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06/12/21

Il folle raid dell'UE nella City è un pericolo per il mondo



In un contesto internazionale in cui si tende a un rialzo dei tassi, la necessità della Ue di mantenerli bassi nel tentativo di salvare l'euro e con esso il debito dei paesi del sud presto nuovamente a rischio, a causa della costruzione fragile e pericolosa dell'eurozona, cozza con le esigenze del resto del mondo e rappresenta un continuo azzardo finanziario, con conseguenze potenzialmente disastrose per tutti. Ne parla senza mezzi termini sul Telegraph Barnabas Reynolds, uno dei massimi esperti in materia di mercati finanziari e regolamentazione bancaria.


di Barnabas Reynolds, 4 dicembre 2021

La Commissione europea sta puntando molto sulla "autonomia strategica" nei servizi finanziari, sostenendo che dopo la Brexit vi è la necessità di spostare le attività finanziarie dal Regno Unito all'UE.

La ragione principale della forte pressione dell'UE potrebbe non essere immediatamente evidente a tutti. Non è solo una questione di posti di lavoro.

Alla base della spinta per il business c'è il bisogno di controllare e poter modificare gli standard di regolamentazione finanziaria globale per alleviare le pressioni del mercato sul progetto euro, estremamente fragile e pericoloso. Tuttavia, l'idea è avventata e le conseguenze di un tale approccio, se l'UE dovesse avere successo, potrebbero essere disastrose per l'economia mondiale.

La ragione di ciò deriva dalla struttura della zona euro. Il diritto dell'UE divide la sovranità della zona euro tra gli Stati membri, che sono responsabili ai fini fiscali, e la Banca centrale europea, che disciplina le questioni monetarie. Di conseguenza, nessuno dei due è sovrano.

A differenza dei veri sovrani, come il Regno Unito o gli Stati Uniti, gli stati membri della zona euro non possono richiedere alla BCE di stampare una maggiore quantità di moneta per ripagare i debiti. Quindi gli unici soldi su cui possono contare sono quelli derivanti dalla loro base imponibile.

Il debito degli stati membri viene utilizzato per finanziare la zona euro. Ingenti somme sono detenute da investitori UE e internazionali. A causa della mancanza di un emittente sovrano, quegli investitori corrono il rischio costante di insolvenza degli Stati membri - a parte una quantità relativamente piccola di obbligazioni dell'UE emesse per il finanziamento del Covid.

L’eurozona si sta finanziando sulla base di un debito di qualità sub-sovrana, che la rende altamente vulnerabile al sentimento del mercato. Nello stesso tempo,  l'UE ha cercato di costringere il mercato a considerare i suoi accordi come normali e appropriati per una zona valutaria.



Le leggi e i regolamenti dell'UE richiedono alle società finanziarie dell'UE di trattare il debito sub-sovrano degli Stati membri come fosse sovrano. Inoltre, alcuni dei costi derivanti dal sistema sono stati ignorati o nascosti, con l'adozione di regole contabili che consentono alle società finanziarie di registrare delle attività, come i crediti in sofferenza, come altro rispetto a ciò che sono realmente.

Allo stesso modo, le regole contabili implicano che le passività che i mercati assumono siano a carico di stati membri ricchi come la Germania, di fatto non compaiono nel relativo bilancio, fornendo un'immagine fuorviante di salute finanziaria.

Il problema fondamentale è che il costo della mutualizzazione dei debiti degli Stati membri della zona euro e della creazione di uno stato unitario è un costo politicamente troppo alto, ed è chiaro che tutto ciò non accadrà a breve. Inoltre, il costo di una corretta capitalizzazione e applicazione degli standard internazionali al sistema finanziario dell'UE, per riflettere il rischio derivante da questo sistema, sarebbe proibitivo. L’evolversi di queste finzioni sta creando dei punti critici, e quello più in vista è l'euro-clearing.

Si tratta di un sistema in base al quale, per alcune negoziazioni di derivati ​​liquidi, una clearing house (o stanza di compensazione) diventa l'acquirente per ogni venditore e il venditore per ogni acquirente. Ciò consente di ridurre il rischio sui mercati finanziari attraverso la compensazione delle posizioni.

I contratti compensati risultanti contengono esposizioni a lungo termine e la clearing house raccoglie garanzie, spesso giornalmente, dai partecipanti al mercato per adeguarsi alle fluttuazioni del valore delle esposizioni.

Trilioni di rischi vengono eliminati in sicurezza nel Regno Unito; ma l'UE desidera controllare questa funzione e potenzialmente tassarla per raccogliere fondi per l'eurozona.

L'UE ha minacciato di non consentire alle società finanziarie dell'UE di utilizzare le clearing house del Regno Unito, non utilizzando i suoi poteri per dichiararle sicure. Questo nonostante gli standard del Regno Unito siano più elevati, perché, a differenza dell'UE, il Regno Unito non sta cercando di nascondere le crepe di un sistema finanziario costruito a metà, mascherando così i pericoli derivanti dall'eurozona.




La Commissione europea ha recentemente deciso di sospendere i suoi sforzi per smantellare l'attività delle stanze di compensazione del Regno Unito, affermando che continuerà a riconoscere l'uso delle stanze di compensazione del Regno Unito, temporaneamente, in attesa di riuscire nell’intento di ospitare l'attività all'interno dell'UE.

Ma la Commissione ha chiarito che il suo impegno in questo senso non si ferma. L'UE sostiene che la compensazione dell'euro è una parte essenziale della sua catena di approvvigionamento, che deve controllare e che pertanto deve essere onshore.

L'UE protesta perché nel 2011 e nel 2012 la London Clearing House – una delle tre principali stanze di compensazione del Regno Unito -  ha aumentato gli “haircut” o sconti applicati al valore delle obbligazioni degli Stati membri dell'area dell'euro meridionale ricevute dalla stanza di compensazione come garanzie reali, per tener conto del loro valore effettivo all'epoca.

Tuttavia, il regime giuridico del tutto particolare dell'UE per la zona euro significa che i tentativi dell'UE di spostare la compensazione dell'euro al suo interno sono, in effetti, avventati.

Il desiderio dell'UE di limitare l'attualizzazione del debito della zona euro da parte delle clearing house comporterebbe un rischio estremo nel momento in cui i mercati avessero una visione diversa del valore di quel debito, ad esempio perché ritengono peggiorate le condizioni fiscali all'interno dello Stato membro.

Il controllo dell'UE significherebbe che una clearing house correrebbe un rischio maggiore, per volontà dei regolatori dell'UE, che le sue garanzie non siano sufficienti a coprire le perdite; e poiché la clearing house si trova nel mezzo, tra acquirenti e venditori, questo rischio sarebbe effettivamente mutualizzato tra le principali istituzioni finanziarie del mondo che forniscono ai propri clienti i servizi di compensazione.

All'UE piace spesso fare riferimento agli Stati Uniti come termine di paragone. Ma c'è una profonda differenza. Gli Stati Uniti sono un paese solo, con organi centrali dietro i quali sta il sovrano federale. Questo non è vero per l'UE.

L'UE sta cercando di correre prima di riuscire a camminare. Il mondo non può restare a guardare e permettergli di farlo, senza considerare i rischi del suo sistema monetario costruito a metà, unico rispetto a tutti gli altri.

 

24/04/20

Martin Wolf – Perché la BCE può salvare l’eurozona

"La BCE ha una potenza di fuoco praticamente illimitata ed è l'unica istituzione UE con la volontà e la capacità di agire", scrive Martin Wolf nella sua opinione sul Financial Times. Le alternative, come il ricorso al MES o i "coronabond" (o eurobond) sono inadeguate, troppo deboli e comunque controverse dal punto di vista politico per essere realizzate. Wolf, da europeista, si augura che la potenza di fuoco della BCE sia utilizzata per il salvataggio dell'euro, e questa non è esattamente la finalità che condividiamo. È comunque interessante che le voci più disparate si stiano sollevando da ogni parte per affermare con autorevolezza che non c'è altra soluzione percorribile, al momento attuale, se non un pieno e potenzialmente illimitato intervento della BCE con emissione di moneta, e che i prestiti sono del tutto inadeguati alla situazione.


di Martin Wolf, 21 aprile 2020


[La BCE] ha una potenza di fuoco praticamente illimitata ed è l'unica istituzione UE con la volontà e la capacità di agire.


L’eurozona sopravviverà al Covid-19? Se ci riuscirà, sarà per le stesse due ragioni per cui è già sopravvissuta alla crisi finanziaria: il timore di una rottura rovinosa e l’azione dell’unica istituzione capace di agire sulla dimensione di scala necessaria. Nel luglio 2012 Mario Draghi disse al suo audience a Londra: “Entro il nostro mandato, la BCE è pronta a fare qualsiasi cosa sia necessaria [whatever it takes, NdT] per salvare l’euro. E credetemi, sarà sufficiente”. La BCE lo sta dicendo anche adesso. Dovrebbe essere abbastanza.


04/04/20

NON ABBIAMO BISOGNO DI PRESTITI INTERNAZIONALI. FIRMIAMO PER IL PIANO DI SALVEZZA NAZIONALE.

In questo dramma di enormi proporzioni per il nostro paese e per il mondo, il Governo italiano sta venendo a patti con la Commissione europea su uno dei soliti finti e odiosi salvataggi che contraddistinguono questa disunione di Stati. È giunta l'ora di cambiare finalmente paradigma. Chiediamo al Governo e al Parlamento di utilizzare le risorse del nostro paese, che se impiegate nella maniera giusta possono egregiamente servire a finanziare un coraggioso Piano di Salvezza Nazionale. Sosteniamolo con la nostra firma.  




15/06/19

I mercati finanziari danno una mano a Salvini nella contesa con la Ue

Contrariamente a quanto oscuramente preconizzato dai tanti profeti di sventura pronti a salutare nello spread l'esecutore di un governo a loro non gradito, la condanna dei mercati nei confronti della coalizione gialloverde per ora si fa attendere. Al contrario, come rimarca anche Bloomberg, i titoli di Stato italiani stanno godendo di un autentico periodo di grazia. E la Commissione, nelle sue minacce contro l'Italia, si ritrova non soltanto a difendere regole sempre più evidentemente screditate, ma anche con in mano armi spuntate.

 

 

 

di JohnFollain, John Ainger e Chiara Albanese, 12 giugno 2019

 

Matteo Salvini deve un favore ai mercati finanziari. Il leader della Lega, partito di destra, è in rotta di collisione con l'Unione europea, ma gli investitori in titoli di Stato stanno acquistando entusiasticamente obbligazioni italiane, dandogli così spazio per proseguire nella sua crociata per tagliare le tasse.

 

Mentre la Commissione europea si appresta ad aprire una procedura di infrazione contro l'Italia per il mancato contenimento del debito pubblico, la pressione degli investitori nei confronti del governo populista si è alleggerita, grazie a un'offerta di obbligazioni conclusa con un pieno successo.

