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23/09/18

Dibattito sull'immigrazione: una sconfitta del pensiero di sinistra?

Un editoriale dell'Obs illustra la svolta della sinistra europea sul problema dell'immigrazione, a partire dal movimento Aufstehen di Sahra Wagenknecht. L'autrice lega la sopravvivenza stessa di un'Europa democratica alla capacità della sinistra - ormai in agonia - di risintonizzarsi con l'elettorato popolare. Benché sembri scordare che si può essere democratici senza essere necessariamente di sinistra, l'articolo discute un tema cruciale nel dibattito politico odierno, su cui la sinistra sconta l'avere aderito con miope rigidità - non scevra da ipocrisia - a uno schema ideologico in realtà modellato sugli interessi del grande capitale e delle classi privilegiate.

 

 

di Sara Daniel, 19 settembre 2018

 

Non si è ancora calmata l'onda provocata dall'annuncio da parte della musa della sinistra tedesca radicale, Sahra Wagenknecht, della nascita all'inizio di settembre del suo movimento Aufstehen ("Alzati"). Sfidando il dogma "frontiere aperte" del suo partito, Die Linke, la Wagenknecht ha effettivamente scoperchiato un tabù e dato uno scossone a una sinistra che finora ha eluso l'argomento, anche nelle istruzioni date ai suoi dirigenti. Ed ecco qua: la sinistra europea è ridotta all'agonia, e c'è chi nei suoi ranghi  ritiene di non potersi più risparmiare questo dibattito, lasciando all'estrema destra il suo cavallo di battaglia.

 

I cittadini europei hanno in gran parte sequestrato le loro più recenti elezioni nazionali per trasformarle in altrettanti referendum sull'immigrazione, e gli osservatori concordano nel prevedere che questo si ripeterà su scala continentale alle elezioni europee del maggio 2019.

 



Riconquistare i voti dell'elettorato popolare


 

Di fronte all'abbandono da parte dei loro elettori, dopo essere stati accusati di avere tradito il popolo in nome di un mondo senza frontiere al servizio di un devastante ultra-liberismo invece che dell'internazionale socialista, i partiti di sinistra e alcuni movimenti al loro interno, sono ormai divisi sulla strategia da adottare per riconquistare i voti dell'elettorato popolare. Alcuni hanno già rifatto il loro Bad Godesberg (o... "good" Godesberg, dipende dai punti di vista), vale a dire hanno ripetuto quello che avvenne in Germania al congresso del Partito socialdemocratico tedesco (SPD) di Bad Godesberg, che nel 1959 ha sancito la rottura con il marxismo e l'adesione all'economia di mercato.

 

L'obiettivo è non rimanere eternamente all'opposizione e riconquistare gli elettori che, come spiega Sahra Wagenknecht "non sono tutti razzisti". Un'idea condivisa da Jeremy Corbyn in Gran Bretagna e ancora in Francia da Jean-Luc Mélenchon, che dice di volersi rivolgere "agli arrabbiati e non ai fascisti" (gioco di parole tra i termini con suono simile " fâchés", arrabbiati, e "fachos", fascisti, ndt), fustiga il grande capitale che fa a pezzi il proletariato dei migranti e abbraccia il concetto di sovranità nazionale. Da parte loro, i socialdemocratici svedesi e danesi hanno fatto la loro rivoluzione, propugnando dapprima il contenimento dell'immigrazione e poi l'assimilazione totale dei nuovi arrivati.

 

È una sconfitta della linea di pensiero "non bisogna mettere gli uni contro gli altri i lavoratori francesi e stranieri, invece di prendere di mira i padroni canaglia, che sono francesi", come ha dichiarato Benoît Hamon in un'intervista a "L'Obs"  ? Gli elettori di sinistra, che conoscono la loro storia, potrebbero dire che una cosa non esclude l'altra. Così Marx aveva fatto notare che l'Irlanda, mandando la sua popolazione in eccedenza in Inghilterra, "provocò un calo dei salari e un peggioramento delle condizioni morali e materiali della classe lavoratrice inglese". E, aggiunse, questo antagonismo tra gli operai inglesi e irlandesi "è il segreto attraverso il quale la classe capitalista mantiene il suo potere".



Per la sopravvivenza dell'Europa democratica


 

Naturalmente, si comprendono le esitazioni della sinistra a intraprendere il pericoloso cammino della rinegoziazione verso il basso delle condizioni di quell'accoglienza, di cui ha fatto una bandiera. Eppure, a ogni grande crisi, in ogni periodo travagliato, la sinistra francese è stata attraversata dalle stesse divisioni che osserviamo oggi nella sinistra europea.

 

Ricordiamo qui solo quello che ancora oggi paralizza la discussione (in Francia, ndt): l'esclusione nel novembre 1933 da parte di Leon Blum dei neo-socialisti della SFIO, che finiranno con il collaborare con il regime di Vichy. Allo stesso modo furono banditi i partigiani di Marcel Deat. E chi pensava che la guerra avesse segnato i limiti dell'internazionale, come Adrien Marquet, che scrisse: "Il 2 agosto 1914 il concetto  di classe è crollato di fronte al concetto di Nazione. Che cosa significa questo concetto di classe che scompare al momento della tragedia?" O chi, come Henri de Man nel suo libro "Oltre il marxismo", riteneva che il capitalismo guidasse la classe padrona verso l'internazionalismo, mentre spingeva la classe lavoratrice verso il nazionalismo.

 

Possiamo davvero criticare oggi la sinistra, nel contesto degradato che conosciamo, perché prende in considerazione le paure e l'esasperazione delle classi lavoratrici, cercando di prendere le necessarie precauzioni per tornare all'umanesimo fondante dei valori europei ? Perché è il fallimento stesso del liberalismo, incapace di gestire politicamente il movimento migratorio che promuove economicamente, a spiegare perché l'opinione pubblica si sia opposta, sicuramente più della crisi economica o persino dell'aggravamento delle disuguaglianze sociali.

 

Nel "Destino d'Europa", il politologo bulgaro Ivan Krastev scrive: "Il rifiuto dei liberali ad ammettere che le ondate migratorie possano avere il minimo effetto negativo è all'origine di questa reazione di ostilità verso l'establishment che scuote la vita politica di tante democrazie oggi".

 

Se si vuole una sopravvivenza dell'Europa democratica, la sinistra deve indubbiamente misurare anche il fallimento della strategia di disprezzo di classe nei confronti degli elettori che cedono alle sirene del populismo.

 

22/07/18

ZH - Bank of America: il populismo metterà fine all'indipendenza delle banche centrali

L'analista della Bank of America Michael Hartnett sostiene che le politiche delle banche centrali hanno aumentato il divario tra ricchi e poveri: i politici populisti, per far ripartire l'economia globale, affondata (dal modello economico liberista, aggiungiamo noi) nella deflazione secolare di bassi rendimenti e tassi di interesse sotto zero, dovranno forzatamente farla finita col dogma dell'indipendenza delle banche centrali per monetizzare il debito, redistribuire i redditi e abbattere tramite politiche inflazionistiche l'enorme montante di debito privato accumulato. Un'altra recessione globale accelererebbe drammaticamente questa tendenza. Da Zero Hedge.

 

 

di Tyler Durden, 20 febbraio 2018

 

Nel suo ultimo Flow Show settimanale, Michael Hartnett della Bank of America (BofA) tocca un tema familiare: l'ascesa del populismo globale e la sua destinazione finale: "la fine dell'indipendenza della banca centrale", che definisce la politica populista definitiva.

 

Confermando qualcosa che abbiamo detto sin dall'inizio e che spiega - ancora una volta - l'avvento di fenomeni come la Brexit, la reazione europea contro gli immigrati e, naturalmente, Donald Trump, lo stratega di BofA scrive che "le politiche della banca centrale di QE, NIRP [Negative Interest Rate Policy, politica dei tassi d'interesse negativi, ndt], ZIRP [Zero Interest Rate Policy, politica del tasso d'interesse nullo, ndt] hanno senza dubbio aggravato il divario tra Wall Street [la finanza, ndt] e Main Street [l'economia reale, ndt] nell'ultimo decennio".

 

Nel frattempo, la differenza di ricchezza persiste e nell'ultimo trimestre le attività finanziarie del settore privato USA sono diventate 5,5 volte il PIL statunitense, un massimo storico, con la maggior parte delle attività finanziarie detenute da una piccola parte della popolazione.

 

[caption id="attachment_15574" align="aligncenter" width="634"] I patrimoni finanziari detenuti da privati negli USA, come % del PIL - in blu le famiglie e in giallo le attività non finanziarie.[/caption]

 

Mentre il grande divario tra chi ha e chi non ha continua a crescere - nonostante l'elezione di numerosi leader populisti nelle nazioni di tutto il mondo, più recentemente in Malesia, Austria e Messico - BofA avverte che poiché la politica monetaria e fiscale, la ripresa globale sincronizzata e i profitti aziendali record sono incapaci di creare una crescita salariale sostenuta, gli investitori dovranno scontare più protezionismo, ridistribuzione dei redditi e, in definitiva, la monetizzazione del debito attraverso le banche centrali nei prossimi anni. Tutte tendenze che una recessione accelererebbe drammaticamente.

 

Hartnett illustra quindi l'unica classe di attività che a suo avviso sarà la vincitrice finale nelle prossime guerre tra le classi di attività:

 

l'oro è il beneficiario secolare della Guerra alla Disuguaglianza; gli investitori notano che l'oro è sceso al livello più basso dal 2002 rispetto all'indice S&P 500.


 

[caption id="attachment_15575" align="alignnone" width="699"] Quotazione dell'oro rispetto all'indice S&P 500[/caption]

 

Posto dunque che l'oro sarà il "vincitore secolare", il populismo dovrà vincere la guerra contro la disuguaglianza, il che significa anche sconfiggere le banche centrali, e non sarà facile.

 

Quindi cosa fare fino ad allora? Qui Hartnett ha due parole: "Giapponesizzazione" e FAANG [acronimo dei cinque titoli tecnologici più popolari e più performanti del mercato, ovvero Facebook, Apple, Amazon, Netflix e Google Alphabet, ndt], e osserva che nonostante le lodi per il mercato in rialzo, le cose non sono come sembrano, ad esempio:

 

profitti, riduzioni delle imposte, riacquisti azionari in quantità nel 2018 ... eppure solo 9 dei 45 indici azionari nazionali MSCI hanno superato in rendimento i T-bills a 3 mesi (+ 0,8%) da inizio anno; i rendimenti incrociati rimangono scarsi ... Dollaro USA e materie prime 3%, azioni 2%, contanti 1%, titoli di stato e a rendimento elevato -1%, obbligazioni investment grade -3%;


 

C'è un'eccezione alla performance negativa del mercato da inizio anno: "gli invincibili titoli tecnologici statunitensi, che operano come se i tassi di interesse non salissero mai". E forse non lo faranno: usando una tabella mostrata precedentemente, Hartnett nota che i tassi zero della Bank of Japan (BoJ) guideranno una impotente BCE - allo 0% fino al 2036 - mentre ancorano i tassi della Fed attraverso più di 10 trilioni di dollari di debito con rendimento negativo assieme al terrore di una curva di rendimento invertita.

 

[caption id="attachment_15576" align="alignnone" width="656"] La "Giapponesizzazione" dell'Europa. In blu i tassi sui depositi overnight della BoJ (partono da Luglio '85) e in giallo il tasso sui depositi della BCE (RHS, partono da Dicembre '01).[/caption]

 

 

Hartnett conclude quindi con qualcosa di cui abbiamo già discusso: l'apparente infallibilità delle tech e in particolare dei FAANG:

 

finché gli investitori non temono la Fed, c'è poca paura delle azioni FAANG.


 

Il che spiega l'inesorabile ascesa dei FAANG: come ha detto la settimana scorsa lo stratega della tecnologia, "Market Mocks and Loves the Fed" [il mercato prende in giro e ama la Fed, ndt]. Se e quando ciò cambierà, sarà il momento di incassare e infine rendere di nuovo brillante il lucido metallo giallo.

