16/12/18
Michel Houellebecq: "La gamma di opinioni consentite si restringe costantemente"
di Paul Joseph Watson, 14 dicembre 2018
L'autore francese di culto suona un campanello d'allarme per la libertà di parola
Il leggendario autore francese Michel Houellebecq avverte che la "gamma di opinioni consentite", che le persone sono autorizzate a esprimere in pubblico è "in costante contrazione".
In un pezzo scritto per Harper's, l'autore di culto denuncia lo strangolamento della libertà di parola.
"Gli americani non sono più disposti a morire per la libertà di stampa", scrive Houellebecq, aggiungendo: "Inoltre, quale libertà di stampa? Fin da quando avevo dodici anni ho visto la gamma di opinioni consentite sulla stampa restringersi costantemente".
Quindi ha denunciato una nuova "battuta di caccia" in Francia contro lo scrittore conservatore Éric Zemmour, autore di The French Suicide, che sostiene che la società francese è stata fortemente danneggiata dal neoliberismo, dall'Islam e dall'ossequio al "politicamente corretto".
Recentemente Zemmour ha fronteggiato una marea di critiche per avere avvertito che in Francia era in corso una colonizzazione al contrario dovuta ai decenni di immigrazione di massa, causata dal disprezzo di sé della nazione.
Houellebecq, il cui libro Submission, che ha messo in guardia da una conquista islamica della Francia, è stato pubblicato il giorno del massacro di Charlie Hebdo, è stato a sua volta preso di mira per avere sostenuto verità impopolari.
Nel 2002, lo scrittore è stato portato in giudizio per odio razziale - e in seguito assolto - per avere dichiarato in un'intervista che l'Islam è "la religione più stupida". Inoltre ha dovuto ricorrere a periodi alterni a una scorta armata dopo avere ricevuto minacce contro la sua vita da parte di terroristi islamici.
In un altro passo del suo articolo per Harper, Houellebecq nota che l'Europa storicamente è sempre stata in lotta contro l'Islam e che "quella lotta è semplicemente tornata in primo piano".
Houellebecq si aspetta anche che l'Unione europea si dissolva e che la Francia diventi nuovamente un paese indipendente.
"La mia convinzione è che in Europa non abbiamo né una lingua comune, né valori comuni, né interessi comuni: in una parola, sono convinto che l'Europa non esiste, e che non costituirà mai un popolo né sosterrà una possibile democrazia (vedi l'etimologia del termine), semplicemente perché non vuole costituire un popolo", scrive Houellebecq. "In breve, l'Europa è solo un'idea stupida che si è gradualmente trasformata in un brutto sogno, dal quale alla fine ci sveglieremo".
15/09/18
Macron vuole dividere la Francia?
di Yves Mamou, 25 agosto 2018
Nel libro autobiografico, "Un presidente non dovrebbe dire che...", pubblicato nel 2016 pochi mesi prima delle elezioni presidenziali francesi del 2017, l'allora presidente francese François Hollande ammetteva che la Francia avesse "un problema con l'Islam. Non ci sono dubbi", scriveva. E anche che la Francia avesse un problema con le donne velate in pubblico e con l'immigrazione di massa. Aggiungendo poi: "Come possiamo evitare una spaccatura? Perché è questo dopo tutto ciò che sta accadendo: una spaccatura".
La "spaccatura" di cui parlava Hollande sarebbe la vera e propria partizione della Francia - una parte per i musulmani e un'altra per i non musulmani.
Il successore di Hollande, il presidente Emmanuel Macron eletto nel 2017, sembra considerare questo rischio di spaccatura più come una soluzione. Tenendo conto delle sue esternazioni e delle sue mosse dopo l'incarico, si può dire che la divisione del Paese sia ormai in corso. Ufficialmente, ovviamente, Macron continua a essere il guardiano della Costituzione, che incarna l'unità nazionale. Ma passo dopo passo, sembra profilarsi una strategia di partizione della Francia.
Il primo passo di questo processo di partizione è stato, a quanto pare, creare un nuovo avversario. Per Macron, infatti, l'avversario non è l'Islam radicale, che molti ritengono responsabile per l’uccisione di centinaia di persone in Francia negli ultimi anni, ma il laicismo radicale, che di sicuro non ha mai ucciso nessuno. Nel mese di dicembre 2017, per esempio, un paio di mesi dopo la sua elezione, Macron ha organizzato un incontro con i rappresentanti delle sei confessioni principali (cattolici, protestanti, ortodossi orientali, musulmani, ebrei e buddisti) all'Eliseo. Durante questo incontro Macron avrebbe "criticato duramente la radicalizzazione del laicismo". A parte questa piccola citazione, non è trapelato molto altro da questo incontro - e probabilmente non a caso. Nell'ottobre 2016, prima della sua elezione, Macron aveva denunciato i difensori di "una spietata visione del laicismo". Dopo la sua elezione, tuttavia, il credo presidenziale non è mai cambiato. In base ad esso, l'Islam politico non è un problema; il problema è la resistenza all'Islam.
Per questa strategia - isolare il laicismo e rappresentarlo come il nuovo avversario - Macron aveva bisogno di un alleato. Lo ha trovato facilmente nella Chiesa cattolica, la quale era stata penalizzata in Francia dalla legge del 1905 che sanciva la separazione tra Chiesa e Stato. Nell’aprile 2018 Macron ha accettato l'invito della Conferenza dei Vescovi di Francia, e, nei sontuosi ambienti del collegio dei Bernardini, di fronte a più di 400 esponenti della Chiesa cattolica, il Presidente della Repubblica francese ha pronunciato un discorso erudito e lirico, privo di qualsiasi proposizione al di là di un'allusione a "riparare il legame danneggiato" tra la Chiesa e lo Stato. Alla fine del discorso, i 400 funzionari cattolici si sono alzati in piedi per applaudire.