 

Mentre l'anno scorso la guerra con Bruxelles sulle finanze pubbliche aveva fatto schizzare lo spread tra btp decennali italiani e bund tedeschi a livelli che si erano visti ai tempi della crisi del debito dell'eurozona, la reazione dei mercati alle ultime minacce di punizioni contro l'Italia è stata scarsa. Nelle ultime settimane le obbligazioni italiane sono andate alla grande, sostenute dalla prospettiva di un altro stimolo monetario da parte della Banca centrale europea.

 

 

Questo rimbalzo lascia i funzionari di Bruxelles con meno strumenti in mano per costringere l'Italia a rimettere velocemente in linea le sue finanze pubbliche, e così la resa dei conti, se e quando arriverà, potrebbe essere ancora più rovinosa. Il debito del paese rappresenta una bomba a orologeria finanziaria che mette a rischio lo stesso euro, vista la posizione dell'Italia come terza maggiore economia dell'eurozona.

 

 

 

Cosa dicono gli economisti di Bloomberg...

 

"I recenti cambiamenti nei rendimenti dei titoli sovrani italiani suggeriscono che gli investitori stanno concedendo al governo populista il beneficio del dubbio sul fatto che alla fine troverà un modo per ridurre la spesa. Ma i finanziatori alla fine vogliono una prova concreta, come nei documenti di bilancio per il prossimo anno, che saranno pubblicati in ottobre." David Powell


 

Eppure, il sentire del mercato potrebbe inasprirsi, con il presidente del Consiglio Giuseppe Conte e il ministro delle Finanze Giovanni Tria in lotta entrambi per persuadere Salvini, la forza dominante nella coalizione, e il vice-premier Luigi Di Maio, del movimento anti-establishment Cinque Stelle, a limitare i loro tagli di imposte e programmi di spesa.  Ma gli investitori stanno comprando il debito italiano, a dispetto dei piani fiscali di Salvini e di Di Maio. Dato che il potere della Commissione in parte dipende dalle reazioni dei mercati, l'atteggiamento benevolo degli investitori concede respiro alla litigiosa coalizione di governo. Questo a sua volta aumenta il rischio politico di Bruxelles nell'infliggere una sanzione. La stessa Commissione si sta concentrando sulle misure correttive che vuole vedere adottate dal governo italiano - in mancanza di ciò, si prevede che il gruppo attiverà presto una formale procedura di infrazione.

 

Lo sprint italiano

I rendimenti sono crollati, a dispetto delle prospettive di una rinnovata tensione con l'UE



 

Il Tesoro italiano mercoledì ha approfittato dei rendimenti bassi per vendere 6 miliardi di euro di obbligazioni a 20 anni tramite un consorzio di collocamento, ricevendo ordini di acquisto quattro volte maggiori.

 

I rendimenti decennali sono ora in bilico intorno al 2,40%, un livello visto l'ultima volta prima che andasse al potere la coalizione populista a giugno dello scorso anno, e ben al di sotto del livello del 3,81% registrato in ottobre. Il differenziale rispetto ai rendimenti delle obbligazioni tedesche di durata simile, un indicatore di rischio chiave nel Paese, rimane elevato, a 266 punti base, dopo aver toccato il minimo del mese martedì.

 

Uno spread al livello di 400 punti base è stato ampiamente propagandato come il livello al quale il governo potrebbe collassare. Salvini una volta ha scherzato sullo spread, sostenendo che "ce lo mangiamo a colazione".

 

Il recente sprint del mercato obbligazionario ha reso attraenti i titoli del debito italiano perché gli investitori sono alla ricerca di rendimenti più elevati. "Quando lo spread a dieci anni arriva a 280 punti base, è un'opportunità semplicemente troppo buona per farsela scappare, nonostante la rischiosità connessa all'Italia", ha dichiarato Richard McGuire, responsabile della strategia degli investimenti della Rabobank International.

 

Obbligazioni protette

 

Secondo Raffaella Tenconi, fondatrice della società di consulenza ADA Economics di Londra, le obbligazioni italiane sono al momento protette.

 

"In un mondo in cui i titoli del Tesoro USA stanno comprimendosi strutturalmente e le tre banche centrali globali più importanti distorcono il mercato verso politiche di allentamento monetario, è praticamente impossibile che le obbligazioni italiane vengano svendute al punto da danneggiare seriamente l'economia o la sua struttura finanziaria", dichiara Tenconi. "E in ogni caso, qualsiasi svendita è un'opportunità di acquisto per gli investitori".

 

Pierre Moscovici, commissario europeo per gli affari economici e finanziari, ha ricordato al governo di Roma che Bruxelles attende maggiori informazioni.

 

"Siamo pronti a prendere in considerazione tutti i nuovi elementi che l'Italia potrebbe proporre, ma non perdiamo tempo", ha dichiarato Moscovici mercoledì ai giornalisti a Bruxelles. "La palla è nel campo dell'Italia".

 

La Commissione deve vedere un "percorso credibile per il 2019 e il 2020", ha aggiunto il commissario. "Nessuno dovrebbe dubitare che applicheremo le regole se i criteri non sono soddisfatti".

 

 

30/05/19

Juncker contro Salvini – La battaglia esistenziale della politica europea

Wolfgang Munchau commenta su EuroIntelligence l’attuale scenario europeo post-elezioni. La Commissione europea sta avviando una procedura per debito eccessivo contro l’Italia. Questa è riferita, a dire il vero, all’anno fiscale 2018, quando era in vigore la legge finanziaria del governo Gentiloni. Tuttavia, l’attuale scena politica italiana appare molto meno incline al compromesso di quanto lo fosse con il governo precedente, rendendo la situazione potenzialmente esplosiva alla luce degli equilibri in campo. Inoltre, a questa potrebbe aggiungersi a breve una procedura per deficit eccessivo.

 

 

 

Di Wolfgang Munchau, 30 maggio 2019

 

Nella battaglia in corso tra la Commissione europea e il governo italiano la posta in gioco è alta: il futuro della coalizione italiana, la credibilità delle regole fiscali UE, la solvibilità dello stato italiano e forse il futuro stesso dell’eurozona. Appare come l’ultima grande battaglia politica dell’uscente presidente di commissione Juncker.

 

Ieri Valdis Dombrovskis e Pierre Moscovici hanno inviato una lettera a Giovanni Tria, dandogli due giorni di tempo per giustificare il fatto che l’Italia non abbia ridotto il debito pubblico. Se Roma non dovesse produrre argomenti soddisfacenti - e non lo farà - rischia di esporsi al primo passaggio della procedura per deficit eccessivo.

 

La procedura si compone di diversi passaggi, di cui il primo è il report che la Commissione presenterà all’Ecofin per ulteriori procedimenti. Ciò che ne consegue è una procedura molto dettagliata, che potrebbe terminare con l’imposizione di penalità fiscali contro lo stato membro in questione. Questo finora non era mai successo. Abbiamo già sostenuto varie volte che l’eurozona si sottoporrebbe a un grave rischio, se dovesse intraprendere questa procedura.

 

Il casus belli, stavolta, non  è il deficit eccessivo, ma il debito pubblico. Nel 2018 il rapporto debito/PIL dell’Italia è aumentato dal precedente 131% al 132%. Secondo l’ultima previsione sull’Italia formulata dalla Commissione, nel 2020 si arriverebbe a un ulteriore aumento, fino al 135%. La richiesta di Matteo Salvini di realizzare una forte riduzione delle tasse sui redditi non viene ancora nemmeno presa in considerazione in questi numeri. La previsione per il deficit di bilancio, corretto per il ciclo economico, è del 3,4% nel 2020, rispetto al 2,1% di adesso. Il punto, in questo momento, è il debito, ma nel bilancio 2020 il grande nodo sarà lo sforamento del limite del deficit.

 

Qualsiasi argomento Roma utilizzi, verrà incluso nel report iniziale stilato secondo l’articolo 126 del trattato della UE. La Commissione sottoporrà quindi il report alla Commissione Economia e Finanza. Questo costituirà l’atto di inizio del procedimento.

 

Non abbiamo idea di quali argomenti Tria potrebbe avanzare per cercare di convincere la Commissione e gli altri governi dell’eurozona che la sua politica fiscale rispetta la lettera o lo spirito delle regole fiscali. Dato l’isolamento politico di Roma nella UE che conta, e dati gli organismi di sorveglianza dell’eurozona, ci aspettiamo che il procedimento faccia il suo corso. Questo, a meno che il governo italiano non abbandoni la sua attuale politica di aumento del debito e del deficit e concordi tagli alla spesa, aumenti delle tasse, o entrambe le cose.

 

Data la forza politica di Salvini, questo non accadrà in alcuno scenario concepibile. Poniamo l'attenzione su un paio di scenari simulati, circolati sui media italiani, che hanno cercato di tradurre i risultati delle elezioni europee a livello nazionale. Secondo queste simulazioni Salvini avrebbe la maggioranza con una piccola coalizione formata in alleanza con i post-fascisti di Fratelli d’Italia. Viene ipotizzato che per formare un governo non ci sia nemmeno bisogno dell’anemica Forza Italia guidata da Silvio Berlusconi.

 

Sommandosi alla controversia sul trattamento dei migranti, la radicalizzazione della politica italiana è a nostro parere il risultato diretto del tentativo dei precedenti governi di osservare le regole fiscali alla lettera, in particolare durante la presidenza di Mario Monti. È importante anche notare che la paventata procedura per deficit eccessivo è in realtà riferita all’anno fiscale 2018, per il quale la legge finanziaria fu redatta dal precedente governo, sotto la presidenza del Consiglio di Paolo Gentiloni. Questo conflitto sarebbe perciò sorto anche sotto un governo centrista.

 

L’attuale tendenza della politica italiana non favorisce il compromesso. Luigi di Maio, leader del Movimento Cinque Stelle, verrà sottoposto a un voto di fiducia online da parte dei membri del suo partito. Ma se anche la coalizione dovesse durare ancora per alcuni mesi, non riusciamo a immaginare come possa raggiungere un compromesso compatibile con i parametri di Maastricht in vista della prossima legge finanziaria. Siamo di fronte a un prevedibile sforamento di deficit significativo, ben oltre la soglia del 3%, in qualsiasi scenario. Un governo decisamente di destra sarebbe meno elastico dal punto di vista fiscale rispetto all'attuale grande coalizione, perché non si impegnerebbe a mantenere l’attuale costoso sistema di welfare voluto dal Movimento Cinque Stelle. Ciononostante, un’amministrazione guidata da Salvini sarebbe puro veleno per la UE. Più la UE preme contro il governo italiano, maggiore sarà il contraccolpo da parte dell'Italia stessa. Questo è il motivo per cui non mi unisco al sollievo per la presunta debolezza dei populisti. Penso che un trionfo di Salvini abbia un impatto sulle politiche della UE ben maggiore di 10 o 20 europarlamentari “radicalisti” in più.