15/07/18

Comprendere l'ascesa globale del populismo

Da LSE Ideas un approfondimento sul populismo, fenomeno multiforme e non nuovo nella storia occidentale, del quale l'autore Michael Cox, in maniera intellettualmente onesta e scevra dai pregiudizi liberali, cerca di dare una definizione, tracciare origini e motivazioni storiche e marcare le differenze col passato. Il populismo, sostiene Cox, è anche la reazione occidentale al malgoverno dell'ordine neoliberale, innestatosi sul crollo del comunismo, alle sue élite incapaci e al senso di impotenza provato dalle società dell'Occidente di fronte a repentini cambiamenti che minano la propria sicurezza e coesione. Il populismo, conclude, al momento non è una minaccia alla globalizzazione, ma ha ancora tanta strada da percorrere di fronte a sé.

 

di Michael Cox, 12 febbraio 2018

 

 

Questa è la versione aggiornata di un documento originariamente presentato alla Royal Irish Academy a Dublino il 31 maggio 2017, apparso nel volume 28 di Irish Studies in International Affairs.

 

 

Lo spettro del populismo


 

“Uno spettro si aggira per l’Europa – lo spettro del comunismo. Tutte le potenze della vecchia Europa si sono coalizzate in una sacra caccia alle streghe contro questo spettro: il papa e lo zar, Metternich e Guizot, radicali francesi e poliziotti tedeschi” scriveva Karl Marx nel 1848. Oggi sembrerebbe che un altro spettro molto differente infesti l’Europa. Non è il comunismo – che è stato consegnato al proverbiale cestino della storia – ma un altro pericoloso “ismo”, il populismo.

 

Naturalmente c’è stata una grande molteplicità di populismi in passato. La Russia ne ha avuto di propri durante gli anni ’70 e ’80 del diciannovesimo secolo, una versione simile ma politicamente meno radicale crebbe negli Stati Uniti negli anni ’90 del 1800 e da allora è riapparsa diverse volte in molteplici variazioni (il Maccartismo fu a proprio modo una rivolta populista contro il liberalismo), e poi ci sono state le molte varietà di populismo che quando ero studente mi venivano presentate come il principale problema in America Latina negli anni del dopoguerra. Quindi per certi versi lo studio di quello che è conosciuto come populismo non è nuovo. Posso ben ricordare infatti di avere letto il mio primo libro sull'argomento nel 1969, quando studiavo politica, uno studio alquanto pregiato della London School of Economics (LSE), a cura della grande coppia Ernest Gellner e Ghita Ionescu, intitolato Populism: its meanings and national characteristics [Populismo: suo significato e caratteristiche nazionali, ndt].

 

Quindi potremmo dire che non c’è nulla di nuovo. Ma sarebbe sbagliato – chiaramente c’è qualcosa di abbastanza significativo e nuovo che sta accadendo oggi. Per un verso il problema populista (se lo è davvero) sembra essere migrato in Europa, dove prima non aveva una gran presa; e per un altro verso ha assunto una forma molto più diffusa. Mentre i precedenti populismi avevano un carattere specificamente nazionale, questo nuovo populismo ha assunto una forma più internazionale.

 

Se ascoltiamo la maggior parte dei leader europei, il populismo sembrerebbe oggi essere diventato la sfida politica della nostra era. L’ex ministro delle finanze tedesco Wolfgang Schauble, un uomo che non usa mezzi termini, ha parlato di una marea crescente di “populismo demagogico” che se non viene trattato frontalmente e con decisione potrebbe facilmente compromettere l’intero edificio europeo. Un rapporto della Chatham House è arrivato all'incirca alle stesse conclusioni nel 2011. “La tendenza al crescente sostegno ai partiti populisti estremisti”, scrive il suo autore, “è stato uno degli sviluppi più impressionanti nell’attuale politica europea” (1) – uno sviluppo che rappresenta una sfida non solo all’Europa, ma alla stessa democrazia.

 

Chi è un populista?


 

Ma è un fenomeno solo europeo? Chiaramente no. Attraverso l’Atlantico, negli USA, un dragone simile se non esattamente identico, che emette ogni tipo di suono spiacevole e pestifero, è sorto nella forma di Donald Trump, uno dei pochissimi miliardari che nella storia moderna rivendica anche di essere un “uomo del popolo”. Ma miliardario o meno, questo fenomeno politico davvero straordinario, una combinazione di Gatsby e Howard Hughes con l’aggiunta di un goccio di Randolph Hearst per buona misura, ha portato “sorpresa e spavento” in egual proporzione. Infatti, attingendo allo scontento popolare in quelli che Gavin Essler venti anni fa definì gli “Stati Uniti della Rabbia” (2), Trump ha scosso l’establishment USA (per non menzionare i loro soci europei) dalle fondamenta, dicendo cose che non si dovrebbero dire in compagnia di gentiluomini.

 

Inoltre, si ricorderà che non fu soltanto Trump a inveire contro le élite e i potenti durante la campagna presidenziale USA del 2016. Bernie Sanders potrebbe definirsi un socialista. E potrebbe non aver mai detto molte delle cose scioccanti che ha detto Trump. Ma alcuni dei suoi obiettivi – naturalmente le corporation che, ha sostenuto, hanno tradito i lavoratori americani, e i finanzieri di Wall Street – non erano così dissimili da quelli identificati da Trump. Hillary può aver vinto la nomination democratica alla fine. Ma Sanders ha inspirato i suoi sostenitori come la Clinton non ha mai fatto.

 

Ma se Sanders e Trump possono essere classificati insieme come populisti, allora chi, ci si potrebbe chiedere, non è un populista? E dove passano le linee di faglia ideologiche? Allora anche Jeremy Corbyn dovrebbe essere definito un populista? Dopotutto rivendica di parlare in nome dei “molti” anziché dei “pochi”. Ma lo stesso fa anche la May, che nella sua corsa per ottenere il consenso delle classe bianca lavoratrice ha parlato abbastanza apertamente di governare in favore degli “abbandonati” e di chi è stato ritenuto “da gestire”, per fare della Gran Bretagna un paese che funziona per tutti, non soltanto per i ricchi e i potenti.

 

Questa è stata anche la narrazione dominante di partiti politici come Syriza in Grecia, il Movimento 5 Stelle in Italia, e Podemos in Spagna – e tutti e tre sono di sinistra. Ciò naturalmente non può essere detto del Front National in Francia, ma oggi in Europa non c’è una populista più rampante di Marine Le Pen, che ha fatto campagna contro l’Unione Europea e la sua gemella, la “globalizzazione sfrenata”, che nelle sue parole stanno entrambi “mettendo a rischio” la “civiltà” francese. Infatti, mentre il vittorioso ex banchiere Macron ha fatto appello ai più istruiti nelle città prospere come Lione e Tolosa, la Le Pen ha passato la maggior parte del suo tempo facendo campagna nelle malmesse città del Nord-est, parlando a lavoratori i cui genitori (se non proprio loro) una volta votavano comunista.

 

Comprendere i populisti


 

Il populismo sembrerebbe così sfidare la facile classificazione politica. Ma su una cosa la maggior parte degli autori sul soggetto sembra essere unita. A loro non piace il populismo e sono stati inclini ad affrontare il soggetto con una misto di enorme sorpresa – chi tra loro ha previsto la Brexit e Trump nel 2016? – mescolata con un forte pizzico di antipatia ideologica.

 

Questo preconcetto non è passato inosservato, naturalmente. Infatti, John Stepek, in un pezzo su MoneyWeek, ha sottolineato molto giustamente che, per quanto ne sapeva, “la maggior parte degli editoriali” che trattavano di populismo tendeva a ricadere in due categorie principali: “beffardo o paternalistico” (3). Il controverso sociologo Frank Furedi è stato ancora più aspro. Populismo, ha sostenuto, è virtualmente diventata un’offesa diretta contro chiunque sia critico dello status quo. Peggio ancora, ciò implica che la rivolta che oggi affronta l’Occidente non è la legittima risposta a problemi profondi, ma piuttosto è il problema stesso (4).

 

Questa è la conclusione a cui chiaramente si arriva in un libro influente sul tema. I populisti possono rivendicare di parlare in nome del popolo, sostiene Jan-Werner Muller nel suo studio dalle buone recensioni What is Populism? [Cos’è il populismo?, ndt] (5). Ma non si dovrebbe farsi raggirare. Quando i populisti prenderanno davvero il potere, avverte, creeranno uno stato autoritario che escluderà tutti quelli che non sono considerati parte del popolo. Pertanto state attenti ai populisti. Possono parlare il linguaggio democratico. Ma nascosto dietro a tutta quella retorica c’è un impulso pericolosamente anti-democratico.

 

Questa avversione nei confronti del populismo può essere comprensibile, dato che molto di quello che i populisti dicono è profondamente preoccupante dal punto di vista liberale. Inoltre, come i loro critici hanno legittimamente sottolineato, le loro politiche possono essere – e hanno dimostrato di essere – molto allarmanti. Tuttavia, siamo di fronte a un dilemma. Da un lato ci sono gli analisti del populismo che tendono per lo più a guardare al fenomeno tenendo sempre il naso all’insù, come se ci fosse un cattivo odore nella stanza. Dall'altro, si sono milioni di “persone comuni” là fuori che votano questi movimenti. Se non altro, dice qualcosa dello stato dell’Occidente il fatto che, mentre la maggior parte degli intellettuali si allinea alla critica del populismo, alcuni di sicuro in modo più corretto di altri, milioni di loro concittadini votano in massa per partiti e individui che la maggior parte degli accademici e degli esperti sembra disapprovare.

 

Trump può non essere il mio genere (o il vostro), ma dopotutto ha vinto le elezioni presidenziali statunitensi. Tuttavia “noi” sembriamo detestare lui e quelli che hanno votato per lui. La Brexit non era la mia opzione preferita, ma ha raccolto più voti del Remain e lo ha fatto perché ha attinto a qualcosa di importante.

 

Il mio punto è semplice, ma importante. Il populismo non ci deve piacere, non dobbiamo andarci d’accordo. E non dovremmo dimenticare il nostro ruolo di critici. Ma dovremmo almeno provare a distanziarci dalle nostre preferenze politiche e ideologiche, e provare ad andare oltre lo sdegno morale nei confronti di qualcosa che a molti di noi può non piacere e cercare invece di capire che cosa sta succedendo. Perché, chiaramente, qualcosa sta accadendo. E cos'è quel qualcosa? Non dovremmo esagerare. Né dovremmo concludere che il mondo che abbiamo conosciuto sta per collassare. Non è così. Ma le placche tettoniche si stanno muovendo. L’umore in Occidente si sta inasprendo. Molti milioni di persone ovviamente sono molto infelici del vecchio ordine e hanno espresso la loro alienazione votando in massa contro l’establishment.

 

Che cos'è il populismo?


 

Ma allora che cos'è il populismo? La risposta a questa semplice domanda non è affatto chiara. Il populismo riflette una profonda diffidenza verso l'establishment predominante; il sospetto che questo establishment, nella visione della maggior parte dei populisti, non governi per il bene comune, ma cospiri contro il popolo; e che il popolo, comunque definito, sia il vero depositario dell’anima della nazione.

 

I populisti tendono per lo più ad essere anche nativisti e sospettosi nei confronti degli stranieri (sebbene sia più probabile constatarlo a destra che a sinistra). Spesso e volentieri sono scettici sui fatti presentati dalla stampa di regime, e nella maggior parte dei casi (e di nuovo ciò è più vero per la destra rispetto alla sinistra) gli intellettuali non piacciono loro molto. Né in generale piacciono loro le grandi città e i tipi metropolitani che ci vivono.