Nel giugno 2018, Macron ha ribadito il suo proposito con una visita a Papa Francesco in Vaticano, e accettando da lui il titolo ereditario di Protocanonico d’onore della Basilica di San Giovanni in Laterano. Macron ha anche riaffermato la sua volontà di "approfondire i rapporti di amicizia e fiducia con la Santa Sede".
Con questo potente alleato cattolico dalla sua parte, Macron poteva ormai lanciare la seconda fase di quella che sembra la sua strategia di partizione: avviare un processo di rafforzamento dei musulmani in Francia affidando loro la responsabilità delle "politiche urbane", che in Francia è un sinonimo delle politiche di integrazione e assimilazione. Negli ultimi 30 anni, lo Stato francese ha versato 48 miliardi di euro in progetti di rinnovamento nelle periferie svantaggiate che ospitano milioni di immigrati - inclusi milioni di immigrati musulmani di prima, seconda e terza generazione. Tuttavia, sembra che costruire nuovi edifici, nuove strade e nuove reti di trasporto pubblico abbiano prodotto l'effetto opposto a quello desiderato: scontri ricorrenti, aggressioni nelle scuole e nei distretti di polizia, spaccio di droga quasi a ogni angolo, una proliferazione di moschee salafite e più di 1700 jihadisti che sono partiti per arruolarsi nell'ISIS.
Nel maggio 2018, Macron ha giustamente respinto la raccomandazione del Rapporto Borloo di versare altri 48 miliardi di euro per altri 30 anni, poiché questa politica aveva già fallito. Invece di continuare a comprare una (instabile) pace sociale con miliardi di soldi dei contribuenti, Macron ha fatto di meglio: ha creato il "consiglio presidenziale della città", una struttura politica composta principalmente da personalità musulmane (due terzi dei membri totali del consiglio) e rappresentanti delle organizzazioni che lavorano nei sobborghi. Questo organismo ha adesso il compito di monitorare la politica urbana. Non vi è denaro in più ma un "comitato consultivo musulmano" che reindirizza i fondi dalle vecchie politiche. Due agenzie sono coinvolte nel finanziamento del ripristino dei quartieri in "aree urbane sensibili": ANRU (Agenzia nazionale per il rinnovamento urbano) e ACSÉ (Agenzia per la coesione sociale e le pari opportunità). Entrambe queste agenzie saranno presto sostituite dall'Ufficio del Commissario generale per l'uguaglianza territoriale. I fondi destinati alle politiche urbane, dettagliati nel progetto di bilancio, ammontano a 429 milioni di euro per il 2018.
L'idea di affidare la responsabilità delle periferie musulmane alle organizzazioni islamiche non è nuova. Fu formulata per la prima volta dal consigliere di stato Thierry Tuot in un famoso rapporto, "La grande nation: pour une société inclusive” [La grande nazione: per una società inclusiva"], presentata nel 2013 all'allora Primo Ministro Jean-Marc Ayrault. La principale proposta contenuta nella relazione era di assegnare le politiche urbane alle organizzazioni islamiche, limitando il ruolo dello Stato al solo sovvenzionamento.
Per completare questo schema di emancipazione dell'Islam politico in Francia, due clausole legislative sono state approvate nella "Legge per uno Stato al servizio di una società sicura", alla fine di giugno 2018. La prima clausola legislativa ha abolito l'obbligo delle associazioni religiose di dichiararsi come gruppi di pressione. Questa misura apre chiaramente la strada a entità come il movimento dei Fratelli Musulmani per fare pressioni sui membri del Parlamento senza lasciare traccia. La seconda clausola legislativa - contravvenendo alla legge sulla laicità del 1905 - autorizza tutte le organizzazioni religiose ad agire come attori privati nel mercato immobiliare. Secondo il Comité Laïcité République (Comitato per la laicità della Repubblica, CLR), questa clausola legislativa renderebbe impossibile a un comune o una regione appropriarsi di terreni o edifici venduti da una chiesa o da una moschea. "In questo modo, il codice di pianificazione urbanistica e la legge del 1905 verrebbero ad essere modificati a questi fini", ha affermato CLR. In altre parole, viene legalizzato il finanziamento privato da parte delle confessioni.
La terza fase della spaccatura è tuttora in evoluzione. Riguarda il tentativo di costruire un "Islam di Francia" - diverso dal vecchio "Islam in Francia". In altre parole, la Grande Moschea di Parigi potrebbe non essere più considerata come se fosse l'equivalente dell'ambasciata algerina. "A partire da questo autunno, daremo all'Islam un inquadramento e una disciplina che assicuri che questa religione venga praticata in un modo coerente con le leggi della Repubblica", ha detto Macron. Si tratta di una dichiarazione sorprendente perché la tradizione in Francia dalla legge del 1905 - una regola accettata da tutte le religioni tranne l'Islam - è che la religione non può imporre le sue regole sulla società laica. Ora sembra però che sia la Francia a doversi adattare all'Islam.
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Cosa succederà a settembre? Apparentemente il governo intende seguire la stessa strada intrapresa dall'Austria: tagliare i legami finanziari tra le comunità musulmane francesi e i loro paesi di origine (ad esempio Turchia, Algeria, Marocco); creare un'imposta sull’industria dell’halal (con entrate per oltre 6 miliardi di euro l'anno), e quindi utilizzare queste nuove entrate fiscali per formare imam "repubblicani" in Francia.
Il governo sembra inoltre intenzionato a creare una sorta di agenzia nazionale per organizzare pellegrinaggi alla Mecca. Stimato in oltre 250 milioni di euro, il business dei pellegrinaggi è affidato a circa 40 agenzie di viaggio musulmane autorizzate dal Ministero dell'Hajj dell'Arabia Saudita a ricevere le loro quote di visti. Sembra che molte agenzie di viaggio musulmane operino illegalmente e facciano pagare prezzi esorbitanti per un pessimo servizio. Quindi, Macron dovrebbe riformare e dare al sistema una sembianza di "normalità". Sono questi l’"inquadramento" e la "disciplina" di cui parla Macron.
