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16/02/20

Londra: una vittoria della libertà di parola

"In questo paese non abbiamo mai avuto una Ceka, una Gestapo né una Stasi." Così recita la sentenza dell'Alta Corte di Giustizia del Regno Unito nel condannare il comportamento della polizia nei confronti dell'autore di alcuni tweet non allineati alla dittatura del politically correct. Che ha denunciato a sua volta le azioni della polizia nei suoi confronti - addirittura un'ispezione sul suo posto di lavoro - e ha ottenuto ragione. Una vittoria della libertà di parola di cui c'era un estremo bisogno. Da Rt.com.








 

Di Jonathan Arnott, 14 febbraio 2020

 





Dopo che pesanti iniziative della polizia hanno colpito un ex ufficiale per alcuni tweet che si limitavano a esprimere la sua opinione nel dibattito transgender, l'Alta Corte britannica ha dato torto alla polizia - una rara vittoria per la libertà di parola nel Regno Unito.




Harry Miller non è un criminale. È stato un ufficiale di polizia lui stesso. Così, quando la polizia di Humberside, nel Nord dell'Inghilterra, ha contattato i dirigenti della sua compagnia e ha segnalato un "episodio di odio" in riferimento ai suoi presunti " tweet transfobici ", ha reagito. 

 

Harry Miller, 54 anni, è stato minacciato di essere perseguito dalla polizia di Humberside nel Nord dell'Inghilterra se avesse continuato a twittare, e gli agenti di polizia hanno effettuato un'ispezione sul suo luogo di lavoro nel gennaio dello scorso anno. Ci si aspetterebbe che un'azione della polizia di questo genere - una cosa che potrebbe avere un'influenza sul lavoro e sulle possibilità di sostentamento di una persona - avvenga solo quando sono in gioco gravi reati penali. E invece, tra le molte, molte persone che avevano letto i suoi tweet, le reazioni della polizia si sono basate su una singola lamentela.

 

Ha ricevuto un "rapporto di reato" che paradossalmente definisce la categoria dei suoi tweet come non criminale. Secondo le Linee guida operative della polizia sull'odio, un episodio di odio dovrebbe infatti essere registrato "indipendentemente dal fatto che ci siano prove per identificare l'elemento di odio ". L'idea stessa di un "episodio di odio" senza alcun reale odio e di un "reato non criminale" sembrerebbe ridicola, se tutto ciò non facesse parte del modo in cui le attività di polizia nel Regno Unito sono andate così fuori strada. Se il tutto sembra assurdamente orwelliano, è un sollievo che anche l'Alta Corte abbia ritenuto grottesco il trattamento subito da Harry Miller.

 

Nella sua sentenza odierna, il giudice Julian Knowles ha dichiarato: " L'effetto della polizia che si presenta sul luogo di lavoro di [Harry Miller] a causa delle sue opinioni politiche non deve essere sottovalutato. Farlo significherebbe sottovalutare una libertà democratica fondamentale. In questo paese non abbiamo mai avuto una Ceka, una Gestapo né una Stasi. Non abbiamo mai vissuto in una società orwelliana.

 

Quante volte, mi chiedo, le persone nella situazione di Harry Miller si sono semplicemente adeguate e hanno accettato un trattamento di polizia pesante a causa di commenti simili, che erano semplicemente libere opinioni? Come possiamo fidarci delle statistiche ufficiali sul reato di odio quando non sappiamo quanti "episodi di odio" non contengano alcun odio, che penseresti dovrebbe esserne una componente chiave?

 

Harry Miller ha avuto la lungimiranza e la determinazione sufficienti a portare la polizia di Humberside in tribunale. La sua opinione - che il sesso biologico non può essere cambiato, ma che non vuole interferire con i diritti di altri a fare quello che desiderano - non è certo una delle cose più controverse che si siano mai sentite su Internet.

 

Ha espresso le sue opinioni con un misto di arguzia, sarcasmo e ironia, senza mai prendere di mira nessuno. La pesante azione di polizia, che includeva minacce che avrebbe potuto essere perseguito se avesse continuato a esprimersi allo stesso modo, ha stravolto ciò che si suppone debba essere la polizia. Abbiamo molti veri crimini nel Regno Unito, che la polizia non riesce a risolvere, eppure si distolgono risorse verso qualcosa che non lo è: il Giudice ha anche commentato che non vi era il "minimo rischio" che Miller avrebbe commesso un reato continuando a twittare.

 

Non c'era alcun reato. Non c'è mai stata alcuna prospettiva di reato, in questo caso. La Corte ha avuto assolutamente ragione nel descrivere il potenziale "effetto raggelante" delle azioni della polizia. Oggi c'è stata una rara vittoria della libertà di parola contro il politicamente corretto, ma una vittoria quanto mai necessaria. Dobbiamo celebrare questo piccolo passo nella giusta direzione, anche se senza dubbio l'assalto alla libertà di parola non è finito.

03/09/19

Si stringe il bavaglio globale sull'informazione

Un articolo dell'autorevole settimanale inglese The Economist passa in rassegna a 360 gradi le molteplici minacce alla libertà di informazione e di parola, che aumentano in tutto il mondo. Se nei paesi non liberi il pericolo viene dai governi che perseguitano i giornalisti indipendenti e i dissidenti, nelle democrazie mature è il culto del politically correct e la difesa sempre più violenta delle minoranze deboli - o presunte tali - che si sta trasformando in una minaccia per chiunque osi esprimere opinioni non allineate. Tra i possibili strumenti per imbavagliare la libertà di parola è citato anche il diffondersi delle leggi contro l'hate speech, fenomeno difficile da valutare oggettivamente, che rischiano di trasformare qualsiasi critica in un reato perseguibile penalmente.  

 

 

 

17 agosto 2019

 

Sia negli stati democratici sia in quelli autoritari alzare la voce diventa sempre più difficile

 

Il 22 giugno in Etiopia si è verificato un presunto tentativo di colpo di stato. Il capo del personale dell'esercito è stato ucciso, così come il presidente dell' Amhara, una delle nove regioni del paese. I cittadini comuni in Etiopia cercavano disperatamente di capire che cosa stesse succedendo. E poi il governo ha sospeso Internet. A mezzanotte, circa il 98% dell'Etiopia era offline.

 

"La gente riceveva notizie distorte ed era molto confusa su ciò che stava accadendo... in quel preciso istante non c'era alcuna informazione", ricorda Gashaw Fentahun, giornalista presso l'Amhara Mass Media Agency, un ente di informazione statale. Lui e i suoi colleghi stavano provando a realizzare un resoconto degli avvenimenti. Invece di caricare file audio e video in digitale, hanno dovuto inviarli alla sede principale in aereo, il che ha causato un enorme ritardo.

 

L'anno scorso 25 governi hanno imposto blackout su Internet. Soffocare la connessione fa infuriare le persone e mette in ginocchio le economie. Tuttavia, gli autocrati ritengono che ne valga la pena, di solito per impedire che le informazioni circolino durante una crisi.

 

Questo mese il governo indiano ha chiuso Internet nel contestato Kashmir, per la 51esima volta quest'anno. "Non ci sono notizie, niente", afferma Aadil Ganie, un cittadino del Kashmir bloccato a Delhi, aggiungendo che non sa nemmeno dove sia la sua famiglia, perché sono bloccati anche i telefoni. Negli ultimi mesi il Sudan ha chiuso i social media per impedire ai contestatori di organizzarsi, il regime del Congo ha disattivato le reti mobili in modo da poter truccare le elezioni di nascosto, e il Chad ha azzoppato i social media, per mettere a tacere le proteste contro il piano del presidente di rimanere al potere fino al 2033.

 

Lingue legate


 

La libertà di parola è dura da conquistare e facile da perdere. In Etiopia solo un anno fa era fiorita, durante il mandato di un nuovo primo ministro apparentemente liberale, Abiy Ahmed. Tutti i giornalisti in prigione sono stati rilasciati e sono stati aperti centinaia di siti web, blog e canali TV satellitari. Ma ora il regime ci sta ripensando. Senza una dittatura a contenerla, la violenza etnica è divampata. I fanatici hanno incitato alla pulizia etnica sui social media da poco resi liberi. Quasi 3 milioni di Etiopi sono stati cacciati dalle loro case.

 

L'Etiopia sta affrontando una vera emergenza e molti etiopi ritengono ragionevole che il governo metta a tacere chi sostiene la violenza. Ma durante il presunto colpo di stato il governo ha fatto molto di più: di fatto ha messo a tacere tutti. Come ha scritto Befekadu Haile, giornalista e attivista: "Nell'oscurità, tutto quello che succedeva è stato raccontato dal governo".