 

I populisti sono (per usare un termine reso popolare da David Goodhart) i “somewheres” – cioè le persone che vogliono essere parte di qualche luogo, al contrario degli “anywheres” [le persone senza radici, i cosmopoliti, ndVdE] (6). Infatti, sostiene l’autore, la linea di faglia in Gran Bretagna (e lo stesso potrebbe essere vero in molti altri paesi Occidentali) è tra coloro che vengono Da Qualche Posto [somewhere in inglese, ndt]: le persone che hanno radici in specifici posti o comunità, di solito una piccola città o la campagna, socialmente conservatrici, spesso meno istruite, e coloro che vengono Da Qualunque Posto [anywhere, in inglese, ndt]: senza legami, spesso metropolitani, socialmente liberali, laureati e che sono inclini a sentirsi a casa quasi dappertutto. Ma sono i “somewheres” che dobbiamo comprendere, poiché sono loro dopotutto a costituire la vera base di quella che vediamo come la rivolta populista.

 

Che cosa ha causato l’ascesa del populismo?


 

Che cosa ha causato questa impennata nel sostegno al populismo? Ci sono almeno tre narrazioni in competizione.

 

1) Una è stata fornita non molto tempo fa da Moises Naim, editore della rivista Foreign Policy. Egli concorda che il populismo va preso sul serio; ma non ha coerenza intellettuale. È soltanto una “tattica” retorica che i demagoghi usano sempre in tutto il mondo, e continueranno ad usarla, per ottenere il potere e quindi tenerlo stretto. Per come la mette Naim:

 

“Il fatto è che il populismo non è un’ideologia. Invece, è una strategia per ottenere e trattenere il potere. È in circolazione da secoli, e di recente sembra riaffiorare in tutta la sua forza, spinto dalla rivoluzione digitale, dalle economie precarie e dalla minacciosa insicurezza di ciò che ci aspetta” (7).


 

Questo tuttavia non rende il populismo meno pericoloso. Infatti, il populismo è invariabilmente divisivo, prospera sul complottismo, trova nemici perfino dove non esistono, criminalizza tutte le opposizioni, esagera le minacce esterne, e soprattutto insiste che i suoi critici in casa stanno soltanto lavorando per governi stranieri. Eppure si perderebbe tempo – suggerisce – cercando delle cause più profonde per questo particolare fenomeno.

 

2) Un secondo – più influente – punto di vista è che il populismo nella sua forma attuale è una ricerca di senso in quel che Tony Giddens ha già definito il “mondo fuori controllo” della globalizzazione – un mondo che secondo Giddens come minimo sta “scuotendo i nostri modi di vivere, non importa dove ci capiti di vivere”. Inoltre, questo mondo, dice Giddens, sta emergendo in “modo anarchico, disordinato… pieno di preoccupazioni, parimenti sfregiato da profonde divisioni e dalla sensazione di essere tutti in preda a forze su cui non abbiamo alcun controllo”(8). In effetti, non è solo che non abbiamo alcun controllo. A causa della velocità e della profondità dei cambiamenti che intervengono attraverso le frontiere tradizionali, molti cittadini si sentono come se il mondo non solo li stesse superando, ma come se minasse la loro consolidata nozione di identità nata in tempi più stabili. Tutti hanno sentito questa perdita. Ma è stata sperimentata soprattutto da una schiera più anziana di persone bianche che vogliono semplicemente riportare indietro le lancette dell’orologio a un tempo in cui le persone nella loro città assomigliavano tutte a loro, sembravano tutte come loro e avevano persino la stessa lealtà della maggior parte di loro: in altre parole un’età in cui c’erano meno immigrati e anche meno mussulmani a vivere in mezzo a loro.

 

La globalizzazione e i fattori socio-economici ovviamente hanno un ruolo in questo racconto, come rende chiaro Giddens. Ma secondo questa narrazione al centro del moderno problema populista non c’è tanto l’economia, quanto l’identità e il senso, motivati da una serie di confuse, ma non per questo meno fondamentali domande su chi sono, cosa sono, vivo ancora nel mio paese circondato da persone che condividono gli stessi valori e la stessa fedeltà?

 

3) C’è comunque un terzo modo di intendere il populismo. E questo sostiene che il moderno populismo è meno il risultato di una crisi di identità in quanto tale e molto più il risultato di ciò che l’economista indiano (ora consigliere del primo ministro indiano Modi) Arvind Subramanian ha definito “iperglobalizzazione” (9). Quest’ultima forma di globalizzazione, egli nota, è cominciata lentamente negli anni ’70 del ventesimo secolo, ha accelerato rapidamente negli anni ’80, è decollata sul serio negli anni ’90 e ha continuato ad accelerare da allora – cioè, fino al crollo del 2008. Per anni i risultati di questa corsa di trent’anni a capofitto verso il futuro sono sembrati soltanto positivi e benefici. Infatti, secondo i molti difensori della globalizzazione, il nuovo ordine economico ha generato un’enorme ricchezza, attratto economie che una volta erano chiuse, fatto crescere il PIL mondiale, incoraggiato lo sviluppo reale in paesi che sono stati poveri per anni, e quel che è più importante di tutto in termini del benessere umano, ha aiutato a ridurre anche la povertà. Non sorprende che l'India, la Cina e i paesi in via di sviluppo abbiano amato questo nuovo ordine mondiale. Erano i suoi beneficiari.

 

Ma per l'Occidente più in generale ha creato nel tempo ogni tipo di problema collaterale. La ricchezza è diventata sempre più concentrata nelle mani di pochi, come dimostrato da Thomas Piketty (10). I redditi della classe media hanno ristagnato. Nel frattempo, molti membri della classe operaia dei paesi occidentali si sono trovati costretti a lasciare il lavoro o perché i posti di lavoro migravano altrove o a causa di un afflusso di merci importate a basso costo in gran parte provenienti dalla Cina. E per aumentare i loro problemi economici, l'immigrazione ha abbattuto il prezzo del loro lavoro. Quindi quello che poteva essere stato grandioso per le grandi aziende e il consumatore - per non parlare dei cinesi - si è trasformato in uno tsunami economico per i tradizionali bastioni del lavoro.

 

Le cause più ampie del populismo


 

L’impatto del neoliberalismo?


 

Una parte cruciale di questa interpretazione “materialista” del populismo è stata fornita più recentemente da James Montier e Philip Pilkington. I due non negano il fatto che la globalizzazione ha importanti svantaggi. Al contrario, la globalizzazione è grande parte della causa del populismo. Ma sviluppano il ragionamento ulteriormente, insistendo sul fatto che ciò che ha portato alla crisi reale dell’Occidente non è solo la globalizzazione in astratto, ma ciò che loro definiscono più precisamente “un sistema guasto di governance economica”.

 

Il sistema che definiscono “neoliberalismo” si è manifestato negli anni ’70 del ‘900 e da allora è stato caratterizzato da quattro “politiche economiche rilevanti”, una delle quali soltanto identificano come globalizzazione, essendo le altre tre:

 

“l’abbandono del pieno impiego come un obiettivo politico desiderabile e la sua sostituzione con un obiettivo di inflazione…; un’attenzione a livello aziendale sulla massimizzazione del valore per gli azionisti, piuttosto che sul reinvestimento e la crescita…; e la ricerca di mercati del lavoro flessibili e la distruzione di sindacati e organizzazioni dei lavoratori” (11).


 

Preso insieme, ritengono gli autori, questo nuovo ordine neoliberale non solo ha inclinato la bilancia verso il capitale, a sfavore del lavoro. Il regime che ha creato ha anche dato origine a inflazione più bassa, tassi di crescita più bassi, tassi d’investimento più bassi, crescita della produttività più bassa, e una propensione gravemente deflazionistica nell'economia mondiale. Inoltre la crisi del 2008, anziché minare questo ordine, ha soltanto reso le cose molto, molto peggiori. E dato tutto questo, non dovremmo essere sorpresi che ci sia stato un contraccolpo sotto forma di populismo. Forse l’unica sorpresa è che non sia successo prima.

 

La fine del comunismo


 

Naturalmente, non si è tenuti a scegliere tra queste diverse narrazioni. Tutte contengono elementi di verità. Tuttavia a mio avviso lasciano fuori anche parti importanti della storia.

 

Una delle cose lasciate fuori – o forse non sottolineata abbastanza – è l’enorme impatto a lungo termine che ha avuto, e ancora ha, sul mondo in cui viviamo il fallimento del comunismo e il collasso dell’URSS. Prima del 1989 e del 1991 sembrava esserci un certo tipo di equilibrio nel mondo: alcuni limiti integrati nel funzionamento del libero mercato. Comunque sia, per la fine degli anni ’90 tutto questo era stato spazzato via. Il biennio 1989-1991 a mio parere ha portato l’Occidente a un livello molto alto di hubris e presunzione. Ora tutto era possibile; e anche se ha causato sofferenze ad alcuni, è valso la pena pagarne il prezzo per il bene generale; e in ogni caso non c’era nessuna seria opposizione. O alcuna alternativa. Così si poteva tirar dritto a prescindere.

 

Né potevamo immaginarci cosa poteva significare per l’Occidente l’ingresso di enormi economie a basso salario come la Cina nel club del mercato mondiale. Molti economisti vi diranno senza alcun dubbio, e lo fanno, che il libero scambio è sempre un bene sul lungo termine. Lo ha detto Ricardo, lo ha detto Adam Smith, lo ha detto Keynes, lo ha detto anche Milton Friedman. Quindi deve essere la cosa migliore. Inoltre, se pure si sono persi posti di lavoro nella UE e negli USA, questo, ci viene detto, ha poco a che fare col libero scambio e ne ha molto con le nuove tecnologie a minore impiego di manodopera. Infatti, tutti questi posti di lavoro nella manifattura, in Europa e negli Stati Uniti, se ne sarebbero andati comunque a causa della tecnologia e dell’automazione. Ma ci sono ampie prove a suggerire una storia piuttosto differente: che di fatto milioni di posti di lavoro sono andati perduti in Occidente a causa delle economie emergenti che si sono unite al gioco. Non è soltanto un mito nazionalista. In ogni caso, non si dovrebbe essere rimasti sorpresi quando politici come Trump e i suoi equivalenti populisti in Europa hanno lanciato le loro invettive contro la globalizzazione e hanno raccolto i voti.

 

Impotenza


 

Ma non riguarda soltanto l’economia. Direi che il populismo è un’espressione molto occidentale di un senso di impotenza: l’impotenza dei cittadini ordinari di fronte a enormi cambiamenti in corso attorno a loro; ma anche l’impotenza dei leader e dei politici occidentali che non sembrano davvero avere una risposta alle molte sfide che l’Occidente sta affrontando oggi. Molta gente comune potrebbe sentire di non avere il controllo e potrebbe esprimerlo sostenendo i movimenti e i partiti populisti che promettono di ridargli il controllo. Ma in realtà sono i partiti politici tradizionali, i politici tradizionali così come le tradizionali strutture di potere ad essere impotenti in egual misura. Impotenti nel fermare il flusso di migranti dal Medio Oriente e dall'Africa. Impotenti nel controllare le frontiere dei loro stessi stati nazionali. Impotenti quando hanno a che fare con la minaccia terrorista. Impotenti nell'impedire le delocalizzazioni e l’evasione fiscale. E impotenti nel ridurre la disoccupazione in misura significativa nella maggior parte dell'Eurozona.

 

Ora, tutto questo avrebbe anche potuto essere gestito se non fosse stato per altri due fattori: uno, chiaramente, è stato la crisi finanziaria del 2008. Come suggerito sopra, questa non solo ha dato un duro colpo alle economie occidentali e alla UE in particolare; ha anche minato la fiducia nella competenza dell'establishment, dai banchieri agli economisti della LSE. Chi mai crederebbe di nuovo agli esperti dopo il 2008? O penserebbe che possano essere dalla sua parte? L’altro fattore è stato una serie di importanti battute d’arresto nel campo della politica estera che vanno dall'Iraq alla Libia. Queste non solo hanno fatto danni enormi al Medio Oriente, ma hanno esposto l’Occidente e i leader occidentali all'accusa di essere incompetenti e privi di buonsenso strategico. Naturalmente non è stata una coincidenza che uno dei temi su cui Trump è tornato più volte nel tempo sia stata la guerra in Iraq – una chiara dimostrazione, a suo avviso, che non si può affidare la sicurezza dell’America all'”establishment”.