La domanda sorge però spontanea: chi dirigerà e gestirà questo inquadramento? La Fratellanza Musulmana, l'organizzazione più potente, che controlla più di 2.000 moschee in Francia? O un nuovo organismo di vigilanza composto da tecnocrati musulmani vicini al presidente ma senza legami con moschee, imam e la comunità musulmana organizzata in generale? Lo sapremo presto. Inoltre, circola voce che Tareq Oubrou, un imam di Bordeaux, e noto per essere una figura di spicco della Fratellanza Musulmana, potrebbe diventare "Grand Imam di France".
Ma è compito dello Stato laico francese organizzare i musulmani e addestrare imam "repubblicani"? No, neanche per sogno. È normale che due terzi degli imam in servizio in Francia non parlino correntemente il francese? Ed è possibile addestrare gli imam islamisti alla maniera "repubblicana"? Magari sì, ma a quale scopo? L'imam di Brest in Bretagna è diventato famoso per un video nel quale spiegava ai bambini che la musica potrebbe trasformare chi la ascolta in un maiale o una scimmia, e si è filmato mentre beveva urina di cammello; è scritto in un Hadith che l'urina di cammello avrebbe proprietà medicinali. Nel 2017, lo stesso imam di Brest si è laureato, come "referente laico" - ossia, un islamista informato su aspetti della laicità, ma senza alcun obbligo di rispettarla - all'Università di Rennes in Bretagna.
Nel 1627 il cardinale de Richelieu, primo ministro del re Luigi XIII, aveva preso d'assalto la città di La Rochelle nel sud-ovest della Francia allo scopo di riportare i protestanti in Francia. Ora, nel 2018, Macron si dà da fare in tutti i modi per aiutare i musulmani francesi allo scopo di riportare l’Islam in Francia.
Yves Mamou, autore e giornalista basato in Francia, ha lavorato per un ventennio come giornalista per Le Monde. Il suo prossimo libro, "Le grand abandon, les élites françaises et l'islamisme" (Il grande abbandono, l'élite francese e l'islamismo) sarà pubblicato ad ottobre 2018.
18/04/18
La violenta realtà della Svezia sta sostituendo la sua immagine pacifica
Di Paulina Neuding, 16 aprile 2018
Stoccolma — La Svezia potrà anche essere nota per la sua musica pop, per l’IKEA e per il suo sistema di protezione sociale generoso. Ma è sempre più associata anche a un numero crescente di reclute dello Stato Islamico, alle esplosioni e agli assalti con bombe a mano.
All’inizio dell’anno, nel giro di due settimane, nel paese ci sono state cinque esplosioni. Ormai la cosa non è inusuale – gli Svedesi si sono abituati ai titoloni sui crimini violenti, alle intimidazioni dei testimoni e alle esecuzioni delle gang. In un paese a lungo noto per la sua sicurezza, gli elettori hanno scelto “legge e ordine” come la questione più importante alla vigilia delle elezioni di settembre.
Tuttavia l’argomento del crimine è delicato, e il dibattito sulla questione, nella società scandinava in cui il consenso viene orientato dai media, viene delimitato dai tabù.
Per comprendere la questione del crimine in Svezia, è importante notare che la Svezia ha tratto beneficio dal diffuso declino della violenza omicida nelle società occidentali, in particolare per quello che riguarda la violenza spontanea e le uccisioni legate all’alcolismo. Tuttavia il calo totale degli omicidi in Svezia è stato molto minore che nei paesi confinanti.
Gli omicidi legati alle gang, ormai principalmente un fenomeno legato a uomini con un background da immigrati nelle comunità parallele del paese, sono aumentati da 4 all’anno nei primi anni ’90 a circa 40 nello scorso anno. A causa di ciò, la Svezia è passata da essere un paese con un basso livello di criminalità ad avere tassi di omicidi significativamente più alti rispetto alla media dei paesi dell’Europa Occidentale. Il disordine sociale, con auto date a fuoco, attacchi ai primi soccorritori e persino rivolte, è un fenomeno ricorrente.
Le sparatorie sono diventate così comuni che non ottengono più nemmeno i titoli dei giornali, a meno che siano spettacolari o implichino omicidi. Le notizie degli assalti sono velocemente rimpiazzate dai titoli sugli eventi sportivi e sulle celebrità, e i lettori sono ormai desensibilizzati nei confronti della violenza. Per la generazione precedente, bombe contro la polizia e rivolte erano eventi estremamente rari. Oggi leggere di questi incidenti è considerato parte della normalità quotidiana.
Il crescente livello di violenza non è passato inosservato da parte dei vicini scandinavi della Svezia. I norvegesi usano comunemente la frase “condizioni svedesi” per descrivere il crimine e il disordine sociale. Il punto di vista della Danimarca è stato esplicitato quando il presidente della NATO e Primo ministro danese Anders Fogh Rasmussen ha dichiarato in un’intervista a una TV svedese: “Uso spesso la Svezia come esempio deterrente”.
Come reazione il governo svedese ha lanciato una campagna internazionale per “l’immagine della Svezia” per minimizzare la crescita del crimine, sia con una strategia sui media sia attraverso campagne pagate con i soldi delle tasse. Durante una visita alla Casa Bianca lo scorso marzo, il Primo ministro svedese Stefan Löfven ha ammesso che il suo paese ha problemi con la criminalità e in particolare con le sparatorie, ma ha negato l’esistenza di “zone no-go” (zone in pratica al di fuori del controllo dello Stato, dove è pericoloso avventurarsi, NdVdE). Il ministro dell’istruzione svedese, Gustav Fridolin, è stato in Ungheria ed ha lanciato lo stesso messaggio.