 

Al tempo stesso non c’è molto che la Commissione possa fare ora. Il Trattato pone un obbligo legale alla Commissione affinché agisca in queste circostanze, e lettere simili sono già state recapitate al Belgio e a Cipro. La questione è ovviamente meno esplosiva nel caso di questi ultimi paesi, benché la missiva belga potrebbe rappresentare un fattore di complicazione nelle difficili trattative post-elettorali che stanno avendo luogo in Belgio in questo momento per formare una maggioranza di governo.

02/02/19

L'eurozona sta attraversando una crisi di identità e l'Italia ne sosterrà il peso

"Piuttosto che ripensare al loro modello economico sballato, i leader europei spingeranno l'Italia in una situazione ingestibile": così pochi mesi fa l'economista Ashoka Mody avvertiva che le politiche fiscali anticicliche necessarie a portare l'Italia fuori dalla sua lunga recessione rischiano di risultare impossibili e irrealistiche in una Unione dalla politica monetaria bloccata e che non recede dai suoi dogmi fallimentari di austerità fiscale.   Pochi mesi dopo, siamo al paradosso: la stessa Commissione che ha in tutti i modi cercato di ostacolare il governo italiano nella sua volontà di praticare strategie economiche anticicliche, ora gli punta il dito contro gettandoci sulle spalle la colpa della nuova "recessione tecnica" (anche se giustamente qualcuno osserva che parlare di "nuova" recessione è in realtà una lieve imprecisione).
Prima di giungere al punto di non ritorno, dice Mody,  sarebbe necessario trovare un accordo costruttivo su uno stimolo fiscale ben dimensionato e ben speso  - e naturalmente sbloccare la leva strategica della politica monetaria.


 

 

 

 

di Ashoka Mody, 16 novembre 2018

 

Potremmo trovarci di fronte all'aprirsi di un'altra crisi dell'eurozona. Come in tutte le crisi, ci sono due elementi centrali: la storia e la tragedia in sé.

 

La storia è chiara. L'eurozona è un progetto concepito male sin dall'inizio: per un gruppo eterogeneo di paesi, una politica monetaria unica era il classico caso di "taglia unica" che non va bene a nessuno. In particolare, l'Italia aveva bisogno del sostegno della svalutazione, divenuto impossibile una volta abbandonata la lira. L'Italia ora è bloccata in una crescita estremamente bassa e il minimo shock può spingerla verso la recessione.

 

La tragedia della zona euro nasce non solo dall'arroganza di un'impresa avviata contro il parere dei molti che avvertivano che sarebbe finita male. Nasce anche dalla mentalità che ha accompagnato il progetto. Poco dopo la sua creazione, è stato subito chiaro che i paesi membri non avrebbero istituito un'unione fiscale per trasferire risorse verso i paesi in recessione, al fine di compensare la mancanza di una propria valuta e di una politica monetaria indipendente. Come ho spiegato nel mio libro  EuroTragedy: A Drama in Nine Acts,(La tragedia dell'euro: un dramma in nove atti - ndr), un'unione fiscale era politicamente impossibile: i paesi proteggevano il nucleo della loro sovranità nazionale e si rifiutavano di rinunciare alle loro entrate fiscali. Nell'aprile del 1998, il cancelliere Helmut Kohl aveva dichiarato apertamente che la Germania non avrebbe mai pagato i conti di altri paesi. Se non avesse preso quell'impegno, non ci sarebbe stato nessun euro.

 

Data l'impossibilità di creare un'unione fiscale, la risposta giusta sarebbe stata abbandonare l'idea di un'unione monetaria. Invece a Maastricht nel 1991, per  l'insistenza tedesca, le autorità europee crearono una serie di regole fiscali - al cui centro era posto il limite del deficit di bilancio pari al 3% del Pil - come base per proseguire. L'austerità a livello nazionale, sosteneva la versione dichiarata dei fatti, avrebbe assicurato un'eurozona "stabile". Gli economisti avvisarono immediatamente che le regole erano profondamente dannose. Impongono infatti l'austerità proprio nel momento in cui un paese sta per entrare in recessione, peggiorando la recessione, forse in maniera molto grave. Sono diventate famose le parole dell'ex presidente della Commissione europea Romano Prodi, sul fatto che le regole fiscali erano "stupide".

 

Eppure, come lemming, le autorità europee hanno insistito su queste regole. Che sono diventate parte dell'identità dell'Ue. I leader sembrano convinti di non essere "buoni" europei se non si inchinano a queste regole. Hanno dato vita a un'unione monetaria profondamente sbagliata e, per loro, le regole e la narrativa della "stabilità" giustificano questa decisione e sostengono la loro convinzione che l'eurozona sopravviverà. Ma sposare teorie così dannose ha profonde conseguenze macroeconomiche, come ha sottolineato il premio Nobel George Akerlof.

 

Nel 2010, con l'economia greca in recessione, i governi europei e il Fondo monetario internazionale (Fmi) hanno chiesto al governo greco di aumentare rapidamente le tasse e tagliare le spese, come prezzo da pagare per ricevere i prestiti necessari a pagare i creditori privati ​​in preda al panico. Olivier Blanchard, allora capo economista del Fmi, suonò un campanello d'allarme: l'austerità proposta era virtualmente senza precedenti, scrisse in una nota interna, e avrebbe minato l'economia greca. Ma il punto di vista europeo, adottato anche dal management del Fmi, non poteva consentire altrimenti. Come aveva previsto Blanchard, l'economia greca si contrasse drasticamente, le entrate fiscali diminuirono e, come effetto perverso, l'austerità causò l'allargamento del deficit di bilancio del governo. In quello che era ormai diventato un ciclo distopico, i creditori ufficiali richiesero ancora più austerità, il che ha fatto precipitare la Grecia in una delle peggiori depressioni economiche che si siano mai registrate a memoria d'uomo.

 

Tagliare la spesa, se fatto al momento sbagliato, provoca sofferenze e instabilità.

 

Ignorando quello che era evidente, il modello di recessione indotta dall'austerity fu applicato ad altre economie dell'eurozona negli anni 2011-2013, creando una prolungata sofferenza economica, che ha sollevato ansie politiche e causato aspre divisioni tra i paesi creditori e debitori dell'eurozona.

 

Ma le regole si sono incrostate sempre più saldamente all'identità europea. Nel gennaio 2012, durante una recessione italiana apparentemente senza fine, l'allora presidente del consiglio italiano Mario Monti affermò che la Germania  aveva vinto il dibattito economico europeo . La "preziosa" visione di Berlino, si inchinava Monti, era stata "meravigliosamente esportata". E consigliava ai paesi ad alto debito di dimostrare "concretamente" di avere compreso gli imperativi della disciplina. A giugno 2014, il cancelliere Angela Merkel affermò che le regole erano un "guardrail" che offriva protezione.

 

Portiamo avanti velocemente il nastro fino a oggi: la stessa filosofia è rimasta intatta.

 

A maggio di quest'anno, gli italiani hanno eletto due partiti anti-establishment e di protesta. La Lega, di destra e anti-immigrazione e il Movimento Cinque stelle, più volto a sinistra ed euroscettico, hanno formato un governo. Il commercio mondiale intanto stava rallentando e l'economia italiana, con le sue sorti strettamente legate a quelle del commercio globale, stava rallentando parallelamente. Il governo della Lega e dei Cinque stelle ha annunciato un'agenda politicamente risonante, ma ambiziosa e poco realistica, di tagli alle tasse e con l'introduzione di un reddito universale.

 

Lo scontro è stato immediato. Le autorità europee erano pronte a difendere la loro ideologia economica, a cui ostinatamente si attaccano, anche se, invece di proteggerla, ha ripetutamente esposto l'Europa a nuove ferite. E così, dato che i funzionari europei hanno insistito sul rispetto delle regole, i leader italiani hanno fatto promesse elettorali che non possono mantenere.

 

Mentre il governo italiano deve frenare sulla sua generosità fiscale, le autorità europee devono riconoscere che è necessario uno stimolo ben progettato per evitare che l'Italia cada in recessione. Una recessione renderebbe più difficile il rimborso del debito già elevato del Paese, che aumenterebbe i tassi di interesse e peggiorerebbe la crisi - addossando un peso potenzialmente insopportabile sulle fragili banche del Paese. Invece di guardare alla via giusta, le due parti hanno parlato senza ascoltarsi.

 

La Commissione ha insistito sul fatto che l'elevato debito e il grande deficit, che il nuovo governo ha ereditato dai precedenti, richiedono una stretta fiscale. Questa posizione è supportata da due fonti diverse. Alcuni sostengono che il vero problema dell'Italia è la cronica bassa crescita della produttività e che uno stimolo fiscale non farà nulla per aumentarla. Il che è vero, ma fuori argomento. La politica fiscale non aumenta la crescita a lungo termine, ma impedisce a un'economia di precipitare in una crisi lunga e politicamente divisiva, un rischio preoccupante per un paese con bassa produttività cronica. Un secondo argomento è che, poiché il governo italiano ha un pesante fardello rappresentato dal debito, la spesa fiscale per stimolare l'economia "spaventerà" gli investitori, che vorranno tassi di interesse più elevati e, quindi, annulleranno l'influenza benefica dello stimolo. Questo argomento è importante perché  proviene da Blanchard, ora al Peterson Institute of International Economics.

 

Blanchard, mentre era al Fmi, ha costantemente preso una posizione favorevole allo stimolo. Ha condotto la battaglia intellettuale contro l'austerità esagerata. In un documento meritatamente famoso, di cui è coautore un altro membro dello staff del Fmi, Daniel Leigh, Blanchard ha evidenziato che l'austerità è particolarmente debilitante quando viene inflitta a un paese in recessione, un risultato ampiamente ripreso dalla letteratura economica.

 

In uno studio di verifica, Leigh e i suoi colleghi del Fmi hanno smentito un altro mito: che i paesi con alti livelli di debito debbano sottoporsi  all'austerità, oppure gli investitori allarmati pretenderebbero maggiori tassi di interesse, il che potrebbe far aumentare pericolosamente il debito. L'articolo, pubblicato su una rivista scientifica di altissimo livello, sostiene che anche per i paesi con debito molto elevato l'austerità fiscale è una cattiva idea.

 

E quindi, lo stimolo fiscale  può aiutare anche i paesi  ad alto debito ad affrontare una recessione incombente. Tuttavia, un esercito di commentatori, incluso l'influente  comitato editoriale del  Financial Times, sta citando il recente commento di Blanchard sul caso italiano per difendere l'insistenza della Commissione sull'austerità.

