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27/02/19

L'articolo farlocco che ha distrutto i diritti dei lavoratori


  1. In questo articolo l'economista Servaas Storm, dell'Università di Delft, in Olanda, passa al vaglio e fa a pezzi uno dei molti studi scientifici - ritenuti di alto livello - che sostengono che le leggi che proteggono i lavoratori regolamentando il mercato del lavoro in realtà danneggerebbero l'economia e i lavoratori stessi. Studi come questo, pieni di falle eppure alacremente "macinati nel mulino neoliberale", portano poi a raccomandazioni al sistema politico sulla massima deregolamentazione del mercato del lavoro, naturalmente per il bene dei poveri. Non sorprenderà che l'autore riveli un mondo di pubblicazioni economiche basate su pregiudizi ideologici scarsamente o per nulla suffragati dai dati. Ma pomposamente lodati, pubblicati e utilizzati per indirizzare strategie politiche disastrose per i lavoratori, nel mondo in via di sviluppo e non solo.    


 

 

 

di Servaas Storm, 6 febbraio 2019

Traduzione di Andrea Wollisch

 

Per anni, i governi in India e in buona parte del mondo in via di sviluppo hanno seguito i consigli di un articolo nel quale si sostiene che le regolamentazioni del mercato del lavoro in realtà danneggino i lavoratori stessi. Il problema? La ricerca era piena di falle.

 

“Le leggi create per aiutare i lavoratori spesso li danneggiano”.



Si sostiene spesso che forti protezioni del lavoro per i lavoratori non qualificati rappresenterebbero “lussi che i paesi in via di sviluppo non possono permettersi”. L’idea è che le leggi che regolano i salari e le condizioni di lavoro o che facilitano la contrattazione collettiva debbano far aumentare il costo del lavoro e i prezzi, e quindi portare danno ai profitti delle imprese e agli investimenti; facendo questo, si distruggono gli stessi posti di lavoro che si intendeva proteggere.

 

“…le leggi create per aiutare i lavoratori spesso li danneggiano” sono le parole con cui la Banca Mondiale (2008, p.8) riassume il concetto.

 

Questo particolare effetto perverso è stato invocato numerose volte nel dibattito indiano sull’impatto della regolamentazione del mercato del lavoro sulla performance registrata dall’industria che ha imperversato per decenni (Bhattacharjea 2006; Srivastava 2016; Storm and Capaldo 2018; Karak and Basu 2019). Per giustificare le politiche di deregolamentazione del mercato del lavoro, i governi indiani che si sono succeduti, di vari colori politici, hanno sostenuto che l’arcaica e restrittiva regolamentazione del lavoro in India nell’industria ufficiale danneggia la performance industriale – le recenti riforme contro i lavoratori intraprese dal governo di Narendra Mody guidato dal Bharatiya Janata Party (BJP) sono solo le ultime manifestazioni di quello che è stata la politica standard da almeno la metà degli anni ’80.

 

Presumibilmente, nessuno studio è stato più utile nel propagare in India il concetto che una legislazione del lavoro a favore dei lavoratori finisca per colpire i lavoratori stessi dell’articolo pubblicato nel 2004 sul Quarterly Journal of Economics da Timothy Besley e Robin Burgess; gli autori, basandosi su risultati econometrici, concludono che “una regolamentazione del lavoro a favore dei lavoratori si è tradotta in minor produzione, minor occupazione, meno investimenti, e in un abbassamento della produttività nel settore dell’industria registrata. È cresciuta la produzione nel settore sommerso.” (Besley and Burgess 2004, p. 92-93). Il loro articolo è stato quindi macinato nel mulino neoliberale ed è stato usato dal governo indiano nel suo Economic Survey 2006 per giustificare la deregolamentazione del mercato del lavoro. Lo studio è stato citato con favore nel World Development Report 2005, e la misurazione de jure della regolamentazione del mercato del lavoro sviluppata da Besley e Burgess è stata ampiamente utilizzata nelle ricerche successive.

 

Che cosa hanno trovato Besley e Burgess?


 

L'articolo di Besley e Burgess (2004) si basa sulle relazioni tra le performance dell’industria ufficiale indiana e la regolamentazione del mercato del lavoro nei diversi stati, per valutare gli impatti di quest’ultima su produzione, occupazione, investimenti e produttività. Per misurare il grado di regolamentazione del mercato del lavoro, gli autori hanno creato un nuovo indicatore di regolamentazione (che io chiamo BB-index) basato su variazioni a livello statale nella direzione degli emendamenti che i diversi stati indiani hanno portato all'Industries Disputes Act (IDA) del 1947.

 

I due autori hanno classificato le modifiche alla legge come “pro-lavoratori”, “neutre”, o “pro-imprenditori,” assegnando un punteggio relativo rispettivamente di +1, 0 e -1. I punteggi relativi a ogni stato sono sommati nel tempo per ottenere una “misurazione normativa” per ogni stato in ciascun anno. Usando due differenti set di dati - uno basato sui dati della produzione industriale aggregata per 16 stati (1958-1992) e uno che usa dati a tre cifre sul livello delle industrie per gli stessi stati (1980-1997). Così Besley e Burgess stimano l’impatto della regolamentazione del lavoro sulla performance dell’industria: quello che trovano è che la regolamentazione pro-lavoratore è sistematicamente associata a minore produzione, minore occupazione, minore produttività e minori investimenti nel settore dell’industria formale; mentre le leggi sul lavoro vantaggiose del lavoratore non avrebbero modificato significativamente i guadagni per il dipendente.