Ma la realtà è diversa per chi vive sul territorio: il capo del sindacato dei paramedici Ambulansförbundet, Gordon Grattidge, e il suo predecessore Henrik Johansson mi hanno riferito recentemente in un’intervista che alcuni isolati sono senza dubbio delle zone no-go per le ambulanze – a meno che non vengano scortate dalla polizia.
Gli svedesi non sono abituati a grandiose manifestazioni di orgoglio nazionale, ma il concetto di un “Modello svedese” – quello su cui il paese ha molto da insegnare al mondo – è una parte essenziale nell'immagine di sé della nazione.
Dal momento che il crimine è intimamente legato al fallimento del paese nell’integrazione degli immigrati, la crescita della violenza è un argomento delicato. Quando il governo svedese e l’opposizione si riferiscono alla Svezia come una “superpotenza umanitaria”, perché ha aperto le porte a più immigrati in relazione al numero di abitanti rispetto a tutti gli altri paesi dell’UE, ci credono davvero. Il che ha provocato contorsioni notevoli.
In marzo, il ministro del Mercato del lavoro, Ylva Johansson, è apparsa alla BBC, dove ha dichiarato che il numero di casi di stupri e violenze sessuali stava “diminuendo, diminuento, diminuendo”. In realtà, era vero proprio il contrario, cosa che la Johansson ha più tardi ammesso, scusandosi.
Analogamente, in un editoriale sul Washington Post, l’ex Primo Ministro Carl Bildt ha descritto la politica di immigrazione del paese come una storia di successo. Non si è soffermato sulla questione dei crimini violenti. A seguito di ripetuti attacchi a dicembre contro istituzioni ebree – incluso il bombardamento di una sinagoga a Göteborg – Bildt ha utilizzato lo stesso giornale per sostenere che l’antisemitismo non è un problema rilevante in Svezia.
“Storicamente, in Svezia sono stati i cattolici ad essere visti come una minaccia pericolosa, che doveva essere combattuta e limitata” ha sostento Bildt, apparentemente inconsapevole che le leggi da lui citate si applicavano anche agli ebrei. I matrimoni misti erano illegali e l’ostilità si basava sull’idea che gli ebrei fossero una razza inferiore. Il tentativo di Bildt di relativizzare l’attuale antisemitismo con argomenti storici strani ed errati dimostra quanto nervosamente le élite svedesi reagiscono alle notizie negative che riguardano il loro paese.
Un altro esempio spettacolare è il sito ufficiale del governo, nella sezione “Fatti riguardo all’immigrazione, all’integrazione e al crimine in Svezia”, che vorrebbe sfatare i miti riguardanti il paese. Una delle “false affermazioni” che il governo vorrebbe sfatare è che “non molto tempo fa, la Svezia ha conosciuto il suo primo attacco terroristico di stampo islamico”.
La cosa è sorprendente, considerate che il Jihadista uzbeko Rakhmat Akilov si è dichiarato colpevole dell’assalto terroristico su un camion che ha ucciso cinque persone a Stoccolma lo scorso aprile e ha giurato fedeltà all’ISIS prima dell’assalto stesso. Akilov, che al momento è sotto processo, ha orgogliosamente ribadito il suo sostegno all’ISIS e dichiarato che il suo intento era di uccidere cittadini svedesi. Aveva inoltre contatti documentati con jihadisti internazionali.
Il pretesto del governo per negare l’attacco terroristico islamico in Svezia è che nessun gruppo islamico l’ha rivendicato ufficialmente. Data l’importanza che oggi viene attribuita alla lotta alle “fake news”, la manomissione da parte del governo svedese di fatti politicamente scomodi risulta particolarmente irresponsabile.
A volte serve un osservatore esterno per mettere le cose nella giusta prospettiva. Un recente articolo di Bojan Pancevski sul Sunday Times di Londra ha puntato l'attenzione sull’immigrazione e i crimini violenti. L’articolo ha destato scalpore in Svezia e viene visto da molti almeno in parte come il motivo per cui i ministri degli Esteri del Regno Unito e del Canada hanno emesso “consigli per chi viaggia” nei riguardi del paese, citando il rischio di esplosioni e crimini legati alle gang. “Danno l'idea che la violenza sia fuori controllo”, ha dichiarato Stefan Sintéus, il capo della polizia di Malmö.
Non sembra che il capo della polizia si renda conto che sia i “consigli per chi viaggia”, sia l’articolo possano riflettere una qualche realtà. Dopo tutto, solo pochi giorni prima la stazione di polizia di Malmö era stata oggetto di un assalto con bombe a mano. Mentre nei primi giorni del mese una macchina della polizia è stata distrutta da un’esplosione, sempre nella stessa città.
I funzionari forse saranno rassegnati alla situazione. Ma per un paese dell’Europa Occidentale in tempo di pace, è ragionevole ritenere questi livelli di violenza come fuori controllo.
01/03/18
Finalmente la Merkel ammette l’esistenza delle zone “No-Go" tedesche, promette di eliminarle
Di Zero Hedge, 27 febbraio 2018
A seguito della nuova cooperazione tra i conservatori tedeschi e i Social Democratici (SPD) su diverse questioni politiche, la Cancelliera tedesca Angela Merkel ha concesso un'intervista alla trasmissione TV tedesca RTL Aktuell, dove ha discusso di molte posizioni politiche – inclusa l’ammissione dell’esistenza di zone “no-go” in Germania, e la necessità di fare qualcosa a riguardo.
A causa di un aumento dei reati commessi da immigrati, i funzionari tedeschi hanno iniziato lentamente ad ammettere l’impatto negativo causato dall’ondata di immigrati accolta a seguito dei disordini in Libia e nelle regioni circostanti – fino al punto di offrire migliaia di euro a coloro a cui veniva rigettata la richiesta di asilo.
