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20/11/19

E se #Lascienza fosse sbagliata?

Davvero la scienza "parla da sé" e deve sostituirsi alla politica? Questo articolo del 2016 affronta la questione a partire dall’evidenza della scarsa replicabilità di molte delle ricerche pubblicate. Le conclusioni di un lavoro scientifico devono essere valutate alla luce degli interessi di chi lo ha prodotto e sostenuto, sottoposte a un’analisi concettuale che ne verifichi la coerenza e chiarezza e messe a confronto con i dati. Occorre ricordare che la scienza non è nemmeno l’unica possibile fonte di verità. Insomma: la scienza non parla da sé e, se anche potesse parlare, non vorrebbe in nessun caso formulare conclusioni immutabili né sostituirsi agli organi di indirizzo politico.

 

 

Di Callie Joubert, 22 luglio 2016

 

 

Noi tendiamo a pensare alla scienza come a una ricerca spassionata (imparziale, neutra) di verità e certezza. Ma è possibile che ci troviamo di fronte a una situazione in cui si verifica una produzione massiccia di informazioni sbagliate o una distorsione delle informazioni? È possibile che alcune discipline scientifiche si trovino ad affrontare una crisi di credibilità? Ci sono sempre più ragioni per ritenere che sia proprio così, il che solleva due domande: quanto è grave il problema? E quale potrebbe esserne la causa?

 

Quanto è grave il problema? 

Recenti articoli apparsi su First Things,1  The week,2  e  New Scientist 3 presentano prove che portano alla conclusione che sono largamente diffusi risultati di ricerche scientifiche fallaci.

Il titolo di un editoriale della prestigiosa rivista medica The Lancet, datato 6 aprile 2002, pone la domanda: "Quanto è ormai inquinata la medicina?" 4  L'articolo afferma che "la risposta è: in modo pesante e che causa danni". Tra le altre cose, nel 2001 alcuni ricercatori hanno eseguito sperimentazioni con prodotti biotecnologici rispetto ai quali avevano un interesse finanziario diretto: i medici tacquero ai loro pazienti che altri malati erano morti utilizzando questi prodotti, mentre erano disponibili alternative più sicure. Sulla stessa rivista, l'11 aprile 2015, il dottor Richard Horton ha dichiarato tutta la gravità del problema in questo modo: "L’accusa rivolta alla scienza è semplice: grande parte della letteratura scientifica, forse la metà, può essere semplicemente basata su falsi... la scienza ha svoltato verso l'oscurità”. 5

 

Nel 2004, con il titolo di "Ricerca deprimente", il direttore di The Lancet ha pubblicato questo commento sugli antidepressivi per i bambini: "La storia della ricerca sull'uso dell’inibitore selettivo della serotonina (SSRI) nella depressione infantile è fatta di confusione, manipolazioni e fallimento delle istituzioni... In una cultura medica globale in cui la medicina fondata sulle prove scientifiche è considerata come il golden standard per l'assistenza medica, questi fallimenti [ossia quelli della Food and Drug Administration negli Stati Uniti nel trarre le conseguenze attive dalle informazioni sugli effetti nocivi di questi farmaci sui bambini] rappresentano un disastro." 6 Dopo essere stata direttore del New England Journal of Medicine per vent'anni, la dottoressa Marcia Angell ha dichiarato che "i medici non possono più fare affidamento sulla letteratura medica per ottenere informazioni valide e affidabili". 7 La Angell ha citato un'analisi di 74 studi clinici su farmaci antidepressivi che mostra che sono stati pubblicati 37 su 38 articoli che riportavano risultati positivi. In contrasto, 33 dei 36 studi con risultati negativi non sono stati pubblicati o sono stati pubblicati in una forma che dava l’impressione di un risultato positivo. Cita anche il fatto che le aziende farmaceutiche stanno finanziando "la maggior parte della ricerca clinica sui farmaci da prescrizione, e ci sono prove crescenti che spesso influenzano la ricerca che sostengono, per far sembrare i loro farmaci migliori e più sicuri."