 

Alcuni ora temono un ritorno ai giorni bui dei predecessori di Abiy, quando i blogger dissidenti venivano torturati. Il regime possiede ancora camionate di kit elettronici per spiare e censurare, molti dei quali acquistati dalla Cina. Sta inoltre progettando di rendere reato l' "hate speech" (discorsi caratterizzati da forte aggressività e violenza, ndt), con una legge che potrebbe richiedere una sorveglianza di massa e un attento monitoraggio dei social media da parte della polizia. Molti temono che la legge verrà utilizzata per bloccare anche i dissidenti pacifici.

 

Secondo Freedom House, organizzazione che osserva le condizioni di libertà e democrazia nei paesi, la libertà di parola negli ultimi dieci anni è diminuita a livello globale. I regimi repressivi lo sono diventati ancora di più: tra quelli classificati come "non liberi" da Freedom House, il 28% ha stretto ulteriormente il guinzaglio negli ultimi cinque anni; solo il 14% lo ha allentato. I paesi "parzialmente liberi" hanno avuto le stesse probabilità di migliorare o peggiorare, ma i paesi "liberi" sono regrediti. Circa il 19% di questi (16 paesi) è diventato meno tollerante verso la libertà di parola negli ultimi cinque anni, mentre solo il 14% è migliorato (vedi mappa).

 



 

Questo è avvenuto per due ragioni principali. In primo luogo, i partiti al potere in molti paesi hanno trovato nuovi strumenti per sopprimere fatti e idee che li mettono in difficoltà. In secondo luogo, si sentono incoraggiati a usare questi strumenti, in parte anche perché il sostegno globale alla libertà di parola si è indebolito. Nessuna delle superpotenze del mondo ha intenzione di difenderla. La Cina censura spietatamente il dissenso in patria ed esporta la tecnologia per censurarlo all'estero. Gli Stati Uniti, un tempo sostenitori della libera espressione, sono ora guidati da un uomo che dice cose del genere:

 

"Non vogliamo certo soffocare la libertà di parola, ma ... non penso che i media mainstream siano la libertà di parola ... perché sono così disonesti. Quindi, per me, la libertà di parola non è che tu veda qualcosa di buono e scriva volutamente che è cattivo. Per me questo è un discorso molto pericoloso, che mi fa infuriare."


 

Davvero? Ma vedere qualcosa che il governo presenta come positivo e sottolineare perché è negativo è una funzione essenziale del giornalismo. In effetti, è una delle garanzie più cruciali della democrazia. Il presidente Donald Trump non ha la facoltà di censurare i media in America, ma le sue parole contribuiscono a un clima globale di disprezzo per il giornalismo indipendente. Gli autocrati che ovunque promuovono la censura citano spesso gli slogan di Trump, il quale definisce le notizie critiche "fake news" e i giornalisti critici "nemici del popolo".

 

L'idea che certe opinioni debbano essere messe a tacere è popolare anche a sinistra. In Gran Bretagna e in America gli studenti impediscono di parlare agli oratori che ritengono essere razzisti o transfobici, mentre gli attivisti su Twitter chiedono che sia chiuso l'account di chiunque violi un elenco di tabù in continua espansione. Molti radicali occidentali pretendono che, se qualcosa a loro parere è offensivo, nessuno debba essere autorizzato a dirlo.

 

I regimi autoritari, ovunque, concordano. Ma giudicare qualcosa "offensivo" è soggettivo, quindi le leggi sull'hate speech possono diventare strumenti elastici per criminalizzare il dissenso. A marzo il Kazakistan ha arrestato Serikzhan Bilash per "incitamento all'odio etnico". Si era lamentato dell'incarcerazione di massa degli Uiguri in Cina, grande partner commerciale del Kazakistan. Il governo del Ruanda interpreta quasi ogni critica che gli viene posta come sostegno a un nuovo genocidio. In India sono state proposte nuove regole che richiederebbero che le piattaforme digitali blocchino tutti i contenuti illegali, un compito difficile se pensiamo che in India è illegale promuovere la disarmonia "per motivi di religione, razza, luogo di nascita, residenza, lingua, casta o comunità o qualsiasi altro motivo”.

 

Un modo per stroncare la libertà di parola è uccidere l'oratore. Almeno 53 giornalisti sono stati uccisi sul lavoro nel 2018, leggermente più che nei due anni precedenti, secondo il Committee to Protect Journalists (CPJ ), un'organizzazione di controllo. Pochi degli omicidi sono stati catturati. Il paese più letale per i giornalisti è stato l'Afghanistan, dove ne sono stati uccisi 13. In un caso, un jihadista si è travestito da giornalista, in modo da mescolarsi e massacrare i primi reporter e medici ad arrivare sulla scena di un precedente attentato suicida.

 

Forse l'omicidio più sfrontato del 2018 è stato quello di Jamal Khashoggi, un critico del regime saudita. Una squadra di killer è sbarcata in Turchia su jet privati ​​facilmente identificabili, ha guidato un'auto di lusso fino al consolato saudita di Istanbul e ha fatto a pezzi Khashoggi in territorio consolare. Chiunque abbia ordinato l'azione presumibilmente ha pensato che non ci sarebbero state serie conseguenze dal massacro di un collaboratore del Washington Post. Aveva ragione. Sebbene Germania, Danimarca e Norvegia abbiano bloccato le vendite di armi all'Arabia Saudita, Trump ha sottolineato che l'America rimarrà il "partner fisso" del regno.

 

Il 1° dicembre 2018 il CPJ ha contato più di 250 giornalisti in prigione a causa del loro lavoro: almeno 68 in Turchia, 47 in Cina, 25 in Egitto e 16 in Eritrea. Il numero reale è sicuramente più alto, dal momento che molti giornalisti sono detenuti senza accuse e senza nemmeno che lo si sappia. Tuttavia, il numero in Eritrea potrebbe essere inferiore, poiché quasi tutti sono stati tenuti in condizioni terribili da quando il presidente Issaias Afwerki ha chiuso i media indipendenti nel 2001, e alcuni probabilmente sono morti.

 

Piuttosto che rischiare la seccatura e la cattiva pubblicità di mettere i giornalisti sotto processo, alcuni regimi cercano di renderli docili intimorendoli. In Pakistan, quando gli ufficiali militari chiamano i giornalisti per lamentarsi di un articolo, questi in generale si piegano. Ahmad Noorani, un giornalista che ha osato scrivere del ruolo dell'esercito in politica, è stato coinvolto in un'imboscata da sconosciuti assalitori in una strada trafficata della capitale, Islamabad, e picchiato quasi a morte con un piede di porco.

 

In India i giornalisti che criticano il partito al potere, Bharatiya Janata Party (BJP), ricevono caterve di minacce sui social media dai nazionalisti indù. Se sono di sesso femminile, queste minacce possono includere lo stupro. I giornalisti sono spesso screditati: vengono diffuse le immagini delle loro famiglie, invitando la gente ad attaccarli. Barkha Dutt, una presentatrice televisiva, ha presentato una denuncia contro i troll che le avevano inviato minacce di morte e pubblicato il suo numero di telefono personale spacciandolo per quello di un servizio di escort. Quattro sospetti sono stati arrestati a marzo.

 

A volte le peggiori minacce contro i giornalisti indiani vengono anche messe in atto, dando così una credibilità agghiacciante a tutte le altre. Gauri Lankesh, un giornalista che spesso ha criticato il nazionalismo indù, è stato ucciso a colpi di arma da fuoco fuori dalla sua casa nel 2017. I sostenitori del BJP hanno festeggiato. L'uomo arrestato per avere premuto il grilletto ha detto alla polizia che i suoi mandanti gli avevano detto che doveva farlo per "salvare" la sua religione.

 

L'intimidazione però non sempre funziona. Ivan Golunov, un giornalista russo, ha indagato sui funzionari della città di Mosca che acquistano in nero dimore milionarie e sugli agenti di sicurezza che entrano in affari con la mafia. Le sue storie erano poco conosciute, pubblicate su un piccolo sito web chiamato Meduza. Il 6 giugno la polizia si è impadronita di Golunov, lo ha legato in un'auto, lo ha portato in un edificio governativo, lo ha picchiato e ha affermato di avere trovato droga nel suo zaino. Il ministero dell'Interno ha pubblicato nove foto di droga sostenendo che era stata trovata nel suo appartamento, ma poi ne ha rimosse otto, ammettendo che erano state portate da altrove e affermando che erano state pubblicate per errore.

 

I sostenitori di Golunov erano convinti che quella delle droghe fosse solo una messa in scena. Con sorpresa delle autorità, la storia si è diffusa rapidamente su Facebook e Twitter: la Russia non ha nulla a che vedere con la capacità della Cina di sopprimere i post indesiderati sui social media. Gruppi di manifestanti sono scesi in strada per chiedere il rilascio di Golunov. I media stranieri hanno ripreso la vicenda, che ha oscurato il vertice di Putin con Xi Jinping, presidente cinese, in corso quella settimana. Un Cremlino imbarazzato ha ordinato la liberazione di Golunov. Quando la sua nuova indagine è stata pubblicata da Meduza, poche settimane dopo, è stata letta da 1,5 milioni di persone, enormemente di più del suo pubblico abituale.