 

La stessa Commissione, nel frattempo, continua a rifarsi alla sacralità delle regole. In un linguaggio che ricorda il "guardrail" della Merkel, il commissario europeo per gli affari economici e monetari Pierre Moscovici ha  twittato : "L'eurozona è come un condominio: è compito dell'amministratore far rispettare le regole comuni, in modo che nessuno tocchi un muro portante! ”

 

Durante gran parte della crisi finanziaria e della zona euro, la Banca centrale europea (Bce) ha peggiorato le cose con la sua politica monetaria restrittiva. All'inizio, i tassi di interesse eccessivamente alti della Bce hanno peggiorato la recessione. Quindi, trattenuta dalla Germania e da altri stati membri dell'area Nord, la Bce ha ritardato l'introduzione degli acquisti di titoli di Stato (quantitative easing) per abbassare i tassi di interesse a lungo termine. Con una politica monetaria così inerte, a partire dall'inizio del 2013, il tasso di inflazione core nell'eurozona è sceso a circa l'1 per cento. L'inflazione in Germania è stata leggermente superiore all'1% e in Italia inferiore.

 

L'inflazione bassa fa sì che i consumatori ritardino gli acquisti, che si riduca la crescita e che aumenti il peso del rimborso del debito. Tuttavia, nonostante il rischio di una bassa inflazione prolungata, la Bce a settembre di quest'anno ha cantato vittoria e ha deciso di sospendere gradualmente il programma di acquisto di obbligazioni.

 

Questa tendenza a limitare l'uso dello stimolo monetario fa parte della filosofia della zona euro, esattamente come l'enfasi sull'austerità fiscale.

 

Il rischio ora è che se l'Italia cade in una recessione, il suo tasso di inflazione diminuirà ulteriormente, il che aumenterebbe il suo tasso di interesse reale (calcolato tenendo conto dell'inflazione). Il tasso di interesse reale è già superiore al 2,5 per cento, il che è straordinariamente alto per un'economia alle soglie della recessione. La stretta combinata del tasso di interesse e dell'austerità fiscale potrebbe rivelarsi insopportabile per l'economia italiana e le sue banche instabili. Così l'Italia si trova di fronte allo spettro di un'economia debole, che peggiora le finanze pubbliche e aumenta la probabilità che i debitori non siano in grado di restituire i loro prestiti bancari. L'Italia potrebbe facilmente precipitare in una crisi finanziaria ingestibile.

 

Se il Paese andrà incontro a un simile destino, la versione dei fatti sarà che il governo italiano è stato irragionevole, e che i suoi piani fiscali stravaganti hanno innescato la crisi. È vero che i piani del governo italiano sono irragionevoli, non c'è modo per il governo di raggiungere i suoi obiettivi fiscali. Ugualmente, tuttavia, l'insistenza della Commissione sulla rigidità fiscale potrebbe provocare una terribile crisi. Dati i rischi, il comportamento sconsiderato della Commissione le dà ben poca autorità morale per accusare gli italiani di essere stati intransigenti.

 

L'eurozona è intrappolata in una crisi di identità. Le affermazioni a lungo ripetute secondo cui l'euro accelererebbe il commercio all'interno dell'area dell'euro sono state screditate (qui  e  qui), senza che rimanga alcun beneficio tangibile da celebrare. Al contrario, i rischi di una politica monetaria di taglia unica che non si adatta a nessuno sono evidenti. La tendenza della Bce a praticare una politica monetaria restrittiva peggiora le cose, specialmente per i paesi più deboli.

 

Senza reali benefici e con rischi anche troppo reali, la forza unificante attorno alla quale i leader e gli intellettuali della zona euro si stringono è la virtù della temperanza e della parsimonia. Gli argomenti contorti usati per giustificare l'austerità derivano dall'immagine di sé dei leader europei. Tuttavia, questo approccio, ammantato dall'aura della prudenza, amplifica i pericoli che l'Europa si trova ad affrontare.

 

Il tiro alla fune tra le autorità italiane e la Commissione  limita fortemente la capacità della Bce di contenere la crisi. Per accedere al sostegno della Bce, l'Italia dovrebbe accettare un regime di austerità e riforme che potrebbero dimostrarsi esplosive a livello nazionale. Ma senza l'accordo su un simile regime, la Bce non sarà in grado di attivare l'Outright Monetary Transactions, per acquistare titoli di stato italiani, e quindi contenere l'aumento del tasso di interesse richiesto dai mercati. E anche se il governo italiano rispettasse le richieste, alcuni membri del Consiglio direttivo della Bce potrebbero impedire alla banca l'acquisto delle obbligazioni, nel timore che un default italiano sulle sue obbligazioni li costringerebbe a sopportarne le perdite.

 

In questo gioco a chi resiste di più non ci saranno vincitori. Ben prima di raggiungere il punto di non ritorno, è necessario un accordo costruttivo - supportato da un resoconto dei fatti condiviso: uno stimolo adeguatamente dimensionato e ben speso è nell'interesse di tutti. Sfortunatamente, rimane intatta la riluttanza a pagare le bollette degli altri - una riluttanza a spendere che si scontra con la realtà. Sembra che siamo bloccati su un percorso tragicamente antagonistico.

 

26/01/19

NYT – La grande emorragia della Grecia

I dati snocciolati da questo articolo di Nikos Konstandaras, giornalista greco, pubblicato sul New York Times, mostrano un Paese di fatto colonizzato, ridotto a eterno debitore sotto tutela, come un tempo avveniva solo ad alcuni stati africani post-coloniali. La Grecia resterà sotto “stretta supervisione” dei creditori fino al 2060, finché non avrà pagato tutti i debiti, mentre i suoi cittadini vengono vessati, espropriati per pagare gli arretrati a un sistema fiscale diventato predatorio. Intere generazioni vivranno nella servitù del debito. I crediti inesigibili sono esplosi in mano al sistema bancario, che non riesce più a finanziare investimenti. Chi può emigra, ma a differenza del passato oggi non si tratta di lavoratori poco qualificati, bensì di professionisti a cui lo stato greco ha pagato la formazione universitaria e post-universitaria a caro prezzo.

 

 

 

di Nikos Konstandaras, 10 gennaio 2019

 

Il governo greco, formato dalla coalizione tra un movimento di sinistra radicale e un partito nazionalista di destra, al potere dal 2015, lo scorso agosto ha festeggiato la fine del terzo accordo di salvataggio per il Paese come un “ritorno alla normalità”. I nostri partner dell’Unione Europea e i creditori, che hanno sborsato 288,7 miliardi di euro di prestiti durante gli scorsi anni, si sono affrettati a cantare vittoria rispetto alla crisi iniziata nel 2010.

 

Tutti vogliono vedere la fine della crisi greca, non ultimo il popolo greco, esausto dalla lunga e grave depressione, dalla continua austerità e da riforme di cui non hanno visto i benefici.

 

Ma la Grecia è ben lontana dalla “normalità”. Molto è stato fatto per rendere l’economia sostenibile, ma il Paese ha bisogno di un nuovo boom di fiducia e di attività imprenditoriale. La ripresa ha bisogno di importanti investimenti, di stabilità politica e di ulteriori riforme della pubblica amministrazione. Nel frattempo però non solo il debito pubblico è aumentato rispetto al 2009, ma anche i redditi dei cittadini sono crollati, i loro beni si sono svalutati, le proprietà sono andate perdute e i debiti moltiplicati.

 

Le elezioni nazionali si dovranno tenere entro l’autunno. I sondaggi mostrano che il partito di opposizione Nuova Democrazia, di centro-destra, è in vantaggio su Syriza, il principale partito della coalizione di governo, in una contesa che sta già facendo peggiorare la polarizzazione della nostra politica [ovvero della politica greca, ndT]. Il governo, che si è sempre trovato in una posizione di disagio a causa dell’austerità e delle riforme, ha promesso di elargire aiuti. L’opposizione promette invece di rovesciare le politiche e le decisioni sulle quali non è d’accordo.

 

In una drammatica manifestazione di sfiducia, più di 700.000 persone hanno lasciato la Grecia dal 2010 a oggi, in cerca di opportunità all’estero. Il numero delle morti supera il numero delle nascite, dato che le persone hanno meno figli o non hanno più il coraggio di averne del tutto. Recenti ricerche suggeriscono che se i tassi attuali rimanessero costanti, la popolazione greca, che contava 10,9 milioni di persone nel 2015, diminuirebbe di un numero tra 800.000 e 2,5 milioni di unità entro il 2050. La forza lavoro è attualmente di 4,7 milioni di persone. Una minore popolazione in età lavorativa dovrà sostenere un numero crescente di pensionati, e con la minore crescita e il minore gettito fiscale si dovrebbero coprire i costi crescenti della previdenza sociale.

 

La crisi ha colpito le imprese. Una diminuzione della domanda interna, condizioni di credito più restrittive, controlli sui capitali, incertezza politica e delocalizzazione all’estero hanno portato le piccole e medie imprese a dimezzare la propria produzione. Queste aziende sono la linfa vitale dell’economia, generano un quarto del PIL e rappresentano il 76 percento dell’occupazione nel paese.

 

Con un timido ritorno alla crescita nel 2017 le aziende hanno cominciato a recuperare. Nei primi sei mesi del 2018 le 153 aziende quotate in borsa all’Athens Stock Exchange riportavano profitti (al lordo delle tasse) per 957 milioni di euro, secondo quanto riportato dall’ICAP. Se messe a confronto con il debito pubblico, però, questo dato indica solo la grandezza della sfida che i greci dovranno affrontare nei prossimi anni.

 

Nel 2009 il debito pubblico raggiungeva i 299,7 miliardi di euro, ovvero il 130 percento del PIL. Da allora la Grecia ha preso in prestito 288,7 miliardi di euro dagli stati membri e dalle istituzioni dell’Unione Europea, nonché dal Fondo Monetario Internazionale. Poi nel 2012 c’è stata una ristrutturazione del debito di 107 miliardi di euro. Nonostante ciò, nel 2018 il debito pubblico era a 357,25 miliardi di euro, cioè un valore più elevato di quello che già la Grecia era incapace di sostenere prima della crisi.

 

Alcuni indicatori suggeriscono che la Grecia sia sulla giusta strada. La disoccupazione è scesa al 18,3 percento rispetto al picco massimo del 27,9 percento del 2013. Nel 2018 si è stimato che il surplus primario abbia superato gli obiettivi imposti dai creditori per il terzo anno di fila. Ma questo si è potuto ottenere a un costo elevato: il ritardo dei pagamenti dello Stato verso privati e aziende, nonché ulteriori tagli alla spesa sociale, agli ospedali e ad altri servizi.

 

La stretta proseguirà ancora per decenni, con la Grecia impegnata a raggiungere un surplus annuale del 3,5 per cento fino al 2022, e ad essere ancora sotto stretta supervisione finché non avrà ripagato tutti i prestiti nel 2060, secondo gli impegni presi. Il problema è complicato dall’enorme aumento del debito privato. Quasi metà dei prestiti totali che devono essere restituiti alle quattro maggiori banche del Paese, per un totale di circa 86 miliardi di euro, sono inesigibili o quasi. Questo impedisce alle banche stesse di iniettare liquidità nell’economia. Le aziende che tentano di prendere a prestito capitale dall’estero si trovano ad affrontare elevati tassi di interesse.