Nel 2011 alcuni ricercatori della Bayer decisero di testare 67 farmaci recentemente messi a punto sulla ricerca preclinica della biologia del cancro. In più del 75% dei casi i dati pubblicati non risultarono replicabili. 8  Nel 2012 uno studio pubblicato su Nature rivelò che solo l'11% di un campione di studi preclinici sul cancro esaminati che uscivano dalle università erano risultati replicabili. 9

 

Sulla prestigiosa rivista Science, nel 2015, l'Open Science Collaboration10  ha presentato un lavoro su 100 studi di ricerca psicologica che 270 autori hanno cercato di replicare. Un incredibile 65 per cento di questi non ha mostrato alcun nesso statisticamente significativo con la sua replica, e molti dei rimanenti hanno avuto una dimensione dei risultati notevolmente ridotta. In parole povere, le prove alla base dei risultati originali erano deboli.

 

Una scoperta nel campo della fisica, la più “dura” di tutte le scienze dure, è di solito considerata la più affidabile nel mondo della scienza. Tuttavia, due dei risultati fisici più decantati degli ultimi anni, "l'inflazione cosmica e le onde gravitazionali nell'esperimento BICEP2 in Antartide, e la presunta scoperta di neutrini più veloci della luce al confine svizzero-italiano - sono stati in seguito ritrattati, con molta meno fanfara rispetto a quando erano stati pubblicati per la prima volta." 11

 

Questi esempi sono solo la punta dell'iceberg,12  e indicano, secondo le parole del dottor Horton (citato in precedenza), "che qualcosa è andato veramente storto con una delle più grandi creazioni umane." 13  Passiamo quindi alla domanda successiva.

 

Quale potrebbe essere la causa?


In primo luogo, anche se la ripetibilità è essenziale per mantenere la credibilità scientifica, ci sono molte ragioni per cui alcuni studi non si riescono a replicare (ad esempio, nel caso in cui ci siano delle differenze nelle condizioni iniziali [nella configurazione sperimentale] e nella comprensione teorica tra gli studi originali e la replica fallita, o quando la scoperta e l'interpretazione originali erano sbagliate). Il problema si aggrava quando, "nella maggior parte dei campi scientifici, la stragrande maggioranza dei dati raccolti, dei protocolli e delle analisi non sono disponibili e/o scompaiono subito dopo o anche prima della pubblicazione". 14  Spesso si dimentica che piccoli errori possono avere grandi conseguenze. Nel 2013, tre anni dopo che due economisti dell'Università di Harvard (la nota e grave vicenda di Reinhart e Rogoff, NdVdE) avevano pubblicato una ricerca che mostrava che quando il debito di un paese oltrepassa il 90 per cento del PIL c'è un crollo collegato nella crescita economica, uno studente dell'Università del Massachusetts ebbe problemi quando cercò di replicare le loro deduzioni. Scoprì così che "avevano fatto diversi errori tra cui un errore di codifica nel loro foglio di calcolo." 15  Tuttavia, quelle affermazioni dei due economisti avevano nel frattempo avuto un forte impatto sul dibattito politico pubblico.

 

In secondo luogo, non si può negare che le aspirazioni di carriera e il desiderio di prestigio, la concorrenza tra ricercatori per ottenere risorse scarse, il guadagno commerciale (l’obiettivo del profitto) portino alla selezione guidata dei risultati, all’aggiustamento di "piccoli errori" in modo che quanto ottenuto sembri più rilevante e a frodi deliberate. 16  Un problema ben noto con l'analisi statistica, la pratica comunemente nota come "p-hacking" - raccogliere o selezionare dati fino a quando risultati non significativi diventano significativi - è particolarmente grave nelle scienze biologiche. 17  Un altro problema è l’"aggiustamento" dei modelli che gli scienziati usano per spiegare i fenomeni che osservano. Ad esempio, "secondo alcune stime, tre quarti degli articoli scientifici pubblicati nel campo del machine learning sono fasulli a causa di questo "ultra-aggiustamento". 19  Nel loro insieme, questi problemi rendono difficile decidere cosa accettare e cosa non accettare come dato accertato.

Una terza spiegazione riguarda il processo di revisione tra pari (“peer review”, ovvero revisione degli articoli da parte di ricercatori esperti dello stesso campo, per ammetterne o negarne la pubblicazione su una rivista, talvolta senza che il revisore sappia chi è l'autore del lavoro, NdVdE). Questo processo è "mortalmente efficace nel sopprimere le critiche al paradigma di ricerca dominante". 19  Questo significa, tra le altre cose, che i risultati che contraddicono i risultati precedenti possono essere soppressi e la diffusione di dogmi infondati perpetuata. Ma la scienza può ampliare la nostra comprensione dei fenomeni, quando la trasparenza, il pensiero critico e la messa in discussione dei principi fondamentali sono rigorosamente arginati?

