18/03/19
Krugman - Non date ai robot la colpa dei salari bassi
di Paul Krugman, 14 marzo 2019
I progressisti non dovrebbero cadere in un facile fatalismo nei confronti della tecnologia.
L'altro giorno mi sono ritrovato, come accade spesso, a una conferenza dove si parlava dei salari che diminuiscono e della disuguaglianza che aumenta. C'è stata una discussione interessante. Ma una cosa che mi ha colpito è il modo in cui molti partecipanti semplicemente davano per scontato che i robot rappresentassero una parte importante del problema - che le macchine stiano facendo sparire il lavoro di buona qualità, o persino il lavoro in generale. Per la maggior parte di loro questo non è stato neanche presentato come un'ipotesi, ma proprio come qualcosa di ormai assodato.
Ma questo postulato ha implicazioni reali per la discussione politica. Ad esempio, una gran parte dell'agitazione intorno alla necessità di un reddito di base universale proviene dalla convinzione che i posti di lavoro diventeranno sempre più scarsi, mentre l'apocalisse dei robot si impossessa dell'economia.
Mi sembra quindi utile sottolineare che, in questo caso, quello di cui tutti sono convinti non è vero. Fare previsioni è difficile, soprattutto per il futuro, e forse i robot arriveranno davvero a toglierci tutti i nostri lavori prima o poi. Ma l'automazione non rappresenta una parte importante nella storia di quello che è successo ai lavoratori americani negli ultimi 40 anni.
Abbiamo un grosso problema, certo: ma questo ha molto poco a che fare con la tecnologia e molto a che fare con la politica e il potere.
Andiamo indietro per un minuto e chiediamoci: che cos'è un robot, in fin dei conti? Chiaramente, non deve essere qualcosa che assomiglia a C-3PO (il robot D-3B0 nella versione italiana di Guerre Stellari, ndt), o che va in giro su ruote dicendo "Sterminare! Sterminare!". Dal punto di vista economico, un robot è tutto ciò che usa la tecnologia per fare un lavoro precedentemente svolto dagli esseri umani.
E i robot in questo senso hanno letteralmente trasformato la nostra economia, per secoli. David Ricardo, uno dei padri fondatori dell'economia, ha scritto sugli effetti dirompenti delle macchine nel 1821!
In questi giorni, quando le persone parlano dell'apocalisse dei robot, di solito non pensano a cose come lo scavo nelle miniere o la rimozione delle montagne. Eppure queste tecnologie hanno completamente trasformato il processo dell'estrazione del carbone: la produzione di carbone è quasi raddoppiata tra il 1950 e il 2000 (ha iniziato a scendere solo pochi anni fa), e tuttavia il numero di minatori di carbone è passato da 470.000 a meno di 80.000.
Oppure consideriamo l'introduzione dell'uso di container per il trasporto delle merci. Gli scaricatori di porto un tempo erano una parte importante della scena nelle principali città portuali. Ma mentre il commercio globale è aumentato vertiginosamente dagli anni '70, la quota di lavoratori statunitensi impegnati nella "movimentazione delle merci marine " è diminuita di due terzi.
Gli effetti dirompenti della tecnologia sul lavoro, quindi, non sono un fenomeno nuovo. Ma almeno, stanno accelerando? Secondo i dati, no. Se davvero i robot stessero sostituendo i lavoratori in massa, ci aspetteremmo di vedere un'esplosione della quantità di materiale prodotto da ciascun lavoratore rimasto - ovvero della produttività del lavoro. E invece, la produttività è cresciuta molto più rapidamente dalla metà degli anni '90 alla metà degli anni 2000, rispetto a quanto non sia avvenuto successivamente.
Quindi il cambiamento tecnologico è una vecchia storia. Quello che è nuovo è il fallimento dei lavoratori nel condividere i frutti di questo cambiamento tecnologico.
Non sto dicendo che affrontare il cambiamento sia sempre stato facile. Il declino dell'occupazione nelle miniere di carbone ha avuto effetti devastanti su molte famiglie, e gran parte di quella che una volta era l'area carbonifera non si è mai ripresa. La perdita di posti di lavoro manuali nelle città portuali ha sicuramente contribuito alla crisi sociale urbana degli anni '70 e '80.
Ma mentre ci sono sempre state vittime del progresso tecnologico, fino agli anni '70 l'aumento della produttività si è tradotto in salari crescenti per la grande maggioranza dei lavoratori. In seguito, questa relazione è stata interrotta. E non sono stati i robot a farlo.
Quale ne è stata la causa? C'è un consenso crescente, sebbene non totale, tra gli economisti, sul fatto che un fattore chiave nella stagnazione dei salari sia stato il declino del potere contrattuale dei lavoratori - un declino le cui radici sono in definitiva politiche.
La prova più evidente è data dal salario minimo federale, calcolato tenendo conto dell'inflazione, che è diminuito di un terzo nell'ultimo mezzo secolo, mentre la produttività dei lavoratori è aumentata del 150%. Questa divergenza è - in modo chiaro e semplice - legata alla politica.
Il declino dei sindacati, che coprivano un quarto dei lavoratori del settore privato nel 1973, ma solo il 6 per cento oggi, potrebbe non essere altrettanto evidentemente legato alla politica. Ma altri paesi non hanno visto lo stesso tipo di declino. Il Canada oggi è sindacalizzato quanto gli Stati Uniti nel 1973; nelle nazioni nordiche i sindacati coprono i due terzi della forza lavoro. Ciò che ha rappresentato l'eccezionalità dell'America è stato un ambiente politico profondamente ostile alla sindacalizzazione dei lavoratori e favorevole nei confronti dei datori di lavoro che distruggevano i sindacati.
E il declino dei sindacati ha fatto un'enorme differenza. Si consideri il caso del trasporto su gomma, che un tempo era un buon lavoro, ma ora paga un terzo in meno rispetto agli anni '70, con condizioni di lavoro terribili. Che cosa ha fatto la differenza? La de-sindacalizzazione ha avuto un ruolo notevole nella vicenda.
E questi fattori facilmente quantificabili sono solo indicatori di un atteggiamento contrario ai lavoratori persistente e trasversale nella nostra politica.
Il che mi riporta alla domanda: perché stiamo parlando così tanto di robot? La risposta, direi, è che si tratta di una tattica diversiva - un modo per evitare di affrontare il modo in cui il nostro sistema è truccato a danno dei lavoratori, così come parlare di un " gap delle competenze " è stato un modo per distogliere l'attenzione dalle cattive politiche che hanno tenuto alta la disoccupazione.
E i progressisti, soprattutto, non dovrebbero cadere in questo facile fatalismo. I lavoratori americani possono e devono ottenere condizioni molto migliori di quelle che ottengono oggi. E di quello che non ottengono, la colpa non è dei nostri robot, ma dei nostri leader politici
05/02/19
La tesi di sinistra contro i confini aperti - II Parte
Qua la prima parte.
di Angela Nagle
INTERESSI SOCIETARI E RICATTO MORALE
Le frontiere aperte non hanno un mandato pubblico, ma le politiche dell'immigrazione che pongono l'onere della loro applicazione sui datori di lavoro anziché sui migranti suscitano un sostegno travolgente. Secondo un sondaggio del Washington Post e di ABC News, il supporto all'utilizzo obbligatorio del sistema federale di verifica dell'occupazione (E-Verify), che impedirebbe ai datori di lavoro di sfruttare il lavoro illegale, è quasi all'80%, più del doppio del sostegno alla costruzione del muro lungo il confine messicano [11]. Allora perché le campagne presidenziali ruotano attorno alla costruzione di un lungo muro di confine? Perché gli attuali dibattiti sull'immigrazione ruotano intorno alle controverse tattiche dell'ICE per colpire i migranti, soprattutto quando il metodo più umano e popolare, imporre ai datori di lavoro l'onere di assumere in primo luogo forza lavoro legale, è anche il più efficace? [12]. La risposta, in breve, è che le lobby delle imprese hanno bloccato e sabotato i tentativi come E-Verify per decenni, mentre la sinistra dei confini aperti ha abbandonato qualsiasi seria discussione su questi temi.
