bilanci e attuare (neoliberali) "riforme strutturali".

 

Con l'arrivo di Draghi, molti speravano che le cose potessero cambiare. La speranza era che la BCE avrebbe finalmente adottato un approccio più interventista ed energico alla cosiddetta crisi del debito sovrano europeo, che era ormai in pieno svolgimento. E l'intervento è esattamente quello che hanno ottenuto, sebbene non del tipo che la maggior parte di loro aveva in mente. È stato un classico caso di "attento a quello che desideri". Draghi ha radicalizzato il tipo di interferenza negli affari degli Stati membri che era già emerso sotto Trichet.

 

In effetti, questo è stato visibile già nell'agosto del 2011, pochi mesi prima che Draghi entrasse ufficialmente in carica nel suo ruolo alla BCE. Mentre i tassi di interesse sui titoli italiani si alzavano, Draghi e Trichet inviarono al governo italiano una lettera straordinaria, che avrebbe dovuto rimanere segreta. Ma la missiva successivamente trapelò - e mostrò esattamente come la BCE intendesse sfruttare la crisi per ricattare l'Italia obbligandola a mettere in atto le "riforme strutturali".

 

La lettera affermava che il piano di riduzione del deficit post-crisi in Italia non era "sufficiente" e chiedeva "una profonda revisione della pubblica amministrazione", compresa "la piena liberalizzazione dei servizi pubblici locali", “privatizzazioni su larga scala”, “riduzione del costo dei dipendenti pubblici... se necessario, riducendo i salari ”, "riforma [del] sistema di contrattazione salariale collettivo", “più rigorosi... criteri per le pensioni di anzianità” e persino "riforme costituzionali che inaspriscano le regole fiscali". Tutto ciò, si sosteneva, era necessario per "ripristinare la fiducia degli investitori".

 

Simili richieste rappresentavano un enorme superamento dei limiti delle competenze monetarie della BCE. Giulio Tremonti, allora ministro dell'Economia e delle Finanze italiano, dichiarò in seguito che il suo governo quell'estate aveva ricevuto due lettere minatorie: una da un gruppo terroristico, l'altra dalla BCE. "E quella della BCE era peggio", scherzò. Il governo italiano rispose impegnandosi in riforme di vasta portata e tagli di bilancio più profondi, in seguito ai quali la BCE accettò di intervenire con l'acquisto di obbligazioni italiane per mantenere bassi i costi di finanziamento.

 

A settembre, tuttavia, i tassi dei titoli decennali italiani avevano ripreso a salire, e a novembre avevano raggiunto la soglia critica del 7%, costringendo il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi a dimettersi in seguito alla perdita della sua maggioranza parlamentare. A quel punto il presidente italiano Giorgio Napolitano nominò Mario Monti, ex commissario europeo e consigliere internazionale di Goldman Sachs, dandogli l'incarico di formare un cosiddetto governo tecnico - presumibilmente al di sopra delle divisioni politiche.

 

La maggior parte dei resoconti descrivono questa crisi politica come la risposta "naturale" dei mercati finanziari alla cattiva gestione della crisi economica da parte di Berlusconi, in linea con la narrativa dominante della "crisi del debito" europea. La realtà, tuttavia, è molto più preoccupante. Come anche il  Financial Times ha  recentemente riconosciuto, è ormai sempre più chiaro che la BCE sotto Draghi "ha costretto Silvio Berlusconi a lasciare l'incarico a favore di Mario Monti, non eletto" interrompendo i suoi acquisti di obbligazioni italiane - e così facendo deliberatamente aumentare i tassi di interesse al di sopra del livello di sicurezza - e rendendo l'espulsione di Berlusconi la condizione necessaria per ottenere un ulteriore sostegno da parte della BCE alle obbligazioni e alle banche italiane. Ciò è stato tardivamente ammesso anche dallo stesso Mario Monti, che ha affermato in un'intervista del 2017 che alla fine del 2011 Draghi "decise anche di cessare gli acquisti di titoli di Stato italiani da parte della Bce, che avevano dato ossigeno al governo Berlusconi nell’estate e autunno 2011".

 

È difficile immaginare uno scenario più inquietante di quello di una banca centrale apparentemente "indipendente" e "apolitica" che ricorre al ricatto monetario per estromettere dalla carica un governo eletto e imporre la propria agenda politica. Tuttavia, questo è quanto è accaduto in Italia nel 2011. Come Jacob Kirkegaard del Peterson Institute for International Economics ha notato lo stesso anno, sotto la guida di Draghi la BCE si stava rapidamente evolvendo in un "attore politico a tutto tondo impegnato in una strategia volta a costringere i leader politici dell'UE ad abbracciare la rettitudine fiscale".

 

Questo divenne ancora più evidente quando, appena un mese dopo il suo silenzioso colpo di stato in Italia, Draghi lanciò l'idea di un "patto fiscale", quello che egli definì "una riaffermazione fondamentale delle regole a cui le politiche di bilancio nazionali dovrebbero essere soggette in modo da ottenere credibilità oltre ogni dubbio”. Ciò comportò, nel marzo del 2012, la firma da parte di tutti gli Stati membri dell'UE (con le notevoli eccezioni del Regno Unito e della Repubblica Ceca) di una versione ancora più rigorosa del Patto di stabilità e crescita (SPG) istituito dal trattato di Maastricht: il cosiddetto Trattato di stabilità, coordinamento e governance nell'Unione economica e monetaria, comunemente noto come Fiscal Compact.