 

Gli spostamenti della potenza globale


 

Infine, mi chiedo anche quanto la diffusa nozione che è in corso uno spostamento della potenza globale all'interno dell’ordine internazionale non abbia anche contribuito all'ascesa del populismo in Occidente. Dopo tutto, negli ultimi anni abbiamo sentito lo stesso mantra, proferito dalla maggior parte del nostri cosiddetti intellettuali: vale a dire, che il “resto del mondo”, visto come l’Asia, la Cina o quell'interessante combinazione conosciuta come i BRIC presto condurrà il mondo.

 

Come ho sostenuto altrove, questa idea di un enorme spostamento di potere che sta conducendo a un mondo o post-americano o post-occidentale o addirittura post-liberale è stata molto esagerata. Cionondimeno, è divenuta per molti la nuova verità della nostra era; quasi il senso comune dei nostri tempi. E ha avuto conseguenze, volute o meno, e una di queste è stata far sentire molte persone che vivono in Occidente profondamente incerte sul proprio futuro. Questo a sua volta ha fatto guardare molte di queste persone a quei politici e movimenti che dicono che difenderanno l’Occidente; o, nel contesto americano, renderanno di nuovo grande l’America. Inoltre, l’opinione che sia avvenuto o sia in corso uno spostamento di potere ha anche aiutato nel Regno Unito a sostenere la Brexit. Infatti in UK l’argomento che la UE in particolare sia nel suo declino terminale, e che si dovrebbe guardare ad altre parti dell’economia mondiale – Cina e India in modo evidente – ha chiaramente giocato un ruolo importante nel mobilitare la causa della Brexit.

 

Il populismo pone una minaccia alla globalizzazione?


 

In che misura, tuttavia, il populismo rappresenta una seria minaccia per la globalizzazione? La risposta più semplice non è quella che alcuni allarmisti potrebbero indurvi a credere - almeno questo è ciò che i "fatti" dicono se misurate la globalizzazione con indicatori quali i flussi finanziari transnazionali, il turismo internazionale e gli investimenti esteri diretti. Secondo ognuna di queste misure, il mondo non si sta de-globalizzando. Né è probabile che lo faccia fino a quando i suoi cinque maggiori attori economici (Unione Europea, Stati Uniti, Cina, India e Giappone) continueranno a sostenere politiche che favoriscono una maggiore integrazione, non minore, catene di approvvigionamento più estese, non meno estese, e a vedere un vantaggio continuo a livello economico nel far parte di un mercato mondiale. A questo punto le forze a favore della globalizzazione sembrerebbero ancora molto più forti di quelle contrarie.

 

La globalizzazione potrebbe essere ancora al sicuro. Tuttavia, le argomentazioni a favore non vengono più usate con la stessa fiducia che vedevamo dieci o quindici anni fa. E se la compromissione di quella che Simon Fraser ha definito "l'ortodossia pro-globalizzazione del periodo post-Guerra fredda" (12) continua, allora potremmo benissimo trovarci di fronte ancora più sfide per l'ordine economico liberale. La reazione populista, si sospetta, ha ancora una lunga strada da percorrere.

 

LSE IDEAS è il think tank di politica estera della London School of Economics. Colleghiamo la conoscenza accademica della diplomazia e della strategia con le persone che la usano.

 

Sull'autore

 

Il professor Michael Cox è direttore di LSE IDEAS e docente di Relazioni internazionali. È un noto esperto internazionale, che ha pubblicato numerosi articoli sugli Stati Uniti, le relazioni transatlantiche, l'ascesa dell'Asia e i problemi che affliggono l'UE e l'impatto che questi cambiamenti hanno sulle relazioni internazionali.

 

Bibliografia

 






[1] Matthew Goodwin, 'Right response: understanding and countering populist extremism in Europe', Chatham House, Europe Programme Report, September 2011

 

[2] Gavin Esler, The United States of Anger: people and the American Dream (New York, 1997)

 

[3] John Stepek, 'What's driving populism, and why it matters to investors', MoneyWeek, 4 April 2017

 

[4] Frank Furedi, 'Populism on the ropes? Don't be so sure', Spiked, 15 May 2017, see also 'Populism: a defence', Spiked, 29 November 2016

 

[5] Jan-Werner Muller, What is Populism? (Philadelphia, 2016)

 

[6] David Goodhart, The road to somewhere: the populist revolt and the future of politics (London, 2017)

 

[7] Moses Naim, 'How to be a populist', The Atlantic, 21 April 2017

 

[8] Anthony Giddens, Runaway world: how globalization is reshaping our lives(London, 1999)

 

[9] Arvind Subramanian & Martin Kessler, 'The Hyperglobalizations of Trade and its Future', Peterson Institute for International Economics, Working Paper Series, WP13-6, July 2013

 

[10] Thomas Piketty, Capital in the 21st Century (Paris, 2013)

 

[11] James Montier & Philip Pilkington, 'The deep causes of secular stagnations and the rise of populism', GMO White Paper, March 2017

 

[12] Simon Fraser, 'The tide of globalisation is turning', The World Today, April-May 2016, 38-41: 38








23/05/18

AEP sul Telegraph - In Italia gli insorti fanno infuriare la Germania, ma si ribellano alle minacce dell'UE

 

Ambrose Evans Pritchard  rappresenta nei suoi ultimi articoli sul Telegraph la situazione italiana in tutta la sua rischiosità, ma anche nella sua grande potenzialità.

 

Nell'articolo del 17 maggio “I ribelli italiani fanno infuriare la Germania e rischiano il congelamento dei pagamenti da parte della BCE” Pritchard rileva come la proposta di contratto di governo Lega-5 Stelle, soprattutto nella sua formulazione originaria, abbia suscitato le vibranti proteste del professor Clemens Fuest, presidente dell'IFO Institute, e di tutto l'establishment tedesco, di fronte a quello che è stato definito come ”un ultimatum da parte dei 'ribelli italiani', i quali pretenderebbero trasferimenti da parte della Germania minacciando in caso contrario di uscire dall'euro”. A detta degli economisti tedeschi, l'Italia in questo modo mette una pietra tombale sulla proposta di unione fiscale avanzata dalla Francia. Tuttavia, come sottolinea lo stesso Pritchard,  era in realtà già ”molto difficile che la proposta potesse veramente realizzarsi”: la "lega anseatica" degli stati del Nord guidata dagli olandesi aveva infatti già avvisato di non essere affatto disposta a farsi trascinare in “avventure romantiche” mentre Olaf Scholz, ministro delle finanze tedesco della SPD, aveva dichiarato che ”molto del piano di Macron non vedrà mai la luce”.

 

Nel suo articolo successivo del 21 maggio ”Gli insorti italiani si ribellano allo spread e alle minacce della UE” Pritchard osserva come i moniti all'Italia si vadano moltiplicando: anche l'agenzia di rating Fitch ha lanciato l'allarme sul nuovo rischio paese, mentre il leader conservatore al Parlamento europeo, Manfred Weber, ha dichiarato che gli italiani stanno ”giocando con il fuoco” e il ministro delle finanze francese ha avvertito che l'Italia potrebbe trovarsi in un disastro di tipo “greco”.

 

Le misure di spesa e di riduzione delle tasse previste nel programma Lega-5 Stelle arriveranno a costare, secondo Citigroup, il 6% del PIL, e il deficit di bilancio raggiungerà la doppia cifra. Ma oltre a questo, l'abolizione del bail-in, lo stop alla privatizzazione del Monte dei Paschi di Siena, la volontà di ignorare le norme dell'UE in materia di aiuti di Stato per quanto riguarda l'Alitalia e l'industria siderurgica, sono passi che equivalgono, dice Pritchard, a "una rivolta totale". Ma l'Italia non è la Grecia, e il suo peso nell'unione monetaria non può essere ignorato:

 

"I mercati obbligazionari hanno preso coscienza dell'enormità di ciò che sta accadendo in un paese che non può essere facilmente schiacciato e sottomesso "à la Grecque", e che è abbastanza grande da distruggere l'unione monetaria."

 

Benché lo spread di rischio sul debito italiano a dieci anni sia salito di 65 punti base nelle ultime tre settimane e il contagio abbia cominciato a diffondersi sul debito spagnolo e portoghese, secondo Pritchard non siamo ancora in una situazione di pericolo reale:

 

“Il dramma nei mercati obbligazionari in questa fase è ancora simbolico. L'Italia ha ‘anticipato’ gran parte del suo fabbisogno finanziario per quest'anno. La Banca centrale europea sta ancora assorbendo gran parte delle emissioni di debito dell'Italia attraverso l'allentamento quantitativo. Il problema si presenterà alla fine dell'anno, quando la BCE chiuderà il rubinetto del QE.

 

In quel momento, l'Italia non avrà più un prestatore di ultima istanza alle sue spalle. Il Paese sarà nuovamente esposto alle forze del mercato. Un salvataggio sarà disponibile solo se il Paese entrerà in un programma di salvataggio ufficiale (ESM-OMT) a condizioni draconiane, che dovrà essere votato dal Bundestag tedesco e dall'olandese Tweede Kamer."

 

A quel punto, Pritchard prevede zero possibilità di una accettazione delle condizioni da parte della Lega e dei "Grillini", che inizierebbero ad attivare i minibot, ripristinando il pieno controllo sovrano sulla Banca d'Italia e sul sistema bancario italiano.

 

Tuttavia, nonostante per il momento l'Italia sia coperta dall'esposizione ai mercati, non è improbabile che si possa arrivare a una resa dei conti molto prima, secondo Pritchard.

 

Berlino ha minacciato di tagliare la liquidità della banca centrale e di estromettere l'Italia dal sistema dei pagamenti interbancari dell'eurozona, il Target2, nel quale la Germania vanta crediti - principalmente verso Italia e Spagna - per 927 miliardi di euro. Crediti che sono in continuo aumento.

 

A questo proposito Pritchard cita Claudio Borghi, economista della Lega, secondo il quale le minacce della Germania potrebbero rivelarsi un boomerang. Borghi ha dichiarato al Telegraph:

 

"Se vogliono davvero giocare duro, il loro gioco gli si ritorcerà contro. È la Germania il creditore di Target2, non noi, e sono loro che subiranno le perdite se noi andiamo in default. Vorrei esortare a un po' di cautela."

 

“Se qualcuno in Europa pensa di poter aumentare gli spread e che saremo estromessi, ha torto. Abbiamo vissuto tutto questo con Mario Monti nel 2011. Tutti in Italia comprendono che la manipolazione politica degli spread è il modo in cui impongono la loro austerità sul paese. Avremo con l'UE una discussione molto franca”.

 

In merito al nuovo governo, Pritchard commenta la scelta di compromesso per il primo ministro, che ancora attende di essere confermata dal Presidente Mattarella: Giuseppe Conte, un giurista sconosciuto ai più e senza esperienza politica.  Secondo Pritchard, Conte sarebbe in realtà un prestanome di Salvini e Di Maio, che nella sostanza eserciterebbero il potere avvalendosi di un organo speciale di risoluzione delle eventuali controversie composto dai due partiti, una novità al di fuori della struttura costituzionale italiana.

 

Paolo Savona, probabile ministro delle finanze, è definito da Pritchard “il flagello del trattato di Maastricht e dell'euro tedesco”. Nome noto nelle capitali europee, è considerato una persona su cui si può contare, non destinato a soccombere facilmente alle pressioni europee.