Un quarto modo per spiegare i risultati scientifici errati si riferisce a quanto presupposto dai ricercatori, che influenza la loro interpretazione dei risultati della ricerca. Questo non è quasi mai discusso nella letteratura di ricerca ufficiale, e quando viene riconosciuto come un problema, il lettore è lasciato all'oscuro di cosa significhi esattamente. Il dottor Horton è illuminante quando afferma che "gli scienziati troppo spesso rimodellano i dati perché si adattino alla loro teoria preferita del mondo [cioè, alla loro visione del mondo]." Ciò significa che pensiamo al mondo e a noi stessi in un contesto o sulla base di qualche schema concettuale o quadro di credenze. Questo ha almeno un'implicazione: I dati non "parlano da soli"; i risultati delle ricerche non sono interpretati da un punto di vista neutrale.

C'è un altro "presupposto di base su cui quasi tutti coloro che lavorano nel campo delle scienze biomediche sono d'accordo e che è il naturalismo." 20  Il naturalismo è problematico perché i problemi umani sono spesso riconcettualizzati e successivamente descritti in termini che sono coerenti con la teoria dell’evoluzione, ma d’altra parte in conflitto con prospettive alternative. Quello che segue è solo un esempio.

 

Secondo Laurence Tancredi,21 psichiatra/avvocato e professore di psichiatria alla New York University, "la moralità inizia nel cervello." Egli sostiene che i "nuovi sviluppi nelle neuroscienze" hanno alterato il nostro concetto di inganno, abuso, manipolazione, desiderio sessuale incontrollabile, avidità, omicidio, furto, infedeltà - di ogni possibile peccato e atto immorale legato ai Dieci Comandamenti - trasformandolo in un problema di biologia cerebrale". Quello che noi consideriamo peccato o trasgressione morale in realtà "ha creato un vantaggio evolutivo durante alcune fasi iniziali dello sviluppo dell'uomo". Per esempio, "La compulsione a mangiare... ha avuto il vantaggio di tenere insieme le persone durante i periodi di carestia. Le donne con relazioni "extraconiugali" hanno avuto come conseguenza dei figli, il che ha aumentato la diversità genetica. Anche l'omicidio, durante i periodi di risorse limitate, ha garantito la sopravvivenza di alcuni rispetto ad altri." In sintesi, dice, "la moralità negli esseri umani si è evoluta dagli altri primati e dipende dal cervello."

 

In primo luogo, gli scimpanzé spesso si ingannano, si manipolano e si uccidono a vicenda, ma nessun neuroscienziato ha mai ipotizzato che essi soffrano di "problemi di biologia cerebrale". Pertanto, ciò che ci viene presentato è una bizzarra forma di logica: gli scimpanzé che ingannano, manipolano e uccidono non hanno problemi cerebrali, ma gli esseri umani che fanno queste cose hanno questi problemi. Ma con la stessa logica, il cannibalismo, l'infedeltà e l'omicidio, che non erano peccati per i nostri presunti antenati, non sono ora peccati neanche per noi, perché queste cose sono problemi cerebrali.

 

La spiegazione evolutiva e neuroscientifica di Tancredi della condotta immorale ha un’altra bizzarra implicazione: coloro che un giorno dovranno "comparire davanti al tribunale di Cristo, ciascuno per ricevere la ricompensa delle opere compiute finché era nel corpo, sia in bene che in male" (Corinzi 2, 5:10), saranno persone con problemi cerebrali.

 

La teoria della moralità di Tancredi può avere due conseguenze indesiderate. Da un lato, può portare i cristiani a ripensare di nuovo all'insegnamento della Bibbia, alle cause del male, al luogo della lode, della colpa, della responsabilità nelle loro pratiche morali e a come trattare chi si comporta male. D'altra parte, se la moralità "inizia nel cervello", questo può portare i ricercatori, che falsificano e sopprimono i risultati negativi per ingannare gli altri, a pensare di avere problemi cerebrali. E se questa è scienza, la cosa è ridicola, per non dire altro.

 

Considerazioni conclusive


Per concludere questa breve panoramica su come spiegare i risultati scientifici fallaci, vorrei fare quattro osservazioni.