 

Ultime notizie


 

Mentre le entrate pubblicitarie che servono a sostenere il giornalismo indipendente diminuiscono, molti governi hanno trovato più facile distorcere le notizie con i sudati soldi dei contribuenti. Il metodo più semplice è di pomparli nei media statali, che supportano ossequiosamente i partiti al potere. La maggior parte dei regimi autoritari lo fa. Cina e Russia vanno oltre, sponsorizzando i media globali che cercano di minare la democrazia ovunque. Tuttavia, il problema dei media statali, dal punto di vista di un autocrate, è che tendono ad essere noiosi.

 

Quindi un altro metodo è quello di utilizzare la pubblicità del governo per premiare la sottomissione e punire l'indipendenza. In molti paesi il governo è di gran lunga il più grande inserzionista, quindi i giornali e le stazioni televisive hanno il terrore di infastidirlo.

 

Un metodo più sottile è quello di intessere rapporti con imprenditori che dipendono dallo stato per concessioni o contratti, e spingerli ad acquistare media. A differenza dei normali imprenditori, questi non hanno bisogno delle loro società di media per realizzare profitti. I favori che le loro imprese di costruzione ricevono superano di gran lunga le perdite che subiscono gestendo emittenti televisive allineate. Di fatto, riescono spesso a danneggiare i loro rivali dei media indipendenti, esacerbando i disagi finanziari causati dal declino della pubblicità, da controlli fiscali aggressivi, da multe irragionevoli e via dicendo. Media indipendenti a corto di soldi sono ovviamente più economici da comprare e addomesticare per la cricca governativa.

 

Numerosi partiti al potere usano queste tattiche. L'India ne usa la maggior parte, così come la Russia e la Turchia. Il primo ministro israeliano, Benyamin Netanyahu, è accusato di avere promesso una regolamentazione favorevole a una società di telecomunicazioni, in cambio di una posizione favorevole su un sito web di proprietà della stessa società. A gennaio, il quotidiano più popolare del Nicaragua ha pubblicato una prima pagina bianca, per denunciare che le sue forniture importate di inchiostro, carta e altri materiali erano state misteriosamente sequestrate alla dogana, dopo che aveva pubblicato rapporti critici sul partito sandinista al potere.

 

Loschi traffici di questo tipo si sono insinuati perfino in aree considerate democratiche dell'Europa. Il partito al potere ungherese, Fidesz, ha usato denaro pubblico per dominare l'opinione pubblica. L'agenzia di stampa statale è stata riempita di leccapiedi e offre i suoi bollettini gratuitamente ai mezzi di informazione senza soldi. "Ricevi una notizia flash su [una nuova stazione radio rock indipendente], ma [è] totalmente propaganda governativa... perché è gratuita", si lamenta un giornalista locale.

 

Il budget pubblicitario del governo ungherese è aumentato enormemente dal 2010, quando il primo ministro Viktor Orban ha preso il potere. La sua cricca ha acquistato emittenti e siti web precedentemente aggressivi. "È un processo inarrestabile", afferma un giornalista indipendente. “Gli ungheresi sono abituati all'idea che le notizie online siano gratuite. Quindi [le aziende dei media] devono fare affidamento sul denaro dei loro proprietari. E molti degli imprenditori nella vita pubblica sono legati al governo.” L'anno scorso i proprietari di 476 società di media, compresi praticamente tutti i giornali locali in Ungheria, li hanno ceduti gratuitamente a una nuova megafondazione gestita da un amico di Orban. Privi di fondi, i giornalisti seri hanno difficoltà a fare il proprio lavoro. "È praticamente impossibile indagare anche sulle principali storie di corruzione, perché ce ne sono così tante", afferma Agnes Urban di Mertek, organizzazione che vigila sui media.

 

Nel frattempo nelle democrazie mature il sostegno alla libertà di parola sta diminuendo, specialmente tra i giovani, mentre cresce l'aperta ostilità nei suoi confronti. In nessun luogo questo è più sorprendente che nelle università degli Stati Uniti. In un sondaggio Gallup pubblicato lo scorso anno, il 61% degli studenti americani ha affermato che il clima del campus impedisce alle persone di esprimere ciò in cui credono, rispetto al 54% dell'anno precedente. Altri dati tratti dallo stesso sondaggio potrebbero spiegare il perché. Un notevole 37% ha dichiarato che è "accettabile" zittire gli oratori con cui non si è d'accordo per impedire che siano ascoltati, e un incredibile 10% ha approvato che siano fatti tacere con l'uso della violenza.

 

Molti studenti lo giustificano sostenendo che alcuni oratori sono razzisti, omofobi od ostili ad altri gruppi svantaggiati. Questo a volte è vero. Ma gli oggetti dell'indignazione espressa nelle università sono stati spesso studiosi seri e stimati. Heather Mac Donald, ad esempio, che sostiene che le proteste di "Black Lives Matter" hanno spinto la polizia a ritirarsi dai quartieri ad alto tasso di crimine e che ciò ha fatto impennare il tasso di omicidi, ha dovuto essere portata fuori dal Claremont McKenna College, in California, in un'auto della polizia. Manifestanti furiosi sostenevano che lasciarla parlare era un atto di "violenza" che negava "il diritto all'esistenza dei neri".

 

Simili contorsioni verbali sono diventate comuni a sinistra. Molti radicali sostengono che le parole sono "violenza" se denigrano gruppi svantaggiati. Alcuni aggiungono che chiunque conceda un pulpito agli oratori offensivi non condanna le loro idee malvagie. Inoltre, dato che l'America si è polarizzata politicamente, molti hanno iniziato a dividere il mondo in modo semplicistico tra le persone "buone" (quelli che sono d'accordo con loro) e le persone "cattive" (quelli che non lo sono). Ciò ha portato a strani contrasti. Al Reed College di Portland, nell'Oregon, Lucia Martinez Valdivia, docente di razza mista, gay e con disturbo post traumatico da stress, è stata accusata di essere "anti-nera" perché si era lamentata degli studenti aggressivi che le stavano accanto impedendole, a forza di urlare, di tenere una lezione sulla poesia lesbica greca antica (a cui i disturbatori obiettavano perché la poetessa Saffo oggi sarebbe considerata bianca).

 

Come sostengono Greg Lukianoff e Jonathan Haidt in "The coddling of the American mind" (Viziare la mentalità americana, ndt)

 

"Se alcuni studenti ora pensano che sia giusto prendere a pugni un fascista o un suprematista bianco, e se chiunque non sia d'accordo con loro può essere etichettato come un fascista o un suprematista bianco, beh, è chiaro come questa mossa retorica potrebbe rendere le persone riluttanti a esprimere opinioni dissenzienti all'università."


 

L'abitudine di cercare di mettere a tacere le opinioni opposte, invece di combatterle, si è diffusa anche fuori dalle università. A Portland, in Oregon, questo fine settimana, estremisti di destra stanno pianificando di radunarsi, ci si aspetta che i loro avversari "antifa" (antifascisti) tenteranno di impedirlo, ed entrambe le parti sono impazienti di venire alle mani. Quando gli stessi gruppi si sono scontrati a giugno, un giornalista conservatore, Andy Ngo, è stato percosso così violentemente che è stato ricoverato in ospedale con un'emorragia cerebrale.

 

Una intolleranza simile si è diffusa anche in Europa. I manifestanti francesi dei "gilet gialli" hanno picchiato diverse volte le troupe televisive (e molto più spesso sono stati picchiati violentemente dalla polizia, ndt). In Gran Bretagna qualsiasi discussione sulle questioni riguardanti i transgender è esplosiva. A settembre, ad esempio, il Consiglio comunale di Leeds ha vietato a Woman's Place Uk, un gruppo femminista, di tenere un incontro perché gli attivisti le avevano accusate di "transfobia". (Le femministe non pensano che il semplice dichiarare "Io sono una donna" debba consentire a maschi biologici il diritto di entrare negli spazi riservati alle donne, come spogliatoi e rifugi antistupro.)

 

È quasi impossibile avere un dibattito libero [su questo argomento]. Non ho mai visto niente del genere", afferma Ruth Serwotka, co-fondatrice di Woman's Place Uk. Oggi, il gruppo comunica ai membri dove le riunioni avranno luogo con soltanto un paio d'ore di anticipo, per evitare interruzioni. Le femministe che mettono in discussione l'"autoidentificazione di genere" (l'idea che se dichiari di essere una donna, dovresti essere automaticamente trattata come una donna a termini di legge) sono sistematicamente minacciate di stupro o morte. Alcune hanno affrontato campagne organizzate per farle licenziare dai loro posti di lavoro, bannare da Twitter o arrestare. A marzo, ad esempio, Caroline Farrow, una giornalista cattolica, è stata interrogata dalla polizia britannica dopo che qualcuno si era lamentato del fatto che avesse usato il pronome sbagliato per descrivere una ragazza transgender. Un'altra femminista, la sessantenne Maria MacLachlan, è stata picchiata da un'attivista transgender allo Speakers' Corner di Londra, dove la libertà di parola dovrebbe essere sacrosanta.