 

Infine, Ambrose Evans Pritchard ha intervistato Alberto Bagnai:

 

"Alberto Bagnai, senatore della Lega e stratega economico di importanza fondamentale, ha detto che il nuovo governo si adopererà al fine di accelerare la moneta parallela dei minibot per coprire i 70 miliardi di euro di pagamenti arretrati dello Stato verso appaltatori e famiglie: 'Intendiamo partire entro un anno e probabilmente quest'anno stesso. Ci sono molte aziende in grave difficoltà finanziaria.

 

C'è una fortissima richiesta politica dei minibot. La gente li vuole e li avrà. Se l'UE dice che non possiamo farlo, lo faremo comunque. La Francia ha violato le regole fiscali negli ultimi dieci anni.

 

Se la Germania o le autorità dell'UE tenteranno di ricattare l'Italia, questo alimenterà il risentimento nazionale e la gente in massa voterà per noi. Sono già molto arrabbiati', ha detto Bagnai. Gli ultimi sondaggi suggeriscono che in eventuali elezioni anticipate le forze populiste anti-UE prenderebbero una valanga di voti."

 

Pritchard osserva infine come la UE si trovi in una situazione non facile e potrebbe essere costretta a concedere molto di più di quanto ora non dia ad intendere. D'altra parte, anche l'Italia si trova in mezzo a una tempesta, con grandi rischi, ma anche grandi finestre di opportunità. Ecco le conclusioni di Pritchard:

 

”L’UE dovrà procedere con molta attenzione. Sta già affrontando una crisi gemella sulla Brexit e la deriva autoritaria nell'Europa orientale. Rischia una spaccatura strategica con gli Stati Uniti. L'Europa potrebbe dover accogliere le richieste della Lega-Grillini in misura molto superiore a quanto ora non lasci intendere. 'La voglia di scontro a Bruxelles è praticamente zero' , ha detto Lorenzo Codogno, ex capo economista del tesoro italiano ora a LC Macro Advisors.

 

L'Italia sta entrando nel vortice di due correnti potenti e opposte. Da un lato, uno stimolo fiscale netto del 2% o del 3% del PIL, man mano che il rallentamento dell'economia si esaurisce e si chiude l'output gap, porterà a un'impennata della crescita. Dall'altro, la crescita dei rendimenti dei titoli e la fuga dei capitali sono indici di una possibile crisi per un paese con un debito pubblico del 132% del PIL.

 

È tutt'altro che chiaro quale delle due tendenze in conflitto prevarrà nei prossimi due anni. Quello che è certo è che l'UE non può rischiare di fare altri errori.”

 

 

22/05/18

The Guardian - Le politiche dell'Italia hanno senso: sono le regole dell'eurozona ad essere assurde

In quest'articolo del The Guardian si sottolinea come la classe politica italiana sin dagli inizi della costruzione europea abbia spinto con entusiastica leggerezza per l'integrazione e per rientrare nella prima ondata di adesioni all'euro, nonostante i criteri di convergenza fossero ben lontani dall'essere rispettati. Ora, dopo due decenni perduti, gli elettori sono ormai in decisa maggioranza aderenti a partiti euroscettici che sfidando i vincoli di bilancio, inevitabili per tenere in vita l'unione monetaria, minacciano di farla crollare. Ma nonostante gli allarmi e i moniti della politica mainstream, ad avere un senso economico sono le politiche espansive dei cosiddetti "populisti" e non certo le assurde regole di Bruxelles. 

 

 

di Larry Elliott, 20 maggio 2018

 

William Hague una volta ha descritto l'euro come un edificio in fiamme senza uscite, e l'esperienza dell'Italia negli ultimi 20 anni ha dimostrato che il leader del partito conservatore aveva assolutamente ragione.

 

L'adesione alla moneta unica è stata decisa alla fine degli anni '90 come fosse una cosa facile. Uno dei paesi primi firmatari del trattato di Roma, l'Italia voleva disperatamente entrare nella prima ondata dell'Unione monetaria.

 

Ma non è stato condotto un vero esame sul fatto se un paese come l'Italia - con le sue tendenze inflazionistiche - potesse effettivamente far fronte ai rigori dell'adesione alla moneta unica. Non c'è stato nessun equivalente dei cinque criteri economici di Gordon Brown, criteri che l'allora cancelliere dello scacchiere (figura equivalente al Ministro delle Finanze in altri ordinamenti, ndt) aveva indicato (in aggiunta ai criteri di convergenza di Maastricht, ndt) al fine di valutare la possibilità della Gran Bretagna di unirsi all'eurozona.

 

Al contrario, quando è diventato chiaro che l'Italia non avrebbe rispettato i criteri (di Maastricht, ndt) le regole sono state piegate per assicurarsi che il paese entrasse nell'euro. Il risultato: due decenni economici perduti in cui il tenore di vita è rimasto stagnante, motivo per cui l'Italia si è ora allontanata dalla politica mainstream. Un governo di coalizione di due partiti populisti ed euro-scettici - il Movimento cinque stelle e la Lega - sembra imminente.

 

Sebbene nessuno dei due partiti della coalizione abbia mai apprezzato l'euro, ora entrambi si sono resi pienamente conto di quanta verità sia contenuta nelle parole di Hague. Il loro progetto di accordo politico comprendeva la proposta che l'UE stabilisse una procedura per l'uscita dall'euro per quei paesi che dimostrassero una "volontà popolare" in tal senso, ma ora questa proposta è stata abbandonata.

 

Non è difficile capire perché. Se i mercati finanziari si convincessero che il nuovo governo populista è seriamente intenzionato ad abbandonare la moneta unica, i titoli di Stato italiani diventerebbero più rischiosi. Gli investitori richiederebbero un rendimento più elevato per detenerli e ciò comporterebbe un aumento dei tassi di interesse di mercato. La Banca Centrale Europea potrebbe correre in aiuto con l'acquisto di titoli italiani, ma sarebbe poco incentivata a venire incontro a un governo a Roma che mostrasse l'intenzione di minare - se non distruggere - l'Unione monetaria.

 

Il nuovo governo si troverebbe coinvolto in una crisi finanziaria. Il sistema bancario traballante dell'Italia crollerebbe e il paese sprofonderebbe in una grave recessione. La disoccupazione aumenterebbe e il Movimento cinque stelle e la Lega verrebbero incolpati per questo. I populisti diventerebbero rapidamente impopolari.

 

Quindi il nuovo governo italiano si trova nella stessa posizione di tutti gli altri governi che il paese ha avuto negli ultimi due decenni: l'appartenenza alla moneta unica è una maledizione, ma il tentativo di abbandonare l'euro sarebbe ancora peggio. Come la Grecia, l'Italia sta scoprendo che è un po' tardi per dire che sarebbe stato meglio dotare la costruzione dell'euro di una qualche via di fuga. In realtà è più facile per la Gran Bretagna - con la propria banca centrale e la propria valuta - lasciare l'UE piuttosto che per l'Italia lasciare l'euro.

 

Ma anche se l'Italia prende le distanze dall'indipendenza monetaria, il nuovo governo ha comunque dei piani fiscali e di spesa che rappresentano una sfida per il modo in cui l'eurozona è stata gestita fino ad ora. Questi includono un nuovo reddito di cittadinanza, pensioni più generose e tasse più basse. Le stime suggeriscono che queste misure costeranno intorno ai 60 miliardi di euro all'anno - circa il 3,5% del PIL dell'Italia.

 

Ciò farebbe saltare le regole fiscali dell'eurozona, che impongono limiti severi alla misura in cui può essere concesso un deficit di bilancio. Inoltre, farebbe salire il rapporto debito / PIL dell'Italia - il volume del debito pubblico del paese in relazione alle dimensioni della sua economia - che passerebbe da poco più del 130% del PIL a circa il 150% del PIL.

 

La prospettiva di un deciso allentamento della politica economica spaventa i mercati finanziari e non andrà bene alle altre capitali europee. Ma, in realtà, le politiche fiscali della coalizione hanno senso. Il vero problema risiede nelle assurde regole fiscali deflazionistiche dell'eurozona.

 

Come ha rilevato Dhaval Joshi della BCA Research, l'Italia è per certi versi simile al Giappone. Entrambi i paesi hanno incontrato difficoltà perché le loro banche in crisi si sono rivelate incapaci di prestare al settore privato. Il Giappone ha risolto questo problema facendo in modo che il settore pubblico concedesse prestiti, anche se ciò significava un forte aumento del suo rapporto debito / PIL. L'Italia è in una posizione peggiore, perché le regole fiscali della zona euro non permettono di gestire maggiori deficit di bilancio.

 

L'Italia ha un indebitamento complessivo - privato e pubblico messi insieme - inferiore a Gran Bretagna, Francia e Spagna, ma per i vincoli fiscali dell'UE solo il debito pubblico è rilevante. Joshi osserva: "Di conseguenza, al governo italiano è stato impedito di ricapitalizzare il proprio sistema bancario e l'economia italiana ha ristagnato per un decennio".

 

I responsabili della moneta unica sanno che, così com'è, l'euro è un progetto incompiuto. Potrebbe essere completato dal pacchetto di riforme proposto dal presidente francese Emmanuel Macron, che comporterebbe oltre all'unione monetaria anche l'unione fiscale, presieduta da un ministro delle finanze della zona euro.

 

Non c'è la minima possibilità che Macron possa ottenere l'adesione al suo piano del nuovo governo di Roma, anche se potrebbe assicurarsi il sostegno a tutto campo della Germania.

 

Un'alternativa allo schema di Macron è consentire ai membri della zona euro più libertà per gestire politiche fiscali che soddisfino le loro esigenze, che è ciò che sta chiedendo la coalizione populista italiana. Allo stato attuale, le regole significano che qualsiasi paese in difficoltà può rendersi più competitivo solo attraverso la deflazione interna - tagli di spesa e austerità.

 

L'altra alternativa è lasciar andare alla deriva la situazione così com'è e sperare per il meglio. L'euro è sopravvissuto - a mala pena - a una crisi, ma non ne passerebbe un'altra. Il rischio non è che un paese salti fuori dall'edificio in fiamme, ma che l'edificio finisca per collassare con tutti dentro.

 

19/03/17

ZH: in Europa i vincitori sono i perdenti e la sinistra è destra

Su Zerohedge, un'analisi delle elezioni olandesi, in linea con quella del professor Ellman, traccia un parallelo tra Wilders e la Le Pen. Sbaglia chi crede che quanto accaduto in Olanda si ripeterà in Francia: diverse le culture, i sistemi politici, lo spessore dei leader dei partiti anti-sistema e dei loro opponenti; a differenza di Wilders, il programma della Le Pen è ampio e dettagliato, ingloba politiche sociali di sinistra, e lei stessa è figura ben più preparata e accorta, con avversari politici tutti azzoppati. Inoltre, la Francia, a differenza dell'Olanda, sconta decenni di politiche fallimentari sull'immigrazione e una crisi economica acutissima, che rendono la situazione sociale esplosiva.

di Raul Ilargi Meijer, 17 marzo 2017

(traduzione a cura di @Malk_klaM)

Le elezioni olandesi di mercoledì scorso ci hanno fornito moltissimi discorsi Orwelliani. Il partito di destra del primo ministro Mark Rutte (il VVD), in realtà “Il Partito degli Affari”, o per meglio dire “il partito di chi cerca una rendita”, ha perso qualcosa come il 20% dei seggi che aveva ottenuto nelle precedenti elezioni generali nel novembre 2012, passando da 41 a 33 seggi, ed è stato dichiarato il grande vincitore. Al contrario, il PVV, il partito di estrema destra di Geert Wilders, ha ottenuto il 25% in più dei seggi, passando da 16 a 20, ed è il grande sconfitto. [...]

L’unica ragione per cui il VVD di Rutte ha finito per essere il partito più grande ha a che fare con Wilders. Le preoccupazioni per queste elezioni avevano tutto a che vedere con i sondaggi. Wilders è tutto il suo partito e ha un solo talento. Se dovesse mai lasciare, il suo partito si dissolverebbe. E il suo unico “messaggio” è che l'Islam è una cosa brutta e dovrebbe sparire prima dall'Olanda e poi dall'Europa. Non ha altri veri punti nel suo programma politico. D'accordo, c'è anche Bruxelles. Non gli piace nemmeno quella.