 

Il nuovo trattato aveva effetti politici diretti, e progettati per durare. In particolare, richiedeva agli Stati membri di trasporre una "norma sul pareggio di bilancio" nei sistemi giuridici nazionali "attraverso disposizioni vincolanti e permanenti, [e] preferibilmente [costituzionali]". Questo equivaleva a niente di meno che un tentativo di istituzionalizzare e cristallizzare su scala europea i presunti programmi di austerità di "emergenza" perseguiti dall'élite dell'UE e imposti agli Stati membri dall'inizio della crisi dell'euro. Una dichiarazione congiunta rilasciata all'epoca dal Corporate Europe Observatory e dal Transnational Institute rilevava che il Fiscal Compact avrebbe istituito "un regime permanente di austerità, che avrebbe inevitabilmente portato a tagli così profondi da relegare ai libri di storia il welfare state europeo".

 

Confermando indirettamente questi timori, in un'intervista rilasciata poco dopo al Wall Street Journal, Draghi chiarì che non vi era stato alcun dibattito: "Non c'è alternativa al consolidamento fiscale", disse. "Il modello sociale europeo appartiene già al passato". Il trattato ha inoltre introdotto, per la prima volta, "meccanismi di correzione automatica" e sanzioni quasi automatiche in caso di inosservanza delle regole, per rimuovere qualsiasi elemento di discussione e decisione democratica, e quindi realizzare un sogno neoliberista permanente: la completa separazione tra processo democratico e politiche economiche e la morte della gestione macroeconomica attiva.

 

In poche parole, il Fiscal Compact mirava a impostare l'economia sul pilota automatico, isolandola efficacemente dalla volontà popolare. Il concetto è stato ulteriormente chiarito da Draghi nel 2013. Dopo incerte elezioni italiane in cui il movimento Cinque stelle "populista" emerse come il partito numero uno del Paese, Draghi attenuò i timori che ciò potesse indurre l'Italia a deviare dal percorso dell'austerità e quindi a riaccendere la crisi del debito in Europa. E insistette sul fatto che “gran parte dell'adeguamento fiscale che l'Italia ha intrapreso continuerà con il pilota automatico". Il messaggio era chiaro: grazie al nuovo regime di governance post-crisi che aveva aperto la strada, i risultati delle elezioni non avrebbero più avuto importanza. La reingegnerizzazione delle società e delle economie europee, soggette a un quadro neoliberale ancora più radicale, sarebbe andata avanti a prescindere dalla volontà democratica dei popoli europei. Come il ministro delle Finanze tedesco mise in chiaro ancora più esplicitamente: “Le elezioni non cambiano nulla. Ci sono delle regole."

 

Salvare l'euro


 

Ma questa depoliticizzazione e de-democratizzazione della politica economica è stata anche ciò che ha permesso a Draghi il suo più grande trionfo - il famoso discorso che ha "salvato l'euro" nell'estate del 2012. Qui, Draghi ha annunciato il programma OMT (Outright Monetary Transactions) della BCE, con il quale si è impegnato, se necessario, ad effettuare acquisti illimitati di titoli di Stato sui mercati obbligazionari secondari al fine di preservare "un'adeguata trasmissione della politica monetaria e la sua unicità" - o più semplicemente, come si espresse Draghi, "fare qualsiasi cosa fosse necessaria per preservare l'euro."

 

L'implicazione era che se i mercati avessero richiesto tassi di interesse eccessivamente alti, la BCE sarebbe entrata nel gioco, acquistando le obbligazioni stesse, ponendo così teoricamente fine al gioco degli speculatori. L'annuncio di Draghi bastò a ridurre immediatamente i tassi di rendimento nei paesi interessati (senza nemmeno che dovesse effettivamente attivare un singolo programma OMT), con conferma indiretta che i rendimenti obbligazionari sono in definitiva determinati dalla politica monetaria della banca centrale, non dalla "fiducia dei mercati" nelle politiche di un paese né dai livelli di deficit e debito rispetto al PIL, contrariamente a quanto Draghi aveva ripetutamente affermato fino a quel momento (e avrebbe continuato a ripetere negli anni successivi).

 

Tuttavia, mentre questo ha aiutato i Paesi a evitare l'insolvenza, ha fatto ben poco per sostenerli in termini di rilancio delle loro economie: questo avrebbe richiesto politiche fiscali di stimolo (cioè deficit più elevati) - esattamente ciò che il nuovo quadro fiscale sostenuto da Draghi ha proibito. In questo senso, l'OMT non è riuscita a trasformare la BCE in una "normale" banca centrale: infatti, l'accesso al sostegno dell'OMT comporta "una condizionalità rigorosa ed efficace", ovvero austerità e "riforme strutturali" neoliberali da parte dello Stato che lo richiede. Non c'è da stupirsi quindi se nessun paese abbia ancora presentato domanda di essere incluso in un programma OMT.

 

In altre parole, mentre le altre banche centrali (come la Federal Reserve negli Stati Uniti) si sono impegnate in politiche monetarie espansive (di acquisto di obbligazioni) proprio per sostenere i governi nell'effettuare politiche di espansione fiscale, la BCE ha fatto esattamente il contrario: ha accettato di intervenire sui mercati obbligazionari solo a condizione che i governi non aumentino i loro deficit e si impegnino invece ad applicare misure di austerità. Come osserva Marshall Auerback , "in effetti, con una mano si è dato e con l'altra si è tolto, poiché le misure di austerità hanno semplicemente esacerbato il problema della bassa domanda dei consumatori e delle imprese e costretto i governi interessati a emettere ancora più debito". Questo è anche il motivo per cui il programma di allentamento quantitativo (QE) della BCE, tardivamente avviato nel 2015, ha clamorosamente fallito nell'aumentare l'inflazione nell'area dell'euro, lasciando così molte economie intrappolate nella "spirale della bassa inflazione", che causa la stagnazione della produzione, dell'occupazione e dei salari.