 

Besley e Burgess sostengono che le loro scoperte sono molto significative dal punto di vista economico. Per esempio affermano che la produzione industriale in Andhra Pradesh sarebbe stata solo il 72% del suo vero livello nel 1990, generando 199.000 posti di lavoro in meno, senza le riforme pro-imprenditori sottoscritte da questo stato. Il loro secondo controfattuale riguarda il Bengala occidentale, dove le loro stime indicano che, senza le riforme pro-lavoratori, la produzione industriale sarebbe stata del 24% superiore rispetto al suo livello nel 1990 e che l’occupazione sarebbe stata più alta di 180.000 posti di lavoro.

 

Persuasi dai loro risultati, Besley e Burgess (2004, p.124) concludono che è “evidente che molto del ragionamento alla base della regolamentazione del lavoro era sbagliato e ha condotto a risultati che sono stati opposti rispetto ai loro obiettivi originari” e che “i tentativi di porre rimedio al bilanciamento di potere tra capitale e lavoro possono finire per danneggiare i poveri”. I due economisti dell’LSE concludono scrivendo che il “grido di battaglia a favore di una regolamentazione del mercato del lavoro è spesso che le politiche del mercato del lavoro pro-lavoratore pongono rimedio allo sfavorevole bilanciamento di potere tra capitale e lavoro, conducendo a un progressivo effetto di distribuzione del reddito. Noi non abbiamo trovato nessuna evidenza di questo - anzi gli effetti redistributivi sembra abbiano lavorato a svantaggio dei poveri.” Insomma, la retorica della reazione in pieno svolgimento.

 

Problemi concettuali non banali 


 

L'articolo di Besley e Burgess (2004) ha ricevuto critiche sostanziali (Bhattacharya 2006; D’Souza 2010; Roychoudhury 2014; Karak and Basu 2019). Un primo problema riguarda il BB-index. Besley e Burgess (2004, p.98) ammettono che la costruzione dell’indice richiede un certo numero di decisioni discrezionali, ma riportano con sicurezza di avere “trovato sorprendentemente pochi casi di incertezza”. Altri esperti non sono d’accordo, comunque, ed evidenziano diversi problemi, inclusa una classificazione palesemente inappropriata dei singoli emendamenti alla legge (basata su interpretazioni errate dei cambiamenti normativi e sbagliando la datazione degli stessi) e la codifica come +1 o -1 di cambiamenti non misurabili (Bhattacharjea 2006). Ma c’è di più, il BB-index si concentra esclusivamente sugli IDA ed ignora le altre leggi sul lavoro esistenti, l’impatto delle quali spesso supera quello degli IDA stessi.

 

Una seconda perplessità è che la maggior parte degli emendamenti pro-lavoratori sono stati realizzati durante gli anni ’80 - questo è riflesso dal fatto che 30 cambiamenti su 43 nel BB-index sono avvenuti in quel decennio. Ma, paradossalmente, gli anni ’80 sono stati un periodo di grande indebolimento del potere dei lavoratori e di un aumento dell’inosservanza delle leggi sul lavoro. Il potere in calo dei lavoratori sindacalizzati è reso evidente dal costante declino post-1980 della quota salari. Nel 1980, la quota salari sul valore aggiunto nel settore manifatturiero ufficiale dell’India era del 44%; successivamente nel 1992-93 la quota salari scese al 32%, per arrivare al 26% nel 1998-99 – uno sconcertante declino di 18 punti percentuali in meno di 20 anni (Jayadev and Narayan 2018). I salari sono aumentati molto più lentamente della produttività del lavoro, mentre il tasso di sindacalizzazione è sceso, la sicurezza sociale per i lavoratori protetti è stata ridimensionata e la disuguaglianza dei redditi è aumentata bruscamente (Srivastava 2016). Paradossalmente, la quota salari sul prodotto aggiunto dell’industria è diminuita maggiormente negli stati classificati come pro-lavoratori - del 19% durante il periodo 1980-81/1998-99. Parlare di un aumentato potere di contrattazione dei lavoratori sindacalizzati di fronte ad un declino senza precedenti della quota salari nell’industria ufficiale appare forzato.

 

Tutto questo suggerisce un altro limite del de jure BB-index: l’inosservanza delle regole sul lavoro è pervasiva e de facto il rispetto delle stesse è debole o assente (Chatterjee and Kanbur 2015; Srivastava 2016). Inoltre, i datori di lavoro nell’industria ufficiale in India hanno aggirato massicciamente le (vecchie e nuove) leggi sul lavoro, assumendo sempre più lavoratori a contratto (temporanei), i quali non sono inclusi in queste leggi (D’Souza 2010; Jayadev and Narayan 2018). La quota di lavoratori a contratto temporaneo sul totale degli occupati nell’industria ufficiale è aumentata da un livello trascurabile all’inizio degli anni ’70 a circa il 12% nella metà degli anni ’80 fino a quasi il 20% nel 1998-99 (Srivastava 2016). Tutto questo suggerisce un indebolimento secolare del potere di contrattazione dei lavoratori – che è avvenuto nonostante gli emendamenti agli IDA.

 

Serie perplessità econometriche


 

Le regressioni di Besley e Burgess sono state giustamente criticate per la distorsione dovuta a variabili omesse – e per il fatto che le loro variabili  “di controllo” non sono statisticamente significative e non controllano per niente. Besley e Burgess riportano che l’inclusione di trend di periodo specifici nei singoli  stati spazza via l’impatto negativo della regolamentazione del lavoro: il coefficiente del loro indice diventa statisticamente non significativo. Ma loro interpretano questo fatto come una prova che la loro misurazione della regolamentazione del mercato del lavoro è un fattore chiave di questi trend di periodo specifici negli stati. Questo ragionamento però puzza di bias di conferma; una conclusione più appropriata è che qualunque impatto delle leggi sul lavoro sulla manifattura è più che compensato da altri fattori.