 

Circa 4,2 milioni di persone hanno debiti in arretrato da restituire allo Stato, con debiti fiscali di circa 103 miliardi di euro. Le autorità hanno già confiscato salari, pensioni e beni privati a oltre un milione di persone. I debiti scaduti verso i fondi di sicurezza sociale ammontano attualmente a 34,4 miliardi di euro.

 

Con tasse più che mai elevate e quasi metà dei nuovi posti di lavoro che consistono in part-time sottopagati o lavoro a turni, questi debiti non potranno che aumentare. Sempre più persone vengono classificate come a rischio di povertà o esclusione sociale (nel 2017 era il 34,8 percento della popolazione) rispetto a prima della crisi (27,7 percento).

 

I poveri sono diventati più poveri e la classe media è in grave difficoltà, schiacciata da un fardello crescente. Le tasse sulle proprietà sono aumentate, arrivando a 3,7 miliardi di euro nel 2017 rispetto ai circa 600 milioni di prima della crisi. Il 19 per cento dei contribuenti apporta circa il 90 per cento del gettito fiscale, secondo quanto ammesso dal primo ministro Alexis Tsipras. Il diminuito valore delle proprietà riflette l’aumento delle tasse e la diminuzione delle rendite. Gli appartamenti hanno perso in media il 41 per cento del loro valore tra il 2007 e il 2017, secondo la Banca Centrale Greca.

 

La necessità di pagare le tasse e di adempiere ad altri obblighi finanziari ha portato a un crollo dei depositi privati presso le banche greche: sono arrivati a 131,4 miliardi di euro lo scorso novembre, rispetto ai 237,8 miliardi del 2009. Molte persone sono state costrette a vendere i gioielli di famiglia e altri valori per sopravvivere. Le agenzie di pegni e i “compro oro” hanno aumentato enormemente il loro giro di affari nel Paese, fondendo gioielleria e altri oggetti in lingotti d’oro.

 

La polizia ha recentemente arrestato parecchie persone sospettate di trafficare oro verso la Turchia. Il giro d’affari giornaliero valeva una media di 400.000 euro al giorno, ovvero l’equivalente di circa 11 chili di oro al giorno. Si è poi scoperto che i trafficanti non avevano i permessi di esportazione verso la Turchia. L’indagine, però, ha gettato luce anche su aspetti più personali e meno visibili della crisi.

 

Ma l’ambito nel quale si vede più nettamente la gravità dell’emorragia della Grecia è l’abbandono del Paese da parte dei giovani. La Grecia in passato ha già visto emigrazioni di massa, quando la povertà, la guerra, la dittatura e la mancanza di prospettive hanno spinto le persone, soprattutto quelle meno qualificate, a cercare fortuna in America, Australia, Africa, o altrove in Europa. Questa volta, però, la maggior parte di quelli che partono privano il Paese delle proprie elevate competenze e, con esse, degli stessi investimenti nazionali. Il 92 per cento di coloro che emigrano sono laureati presso università o alte scuole tecniche, e il 64 per cento del totale ha titoli di studio post-laurea, come il dottorato, secondo un sondaggio della ICAP su 1.068 greci emigrati in 61 paesi. Circa 18.000 medici hanno lasciato il Paese nel corso della crisi: ciascuno di loro è costato alla Grecia, in termini di formazione, 85.000 euro, secondo l’Associazione Medica di Atene.

 

Il paradosso è che la Grecia forma professionisti a costi molto elevati, ma poi non può offrire loro alcuna stabilità o opportunità, di cui hanno bisogno per trovare occupazione. Questo porta beneficio solo ai paesi che accolgono gli emigranti greci, e danneggia la crescita della Grecia stessa, dove le aziende non riescono a trovare impiegati con le competenze necessarie. Inoltre, quando i giovani si trovano a lungo fuori dalla forza lavoro non acquisiscono nessuna esperienza dai più anziani, e questo porta a un’ulteriore distruzione di competenze e a una minore produttività.

 

In maggio le elezioni nell’Unione Europea non determineranno solo l’appartenenza al Parlamento Europea, ma anche chi dovrà guidare il suo corpo esecutivo, la Commissione Europea. Inoltre, verrà scelto un nuovo presidente della Banca Centrale Europea.

 

In un mondo sempre più instabile, nessuno vuole che la crisi greca sia ancora al centro dei programmi politici. Ma la crisi del Paese è lungi dall’essere finita. La ripresa dipenderà dagli sforzi degli stessi greci e dal sostegno di un’Unione Europea determinata a funzionare anziché a cedere alle divisioni. Quest’anno si vedrà verso quale direzione la Grecia e l’Unione Europea nel suo insieme vorranno andare.

06/12/18

L’Italia, l’Unione europea e la caduta dell’impero romano

Un articolo di Strategic Culture evidenzia come l’ossessione europea di tutelare i creditori - e schiacciare i debitori - stia producendo una società sempre più polarizzata e impoverita, tendente a un collasso simile a quello che subì l’impero romano. Le azioni della Ue volte a contenere le forze centrifughe finiranno per accelerare involontariamente il suo processo di disgregazione.

 

Di Alastair Crookew, 3 dicembre 2018

 

 

I leader Ue stanno tentando di contenere una crisi che evolve a velocità crescente: la sfida comprende l’ascesa di Stati insubordinati (il Regno Unito, la Polonia, l’Ungheria e l’Italia) o di “blocchi culturali” storici ribelli (ovvero la Catalogna) – tutti quanti esplicitamente disillusi dall’idea di una convergenza forzata verso un “ordine” Ue uniforme, con la sua austera “disciplina” monetaria. Respingono anche la pretesa della Ue di essere, in qualche modo, depositaria di una raccolta privilegiata di valori morali.

 

Se, nel dopoguerra, la Ue rappresentò un tentativo di schivare l’egemonia anglo-americana, questi nuovi gruppi ribelli di “rinascita culturale” che cercano di posizionarsi come “spazi” indipendenti e sovrani rappresentano, a loro volta, un tentativo di sfuggire a un altro tipo di egemonia: quella dell’”uniformità” amministrativa della Ue.

 

Per uscire da questo particolare regime europeo (che originariamente si sperava fosse differente dall’imperialismo anglo-americano), l’Unione Europea fu tuttavia costretta ad appoggiarsi al costrutto archetipico della “libertà” come giustificazione all’imperialismo (ora mutato nelle “quattro libertà” Ue) sulle quali le stringenti “uniformità” Ue (le condizioni di equa concorrenza, il regolamento di tutti gli aspetti della vita, la tassazione e l’armonizzazione economica) sono state basate. Il “progetto” europeo è ora visto - ed in effetti è - come qualcosa che svuota le vecchie e differenti tradizioni identitarie.

 

Infatti, il fatto stesso che queste ribellioni vengano tentate a differenti livelli e in diverse regioni culturali e geografiche, indica che l’egemonia Ue si è già affievolita al punto che potrebbe non essere pienamente in grado di ostacolare questa nuova ondata. Quello che è in gioco per la Ue è se essa sarà in grado di rallentare e frenare in qualche modo l’emergere di questo processo di ri-sovranizzazione culturale, che ovviamente minaccia di far andare a pezzi la vantata “solidarietà” Ue, e di frammentare la sua matrice di unione doganale perfettamente gestita e area comune di commercio.

 

Tuttavia è stato Carl Schmitt – il filosofo politico – a mettere in guardia con forza contro la possibilità di quello che ha chiamato un acceleratore katechon negativo. Questa definizione sembrerebbe combaciare – perfettamente – con la situazione in cui si trova ora la Ue. Il concetto, usato in passato, sostiene che gli eventi storici spesso hanno una dimensione contraria nascosta – detto in altre parole, alcune azioni (fatte, per esempio, dalla Ue), potrebbero in effetti accelerare esattamente quei processi che dovevano essere rallentati o fermati. Per Schmitt, questo spiega il paradosso attraverso il quale una “azione frenante” (come quella che sta prendendo la Ue) potrebbe in realtà avere effetto inverso, sfociando in un’accelerazione preterintenzionale degli stessi processi che la UE intende contrastare. Schmitt lo chiamò effetto “involontario”, perché produceva effetti opposti all’intento originale. Per gli antichi, esso ricordava semplicemente che noi umani spesso siamo dei semplici oggetti della storia, e non i suoi agenti causali (qualcun altro direbbe “non si può fermare il vento con le mani…” NdVdE).

 

Potrebbe succedere che l’”azione frenante” imposta alla Grecia, all’Inghilterra, all’Ungheria – e ora all’Italia – porti precisamente verso il Katechon di Schmitt. L’Italia ha ristagnato in un limbo economico per decenni: il suo nuovo governo si è sentito in dovere di alleviare, in qualche modo, gli stress economici accumulati negli anni passati, e cercare di riavviare la crescita. Ma il paese ha un alto livello di debito/PIL, e la Ue insiste sul fatto che l’Italia deve sopportarne le conseguenze: deve obbedire alle “regole”.

 

Il professore Michael Hudson (nel suo nuovo libro) spiega come l’”azione frenante” della UE rispetto al debito italiano, rappresenti un tratto di rigidità psichica europea che ignora totalmente l’esperienza storica, e potrebbe esattamente portare come risultato il Katechon: l’opposto di ciò che si voleva. Intervistato da John Siman, Hudson ha detto:

 

“Nelle antiche società della Mesopotamia, era chiaro che la libertà veniva garantita proteggendo i debitori. Nel sistema economico delle società della Mesopotamia nel terzo e secondo millennio avanti Cristo esisteva e prosperava davvero un modello correttivo. Potremmo chiamarlo l’Amnistia totale… consisteva nel necessario e periodico condono dei debiti dei piccoli agricoltori – necessario perché questi agricoltori sono, in ogni società in cui vengono calcolati interessi sui prestiti, inevitabilmente soggetti a impoverimento, e poi confisca della loro proprietà, per finire ridotti in servitù… da parte dei loro creditori.

 

[Ed era anche necessario, dato che una] dinamica costante nella storia è la tendenza delle élite finanziarie ad appropriarsi del controllo e gestire l’economia in maniera parassitaria e predatoria. La loro apparente libertà viene ottenuta a spese delle autorità governative, e dell’economia in generale. Di conseguenza, essa diventa l’opposto della libertà – come era chiaro ai tempi dei Sumeri…

 

 

Quindi fu inevitabile [nei secoli successivi], che nella storia greca e romana, un numero crescente di piccoli agricoltori si indebitasse in maniera insostenibile, e perdesse la propria terra. Era perciò inevitabile che i loro creditori ammassassero enormi proprietà terriere e diventassero un’oligarchia parassitaria. Questa tendenza innata alla polarizzazione sociale – dovuta al non condonare i debiti – è la maledizione originale e incurabile della civiltà occidentale successiva all’ottavo secolo avanti Cristo, la lurida macchia che non può essere lavata via, né asportata.