 

Schiacciare la Grecia


 

In breve, le varie innovazioni istituzionali introdotte da Mario Draghi nel corso degli anni, quelle che gli sono valse molti elogi, non hanno trasformato la BCE in un prestatore di ultima istanza, su cui i governi nazionali possano fare affidamento, ma l'hanno resa invece uno "spacciatore di ultima istanza", con il potere di sfruttare le difficoltà economiche dei paesi per ricattarli, costringendoli ad attuare riforme neoliberali basate sull'austerità.

 

Ciò è diventato chiaro nell'estate del 2015, quando Draghi ha dimostrato fino a che punto era disposto ad arrivare per sostenere lo status quo fiscale -economico della zona euro, anche se questo significava mettere in ginocchio un intero paese. Dopo che il partito di sinistra Syriza, guidato da Alexis Tsipras, che aveva fatto la campagna elettorale su una piattaforma radicale anti-austerità, andò al potere in Grecia nel gennaio 2015, ne seguì un drammatico scontro politico tra il governo greco e le autorità dell'UE. Tsipras tentò di rinegoziare il debito pubblico del paese, la politica fiscale e il programma di riforme e di invertire le politiche di austerità che avevano tanto danneggiato il paese. Ma il periodo di stallo era già finito entro l'estate, quando il governo greco capitolò e accettò i termini onerosi di un altro accordo di prestito subordinato a ulteriori misure di austerità e di deregolamentazione, ponendo così fine alla "ribellione" greca.

 

La responsabilità della capitolazione di Syriza è generalmente attribuita ai principali stati europei (prima fra tutti la Germania). Tuttavia, il ruolo più pernicioso è stato svolto dalla stessa BCE. In effetti, nella guerra europea contro il nuovo governo greco, i primi colpi furono sparati dalla banca centrale. Il 4 febbraio, appena nove giorni dopo la prima vittoria elettorale di Syriza, la BCE tolse al governo greco una delle sue principali linee di credito, dichiarando che non avrebbe più consentito alle banche greche di accedere alla "normale" liquidità della BCE offrendo come garanzia collaterale obbligazioni nazionali greche ufficialmente classificate come "spazzatura" - un'eccezione concessa ai paesi sottoposti a un programma di aiuti finanziari della troika. Da quel momento in poi, le banche avrebbero dovuto fare affidamento sul più costoso Emergency Liquidity Assistance (ELA). La BCE addusse la scusa che "al momento non è possibile ipotizzare una conclusione positiva della revisione del programma [di aiuti finanziari]".

 

Questa fu una decisione straordinaria, per una serie di motivi: il nuovo governo greco aveva solo una settimana di vita e aveva tre settimane per estendere l'accordo di prestito con i creditori e con la troika. Peggio ancora, la mossa della BCE diede il via a una corsa agli sportelli, che accelerò la fuga di capitali che era già iniziata. Seguirono mesi di negoziati molto tesi, durante i quali le proposte del governo greco furono tutte respinte dalla troika, il che esacerbò ulteriormente il deflusso di capitali e fece precipitare il valore patrimoniale e la capitalizzazione di mercato delle banche greche. La vertenza si chiuse nel giugno 2015. Il 25 giugno il governo di Tsipras respinse l'"offerta finale" presentata dalla troika di un nuovo prestito per consentire al governo di rinnovare un pagamento di 1,55 miliardi di euro dovuto al FMI e due giorni dopo, in una mossa strategica per rafforzare la propria mano nei negoziati futuri, annunciò che avrebbe lanciato un referendum sulle condizioni dell'offerta, che si sarebbe tenuto il 5 luglio. Il giorno seguente, il 28 giugno, la BCE rifiutò alla banca centrale greca il diritto di aumentare la propria disponibilità nel contesto dell'ELA, non lasciando al governo greco altra scelta che chiudere le banche, imporre un controllo sui capitali e limitare i prelievi individuali a 60 euro al giorno, a un costo enorme per le imprese e i cittadini greci.

 

Il resto della storia è noto: sebbene il popolo greco avesse respinto in massa il pacchetto di austerità richiesto dalla troika, il governo greco fece un voltafaccia e accettò la condizioni dell'Unione europea, che erano persino più punitive di quelle che aveva in precedenza respinto. Non c'è dubbio che la BCE abbia svolto un ruolo cruciale nel portare alla fine il governo greco alla resa, in quella che chiaramente equivaleva a una mossa strettamente politica, senza giustificazioni solo tecniche. Come scrive l' economista Mario Seccareccia, la BCE ha tagliato la liquidità alle banche greche “anche se sapeva perfettamente che il problema non era la liquidità delle banche, ma che c'era soprattutto un problema di liquidità sistemica, derivante dalla crescente incertezza e paura da parte della popolazione, riflessa nel crescente accumulo di liquidità"- paura che è stata "indubbiamente aggravata dalle azioni della stessa BCE ":

 

"Quindi, invece di cercare di sostenere e promuovere il regolare funzionamento del sistema dei pagamenti di uno dei suoi stati membri, che in nessun momento, aveva proposto ufficialmente l'uscita dall'Eurozona (in effetti, erano i leader tedeschi ad avere proposto di mettere in atto una "temporanea" Grexit), la BCE ha effettivamente interrotto deliberatamente la propria assistenza in materia di liquidità, al fine di destabilizzare ulteriormente il sistema di pagamenti greco e costringere il governo di Syriza ad accettare le dure misure di austerità proposte."


 

Questo episodio dimostra che nell'eurozona i presunti benefici dell'indipendenza della banca centrale sono stati invece sostituiti dalla dipendenza dei governi dalla banca centrale, non più soggetta ad alcun tipo di controllo democratico.

È difficile trovare un altro esempio nella storia in cui una banca centrale ha deliberatamente fatto crollare il sistema bancario del proprio paese, al fine di forzare la sua agenda politica imponendola al governo eletto. Eppure questo è esattamente quello che è successo sotto Draghi.