 

Ho provato a replicare i risultati di Besley e Burgess sulla produzione del settore industriale ufficiale riportati nella loro tabella 3, usando i dati resi disponibili online da Economic Organisation and the Public Policy Programme (EOPP) dell’LSE (Besley and Burgess 2019). Curiosamente, il dataset online non permetteva di replicare i risultati, prima di tutto perché il numero di osservazioni era ben minore di quello riportato da Besley e Burgess. Quindi, ho creato un panel dataset alternativo usando i dati (per il periodo 1960-1992) da Besley e Burgess (2019) combinati con i dati di Karak e Basu (2019).

 

Con il mio dataset ho scoperto che l’impatto della regolamentazione del lavoro sulla produzione industriale è negativo nella regressione base, diventa positivo quando includo trend temporali specifici per ogni stato (in contrasto con quello che hanno trovato Besley e Burgess), ed è insignificante quando si escludono le osservazioni relative al Bengala Ovest o quando si restringe il periodo temporale al 1981-1992. Appare insomma che solo particolari specificazioni del modello possono portare a risultati simili a quelli ottenuti da Besley e Burgess.

 

Andare oltre le critiche esistenti: i risultati empirici contraddicono la teoria


 

In una sezione non sufficientemente sviluppata intitolata “considerazioni teoriche”, Besley e Burgess menzionano i meccanismi attraverso i quali la regolamentazione pro-lavoratori finirebbe per colpire la performance industriale. Primo, la regolamentazione pro-lavoratori si dice che aumenti il costo del lavoro per le imprese, che quindi sostituiranno lavoro con capitale. Secondo, si sostiene che un costo per unità di lavoro più alto renda i beni industriali più costosi e questo riduce la domanda e la produzione. E terzo, c’è il buon vecchio “effetto espropriazione”: una regolamentazione del lavoro pro-lavoratori permette agli stessi di appropriarsi di un quota maggiore del rendimento degli investimenti esistenti (già effettuati), scoraggiando così gli investimenti futuri. Gli investimenti saranno più bassi e quindi il capitale sociale sarà inferiore – riducendo la crescita della produzione e dell’occupazione. Besley e Burgess non mostrano alcuna consapevolezza del fatto che le tre “spiegazioni” siano vicendevolmente incoerenti: la sostituzione del lavoro con il capitale significherebbe un aumento dell’intensità di capitale, mentre secondo il terzo argomento la stessa dovrebbe diminuire. Non puoi farti una nuotata e contemporaneamente restare asciutto.

 

Usando i risultati stimati da Besley e Burgess, si può dimostrare che nessuna di queste tre spiegazioni regge. Secondo gli impatti stimati della regolamentazione pro-lavoratori, le imprese indiane hanno fatto l’esatto opposto di quello che sostengono Besley e Burgess: le imprese hanno ridotto l’intensità di capitale della produzione e aumentato l’intensità di lavoro! Le imprese hanno sostituito capitale con lavoro, piuttosto che il contrario. Riguardo la seconda spiegazione: mentre è vero che si è trovato che la regolamentazione pro-lavoratori ha aumentato il costo per unità di lavoro, l’impatto di questo sui prezzi dei prodotti industriali (e quindi sulla domanda e sulla produzione) è stato quasi trascurabile, perché il costo del lavoro rappresenta uno scarso 10% dei costi totali di produzione. Questo implica che un aumento del 10% dei costi del lavoro per unità di lavoro aumenta i prezzi dei manufatti solo dell’1%. Ed è fin troppo chiaro che la “storia dell’esproprio” è un mito, perché non si è trovato che la regolamentazione pro-lavoratori aumenti i salari e i supposti lavoratori “protetti” sono stati completamente inermi di fronte al forte incremento della quota profitti delle imprese. Come possono i lavoratori ottenere una quota maggiore dei profitti quando de facto l’applicazione delle leggi sul lavoro è debole o anche nulla – o dove le imprese aggirano la legge assumendo lavoratori temporanei? E perché mai le imprese, che si suppone siano spaventate dal potere espropriativo dei lavoratori protetti dalla legge, aumentano l’intensità di lavoro della produzione?

 

Infine, io dimostro che i risultati di Besley e Burgess (2004) non sono economicamente significativi, ma completamente irrealistici e mettono a dura prova la possibilità di crederci. Per capirci, usando le stime e la media del BB-index cumulato di Besley e Burgess, ne segue che se il Bengala occidentale non avesse adottato nessuna riforma pro-lavoratori, la sua produzione industriale ufficiale sarebbe stata superiore del 1.000% al suo livello reale nel 1990! In altre parole, il Bengala sarebbe potuto diventare la prossima tigre asiatica se non fosse stato per quegli emendamenti dell’IDA pro-lavoratori, i quali non solo hanno limitato gli investimenti, ma in realtà hanno asfissiato l’industria. Non ha veramente senso.

 

Un caso di "utile economista"


 

Quindi questo articolo di Besley e Burgess (2004) è compromesso da errori fatali di omissione e ossequio agli ordini. La ricerca, realizzata da due utili economisti, mostra un ingiustificato empirismo nel quale i pregiudizi calpestano le prove. La ricerca non riesce a essere utile da nessun punto di vista riguardo a suggerimenti di politiche pubbliche “basate sulle prove”. Ma quello che voglio sottolineare in particolare è che questa ricerca di alto profilo non è certo l’unica che fallisce la prova della ripetizione dei risultati e/o che si disintegra a un più attento esame. Il problema in economia è endemico, benché così spesso si proclami di fare ricerca sociale “libera da pregiudizi ideologici” e di provvedere a consigli di politiche pubbliche “basati sulle prove”.