In primo luogo, è sempre bene chiedersi di quale interesse la ricerca sia al servizio, quando, per esempio, uno scienziato sostiene che "l'anima è morta" e che "questo è ciò che le neuroscienze moderne promettono di ottenere". 22

 

In secondo luogo, lo scopo di un'analisi concettuale è dimostrare che l'articolazione di una spiegazione scientifica è in qualche modo incoerente, che è logicamente e concettualmente incomprensibile, che la spiegazione di alcune proprietà è inappropriata, o che una domanda formulata riguardo all'oggetto da indagare è incomprensibile. Pertanto, quando i problemi empirici sono affrontati senza un'adeguata chiarezza concettuale, è prevedibile che vengano sollevati domande e obiettivi errati, ed è probabile che ne consegua una ricerca mal indirizzata.

 

In terzo luogo, molti scienziati sono in grado di riconoscere che l'obiettivo della scienza è la ricerca e la presentazione della verità, e che qualsiasi deviazione da questo obiettivo influisce negativamente sulla nostra vita; ma si rifiutano di accettare che il metodo scientifico è solo una fonte di verità tra le altre. Ciò che necessita una seria rivalutazione è la visione del mondo naturalista materialista e biologico-riduzionista che domina il mondo accademico; è un quadro concettuale del tutto fuorviante per l'articolazione e la spiegazione delle origini umane, dei problemi personali e interpersonali, e di come possono essere rettificati.

 

Infine, se la prova scientifica è alla base dell'autorità scientifica, allora la critica di tale autorità è inevitabile per coloro che sono in grado di vedere attraverso le interpretazioni e le spiegazioni dei risultati della ricerca. Un attento controllo delle interpretazioni e delle spiegazioni è quindi imperativo quando la fiducia nell'autorità scientifica conduce a una guida ontologica, epistemologica e morale nella nostra vita.

 

Note

1 William A. Wilson, “Scientific Regress,” First Things, http://www.firstthings.com/article/2016/05/scientific-regress.

2 Pascal-Emmanuel Gobry, “Big Science is Broken,” The Week, April 18, 2016, http://theweek.com/articles/618141/big-science-broken.

3 Sonia van Guilder Cooke, “Why So Much Science Research Is Flawed—and What to Do About It,” New Scientist, April 13, 2016, http://www.newscientist.com/article/mg23030690-500-why-so-much-science-research-is-flawed-and-what-to-do-about-it/.

4 “Just How Tainted Has Medicine Become?,” The Lancet 359, no. 9313 (2002): 1167.

5 Richard Horton, “Offline: What Is Medicine’s 5 Sigma?,” The Lancet 385, no. 9976 (2015): 1380.

6 “Depressing Research,” The Lancet 363, no. 9418 (2004): 1335.

7 Marcia Angell, “Industry-Sponsored Clinical Research: A Broken System,” JAMA 300, no. 9 (2008): 1069–1070.

8 William A. Wilson, “Scientific Regress.”

9 C. Glenn Begley and Lee M. Ellis, “Drug Development: Raise Standards for Preclinical Cancer Research,” Nature 483 (2012): 531–533.

10 Open Science Collaboration, “Estimating the Reproducibility of Psychological Science,” Science 349, no. 6251 (2015): 1–8.

11 William A. Wilson, “Scientific Regress.”

12 John P. A. Ioannidis, “Why Most Published Research Findings Are False,” PLoS Medicine 2, no. 8 (2005): 696–701.

13 Presumibilmente il dottor Horton si riferisce alla ricerca scientifica in generale. Richard Horton, “Offline: What Is Medicine’s 5 Sigma?”

14 John P. A. Ioannidis, “Why Science Is Not Necessarily Self-Correcting,” Perspectives on Psychological Science 7, no. 6 (2012): 646.

15 Sonia van Guilder Cooke, “Why So Much Science Research Is Flawed—and What to Do About It.”

16 William A. Wilson, “Scientific Regress.”

17 Sonia van Guilder Cooke, “Why So Much Science Research Is Flawed—and What to Do About It.”

18 “Trouble at the Lab,” The Economist, October 19, 2013, http://www.economist.com/news/briefing/21588057-scientists-think-science-self-correcting-alarming-degree-it-not-trouble.

19 William A. Wilson, “Scientific Regress.”

20 James A. Marcum, Humanizing Modern Medicine: An Introductory Philosophy of Medicine (London, United Kingdom: Springer, 2008), 23.