 

Hudson sostiene che il lungo declino e la caduta di Roma siano cominciati non, come sostiene Gibbon, con la morte di Marco Aurelio, ma quattro secoli prima, dopo che Annibale devastò la campagna italiana durante la Seconda Guerra Punica (218-201 a.C.). Dopo la guerra, i piccoli contadini dell’Italia non recuperarono mai la propria terra, che veniva sistematicamente incamerata dai grandi oligarchi terrieri, come Plinio il Vecchio ha evidenziato. [Naturalmente, oggi sono le piccole e medie imprese italiane che vengono accaparrate dalle multinazionali oligarchiche e pan-europee].

 

Ma tra gli studiosi moderni, come sottolinea Hudson, “Arnold Toynbee è praticamente l’unico a dare importanza al ruolo del debito nella concentrazione della ricchezza romana e della proprietà terriera” (p. xviii) – e quindi nello spiegare il declino dell’Impero Romano…

 

“Le società della Mesopotamia non erano interessate all’uguaglianza” ha dichiarato all’intervistatore, “ma erano civilizzate. E possedevano la sofisticazione finanziaria sufficiente per capire che, dal momento che gli interessi sui prestiti aumentano esponenzialmente, mentre la crescita economica nella migliore delle ipotesi segue una curva a S, è inevitabile che i debitori, se non sono protetti da un’autorità centrale, finiranno per essere eterni debitori. Pertanto i re della Mesopotamia salvavano regolarmente i debitori che stavano venendo sommersi dai debiti. Sapevano che era una misura necessaria. Più e più volte, secolo dopo secolo. Proclamavano “complete amnistie”.

 

L’Ue ha punito la Grecia per la sua prodigalità – e si appresta a punire l’Italia se dovesse ignorare le regole fiscali Ue. L’Ue sta tentando quella che Schmitt definiva un’”azione frenante”, per mantenere la sua egemonia.

 

Tuttavia, questo è davvero un caso in cui la Ue vede la pagliuzza nell’occhio dell’Italia, mentre ignora la trave nel proprio occhio. L’istituto di ricerca del ciclo economico Lakshman Achuthan scrive che:

 

“L’insieme del debito di USA, Eurozona, Giappone e Cina è aumentato più di dieci volte rispetto a quanto è aumentato il loro PIL aggregato, nell’ultimo anno. È notevole come l’economia globale – che rallenta in sincronia, nonostante l’aumento del debito – si trovi in una situazione che ricorda l’effetto “Regina di Cuori”. Come la Regina di Cuori dice ad Alice, nel libro di Lewis Carroll Alice nello specchio: “Ora, qui, vedete, dovete correre più forte che potete per rimanere fermi. Se volete andare in un altro posto, dovete correre almeno al doppio di questa velocità!”.

 

Ma questo – correre di più, accumulare più debito – può solo, infine, risolversi in una bancarotta gigante (o inflazionando il debito). Guardiamo gli Stati Uniti: il loro PIL sta crescendo al 2,5%; il debito Federale USA è al 105% del PIL, il Tesoro USA spende 1,5 miliardi di dollari di interessi al giorno, e il debito cresce del 5-6% del PIL. La situazione non è sostenibile.

 

Le richieste di Grecia e Italia di sollievo dal debito possono essere considerate da alcuni come strumentali, per fronteggiare il precedente malgoverno economico; ma, come ci dice Hudson,  le richieste dei Sumeri e dei Babilonesi non si basavano su cose di questo tipo – ma piuttosto, sulla tradizione conservativa fondata sul rituale di rinnovo del cosmo che scandiva il calendario e le sue periodicità. L’idea della Mesopotamia di riforma non aveva nulla a che vedere con quello che chiameremmo “progresso sociale”. Al contrario, le misure che il re istituiva come “giubilei” del debito erano misure pensate per ripristinare il “contesto”, ristabilire un ordine nella società, detto “maat”. “Le regole del gioco non venivano cambiate, ma a ognuno veniva data una nuova mano di carte”.

 

Hudson fa notare che “i greci e i romani rimpiazzarono l’idea del tempo ciclico e del rinnovamento della società con quella del tempo lineare” [che converge verso la “fine dei tempi”]: “La polarizzazione economica divenne irreversibile, non solo temporanea” – perché l’idea di rinnovamento venne perduta. Hudson avrebbe potuto aggiungere che l’idea del tempo lineare, e la perdita dell’imperativo di smembrare e rinnovare, hanno giocato un ruolo di primo piano nel sostenere tutti i progetti universalistici dell’Europa di un percorso lineare verso la trasformazione umana (o, verso l’utopia).

 

Questa è la contraddizione essenziale: che l’inevitabile divaricazione e polarizzazione economica stanno trasformando l’Europa in un continente tormentato da contraddizioni interne irrisolvibili. Da una parte l’Europa punisce l’Italia per il suo debito, dall’altra è stata la Bce che ha perseguito politiche di “repressione” dei tassi di interesse fino a portarli in territorio negativo, e ha monetizzato il debito per un importo pari a un terzo dell’intera produzione economica europea. Come poteva l’Ue non aspettarsi che le banche e le imprese non si sarebbero caricate di un debito che si trascinava nel tempo? Come potevano aspettarsi che le banche non gonfiassero i propri bilanci con “debito gratuito” al punto di diventare “troppo grandi per fallire”?

 

L’esplosione globale del debito è un problema macro, che trascende ampiamente il microcosmo italiano. Come l’antico Impero Romano, la Ue si è atrofizzata nel suo “ordine” fino a diventare un ostacolo al cambiamento e, non avendo alternativa se non tenere duro con un’”azione frenante”, finirà per produrre effetti completamente opposti all’intento originale (ossia un Katechon negativo involontario).

 

 

 

30/11/18

Il debito globale è al suo apice e l’Italia sta meglio di quanto si creda

Un articolo dell’economista Marcello Minenna su Social Europe spiega gli apparenti paradossi del debito, svelati i quali l’Italia appare relativamente “virtuosa” (se questa parola ha un senso) in quasi ogni aspetto, incluso il debito pubblico. In primis, il debito è sia pubblico che privato, ed è il secondo che i “mercati” temono maggiormente. Inoltre, variabili come l’esposizione verso l’estero e la sovranità monetaria sono cruciali per la sostenibilità. Infine, la sostenibilità fiscale e i sistemi pensionistici e sanitari non entrano nel conto del debito pubblico, ma se così fosse molti paesi dell’eurozona risulterebbero ben più “insostenibili” dell’Italia. Nulla di nuovo per chi segue Goofynomics da anni, ma fa piacere notare che queste semplici verità stanno diventando mainstream.

 

 

di Marcello Minenna, 28 novembre 2018

 

Nel secondo trimestre del 2018 le dimensioni globali del debito hanno raggiunto un nuovo massimo, arrivando a 260.000 miliardi di dollari. Al tempo stesso il rapporto globale debito/PIL ha superato per la prima volta la soglia del 320%. Su questo totale, il 61% (160.000 miliardi di dollari) è rappresentato dal debito privato del settore non-finanziario, mentre solo il 23% è rappresentato dal tanto vituperato debito pubblico.

 

Gli USA da soli hanno emesso più del 30% del nuovo debito pubblico, con una notevole accelerazione negli ultimi due anni sotto la gestione Trump. Il ministero del Tesoro statunitense è seguito, in questo, dalle agenzie di debito giapponesi e cinesi e, a grande distanza, dalle maggiori economie dell’eurozona. I valori riportati dalle agenzie pubbliche cinesi vanno valutati con cautela alla luce dei ripetuti casi di falsificazione delle statistiche perfino da parte di funzionari pubblici. È quindi probabile che non solo il debito pubblico di Pechino, ma anche quello delle imprese cinesi, che già è il più elevato al mondo, sia in realtà più allarmante di quanto le stime ufficiali vogliano far credere.

 

Storicamente il debito di un paese, sia pubblico che privato, tende a crescere nel tempo in rapporto costante con la dimensione dell’economia. Fanno eccezione, seppure notevole, i casi di default improvvisi, che cancellano grandi porzioni del debito. Pertanto l’enormità del debito totale non fornisce, di per sé, informazioni sulla sua sostenibilità. Non si può nemmeno dedurre, per contro, che un debito totale più basso sia segno di stabilità finanziaria. In realtà un livello molto basso, o addirittura l’assenza di debito, potrebbe rivelare solo una completa mancanza di fiducia, tale da escludere tutti gli agenti economici nazionali dai mercati internazionali del credito. Questo fu, per esempio, il caso dell’Argentina nei cinque anni successivi al drammatico default del 2002.

 

In una prospettiva adeguata, un'equa valutazione dovrebbe tenere conto della dimensione del debito totale in rapporto al PIL (si veda la figura sotto).

 



 

Da questo punto di vista, usando una misura opportuna, la classifica globale appare rovesciata: il Lussemburgo balza al primo posto con un debito totale pari al 434% del PIL, composto quasi esclusivamente da debiti societari. Ad una certa distanza troviamo il Giappone, con un debito totale che si aggira sul 373 percento del PIL, caratterizzato da una componente preponderante di debito pubblico, il 216%. L’elevata incidenza del debito sia pubblico che privato pone la Francia, la Spagna e il Regno Unito nei primi otto posti della classifica, mentre l’Italia fa la sua comparsa solo al nono posto, con un rapporto di debito totale ben bilanciato, al 265% del PIL, e con bassi livelli di debito delle famiglie e delle imprese, che compensano il più elevato livello del debito pubblico.

 

I paradossi abbondano

 

Ma anche un basso rapporto tra debito totale e PIL non può essere considerato segno di virtù o salute economica. Al fondo della classifica stanno i casi paradossali dell’Argentina e della Turchia. Sebbene entrambi i paesi abbiano debiti totali sotto controllo (il debito privato è praticamente inesistente in Argentina, mentre il debito pubblico in Turchia è appena il 28% del PIL), entrambi i paesi corrono il rischio di perdere l’accesso ai mercati a causa delle loro crisi valutarie e della bilancia dei pagamenti. Per un apparente paradosso, i tassi di interesse a breve termine dell’Argentina, che ha ambiente finanziario a basso indebitamento, sono al 70%, mentre quelli del Giappone, che ha un debito mostruoso, sono stabilmente negativi.