 

Permettetemi di fare qualche esempio. L'articolo del QJE di Botero et al. (2004) che mostra impatti negativi delle leggi sul lavoro sulla performance economica, sono stati sbugiardati da Kanbur e Ronconi (2016) che dimostrano che l’impatto diventa statisticamente non significativo dopo avere controllato con l'aiuto del buon senso il punto “applicazione delle leggi”. Similmente, attente repliche delle analisi da parte di Howell, Baker, Glyn e Schmitt (2007), Baccaro e Rei (2007), e Vergeer e Kleinknecht (2012) congiuntamente sbugiardano una dozzina di studi econometrici di alto profilo, pubblicati su riviste soggette alla peer-review (rilettura da parte di altri accademici e ricercatori prima della pubblicazione, ndt), i quali riportavano tutti impatti negativi della regolamentazione pro-lavoratori sulla disoccupazione nelle economie appartenenti all'OECD, incluse ricerche pubblicate su The Economic Journal. I risultati pubblicati sono stati trovati essere robustamente non robusti, con i segni (+/-) dell'impatto capovolti e la loro significatività statistica invalidata in seguito a piccole modifiche nelle procedure di stima.

 

La sostanziale inconsistenza dell’approccio e dei risultati di questo filone di ricerca è in netto contrasto con le sue più che ampie, e socialmente costose, raccomandazioni verso politiche pubbliche volte ad abolire la regolamentazione del mercato del lavoro con norme a vantaggio dei lavoratori. Il fatto che tutte queste ricerche siano passate attraverso il processo di peer review suggerisce che questo processo soffra di una distorsione che spinge alla conferma, ovvero definire “eccellenza scientifica” qualsiasi cosa che sia il più vicina possibile alle loro convinzioni e ai loro metodi accademici (D’Ippoliti 2018). Ma quello che è peggio, allontanandosi dalle pratiche scientifiche corrette, le riviste più importanti generalmente non ritengono necessario pubblicare gli studi che dimostrano il fallimento dei tentativi di replicare i risultati come correttivo alle ricerche pubblicate. I pregiudizi continuano a dominare rispetto ai risultati e alle solide pratiche di ricerca. Dobbiamo chiederci, come scrivono Thomas Ferguson e Robert Johnson (2018), “se non ci sia qualcosa di radicalmente sbagliato nella struttura della disciplina stessa, che ha condotto al mantenimento di un sistema di convinzioni ristretto attraverso l’imposizione di regole di ortodossia e l’erezione di barriere contro argomenti migliori e prove contrarie.”

 

Permettetemi di concludere ribadendo quello che vorrei che il lettore portasse a casa da questo articolo: che l’economia deve esercitare la massima cautela e umiltà nel costruire e interpretare evidenze empiriche e nell’usarle per sostenere suggerimenti di politiche pubbliche. Come l’esempio di Besley e Burgess (2004) chiarisce, il danno economico e sociale causato da suggerimenti di politica del tutto sbagliati per milioni di lavoratori dell’industria può essere sostanziale. Non sono a conoscenza di nessuna prova credibile che suggerisca che la regolamentazione del lavoro con norme che proteggono i lavoratori sistematicamente finisca per colpire gli stessi e che potrebbe giustificare le ondate di deregolamentazione del mercato del lavoro che si abbattono ovunque per il mondo (Storm and Capaldo 2018). Questo mi porta a chiudere il cerchio con Beatrice e Sidney Webb, i fondatori della London School of Economics and Political Science, dove Besley e Burgess lavorano, i quali hanno sostenuto esattamente la visione opposta, dicendo che “ciò che è più urgentemente necessario… è un’estensione del forte braccio della legge a protezione dei lavoratori oppressi nelle difficili trattative” (Webb and Webb 1902, p. xvii). I Webb hanno sostenuto i salari minimi, il determinare un limite massimo delle ore lavorative, e un consistente aumento del potere dei lavoratori di contrapporsi per metter fine al parassitismo dei datori di lavoro, e spingendo per portare la “democrazia” nell’industria attraverso i sindacati e la contrattazione collettiva.  E questo è tutto, sul progresso dell' economia.

 

Bibliografia


 

Baccaro, L. and D. Rei. 2007. ‘Institutional determinants of unemployment in OECD countries: does the deregulatory view hold water?’ International Organization 61 (3): 527-569.

 

Besley, T. and R. Burgess. 2004. ‘Can labor regulation hinder economic performance? Evidence from India.’ Quarterly Journal of Economics 119 (1): 91-134.

 

Besley, T. and R. Burgess. 2019. Economic Organisation and Public Policy Programme (EOPP) Indian States Datahttp://www.lse.ac.uk/economics/people/personal/eopp-indian-states-data

 

Bhattacharjea, A. 2006. ‘Labor market regulation and industrial performance in India. A critical review of the empirical evidence.’ The Indian Journal of Labor Economics 49 (2): 211-232.

 

Botero, J., S. Djankov, R. La Porta, F. Lopez-de-Silanes and A. Shleifer. 2004. ‘The regulation of labor.’ Quarterly Journal of Economics 119: 1339-1382.

 

Chatterjee, U. and R. Kanbur. 2015. ‘Non‐compliance with India’s Factories Act: Magnitude and

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D’Ippoliti, C. 2018. ‘‘Many-citedness’: citations measure more than just scientific impact.’ INET Working Paper No. 57. New York: Institute for New Economic Thinking. https://www.ineteconomics.org/uploads/papers/WP_57-DIppoliti-revised.pdf

 

D’Souza, E. 2010. ‘The employment effects of labor legislation in India: a critical essay.’ Industrial Relations Journal 41 (2): 122–35.