Questo programma, che il governo ha chiamato “Il tuo paese. Il tuo futuro. Adesso!” continuerà fino a febbraio del prossimo anno. I singoli immigrati possono ricevere fino a mille euro se scelgono volontariamente di tornare a casa, mentre le famiglie possono ricevere fino a tremila euro per fare la stessa cosa. Questo aiuto è pensato per aiutare i richiedenti asilo la cui richiesta viene rigettata ad integrarsi nuovamente nel loro paese di origine – Quartz
Mentre parlava di voler mantenere la Germania un posto sicuro, la Merkel ha detto che “per me è sempre importante che la sicurezza interna sia compito dello stato, lo stato ha il monopolio del potere, lo stato deve assicurarsi che i cittadini abbiano il diritto di essere al sicuro, in qualsiasi momento si incontrino o si muovano in un posto pubblico”.
Poi la Merkel ha discusso l’esecuzione della politica “tolleranza zero” tedesca:
“Questo significa, per esempio, che devono essere eliminate le zone “no-go”, e che non è accettabile che vi siano posti dove nessuno si azzarda a entrare. Questi posti esistono, vanno chiamati col loro nome e bisogna fare qualcosa a riguardo. E io penso che Thomas de Maizière abbia fatto un ottimo lavoro come Ministro dell’Interno, ma ora diciamo anche che vogliamo una legge per la polizia, non possiamo avere differenti standard di sicurezza in diverse regioni e le regole devono essere più uniformi possibile”.
Dopo il drammatico afflusso di immigrati in maggioranza nordafricani, molte pubblicazioni tedesche hanno documentato il problema crescente delle zone “no-go” – zone dove è pericoloso viaggiare per i cittadini non musulmani.
Il quotidiano Bild, la rivista Focus, e altri, hanno identificato (qui, qui e qui) più di 40 “aree problematiche” (Problemviertel) in Germania. Si tratta di zone dove l’alta concentrazione di immigrati, l’alto tasso di disoccupazione e la dipendenza cronica dallo stato sociale, combinata con la decadenza urbana, sono diventate incubatori di anarchia.
In un articolo intitolato “Rapporto sui ghetti in Germania”, la Bild descrive queste aree come “ghetti in espansione, società parallele e zone no-go”. Queste includono: Berlin-Neukölln, Bremerhaven-Lehe/Bremen-Huchting, Cologne-Chorweiler, Dortmund-Nordstadt, Duisburg-Marxloh, Essen-Altenessen, Hamburg-Eidelstedt, Kaiserslautern-Asternweg, Mannheim-Neckarstadt West and Pforzheim-Oststadt.
Il problema delle zone no-go è particolarmente grave nella North Rhine-Westphalia (NRW), la regione più popolosa della Germania. Secondo il Rheinische Post, le zone problematiche della NRW includono:
Aachen, Bielefeld, Bochum, Bonn, Bottrop, Dorsten, Duisburg, Düsseldorf, Essen, Euskirchen, Gelsenkirchen-Süd, Gladbeck, Hagen, Hamm, Heinsberg, Herne, Iserlohn, Kleve, Cologne, Lippe, Lüdenscheid, Marl, Mettmann, Minden, Mönchengladbach, Münster, Neuss, Oberhausen, Recklinghausen, Remscheid, Rhein-Erft-Kreis, Rhein-Sieg-Kreis, Solingen, Unna, Witten and Wuppertal. -Gatestone Institute
Il Presidente del sindacato dei Poliziotti tedeschi, Rainer Wendt, ha dichiarato che: “A Berlino o nel nord di Duisburg ci sono quartieri dove i colleghi non si azzardano nemmeno a fermare la macchina – perché sanno che verrebbero circondati da 40 o 50 uomini.” Questi attacchi equivalgono a una “sfida deliberata all’autorità dello stato – attacchi durante i quali gli autori esprimono il loro disprezzo per la nostra società”.
Ci sono un sacco di altre storie che a quanto pare non riescono mai ad uscire sui media mainstream europei, ma che sono state documentate da gruppi come il Gatestone Institute.
“Una volta il Duisburg-Marxloh era una zona residenziale e commerciale molto popolare. Ora i clan si sono impossessati delle strade. La polizia è impotente. Inoltrarsi nel distretto è da incubo” – dice il canale TV N24.
La polizia dice di essere in allarme per la brutalità e l’aggressività dei clan, che sembrano considerare il crimine come uno svago. Se la polizia interviene, centinaia di membri del clan si attivano per affrontarla.
Un rapporto di 17 pagine preparato per il consiglio regionale dell’NRW ha rivelato che i clan libanesi di Duisburg si dividono i quartieri per esercitare le loro attività criminali, come la rapina, lo spaccio di droga e l’estorsione.
“Altre raccolte di dati non sono legalmente ammesse. Sia internamente che esternamente, ogni distinzione che possa essere usata per svalorizzare gli esseri umani deve essere evitata. In quest’ottica, l’uso del termine “clan di famiglia” è vietato alla polizia” – Ralf Jager, Ministero degli interni, North Rhine-Westphalia.
Due ufficiali di polizia hanno fermato un guidatore che era passato col rosso. Il guidatore è uscito dalla macchina ed è scappato. Quando la polizia l’ha raggiunto, è stata affrontata da più di 50 immigrati. Un ragazzino quindicenne ha attaccato un poliziotto dalle spalle e ha iniziato a strangolarlo, fino a fargli perdere i sensi.
Duisburg, che ha una popolazione totale di 500.000 abitanti, ospita circa 60.000 musulmani turchi, il che la rende una delle città più islamizzate della Germania. Negli ultimi anni, tuttavia, migliaia di Bulgari e Romeni (inclusi i Sinti e gli “zingari”) sono apparsi a Duisburg, creando un mix esplosivo etnico-religioso.
Pertanto, mentre gli europei sono stati ingannati per far loro accettare un esercito di immigrati con il pretesto dell’aiuto umanitario, i leader liberali dell’Unione europea stanno finalmente rendendosi conto del fatto che l’aumento del crimine associato ai loro nuovi “vicini” non viene accettato serenamente dalla popolazione locale.