22/03/18

Nazioni Unite - L'Italia deve riconsiderare il protocollo contro le fake news

Arriva la conferma di quanto molti sospettano: la campagna di stampa e la lotta governativa contro le fake news altro non sono che un tentativo – nemmeno troppo dissimulato – di reprimere la libertà di opinione ed espressione. In una recente comunicazione, pubblicata sul sito dell’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani, David Kaye, Investigatore Speciale delle Nazioni Unite per la promozione e difesa del diritto alla libertà di parola ed espressione, invita il Governo Italiano a rivedere il relativo protocollo “bottone rosso” che - più che un servizio ai cittadini - sembra il paradiso di tutti i censori e i delatori.

 

 

Di David Kaye, 20 marzo 2018

 

 

Eccellenza,

 

Ho l’onore di contattarvi nella mia veste di Investigatore Speciale per la promozione e difesa del diritto alla libertà di opinione ed espressione, a seguito della risoluzione 34/18 del Consiglio dei Diritti Umani.

 

In questa occasione, vorrei portare all’attenzione del Governo di Vostra Eccellenza le informazioni che ho ricevuto riguardo il protocollo operativo “bottone rosso” per la “lotta contro la diffusione di Fake News attraverso il Web” (da qui in poi “il protocollo”), annunciato il 18 gennaio 2018.

 

Secondo le informazioni che ho ricevuto:

 

A seguito della campagna per il referendum costituzionale alla fine del 2016, gli attori politici italiani e i politici hanno cominciato a invocare nuove norme per affrontare la proliferazione di “fake news” online.

 

Il 15 febbraio 2017, un membro del Parlamento ha proposto una legge che introduceva multe e sanzioni penali per chiunque pubblichi o diffonda notizie “false, esagerate o tendenziose” online. Il disegno di legge non è stato approvato dal Parlamento.

 

Il 18 gennaio 2018, il Ministero degli Interni (Marco Minniti, NdVdE) ha introdotto il “Protocollo Operativo per la Lotta contro la Diffusione delle Fake News attraverso il Web in Occasione della Campagna Elettorale per le Elezioni Politiche del 2018”. Le elezioni erano previste per il 4 marzo 2018.

 

Il protocollo ha introdotto un servizio di reportistica “bottone rosso” con il quale gli utenti “possono indicare l’esistenza di una rete di contenuti qualificabili come fake news” (“il portale”). La Polizia Postale, una branca della Polizia Statale Italiana che indaga sui crimini online, ha avuto il compito di controllare questi report e agire di conseguenza.

 

Il comunicato stampa del Ministero degli Interni riporta che il servizio è atto a  “diffondere viralmente” le contro-narrazioni  istituzionali, così che i cittadini possano beneficiare di una descrizione dei fatti più completa e riprendere possesso della “libertà di scelta che è stata loro negata da informazioni volutamente false o parziali”. Il comunicato stampa ha anche sottolineato l’urgenza di questi interventi a causa delle imminenti elezioni.

 

Il comunicato stampa riporta inoltre che il portale dovrebbe permettere agli utenti di avvantaggiarsi di una “interfaccia web immediata e semplice, senza particolari procedure di registrazione per indicare l’esistenza di una rete di contenuti qualificabili come fake news”.

 

Il Processo per inoltrare e controllare le lamentele riguardo le “fake news”

 

Il portale permetterà agli utenti di indicare link o indirizzi web, link a social network (se trovano il contenuto su una piattaforma di un social network), e altre informazioni nel campo “note”. Il portale richiederà inoltre agli utenti di inserire il proprio indirizzo e-mail.

 

La Polizia Postale provvederà poi a controllare quanto ricevuto con l’intento di “indirizzare la successiva attività” ai contenuti che sono “manifestamente infondati e tendenziosi” o ”apertamente diffamatori”. Effettueranno “approfondite analisi, attraverso l’impiego di tecniche e software specifici […] che permettano di qualificare, con la massima certezza consentita, la notizia come fake news (presenza di smentite ufficiali, falsità del contenuto già comprovata da fonti obiettive; provenienza della presunta fake da fonti non accreditate o certificate ecc.)”.

 

Inoltre la Polizia Postale raccoglierà informazioni in maniera indipendente, “al fine di individuare precocemente la diffusione in rete di notizie marcatamente caratterizzate da infondatezza e tendenziosità, ovvero apertamente diffamatorie”.

 

Dopo aver controllato le informazioni, le autorità intraprenderanno un’azione legale se decideranno che il contenuto è fuori legge. Nei casi in cui il contenuto è ritenuto falso o fuorviante, ma non illegale, le autorità pubblicheranno le smentite pubbliche.

 

Reati Applicabili ai sensi del Codice Penale italiano

 

L’articolo 595 del Codice Penale Italiano definisce la diffamazione come “offendere la reputazione di una persona assente attraverso comunicazioni con terzi”, e la punisce con pene che vanno fino a un anno di reclusione. “Se l'offesa consiste nell'attribuzione di un fatto determinato, la pena è la reclusione fino a due anni, ovvero una multa fino a 2.065 euro. Se l’offesa è commessa a mezzo stampa, o comunque con un atto pubblico, “la pena è la reclusione da sei mesi a tre anni o una multa non inferiore a 516 euro”. L’articolo 595 prevede anche un aumento delle pene se la diffamazione avviene contro funzionari pubblici.

 

L’articolo 278 del Codice impone l’aumento della pena di reclusione da uno a cinque anni per la diffamazione del Capo dello Stato (o Presidente).

 

Secondo un rapporto dell’ottobre 2016, in Italia ogni anno vengono presentate più di 5.000 denunce per diffamazione. Nel 2015, i giudici hanno condannato 475 giornalisti per diffamazione, con 320 condannati a una multa e 155 a un provvedimento di reclusione.

 

Prima di sottolineare ulteriori preoccupazioni riguardo al protocollo, vorrei notare che l’articolo 19 del Patto Internazionale sui Diritti Civili e Politici (ICCPR), ratificato dall’Italia il 15 settembre 1978, protegge il diritto di ognuno ad avere un’opinione senza interferenze e di cercare, ricevere e impartire informazioni e idee di qualsiasi tipo, a prescindere dalle frontiere e attraverso qualsiasi media. Il Comitato per i Diritti Umani ha sottolineato che “la libera comunicazione di informazioni e di idee riguardo questioni pubbliche e politiche tra cittadini, candidati e rappresentanti eletti è essenziale. Ciò implica una stampa libera e altri media capaci di commentare riguardo a questioni pubbliche e di informare la pubblica opinione senza censure o restrizioni. Inoltre, la normativa internazionale sui diritti umani prevede la responsabilità da parte degli Stati di assicurare un ambiente nel quale un vasto ventaglio di opinioni e idee politiche possa essere liberamente e apertamente espresso e dibattuto. La libertà di espressione include anche la diffusione delle convinzioni e opinioni di ognuno con altri che potrebbero avere opinioni diverse. Nella Dichiarazione Congiunta sulla Libertà di Espressione e “Fake News”, Disinformazione e Propaganda, il mio mandato - insieme ad altri esperti regionali di libertà di espressione – sottolinea che “il diritto umano di diffondere informazioni e idee non è limitato a dichiarazioni ‘corrette’, e protegge informazioni e idee che potrebbero scioccare, offendere e disturbare”.

 

Ai sensi dell’articolo 19 dell’ICCPR, le restrizioni al diritto alla libertà di espressione devono essere “previste dalla legge” e necessarie per “i diritti o la reputazione di altri” o “per la protezione della sicurezza nazionale o dell’ordine pubblico, o della salute e morale pubblica”. Le possibili restrizioni su internet sono le stesse di quelle offline (A/HRC/17/27).

 

Per soddisfare i requisiti di legalità, non è sufficiente che le restrizioni alla libertà di espressione siano formalmente emanate come leggi o regolamenti nazionali. Le restrizioni devono anche essere sufficientemente chiare, accessibili e prevedibili (CCPR/C/GC/34).

 

Il requisito di necessità implica una valutazione della proporzionalità delle restrizioni, allo scopo di assicurare che le restrizioni “puntino a uno specifico obiettivo e non si intromettano indebitamente nei diritti delle persone interessate”. La conseguente interferenza coi i diritti di terzi deve anche essere limitata e giustificata nell’interesse difeso dall’intrusione (A/HRC/29/32). Infine, le restrizioni devono essere “lo strumento meno intrusivo tra quelli che possono ottenere il risultato desiderato (CCPR/C/GC/34). Il Comitato per i Diritti Umani ha sottolineato che, nel valutare la proporzionalità, il “valore assegnato dal Patto per la libertà di espressione è particolarmente elevato nel caso di dibattiti pubblici in una società democratica riguardo a figure appartenenti al campo pubblico e politico”.