Recentemente, la Western Growers Association e la California Farm Bureau Federation [associazioni di categoria degli agricoltori, in California e negli Stati Uniti sud-occidentali, ndr], tra gli altri, hanno bloccato una legge che avrebbe reso obbligatorio l'E-Verify, nonostante diverse concessioni a favore delle aziende [13]. I democratici sono stati totalmente assenti da questo dibattito. Di conseguenza, i lavoratori delle economie devastate dall'agricoltura statunitense continueranno a essere invitati nel paese con la promessa di lavorare, per essere sfruttati come lavoratori a basso costo e illegali. Mancando di pieni diritti legali, sarà impossibile sindacalizzare questi non-cittadini, che saranno tenuti nella costante paura di essere arrestati e criminalizzati.
"Non esiste una crisi migratoria" è diventato uno slogan comune adesso tra i sostenitori delle frontiere aperte - e tra molti commentatori tradizionali. Ma che piaccia o no, livelli così alti di migrazione di massa da essere radicalmente rivoluzionari sono impopolari in ogni parte della società e in tutto il mondo. E le persone tra le quali sono impopolari, i cittadini, hanno il diritto di voto. Quindi la migrazione produce sempre più una crisi fondamentale della democrazia. Qualsiasi partito politico che intenda governare dovrà accettare la volontà del popolo, o dovrà reprimere il dissenso per imporre l'agenda dei confini aperti. Molti nella sinistra libertaria sono tra i sostenitori più aggressivi di quest'ultima soluzione. E per cosa? Per fornire una copertura morale allo sfruttamento? Per garantire che i partiti di sinistra, che potrebbero effettivamente affrontare uno qualsiasi di questi temi più approfonditamente a un livello internazionale, rimangano senza potere?
Chi vuole diffondere l'immigrazione ha due armi chiave. Una è il grande business e gli interessi finanziari che lavorano tutti dalla loro parte, ma un'arma ugualmente potente - impugnata con più esperienza dai sostenitori dell'immigrazione a sinistra - è il ricatto morale e la vergogna pubblica. Le persone hanno ragione nel vedere come moralmente sbagliati i maltrattamenti ai migranti. Molte persone sono preoccupate per la crescita del razzismo e dell'indifferenza verso le minoranze, che spesso accompagna il sentimento anti-immigrazione. Ma la posizione dei confini aperti non è all'altezza del loro personale codice morale.
Ci sono molti vantaggi e svantaggi economici in alti livelli di immigrazione, ma è più probabile che abbiano un impatto negativo sui lavoratori indigeni poco qualificati e a basso salario, mentre se ne avvantaggiano i lavoratori nativi più ricchi e il settore delle imprese. Come ha sostenuto George J. Borjas, funziona come una sorta di redistribuzione della ricchezza verso l'alto [14]. Uno studio del 2017 dell'Accademia Nazionale delle Scienze intitolato "Le conseguenze economiche e fiscali dell'immigrazione" ha rilevato che le attuali politiche sull'immigrazione hanno provocato effetti negativi in misura sproporzionata sui poveri e le minoranze americane, una scoperta che non sarebbe stata una sorpresa per personaggi come Marcus Garvey o Frederick Douglass. Senza dubbio anche loro, in base agli attuali standard, dovrebbero essere considerati "anti-immigrati" per il fatto di aver richiamato l'attenzione sulle conseguenze.
In un discorso pubblico sull'immigrazione, Hillary Clinton ha dichiarato: "Credo che quando avremo milioni di immigrati laboriosi che contribuiscono alla nostra economia, sarebbe controproducente e disumano cercare di cacciarli" [15]. In un discorso privato, tenuto per i banchieri latino-americani, è andata oltre: "Il mio sogno è un mercato comune emisferico, con scambi aperti e confini aperti, ad un certo punto nel futuro, con un'energia che sia il più sostenibile e verde possibile" [16] (anche se in seguito dichiarò che intendeva che i confini fossero aperti solo per l'energia). Queste affermazioni, naturalmente, hanno fatto impazzire la destra anti-immigrazione e pro-Trump. Forse più rivelatrice, tuttavia, è la convergenza tra la sinistra dei confini aperti e la "rispettabile" destra pro-business, che è stata incarnata nelle dichiarazioni della Clinton. In un recente articolo di National Review in risposta al "nazionalismo" di Trump, Jay Cost ha scritto: "Per dirla senza mezzi termini, non dobbiamo piacerci l'un l'altro, purché continuiamo a fare soldi l'uno con l'altro. Questo è ciò che ci manterrà uniti". In questo mostruoso sub-thatcherismo, i Buckleyiti [i conservatori americani - da William Buckley, intellettuale e scrittore americano, ritenuto uno dei padri della Nuova Destra, ndt] parlano esattamente come i "cosmopoliti" liberali - ma senza il fascino o l'estro dell'autoinganno morale.
Come figlia di migranti, e avendo trascorso la maggior parte della mia vita in un paese con livelli di emigrazione persistentemente elevati - l'Irlanda - ho sempre considerato la questione della migrazione in modo diverso rispetto ai miei benintenzionati amici di sinistra nelle grandi economie che dominano il mondo. Quando l'austerità e la disoccupazione hanno colpito l'Irlanda, dopo che miliardi di denaro pubblico sono stati utilizzati per salvare il settore finanziario nel 2008, ho visto il mio intero gruppo di amici andarsene e non tornare mai più. Questo non è solo un problema tecnico. Tocca il cuore e l'anima di una nazione, come una guerra. Significa la costante emorragia di giovani generazioni idealistiche ed energiche, che normalmente ringiovaniscono e ri-prefigurano una società. In Irlanda, come in ogni paese ad alta emigrazione, ci sono sempre state campagne e movimenti anti-emigrazione, guidati dalla sinistra, che chiedevano la piena occupazione in tempi di recessione. Ma raramente sono abbastanza forti da resistere alle forze del mercato globale. Nel frattempo, le élite al potere durante un periodo di rabbia popolare, colpevoli e nervose, sono fin troppo felici di vedere una generazione potenzialmente radicale disperdersi in tutto il mondo.
Sono sempre stupito dall'arroganza e dalla strana mentalità imperiale dei progressisti britannici e americani pro-open border che credono di compiere un atto di carità illuminata quando "accolgono" i dottori di ricerca provenienti dall'Europa orientale o dal Centro America, portandoli a giro e servendo loro cibo. Nelle nazioni più ricche, la difesa delle frontiere aperte sembra funzionare come un culto fanatico tra veri credenti - un prodotto del grande business e delle lobby del libero mercato fatto proprio da un gruppo più ampio della classe urbana creativa, tecnologica, dei media e della conoscenza, che sta facendo i propri interessi oggettivi di classe per mantenere a buon mercato i propri effimeri stili di vita e intatte le proprie carriere, ripetendo a pappagallo l'ideologia istituzionale delle proprie aziende. La verità è che la migrazione di massa è una tragedia, e la classe medio-alta che ci moralizza sopra è una farsa. Forse gli ultra-ricchi possono permettersi di vivere in un mondo senza confini di cui sono aggressivi sostenitori, ma la maggior parte della gente ha bisogno - e vuole - un'organizzazione politica coerente e sovrana per difendere i propri diritti di cittadini.
DIFENDERE GLI IMMIGRATI, OPPORSI ALLO SFRUTTAMENTO SISTEMATICO
Se le frontiere aperte sono "una proposta dei fratelli Koch", a cosa somiglierebbe una autentica posizione di sinistra sull'immigrazione? In questo caso, invece di canalizzare Milton Friedman, la sinistra dovrebbe orientarsi sulla base delle sue antiche tradizioni. I progressisti dovrebbero concentrarsi sull'affrontare lo sfruttamento sistemico alla radice della migrazione di massa piuttosto che ritirarsi verso un moralismo superficiale che legittima queste forze di sfruttamento. Ciò non significa che la sinistra debba ignorare le ingiustizie nei confronti degli immigrati. Dovrebbe difendere vigorosamente i migranti dai trattamenti inumani. Allo stesso tempo, qualsiasi sinistra sincera deve prendere una linea dura contro gli attori societari, finanziari e di altro tipo che creano le circostanze disperate alla base della migrazione di massa (che, a sua volta, produce la reazione populista contro di essa). Solo una forte sinistra nazionale nei paesi piccoli e in via di sviluppo - agendo di concerto con una sinistra impegnata a porre fine alla finanziarizzazione e allo sfruttamento del lavoro globale nelle grandi economie - potrebbe avere qualche speranza di affrontare questi problemi.