Forse è per questo che ha cercato di evitare i dibattiti pre-elettorali. Il problema è che questi dibattiti attirano molti telespettatori, e molta pubblicità gratis in TV. A dirla tutta, poiché per molti aspetti Wilders è il vero nemico di se stesso, non sorprende molto che il sostegno a suo favore sia crollato, se volessimo prendere i sondaggisti olandesi più seriamente delle loro controparti americane e britanniche. [...]

Sono degli illusi tutti quelli che nell'esperienza olandese pensano di poter vedere un segno che nelle elezioni di aprile e maggio siano diminuite le probabilità per Marine Le Pen di diventare presidente. A giudicare dalle reazioni nei mercati finanziari, gli illusi sembrano essere molti. Ma la Le Pen è una figura molto meno marginale rispetto a Wilders, e di certo non evita i dibattiti. E’ vero che il suo Front National si regge su di lei, ma la Le Pen ha un programma politico molto più chiaro di Wilders.

E inoltre non ha un avversario politico come Rutte, che in patria è diventato una presenza formidabile, come sarebbe chiunque riuscisse a restare primo ministro per molti anni senza essere messo da parte. Non lo è quello che dovrebbe essere l’avversario principale della Le Pen; Hollande è del tutto fuori gioco, e non osa nemmeno ricandidarsi. Il suo partito socialista è diventato una barzelletta. Il secondo avversario più forte dovrebbe essere Francois Fillon, ma è quasi del tutto sparito da quando è formalmente indagato.

Quindi resta solo Emmanuel Macron, un indipendente senza partito e senza programma. In Francia si può venire eletti anche in queste condizioni, ma poi si finisce per avere le mani legate perché serve un Parlamento per votare le leggi.
..le sfumature del sistema politico francese hanno creato a Macron qualche piccolo problema. Il presidente trae il suo potere dal supporto di una maggioranza nella camera bassa del Parlamento, l'Assemblea Nazionale. Macron è stato ministro nei governi socialisti, ma ha lasciato nel 2016 per formare un suo movimento politico. Ora non ha nemmeno un partito, meno che mai una maggioranza. Sebbene la Costituzione della quinta repubblica francese, creata da Charles De Gaulle nel 1958, abbia allargato i poteri presidenziali, non ha permesso al presidente di governare il Paese.

Sono pochi i poteri presidenziali che non necessitano dell'autorizzazione del primo ministro. Il presidente può nominare un primo ministro, sciogliere l'Assemblea Nazionale, autorizzare un referendum e diventare un “dittatore temporaneo” in circostanze eccezionali, quando la nazione è in pericolo. Inoltre può nominare tre giudici al Consiglio Costituzionale e rinviare qualsiasi legge a questo organo. Sebbene siano tutti compiti importanti, questo non significa governare una nazione, in qualunque modo la si voglia vedere. Il presidente non può suggerire leggi, farle transitare in Parlamento e poi renderle esecutive senza il primo ministro.

Il ruolo del presidente si può definire al meglio come quello di “arbitro”. I poteri presidenziali gli danno la capacità di sovrintendere a certe operazioni e ad agire quando c'è un impedimento al normale funzionamento delle istituzioni. Quindi un presidente può intervenire se sopraggiunge una situazione grave o per sbloccare uno stallo istituzionale tra primo ministro e Parlamento, per esempio annunciando un referendum su una questione in discussione o sciogliendo l'Assemblea Nazionale.

Stando così le cose, perché tutti vedono il presidente come una figura chiave? In poche parole, è perché la Costituzione non è mai stata applicata del tutto. Qui sta la diabolica bellezza della politica francese. Una nazione che sin dalla rivoluzione del 1789 è conosciuta per l'incapacità di raccogliere delle forti maggioranze in Parlamento è stata in grado, dal 1962, di fornire delle maggioranze solide.

Forse quelli che credono che sia probabile che quanto accaduto in Olanda succeda anche in Francia sono influenzati dall'idea che entrambe le nazioni fanno parte della UE. Ma si tratta di nazioni e culture molto diverse, che hanno sistemi politici molto diversi. E la Le Pen non è Wilders. Non dice più assurdità, ha ripulito la sua immagine pubblica sbarazzandosi del padre, e tiene lontano dai riflettori gli altri estremisti che rimangono nel partito.

In Francia c’è ancora molta diffidenza sulla sua figura, ma ci sono anche molte persone che sono d'accordo con lei, con le cose che dice. Probabilmente la dichiarazione più interessante che ha fatto di recente è che si dimetterebbe se dovesse perdere il referendum sull'uscita della Francia dalla UE, referendum che intende indire se dovesse essere eletta presidente. Questo dovrebbe tenere sul chi vive Bruxelles. Marine fa le cose che dice. E potrebbe iniziare a piacere a molti francesi per questo. In un panorama politico in cui gli avversari continuano a darsi la zappa sui piedi.

Un'altra cosa sulla Le Pen è che il suo programma politico contiene alcuni punti che potrebbero essere considerati di sinistra: la settimana lavorativa di 35 ore, il pensionamento a 60 anni, una diminuzione del costo dell'energia. Il fatto è che vuole riservare queste cose ai francesi. Gli stranieri, specialmente i musulmani, non sono invitati. E poi è decisamente contraria al neo-liberalismo e alla globalizzazione:
Ne hanno fatto una ideologia. Un globalismo economico che respinge tutti i limiti, tutte le regolamentazioni della globalizzazione, e che come conseguenza indebolisce le difese immunitarie degli Stati Nazionali, spossessandoli dei loro elementi costitutivi: i confini, la valuta nazionale, l'autorità delle sue leggi e la gestione dell'economia, portando così alla nascita e alla crescita di un altro globalismo: il fondamentalismo islamico.

La popolarità della Le Pen non viene da un razzismo innato e predominante in Francia, anche se di certo almeno in parte esiste. Deriva invece dall'incredibile fallimento delle politiche francesi sull’immigrazione degli ultimi decenni. Nei sobborghi delle principali città si è permessa la formazione di ghetti nei quali le persone che vengono dalle ex-colonie francesi, specialmente dall'Africa, si sentono in trappola, senza possibilità di uscita. I francesi tendono a sentirsi superiori a tutti gli altri, e il sistema politico ha permesso che la situazione sfuggisse completamente di mano.

Ora la Francia, e l'Europa in generale, deve gestire questo pasticcio. Fino ad adesso la principale reazione europea è stata quella di trasformare la Grecia in un campo di prigionia per una nuova ondata di rifugiati e migranti. Naturalmente questo può solo peggiorare le cose. E non risolve nessuno dei problemi esistenti. E questo rende inevitabile l'ascesa di Marine Le Pen.

E anche l'ascesa di Wilders: il suo è diventato il secondo partito in Olanda, perché ha guadagnato il 33% di seggi in più rispetto al 2012, passando da 15 a 20. Questa crescita del 33%, paragonato alla caduta del 20% di Rutte, fa passare Wilders per lo sconfitto, agli occhi di molti, “rincuorati” osservatori.

I vincitori sono gli sconfitti, e come è chiaro dalle politiche sociali della Le Pen per i francesi, nei governi europei di coalizione che comprendono partiti laburisti e di destra, e nella direzione presa dal partito Democratico negli USA, la sinistra è evidentemente la stessa cosa della destra.

Orwell vince sempre. Il prossimo problema è questo: la vera sinistra non è più rappresentata da nessuno.

18/03/17

Un'analisi delle elezioni olandesi: chi ha vinto veramente?

Dal blog dell'economista Domenico Mario Nuti, riportiamo questa analisi del voto olandese di Michael Ellman, docente dell'Università di Amsterdam. Secondo Ellman, le elezioni nei Paesi Bassi sono state una vittoria della politica mainstream, ma per arrivare a questo risultato i partiti tradizionali hanno dovuto far propri i temi del temuto populista Wilders, che è comunque ben lungi dall'aver perso. Il vero sconfitto di queste elezioni è il partito socialdemocratico PvdA (tra le cui file siede il falco Jeroen Dijsselbloem, presidente dell'Eurogruppo), che, punito dai suoi elettori per avere accettato l'austerità ed essere diventato un partito liberale, ha perso oltre il 75% dei propri seggi, confermando che a lungo termine le politiche di destra avvantaggiano solo la destra. In tutto questo, Bruxelles ha ben poco da rallegrarsi, dato che il nuovo governo avrà un'impronta più nazionalista e sarà ostile a qualsiasi progetto di ulteriore integrazione o espansione della UE.

di Mario Nuti, 16 marzo 2017

Le elezioni olandesi del 15 Marzo sono state ampiamente interpretate come una "sonora sconfitta" per il populismo. È molto difficile conciliare questa interpretazione con un governo che perde 37 seggi (dei quali, 8 dei 41 seggi del VVD di Rutte, nonostante si sia spostato verso il programma di Wilders - "Sii normale o vattene" - e 29 dei 38 del Partito Laburista PvdA), ovvero quasi la metà dei suoi precedenti 79 seggi. Rutte avrà bisogno di nuovi alleati per formare un governo. Il Partito di Geert Wilders invece ha guadagnato 5 seggi ed è cresciuto di un terzo diventando il secondo partito olandese. "Tutti sono autorizzati ad avere le proprie opinioni, ma non i propri fatti" (Daniel Patryick Moynihan). Così ho chiesto al professor Michael J. Ellman, dell'Università di Amsterdam, il suo giudizio sul risultato. Di seguito c'è la sua risposta, che trovo particolarmente illuminante, e che ho il permesso di riprodurre come post ospite su questo blog, cosa di cui lo ringrazio molto.

Da Michael Ellman (16 marzo 2017)

Di seguito ti riporto quel che mi sembra, con il caveat che al momento abbiamo solo risultati preliminari e che quelli definitivi potrebbero essere piuttosto differenti.

  1. L'affluenza è cresciuta significativamente. Questo indica che in aggiunta alle persone che usualmente votano, hanno votato altre persone che volevano fortemente esprimere la loro disapprovazione per le politiche della coalizione al governo e altre ancora che volevano far sentire forte la loro paura nei confronti di Wilders.

  2.  La coalizione che ha governato dalle ultime elezioni (nel 2012) ha perso male. Sono precipitati da una maggioranza (79 su 150 seggi al Parlamento) ad una minoranza di soli 42 seggi. Questo indica che la maggioranza della popolazione rigetta le politiche degli ultimi quattro anni (ortodossia fiscale/austerità).

  3. Il principale sconfitto è il tradizionale Partito socialdemocratico, il Partito laburista o PvdA dalle sue iniziali in olandese. Questo partito ha giocato un ruolo maggiore nella politica olandese fin dal 1945 ma se l'è passata terribilmente male in queste ultime elezioni. Penso che la ragione principale sia il fatto che il PvdA era il partito minore nella coalizione e ha accettato l'ortodossia fiscale/austerità che ha colpito molti dei suoi elettori tradizionali, che hanno votato altrove per esprimere la propria insoddisfazione. Da molti anni il PvdA è diventato un partito del tipo "New Labour" e non è una casa per le vittime della globalizzazione. Questo non ha fatto piacere ai suoi elettori tradizionali. Culturalmente, il partito inoltre è liberale, cosa che non è gradita a molti dei suoi sostenitori storici.

  4. Il primo ministro Rutte può sentirsi soddisfatto di se stesso. Anche se la coalizione che guidava ha perso malamente, il suo partito non se l'è passata così male, perdendo soltanto un quinto dei suoi elettori e diventando di gran lunga il partito più grande (alle ultime elezioni era soltanto poco davanti al partito Socialdemocratico). Per di più, molti dei voti persi sono andati ai Cristiano Democratici che sono ideologicamente vicini al suo partito. Inoltre, il partito di Rutte ha fatto sostanzialmente meglio del partito di Wilders. Il risultato è che il partito di Rutte giocherà un ruolo predominante nelle negoziazioni per formare la nuova coalzione.