E mentre l’Unione europea si è spinta a criticare la Polonia, l’Ungheria e la Bulgaria per non aver accettato gli immigrati – la Germania, nel frattempo, sta infine occupandosi delle zone “no-go” che hanno reso un inferno la vita dei cittadini tedeschi che osano entrarci.
10/01/18
Come l’Europa si è costruita la sua pira funeraria, e poi ci è saltata sopra
Di Robert W. Merry, 8 gennaio 2018
Immigrazione di massa, senso di colpa e un continente sull’orlo della catastrofe sociale
Il principale problema della nostra epoca non è la spinta nordcoreana allo sviluppo di missili nucleari a lungo raggio. Non è nemmeno la minaccia all’Europa rappresentata dalla Russia o la minaccia al dominio americano sull’Asia rappresentata dalla potenza marittima cinese. Non è neppure la crescente influenza dell’Iran sul Medio Oriente, e nemmeno l’attuale indagine sul coinvolgimento russo nelle elezioni USA e la possibile “collusione” con la campagna di Trump.
No, il problema che definisce la nostra epoca è l’immigrazione di massa nelle nazioni occidentali. Il crescente influsso minaccia di rimodellare queste nazioni e travolgere la loro identità culturale. Questo è il tema che ha giocato il ruolo più importante nell’elezione di Donald Trump. Che ha spinto il voto sulla Brexit. Che sta intorbidendo il continente europeo, creando tensioni all’interno dell’UE ed erigendo una netta separazione tra le élite di queste nazioni e la loro popolazione.
Il campo di battaglia principale nella guerra dell’immigrazione è infatti l’Europa. Che ha accolto uno stillicidio di immigrati nell’era successiva alla guerra a causa della mancanza di manodopera. Ma negli anni lo stillicidio è divenuto un flusso, poi un fiume crescente, e infine una piena – al punto che gli uomini di etnia britannica sono ormai una minoranza nella loro stessa capitale, i flussi di immigrati in Germania sono passati da 49.589 nel 2010 a 1,5 milioni nel 2015 e l’Italia, uno dei principali punti di sbarco, ha ricevuto per un certo periodo flussi di 6.500 arrivi in media al giorno.
Nel frattempo, le élite europee festeggiavano, e imponevano una sorta di regime di costrizione del pensiero nei confronti di chi sollevava dubbi a riguardo. L’immigrazione è stata inizialmente osannata come un beneficio economico, poi come un necessario correttivo per una popolazione in via di invecchiamento; quindi come una maniera di vivacizzare la società attraverso la “diversità”; e infine come un fatto compiuto, un’onda inarrestabile portata dall’inarrestabile processo di globalizzazione. Inoltre, sostenevano le élite, i nuovi arrivati sarebbero stati assimilati alla cultura europea, prima o poi, quindi qual era il problema? Nel frattempo, i sondaggi di opinione pubblica nei decenni mostravano che una grande maggioranza degli europei aveva forti perplessità su questi cambiamenti.
Il giornalista e scrittore britannico Douglas Murray scrive che “dopo che era stato promesso loro per tutta la loro vita che i cambiamenti erano temporanei, che i cambiamenti non erano reali, o che i cambiamenti non significavano nulla, gli Europei hanno scoperto che, nel corso della loro vita, sarebbero diventati minoranze all’interno dei loro stessi paesi”.
Murray, condirettore dello Spectator di Londra, è l’autore di un breve testo che esplora questo fenomeno. È intitolato “La strana morte dell’Europa: immigrazione, identità, islam” ed è stato pubblicato sei mesi fa da Bloomsbury. I toni sono misurati, ma inflessibili. Il quadro del futuro europeo che dipinge è desolante.
Uno dei temi centrali del libro, supportato da episodi reali e abbondante documentazione, è che gli immigrati musulmani non si sono affatto assimilati in maniera significativa nei paesi europei ospitanti. Infatti esiste un senso crescente tra molti dei nuovi arrivati che questi non siano affatto paesi ospitanti, bensì soltanto terre di conquista per l’inesorabile espansione dell’Islam. Un rifugiato diciottenne siriano che vive in Germania, Aras Bacho, ha scritto su Der Freitag e sull’Huffinghton Post tedesco riflettendo questo atteggiamento: sostiene che gli immigrati in Germania ne “hanno le scatole piene” dei tedeschi “arrabbiati” – descritti come “razzisti senza lavoro” – che “insultano e agitano”. E ha aggiunto che “noi rifugiati… non vogliamo vivere con voi nello stesso paese. Potete, e penso che dovreste, lasciare la Germania. Se non vi trovate bene in Germania, perché ci vivete? Cercatevi una nuova casa”.
Considerate anche l’importanza di questo dato: nel 2015 erano più i musulmani inglesi che combattevano per l’ISIS che quelli che combattevano per le forze armate britanniche. La volontà di molti europei musulmani di mantenere la propria cultura, sopraffacendo quella europea, non viene affatto tenuta nascosta. Durante una visita a Colonia nel 2008, l’allora primo ministro turco (poi divenuto presidente) Recep Tayyip Erdogan disse a una folla di 20.000 turchi residenti in Germania, Belgio, Francia e Olanda che l’assimilazione in Europa avrebbe costituito un “crimine contro l’umanità”. Aggiungendo che “capisco molto bene che voi siate contrari all’assimilazione. Nessuno può aspettarsi che voi vi assimiliate”. E, ancora, incoraggiò i cinque milioni di turchi residenti in Europa a esercitare un’influenza politica attraverso i mezzi democratici, al fine di utilizzare un “elemento costituzionale” per trasformare il continente.