Per cominciare, la sinistra deve smettere di citare la propaganda più recente del Cato Institute e ignorare gli effetti dell'immigrazione sul lavoro nazionale, in particolare sui lavoratori poveri che rischiano di soffrire in modo sproporzionato a causa dell'ampliamento dell'offerta di lavoro. Le politiche dell'immigrazione dovrebbero essere progettate per garantire che il potere contrattuale dei lavoratori non sia messo significativamente a repentaglio. Ciò è particolarmente vero in periodi di stagnazione salariale, sindacati deboli ed enorme disuguaglianza.
Per quanto riguarda l'immigrazione clandestina, la sinistra dovrebbe sostenere gli sforzi per rendere obbligatorio l'E-Verify e spingere per sanzioni severe ai datori di lavoro che non lo rispettano. I datori di lavoro, non gli immigrati, dovrebbero essere al centro delle attività di controllo. Questi datori di lavoro approfittano di immigrati privi dell'ordinaria protezione legale al fine di perpetuare una corsa al ribasso dei salari, evitando allo stesso tempo di pagare i contributi ed erogare altri benefici. Tali incentivi devono essere eliminati se tutti i lavoratori devono essere trattati in modo equo.
Trump si è lamentato in modo alquanto ignobile delle persone provenienti dai "cesso di paesi" del terzo mondo e ha portato i norvegesi come esempio di immigrati ideali. Ma i norvegesi venivano in America in gran numero una volta, quando erano poveri e disperati. Ora che hanno una democrazia sociale prospera e relativamente egualitaria, costruita sulla proprietà pubblica delle risorse naturali, non vogliono più venire [17]. In definitiva, la motivazione all'immigrazione di massa persisterà fino a quando i problemi strutturali che ne sono alla base rimarranno.
Ridurre le tensioni causate dalle migrazioni di massa richiede quindi di migliorare le prospettive dei poveri del mondo. La migrazione di massa in sé non ci riuscirà: crea una corsa verso il basso per i lavoratori nei paesi ricchi e una fuga di capacità e competenze in quelli poveri. L'unica vera soluzione è correggere gli squilibri nell'economia globale e ristrutturare radicalmente un sistema di globalizzazione progettato per aiutare i ricchi a scapito dei poveri. Ciò comporta, per cominciare, cambiamenti strutturali delle politiche commerciali che impediscono il necessario sviluppo, guidato dallo stato, nelle economie emergenti. Si devono contrastare anche gli accordi commerciali anti-lavoro come il Nafta. È ugualmente necessario affrontare un sistema finanziario che incanala il capitale dai paesi in via di sviluppo nelle bolle patrimoniali nei paesi ricchi, che aumentano le diseguaglianze. Infine, sebbene le sconsiderate politiche estere dell'amministrazione di George W. Bush siano state screditate, sembra continuare a vivere la tentazione di impegnarsi in crociate militari. Ci si dovrebbe opporre. Le invasioni straniere guidate dagli Stati Uniti hanno ucciso milioni di persone in Medio Oriente, creato milioni di rifugiati e migranti e devastato infrastrutture basilari.
Oggi, mentre assistiamo all'ascesa di vari movimenti identitari in tutto il mondo, dovrebbe risuonare l'argomentazione di Marx secondo cui la classe lavoratrice inglese dovrebbe vedere la nazione irlandese come un potenziale complemento alla sua lotta, piuttosto che come una minaccia alla sua identità. La confortante illusione che gli immigranti vengano qui perché amano l'America è incredibilmente naif - naif quanto sostenere che gli immigrati irlandesi del XIX secolo descritti da Marx amassero l'Inghilterra. La maggior parte dei migranti emigra per necessità economiche e la stragrande maggioranza preferirebbe avere migliori opportunità a casa propria, con la propria famiglia e coi propri amici. Ma tali opportunità sono impossibili all'interno dell'attuale forma di globalizzazione.
Proprio come nella situazione descritta da Marx dell'Inghilterra dei suoi tempi, politici come Trump galvanizzano la propria base suscitando sentimenti anti-immigrazione, ma raramente, se non mai, affrontano lo sfruttamento strutturale - sia in patria che all'estero - e cioè la causa che sta alla radice della migrazione di massa. Spesso, aggravano questi problemi, ampliando il potere dei datori di lavoro e del capitale contro il lavoro, mentre indirizzano la rabbia dei loro sostenitori - spesso le vittime di questi poteri - contro altre vittime, gli immigrati. Ma nonostante tutte le spacconate anti-immigrazione di Trump, la sua amministrazione non ha fatto praticamente nulla per espandere l'implementazione di E-Verify, preferendo invece vantarsi di un muro di confine che non sembra materializzarsi mai [18]. Mentre le famiglie vengono separate al confine, l'amministrazione chiude un occhio sui datori di lavoro che usano gli immigrati come pedine in un gioco di arbitraggio del lavoro.
D'altra parte, i fautori della sinistra dei confini aperti potrebbero cercare di convincersi che stanno adottando una posizione radicale. Ma in pratica stanno solo sostituendo la ricerca dell'eguaglianza economica con la politica del grande business, mascherata da virtuoso identitarismo. L'America, che è ancora uno dei paesi più ricchi del mondo, dovrebbe essere in grado non solo di giungere alla piena occupazione, ma a un salario dignitoso per tutti, compresi quei lavori che i sostenitori delle frontiere aperte dichiarano che "gli americani non vogliono fare". Dovrebbero essere condannati i datori di lavoro che sfruttano illegalmente i migranti per il lavoro a basso costo - con grande rischio per i migranti stessi - non i migranti che stanno semplicemente facendo ciò che le persone hanno sempre fatto quando affrontano le avversità economiche. Fornendo una involontaria copertura agli interessi della élite al potere, la sinistra rischia una significativa crisi esistenziale, poiché le persone comuni si orientano sempre di più verso i partiti di estrema destra. In questo momento di crisi, la posta in gioco è troppo alta per continuare a sbagliare.
NOTE
[11] “Immigration, DACA, Congress, and Compromise,” Washington Post, Oct. 20, 2017.
[12] Pia M. Orrenius and Madeline Zavodny, “Do State Work Eligibility Verification Laws Reduce Unauthorized Immigration?,” IZA Journal of Migration 5, no. 5 (December 2016).
[13] Dan Wheat, “Ag Groups Split over Latest House Labor Bill,” Capital Press, July 17, 2018.
[14] George Borjas, “Yes, Immigration Hurts American Workers,” Politico, September/October 2016.
[15] Borjas.
[16] Chris Matthews, “What’s Important about the Clinton Campaign’s Leaked Emails on Free Trade,” Fortune, Oct. 11, 2016.
[17] Krishnadev Calamur, “Why Norwegians Aren’t Moving to the U.S.,” Atlantic, Jan. 12, 2018.
[18] Tracy Jan, “Trump Isn’t Pushing Hard for This One Popular Way to Curb Illegal Immigration,” Washington Post, May 22, 2018.
27/01/19
La tesi di sinistra contro i confini aperti - I Parte
Qua la Parte II
di Angela Nagel
Prima del "Costruite il muro!", c'era il "Butti giù questo muro!". Nel suo famoso discorso del 1987, Ronald Regan chiese che la "cicatrice" del Muro di Berlino fosse cancellata e ribadì che l'oltraggiosa restrizione alla circolazione che esso rappresentava equivaleva niente di meno che a una "questione di libertà per tutto il genere umano". Continuò dicendo che quelli che "rifiutavano di unirsi alla comunità della libertà" sarebbero "stati superati" come risultato dell'irresistibile forza del mercato globale. E così fu. Per celebrare, Leonard Bernstein ha diretto una rappresentazione dell'"Inno alla gioia" e Roger Waters si è esibito in "The Wall". Le barriere alla mobilità del lavoro e dei capitali crollarono in tutto il mondo; fu dichiarata la fine della storia; e seguirono decenni di globalizzazione dominata dagli Stati Uniti.