  5. I partiti mainstream hanno vinto i due terzi (102) dei seggi. Questo indica che la politica e la società olandesi sono abbastanza stabili. Le negoziazioni per la coalizione potrebbero tranquillamente prendere qualche settimana (è abbastanza normale), ma il governo che ne risulterà sarà un governo mainstream.

  6. L'elezione è stata combattuta per lo più sul terreno culturale/identitario. I temi economici tradizionali hanno giocato un ruolo minore. L'identità nazionale olandese, il ruolo delle minoranze etniche nei Paesi Bassi, l'immigrazione e il ruolo dell'Olanda nella UE sono stati i temi principali. (Ovviamente l'immigrazione ha anche un aspetto economico). Il governo che si formerà sarà molto scettico sui piani per aumentare l'integrazione della UE o sull'espansione a nuovi membri (nei due referendum in passato, sulla proposta di costituzione della UE e sull'accordo commerciale con l'Ucraina, la maggioranza dei votanti ha respinto l'opzione preferita dalla UE). Questo, tra l'altro, significa che l'Olanda sarà ostile ai piani sull'unione bancaria nella UEM o all'unione di trasferimento. Uno dei sei paesi fondatori della UE adesso si oppone ad una integrazione più profonda.

  7. Per vincere e sconfiggere Wilders, Rutte si è impossessato di alcuni dei suoi temi principali. La necessità che gli immigrati e i loro discendenti si assimilino, se vogliono essere benvenuti, abbandonino alcune delle loro consuetudini e accettino quelle olandesi, sono state fortemente rimarcate da Rutte. Anche la posizione che ha tenuto contro i ministri turchi che volevano tenere comizi elettorali all'aperto in Olanda è piaciuta alla gente e probabilmente gli ha fatto guadagnare voti.

  8. Anche se Wilders può essere contento che alcuni dei suoi temi siano entrati nel mainstream e siano adesso ripetuti dal Primo Ministro, dovrebbe essere insoddisfatto del risultato. È vero che il numero di seggi del suo partito è cresciuto di un terzo. Tuttavia, considerato che prima si pensava che il suo partito avrebbe potuto emergere come il più grande, rimane di gran lunga dietro il partito di Rutte (20 a 33). Perciò Wilders non ha la minima possibilità di entrare nel governo e diventare ministro.

  9. L'altro partito populista (che ha meno pubblicità fuori dall'Olanda) è il Partito Socialista. È un partito tradizionale di sinistra a favore di maggiore spesa pubblica, salari più alti, affitti più bassi, tasse più alte per i ricchi e per le aziende etc etc. Sembra che scenderà da 15 a 14 seggi.

  10. Il risultato del piazzamento relativamente mediocre dei due partiti anti-sistema è che la politica consueta, sottoposta ad uno spostamento culturale/nazionalista verso destra, ha vinto. Per Bruxelles questo può essere rassicurante, ma la mancanza di sostegno all'ulteriore espansione e integrazione della UE, e la generale accettazione di un atteggiamento più nazionalista non sembra così positivo [per la UE, ndt].

  11.  Al momento è molto incerto prevedere su quali politiche la nuova coalizione troverà un accordo (in Olanda i partiti che formano una coalizione devono concordare sulle politiche, specificate in un Accordo di Coalizione scritto e dettagliato, prima che il nuovo governo sia formato e prenda l'incarico - nel frattempo i vecchi ministri rimangono in carica, ma ci si aspetta che non prendano nessun provvedimento radicale). Rimane da vedere fino a che punto il rigetto popolare dell'austerità e la preoccupazione per l'identità nazionale influenzerà le future politiche.

21/02/17

Nassim Taleb: Non è fascismo! E' una rivolta in atto contro gli pseudo-esperti

Dopo aver correttamente previsto la crisi economica del 2008, la vittoria della Brexit, le elezioni presidenziali americane ed altri eventi, Nassim Nicholas Taleb, autore della collana "Incerto" sulle incognite globali, che include "Il Cigno Nero. Come l'improbabile governa la nostra vita", è considerato una sorta di oracolo dissidente. L'economista-matematico è anche stato criticato per aver auspicato una “semplificazione” del sistema economico, e per le sue argomentazioni a favore del Presidente USA Donald Trump e dei movimenti populistici globali. In un'intervista al quotidiano The Indu, Taleb spiega perché ritiene che nel mondo sia in atto una “rivolta globale contro gli psuedo-esperti”.


Di Suhasini Haidar, 29 gennaio 2017


Traduzione di Margherita Russo


L'economista-matematico Nassim Nicholas Taleb sostiene che sia in atto una rivolta contro gli pseudo-esperti


Per iniziare, vorrei chiederle del suo prossimo libro, Skin in the Game, quinto volume della collana Incerto. Lei ha una strana abitudine con i suoi libri: prima della loro uscita, pubblica alcuni capitoli sul suo sito. Perché lo fa?


Mettere online il mio lavoro mi stimola ad andare più a fondo su un argomento. Quando pubblico online, il mio pensiero inizia a strutturarsi. L'unico modo per giudicare un libro è sulla base di quella cosa chiamata effetto Lindy, ossia dalla sua sopravvivenza. I miei libri tendono a sopravvivere. Ho notato che The Black Swan ha avuto successo perché è stato subito captato online, molto prima di essere pubblicato. Inoltre preferisco i social alle interviste nei media convenzionali, perché molti giornalisti non fanno bene il loro lavoro, e fanno passare per giornalismo quelle che sono liste di Top Ten dello ‘zeitgeist’.

I media però non sono un'organizzazione unica ad entità monolitica.


Be', mi riferisco agli Stati Uniti, dove leggo notizie più credibili nei social che nei media mainstream. Sono però positivamente colpito dai media indiani, che presentano entrambi i lati della storia. Negli USA si leggono solo le versioni ufficiali, governative o accademiche.

In Skin in the Game sembra partire da alcune riflessioni contenute in The Black Swan che suggeriscono brutti presagi per l'economia mondiale. Lei prevede un'altra crisi?

Oh, assolutamente! L'ultima crisi [2008] non è ancora finita perché è stata solo rimandata. [Barack] Obama è un attore. Fa la sua bella figura, sa crescere i figli, è una persona perbene. Ma non ha risolto i problemi del sistema economico, ci ha solo iniettato della novocaina [un anestetico locale]. Ha rimandato il problema alleandosi con i banchieri, che invece avrebbe dovuto perseguire. Ed è solo raddoppiando il deficit in rapporto al PIL che si sono creati sei milioni di posti di lavoro, con un debito enorme ed un sistema non risanato. I tassi d'interesse sono stati mantenuti a zero, e non è servito. In pratica negli USA il problema è stato trasferito dalle imprese private allo Stato. Quindi il sistema resta molto vulnerabile.

Secondo lei Obama avrebbe anestetizzato il sistema. L'amministrazione Trump ce la farà a fare fronte a ciò?

Certo. Ha ricevuto il mandato proprio perché ha capito il problema economico. Non salta subito all'occhio come Obama abbia creato ineguaglianze quando ha distorto il sistema. [Oggi] si può arricchire solo chi già dispone di capitali. Trump mette nel sistema un certo senso degli affari. Non c'è bisogno di essere dei geni per capire cosa c'è che non funziona. Se Trump non fosse stato eletto, e al suo posto avessimo il proprietario di una bottega del souk [bazaar] di un quartiere di Aleppo, questi avrebbe fatto le stesse cose che Trump sta facendo. Come ad esempio telefonare alla Boeing per chiedere perché stiamo pagando così tanto.

Lei è considerato una specie di oracolo, ha anticipato il tracollo economico, ha previsto il voto sulla Brexit, gli esiti della crisi siriana. Ha affermato che lo Stato Islamico avrebbe beneficiato dall'estromissione di Bashar al-Assad ed ha previsto la vittoria di Trump. Come lo spiega?

Non lo Stato Islamico, a quel tempo c'era al-Qaeda, ed io ho detto che l'amministrazione USA li stava aiutando finanziariamente. Vede, bisogna avere il coraggio di dire certe cose che altri non dicono. Nella vita ho avuto fortuna finanziariamente, non ho avuto bisogno di lavorare per vivere e posso passare il tempo a pensare. Quando Trump si è candidato alla presidenza, ho detto che il suo programma è chiaro e comprensibile per un bottegaio. Perché il bottegaio può dire se Trump sbaglia, dato che può capire dove sbaglia. Ma con Obama non si capisce nulla di quello che dice, per cui il bottegaio non sa dov'è lo sbaglio.

La scelta è allora tra semplificazione e sovra-intellettualizzazione?

Esattamente. Trump non si è mai candidato ad essere un arcivescovo, quindi non lo si è mai visto comportarsi come un santo, e va bene così. Obama invece si comportava come l'Arcivescovo di Canterbury, e prometteva di fare miracoli, ma la gente non ha visto alcun miglioramento. Come dicevo, un negoziante di Aleppo, o un pizzicagnolo di Mumbai, alla gente sarebbero piaciuti come Trump. Lui dice parole di buonsenso, quando chiede perché paghiamo così tanto per questa spazzatura o perché la tassazione deve essere così complessa, o perché dovremmo avere le lobby fra i piedi. Il linguaggio diretto di Trump può piacere o no. Ma neanche il modo in cui gli intellettuali trattano chi non è d'accordo con loro è tanto bello. Mi viene in mente un mio amico accademico che era a favore della Brexit, e che mi diceva di sentirsi come un lebbroso in UK. Lo stesso è successo negli USA a chi era a favore di Trump

Ma ci sono anche validi motivi per essere preoccupati da Trump.

Mah, ad esempio ad un imprenditore quello che dice Trump non darebbe fastidio. La classe degli intellettuali, composta in America da non più di 200.000 persone, non è rappresentativa di tutti quelli che ce l'hanno con Trump. La vera questione è il ‘problema dei falsi esperti’, quelli che non sanno di non sapere, e presumono di sapere quello che pensa la gente. Un elettricista non ha questo problema.

L'elezione di Trump fa parte di un fenomeno globale? Lei ha evidenziato le similitudini con l'elezione di Narendra Modi in India.

Be', [nei casi di] Trump, Modi, Brexit, e adesso della Francia, questi paesi presentano problemi simili. Ciò che è evidente è che la gente è stufa delle classi dirigenti. Non è fascismo. Non ha niente a che vedere col fascismo. Ha a che fare con il problema dei falsi esperti, di un mondo con troppi esperti. Se avessimo delle élite diverse, il problema non sussisterebbe.

Ci sono altre similitudini, per citare gli studi fatti sui movimenti populistici a livello globale: questi leader sono maggioritari, sfruttano il risentimento, utilizzano i social media per avere un contatto diretto con gli elettori, e sono in grado di prendere decisioni drastiche.

Ho detto spesso che un matematico pensa con i numeri, un giurista con le leggi, ed un idiota con le parole. Le parole non significano niente. Credo che si debba trarre la conclusione che c'è una rivolta globale contro gli pseudo-esperti. L'ho vista con la Brexit, e Nigel Farage [leader dell'UK Independence Party], che ha lavorato come trader per 15 anni, ha detto che il problema dei politici è che nessuno di loro ha mai lavorato. Fare il burocrate non è un vero lavoro.

Come imprenditore ha certamente ragione riguardo agli esperti e pseudo-esperti che definisce ‘di sinistra’. Come spiega però le altre componenti non economiche del fenomeno: xenofobia, islamofobia, misoginia, ecc.?