Leggendo il libro di Murray, si capisce perché egli definisca l’atteggiamento dell’Europa come “strano”. L’abbraccio del continente alla sua morte culturale è infatti un’aberrazione storica. Le civiltà normalmente combattono per preservare la propria cultura, si uniscono per espellere gli invasori, rispettano le loro identità e gli elementi fondamentali della loro eredità culturale. Ma l’occidente è oggi impegnato in una strana forma generalizzata e progressiva di suicidio culturale. Murray la definisce la “tirannia del senso di colpa” e la identifica come una “patologia”. Il concetto di senso di colpa storico, scrive Murray, significa che l’eredità della colpa può ricadere sulle generazioni successive – proprio come gli stessi europei hanno ritenuto per generazioni gli ebrei responsabili della morte di Cristo. Alla fine questo concetto venne considerato ripugnante, e lo stesso Papa nel 1965 rimosse formalmente questo fardello storico.
Ma oggi questo concetto è tornato nell’Europa suicida, dove le persone lo applicano a se stesse. Un fatto davvero strano, in termini storici. Murray spiega le motivazioni di chi si cimenta in questi voli astratti di indignazione morale in questo modo: “Anziché ritenersi persone responsabili di sé e che rispondono a quelli che conoscono, si trasformano in auto-proclamati rappresentanti dei vivi e dei morti, che portano sulle spalle una storia terribile così come sono i potenziali redentori dell’umanità. In questo modo si passa dall'essere nessuno a essere qualcuno”.
E così succede che l’Occidente viene identificato, persino dagli occidentali, come una civiltà particolarmente brutale, dura, sfruttatrice e crudele, in un mare storico di vicini relativamente illuminati, sobri e benevoli. Ma naturalmente questa visione non ha alcuna base storica. Consideriamo gli ottomani, che hanno costruito un impero potente e in espansione attraverso politiche e programmi che prevedevano maggiore brutalità e durezza di quanto abbiano mai mostrato gli occidentali. Nei Balcani strappavano i ragazzini dalle braccia dei loro genitori per indottrinarli all’Islam e impiegarli come guerrieri di élite da utilizzare contro la loro stessa gente. Praticavano discriminazioni contro i non musulmani imponendo loro tasse più onerose – o con la morte per coloro che rifiutavano di pagarle. Impiegarono ogni strumento di dominio nella loro spinta a conquistare ampi territori, inclusa l’Europa (e furono fermati in due occasioni alle porte di Vienna, quando l’Europa considerava se stessa una civiltà degna di essere salvata).
Eppure nessuno suggerisce che gli odierni turchi siano responsabili dei crimini o degli abusi dell’era ottomana o che la Turchia sia una nazione illegittima, che merita di essere distrutta dall’arrivo di esterni. Di certo non esiste alcun filone di pensiero all’interno della società turca stessa che punti a diffondere una simile sensibilità o un simile sentimento di senso di colpa ed espiazione. E nessuno pensa che l’attuale Cina, o i cinesi, dovrebbero vergognarsi dei 40 milioni circa di persone uccise direttamente dall’azione e dalle brutali politiche dei leader cinesi dopo l’affermazione del leader comunista Mao Zedong. In realtà, oggi i cinesi si considerano vittime di forze esterne del passato e dedicano davvero poca attenzione alle gravi angherie perpetrate dai loro ex leader. Gli Aztechi messicani uccidevano persone e la mangiavano la loro carne in sacrifici religiosi rituali, ma nessuno ritiene che gli attuali messicani debbano per questo perdere il loro rango come nazione.
Invece in Occidente imperversa l’auto-elevazione attraverso l’auto-annientamento culturale. Questo accade a prezzo di un declino dell’autocoscienza occidentale. Murray scrive che “l’Europa ha perso la fede nelle sue credenze, nelle sue tradizioni e nella sua legittimità”. Abbandonando la religione cristiana con studiata convinzione - scrive - gli europei l’hanno sostituita con l’idea del progresso – un concetto laico che richiede, come nota l’intellettuale britannico John Gray, tanta fede quanta ne richiede una qualsiasi religione. Murray, come Gray, respinge il concetto che l’umanità sia su una traiettoria di costante miglioramento, illustrata dal liberalismo occidentale. Ma questo potente schema mentale lotta contro ogni senso di autopreservazione intellettuale all’interno di molti europei (e americani).
Gli europei in generale potrebbero non aver pensato granché alla validità o meno dell’idea di progresso. Ma hanno coltivato per decenni crescenti preoccupazioni riguardo alla trasformazione dei loro paesi, riguardo a un'Europa che diventava la casa del mondo mentre ogni altra civiltà e paese rimaneva solo la casa dei propri popoli. Murray cita molti sondaggi, a cominciare dal primo dopoguerra, che mostrano una percentuale tra il 60 e l’80% degli europei contrari ai trend dell’immigrazione. Ma i trend si sono comunque rivelati inalterabili.
Come è potuto accadere? Murray dipinge un ritratto delle élite europee, all’apparenza globaliste e sprezzanti del nazionalismo e dell’eredità culturale occidentale, che calpestano la volontà popolare nella loro determinazione a trasformare l’Europa. Il primo ministro svedese nel 2006 ha rappresentato bene l’opinione di molte élite europee quando ha detto che “solo la barbarie è davvero svedese. Ogni successivo progresso ci è stato portato dall’esterno”.
Quindi i leader europei, per rispondere ai sentimenti popolari, hanno iniziato a parlare duramente dell’immigrazione a partire dal 2000 circa – mentre comunque non facevano nulla per fermare la marea. Murray parla di un “trucco elettorale” per ammansire elettori sempre più agitati. In contemporanea le élite al governo, nei think tank e nei media hanno dato il via a una campagna di denigrazione contro chiunque osasse porre domande riguardo alle conseguenze di tutto ciò. Epiteti come “razzisti” e “islamofobi” sono stati distribuiti generosamente. C'è chi ha perso il lavoro, e chi ha resistito è stato confinato nel regno delle idee, quando alcuni ribelli hanno mostrato l’ardire di mettere in dubbio la narrazione mainstream.