 

Questa esperienza mostra anche che i problemi dell'area dell'euro si estendono ben oltre le differenze tra i Paesi o il fatto che manchino meccanismi di stabilizzazione a livello federale e istituzioni veramente rappresentative (sebbene tutte queste cose siano vere). La realtà è molto più inquietante: nel corso dell'ultimo decennio, l'eurozona si è evoluta dal managerialismo post-democratico a una gabbia di ferro autoritaria. E, in larga misura, di questo dobbiamo ringraziare Mario Draghi.

 

 

Thomas Fazi è scrittore, giornalista, traduttore e ricercatore. È coautore di "Reclaiming the State: A Progressive Vision of Sovereignty for a Post-Neoliberal World" (Pluto Press; 2017).

 

 

21/10/18

Perché l'isteria sul Def italiano non ha senso

Gli organi di informazione, con sprezzo del ridicolo, lanciano quotidianamente l’allarme rosso sugli sforamenti di qualche punto di indici economici da ben pochi davvero compresi nel loro complesso calcolo e funzionamento. Ottimo dunque questo articolo pubblicato sul sito dell’Institute for New Economic Thinking, che mostra come, se si stenta a capire il senso dei parametri imposti dall’Unione europea è, molto semplicemente, perché questo senso non c’è. Formule e modelli basati su presupposti economici sbagliati servono più che altro a confondere e distrarre l’opinione pubblica, che discutendo a perdifiato (e spesso anche a vanvera) su cifre e percentuali perde la sostanza che c’è sotto: una strategia economica fondata su modelli irrealistici, ormai smentiti anche a livello accademico, al servizio di un disegno politico.

 

 

 

 

Di Orsola Costantini, 10 ottobre 2018

 

Le reazioni alle cifre inserite nel documento programmatico di bilancio si basano su ipotesi screditate e tradiscono un fondamentale fraintendimento della crescita economica e dell'austerità.

 

In questi giorni, niente accende gli animi come un nuovo documento programmatico di bilancio. Se poi è presentato dal governo più controverso (o forse al secondo posto) in Unione europea, quello italiano del Movimento Cinque Stelle e Lega, l’agitazione è garantita.

 

Il 27 settembre il ministro delle Finanze italiano Giovanni Tria ha comunicato alla Commissione europea l'intenzione di apportare modifiche al programma di bilancio stabilito dal precedente governo. "Il nuovo programma genererebbe un rapporto deficit/ PIL del 2,4% nel 2019, implicando un saldo strutturale di bilancio in rapporto al PIL di -0,8%, ossia una deviazione programmata dell'1,4% rispetto all'obiettivo.

 

I mercati finanziari e i media hanno reagito duramente. Pierre Moscovici, commissario europeo per gli Affari economici e finanziari, e il presidente della Commissione europea Jean Paul Juncker hanno entrambi espresso forte scontento, mentre i rendimenti dei titoli decennali sono saliti al di sopra del 3,5% per la prima volta in quattro anni. Il vice primo ministro e leader del movimento Cinque stelle, Luigi Di Maio, ha commentato che "C’è qualche istituzione europea che con le dichiarazioni gioca a far ballare lo spread, a far terrorismo sui mercati". Il 5 ottobre, la lettera ufficiale di risposta della Commissione al ministro ha espresso "seria preoccupazione" per i cambiamenti previsti, generando ulteriori turbolenze sui mercati. Il 9 ottobre, il Fondo monetario internazionale (FMI) e la Banca centrale italiana si sono uniti al coro con nuovi ammonimenti.

 

I leader del governo italiano hanno risposto fermamente che non avrebbero fatto marcia indietro sul programma e hanno criticato in modo esplicito e aperto l'establishment europeo. Anche il volto moderato della coalizione, il premier italiano Giuseppe Conte, ha alzato il tiro, mettendo in discussione le priorità della Commissione europea, della Banca d'Italia e del Fondo monetario internazionale: ha assicurato che il suo governo resta impegnato a contenere il debito pubblico e a mantenere la stabilità fiscale, ma ha affermato che l’obiettivo è impossibile da raggiungere senza crescita economica. Il ministro per gli Affari europei, l’economista Paolo Savona, ha affermato addirittura che sarebbe necessario un rapporto deficit/PIL superiore al 2,4%.

 

In effetti, reazioni così accese al nuovo programma di bilancio sono ingiustificate. In realtà gli obiettivi stimati che il nuovo programma non rispetterebbe (in misura minima) non sono attendibili e si basano su principi macroeconomici errati. Inoltre, a dispetto delle accuse di prodigalità, l'Italia in realtà ha un importante avanzo primario (differenza tra spesa pubblica ed entrate al netto del pagamento degli interessi sul debito), e continuerà ad averlo anche se il governo confermerà i suoi piani (vedi figura 1). Se qualcosa dovrebbe generare una "seria preoccupazione", piuttosto, è il fatto che il Paese continui sulla strada dell'austerità, che si è dimostrata recessiva; ha bloccato il Paese nella stagnazione e ha esposto il suo sistema bancario a una dose di stress ancora maggiore. Con gli investimenti pubblici a livelli storicamente bassi, la disoccupazione ancora superiore al tasso del 2008 in tutte le regioni e un tasso di disoccupazione giovanile superiore al 30%, è ben difficile non vedere i validi motivi a sostegno della necessità di uno stimolo fiscale.