 

Ferguson, T. and R. Johnson. 2018. Research Evaluation in Economic Theory and Policy: Identifying and Overcoming Institutional Dysfunctions. Policy Brief to the G20 Argentina. Discutibile su: https://www.g20-insights.org/policy_briefs/research-evaluation-in-economic-theory-and-policy-identifying-and-overcoming-institutional-dysfunctions/

 

Howell, D., D. Baker, A. Glyn and J. Schmitt. 2007. ‘Are protective labor market Institutions at the root of unemployment? A critical review of the evidence.’ Capitalism and Society 2 (1): 1-73.

 

IMF. 2016. ‘Time for a supply side boost? Macroeconomic effects of labor and product market reforms in advanced economies.’ World Economic Outlook 2016. Washington, DC: IMF. pp. 101–142.

 

Jayadev, A. and A. Narayan. 2018. ‘The evolution of India’s industrial labor share and its correlates.’ CSE Working Paper 2018-4. Azim Premji University: Centre for Sustainable Employment.

 

Kanbur, R. and L. Ronconi. 2016. ‘Enforcement matters: the effective regulation of labor.’ CEPR Discussion Paper No. 11098. Disponibile su: https://cepr.org/active/publications/ discussion_papers/dp.php?dpno=11098

 

Karak, A. and D. Basu. 2019. ‘Profitability or industrial relations: what explains manufacturing performance across Indian states?’ Development and Change, forthcoming.

 

Roychowdhury. 2014. ‘The labor market flexibility debate in India: Re‐examining the case for signing voluntary contracts.’ International Labor Review 153 (3): 473-487.

 

Storm, S. and J. Capaldo. 2018. ‘Labor institutions and development under globalization.’ INET Working Paper No. 76. New York: Institute for New Economic Thinking. https://www.ineteconomics.org/uploads/papers/WP_76-Storm-and-Capaldo-Final.pdf

 

Vergeer, R. and A. Kleinknecht. 2012. ‘Do flexible labor markets indeed reduce unemployment? A robustness check. Review of Social Economy 70 (4): 1-17.

 

Webb, S. and B. Webb. 1902. Problems of Modern Industry. New York, NY: New World

 

World Bank. 2005. World Development Report 2005: A Better Investment Climate for Everyone. Washington, DC: World Bank.

 

World Bank. 2008. Doing Business: An Independent Evaluation Report. Washington, DC: World Bank.

 

 

Servaas Storm è un economista e saggista olandese (Università di Delft); lavora nel campo della macroeconomia, del progresso tecnologico, della distribuzione del reddito & crescita economica, finanza, sviluppo e riforme strutturali e cambiamento climatico.

22/12/17

Shashi Tharoor - Il prezzo dell'impero

Proponiamo un commento di Shashi Tharoor, una delle voci più autorevoli dell'India moderna, sulla recente presa di coscienza dell'India riguardo i crimini perpetrati dalla Gran Bretagna nel sub-continente asiatico. Gli inglesi si impadronirono di uno dei paesi più ricchi del mondo, che nel 1700 rappresentava il 27% del PIL globale, e dopo due secoli di dominio coloniale lo ridussero ad uno dei più poveri al mondo. Oggi che l'India rappresenta nuovamente una superpotenza economica, davanti alla quale la stessa Gran Bretagna è costretta a chinarsi per ottenere necessari finanziamenti, gli indiani, che pur non hanno mai espresso sentimenti ostili verso gli ex padroni, ottengono la rivincita per le umiliazioni subite. Una lezione storica e morale da non sottovalutare, in un mondo che rimane sempre caratterizzato, anche in Europa, dalle tendenze espansionistiche e imperialistiche di paesi atavicamente coloniali, e che si riassume in un semplice concetto: i popoli oppressi non dimenticano mai le ingiustizie subite.

 

 

 

Di Shashi Tharoor, 20 febbraio 2017

 

 

NUOVA DELHI - Gli indiani tendono a non soffermarsi sul passato coloniale del paese. Forse a causa della loro forza come nazione, o forse per via della debolezza del senso civile, l'India ha a lungo rifiutato di nutrire rancore contro la Gran Bretagna per 200 anni di asservimento imperiale, saccheggio e sfruttamento. Ma l'equanimità degli indiani riguardo al passato non annulla ciò che è stato fatto.

 

 

Il ritiro simbolico della Gran Bretagna dall'India nel 1947, dopo due secoli di dominio imperiale, comportò una selvaggia spaccatura che diede origine al Pakistan. Ma curiosamente ciò non ha originato alcun rancore verso la Gran Bretagna. L'India scelse di stare nel Commonwealth come repubblica e mantenne relazioni cordiali con i suoi ex padroni.

 

 

Alcuni anni dopo, Winston Churchill chiese al primo ministro Jawaharlal Nehru, che aveva passato quasi un decennio della sua vita nelle carceri britanniche, la ragione della sua apparente assenza di rancore. Nehru rispose che "un grande uomo", Mahatma Gandhi, aveva insegnato agli indiani "a non temere né odiare mai".

 

 

Ma, nonostante le apparenze contrarie, le cicatrici del colonialismo non si sono del tutto rimarginate. L'ho imparato di persona nell'estate del 2015, quando ho pronunciato un discorso alla Oxford Union denunciando le iniquità del colonialismo britannico - un discorso che, con mia sorpresa, ha suscitato forti reazioni in tutta l'India.