 

Preoccuparsi solo del debito pubblico quando si vuole valutare lo stato di un’economia, magari facendo riferimento a delle soglie arbitrarie, è sempre una cattiva pratica, che porta a conclusioni errate. I criteri usati dai mercati per valutare la solvibilità del debito sono molteplici: la percentuale del debito detenuto da investitori esteri rispetto a quelli interni, il fatto che il debito sia emesso sotto legge nazionale oppure legge estera, la crescita dell’economia, la ricchezza finanziaria dei cittadini, l’efficienza del gettito fiscale, la sovranità monetaria eccetera. Nel caso del Giappone, per esempio, il 90% del debito è nelle mani della sua stessa banca centrale, dei suoi fondi pensione e delle banche giapponesi, ed è quasi perfettamente bilanciato dalla buona salute finanziaria delle istituzioni pubbliche. È quasi impossibile immaginare una crisi di fiducia che semini dubbi sulla solvibilità del governo giapponese.

 

Allo stesso modo, il fatto che i paesi dell'eurozona non possano gestire la propria politica monetaria in modo autonomo fa sì che tutti i debiti pubblici appaiano, di fatto, come soggetti a legge estera, e questa è una condizione che rende il problema enormemente più complesso da gestire. Inoltre, questo debito è in media detenuto per più del 70% da investitori stranieri, una categoria che per definizione è più reattiva sui mercati secondari, e alimenta facilmente il panico in caso di vendita generalizzata.

 

Guai nel cassetto

 

E c’è di più. Le statistiche ufficiali non considerano il problema del “debito implicito”, ovvero il peso legato agli impegni finanziari che i governi si sono assunti rispetto alle pensioni e alla spesa sanitaria. In generale, questi debiti futuri non appaiono nelle cifre dei conti nazionali per fondate ragioni, legate alle difficoltà di stimare l’aumento dei costi su orizzonti temporali così lontani. Se questi debiti impliciti dovessero essere messi nel conto, il debito USA sarebbe, per esempio, quintuplicato, raggiungendo i 100.000 miliardi di dollari. Ma la Spagna, il Lussemburgo e l’Irlanda sarebbero messi ancora peggio, dato che le loro passività aumenterebbero di oltre 10 volte, superando il 1.000% del PIL nel caso irlandese. L’Italia, invece, dal punto di vista del debito implicito, sotto la legislazione attuale, risulterebbe il paese europeo più virtuoso.

 

A livello globale, il debito delle impres è la variabile che i mercati temono maggiormente. Un settore privato pesantemente indebitato è vulnerabile all'aumento dei tassi di interesse, dopo anni in cui i tassi di interesse sono stati mantenuti artificialmente bassi favorendo l’espansione del credito e la riduzione del capitale societario attraverso il massiccio riacquisto di azioni proprie. L’instabilità intrinseca dell'indebitamento rispetto all'apporto di capitale proprio suggerisce che il prossimo rallentamento della crescita potrebbe portare a un congelamento insolitamente forte degli investimenti aziendali. Questo in Italia è già successo durante la Grande Recessione del 2008-2009: per ogni punto percentuale di riduzione della crescita del credito, c’è stata una contrazione di quattro punti negli investimenti nelle imprese più dipendenti dal credito bancario, e due punti di contrazione in quelle finanziariamente più indipendenti. Questo è un disastro economico che non si deve ripetere.

 

14/11/18

Folkerst-Landau sul FT - L'Europa deve stringere un accordo con l'Italia

Il Chief Economist di Deutsche Bank, dopo avere inaspettatamente difeso l'Italia in una nota intervista a Bloomberg di qualche tempo fa, sul Financial Times ora scopre le carte in tavola lanciando la sua proposta per risolvere il pericoloso scontro tra Italia e Bruxelles, che minaccia la sopravvivenza dell'euro: sarebbe saggio offrire all'Italia un prestito del MES, il cosiddetto meccanismo europeo di stabilità, per permetterle di riacquistare parte del suo debito, il cui costo è salito a causa dello spread, e consentirle così un certo spazio fiscale per investimenti e per la ripresa. Naturalmente per rendere digeribile la proposta all'opinione pubblica tedesca occorre correggere nella direzione della verità la storia finora raccontata della "dissolutezza" delle nostre finanze pubbliche. La digestione resta comunque difficile per l'Italia, che come noto ha già versato oltre 50 miliardi per finanziare i vari fondi salva stati. Questi hanno in realtà salvato le banche francesi e tedesche, e ora l’Italia pagherebbe questo prestito a interesse con un commissariamento del suo governo e una definitiva cessione di sovranità. In proposito è illuminante questo thread di @giuslit, che in pochi tweet spiega tutto. 

 

 

di David Folkerts-Landau, 12 novembre 2018

 

Un'altra crisi del debito sovrano nell'area dell'euro è inevitabile, a meno che l'approccio conflittuale della Commissione europea al problema del debito italiano non ceda il passo a una maggiore cooperazione. L'imminente deterioramento della posizione fiscale dell'Italia - trainato dall'aumento dei rendimenti obbligazionari, dal rallentamento della crescita e dalla prossima recessione - e la situazione politica stanno preparando il terreno a ulteriori turbolenze nei mercati. Solo la presunzione, tra gli investitori, che la Banca centrale europea garantirà l'accesso dell'Italia ai mercati internazionali sta impedendo un ulteriore aumento dei rendimenti.

 

Contrariamente ai pregiudizi diffusi, l'Italia è stata un paese parsimonioso. Il peso del suo debito è un retaggio del periodo precedente all'ingresso nell'eurozona. Da allora ha registrato un avanzo primario di bilancio (entrate superiori alle spese, al netto della spesa per interessi) quasi ogni anno. In confronto, tutti gli altri paesi della zona euro, ad eccezione della Germania, hanno accumulato disavanzi primari anno dopo anno. Dal 2000 il nuovo debito dell'Italia è stato tutto utilizzato per pagare gli interessi; non per finanziare la spesa. Inoltre, negli ultimi anni il paese ha anche ottenuto un avanzo delle partite correnti.

 

Tuttavia, la politica di riduzione del debito attraverso una politica fiscale restrittiva, insieme a dolorose riforme strutturali per promuovere la crescita, ha fallito. L'Italia è in stagnazione. Negli ultimi due decenni l'economia italiana è cresciuta appena del 7%, contro il 40% della Spagna e il 30% di Francia e Germania.

 

Nel frattempo, il suo debito ha continuato a crescere. I tagli di spesa hanno abbassato il tenore di vita in misura tale da radicalizzare l'elettorato italiano. Gli sforzi di riforma si sono fermati, perché non possono essere attuati contemporaneamente all'austerità. Persino la Germania nel 2003 ha infranto i limiti di deficit della Ue con il suo programma di riforme Agenda 2010.

 

Alcuni sostengono che i limiti del deficit dell'Italia devono essere allentati per far ripartire l'economia. Ma questo porterebbe solo a un aumento della crescita a breve termine. Disavanzi più elevati, con conseguente aumento del debito, spingeranno verso l'alto i rendimenti obbligazionari, aumentando ulteriormente i deficit. E di conseguenza l'inasprimento della pressione fiscale sul reddito o sulla ricchezza per finanziare le spese porterà a diminuire il tasso di crescita ed allontanerà ulteriormente l'elettorato.

 

Inoltre, l'atmosfera politica in Europa è tale che ridurre il debito dell'Italia attraverso la mutualizzazione o i trasferimenti fiscali diretti è inconcepibile. Anche l'opzione di una ristrutturazione del debito con il coinvolgimento del settore privato è irrealizzabile. L'unica opzione valida è quella di ridurre la spesa per il servizio del debito italiano. Ciò creerebbe lo spazio per aumentare la spesa diretta a modernizzare l'economia senza aumentare deficit e debito. L'aumento della spesa per le infrastrutture, dando anche la garanzia di una attuazione delle riforme, farà finalmente aumentare i tassi di crescita del paese rispetto ai suoi attuali livelli anemici. E migliorerà anche la sua capacità di servire il debito in futuro. Se l'economia non dovesse crescere, allora è inevitabile che saremo costretti ad accettare una sostanziale ristrutturazione del debito italiano.

 

Gli investitori privati ​​non accetteranno volontariamente una dilazione dei pagamenti del servizio del debito. Pertanto, dovrebbe essere coinvolto il Meccanismo Europeo di Stabilità, finanziando un riacquisto di parte del debito ad alto costo. L'interesse sul prestito dovrebbe essere pagato quando l'economia italiana raggiungesse una maggiore produttività e una maggiore crescita. Il MES non sovvenzionerebbe direttamente l'Italia con un trasferimento fiscale, anche se aumenterebbe significativamente la sua esposizione verso il paese e probabilmente i costi del prestito aumenterebbero.

 

Se il servizio del debito italiano fosse dimezzato, a circa due punti percentuali del prodotto interno lordo, sarebbe possibile aumentare la spesa pubblica di circa 35 miliardi di euro all'anno. Coinvolgere l'ESM in questo percorso equivarrebbe a un voto di fiducia sul potenziale di crescita dell'Italia e comporterebbe un significativo calo dei rendimenti e del servizio del debito. La Banca centrale europea potrebbe anche utilizzare il suo programma OMT (outright monetary transactions) per portare i rendimenti ai livelli pre-crisi.

 

La bozza di questo grande accordo è la seguente: l'Italia deve accettare che miglioramenti duraturi nella crescita non saranno raggiunti senza le riforme strutturali. L'Europa, da parte sua, dovrebbe riconoscere che la soluzione al peso del debito non è semplicemente l'austerità.

 

Se entrambe le parti possono accettare questo accordo, si apre la strada verso una soluzione MES. Alcuni sosterranno che aiutare l'Italia vuol dire solo incoraggiare la dissolutezza. Ma le prestazioni del paese negli ultimi decenni contraddicono questa visione.

 

Una crisi del debito italiano costituisce un rischio esistenziale per la zona euro. L'attuale "gioco del coniglio" è irresponsabile. Ignora i pericoli insiti in ogni crisi finanziaria, i cui costi farebbero sembrare insignificanti quelli del MES.

 

L'autore è chief economist presso Deutsche Bank

 

21/10/18

Perché l'isteria sul Def italiano non ha senso

Gli organi di informazione, con sprezzo del ridicolo, lanciano quotidianamente l’allarme rosso sugli sforamenti di qualche punto di indici economici da ben pochi davvero compresi nel loro complesso calcolo e funzionamento. Ottimo dunque questo articolo pubblicato sul sito dell’Institute for New Economic Thinking, che mostra come, se si stenta a capire il senso dei parametri imposti dall’Unione europea è, molto semplicemente, perché questo senso non c’è. Formule e modelli basati su presupposti economici sbagliati servono più che altro a confondere e distrarre l’opinione pubblica, che discutendo a perdifiato (e spesso anche a vanvera) su cifre e percentuali perde la sostanza che c’è sotto: una strategia economica fondata su modelli irrealistici, ormai smentiti anche a livello accademico, al servizio di un disegno politico.

 

 

 

 

Di Orsola Costantini, 10 ottobre 2018

 

Le reazioni alle cifre inserite nel documento programmatico di bilancio si basano su ipotesi screditate e tradiscono un fondamentale fraintendimento della crescita economica e dell'austerità.