 

 



 

 

Figura 1 Fonte: BCE Statistical Data Warehouse


 

Quanto alle lettere spedite al governo dalla Commissione europea, non rappresentano nulla di straordinario: la corrispondenza fa parte delle procedure di monitoraggio fiscale dell'Unione europea, rigorosamente pianificate e regolamentate. Neanche il giudizio negativo contenuto nella lettera della Commissione è una novità per un governo italiano. Nell’ottobre 2017, per esempio, la Commissione ha inviato una lettera analoga all'allora ministro delle Finanze Pier Carlo Padoan, in risposta al programma proposto dal governo per il 2018 e gli anni successivi, contestando il fatto che il piano si sarebbe discostato di 0,4 punti percentuali dall’obiettivo concordato per il 2018:

 

"Per il 2018 [il programma di bilancio provvisorio] prevede uno sforzo strutturale (di riduzione del deficit, ndT) dello 0,3% del PIL, che una volta ricalcolato dai servizi della Commissione [...] rappresenta lo 0,2% del PIL. Questo sforzo strutturale è inferiore all'impegno per almeno lo 0,6% del PIL richiesto in base [...] al patto di stabilità e crescita [...]. " La Commissione concludeva: "Questo indica il rischio di una significativa deviazione dagli impegni richiesti nel 2017 e nel 2018 insieme. Accetteremmo quindi volentieri ulteriori informazioni sulla composizione precisa dello sforzo strutturale previsto [nel programma di bilancio provvisorio].”

 

Ciò che è più interessante è la lettera di risposta allora inviata da Padoan, che esprimeva preoccupazione riguardo alla metodologia concordata per la stima delle cifre in discussione:

 

"L'Italia sta ancora vivendo condizioni cicliche difficili, sebbene in miglioramento. L'output gap è stimato a -2,1% del PIL potenziale nel 2017 e -1,2 nel 2018. Le stime della Commissione nelle Previsioni di primavera erano pari a -0,8% per il 2017 e 0,0 per il 2018. In previsione di una probabile revisione delle proiezioni di crescita del PIL reale nelle prossime "Previsioni d'autunno", queste cifre indicano un gap positivo nel 2018, un risultato che ci sembra in contrasto con tutte le evidenze macroeconomiche disponibili [...] "

 

Alla fine, la Commissione e il Consiglio hanno accettato il programma di bilancio e non hanno avviato una procedura formale per disavanzo eccessivo (che potrebbe portare a sanzioni). Ma le domande sul metodo sollevate da Padoan sono rimaste fondamentalmente senza risposta. Sono ancora valide oggi?

 

L'Unione europea utilizza diversi indicatori di solidità fiscale per giudicare se un paese stia progredendo verso il suo obiettivo di medio termine. Questi sono, in generale: il rapporto debito/PIL, deficit/PIL, saldo primario/PIL e saldo strutturale/PIL.
Le previsioni sulla dinamica del debito e sul rapporto tra deficit e PIL implicano già un certo grado di incertezza in merito alla crescita delle entrate e alle sue componenti. Ma quando si tratta di saldo strutturale e output gap, ovvero di quella che era la preoccupazione sollevata da Padoan, la storia diventa ancora più complicata. Queste stime equivalgono a capolavori di travestimento statistico.

 

Richiedono infatti una valutazione di quanto il paese sta crescendo rispetto alla sua crescita potenziale. Ma quest'ultima, ovviamente, non è osservabile. Per questo la sua stima richiede un modello per stabilire come la politica fiscale e, più in generale, le politiche pubbliche influenzino la crescita.
Inutile dire che in economia non esiste un consenso su quale modello usare. Molti studiosi affermati, come Olivier Blanchard, ex capo economista del FMI, hanno criticato la metodologia infine adottata dalla Commissione europea. La Commissione stessa sembra un po' confusa riguardo ai risultati, viste le continue revisioni dell'output gap per l'Italia, come sottolinea Padoan nella sua lettera (figura 2).

 

 



 

 

Figura 2. Stime dell’0utput gap per l'Italia da parte della Commissione in momenti diversi. I colori mostrano l'anno in cui la stima viene effettuata, i punti indicano gli anni a cui si riferisce.


Fonte: Direttore europeo della commissione Affari generali, economici e finanziari, Valutazione del programma di stabilità dell'Italia dal 2014 al 2018 (Stime di primavera)


 

Ma oltre alla inaffidabilità, questa formula ha un problema più sostanziale: nella sua costruzione assume che la spesa pubblica in deficit non possa avere un impatto strutturale sulla crescita. Ciò significa che un aumento del deficit non può stimolare una crescita senza inflazione e che una diminuzione del deficit non ha effetti depressivi. Di conseguenza, qualsiasi diminuzione del tasso di crescita non può mai, per definizione, essere interpretata come conseguenza dell'austerità.

 

Questa ipotesi è in contrasto con ciò che ormai affermano anche economisti mainstream di spicco.

 

Quindi, che cosa determina la crescita potenziale, secondo la Commissione? Una componente importante, alla quale possiamo probabilmente tutti fare riferimento, è il tasso di disoccupazione strutturale, o “tasso di disoccupazione di equilibrio, tale da non generare pressioni salariali” (NAWRU – Non Accelerating Wages Rate of Unemployement), ovvero il più basso tasso di disoccupazione cui si può arrivare senza provocare la crescita dei salari e dell'inflazione. La figura 3 mostra come quest'ultima costruzione ipotetica si comporta in relazione al tasso di disoccupazione reale. La differenza tra le due serie è rilevante: maggiore è la differenza, maggiore è l’output gap e quindi lo spazio di flessibilità fiscale concesso a un paese.
Ma, guarda caso, più alto è il tasso di disoccupazione reale, più è alto anche il tasso di disoccupazione strutturale, il che lascia sostanzialmente invariato l’output gap.

 



 

 

Figura 3. In blu il tasso di disoccupazione reale e in rosso il NAWRU, dati scaricati da AMECO nel 2013, al culmine della crisi del debito sovrano. La Commissione stimava allora che la Spagna avesse un tasso di disoccupazione ottimale del 24%.