Nei suoi 29 anni di esistenza, circa 140 persone sono morte cercando di superare il Muro di Berlino. Nel mondo promesso della libertà e della prosperità economiche globali, sono morte 412 persone soltanto l'anno scorso nel tentativo di attraversare il confine tra Messico e Stati Uniti, e più di tremila sono morte l'anno prima nel Mediterraneo. Delle canzoni pop e dei film di Hollywood sulla libertà non c'è traccia. Cosa è andato storto?
Naturalmente, il progetto reaganiano non si concluse col crollo dell'Unione Sovietica. Reagan - e i suoi successori di entrambi i partiti - ha usato la stessa retorica trionfalistica per vendere lo svuotamento dei sindacati, la liberalizzazione delle banche, l'espansione delle esternalizzazioni, e la globalizzazione dei mercati lontano dal peso morto degli interessi economici nazionali.
Per questo progetto è stato centrale l'attacco neoliberale alle barriere nazionali alla circolazione della forza lavoro e dei capitali. In casa, Reagan sovrintese a una delle più significative riforme a favore dell'immigrazione nella storia americana, il "Reagan Amnesty" del 1986, che ampliò il mercato del lavoro permettendo a milioni di migranti illegali di ottenere uno status legale.
Inizialmente, i movimenti popolari che lottavano contro differenti elementi di questa visione post-Guerra Fredda insorsero da sinistra, nella forma di movimenti anti-globalizzazione e successivamente di Occupy Wall Street. Ma, mancando del potere negoziale per sfidare il capitale internazionale, questi movimenti di protesta non si risolsero in nulla. Il sistema economico globalizzato e finanziarizzato ha tenuto nonostante tutte le devastazioni che ha provocato, anche durante la crisi finanziaria del 2008.
Oggi, il movimento anti-globalizzazione di gran lunga più visibile ha preso la forma di una forte reazione contro i migranti, guidata da Donald Trump e altri "populisti". La sinistra, nel frattempo, non sembra avere altre opzioni che ritrarsi inorridita dal "Muslim ban" di Trump e dalle nuove storie sull'ICE che bracca le famiglie di migranti; può soltanto reagire contro qualsiasi cosa Trump stia facendo. Se Trump è a favore dei controlli sull'immigrazione, la sinistra chiederà l'opposto. E così oggi i discorsi sui "confini aperti" sono entrati nel dibattito liberale mainstream, quando una volta erano confinati ai think tank radicali del libero mercato e ai circoli anarco-libertari.
Anche se nessun importante partito politico di sinistra sta offrendo proposte concrete per una società realmente senza confini, accogliendo gli argomenti morali della sinistra open-border e gli argomenti economici dei think tank del libero mercato, la sinistra si è messa all'angolo. Se "nessun essere umano è illegale!", come affermano i canti di protesta, la sinistra sta implicitamente accettando la tesi morale a favore di nessuna frontiera o sovranità nazionale. Ma quali implicazioni avrà l'immigrazione illimitata su progetti come la sanità e l'educazione pubbliche universali, o la garanzia dei lavori federali? E come potranno i progressisti spiegare questi obiettivi in modo convincente all'opinione pubblica?
Durante la campagna delle primarie democratiche del 2016, quando il redattore di Vox Ezra Klein suggerì le politiche open border a Bernie Sanders, il senatore com'è noto dimostrò la sua età rispondendo: "Confini aperti? No. Quella è una proposta dei fratelli Koch" [1]. Questo per un attimo portò confusione nella narrazione ufficiale, e Sanders fu velocemente accusato di "parlare come Donald Trump". Sotto le differenze generazionali rivelate da questo scambio, in ogni caso, c'è un tema più grande. La distruzione e l'abbandono delle politiche del lavoro implicano che, al momento, i temi dell'immigrazione possano essere messi in scena soltanto all'interno della cornice di una cultura di guerra, combattuta interamente sul terreno morale. Nelle intense emozioni del dibattito pubblico americano sulla migrazione, prevale una semplice dicotomia morale e politica. È "di destra" essere "contro l'immigrazione" e "di sinistra" essere "a favore dell'immigrazione". Ma l'economia della migrazione racconta una storia diversa.
GLI UTILI IDIOTI
La trasformazione della posizione open border in una posizione di "sinistra" è un fenomeno del tutto nuovo ed è in contrasto con la storia della sinistra organizzata in diversi modi fondamentali. I confini aperti sono da lungo tempo un grido di battaglia per la destra degli affari e del libero mercato. Attingendo da economisti neoclassici, questi gruppi hanno sostenuto la liberalizzazione della migrazione sulla base della razionalità del mercato e della libertà economica. Si oppongono ai limiti alla migrazione per le stesse ragioni per cui si oppongono alle restrizioni sui movimenti di capitali. Il Cato Institute, finanziato dai Koch, che promuove anche l'abolizione delle restrizioni legali sul lavoro minorile, ha prodotto una difesa radicale delle frontiere aperte per decenni, sostenendo che il sostegno alle frontiere aperte è un principio fondamentale del libertarismo e "Dimenticate il muro, è già tempo che gli Stati Uniti abbiano confini aperti" [2]. L'Adam Smith Institute ha fatto lo stesso, sostenendo che "le restrizioni all'immigrazione ci rendono più poveri" [3].
Seguendo Reagan e figure come Milton Friedman, George W. Bush ha sostenuto la liberalizzazione della migrazione prima, durante e dopo la sua presidenza. Grover Norquist, zelante difensore dei tagli fiscali di Trump (e di Bush e di Reagan), per anni si è scagliato contro l'intolleranza dei sindacati, ricordandoci che "l'ostilità verso l'immigrazione è stata tradizionalmente una causa sindacale" [4].
Non ha torto. Dalla prima legge che limitava l'immigrazione nel 1882 a Cesar Chavez e ai famosi lavoratori multietnici della United Farm che protestavano contro l'uso e l'incoraggiamento, da parte dei datori di lavoro, dell'emigrazione illegale nel 1969, i sindacati si sono spesso opposti alla migrazione di massa. Videro l'importazione deliberata di lavoratori illegali a basso salario come un indebolimento del potere contrattuale della forza lavoro e come forma di sfruttamento. Non c'è modo di aggirare il fatto che il potere dei sindacati dipende per definizione dalla loro capacità di limitare e ritirare l'offerta di lavoro, cosa che diventa impossibile se un'intera forza lavoro può essere sostituita facilmente ed economicamente. Le frontiere aperte e l'immigrazione di massa sono una vittoria per i padroni.
E i padroni la supportano quasi universalmente. Il think tank e organizzazione di lobbying di Mark Zuckerberg, Forward, che promuove la liberalizzazione delle politiche migratorie, elenca tra i suoi "fondatori e finanziatori" Eric Schmidt e Bill Gates, nonché amministratori delegati e dirigenti di YouTube, Dropbox, Airbnb, Netflix, Groupon, Walmart , Yahoo, Lyft, Instagram e molti altri. La ricchezza personale cumulata rappresentata da questa lista è sufficiente a influenzare pesantemente la maggior parte delle istituzioni di governo e dei parlamenti, se non a comprarli del tutto. Sebbene spesso celebrati dai progressisti, le motivazioni di questi miliardari "liberali" sono chiare. Non dovrebbe sorprendere la loro generosità verso i repubblicani dogmaticamente schierati contro il lavoro, come Jeff Flake della famosa "Gang of Eight".
Certo, l'opposizione sindacale alla migrazione di massa nelle epoche precedenti è stata a volte mescolata con il razzismo (che era presente in tutta la società americana). Ciò che viene omesso nei tentativi dei libertari di diffamare i sindacati come "i veri razzisti", tuttavia, è che ai tempi dei sindacati forti, questi erano in grado di usare il loro potere anche per organizzare campagne di solidarietà internazionale con i movimenti dei lavoratori in tutto il mondo. I sindacati hanno aumentato i salari di milioni di membri non bianchi, mentre oggi si stima che la de-sindacalizzazione costi ai maschi neri americani 50 dollari a settimana [5].
Durante la rivoluzione neoliberale di Reagan, il potere sindacale subì un duro colpo dal quale non si è mai più ripreso e i salari sono rimasti fermi per decenni. Sotto questa pressione, la sinistra stessa ha subito una trasformazione. In assenza di un potente movimento operaio, è rimasta radicale nella sfera della cultura e della libertà individuale, ma può offrire poco più di proteste inoffensive e appelli al noblesse oblige nella sfera dell'economia.