21 Laurence Tancredi, Hardwired Behaviour: What Neuroscience Reveals about Morality, (Cambridge, England: Cambridge University Press, 2005), ix, x, xi, 2, 4, 6, 8.

22 Joshua D. Greene, “Social Neuroscience and the Soul’s Last Stand,” in Social Neuroscience: Towards Understanding the Underpinnings of the Social Mind, eds. Alexander Todorov, Susan Fiske, and Deborah Prentice (New York, New York: Oxford University Press, 2011), 264.

02/04/17

Ted Malloch e Giulio Tremonti: "L'Unione europea si è persa per strada"

In occasione della celebrazione del sessantesimo anniversario dei Trattati di Roma,  Ted Malloch e Giulio Tremonti - l'uno probabile prossimo ambasciatore statunitense presso l'Unione Europea e suo feroce critico, e l'altro ex ministro italiano dell'economia sotto i governi Berlusconi - hanno pubblicato su Politico.eu un articolo scritto a quattro mani in cui affermano che il progetto della UE si è spinto troppo oltre e propongono il ritorno all'originario disegno confederale di mercato comune e di cooperazione su poche questioni essenziali,  lasciando tutto il resto alle sovranità nazionali.

 

di Ted Malloch e Giulio Tremonti, 25 marzo 2017

Nella splendida giornata primaverile del 25 marzo 1957, presso il Palazzo dei Conservatori in Campidoglio, a Roma, Belgio, Francia, Italia, Lussemburgo, Paesi Bassi e Germania Ovest firmarono un trattato che ha segnato la nascita di una nuova istituzione, un'unione doganale che sarebbe stata conosciuta come mercato comune.

Oggi, ogni democrazia liberale - dagli Stati Uniti alla Nuova Zelanda - ha motivo di celebrare i successi del Trattato di Roma. Abbattendo le barriere commerciali e incoraggiando uno sviluppo pacifico, ha posto le basi per un'era di crescente prosperità.

Eppure, oggi, due diverse idee di Europa sono entrate in conflitto. Una è in linea con l'idea originaria alla base del Trattato di Roma. L'altra se ne discosta, e richiede una centralizzazione del potere a Bruxelles.

Il ragionamento politico che ispirava il trattato era una combinazione di due principi: sovranità e sussidiarietà. Il trattato è stato firmato da paesi che hanno fatto concessioni sulla loro sovranità soltanto quando era assolutamente necessario. Si trattava di integrare le entità nazionali in modo lieve, calibrato e meditato, non di tentar di delegare competenze a istituzioni sovranazionali.

Secondo questa idea, il Mercato Comune Europeo non è stato progettato per spingersi troppo oltre le sovranità nazionali. Bruxelles, la prima di quelle che avrebbero dovuto essere delle sedi a rotazione delle istituzioni comunitarie, era stata concepita come depositaria di un potere minimale di coordinamento, e non sarebbe mai dovuta diventare la capitale permanente di una nuova Unione Europea, tanto meno di un'unione allargata.

Nel celebrare il suo anniversario, questo documento fondamentale dovrebbe essere visto per quello che era: un progetto confederale designato a favorire soluzioni di mercato per problemi di vita quotidiana, in particolare nel campo del commercio. Il compromesso sulla sovranità era minimo, in cambio di importanti vantaggi.

Il trattato era basato su due pilastri, di pace e di prosperità - un mandato ben meditato e necessario che faceva seguito a decenni di guerra che avevano lacerato il continente - non un mandato elitario calato dall'alto per creare un'entità sovranazionale.

Oggi, la versione più recente dell'unione ha seguito un impulso dirigista e centralizzatore. A poco a poco, dagli anni '80 e '90 fino ad oggi, questo impulso ha rovesciato la solida architettura di base del Trattato di Roma. Questo processo non ha avuto un carattere democratico ed è stato bocciato dalle urne - inclusi i referendum nei quali i cittadini hanno respinto l'anonimo processo decisionale dell'Unione Europea.

Ciò nonostante, questo processo è andato avanti senza sosta. I centralizzatori hanno sempre più esercitato la loro volontà sul popolo, con scarsa considerazione del suo consenso. Improvvisamente è stata introdotta la moneta unica. Improvvisamente l'Unione Europea ha raddoppiato il numero dei suoi membri. Improvvisamente si è affermato un esteso socialismo manageriale.