 

Alla luce di questi standard, la Dichiarazione Congiunta sulla Libertà di Espressione e le “Fake News” ha concluso che “le proibizioni generali sulla diffusione delle informazioni basate su idee vaghe o ambigue, incluse le “notizie false” o “informazioni non obiettive” sono incompatibili e dovrebbero essere abolite (grassetto del traduttore, NdVdE).

 

Infine, il Comitato per i Diritti Umani ha esortato gli Stati a “considerare una depenalizzazione della diffamazione” e ha detto che, in ogni caso, “l’applicazione della legge penale dovrebbe essere prevista solo nei casi più gravi e la detenzione non è mai una punizione appropriata”. Il Comitato sottolinea che tutte le leggi sulla diffamazione, “in particolare le leggi penali sulla diffamazione, dovrebbero includere  difese come la difesa della verità, e non essere applicate alle forme di espressione che non sono, per loro natura, assoggettabili a verifica. In ogni caso, l'interesse pubblico alla critica dovrebbe essere riconosciuto come una difesa"(CCPR/CGC/34).

 

Vorrei anche portare all’attenzione del Governo di sua Eccellenza le osservazioni conclusive del Comitato per i Diritti Umani riguardo all’Italia, che esorta il Governo di sua Eccellenza a limitare le  sanzioni per diffamazione (ai sensi dell’articolo 595 del codice penale italiano e dell’articolo 13 della legge della stampa) per assicurare che non esercitino un effetto negativo sulla libertà di opinione e espressione e sul diritto all’informazione (CCPR/C/ITA/CO/6). Il Comitato ha inoltre esortato la sua Eccellenza Governativa ad assicurare che le cause di diffamazione non vengano usate come strumento per limitare la libertà di espressione al di là delle restrizioni permesse dall’articolo 19 dell’ICCPR. L’effetto aggregato di queste leggi insieme all’introduzione di un portale potrebbe avere un effetto fortemente limitativo sull’esercizio del diritto alla libertà di espressione, dato che il portale potrebbe funzionare come uno strumento di raccolta di denunce penali. Un’altra preoccupazione viene espressa per il fatto che le persone ritenute colpevoli di diffamazione di funzionari pubblici italiani, incluso il Capo dello Stato, potrebbero incorrere in sanzioni molto più severe di quelli che diffamano altre persone.

 

Il testo integrale degli strumenti e standard sui diritti umani citati sopra si può trovare su www.ohchr.org e può essere reso disponibile a richiesta.

 

Sulla base di quanto sopra, esprimo la preoccupazione che il Protocollo sia incompatibile con gli standard previsti dalla legge internazionale sui diritti umani. Anche se rispetto l'interesse del Governo di Sua Eccellenza ad assicurare l’integrità del processo elettorale del Paese, temo che le restrizioni sulle “fake news” stabilite dal Protocollo siano incoerenti con i criteri di legalità, necessità e proporzionalità ai sensi dell’articolo 19 dell’ICCPR.

 

Il Protocollo si prefigge di combattere “notizie manifestamente infondate e parziali, o di contenuto apertamente diffamatorio” – questi termini non sono definiti e perciò alimentano preoccupazioni di indeterminatezza.

 

Anche se il Governo di Vostra Eccellenza ha indicato alcuni fattori che verranno presi in considerazione nel controllare la falsità dei contenuti inoltrati al portale, questi non risolvono l’ambiguità riguardo allo scopo del contenuto delle notizie che può essere inoltrato ed elaborato dal Protocollo. Inoltre, il Protocollo legherebbe il controllo delle “fake news” alle leggi penali contro la diffamazione, il che impone pene significative “per aver macchiato la reputazione di una persona assente attraverso la comunicazione”. Esprimo la preoccupazione che questo darà una enorme discrezione al Governo di perseguitare affermazioni critiche nei confronti di figure pubbliche e politiche.

 

La mancanza di chiarezza riguardo al metodo di funzionamento del Protocollo, insieme alla minaccia di sanzioni penali, crea il pericolo che il Governo di sua Eccellenza diventerà arbitro della verità nel dibattito pubblico e politico. Di conseguenza, esprimo la preoccupazione che il Protocollo possa sopprimere sproporzionatamente un ampio spettro di comportamenti espressivi, essenziali ad una società democratica, tra cui la critica al governo, la segnalazione di notizie, le campagne politiche e l’espressione di opinioni impopolari, controverse o di minoranza.

 

Alla luce di queste preoccupazioni, raccomando caldamente al Governo di vostra Eccellenza di prendere in considerazione misure alternative, come ad esempio la promozione di meccanismi indipendenti di fact-checking, di supporto pubblico a strumenti di comunicazione pubblici, indipendenti, vari e adeguati, la promozione dell'istruzione pubblica e della lettura dei media, che sono stati riconosciuti come mezzi meno invasivi per affrontare la disinformazione e la propaganda.

 

Dal momento che è mia responsabilità, secondo il mandato ricevuto dal Consiglio per i Diritti Umani, cercare di chiarire tutti i casi portati alla mia attenzione, sarei grato per qualsiasi informazione o commento doveste avere in proposito.

 

Infine, vorremmo informare il Governo di sua Eccellenza, che questa comunicazione, in quanto commento di leggi, regole o politiche recentemente approvate o in fase di approvazione, verrà resa disponibile al pubblico e pubblicata sulla pagine del sito web del mandato dell’Investigatore Speciale sul diritto di libertà di espressione a questo indirizzo:

 

http://www.ohchr.org/EN/Issues/FreedomOpinion/Pages/LegislationAndPolicy.aspx.

 

La risposta del Governo di Vostra Eccellenza sarà resa disponibile sulla stessa pagine web e in un rapporto da presentare al Consiglio dei Diritti Umani per le sue considerazioni.

 

Vogliate accettare, Eccellenza, l’assicurazione della mia più alta considerazione.

 

David Kaye

 

Investigatore Speciale per la promozione e difesa del diritto alla libertà di opinione ed espressione.

 

06/11/17

In Germania entra in vigore la legge contro l'hate speech e le fake news

Dal 1° ottobre in Germania è entrata in vigore la legge contro l'incitamento all'odio e le notizie false sui social network, ampiamente criticata da più parti. Facendo infatti riferimento ad un'ampia gamma di reati elencati nel Codice penale tedesco, alcuni molto vaghi, ed attribuendo l'onere dell'interpretazione alle società che gestiscono i social network, con multe molto salate in caso di inadempienza, la legge rischia infatti di forzare società come Facebook alla censura eccessiva, mettendo a rischio la libertà di espressione. E' un anticipo di quello che si sta preparando in Italia?

 

 

 

di Evelyn Douek, 31 ottobre 2017

 

 

La Legge tedesca per Migliorare l'Applicazione del Diritto nei Social Networks (conosciuta come Legge di Applicazione del Diritto nella Rete o NetzDG), che è rivolta ai crimini di odio online e alle notizie false, è entrata in vigore il 1 ottobre 2017. Sia il ministero della giustizia che le società dei social media sono alle prese con le disposizioni del provvedimento, prima che la legge assuma piena efficacia il 1° gennaio 2018. Il NetzDG ha una notevole importanza perché si tratta di una mossa audace da parte di uno dei numerosi legislatori che in tutto il mondo stanno cercando di mitigare i problemi creati dalle nuove reti di comunicazione online. La legge minaccia pesanti sanzioni, tra cui 50 milioni di euro di multa ai social network che non riescano a rimuovere i contenuti offensivi entro le 24 ore.

 

 

Molto criticata fin dall'inizio, la NetzDG comporta il rischio che, per evitare le multe, le aziende eccedano nella censura dei propri utenti . Questo articolo descrive l'architettura di base della legge ed esamina le preoccupazioni principali su come potrebbe funzionare in pratica.

 

 

A chi si applica la legge?

 

 

La Sezione 1 della legge definisce in generale le "reti sociali". La legge si applica a qualsiasi fornitore di servizi che gestisca "piattaforme internet che sono progettate per consentire agli utenti di condividere qualsiasi contenuto con altri utenti o di rendere disponibili al pubblico tali contenuti". Tuttavia, esistono deroghe per alcune piattaforme: imprese non profit, editoriali e giornalistiche, e piattaforme progettate per consentire la comunicazione individuale (ad esempio le applicazioni di messaggistica) o la diffusione di contenuti specifici (ad esempio siti di incontri).