 

La logica è chiara: l'ipotesi è che la disoccupazione sia dovuta a fattori strutturali, come la rigidità del mercato del lavoro, e che i deficit fiscali possano raramente essere d'aiuto. Anche se fossimo d’accordo, sarebbe ben difficile spiegare perché la Spagna nel 2004 abbia avuto un tasso di disoccupazione strutturale del 10,4%, mentre nel 2013 del 24%, dato che il mercato del lavoro nel frattempo era diventato più flessibile. In Italia, il tasso di disoccupazione per il 2018 è attualmente del 10,8% e la stima del NAWRU è del 9,94%.
Lasciamo da parte i dibattiti tecnici: la decisione è in ultima analisi politica. Le formule oscure e i modelli traballanti si prestano proprio a questo: a giustificare ciò che viene deciso a porte chiuse. Nel frattempo, tuttavia, la contesa sulle cifre avrà distolto l'attenzione dei cittadini europei da una discussione sugli ampi obiettivi sociali che l'Europa dovrebbe raggiungere.

 

Tuttavia, resta difficile capire perché, in un contesto politico che minaccia la fondazione stessa dell'UE, la Commissione europea abbia deciso di evocare lo spettro di una catastrofe finanziaria per un aumento dell'1,4% rispetto a una stima che si è dimostrata ripetutamente inaffidabile e che la maggioranza degli economisti contesterebbe.

14/10/18

Vítor Constâncio liberato: abbiamo sbagliato

Frances Coppola discute un discorso tenuto alla London School of Economics dall'ex vicepresidente della BCE Vítor Constâncio, confutandone di netto un punto: che le conseguenze drammatiche delle politiche economiche fallimentari applicate nell'Eurozona non potessero essere previste. Non solo erano prevedibili, corregge decisamente la Coppola, ma molti avevano messo in guardia sulle loro conseguenze. I leader politici però si sono dimostrati ciechi e sordi, provocando una depressione epocale in Grecia e una persistente recessione in tutta l'Eurozona. E - aggiunge Coppola - continuano a farlo, oggi, insistendo sul consolidamento dei bilanci e interrompendo il QE in un'Eurozona con un tasso di disoccupazione medio ancora all'8%.

Dato che in ogni crisi c'è qualcuno che ci guadagna, e questi sicuramente non sono i lavoratori né le fasce più deboli della popolazione; e dato che il fenomeno si ripete su scala internazionale, allargando il gap tra nazioni vincenti e perdenti, c'è da chiedersi se davvero si possa parlare semplicemente di "errori". O invece di politiche che non hanno come scopo il benessere universale, come ripete una ormai screditata propaganda, ma tutt'altro.

 

di Frances Coppola, 8 ottobre 2018

 

 

Trovo sempre affascinanti le opinioni di chi ha lasciato importanti incarichi istituzionali, non ultimo per la loro tendenza a diventare più espliciti una volta che hanno lasciato l'incarico. Alcuni esprimono opinioni molto più radicali di quelle che avevano durante il loro mandato: e sto pensando a Larry Summers e Adair Turner. Altri diventano critici verso le istituzioni che hanno guidato: è successo per esempio a Mervyn King.

 

L'ultimo ex che ha rivelato il suo vero pensiero è Vítor Constâncio, vicepresidente della BCE dal 2010 al 2018. In una interessantissima conferenza tenuta alla London School of Economics (LSE), ha discusso delle cause della crisi dell'euro, delle risposte politiche che ci sono state, e di che cosa si debba fare per evitare che si verifichi di nuovo un simile disastro. L'intera lezione è disponibile su un podcast della LSE (solo audio, purtroppo), ma Vítor ha pubblicato su Twitter quattro slide tratte dalla sua presentazione, corredate da brevi commenti.

 

La slide che ha attirato più attenzione è questa, e sembra che molti l'abbiano interpretata come una sorta di mea culpa.

 



ERRORI STRATEGICI

La crisi è stata aggravata da alcuni errori nella politica economica, che sono diventati anche più evidenti a posteriori, ma erano più difficili da prevedere in tempo reale nel corso di eventi senza precedenti. Alcuni esempi:

- l'eccessivo sforzo di correzione richiesto alla Grecia, che generò un crollo del PIL ben superiore a quello previsto nel programma;

- l'eccessivo consolidamento fiscale generale, che spiega per la maggior parte la doppia caduta recessiva nel 2012-2013;

- il processo protratto di ristrutturazione del debito greco (da ottobre 2010, alle decisioni di luglio 2011, alle conclusioni di febbraio 2012) che generò turbolenze e contagio;

- la controversa decisione di alzare i tassi di interesse nel 2008 e nel 2011, benché velocemente corretta. La decisione di avviare l'OMT fermò la "crisi esistenziale" dell'euro, ma ci fu un uso ritardato del QE, che rese la politica monetaria meno espansiva per diversi anni. Le previsioni in tempo reale non furono in grado di cogliere né la gravità della doppia caduta recessiva né il protrarsi del periodo di bassissima inflazione.

 

Sembra davvero che la slide si possa interpretare in questo modo. Ma non ne sono proprio così sicura. Nel podcast, Vítor ripete che questa è la sua visione col senno di poi, ma che al momento dei fatti molto di tutto questo non si poteva sapere. Le uniche mosse politiche che a suo avviso erano state chiaramente sbagliate sarebbero stati i due aumenti dei tassi d'interesse, uno nel 2008 e l'altro nel 2011 - e sottolinea che sono stati rapidamente corretti, e che quindi non hanno potuto contribuire in grande misura allo scatenarsi della crisi dell'euro e al crollo greco. Un titolo alternativo per la sua conferenza potrebbe essere "Il senno di poi".

 

E invece al momento di quegli eventi, molte persone - inclusa me - erano convinte che una severa austerità a carica frontale contro la Grecia avrebbe peggiorato i problemi di debito del Paese. Estraendo dai nostri scaffali le nostre copie ben consumate dall'uso della Teoria delle grandi depressioni come effetto del debito e della deflazione di Irving Fisher e Gabbie d'oro di Barry Eichengreen, le abbiamo sventolate sotto il naso dei politici.