Nel 2016, la normativa europea ammonta a più di 30.000 pagine - un totale di 151 chilometri di carta. Oggi è rimasto poco su cui Bruxelles non abbia messo le mani.

Nel corso degli ultimi 20 anni, l'Unione Europea non è riuscita a comprendere e gestire i più importanti fenomeni politici ed economici, poiché è andata avanti col suo piano di trasformare un'organizzazione interamente economica in un organismo politico.

In primo luogo, Bruxelles ha perso l'occasione di gestire la globalizzazione. E' stata colta impreparata, troppo occupata a perfezionare un mercato interno per competere con economie di diverso tipo. Prima una crisi finanziaria, poi una crisi economica, e, infine, una crisi politica. Ognuna di esse ha reso evidente un calo di fiducia nel progetto, e ha lasciato gli europei sempre più preoccupati.

Il progetto europeo ha anche fatto l'errore di cedere alla nostalgia e al romanticismo. La politica odierna forse può essere meglio compresa come un desiderio ardente di un ordine passato e di un ripristino dei valori simbolici perduti, mentre la società si disintegra e i legami civici, religiosi e familiari che hanno tenuto insieme gli europei si sono scollati - da un lato un individualismo atomistico radicale, e dall'altro uno statalismo Bruxelles-centrico.

In questo processo, le istituzioni intermedie, in cui la gente ha effettivamente vissuto la propria vita e ha prosperato in passato, sono state gettate nella proverbiale spazzatura della storia. Nel frattempo, l'immigrazione ha trasformato le nazioni europee e la definizione stessa di identità europea.

Oggi, l'Unione Europea si trova in una profonda crisi. Sì, il trattato di Roma è stata una tappa importante. Ma nei successivi 60 anni l'unione ha in gran parte ignorato i suoi valori. Ora si trova ad un bivio: lasciare che il progetto si disintegri o centralizzare ancora di più. Nessuna delle due opzioni è attraente.

Naturalmente, l'ipotesi di tornare a singoli Stati nazionali europei è in sé stessa arcaica e pericolosa. I paesi non sono più isolati e sono vulnerabili ai poteri finanziari globali che sono per definizione transnazionali.

Tuttavia, c'è una valida alternativa.

L'Europa potrebbe tornare al trattato di Roma originario, allo stesso apprezzabile modello di confederazione di 60 anni fa. Unendosi solo su questioni essenziali, come la difesa, la sicurezza e la cooperazione in un'area doganale comune, tutto il resto rimarrebbe agli stati membri.

Mentre celebriamo il trattato di Roma, l'Unione Europea ed i suoi alleati dovrebbero aspirare ad un ritorno alla saggezza e alla legittimazione di quel trattato originario e alla sua visione dell'Europa.

03/01/17

È l'ideologia liberale che soffre, la democrazia se la cava bene

In questo articolo apparso su  The guardian, lo scrittore Kenan Malik sottolinea come, nonostante i timori diffusi per il futuro della democrazia liberale, in realtà la democrazia sembra in forma abbastanza buona, perché è proprio nella logica democratica che le elezioni diano risultati diversi da quelli attesi. Quella che invece è in corso, secondo Malik,  è una crisi della ideologia liberale, la quale avendo un profondo timore della forza della maggioranza, intesa come minaccia alle libertà individuali, tenta di spostare il potere decisionale su organizzazioni tecnocratiche sottratte al controllo popolare. Ma così facendo si accrescono le tensioni tra liberalismo e democrazia e si assiste all'ascesa dei movimenti populisti, i quali uniscono politiche identitarie di stampo reazionario e illiberale a politiche economiche e sociali che una volta erano basilari per la sinistra.

 

di Kenan Malik, 1° gennaio 2017

Benvenuti nel 2017. Sarà come il 2016. Anzi, di più. Questo è l'anno in cui Donald Trump si insedia ufficialmente alla Casa Bianca, e Theresa May deve (probabilmente) iniziare le trattative per la Brexit.

Sarà l'anno in cui le elezioni in Germania, in Olanda, in Francia, e forse in Italia, vedranno con ogni probabilità la destra populista guadagnare terreno, e  magari anche trionfare.