 

 

La legge esonera anche le reti con meno di due milioni di utenti tedeschi registrati. L'onere dell'applicazione della legge di conseguenza ricadrà principalmente sulle reti sociali più conosciute. Tuttavia, gli elevati costi per assicurare la conformità ai requisiti della legge e l'applicabilità della stessa sulla base del più ampio criterio degli utenti tedeschi registrati, e non degli attivi, potrebbero soffocare la competizione da parte dei social network più piccoli, poiché rendono la crescita un peso da sostenere.

 

 

Anche se in Germania la NetzDG è comunemente chiamata "legge Facebook" - forse perché il ministro della giustizia, spiegando la legge, ha specificamente parlato di Facebook nei suoi commenti - interesserà una vasta gamma di fornitori di servizi. Der Spiegel ha riferito che il ministero della giustizia controllerà reti sociali come Reddit, Tumblr e Vimeo. Stando a quel che viene riportato, anche il social network russo VK e la piattaforma di microblogging gab.ai hanno un'alta priorità nell'attività di monitoraggio della conformità, dato che hanno standard più permissivi e consentono post (come l'hate speech) che sarebbero vietati su altre piattaforme.

 

 

Quali contenuti devono essere rimossi?

 

 

I social network, entro 24 ore dalla ricezione di un reclamo da parte di un utente, devono rimuovere o bloccare l'accesso ai contenuti "manifestamente" illegali. Altri contenuti illegali devono essere rimossi entro sette giorni. Non esiste alcuna indicazione sul significato di "manifestamente".

 

 

Qualsiasi utente può presentare un reclamo; per un social network, non riuscire a fornire una "procedura facilmente riconoscibile, direttamente accessibile e permanentemente disponibile" per presentare reclami è una trasgressione. Così, mentre le società non hanno l'obbligo di trovare di propria iniziativa contenuti potenzialmente illegali, devono rendere semplice agli utenti che intendono farlo segnalare i contenuti.

 

 

La NetzDG non crea nuove categorie di contenuti illegali, ma definisce l'ambito della legge facendo riferimento a 20 sezioni del Codice Penale tedesco. Queste disposizioni includono i divieti più chiaramente definiti sulla propaganda nazista e la pornografia infantile. Inoltre, rientrano nella NetzDG crimini più generali: insulti, diffamazione, istigazione all'odio, e la diffusione di immagini violente, così come disposizioni più vaghe come la falsificazione sediziosa e la violazione della quiete pubblica con la minaccia di commettere reati.

 

 

Notoriamente, la Germania contempla divieti di vasta portata sull'istigazione all'odio, ma l'incorporazione delle altre disposizioni mostra l'ampiezza dell'applicazione prevista per la NetzDG. Quando la proposta della NetzDG era in esame nelle commissioni parlamentari, il disegno di legge veniva presentato come diretto ai crimini che sui social media pongono "un grave pericolo alla coesistenza pacifica di una società libera, aperta e democratica" e richiamava l'attenzione sulle "esperienze nella campagna elettorale statunitense", chiamando in causa le notizie false.  Queste preoccupazioni vanno molto oltre l'hate speech, l'apparente preoccupazione fondamentale.

 

 

La legge in pratica

 

 

La NetzDG richiede che i social network creino un semplice meccanismo di notifica attraverso il quale qualsiasi membro del pubblico possa segnalare contenuti che potenzialmente ricadono dentro le numerose disposizioni del codice penale, e le società devono rimuovere qualsiasi contenuto offensivo in un arco di tempo estremamente ristretto. In pratica, lo spazio per una decisione significativa e ponderata sul contenuto segnalato è ridotto, i costi di una censura troppo moderata sono elevati e i costi della censura eccessiva in ogni caso sono bassi, in particolare perché ogni competitore nel mercato tedesco si trova di fronte allo stesso calcolo del rischio. Come la stessa Facebook ha affermato in una dichiarazione,  "nella misura in cui i social network fronteggiano una minaccia così sproporzionata di multa, la NetzDG offre un incentivo a cancellare contenuti che non sono chiaramente illegali".

 

Pertanto, i legislatori tedeschi hanno esternalizzato l'interpretazione del codice penale tedesco a delle società (principalmente estere e con sede negli Usa) che hanno un incentivo politico ed economico a rimuovere i contenuti. Il ricorso giurisdizionale contro le decisioni è menzionato solo una volta, nella Sezione 4 della NetzDG; può essere richiesto quando il governo cerchi di infliggere un'ammenda per non aver eliminato un contenuto illegale. Questo riflette la tendenza generale a forzare queste aziende a farsi carico della responsabilità e dei costi, sia economici che politici, della regolamentazione sulla libertà di parola. Il ministro tedesco della giustizia Heiko Maas espone questo obiettivo dicendo che nessuno dovrebbe essere al di sopra della legge, "nemmeno Facebook", e che "l'esperienza ha mostrato che senza la pressione politica i gestori di grandi piattaforme non soddisferanno i propri obblighi".

 

 

Parte di questa spinta alla responsabilità delle piattaforme implica l'imposizione di una maggiore trasparenza. La NetzDG prevede anche obblighi significativi di segnalazione a carico delle reti sociali. Secondo la Sezione 2, i social network interessati devono produrre dei rapporti semestrali - pubblicati sia nella Gazzetta Federale Tedesca che sui propri siti web - che specifichino nel dettaglio il loro impegno per eliminare le attività criminali sulle loro piattaforme, i criteri applicati nelle decisioni di rimozione dei contenuti, il numero di reclami ricevuti e come sono stati trattati.

 

 

Critiche

 

 

La NetzDG ha attirato diffuse critiche. David Kaye, il Relatore speciale delle Nazioni Unite sulla libertà di espressione, ha scritto una lettera aperta al governo tedesco affermando che il divieto di diffusione di informazioni sulla base di "criteri vaghi e ambigui", come "insulto" o "diffamazione", è incompatibile con l'articolo 19 del Patto Internazionale sui Diritti Civili e Politici relativo alla libertà di espressione. Kaye ha criticato i divieti come "fortemente dipendenti dal contesto, ... che le piattaforme non sono in condizione di valutare". Data questa ambiguità, le brevi scadenze e le sanzioni severe, Kaye ha sostenuto che la NetzDG potrebbe portare i social network a un eccesso di regolamentazione sulla libera espressione. Ha anche sottolineato la mancanza di controllo giudisdizionale. Anche l'osservatorio sui media dell'Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa (OSCE) ha  espresso la preoccupazione che la legislazione "molto ampia" avrà un effetto repressivo sulla libertà di espressione.

 

 

Anche le organizzazioni non governative sono state esplicite nelle loro preoccupazioni riguardo alla NetzDG. Reporter Senza Frontiere ha ripetutamente criticato la legge e ha espresso la preoccupazione che sarà un precedente pericoloso in Europa e altrove. Ha riaffermato queste critiche quando la "legislazione draconiana" della Germania è stata utilizzata come modello per una legge in Russia.

 

 

Cosa c'è di nuovo?

 

 

I prossimi sviluppi che occorrerà monitorare si presenteranno quando la legge avrà piena efficacia, il 1 ° gennaio. Il costo di applicazione della nuova legge sarà enorme, su entrambi i lati. Il ministero della giustizia tedesco sta riunendo un team di 50 persone per lavorare sull'applicazione della legge. Questa squadra non è niente di fronte alle risorse che le società che gestiscono i social media dovranno dedicare all'attività. Le risposte iniziali da parte di Facebook indicano che entro la fine dell'anno la società avrà più di 700 dipendenti che lavoreranno a Berlino sulla revisione dei contenuti.

 

 

La NetzDG migliorerà la trasparenza, almeno in via generale (se non in casi specifici), attraverso i significativi obblighi di segnalazione che impone alle società. L'obbligo di riferire ogni sei mesi sui propri sforzi per far rispettare la NetzDG e sulle denunce ricevute rappresenterà certamente un cambiamento per un settore tipicamente opaco.

 

 

Come ha rilevato uno studio legale, una volta che la NetzDG entrerà in vigore, verranno sollevati inevitabili ricorsi presso la Corte Costituzionale Federale Tedesca o la Corte Europea di Giustizia sulla base del fatto che la NetzDG viola la libertà di espressione. Queste battaglie legali daranno una forma alla più ampia dinamica della regolamentazione dei social media - e del tuo feed di notizie.

26/10/17

Accadde in Europa: giornalisti contro la libertà di parola

Come riporta un articolo del Gatestone Institute, la deontologia professionale dei giornalisti è ufficialmente morta: una professione che dovrebbe battersi per l’indipendenza e la libertà di parola, non vede l’ora di incassare i contributi da un attore in difficoltà (l’Unione Europea) promuovendone in cambio l’agenda politica, e esortandola a silenziare qualsiasi voce dissidente. Riportare i fatti avvenuti non è più prioritario e la presentazione di diversi punti di vista è da perseguire solo se questi appartengono a particolari minoranze, mentre va passata sotto silenzio la protesta di coloro che si oppongono all’agenda politica in atto.