 

Le nostre grida non sono state ascoltate. A quanto pare Eichengreen non era pertinente, perché la Grecia non era legata a un gold standard, benché fosse intrappolata in un'unione monetaria mal progettata e incompleta che si comportava come un gold standard ancora più potente. E Fisher non sarebbe stato pertinente perché i problemi di debito della Grecia erano interamente stati causati dal governo del paese e, naturalmente, non avevano assolutamente nulla a che fare con il comportamento di banche mal gestite e imprudenti, specialmente quelle francesi e tedesche. In una infelice ripresa del modo in cui la stampa britannica descriveva gli irlandesi celtici al tempo della carestia del 1846-51, la stampa popolare, in particolare in Germania, dipingeva i greci come "pigri" e "assistiti". Nessuno propose di ammorbidire il colpo.
Così abbiamo guardato, impotenti, la Grecia che attraversava tutte le tappe descritte da Fisher. Non c'è da sorprendersi che la crisi greca sia diventata profonda come quella degli Stati Uniti negli anni '30. Ed è durata più a lungo. A dire il vero, non è ancora finita.

 

E quindi: il collasso della Grecia era prevedibile ed era stato previsto. Ma chi aveva previsto le conseguenze degli errori di politica economica elencati da Vítor è stato ignorato e messo a tacere, esattamente come chi aveva previsto la crisi finanziaria del 2007-8 era stato ignorato e messo a tacere.

 

Molti di noi avevano inoltre avvertito che il concomitante consolidamento fiscale in tutta l'UE, senza compensazione monetaria, avrebbe avuto effetti deflazionistici. In effetti, su questo keynesiani e monetaristi furono, per una volta, uniti: non concordavano su se fosse più importante uno stimolo fiscale o il QE, ma concordavano che non avviare nessuno dei due avrebbe reso il recupero praticamente impossibile. Ma anche loro sono stati ignorati. I politici "hanno sentito quello che volevano sentire e hanno ignorato il resto ".

 

Tuttavia, ormai lanciare una caccia alle streghe contro i politici che sono stati ciechi e sordi agli avvertimenti è inutile (magari non invitarli tutti i giorni in televisione potrebbe però aiutare, ndt). Quello che conta è che il mondo impari dagli errori che hanno commesso.

 

A questo riguardo, il contributo di Vítor rappresenta un importante passo in avanti. Pochi tra i politici europei coinvolti nella crisi dell'euro e nei salvataggi della Grecia hanno mostrato la benché minima volontà di ammettere che le loro decisioni hanno causato una depressione che si sarebbe potuta evitare in diversi paesi della zona euro e un decennio di stagnazione in tutta l'UE nel suo insieme. Giusto per fare un esempio, di recente ho letto la versione della crisi dell'euro data da Jeroen Dijsselbloem. Deve ben sapere che cosa hanno provocato le politiche sostenute dalla Troika: ma da nessuna parte emerge un’ammissione del proprio ruolo nell'averle sostenute. Piuttosto, sembra compiaciuto e autocelebrativo. Penso che darei al suo libro il titolo alternativo "Non è stata colpa mia".

 

Ma ancora più importanti sono le classifiche che Vítor ha pubblicato su Twitter. Questa è la prima coppia

 



Il primo grafico mostra la pronunciata recessione a doppia caduta  dell'Eurozona, che sembra aver provocato danni permanenti alla crescita della sua economia rispetto agli Stati Uniti.

 

Giustamente, a mio avviso, Vítor ne attribuisce la colpa principalmente alla concomitante restrizione fiscale durante e dopo la crisi dell'euro. Ma i responsabili delle politiche dell'Eurozona non hanno imparato dai loro errori. La disoccupazione nell'Eurozona è attualmente all'8%, e molto più alta in alcuni paesi. Se la disoccupazione degli Stati Uniti fosse ancora così alta, i politici avvierebbero uno stimolo fiscale e la Fed farebbe un QE senza fine. E invece che cosa stanno facendo i governi dell'Eurozona? Aggiustamento dei bilanci. E che cosa sta facendo la BCE? Interrompe il QE quest'anno. Gli errori di politica economica continuano.

 

Il secondo grafico mostra quanto duramente è stata colpita la periferia dell'Europa rispetto al nucleo. Il divario si è leggermente ridotto negli ultimi due anni, ma è ancora grande. La stretta della politica fiscale e la fine del QE renderanno praticamente impossibile per loro recuperare. Gli errori di politica economica continuano ancora.
Ma è il terzo grafico di Vítor che mi ha davvero colpito. Qui, in glorioso technicolor, sono mostrate le origini della crisi dell'euro. Le sua basi sono state poste ancora prima che l'Euro venisse creato.

 



Ora sappiamo che gran parte della rapida crescita, dal 1995, in poi è stata una bolla di credito. Ma perché è iniziata proprio allora? Qual è stato il cambiamento di politica che ha innescato la bolla del credito?

 

Nel podcast (davvero, vale la pena ascoltarlo), Vítor identifica due shock finanziari: convergenza dei tassi di interesse reali nella zona euro dopo il trattato di Maastricht del 1992; grandi afflussi di credito dal centro verso la periferia dopo la creazione dell'euro.

 

Non sposa l'idea che la crisi dell'euro sia stata principalmente una crisi della bilancia dei pagamenti. Né incolpa la politica fiscale -  anzi afferma che la stretta fiscale necessaria per compensare gli enormi afflussi diretti, per esempio, verso l'Irlanda, sarebbe stata irraggiungibile. Aggiungerei che, dato che una stretta fiscale trasferisce il debito dal settore pubblico al settore privato, non è in grado di contrastare in modo efficace una bolla di credito del settore privato e potrebbe potenzialmente peggiorare le cose.