 

In questi giorni, niente accende gli animi come un nuovo documento programmatico di bilancio. Se poi è presentato dal governo più controverso (o forse al secondo posto) in Unione europea, quello italiano del Movimento Cinque Stelle e Lega, l’agitazione è garantita.

 

Il 27 settembre il ministro delle Finanze italiano Giovanni Tria ha comunicato alla Commissione europea l'intenzione di apportare modifiche al programma di bilancio stabilito dal precedente governo. "Il nuovo programma genererebbe un rapporto deficit/ PIL del 2,4% nel 2019, implicando un saldo strutturale di bilancio in rapporto al PIL di -0,8%, ossia una deviazione programmata dell'1,4% rispetto all'obiettivo.

 

I mercati finanziari e i media hanno reagito duramente. Pierre Moscovici, commissario europeo per gli Affari economici e finanziari, e il presidente della Commissione europea Jean Paul Juncker hanno entrambi espresso forte scontento, mentre i rendimenti dei titoli decennali sono saliti al di sopra del 3,5% per la prima volta in quattro anni. Il vice primo ministro e leader del movimento Cinque stelle, Luigi Di Maio, ha commentato che "C’è qualche istituzione europea che con le dichiarazioni gioca a far ballare lo spread, a far terrorismo sui mercati". Il 5 ottobre, la lettera ufficiale di risposta della Commissione al ministro ha espresso "seria preoccupazione" per i cambiamenti previsti, generando ulteriori turbolenze sui mercati. Il 9 ottobre, il Fondo monetario internazionale (FMI) e la Banca centrale italiana si sono uniti al coro con nuovi ammonimenti.

 

I leader del governo italiano hanno risposto fermamente che non avrebbero fatto marcia indietro sul programma e hanno criticato in modo esplicito e aperto l'establishment europeo. Anche il volto moderato della coalizione, il premier italiano Giuseppe Conte, ha alzato il tiro, mettendo in discussione le priorità della Commissione europea, della Banca d'Italia e del Fondo monetario internazionale: ha assicurato che il suo governo resta impegnato a contenere il debito pubblico e a mantenere la stabilità fiscale, ma ha affermato che l’obiettivo è impossibile da raggiungere senza crescita economica. Il ministro per gli Affari europei, l’economista Paolo Savona, ha affermato addirittura che sarebbe necessario un rapporto deficit/PIL superiore al 2,4%.

 

In effetti, reazioni così accese al nuovo programma di bilancio sono ingiustificate. In realtà gli obiettivi stimati che il nuovo programma non rispetterebbe (in misura minima) non sono attendibili e si basano su principi macroeconomici errati. Inoltre, a dispetto delle accuse di prodigalità, l'Italia in realtà ha un importante avanzo primario (differenza tra spesa pubblica ed entrate al netto del pagamento degli interessi sul debito), e continuerà ad averlo anche se il governo confermerà i suoi piani (vedi figura 1). Se qualcosa dovrebbe generare una "seria preoccupazione", piuttosto, è il fatto che il Paese continui sulla strada dell'austerità, che si è dimostrata recessiva; ha bloccato il Paese nella stagnazione e ha esposto il suo sistema bancario a una dose di stress ancora maggiore. Con gli investimenti pubblici a livelli storicamente bassi, la disoccupazione ancora superiore al tasso del 2008 in tutte le regioni e un tasso di disoccupazione giovanile superiore al 30%, è ben difficile non vedere i validi motivi a sostegno della necessità di uno stimolo fiscale.

 

 



 

 

Figura 1 Fonte: BCE Statistical Data Warehouse


 

Quanto alle lettere spedite al governo dalla Commissione europea, non rappresentano nulla di straordinario: la corrispondenza fa parte delle procedure di monitoraggio fiscale dell'Unione europea, rigorosamente pianificate e regolamentate. Neanche il giudizio negativo contenuto nella lettera della Commissione è una novità per un governo italiano. Nell’ottobre 2017, per esempio, la Commissione ha inviato una lettera analoga all'allora ministro delle Finanze Pier Carlo Padoan, in risposta al programma proposto dal governo per il 2018 e gli anni successivi, contestando il fatto che il piano si sarebbe discostato di 0,4 punti percentuali dall’obiettivo concordato per il 2018:

 

"Per il 2018 [il programma di bilancio provvisorio] prevede uno sforzo strutturale (di riduzione del deficit, ndT) dello 0,3% del PIL, che una volta ricalcolato dai servizi della Commissione [...] rappresenta lo 0,2% del PIL. Questo sforzo strutturale è inferiore all'impegno per almeno lo 0,6% del PIL richiesto in base [...] al patto di stabilità e crescita [...]. " La Commissione concludeva: "Questo indica il rischio di una significativa deviazione dagli impegni richiesti nel 2017 e nel 2018 insieme. Accetteremmo quindi volentieri ulteriori informazioni sulla composizione precisa dello sforzo strutturale previsto [nel programma di bilancio provvisorio].”

 

Ciò che è più interessante è la lettera di risposta allora inviata da Padoan, che esprimeva preoccupazione riguardo alla metodologia concordata per la stima delle cifre in discussione:

 

"L'Italia sta ancora vivendo condizioni cicliche difficili, sebbene in miglioramento. L'output gap è stimato a -2,1% del PIL potenziale nel 2017 e -1,2 nel 2018. Le stime della Commissione nelle Previsioni di primavera erano pari a -0,8% per il 2017 e 0,0 per il 2018. In previsione di una probabile revisione delle proiezioni di crescita del PIL reale nelle prossime "Previsioni d'autunno", queste cifre indicano un gap positivo nel 2018, un risultato che ci sembra in contrasto con tutte le evidenze macroeconomiche disponibili [...] "

 

Alla fine, la Commissione e il Consiglio hanno accettato il programma di bilancio e non hanno avviato una procedura formale per disavanzo eccessivo (che potrebbe portare a sanzioni). Ma le domande sul metodo sollevate da Padoan sono rimaste fondamentalmente senza risposta. Sono ancora valide oggi?

 

L'Unione europea utilizza diversi indicatori di solidità fiscale per giudicare se un paese stia progredendo verso il suo obiettivo di medio termine. Questi sono, in generale: il rapporto debito/PIL, deficit/PIL, saldo primario/PIL e saldo strutturale/PIL.
Le previsioni sulla dinamica del debito e sul rapporto tra deficit e PIL implicano già un certo grado di incertezza in merito alla crescita delle entrate e alle sue componenti. Ma quando si tratta di saldo strutturale e output gap, ovvero di quella che era la preoccupazione sollevata da Padoan, la storia diventa ancora più complicata. Queste stime equivalgono a capolavori di travestimento statistico.

 

Richiedono infatti una valutazione di quanto il paese sta crescendo rispetto alla sua crescita potenziale. Ma quest'ultima, ovviamente, non è osservabile. Per questo la sua stima richiede un modello per stabilire come la politica fiscale e, più in generale, le politiche pubbliche influenzino la crescita.
Inutile dire che in economia non esiste un consenso su quale modello usare. Molti studiosi affermati, come Olivier Blanchard, ex capo economista del FMI, hanno criticato la metodologia infine adottata dalla Commissione europea. La Commissione stessa sembra un po' confusa riguardo ai risultati, viste le continue revisioni dell'output gap per l'Italia, come sottolinea Padoan nella sua lettera (figura 2).

 

 



 

 

Figura 2. Stime dell’0utput gap per l'Italia da parte della Commissione in momenti diversi. I colori mostrano l'anno in cui la stima viene effettuata, i punti indicano gli anni a cui si riferisce.


Fonte: Direttore europeo della commissione Affari generali, economici e finanziari, Valutazione del programma di stabilità dell'Italia dal 2014 al 2018 (Stime di primavera)


 

Ma oltre alla inaffidabilità, questa formula ha un problema più sostanziale: nella sua costruzione assume che la spesa pubblica in deficit non possa avere un impatto strutturale sulla crescita. Ciò significa che un aumento del deficit non può stimolare una crescita senza inflazione e che una diminuzione del deficit non ha effetti depressivi. Di conseguenza, qualsiasi diminuzione del tasso di crescita non può mai, per definizione, essere interpretata come conseguenza dell'austerità.

 

Questa ipotesi è in contrasto con ciò che ormai affermano anche economisti mainstream di spicco.

 

Quindi, che cosa determina la crescita potenziale, secondo la Commissione? Una componente importante, alla quale possiamo probabilmente tutti fare riferimento, è il tasso di disoccupazione strutturale, o “tasso di disoccupazione di equilibrio, tale da non generare pressioni salariali” (NAWRU – Non Accelerating Wages Rate of Unemployement), ovvero il più basso tasso di disoccupazione cui si può arrivare senza provocare la crescita dei salari e dell'inflazione. La figura 3 mostra come quest'ultima costruzione ipotetica si comporta in relazione al tasso di disoccupazione reale. La differenza tra le due serie è rilevante: maggiore è la differenza, maggiore è l’output gap e quindi lo spazio di flessibilità fiscale concesso a un paese.
Ma, guarda caso, più alto è il tasso di disoccupazione reale, più è alto anche il tasso di disoccupazione strutturale, il che lascia sostanzialmente invariato l’output gap.

 



 

 

Figura 3. In blu il tasso di disoccupazione reale e in rosso il NAWRU, dati scaricati da AMECO nel 2013, al culmine della crisi del debito sovrano. La Commissione stimava allora che la Spagna avesse un tasso di disoccupazione ottimale del 24%.


 

La logica è chiara: l'ipotesi è che la disoccupazione sia dovuta a fattori strutturali, come la rigidità del mercato del lavoro, e che i deficit fiscali possano raramente essere d'aiuto. Anche se fossimo d’accordo, sarebbe ben difficile spiegare perché la Spagna nel 2004 abbia avuto un tasso di disoccupazione strutturale del 10,4%, mentre nel 2013 del 24%, dato che il mercato del lavoro nel frattempo era diventato più flessibile. In Italia, il tasso di disoccupazione per il 2018 è attualmente del 10,8% e la stima del NAWRU è del 9,94%.
Lasciamo da parte i dibattiti tecnici: la decisione è in ultima analisi politica. Le formule oscure e i modelli traballanti si prestano proprio a questo: a giustificare ciò che viene deciso a porte chiuse. Nel frattempo, tuttavia, la contesa sulle cifre avrà distolto l'attenzione dei cittadini europei da una discussione sugli ampi obiettivi sociali che l'Europa dovrebbe raggiungere.

 

Tuttavia, resta difficile capire perché, in un contesto politico che minaccia la fondazione stessa dell'UE, la Commissione europea abbia deciso di evocare lo spettro di una catastrofe finanziaria per un aumento dell'1,4% rispetto a una stima che si è dimostrata ripetutamente inaffidabile e che la maggioranza degli economisti contesterebbe.