Con le immagini oscene di migranti a basso reddito che vengono braccati come criminali dall'ICE, di altri che affogano nel Mediterraneo, e la preoccupante crescita del sentimento anti-immigrazione in tutto il mondo, è facile capire perché la sinistra vuole impedire che i migranti illegali diventino bersagli e vittime. E con ragione. Ma agendo sulla base del giusto impulso morale a difendere la dignità umana dei migranti, la sinistra ha finito per trascinare la linea del fronte troppo indietro, difendendo efficacemente lo stesso sistema di sfruttamento della migrazione.
I benintenzionati attivisti di oggi sono diventati gli utili idioti del grande business. Adottando la difesa dei "confini aperti" - e un feroce assolutismo morale che considera ogni limite alla migrazione come un male indicibile - qualsiasi critica al sistema di sfruttamento delle migrazioni di massa viene effettivamente respinta come bestemmia. Persino politici saldamente di sinistra, come Bernie Sanders negli Stati Uniti e Jeremy Corbyn nel Regno Unito, sono accusati di "nativismo" dai critici se riconoscono a un certo punto la legittimità delle frontiere o delle restrizioni sulla migrazione. Questa radicalismo delle frontiere aperte in definitiva giova alle élite dei paesi più potenti del mondo, indebolisce ulteriormente il lavoro organizzato, deruba il mondo in via di sviluppo di professionisti di cui ha disperato bisogno e mette i lavoratori contro i lavoratori.
Ma la sinistra non ha bisogno di credermi sulla parola. Basta chiedere a Karl Marx, la cui posizione sull'immigrazione lo farebbe bandire dalla sinistra moderna. Anche se la velocità e le dimensioni attuali dei fenomeni di migrazione sarebbero stati impensabili ai tempi di Marx, egli espresse una visione estremamente critica degli effetti della migrazione che si verificò nel diciannovesimo secolo. In una lettera a due dei suoi compagni di viaggio americani, Marx sosteneva che l'importazione di immigrati irlandesi poco pagati in Inghilterra li costringeva a una concorrenza ostile con i lavoratori inglesi. Lo vedeva come parte di un sistema di sfruttamento, che divideva la classe operaia e che rappresentava un'estensione del sistema coloniale. Scrisse:
A causa della concentrazione sempre crescente delle locazioni, l'Irlanda invia costantemente il proprio surplus umano al mercato del lavoro inglese, e quindi fa scendere i salari e riduce la posizione materiale e morale della classe operaia inglese.
E la cosa più importante di tutte! Ogni centro industriale e commerciale in Inghilterra ora possiede una classe operaia divisa in due campi ostili, proletari inglesi e proletari irlandesi. Il comune lavoratore inglese odia il lavoratore irlandese come un concorrente che abbassa il suo tenore di vita. Rispetto all'operaio irlandese, si considera membro della nazione dominante e conseguentemente diventa uno strumento dell'aristocrazia e dei capitalisti inglesi contro l'Irlanda, rafforzando così il loro dominio su se stesso. Ama i pregiudizi religiosi, sociali e nazionali contro il lavoratore irlandese. Il suo atteggiamento nei suoi confronti è molto simile a quello dei "bianchi poveri" verso i negri negli ex stati schiavisti degli Stati Uniti. L'irlandese lo ripaga con gli interessi nella propria moneta. Vede nell'operaio inglese sia il complice che lo stupido strumento dei governanti inglesi in Irlanda.
Questo antagonismo è artificialmente tenuto in vita e intensificato dalla stampa, dal pulpito, dai fumetti, in breve, da tutti i mezzi a disposizione delle classi dominanti. Questo antagonismo è il segreto dell'impotenza della classe operaia inglese, nonostante la sua organizzazione. È il segreto con cui la classe capitalista mantiene il suo potere. E quest'ultima è abbastanza consapevole di questo [6].
Marx continuava dicendo che la priorità per l'organizzazione dei lavoratori in Inghilterra era "far capire agli inglesi che per loro l'emancipazione nazionale dell'Irlanda non è una questione di giustizia astratta o di sentimento umanitario, ma la prima condizione della loro emancipazione sociale". Qui Marx ha indicato la strada per un approccio che oggi difficilmente si trova. L'importazione di manodopera sottopagata è uno strumento di oppressione che divide i lavoratori e beneficia chi ha il potere. La risposta adeguata, quindi, non è un moralismo astratto sull'accoglienza di tutti i migranti come un atto immaginario di carità, ma piuttosto affrontare le cause profonde della migrazione nel rapporto tra le economie grandi e potenti e le economie più piccole o in via di sviluppo da cui le persone migrano.
IL COSTO UMANO DELLA GLOBALIZZAZIONE
I sostenitori delle frontiere aperte spesso trascurano i costi della migrazione di massa per i paesi in via di sviluppo. In effetti, la globalizzazione crea spesso un circolo vizioso: le politiche commerciali liberalizzate distruggono l'economia di una regione, che a sua volta porta all'emigrazione di massa da quella zona, erodendo ulteriormente il potenziale del paese di origine e deprimendo i salari per i lavoratori meno pagati nel paese di destinazione. Una delle principali cause della migrazione di manodopera dal Messico agli Stati Uniti è stata la devastazione economica e sociale causata dall'Accordo Nord Americano di Libero Scambio (NAFTA). Il Nafta costrinse gli agricoltori messicani a competere con l'agricoltura americana, con conseguenze disastrose per il Messico. Le importazioni messicane sono raddoppiate e il Messico ha perso migliaia di allevamenti di suini e coltivatori di mais a favore della concorrenza statunitense. Quando i prezzi del caffè sono scesi al di sotto del costo di produzione, il Nafta ha proibito l'intervento statale per mantenere a galla i coltivatori. Inoltre, alle società statunitensi è stato permesso di acquistare infrastrutture in Messico, tra cui, ad esempio, la principale linea ferroviaria nord-sud del paese. La ferrovia quindi interruppe il servizio passeggeri, determinando la decimazione della forza lavoro ferroviaria dopo aver schiacciato uno sciopero selvaggio. Nel 2002, i salari messicani erano diminuiti del 22%, anche se la produttività degli operai aumentava del 45% [7]. In regioni come Oaxaca, l'emigrazione devastò le economie e le comunità locali, mentre gli uomini emigrarono per lavorare nelle fattorie e nei macelli dell'America, lasciandosi alle spalle donne, bambini e anziani.
E che dire della consistente forza lavoro qualificata e dei colletti bianchi emigrati? Nonostante la retorica sui "paesi cesso" o sulle nazioni "che non mandano i migliori", il prezzo della fuga di cervelli per le economie in via di sviluppo è stato enorme. Secondo le cifre del Census Bureau per il 2017, circa il 45% dei migranti che sono arrivati negli Stati Uniti dal 2010 ha un'istruzione superiore [8]. I paesi in via di sviluppo stanno lottando per far restare i propri cittadini qualificati e i professionisti, spesso istruiti con un costo elevato per le finanze pubbliche, perché economie più ricche e più grandi che dominano il mercato globale hanno la ricchezza per prenderli. Oggi il Messico è anche uno dei maggiori esportatori al mondo di professionisti istruiti, e la sua economia soffre di un persistente "deficit di occupazione qualificata". Questa ingiustizia nello sviluppo non è certamente limitata al Messico. Secondo la rivista Foreign Policy, "ci sono più medici etiopi che praticano a Chicago oggi che in tutta l'Etiopia, un paese di 80 milioni di persone" [9]. Non è difficile capire perché le élite politiche ed economiche dei paesi più ricchi del mondo vorrebbero che il mondo "mandasse il suo meglio", indipendentemente dalle conseguenze per il resto del mondo. Ma perché la sinistra moralista a favore dei confini aperti fornisce un volto umanitario a questo puro e semplice egoismo?
Secondo le migliori analisi dei flussi di capitali e della ricchezza globale di oggi, la globalizzazione sta arricchendo le persone più ricche dei paesi più ricchi a spese dei più poveri, e non viceversa. Alcuni lo hanno chiamato "aiuti al rovescio". Miliardi di pagamenti di interessi sul debito passano dall'Africa alle grandi banche di Londra e New York. La grande ricchezza privata viene generata ogni anno in industrie estrattive di materie prime e attraverso l'arbitraggio del lavoro, e rimpatriata verso le nazioni ricche in cui sono basate le multinazionali. Fughe di capitali di trilioni di dollari si verificano perché le multinazionali approfittano dei paradisi fiscali e delle giurisdizioni segrete, rese possibili dalla liberalizzazione per mano dell'Organizzazione Mondiale del Commercio dei regolamenti sulla fatturazione "inefficienti per il commercio" e di altra politiche [10].