 

Vítor osserva che la bolla del credito era in gran parte relativa a debito privato e identifica due cause principali: tassi di interesse bassi e in calo nella periferia rispetto ai livelli pre-Maastricht; mancanza di vigilanza e regolamentazione bancarie paneuropee.

 

È difficile non essere d'accordo con questo, ma non penso che sia una spiegazione sufficiente. Penso che alla base di questi problemi pratici derivanti dalla natura incompleta dell'unione monetaria ci fosse una questione di economia politica che è spesso trascurata. Ovvero che l'abbassamento dei tassi di interesse e l'eliminazione degli ostacoli alla circolazione dei capitali erano intesi a consentire ai paesi più poveri che aderivano all'unione monetaria di "recuperare". Gli afflussi di capitali che Vítor dice "non ci sarebbero mai dovuti essere " furono accolti con favore dai governi, perché insieme a loro arrivarono posti di lavoro, potere d'acquisto e standard di vita più elevati.

 

Si può costruire un'economia basata sul debito finché i creditori non cambiano mai idea. Ma se decidono di ritirare i loro fondi, l'edificio costruito sul debito crolla improvvisamente. Se il debito è prevalentemente privato, possono verificarsi diffuse insolvenze e bancarotte, con conseguente aumento della disoccupazione e diminuzione dei salari reali - la classica "spirale deflazionistica da debito". Ma se anche gli Stati hanno preso a prestito estensivamente - come hanno fatto sia la Grecia che il Portogallo - il risultato può essere il default sovrano, un'economia che collassa e forti cali degli standard di vita. Imporre una severa austerità come prezzo della riduzione del debito non fa altro che peggiorare le cose.

 

Questo è ben noto nei paesi in via di sviluppo, dove il debito non rimborsabile è stato ridotto molte volte - sebbene di tanto in tanto purtroppo alcuni di essi dimentichino e si allarghino eccessivamente, e poi arriva lo "stop improvviso", la deflazione dovuta al debito, la cancellazione del debito e la sequenza del programma dell'FMI si ripete, come sta accadendo attualmente in l'Argentina. L'hubris dei governi dell'Eurozona è stata pensare che a loro non potesse succedere. Credevano che l'unione monetaria stessa avrebbe permesso loro di prendere a prestito per risorgere, senza temere che il costo del loro debito sarebbe andato fuori controllo. Quanto si erano sbagliati.

 

Le prescrizioni politiche di Vítor potrebbero impedire una seconda crisi dell'euro? Ecco i suoi consigli:

 



1) Considerando il modo in cui la crisi si è sviluppata e la situazione corrente, le priorità dovrebbero essere:

- Affrontare il problema della fragilità di mercato del debito sovrano (crisi di liquidità, "sudden stops" e rischio di ridenominazione);

- Completare l'Unione bancaria e affrontare la situazione delle banche in condizioni di fragilità.

- Sviluppare una sistema di Stabilizzazione europeo per affrontare gli shock significativi.

 

2) Altre riforme necessarie includono la revisione del Patto di Stabilità e la effettiva creazione di una unione del mercato dei capitali.

 

Di nuovo, è difficile non essere d'accordo. Ma sono stata colpita dai commenti di Vítor all'inizio del podcast. "Sembra che al momento non ci sia la volontà politica di fare alcunché di significativo", ha detto, aggiungendo che i responsabili delle politiche si sentono meno spinti a fare riforme, perché la situazione nell'Eurozona sta migliorando. Ha descritto questo come un "falso senso di sicurezza".

 

Il principio guida dell'Unione monetaria è che i governi devono farsi carico delle conseguenze sui mercati delle loro decisioni fiscali. Questo è il motivo della clausola del "no bailout" inserita nel Trattato di Lisbona. Finché la situazione è questa, trovo difficile vedere come i mercati del debito sovrano potrebbero essere riformati per eliminare rischio di crisi di liquidità, arresti improvvisi del credito e rischio di ridenominazione. Eliminare la possibilità che un governo che infrange le regole fiscali possa subire forti aumenti dei costi di finanziamento, essere spinto vicino al default o costretto a lasciare l'Eurozona mina sicuramente e fatalmente il Fiscal Compact. Dopotutto, se un governo può infrangere le regole senza conseguenze, quale cogenza possono avere queste regole?
Certo, Vítor pensa che difficilmente si ripeteranno le circostanze che hanno causato la crisi dell'eurozona:



 

 

Tuttavia, il doppio shock iniziale dovuto a tassi molto più bassi ed enormi afflussi di capitali è stato uno shock una tantum per i paesi con un precedente regime di inflazione e tassi più elevati. Non può ripetersi sulla stessa scala in futuro. La convergenza dell'inflazione e dei tassi è ora stabilita. 

 

Forse ha ragione. Ma mi chiedo una cosa. Potrebbe essere che, invece di abituarsi al convergere dei tassi di interesse e dell'inflazione, ciò a cui ci si sta abituando sia la continua pressione sui governi perché stringano la politica fiscale? Se è così, allora un governo che sfugge al laccio potrebbe rompere di nuovo l'intera costruzione. Il debito dei governi che si rifiutano di conformarsi alle regole dell'Eurozona comporta un rischio di ridenominazione - perché alla fine, se non si atterranno alle regole della moneta unica, dovranno lasciarla. Questo è il motivo per cui i rendimenti sul debito sovrano italiano oggi sono in aumento.

 

Vale la pena ricordare che l'OMT, il freno di sicurezza della BCE per il debito sovrano, è subordinato al rispetto da parte dei governi delle regole fiscali. Non è mai stato messo alla prova. Un giorno, forse, lo sarà. E allora forse guarderemo il sequel del film Eurocrisi: "Eurocrisi 2", in alternativa intitolato "Il giorno che saltò il Fiscal Compact".