In Olanda, il Partito per la Libertà (PVV) di  Geert Wilders , ostile all'Islam e all'immigrazione, è in testa nei sondaggi e a marzo potrebbe entrare nella coalizione di governo. In Francia, a maggio, Marine Le Pen con il suo Fronte Nazionale di estrema destra, dovrebbe arrivare almeno al secondo turno nel ballottaggio per le elezioni presidenziali e potrebbe  anche vincerle. In Germania, Angela Merkel potrebbe ritrovarsi ancora cancelliere dopo il voto di settembre, ma l' estrema destra di AfD otterrà quasi certamente decine di seggi al Bundestag.

E così, il 2017 sarà anche l'anno in cui i timori per il futuro della democrazia liberale raggiungeranno un nuovo picco. Paure, però, che in realtà sono giustificate solo a metà. La democrazia è in ottima salute. È l'ideologia liberale che è in difficoltà.

Democrazia non significa che ogni volta si ottenga il risultato "giusto". Il senso del processo democratico è proprio che è imprevedibile. Il motivo per cui abbiamo bisogno della democrazia è che quali siano le strategie politiche "giuste" o chi sia il candidato "giusto" è spesso oggetto di aspri contrasti. Donald Trump o Marine Le Pen possono essere reazionari, e le loro politiche possono contribuire a indebolire la trama della tolleranza liberale, ma il loro successo rivela un problema della politica, non della democrazia.

Ci siamo così abituati a parlare di "democrazia liberale" che spesso dimentichiamo che c'è una tensione intrinseca tra il liberalismo e la democrazia. Al centro dell'ideologia liberale si trova l'individuo. Classicamente, i liberali dichiarano che qualsiasi limitazione di legge alla libertà di un individuo debba avere un valido motivo e comunque essere ridotta al minimo possibile.

I liberali, d'altra parte, hanno paura delle masse, temendo le decisioni di piazza e la "tirannia della maggioranza" in quanto minacce alla libertà dell'individuo. Con tutto il loro disgusto per i vincoli imposti dallo Stato, molti liberali però sempre di più considerano le istituzioni statali come un mezzo per tenere sotto controllo la forza delle masse. Questo ha portato inevitabilmente a un'ambivalenza sulle virtù della democrazia.

Con la fine della guerra fredda, molti liberali avevano previsto che la tensione tra liberalismo e democrazia si sarebbe risolta. Le istituzioni liberali, immaginavano, avrebbero potuto  concentrarsi sul governare e sull'attuazione di strategie politiche "giuste", mentre, liberate dai sogni del socialismo, le masse sarebbero semplicemente diventate l'elettorato, esercitando i loro diritti democratici con le elezioni e godendo dei benefici portati da governi tecnocratici.

Nei fatti, è accaduto il contrario. La tensione tra liberalismo e democrazia è diventata molto più acuta. Molti liberali insistono sul fatto che l'unico modo di difendere i valori liberali è metterli al riparo dal processo democratico. Molti di coloro che si sentono politicamente senza voce in questo nuovo mondo ritengono di poter far sentire la loro voce democratica solo sfidando i valori liberali. È questa polarizzazione tra liberalismo e democrazia che ha creato il tumulto del 2016 e ne creerà ancora di più nel 2017.

Democrazia non significa semplicemente tracciare una croce su una scheda elettorale. Significa, fondamentalmente, poter contestare il potere. Possiamo votare come individui nella riservatezza della cabina elettorale, ma possiamo difendere la democrazia e affermare la nostra voce politica solo agendo collettivamente. Questo richiede una robusta sfera pubblica e una democrazia che venga contestata tanto nelle strade e sui luoghi di lavoro, quanto nel seggio elettorale. L'erosione del potere delle organizzazioni dei lavoratori e dei movimenti sociali ha contribuito a minare la democrazia in questo senso più ampio.

Allo stesso tempo, il declino di queste organizzazioni ha favorito uno spostamento del potere, togliendolo alle istituzioni democratiche, come i parlamenti nazionali, per darlo a istituzioni non politiche, come i tribunali internazionali e le banche centrali. Molti liberali ritengono che questa sia una garanzia di buon governo e che metta al riparo le strategie politiche più importanti dai capricci del processo democratico. Molti a sinistra, perse le radici con la classe politica tradizionale, hanno accolto volentieri questo cambiamento, ritenendo che organizzazioni transnazionali, come l'Ue, fossero veicoli fondamentali del cambiamento sociale. Una buona parte dell'opinione pubblica, tuttavia, è rimasta con la sensazione di non avere più una voce politica.