La disuguaglianza della ricchezza globale è il principale fattore di spinta che guida la migrazione di massa e la globalizzazione del capitale non può essere separata da questa materia. C'è anche l'effetto di richiamo dei datori di lavoro sfruttatori negli Stati Uniti, che cercano di trarre profitto da lavoratori non sindacalizzati e con salari bassi in settori come l'agricoltura, nonché attraverso l'importazione di una grande forza lavoro impiegatizia già addestrata in altri paesi. Il risultato netto è una popolazione stimata di undici milioni di persone che vivono illegalmente negli Stati Uniti.
NOTE
[1] Ezra Klein, “Bernie Sanders: The Vox Conversation,” Vox, July 28, 2015.
[2] Jeffrey Miron, “Forget the Wall Already, It’s Time for the U.S. to Have Open Borders,” USA Today, July 31, 2018.
[3] Sam Bowman, “Immigration Restrictions Make Us Poorer,” Adam Smith Institute, April 13, 2011.
[4] Grover G. Norquist, “Samuel Gompers versus Reagan,” American Spectator, Sept. 25, 2013.
[5] Bhaskar Sunkara, “What’s Your Solution to Fighting Sexism and Racism? Mine Is: Unions,” Guardian, Sept. 1, 2018.
[6] David L. Wilson, “Marx on Immigration,” Monthly Review, Feb. 1, 2017.
[7] David Bacon, “Globalization and nafta Caused Migration from Mexico,” People’s World, Oct. 15, 2014.
[8] Gustavo López, Kristen Bialik, and Jynnah Radford, “Key Findings about U.S. Immigrants,” Pew Research Center, Sept. 14, 2018.
[9] Kate Tulenko, “Countries without Doctors?,” Foreign Policy, June 11, 2010.
[10]Jason Hickel, “Aid in Reverse: How Poor Countries Develop Rich Countries,” Guardian, Jan. 14, 2017.
10/01/19
Bloomberg - I sindacati hanno fatto grandi cose per la classe lavoratrice
Di Noah Smith, 13 giugno 2018
Rinforzare [i sindacati] potrebbe attenuare le disuguaglianze e la stagnazione dei salari.
Dal punto di vista politico ed economico, i sindacati sono una strana bestia. Non fanno parte dell'apparato dello Stato, ma dipendono in modo cruciale dal sostegno statale per esercitare il loro potere. Sono implicati nella conduzione delle aziende, ma spesso hanno rapporti conflittuali con la loro direzione. Storicamente, i sindacati sono stati una causa importante della conquista da parte della classe lavoratrice di molte delle protezioni e dei diritti di cui gode ora, ma spesso hanno lasciato la classe operaia frammentata e divisa tra aziende diverse, tra lavoratori sindacalizzati e non sindacalizzati, e perfino tra diversi gruppi etnici.
Anche gli economisti sono stati a lungo incerti nel formulare un giudizio sui sindacati. Non si adattano facilmente al paradigma standard della teoria economica moderna, in cui individui e società atomizzate rispettano regole supervisionate da un governo onnipotente. Alcuni economisti vedono i sindacati come un cartello, che protegge gli iscritti a spese degli altri. Secondo questa teoria, i sindacati fanno aumentare i salari, ma anche la disoccupazione. Questa è la visione dei sindacati insegnata in molti corsi introduttivi e libri di testo.
Se questo fosse davvero ciò che hanno fatto i sindacati, potrebbe essere semplicemente il caso di lasciarli scivolare nel dimenticatoio, come è successo per i sindacati del settore privato negli Stati Uniti:
È passato molto tempo da quando l'Unione ci ha resi forti
Quota di forza lavoro iscritta ai sindacati nel settore privato
Fonte: Barry T. Hirsch e David A. Macpherson tramite Unionstat.com
Ma ci sono molte ragioni per ritenere che questa teoria sui sindacati non sia giusta - o, almeno, sia lamentevolmente incompleta.
Innanzitutto, già negli anni '70 alcuni economisti si sono resi conto che i sindacati fanno molto di più che spingere verso l'alto gli stipendi. In un articolo del 1979 intitolato "The Two Faces of Unionism" [Le due facce del sindacalismo, ndt], gli economisti Richard Freeman e James Medoff sostenevano che "offrendo ai lavoratori una voce sia sul posto di lavoro che nell'arena politica, i sindacati possono influenzare positivamente il funzionamento dei sistemi economici e sociali".
Freeman e Medoff citano dati che dimostrano che i sindacati hanno ridotto il turnover, il che fa diminuire i costi associati al continuo trovare e formare nuovi lavoratori. Dimostrano anche che i sindacati impegnati nell'attività politica hanno procurato benefici alla classe lavoratrice tutta, piuttosto che ai soli membri del sindacato. E hanno mostrato che contrariamente alla convinzione diffusa, i sindacati hanno effettivamente ridotto le disparità retributive legate alla razza. Infine, Freeman e Medoff sostengono che, definendo standard di retribuzione all'interno delle industrie, i sindacati in realtà riducevano la disuguaglianza salariale complessiva, nonostante l'effetto cartello messo in evidenza nei libri di testo economici.
Ma il mondo non ha ascoltato Freeman e Medoff, e i sindacati del settore privato sono diminuiti, fino a diventare quasi insignificanti. Ora, dopo quarant'anni, gli economisti iniziano a sospettare che i sindacati siano un affare migliore di quello che i libri di testo raccontano.
Un recente articolo degli economisti Henry Farber, Daniel Herbst, Ilyana Kuziemko e Suresh Naidu conclude che i sindacati sono stati una forza importante nella riduzione della disuguaglianza negli Stati Uniti.
Poiché i dati sul passato tendono a essere frammentari, Farber e i suoi coautori hanno messo insieme un numero enorme di fonti diverse per ottenere un quadro dettagliato dei tassi di sindacalizzazione a partire dal 1936, l'anno dopo quello in cui il Congresso approvò la legge che consentiva ai dipendenti del settore privato di formare sindacati. Gli autori dimostrano che con l'aumentare della sindacalizzazione la disuguaglianza tende a diminuire e viceversa. E questo effetto non è legato alle maggiori competenze e istruzione dei lavoratori sindacalizzati; anzi, nel periodo tra il 1940 e il 1970, quando la sindacalizzazione salì e la disuguaglianza diminuì, i lavoratori iscritti ai sindacati tendevano a essere meno istruiti degli altri. In altre parole, i sindacati hanno rialzato gli operai che si trovavano al livello più basso della distribuzione. I lavoratori neri e altri lavoratori non bianchi sono quelli che tendenzialmente hanno tratto il massimo beneficio dall'impulso avuto dal sindacato.
In ogni caso oggi i sindacati del settore privato sono per lo più una memoria sbiadita e il loro potere di aumentare i salari si è ridotto - Farber e coautori hanno verificato che, sebbene ci sia ancora un vantaggio nei salari dei lavoratori sindacalizzati, ora è molto più dovuto al fatto che i lavoratori più qualificati sono quelli che tendono a restare sindacalizzati.
Un articolo del 2004 degli economisti John DiNardo e David Lee ha rilevato che tra il 1984 e il 1999 i sindacati avevano perso gran parte della loro capacità di far aumentare i salari.
Considerato il contrasto tra l'età d'oro del 1940-1970 e l'attuale epoca della crescente disuguaglianza, non avrebbe senso rianimare i sindacati? Forse. La domanda chiave è: perché i sindacati del settore privato si sono per lo più estinti? Cambiamenti politici: le leggi sul diritto al lavoro e la nomina di legislatori antisindacali hanno probabilmente svolto un ruolo chiave nel ridurre la sindacalizzazione. Ma anche la globalizzazione potrebbe aver giocato un ruolo importante. La concorrenza di aziende in paesi come la Germania - dove i sindacati spesso contrattano salari tenuti bassi per aumentare la competitività delle loro imprese - potrebbe avere reso insostenibile il vecchio modello americano di sindacalizzazione. Ora, con una concorrenza ancora più dura da parte della Cina, la sfida di ri-sindacalizzare gli Stati Uniti potrebbe essere insormontabile.