 

 

Il discorso è diventato rapidamente virale sui social media, dove un post ha registrato più di tre milioni di visite in sole 48 ore, ed è stato ripubblicato su siti Web di tutto il mondo. Persino i miei avversari di destra hanno smesso di trollarmi sui social media per il tempo sufficiente a salutare il mio discorso. La portavoce del Lok Sabha, Sumitra Mahajan, si è sperticata a farmi i complimenti durante un evento a cui partecipava il Primo Ministro Narendra Modi, che poi si è congratulato pubblicamente con me per aver detto "le cose giuste nel posto giusto".

 

 

Scuole ed università hanno mostrato il discorso ai loro studenti. Un'università, la Central University of Jammu, ha organizzato un seminario di un giorno, durante il quale eminenti studiosi affrontavano specifici punti che avevo sollevato. Centinaia di articoli sono stati scritti in risposta, sia a sostegno che contro le mie dichiarazioni.

 

 

Due anni dopo, vengo ancora avvicinato in luoghi pubblici da sconosciuti che elogiano il mio "discorso di Oxford". Il mio libro sullo stesso tema, An Era of Darkness, è saldo nelle classifiche dei bestseller indiani fin dalla sua pubblicazione alcuni mesi fa. L'edizione inglese, Inglorious Empire: What the British Did to India, sarà pubblicata prossimamente.

 

 

Tenendo conto del tradizionale atteggiamento dell'India verso il colonialismo, non mi aspettavo una simile accoglienza. Ma forse avrei dovuto. Dopotutto, gli inglesi si impadronirono di uno dei paesi più ricchi del mondo - che rappresentava il 27% del PIL globale nel 1700 - e, in 200 anni di dominio coloniale, lo ridussero ad uno dei più poveri del mondo.

 

 

La Gran Bretagna distrusse l'India attraverso il saccheggio, l'esproprio ed il vero e proprio furto - tutti condotti con uno spirito di profondo razzismo e cinismo amorale. Gli inglesi giustificavano le loro azioni, compiute con la forza bruta, con un'ipocrisia e supponenza sconcertanti. Lo storico americano Will Durant definisce la sottomissione coloniale britannica dell'India "il più grande crimine di tutta la storia". Che si sia d'accordo o meno, una cosa è chiara: l'imperialismo non è stato, come hanno sostenuto alcuni insulsi apologeti britannici, un'impresa altruistica.

 

 

La Gran Bretagna ha sofferto di una sorta di amnesia storica sul colonialismo. Come recentemente sottolineava Moni Mohsin, uno scrittore pakistano, il colonialismo britannico è largamente assente dai programmi scolastici del Regno Unito. I due figli di Mohsin, nonostante frequentino le migliori scuole di Londra, non hanno mai seguito una sola lezione sulla storia coloniale.

 

 

I londinesi sono fieri della loro magnifica città, ma sanno ben poco della rapacità e del saccheggio che l'hanno resa tale. Molti britannici sono sinceramente inconsapevoli delle atrocità commesse dai loro antenati, e alcuni vivono nella beata illusione che l'impero britannico sia stato una sorta di missione civilizzatrice per elevare i selvaggi nativi.

 

 

Questo apre la strada alla manipolazione delle narrazioni storiche. Le soap opera televisive, con la loro stucchevole romanticizzazione del "Raj", forniscono un'immagine edulcorata dell'era coloniale. Diversi storici britannici hanno scritto libri di enorme successo esaltando le presunte virtù dell'impero. Nell'ultimo paio di decenni, in particolare, famosi resoconti sull'Impero britannico, scritti da storici del calibro di Niall Ferguson e Lawrence James, lo hanno descritto in termini entusiastici. Tali racconti non riconoscono l'atrocità, lo sfruttamento, il saccheggio e il razzismo che hanno sostenuto l'impresa imperiale.

 

 

Tutto questo spiega - ma non scusa - l'ignoranza dei britannici. Se il presente non può essere inteso in termini di semplici analogie storiche, è anche vero che le lezioni della storia non possono essere ignorate. Se non si è coscienti delle proprie origini, come si può apprezzare dove si è diretti?

 

 

Questo non vale solo per gli inglesi, ma anche per i miei connazionali indiani, che hanno dimostrato una straordinaria capacità nel perdonare e dimenticare. Ma, se è giusto perdonare, non dovremmo mai dimenticare. In questo senso, la formidabile reazione al mio discorso del 2015 alla Oxford Union è incoraggiante.

 

 

Le relazioni moderne tra la Gran Bretagna e l'India - due paesi sovrani e uguali - sono chiaramente molto diverse dalla relazione coloniale del passato. Quando il mio libro è apparso nelle librerie a Delhi, il primo ministro britannico Theresa May era attesa pochi giorni dopo in visita per cercare investitori indiani. Come ho spesso sostenuto, non è necessario cercare vendetta per la storia. È la storia stessa a vendicarsi.

 

 

 

 

 

Shashi Tharoor, ex vicesegretario generale delle Nazioni Unite ed ex ministro indiano per lo sviluppo delle risorse umane e ministro di Stato per gli affari esteri, è attualmente deputato al Congresso nazionale indiano e presidente della commissione parlamentare permanente per gli affari esteri. È l'autore di "Pax Indica: India and the World of the 21st Century".