 

Di Judith Bergman, 24 ottobre 2017


 

La Federazione Europea dei Giornalisti (EJF), è la “maggiore organizzazione di giornalisti in Europa, che rappresenta più di 320.000 giornalisti di 71 diverse organizzazioni in 42 diversi paesi”, secondo il suo stesso sito web. Inoltre la EJF, un attore potente, conduce in tutta Europa una campagna chiamata “Media contro l’Odio”.

 

La campagna si propone di:

 

“combattere l’”hate speech” (incitamento all'odio, ndt) [1] e la discriminazione sui media, sia online che tradizionali… i media e i giornalisti giocano un ruolo cruciale nell'ispirare le politiche… sull’immigrazione e i rifugiati. Mentre l’incitamento all'odio e gli stereotipi rivolti agli immigrati proliferano in tutta Europa... la campagna #MediaAgainstHate (Media contro l'odio, ndt) si propone di: migliorare la copertura dei media su immigrazione, rifugiati, religione e gruppi marginalizzati… combattere l’incitamento all'odio, l’intolleranza, il razzismo o la discriminazione… migliorare l’applicazione delle strutture legali che regolano l’incitamento all'odio e la libertà di parola…”


 

E’ ormai svanita la pretesa che il giornalismo riguardi la comunicazione dei fatti. Quelli sopra sono gli obiettivi di un attore politico.

 

Ed in effetti si tratta di un grosso attore politico, coinvolto nella campagna “Media contro l’odio”. La campagna è uno dei tanti programmi sui media sostenuti dalla UE attraverso il suo programma REC (Rights, Equality and Citizen Programme - programma per i diritti, l’uguaglianza e la cittadinanza, ndt). Nel programma REC per il 2017, la Commissione UE, il corpo esecutivo dell’UE, scrive:

 

“Il dipartimento della giustizia della Commissione UE affronterà il preoccupante aumento dei crimini legati all’odio e all’incitamento all'odio destinando fondi ad azioni volte alla prevenzione e al contrasto del razzismo, della xenofobia e di altre forme di intolleranza… incluso un lavoro dedicato nell’area del contenimento dell’incitamento all'odio online (implementazione del Codice di Condotta per contrastare l’incitamento all'odio online illegale)… il dipartimento inoltre finanzierà le organizzazioni della società civile che combattono il razzismo, la xenofobia e altre forme di intolleranza”.


 

Il più grande attore politico europeo, l’UE, lavora apertamente per influenzare la “stampa libera” con la sua personale agenda politica. Uno dei punti in agenda è la questione dell’immigrazione dall’Africa e dal Medio Oriente in Europa. Nel suo discorso di settembre sullo stato dell’Unione, il presidente della Commissione Europea, Jean-Cleaude Juncker, ha chiarito che qualunque sia l’opinione degli europei – e i sondaggi hanno mostrato ripetutamente che la maggioranza degli europei non vogliono altri immigrati – l’UE non ha alcuna intenzione di mettere fine all’immigrazione. Juncker ha detto che “L’Europa, al contrario di quel che dicono alcuni, non è una fortezza e non dovrà mai diventarlo. L’Europa è e deve rimanere il continente della solidarietà dove coloro che scappano dalle persecuzioni possono trovare rifugio (ma di certo non a casa sua, NdVdE)”.

 



 

Il programma REC dell’Unione Europea ha inoltre recentemente finanziato la pubblicazione di un manuale che fornisce le linee guida per i giornalisti su cosa scrivere quando l’argomento sono gli immigrati e l’immigrazione. Le linee guida sono parte del progetto RESPECT WORDS (Parole di Rispetto, ndt) – anch’esso finanziato dalla UE – che “mira a promuovere la qualità delle notizie sugli immigrati e sulle minoranze etniche e religiose”. Il manuale è stato pubblicato il 12 ottobre dall’Istituto Internazionale della Stampa (IPI) – un’associazione di professionisti dei media che “rappresenta i principali organi di stampa digitali, cartacei e televisivi in più di 120 paesi”. L'IPI sostiene che sta difendendo la “libertà di stampa fin dal 1950” (apparentemente, venire comprati e pagati dalla UE rappresenta una “libertà di stampa” ai giorni nostri). Altri 7 organi di stampa e gruppi civili con base in Europa hanno partecipato al progetto e lo hanno presentato a un evento al Parlamento Europeo a Bruxelles alla presenza dei Parlamentari Europei e di esperti della società civile. Secondo il comunicato stampa, le linee guida sono “complementari alle norme già in vigore per gli organi di stampa”.

 

Le linee guida dicono che “il giornalismo non può e non dovrebbe “risolvere” il problema dell’incitamento all'odio da solo”, ma che può aiutare a prevenire la sua “normalizzazione”. Tuttavia, “per raggiungere questo obiettivo ci vuole il coinvolgimento di molti attori, in particolare l’Unione Europea, che deve rinforzare i meccanismi esistenti e dare supporto ai nuovi strumenti progettati per combattere l’incitamento all'odio...

 

Perché i giornalisti, che sostengono di battersi per la libertà di stampa, ora fanno un appello alla UE perché li aiuti a porre fine alla libertà di parola in Europa?

 

Secondo le linee guida, i giornalisti dovrebbero, tra le altre cose:

 

“Dare voce a un’appropriata gamma di opinioni, incluse quelle che appartengono agli immigrati e ai membri delle minoranze ma… non… alle prospettive degli estremisti, solo per “far sentire l’altra campana”… Evitare di riprodurre direttamente l’incitamento all'odio; quando riportarlo è degno di nota, mediarlo… opponendosi a tale incitamento all'odio, e spiegando le false premesse su cui si basa. Ricordare che le informazioni sensibili (ad esempio, razza e etnia, religione o credenze filosofiche, affiliazione a partiti o a sindacati, informazioni sulla salute e sul sesso) dovrebbero essere menzionate quando siano necessarie perché il pubblico capisca le notizie”.


 

Sarà questo il motivo per cui le notizie sui giornali chiamano sempre i colpevoli di violenza sessuale o terrorismo semplicemente “uomini”?

 

In particolare, riguardo ai musulmani, le linee guida raccomandano di:

 

“Contrastare gli stereotipi anti-musulmani esistenti, che sono diventati pervasivi nei discorsi pubblici… Aumentare la visibilità di uomini e donne musulmane quando si riportano notizie in genere… Stare attenti a non stigmatizzare ulteriormente termini come “musulmano” o “Islam” associandoli a particolari atti… Non permettere che le dichiarazioni degli estremisti di “agire nel nome dell’Islam” vengano riportate senza essere messe in dubbio. Sottolineare… la diversità delle comunità musulmane… laddove necessario e degno di nota riportare i commenti odiosi contro i musulmani, farlo mediando le informazioni. Contrastare ogni falsa premessa su cui questi commenti si basano”.


 

Nemmeno Orwell avrebbe potuto inventarsi di meglio.

 

Judith Bergman è un opinionista, avvocato e analista politico.

 

[1] In particolare, la campagna "Media contro l'odio" non definisce cosa significhi "incitamento all'odio". Quel che più si avvicina ad una definizione di ciò che la campagna intende con tale termine, viene da un capitolo sull'incitamento all'odio dal rapporto "Ethics in News" (L'Etica nelle Notizie, ndt) della European Journalism Network (EJN) (Rete del Giornalismo Europeo, ndt) - un'organizzazione britannica che afferma di essere "un istituto indipendente, internazionale, senza scopo di lucro, dedicato ai più alti standard del giornalismo -  che il programma "Media contro l'odio" ha riprodotto sul proprio sito web. L'EJN ha definito l'incitamento all'odio come "... qualsiasi espressione che colpisca un gruppo identificabile - una razza, una comunità religiosa o una minoranza sessuale, per esempio - e dunque ne danneggia i membri, ad esempio "l'incitamento alla... discriminazione negativa e alla violenza" e "espressioni che offendono la sensibilità di una comunità, anche attraverso credenze offensive". Mentre l'incitamento alla violenza è punibile dalla legge, offendere la sensibilità di una comunità non lo è, ma secondo l'EJN "i limiti legali non dovrebbero determinare i confini del comportamento professionale... i giornalisti devono sviluppare le loro capacità etiche per rispondere al reale rischio che vengano promossi seri danni".

14/10/17

Firma la petizione per la riapertura del blog di Jacques Sapir

La sospensione del blog di Jacques Sapir, Russeurope, che i nostri lettori ben conoscono perché tradotto di frequente su queste pagine, è un segnale allarmante della intolleranza crescente verso chi non accetta di allinearsi alla linea politica dominante. Jacques Sapir ne ha spiegato con chiarezza i motivi in una lettera tradotta e pubblicata pochi giorni fa su Goofynomics. Chiediamo a tutti i nostri lettori di firmare subito la petizione online per la riapertura del blog Russeurope e di fare circolare il più possibile l'appello: facciamoci sentire ora, prima che sia troppo tardi.