Dopo avere perso i mezzi tradizionali di manifestare il loro disagio, e in un'epoca in cui una politica di classe ha poco significato, molti elettori della classe lavoratrice sono infine giunti a esprimersi attraverso il linguaggio della politica di identità; non la politica di identità della sinistra, ma quella della destra, la politica del nazionalismo e della xenofobia, che alimenta molti movimenti populisti.

I critici dell'ideologia liberale hanno da tempo riconosciuto che il suo difetto fondamentale è che in verità gli esseri umani non vivono semplicemente come individui. Noi siamo esseri sociali, troviamo la nostra individualità e il nostro senso solo attraverso gli altri. Da qui l'importanza per la vita politica non solo degli individui, ma anche delle comunità e dei movimenti collettivi.

Politicamente, il senso collettivo è stato espresso secondo due grandi modalità: la politica della identità e la politica della solidarietà. La prima mette in rilievo l'appartenenza a un'identità comune, basata su  categorie come la razza, la nazione, il sesso o la cultura. La seconda aggrega le persone in un'entità collettiva, non legata a una determinata identità, ma a un comune obiettivo politico o sociale.

Se la politica della identità divide, la politica della solidarietà propone obiettivi collettivi che superano le divisioni di razza o di sesso, cultura o nazionalità. Ma è proprio la politica della solidarietà che è andata in pezzi, nel corso degli ultimi due decenni, con il declino della sinistra. Per molti, l'unica forma di politica collettiva rimasta è dunque quella radicata nell'identità. Da qui l'ascesa di movimenti populisti basati sull'identità. Questi movimenti spesso uniscono politiche identitarie di stampo reazionario a politiche economiche e sociali che una volta erano basilari per la sinistra: la difesa dei posti di lavoro, il sostegno dello stato sociale, l'opposizione all'austerità. Guardiamo le elezioni presidenziali francesi del prossimo anno: i due candidati che possono arrivare al secondo turno sono il candidato del centro-destra François Fillon e la candidata di estrema destra Marine Le Pen. Fillon è socialmente conservatore ed economicamente "liberale". Vuole distruggere ciò che resta del "modello sociale" francese, tagliando la spesa pubblica e cancellando i diritti dei lavoratori. Mentre è la Le Pen che si è presentata come il campione della classe lavoratrice, nemica dell'austerità e a favore dello stato sociale.

I populisti si presentano, inoltre,  anche come campioni dei diritti e delle libertà. Wilders è stato riconosciuto colpevole di "incitamento alla discriminazione" , in quanto si è rivolto a una folla di sostenitori chiedendo loro se volessero "più o meno marocchini" in Olanda. Invece di sfidare la sua chiusura mentale con le armi della politica, i liberali si accontentano di farlo condannare da un tribunale, permettendo così a Wilders di incoronarsi martire della libertà di parola, e questo nonostante le sue posizioni profondamente illiberali, tra cui la richiesta che sia proibito il Corano. Personaggi come la Le Pen e Wilders hanno conquistato terreno rivolgendosi all'elettorato abbandonato dalla sinistra. Il fallimento della sinistra nel difendere la sovranità popolare ha consentito all'estrema destra di contestualizzare questa sovranità, non in termini di solidarietà, ma nel linguaggio del nazionalismo e della chiusura mentale.

La polarizzazione ai due estremi del liberalismo e della democrazia mostra come sono stati violentemente separati gli aspetti fondamentali di una visione progressista. Coloro che giustamente deplorano l'indebolimento dei movimenti collettivi e del senso della comunità, spesso vedono il problema come legato alla immigrazione eccessiva o all'eccesso di libertà individuali. Chi ha una visione liberale in materia di immigrazione, e su altre questioni sociali, spesso è soddisfatto di una società atomizzata.

Fino a che non troveremo il modo di stabilire una nuova politica della solidarietà che associ le idee liberali sui diritti individuali e sulle libertà, compresa la libertà di movimento, ad argomenti economici progressisti e alla fiducia nella comunità e nel senso collettivo, non potremo che aspettarci dal 2018 quello che ci aspettiamo oggi dal 2017. Anzi, anche di più.

 

Il più recente libro di Kenan Malik è "The Quest for a Moral Compass".