30/01/17

ZH - L'Europa propone "restrizioni sui pagamenti in contanti"

Dopo l'esperimento dell'India, la Commissione Europea sta portando avanti un'iniziativa per limitare l'uso del contante nell'Unione, adducendo come motivazione la lotta alla criminalità e al terrorismo. Peccato che i dati mostrino che non c'è relazione tra imposizione di banconote di taglio basso e bassa criminalità: anzi, è vero il contrario. L'iniziativa si pone nel solco della più ampia "guerra al contante" che l'élite finanziaria mondiale sta conducendo a una velocità che non si sarebbe immaginata; benché sia basata sulla menzogna di voler combattere la criminalità, il suo obiettivo è in realtà quello di abolire l'anonimato nei pagamenti e di controllare completamente i flussi di denaro, con una limitazione di stampo orwelliano alla libertà e ai diritti fondamentali dei cittadini.  Da ZeroHedge.

di Tyler Durden, 27 gennaio 2017

Dopo avere interrotto la produzione di banconote da 500 euro, sembra che l'Europa si stia dirigendo verso il sogno utopico di una società senza contanti. Pochi giorni dopo che l'élite di Davos ha discusso il motivo per cui il mondo ha bisogno di "sbarazzarsi della moneta", la Commissione europea ha presentato una proposta per varare "restrizioni ai pagamenti in contanti".

Con Rogoff, Stiglitz, Summers e altri che chiedono la fine del contante - perché solo i terroristi e gli spacciatori hanno bisogno di contanti (niente a che fare con il controllo totalitario della ricchezza di una nazione) - non siamo sorpresi che appaia questa proposta della Commissione europea (santuario dello statalismo)...
Il 2 febbraio 2016 la Commissione ha pubblicato una Comunicazione al Consiglio e al Parlamento su un piano d'azione per intensificare ulteriormente la lotta al finanziamento del terrorismo (COM (2016) 50). Il piano d'azione si basa sulle norme UE esistenti per adattarsi alle nuove minacce e mira ad aggiornare le politiche dell'UE, in linea con gli standard internazionali. Nel contesto dell'azione della Commissione per estendere il campo di applicazione del Regolamento sui controlli di denaro contante in entrata o in uscita dalla Comunità, si fa riferimento all'opportunità di esplorare l'importanza di potenziali limiti verso l'alto al pagamento in contanti.

Il piano d'azione afferma che "I pagamenti in contanti sono ampiamente utilizzati nel finanziamento di attività terroristiche... In questo contesto, potrebbe anche essere esplorata l'opportunità di eventuali limiti verso l'alto nei pagamenti in contanti. Diversi Stati membri hanno in essere divieti per i pagamenti in contanti al di sopra di una specifica soglia".
Il contante ha l'importante caratteristica di offrire anonimato nelle transazioni. Questo anonimato può essere voluto per motivi legittimi (ad esempio la tutela della privacy). Ma può anche essere utilizzato impropriamente per il riciclaggio di denaro e il finanziamento del terrorismo. La possibilità di condurre grandi pagamenti in contanti facilita il riciclaggio di denaro e il finanziamento del terrorismo a causa della difficoltà nel controllare le transazioni in contanti.
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Potenziali restrizioni ai pagamenti in contanti sarebbero un mezzo per combattere le attività criminali che implicano grandi operazioni in contanti da parte di reti criminali organizzate. Limitare i grandi pagamenti in contanti, in aggiunta alle dichiarazioni sul possesso di contanti e ad altri obblighi antiriciclaggio, ostacolerebbe il funzionamento delle reti terroristiche, e di altre attività criminali, ovvero avrebbe un effetto preventivo. Inoltre faciliterebbe ulteriori indagini per rintracciare le transazioni finanziarie legate all'esecuzione di attività terroristiche. Indagini efficaci vengono ostacolate perché i pagamenti in contanti sono anonimi. In questo modo le restrizioni ai pagamenti in contanti agevolerebbero le indagini. Tuttavia, poiché le transazioni in contanti afferiscono al sistema finanziario, è essenziale che le istituzioni finanziarie abbiano controlli e procedure adeguate che consentano loro di conoscere la persona con cui hanno a che fare. Un'adeguata due diligence sui clienti nuovi ed esistenti è una parte fondamentale di questi controlli, in linea con la direttiva contro il riciclaggio di denaro.

I terroristi usano denaro per sostenere le loro attività illegali, non solo per le transazioni illegali (ad esempio l'acquisto di esplosivi), ma anche per i pagamenti in apparenza legali (ad esempio le operazioni per l'alloggio o il trasporto). Anche se una restrizione sui pagamenti in contanti sarebbe certamente ignorata nelle transazioni che in ogni caso sono già illegali, la limitazione potrebbe creare un ostacolo significativo all'esecuzione di operazioni ausiliarie alle attività terroristiche.
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La criminalità organizzata e il finanziamento del terrorismo si basano sul pagamento in contanti per lo svolgimento delle loro attività illegali, e ne beneficiano. Limitando la possibilità di utilizzare i contanti, la proposta contribuirebbe a interrompere il finanziamento del terrorismo, poiché la necessità di utilizzare mezzi non anonimi di pagamento scoraggerebbe l'attività o contribuirebbe a una sua più facile individuazione e identificazione. Qualsiasi proposta del genere mira anche ad armonizzare le restrizioni in tutta l'Unione, creando così condizioni di parità per le imprese e la rimozione delle distorsioni alla concorrenza nel mercato interno. Promuoverebbe inoltre la lotta al riciclaggio di denaro, alla frode fiscale e alla criminalità organizzata.

E poi proprio alla fine, si menzionano i "diritti fondamentali"...
Anche se avere la facoltà di pagare in contanti non costituisce un diritto fondamentale, l'obiettivo dell'iniziativa, che è quello di evitare l'anonimato consentito dal pagamento in contanti, potrebbe essere considerato come una violazione del diritto alla privacy sancito dall'articolo 7 della Carta UE dei diritti fondamentali. Tuttavia, come integrato dall'articolo 52 della Carta, possono essere apportate delle limitazioni nel rispetto del principio di proporzionalità, se sono necessarie e vanno incontro alle finalità di interesse generale riconosciute dall'Unione o all'esigenza di proteggere i diritti e le libertà altrui. Gli obiettivi delle potenziali restrizioni ai pagamenti in contanti potrebbero soddisfare tale descrizione. Va inoltre osservato che le restrizioni nazionali ai pagamenti in contanti non sono mai state contestate con successo in quanto violazione dei diritti fondamentali.