 

 

 

9 ottobre 2017

 

Il 26 settembre 2017 i responsabili della piattaforma Hypotheses.org e OpenEdition hanno deciso di sospendere il blog di Jacques Sapir, Russeurope. Questa decisione, ritenuta infondata e arbitraria da molti giuristi, ha immediatamente suscitato grande emozione nel mondo accademico e non solo. È una decisione che mette in discussione il principio della libertà dei ricercatori. E nega il fatto che i ricercatori, in particolare nelle scienze umane e sociali, sono direttamente e immediatamente inseriti nel dibattito politico. Infine, questa misura è tale da poter causare enormi danni alle istituzioni di ricerca in Francia e screditarle agli occhi dei ricercatori stranieri. Numerose proteste sono state inviate a Marin Dacos, responsabile della piattaforma Hypotheses.org e al suo superiore al ministero dell'Istruzione e della Ricerca, Alain Beretz.

Fino a oggi Marin Dacos si è rifiutato di rispondere.

 

Firma subito la petizione su change.org

 

Quello che segue è il testo della petizione inviata a Marin Dacos il 9 ottobre 2017 e firmata da numerosi esponenti del mondo accademico francese e non solo.

 

Lettera a

Marin Dacos

OpenEdition

 

Richiesta di riapertura del blog di Jacques Sapir
Parigi, 9 ottobre 2017

 

Per una scienza aperta alla libertà di espressione per i ricercatori
Richiesta di riapertura del blog di Jacques Sapir

 

 

I responsabili della piattaforma Hypotheses.org e di Open Edition hanno preso la decisione di sospendere il blog di ricerca Russeurope che Jacques Sapir aveva aperto nel 2012. Ora non gli è più possibile pubblicare post sul blog.

 

Le ragioni addotte per giustificare questa decisione sembrano essere pretestuose e menzognere. Il comunicato di Marin Dacos, Direttore del Centro per la pubblicazione elettronica aperta (CLEO), afferma: "L'autore del blog ha ripetutamente pubblicato testi caratterizzati da un’impostazione politica di parte, scollegata dal contesto accademico e scientifico proprio di Hypotheses che costituisce una condizione indispensabile per la pubblicazione sulla piattaforma".

 

In realtà il contenuto del blog non è mai stato in contrasto con le regole di Open Edition né con la legge francese. Manca quindi il supporto  giuridico per il congelamento del blog. Il suo contenuto, inoltre, è stato uguale sin dalla sua apertura, nel settembre del 2012. Non si può in alcun modo sostenere che ci sia stato un cambiamento nella natura del blog. Si può inoltre constatare che altri blog si dedicano più o meno regolarmente ad analisi che non sono semplicemente spiegazioni, ma anche prese di posizione. Del resto, l'idea che si possa stabilire una chiara separazione tra scritti accademici e scritti di carattere politico è a dir poco dubbia per quanto riguarda le scienze umane e le scienze sociali.

 

Molti giuristi si sono pronunciati sull’argomento. Come osserva Stéphane Rials: "La legittimità di una misura così generale, in apparenza scarsamente motivata, carente di una base giuridica è contestabile". Concordiamo anche con l'analisi di Roseline Letteron: «Secondo quanto dispone l'articolo L 952-2 del Codice dell’Istruzione, riprendendo l'articolo 57 della legge Savary del 26 gennaio 1984, “ ricercatori che insegnano, insegnanti e ricercatori godono della piena indipendenza e della completa libertà di espressione nell'esercizio dei loro compiti di insegnamento e della loro attività di ricerca, fatte salve le riserve imposte loro, secondo le tradizioni accademiche e di questo Codice, dai principi della tolleranza e dell'obiettività ". (...) La libertà è quindi intera, non solo nell'insegnamento, ma anche nell'attività di ricerca e nei mezzi di comunicazione che consentono di farla conoscere. (...) "Un dipartimento incaricato di gestire una piattaforma di blog, a nome delle università associate, ha gli stessi doveri".

 

Questa misura di sospensione ha dunque legittimamente suscitato una profonda emozione, nei circoli accademici e non accademici, in Francia e all'estero. La lotta per la libertà di espressione di ricercatori e scienziati riguarda tutti noi, indipendentemente dalle nostre convinzioni politiche. Questa emozione è tale da poter danneggiare  Hypotheses.org, circostanza che va segnalata, deplorata, ma anche considerata inevitabile se questa misura non venisse annullata.

 

Consapevoli delle nostre responsabilità nei confronti dei nostri colleghi e della comunità scientifica francese, consapevoli del discredito che il protrarsi di questa misura potrebbe portare alle istituzioni di ricerca francesi all'estero, noi firmatari di questa petizione chiediamo ai responsabili di Hypotheses.org e Open Edition di annullare la loro decisione e riaprire il blog il più presto possibile.

 

 

*M. Denis Alland, Professeur en Droit Public, Université de Panthéon-Assas (Paris-2)
*M. Tony Andréani, professeur émérite de Science Politique à Paris-Saint-Denis (Paris-8)
*Bernard Cassen, Professeur émérite d’Anglais à l’Université de Paris-8.
*David Cayla (Maître de Conférences en économie à l'université d'Angers).
*Franck Collard, Professeur d’Histoire Médiévale à Paris-Ouest (Paris-10, Nanterre)
*Daniel Bachet, Professeur des Universités, Sociologie, Université Paris-Saclay
*Michel Bergès, Professeur de Sciences Politiques, Université de Bordeaux
*Olivier Berruyer, actuaire et blogueur (Lescrises.fr)
*Bernard Bourdin, Professeur à l'Institut Catholique de Paris, Historien des idées, philosophe politique.
*Coralie Delaume, écrivain et blogueur (l-arene-nue.blogspot.fr)
*Eric Desmons, Professeur de Droit Public, Université de Paris-XIII
*Marcel Gauchet, Directeur d’études (retraité) à l’EHESS, Philosophe.
*Jacques Généreux, économiste, maitre de conférences des Universités, professeur à l’IEPP -  Sciences Po.
*Jacques A. Gilbert, Professeur de Littérature comparée, Université de Nantes
*Brigitte Granville, Professor of International Economics and Economic Policy, Chevalier des Palmes Academiques, Fellow of The Higher Education Academy (FHEA), School of Business and  Management, Queen Mary University of London
*Alain Guery, Directeur de recherche au CNRS, Historien.
*Éric Guichard, Philosophe de l'internet et du numérique, Enssib-Ens, Ancien Directeur de programme au Collège international de philosophie
*Annie Lacroix-Riz, professeur émérite d'histoire contemporaine, université Paris 7.
*Dominique Lecourt, Philosophe, professeur émérite des universités, ancien recteur d’académie, président d’honneur des Presses Universitaires de France.
*Laurent Loty, Historien des imaginaires et des idées scientifiques et politiques au CNRS, Président d’honneur de la Société Française pour l’Histoire des Sciences de l’Homme
*Roseline Letteron, Professeur des Universités, professeur de Droit à Paris-Sorbonne.
*Jérôme Maucourant, Maître de conférences (HDR) en sciences économique à l'Université Jean Monnet de Saint-Etienne
*Laurent Herblay, blogueur (gaullistelibre.com)
*Nicolas Pons-Vignon, Senior researcher in development economics, University of the Witwatersrand, Afrique du Sud
*Benedetto Ponti, professeur de Droit administratif au département de Science Politique de l'Université de Perugia, professeur de droit des médias numériques.
*Bertrand Renouvin, Journaliste et écrivain.
*Stéphane Rials, professeur de relations internationales et de philosophie politique à Panthéon-Assas (Paris 2).
*Claude Roddier, Professeur des universités, retraitée depuis 2001. Professeur d’astronomie à l'université Aix-Marseille
*François Roddier, Professeur des universités, retraité depuis 2001. Directeur du département d'Astrophysique de l'Université de Nice
*Antoni Soy, Honorary Professor of Applied Economy, University of Barcelona. Former Deputy Minister of Industry and Business, Government of Catalonia. Former Mayor of Argentona
*Serge Sur, Professeur émérite à l’Université Panthéon-Assas (Paris 2)
*Pierre-André Taguieff, philosophe et historien des idées, directeur de recherche au CNRS
*Véronique Taquin, écrivain, normalienne et agrégée de Lettres modernes, professeur de chaire supérieure en khâgne au lycée Condorcet.
*Bruno Tinel, économiste, Maître de conférences, HDR, Université Paris 1 Panthéon-Sorbonne
*Jérôme Valluy, Maître de Conférences (HDR) de Sciences Politiques à Paris-1
*Alain Venturini, archiviste-paléographe, conservateur général du patrimoine, directeur des Archives départementales de l'Aveyron
*Xavier Souvignet, Agrégé des Facultés de droit , Professeur de droit public, Université de Grenoble-Alpes