Non capisco come una persona di sinistra possa difendere il salafismo, o l'estremismo religioso. In democrazia si può permettere a chiunque di avere un'opinione, ma non di propugnare il messaggio di distruggere la democrazia. Perché qualcuno dovrebbe portare in occidente il messaggio di distruggere l'occidente? Qui il ragionamento va in tilt. Dunque in Yemen, l'intervento [saudita] va bene, mentre l'intervento [della Russia] ad Aleppo non può essere consentito. Non credo che Trump abbia detto che i criminali messicani non dovrebbero essere lasciati entrare negli USA per razzismo; si riferiva ai criminali. Essere nazifobico non significa essere anti-tedesco. Opporsi al salafismo non è islamofobia.  Anche Obama ha deportato messicani e si è rifiutato di accettare immigrati.

L'anti-globalizzazione è una parte di questo pensiero?


Non sono contro la globalizzazione, ma sono contro le grandi multinazionali globali. Una delle ragioni è il loro costo. Oggigiorno tutti i progetti hanno dei costi aggiuntivi perché devono tener conto anche dei rischi globali. In natura esiste ‘l'effetto isola’.  Il numero delle specie presenti su un'isola diminuisce sensibilmente [se le si porta] sul continente. In modo analogo, quando le piccole economie si aprono, perdono parte della loro etnicità e diversità. Gli artigiani sono soppiantati dalla globalizzazione. Basti pensare a quanti di loro hanno perso il lavoro perché la gente compra camicie anti-piega e telefonini a basso costo. Io sono un localista.  Il problema è che la globalizzazione passa attraverso grandi multinazionali che sono per natura predatorie, quindi è necessario contrastarne gli effetti negativi.

In che direzione vede il mondo muoversi adesso? Più a destra, o ritornerà verso il centro?

Non penso che andrà né destra né a sinistra, e non posso dire niente sul breve periodo. Ma credo che nel lungo periodo, il mondo potrà sopravvivere solo avvicinandosi a  un modo di vivere naturale. Molte piccole comunità autonome, e un insieme di mega isole con delle frontiere, un processo decisionale rapido, ed una messa in atto trasparente. Un insieme di Svizzere, ecco di cosa c'è bisogno. Non c'è bisogno di leader, non ci servono. Serve solo che chi sta al vertice non faccia danni.

03/01/17

È l'ideologia liberale che soffre, la democrazia se la cava bene

In questo articolo apparso su  The guardian, lo scrittore Kenan Malik sottolinea come, nonostante i timori diffusi per il futuro della democrazia liberale, in realtà la democrazia sembra in forma abbastanza buona, perché è proprio nella logica democratica che le elezioni diano risultati diversi da quelli attesi. Quella che invece è in corso, secondo Malik,  è una crisi della ideologia liberale, la quale avendo un profondo timore della forza della maggioranza, intesa come minaccia alle libertà individuali, tenta di spostare il potere decisionale su organizzazioni tecnocratiche sottratte al controllo popolare. Ma così facendo si accrescono le tensioni tra liberalismo e democrazia e si assiste all'ascesa dei movimenti populisti, i quali uniscono politiche identitarie di stampo reazionario e illiberale a politiche economiche e sociali che una volta erano basilari per la sinistra.

 

di Kenan Malik, 1° gennaio 2017

Benvenuti nel 2017. Sarà come il 2016. Anzi, di più. Questo è l'anno in cui Donald Trump si insedia ufficialmente alla Casa Bianca, e Theresa May deve (probabilmente) iniziare le trattative per la Brexit.

Sarà l'anno in cui le elezioni in Germania, in Olanda, in Francia, e forse in Italia, vedranno con ogni probabilità la destra populista guadagnare terreno, e  magari anche trionfare.

In Olanda, il Partito per la Libertà (PVV) di  Geert Wilders , ostile all'Islam e all'immigrazione, è in testa nei sondaggi e a marzo potrebbe entrare nella coalizione di governo. In Francia, a maggio, Marine Le Pen con il suo Fronte Nazionale di estrema destra, dovrebbe arrivare almeno al secondo turno nel ballottaggio per le elezioni presidenziali e potrebbe  anche vincerle. In Germania, Angela Merkel potrebbe ritrovarsi ancora cancelliere dopo il voto di settembre, ma l' estrema destra di AfD otterrà quasi certamente decine di seggi al Bundestag.

E così, il 2017 sarà anche l'anno in cui i timori per il futuro della democrazia liberale raggiungeranno un nuovo picco. Paure, però, che in realtà sono giustificate solo a metà. La democrazia è in ottima salute. È l'ideologia liberale che è in difficoltà.

Democrazia non significa che ogni volta si ottenga il risultato "giusto". Il senso del processo democratico è proprio che è imprevedibile. Il motivo per cui abbiamo bisogno della democrazia è che quali siano le strategie politiche "giuste" o chi sia il candidato "giusto" è spesso oggetto di aspri contrasti. Donald Trump o Marine Le Pen possono essere reazionari, e le loro politiche possono contribuire a indebolire la trama della tolleranza liberale, ma il loro successo rivela un problema della politica, non della democrazia.

Ci siamo così abituati a parlare di "democrazia liberale" che spesso dimentichiamo che c'è una tensione intrinseca tra il liberalismo e la democrazia. Al centro dell'ideologia liberale si trova l'individuo. Classicamente, i liberali dichiarano che qualsiasi limitazione di legge alla libertà di un individuo debba avere un valido motivo e comunque essere ridotta al minimo possibile.

I liberali, d'altra parte, hanno paura delle masse, temendo le decisioni di piazza e la "tirannia della maggioranza" in quanto minacce alla libertà dell'individuo. Con tutto il loro disgusto per i vincoli imposti dallo Stato, molti liberali però sempre di più considerano le istituzioni statali come un mezzo per tenere sotto controllo la forza delle masse. Questo ha portato inevitabilmente a un'ambivalenza sulle virtù della democrazia.

Con la fine della guerra fredda, molti liberali avevano previsto che la tensione tra liberalismo e democrazia si sarebbe risolta. Le istituzioni liberali, immaginavano, avrebbero potuto  concentrarsi sul governare e sull'attuazione di strategie politiche "giuste", mentre, liberate dai sogni del socialismo, le masse sarebbero semplicemente diventate l'elettorato, esercitando i loro diritti democratici con le elezioni e godendo dei benefici portati da governi tecnocratici.

Nei fatti, è accaduto il contrario. La tensione tra liberalismo e democrazia è diventata molto più acuta. Molti liberali insistono sul fatto che l'unico modo di difendere i valori liberali è metterli al riparo dal processo democratico. Molti di coloro che si sentono politicamente senza voce in questo nuovo mondo ritengono di poter far sentire la loro voce democratica solo sfidando i valori liberali. È questa polarizzazione tra liberalismo e democrazia che ha creato il tumulto del 2016 e ne creerà ancora di più nel 2017.

Democrazia non significa semplicemente tracciare una croce su una scheda elettorale. Significa, fondamentalmente, poter contestare il potere. Possiamo votare come individui nella riservatezza della cabina elettorale, ma possiamo difendere la democrazia e affermare la nostra voce politica solo agendo collettivamente. Questo richiede una robusta sfera pubblica e una democrazia che venga contestata tanto nelle strade e sui luoghi di lavoro, quanto nel seggio elettorale. L'erosione del potere delle organizzazioni dei lavoratori e dei movimenti sociali ha contribuito a minare la democrazia in questo senso più ampio.

Allo stesso tempo, il declino di queste organizzazioni ha favorito uno spostamento del potere, togliendolo alle istituzioni democratiche, come i parlamenti nazionali, per darlo a istituzioni non politiche, come i tribunali internazionali e le banche centrali. Molti liberali ritengono che questa sia una garanzia di buon governo e che metta al riparo le strategie politiche più importanti dai capricci del processo democratico. Molti a sinistra, perse le radici con la classe politica tradizionale, hanno accolto volentieri questo cambiamento, ritenendo che organizzazioni transnazionali, come l'Ue, fossero veicoli fondamentali del cambiamento sociale. Una buona parte dell'opinione pubblica, tuttavia, è rimasta con la sensazione di non avere più una voce politica.

Dopo avere perso i mezzi tradizionali di manifestare il loro disagio, e in un'epoca in cui una politica di classe ha poco significato, molti elettori della classe lavoratrice sono infine giunti a esprimersi attraverso il linguaggio della politica di identità; non la politica di identità della sinistra, ma quella della destra, la politica del nazionalismo e della xenofobia, che alimenta molti movimenti populisti.

I critici dell'ideologia liberale hanno da tempo riconosciuto che il suo difetto fondamentale è che in verità gli esseri umani non vivono semplicemente come individui. Noi siamo esseri sociali, troviamo la nostra individualità e il nostro senso solo attraverso gli altri. Da qui l'importanza per la vita politica non solo degli individui, ma anche delle comunità e dei movimenti collettivi.

Politicamente, il senso collettivo è stato espresso secondo due grandi modalità: la politica della identità e la politica della solidarietà. La prima mette in rilievo l'appartenenza a un'identità comune, basata su  categorie come la razza, la nazione, il sesso o la cultura. La seconda aggrega le persone in un'entità collettiva, non legata a una determinata identità, ma a un comune obiettivo politico o sociale.

Se la politica della identità divide, la politica della solidarietà propone obiettivi collettivi che superano le divisioni di razza o di sesso, cultura o nazionalità. Ma è proprio la politica della solidarietà che è andata in pezzi, nel corso degli ultimi due decenni, con il declino della sinistra. Per molti, l'unica forma di politica collettiva rimasta è dunque quella radicata nell'identità. Da qui l'ascesa di movimenti populisti basati sull'identità. Questi movimenti spesso uniscono politiche identitarie di stampo reazionario a politiche economiche e sociali che una volta erano basilari per la sinistra: la difesa dei posti di lavoro, il sostegno dello stato sociale, l'opposizione all'austerità. Guardiamo le elezioni presidenziali francesi del prossimo anno: i due candidati che possono arrivare al secondo turno sono il candidato del centro-destra François Fillon e la candidata di estrema destra Marine Le Pen. Fillon è socialmente conservatore ed economicamente "liberale". Vuole distruggere ciò che resta del "modello sociale" francese, tagliando la spesa pubblica e cancellando i diritti dei lavoratori. Mentre è la Le Pen che si è presentata come il campione della classe lavoratrice, nemica dell'austerità e a favore dello stato sociale.

I populisti si presentano, inoltre,  anche come campioni dei diritti e delle libertà. Wilders è stato riconosciuto colpevole di "incitamento alla discriminazione" , in quanto si è rivolto a una folla di sostenitori chiedendo loro se volessero "più o meno marocchini" in Olanda. Invece di sfidare la sua chiusura mentale con le armi della politica, i liberali si accontentano di farlo condannare da un tribunale, permettendo così a Wilders di incoronarsi martire della libertà di parola, e questo nonostante le sue posizioni profondamente illiberali, tra cui la richiesta che sia proibito il Corano. Personaggi come la Le Pen e Wilders hanno conquistato terreno rivolgendosi all'elettorato abbandonato dalla sinistra. Il fallimento della sinistra nel difendere la sovranità popolare ha consentito all'estrema destra di contestualizzare questa sovranità, non in termini di solidarietà, ma nel linguaggio del nazionalismo e della chiusura mentale.

La polarizzazione ai due estremi del liberalismo e della democrazia mostra come sono stati violentemente separati gli aspetti fondamentali di una visione progressista. Coloro che giustamente deplorano l'indebolimento dei movimenti collettivi e del senso della comunità, spesso vedono il problema come legato alla immigrazione eccessiva o all'eccesso di libertà individuali. Chi ha una visione liberale in materia di immigrazione, e su altre questioni sociali, spesso è soddisfatto di una società atomizzata.

Fino a che non troveremo il modo di stabilire una nuova politica della solidarietà che associ le idee liberali sui diritti individuali e sulle libertà, compresa la libertà di movimento, ad argomenti economici progressisti e alla fiducia nella comunità e nel senso collettivo, non potremo che aspettarci dal 2018 quello che ci aspettiamo oggi dal 2017. Anzi, anche di più.

 

Il più recente libro di Kenan Malik è "The Quest for a Moral Compass".