Di seguito riportiamo alcune recenti riflessioni sulla questione da parte di Simon Black di SovereignMan, che in precedenza ha descritto come la guerra al contante stia avanzando più velocemente di quanto avremmo mai immaginato e, prevedibilmente, sia basata sulla menzogna.
Ogni volta che ci si gira intorno, a quanto pare, nell'ambito della guerra al contante c'è un altro grande assalto. L'India è l'esempio recente più notevole - l'imbarazzante débacle di poche settimane fa, quando il governo, durante una notte, ha "demonetizzato" le sue due banconote di maggior valore, lasciando un'intera nazione nel caos. Ma ci sono stati molti esempi minori.
Nella città americana di New Orleans, il governo locale ha deciso all'inizio di questo mese di smettere di accettare pagamenti in contanti da parte dei conducenti nell'Ufficio della Motorizzazione Civile. Come vi ho scritto recentemente, diverse filiali della Citibank in Australia hanno smesso del tutto di trattare in contanti. E l'ex segretario al Tesoro degli Stati Uniti Larry Summers la scorsa settimana ha pubblicato un articolo in cui afferma che "nulla nella esperienza indiana ci induce a smettere di raccomandare che non dovrebbero più essere create banconote di grande taglio negli Stati Uniti, in Europa e in tutto il mondo". In altre parole, nonostante il caos in India, Summers pensa che dovremmo limitare l'uso delle banconote da 100 dollari.

Il conclave dei sommi sacerdoti della politica monetaria canta quasi sempre lo stesso ritornello: solo i criminali e i terroristi usano banconote di grande taglio. Ken Rogoff, professore ad Harvard ed ex funzionario del Fondo monetario internazionale e della Federal Reserve, ha recentemente pubblicato un libro con un titolo che non lascia spazio alla fantasia, The Curse of Cash [La maledizione del contante, ndt]. Ben Bernanke lo ha definito un "libro affascinante e importante".

E, incredibilmente, un certo numero di recensioni su Amazon.com elogia come "brillanti" i "concetti visionari" di Rogoff, nel suo "eccellente libro". Rogoff, come la maggior parte dei suoi colleghi, sostiene che le banconote di grande taglio, i 100 dollari o i 500 euro, vengono utilizzate solamente nel "traffico di droga, nelle estorsioni, per la corruzione e il traffico di esseri umani...". In effetti, chiamano scherzosamente la banconota da 500 euro "Bin Laden", dal momento che apparentemente è usata  solo dai terroristi.

Aspettate un attimo. Con la mia squadra ho fatto un po' di ricerche sul tema e ha trovato un po' di dati. Risulta che i paesi con i tagli di banconote più grandi in realtà hanno tassi di criminalità molto più bassi, criminalità organizzata compresa.

La ricerca è stata semplice; abbiamo guardato le classifiche del World Economic Forum, che valuta il livello di criminalità organizzata nei paesi, nonché i costi diretti d'impresa legati all'avere a che fare col crimine e la violenza.

La Svizzera, con la sua banconota da 1.000 franchi svizzeri (all'incirca 1.000 dollari) è uno dei paesi con il più basso livello di criminalità organizzata in tutto il mondo, secondo il WEF. Idem per Singapore, che ha una banconota da 1.000 dollari di Singapore (circa 700 dollari americani). La banconota di maggior valore in Giappone è di 10.000 yen, 88 dollari di oggi. Ma il Giappone ha anche tassi di criminalità estremamente bassi. Lo stesso vale per gli Emirati Arabi Uniti, la cui banconota più grande vale 1.000 dirham (272 dollari).

Se si esaminano paesi con banconote di basso valore, è vero il contrario: i tassi di criminalità, e in particolare i tassi di criminalità organizzata, sono estremamente elevati. Considerate il Venezuela, la Nigeria, il Brasile, il Sud Africa ecc. Il crimine organizzato è molto diffuso. Eppure ognuno di questi paesi ha una valuta il cui valore nominale massimo è inferiore a 30 dollari.

La stessa tendenza vale quando si guarda alla corruzione e all'evasione fiscale.

Ieri abbiamo scritto della Georgia, un piccolo paese sul Mar Nero la cui flat tax induce la crescita degli adempimenti fiscali (e delle entrate fiscali). È considerato uno dei luoghi migliori dove fare affari, con livelli molto bassi di corruzione. Eppure la banconota con denominazione più alta in Georgia vale 500 lari, circa 200 dollari. È un sacco di soldi, in un paese dove il salario medio è di poche centinaia di dollari al mese. Confrontatela con la Malaysia o l'Uzbekistan, due paesi dove la corruzione abbonda. La banconota di maggior valore in Malesia è di 50 ringgit, circa 11 dollari. E la banconota da 5.000 som dell'Uzbekistan vale un misero dollaro e cinquantasette centesimi.

Morale della favola: le istituzioni politiche e finanziarie vogliono che tu aderisca all'idea di abolire, o almeno ridurre, i contanti.

E stanno sparando ogni sorta di propaganda per farlo, cercando di convincere la gente a equiparare crimine e corruzione alle banconote di alto valore.
In poche parole: i dati non supportano la loro affermazione. È solo un'altra bufala, che darà loro più potere a scapito della vostra privacy e della vostra libertà.