Ma potrebbe valere la pena provarci. Oltre a una massiccia ridistribuzione di reddito e ricchezza da parte del governo, non c'è davvero nessun altro sistema in vista per affrontare l'aumento della disuguaglianza del Paese. Inoltre, c'è la possibilità che i sindacati possano essere un rimedio efficace per il problema dell'aumento del potere di mercato delle aziende - le evidenze suggeriscono che quando i tassi di sindacalizzazione sono alti, la concentrazione delle industrie è meno efficace nel tenere schiacciati i salari. Abrogare le leggi sul diritto al lavoro e nominare più legislatori pro-sindacati potrebbe essere proprio la medicina di cui l'economia ha bisogno.
In conclusione, i sostenitori del libero mercato dovrebbero rivedere la loro antipatia per i sindacati. Mentre il socialismo guadagna sostegno tra i giovani, sia gli economisti sia gli opinionisti che sostengono il libero mercato dovrebbero prendere in considerazione la possibilità che i sindacati - questo strano ibrido di contrattazione sul libero mercato e supporto governativo - fossero il vaccino che ha permesso agli Stati Uniti e alle altre nazioni ricche di sfuggire ai disastri del comunismo nel ventesimo secolo.
Sembra che sia arrivato il momento di rilanciarli.
06/02/18
CounterPunch - La UE impone una legislazione antisindacale alla Grecia
di Will Podmore, 02 febbraio 2018
Seguendo le istruzioni della Commissione Europea, della Banca Centrale Europea e del Fondo Monetario Internazionale, lunedì 15 gennaio il governo greco è riuscito a fare approvare la legislazione più antisindacale d'Europa.
La mossa è stata richiesta, assieme ad altre misure draconiane, come condizione per l'ultima tranche di quello che viene definito il "salvataggio" [bailout, NdT] della Grecia, ma che in realtà è solo il salvataggio delle istituzioni finanziarie europee, che hanno incautamente spinto i greci a indebitarsi.
Il punto fondamentale richiesto dal governo di Syriza era che le azioni sindacali dovessero essere approvate con il voto favorevole di almeno la metà più uno del numero totale dei membri dei sindacati nel luogo di lavoro [mentre prima la soglia era di un terzo, NdT], e a prescindere dall'effettiva partecipazione al voto. Questo provvedimento è ancora peggiore di quelli previsti dall'accordo sindacale Trade Union Act entrato in vigore nel Regno Unito nel marzo 2016.
Sorprendentemente (o forse no) il Trade Union Congress [la federazione sindacale britannica, NdT] non ha speso una sola parola su tutto questo, mentre continua a spargere allarmismo sugli effetti che la Brexit dovrebbe avere sui diritti dei lavoratori. Mentre il Trade Union Congress continua con le sue chiacchiere, l'Unione Europea sta stringendo le viti sul più basilare di tutti i diritti dei lavoratori, il diritto di sciopero, e sta usando la Grecia come banco di prova per le politiche che vorrebbe attuare in tutti i paesi membri.
Senza il diritto di intraprendere azioni di sciopero, i lavoratori non hanno alcuna protezione tranne quella del tribunale, e i tribunali dei capitalisti tendono decisamente a favorire gli imprenditori.
La Corte Europea di Giustizia ha decretato (nel caso Laval, 18 dicembre 2007) che gli imprenditori hanno il diritto di importare lavoratori da paesi UE a basso salario verso paesi UE ad alto salario, pagandogli il salario del più economico dei due paesi, indipendentemente da qualsiasi accordo di contrattazione collettiva presente nel paese a salari maggiori. Ha decretato inoltre (nel caso Viking, 11 dicembre 2007) l'illegalità di qualsiasi politica industriale tesa a impedire l'esternalizzazione verso i paesi a basso costo.
Nel caso Alamo-Herron (18 luglio 2013), in cui alcuni membri del sindacato Unison erano stati trasferiti fuori dalle amministrazioni locali, ha decretato che indipendentemente da ciò che dicesse il loro contratto, i benefici contrattati collettivamente a favore dei lavoratori degli enti locali potevano essere ignorati dai loro nuovi datori di lavoro. "Questo caso è un attacco spaventoso alla contrattazione collettiva ed è almeno altrettanto grave dei casi Laval e Viking", ha scritto John Hendy, il celebre avvocato del lavoro britannico.
Hendy ha poi aggiunto che "la UE è diventata un disastro per i diritti collettivi dei lavoratori e dei loro sindacati".
Come abbiamo già detto, organizzazioni sindacali forti sostenute da efficaci politiche industriali quando necessarie sono l'unico modo per garantire e difendere i progressi sui posti di lavoro. La UE si limita a mormorare sui "diritti", e nel frattempo aggredisce alla base e con determinazione le organizzazioni dei lavoratori.
Non una sola riga del Trade Union Act introdotto dal governo Cameron, o ancora peggio della White Paper che l'ha preceduta, era contraria alla legge della UE. Prima la Gran Bretagna esce dalla UE, meglio sarà per i membri delle organizzazioni sindacali (sebbene alcuni cosiddetti leader dispiaccia essere cacciati fuori dal ricco treno di Bruxelles). Almeno poi potremmo vedercela direttamente coi nostri imprenditori.
02/02/18
Bloomberg - I lavoratori tedeschi si preparano allo sciopero per l'aumento dei salari
(Non si illuda, comunque, chi spera che siano i sindacati tedeschi a riscattare i lavoratori italiani: le pretese di quei sindacati verso i loro capitalisti sono strettamente condizionate - e secondarie - alla "buona prestazione" dell'economia, ossia all'imprescindibile surplus commerciale tedesco.)
di Carolynn Look e Christoph Rauwald, 31 gennaio 2018
I lavoratori e i giganti industriali, dalla Siemens a Daimler, stanno affrontando un crescente conflitto con una serie di giornate di sciopero in tutta la Germania, che secondo gli imprenditori starebbero danneggiando seriamente l'attività produttiva.
Le trattative salariali avviate dal sindacato IG Metall, che rappresenta circa 3,9 milioni di lavoratori e che dall'inizio di quest'anno già ha portato in piazza quasi un milione di persone, sono culminate la scorsa settimana in una sessione di colloqui tesa e comunque inconcludente, durata 16 ore.
I lavoratori tedeschi, dalle regioni costiere del Nord alle roccaforti bavaresi del Sud, hanno sfoderato le loro armi per alzare la posta in gioco. Aziende come la Thyssenkrupp e la Siemens sono state coinvolte nelle trattative di mercoledì, mentre gli scioperi iniziati a Berlino nella giornata di venerdì colpiscono la BMW e l'unità Mercedes della Daimler. In tutto il territorio della più grande economia europea si prevedono blocchi della produzione in oltre 250 aziende nel corso di tre giorni.
Il sindacato IG Metall ha detto che l'ondata di scioperi ha già colpito più di 80 aziende, per un totale di 68.000 lavoratori nel corso del pomeriggio di mercoledì.
"Questo causerà grossi danni, perché coinvolge tutte le aziende nella catena delle forniture", ha detto Oliver Zander, direttore generale del gruppo imprenditoriale Gesamtmetall.
L'ultima tornata di colloqui è stata la quinta che si è conclusa senza un accordo, e le trattative non riprenderanno fino a che gli scioperi non saranno finiti. Reso più determinato dalla forte prestazione dell'economia tedesca, il sindacato IG Metall si sta battendo per un aumento dei salari del 6 percento nel corso di 12 mesi per i lavoratori dei settori dei prodotti metallici e dell'ingegneria elettrica, ma anche per sovvenzioni a coloro che riducono i propri orari di lavoro per potersi prendere cura dei figli o dei membri anziani della famiglia.
Davvero molto arrabbiati
Gli imprenditori hanno detto che si potrebbe trovare un accordo per un aumento di 6,8 punti percentuali nel corso di 27 mesi, ma hanno insistito che le sovvenzioni ai lavoratori a orario ridotto discriminerebbero quelli che hanno già dei contratti flessibili e non ricevono alcuna sovvenzione.
"I lavoratori sono davvero molto arrabbiati a causa delle tattiche negoziali degli imprenditori", ha detto Joerg Koehlinger, un leader regionale del sindacato IG Metall, alla televisione ZDF questo mercoledì. "Tutti possono vedere quanto sia buona la situazione economica, per cui vogliamo degli aumenti salariali significativi e degli orari di lavoro adeguati alla vita delle persone".
Mercoledì un gruppo imprenditoriale bavarese ha detto che avrebbe sporto denuncia presso un tribunale di Monaco per fermare l'arresto degli impianti e per chiedere un risarcimento.
"Cerchiamo ancora un compromesso", ha detto il consigliere delegato del gruppo, Bertram Brossardt, in una dichiarazione via email. "Causare gravi danni alle aziende e all'intera economia con queste intere giornate di sciopero è una cosa controproducente e irresponsabile".
Per leggere ulteriori dettagli sulle trattative salariali in Germania, si veda qui.
I responsabili politici, dai banchieri centrali ai funzionari del governo, stanno monitorando attentamente le trattative per i contratti collettivi. Al di là dei danni causati dalle interruzioni della produzione, gli economisti sono preoccupati per gli effetti a lungo termine della stagnazione dei salari. Se la regione più prospera del paese non aumenta in modo significativo i salari, gli altri paesi si troveranno di fronte a sfide ben più dure. Questo complicherebbe anche gli sforzi della Banca Centrale Europea per spingere l'inflazione e prima o poi porre fine alle misure di stimolo.
Un ostacolo per le aziende tedesche è che sono già alle prese con un mercato del lavoro rigido, che rende difficile acconsentire alle richieste dei lavoratori per più tempo libero.
I dati sulla disoccupazione pubblicati mercoledì confermano questa situazione. Il tasso di disoccupazione è sceso a un record minimo di 5,4 punti percentuali corretti su base stagionale. I numeri non corretti su base stagionale mostrano che ci sono ancora meno persone disoccupate, durante questo periodo invernale, di quante ce ne fossero di solito.
Con livelli di produzione manufatturiera vicini ai massimi da due decenni a questa parte, e con gli ordini che vanno a gonfie vele, qualsiasi rallentamento della produzione potrebbe avere serie ripercussioni.
14/09/17
Francesi in piazza contro la riforma del lavoro, mentre Macron rimprovera i “fannulloni”
- Nonostante tanti piccoli, inutili ritocchi negli anni passati, i governi francesi continuano a voler indebolire le protezioni dei lavoratori. Come riporta France 24, ancora una volta i sindacati scendono in piazza, ma questa volta sono divisi, e Macron intende approfittarne. I francesi iniziano a rendersi conto di quale sia il mandato del loro presidente: risolvere il conflitto interno tra lavoro e capitale a tutto vantaggio del capitale.
Di NEWS WIRES, 13 settembre 2017
Decine di migliaia di sindacalisti di sinistra hanno marciato per le strade delle città francesi per protestare contro la riforma del lavoro del presidente Emmanuel Macron, anche se le presenze sono sembrate minori rispetto alle dimostrazioni degli anni scorsi.
Come risposta alla dichiarazione di Macron, che non avrebbe dato retta ai “fannulloni”, alcuni a Parigi portavano cartelli con scritto “fannullone in sciopero”, mentre a Bordeaux i dimostranti cantavano “Macron sei fregato, i fannulloni sono scesi nelle strade”.
La prefettura di Parigi ha parlato di 24.000 manifestanti nella capitale, dove la polizia anti-sommossa si è scontrata con i giovani incappucciati in schermaglie isolate ai bordi della marcia organizzata dal sindacato CGT, legato al Partito Comunista.
Si tratta di un numero inferiore ai 28.000 stimati dalla polizia durante le proteste di marzo 2016.
I sindacati avevano mandato a vuoto i tentativi precedenti di indebolire la legge francese del lavoro, ma questa volta Macron è posizionato meglio, dato che altri due sindacati, incluso il più grande, la CFDT, non si sono uniti alla protesta.
“Sono vent’anni che fanno passare leggi per indebolire il diritto del lavoro. La risposta (alla disoccupazione) non sta nell’indebolirlo ulteriormente”, ha dichiarato Maxime Durand, un macchinista in sciopero.
Dopo settimane di negoziati, lo scorso mese il governo ha adottato misure che includono una limitazione agli indennizzi per i licenziamenti senza giusta causa e una maggiore libertà per le aziende di assumere e licenziare.
Le riforme non si riferiscono direttamente alle 35 ore settimanali, un pilastro del diritto del lavoro, ma danno alle imprese maggiore flessibilità nel determinare i salari e le condizioni di lavoro. Il governo prevede di adottare nuove misure, da implementare per decreto il 22 settembre.
Durante un viaggio ad Atene, lo scorso venerdì, Macron ha dichiarato alla comunità francese locale: “Sono molto determinato e non cederò, né ai fannulloni, né ai cinici né agli estremisti”.
Macron ha poi detto che la parola “fannulloni” si riferiva a quanti non sono riusciti a imporre le riforme in passato, anche se gli avversari politici e qualche sindacato lo hanno interpretato come un attacco ai disoccupati o ai lavoratori che si avvantaggiano delle protezioni del lavoro.
“Faremo desistere Macron” ha detto Jean-Luc Melenchon, esponente di estrema sinistra, che è diventato il più acceso detrattore di Macron in parlamento, durante le proteste a Marsiglia.
Diritti molto a cuore
I lavoratori francesi hanno avuto molto a cuore e a lungo i diritti sanciti nel codice del lavoro, ma le aziende si sono lamentate che scoraggiano gli investimenti e la creazione di nuovi posti di lavoro, e che hanno depresso la crescita economica.
La disoccupazione è stata superiore al 9% per quasi dieci anni.
Le riforme di Macron vengono tenute d'occhio dalla Germania, come banco di prova della sua decisione nel rimodellare la seconda economia dell’eurozona, necessaria se Macron vuole conquistare l’appoggio di Berlino a riforme più ampie dell’unione monetaria.
La CGT è il secondo sindacato francese, anche se la sua influenza sta calando. Il suo leader Philippe Martinez ha dichiarato che le proteste nazionali di martedì erano la “prima fase”, e che altre sarebbero seguite. Ha detto che il riferimento ai “fannulloni” di Macron era un insulto ai lavoratori.
“Il presidente dovrebbe ascoltare le persone, capirle, anziché causare divisioni” ha dichiarato Martinez alla televisione France 2.
I lavoratori CGT nei settori ferroviario, petrolifero ed energetico hanno partecipato allo sciopero, ma nel pomeriggio non c’è stato alcun impatto evidente sulla produzione di potenza elettrica o di prodotti raffinati, secondo i portavoce delle aziende EDF e Total.
Solo l’11% dei lavoratori di EDF, che gestisce i 48 reattori nucleari francesi, ha partecipato allo sciopero, ha affermato un portavoce della società di utility posseduta dal governo.
Sindacati divisi
Macron è atterrato ai Caraibi francesi martedì per un sopralluogo sulle devastazioni dell’uragano Irma sul territorio di Saint Martin.
Governi di destra e di sinistra hanno provato per decenni a riformare il codice del lavoro di 3.000 pagine, ma hanno finito per annacquare i propri piani a causa delle dimostrazioni di piazza.
Macron è stato ministro dell’economia per il governo socialista del presidente Francois Hollande, il cui tentativo di riformare il codice del lavoro ha portato a settimane di protesta che al picco hanno portato 400.000 persone sulle strade, e hanno provocato una ribellione nel suo stesso partito.
Hollande fu costretto a diluire le sue proposte, ma finora non ci sono segnali che Macron farà lo stesso.
Un sondaggio pubblicato il primo settembre ha indicato che gli elettori hanno un’opinione discordante sulle riforme. Circa sei intervistati su dieci hanno detto di opporsi al decreti di Macron sul lavoro. Ma quando sono stati interrogati sulle singole misure, la maggior parte di esse aveva il sostegno della maggioranza.
Mentre la crescita economica sta accelerando, la disoccupazione è su un trend al ribasso e con i sindacati divisi nella risposta alle riforme, non è chiaro se le proteste otterranno un consenso significativo.