Murray descrive così un congresso di professori universitari in Germania, convocato per discutere le relazioni dell’Europa con il Medio Oriente e il Nord Africa: “Divenne presto chiaro che non sarebbe stato possibile apprendere nulla, perché non si poteva dire nulla”, racconta, aggiungendo che “parole pertinenti venivano immediatamente segnalate e contestate”. Esempi di queste parole erano “nazione”, “storia” e - la madre del politicamente scorretto - “cultura”, riguardo alla quale la maggior parte dei partecipanti riteneva avesse “troppe diverse connotazioni e troppa discordia riguardo al suo uso per poterla adoperare”.
Murray riassume così: “E così gli Europei vengono accusati per quello che sta loro succedendo, viene loro negato ogni legittimo modo di obiettare, e il punto di vista della maggioranza viene dipinto non solo come pericoloso, ma anche marginale”.
Tutto questo non può finire bene. Come dice Murray “ogni giorno il continente europeo non solo sta cambiando, ma sta anche perdendo la possibilità di un aggiustamento graduale in risposta al cambiamento”. Forse la maggioranza rinuncerà semplicemente alla propria opinione per sposare quella delle élite globaliste, basata sulla loro fede nel trionfo finale dell’ethos liberale e sul loro odio dei confini nazionali. Ma forse no. Potrebbe attenderci una potente reazione. Prevale la sensazione, scrive Murray, “che l’Europa è a poco più che a un attacco terroristico di distanza dal cambiare completamente le regole del gioco. E a quel punto gli europei potrebbero eleggere più o meno chiunque come loro arbitro”.
L’America non è ancora arrivata al livello dell’Europa per quanto riguarda il problema dell’immigrazione. Ma, se consideriamo la stima di 11 milioni di immigrati illegali nel paese e la stessa direzione delle élite che domina il dibattito, anche gli Stati Uniti arriveranno alla fine a un analogo punto di crisi, a meno che gli attuali trend non vengano modificati o capovolti. Vale la pena sottolineare che la percentuale di Americani nata fuori dal paese è vicina al record storico del 14% - come avvenne negli anni ’20, l’ultima volta in cui il paese ridusse sia il numero degli immigrati, sia le nazioni da cui essi potevano arrivare. Ecco quello che potrebbe esserci sotto l’elezione di Trump.
Ma l’Europa rimane una lezione bruciante per chiunque voglia seguirla con attenzione. Murray, dopo aver esaminato la direzione delle politiche applicate, il montare di una rabbia sempre più grande rivolta a queste politiche, e il disprezzo mostrato verso coloro che le contestano, conclude: “Dire che nel lungo periodo questa situazione preannuncia una catastrofe sociale è un eufemismo “.
13/09/17
Il nuovo Jihad
- Proponiamo qui la traduzione di una breve ma densa analisi storica dell'evoluzione dei movimenti terroristici islamici, delle loro strategie ed obiettivi. L'autore descrive il collegamento diretto che, col collante ideologico della Fratellanza Musulmana, dai primi gruppi paramilitari formati da Nasser per colpire Israele, sotto l'egida del Gran Mufti di Gerusalemme Amin al-Husseini e di consiglieri ex-SS, si sviluppa fino all'attuale polverizzazione in piccoli gruppi o individui, vagamente e variamente riconducibili a quell'entità sfuggente e indefinita chiamata ISIS, che seminano terrore nei paesi occidentali in maniera solo apparentemente scoordinata ed aleatoria. Secondo l'autore, questa strategia obbliga l'Occidente a posizionarsi in equilibrio precario tra tolleranza e fermezza. Un'esortazione accorata a non cadere nella trappola di chi cerca di provocare una nuova crociata, che fornisca la scusa per scatenare un conflitto totale a lungo, ma finora inutilmente, perseguito.
di SAUL MONTES-BRADLEY II, 13 giugno 2017
Al-Jihad 1.0
All’inizio degli anni ‘50, la dirigenza nazional-socialista dell’Egitto di Jamal Abdel Nasser istituì un reparto speciale, i Fedayeen,[1] allo scopo di attaccare Israele dal suo interno nella speranza di destabilizzare il nascente paese.
Questo gruppo, organizzato sotto l’egida del SS-Gruppenführer Hajj Amin al-Husseini e di Amin Omar (Johannes) von Leers, iniziò a reclutare adepti tra le fila dei giovani appartenenti alla Fratellanza Musulmana nell’esercito egiziano e all’Università del Cairo, e a farli addestrare da ufficiali delle SS nazisti come il SS-Sturmbannführer Otto Skorzeny, il SS-Untersturmführer Wilhelm Boerner (Willy Berner), e il Kreishauptmann Erich Altern.[2]
Da questa cooperazione tra Amin el-Husseini e Omar Amin von Leers nacque la prima organizzazione jihadista come la intendiamo oggi. Si trattava in effetti di una versione avanzata dell’organizzazione pro-nazista fondata dal Mufti, chiamata Al’Jihad al’muqqadas, che nel 1947 era sotto il comando di Ali Salameh, un maggiore della Wehrmacht approdato in Palestina nel 1944 come parte del pacchetto di aiuti offerto da Hitler al Mufti,[3] oltre che del Jaysh al-Inqadh al-Arabi (esercito di liberazione arabo) affiliato alla Lega Araba, anch’esso guidato da un ufficiale dalla Werhrmacht, Fawzi al-Quawuqji, e composto da una cricca di residuati delle Afrikakorps di Rommel, evasi da campi di prigionia, e dai musulmani albanesi e bosniaci reclutati dal Mufti durante la guerra per azioni di guerriglia contro le forze inglesi in Palestina. Nessuno sembrava turbato dal fatto che questi “nazionalisti arabi” non erano altro che “volontari dell’esercito tedesco che, come in passato, continuavano ad adottare ‘Die Fahne Hoch’ come loro inno.”[4]
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La quarta gamba di questo tavolo era la Fratellanza Musulmana. Fu infatti uno dei leader della Fratellanza, sponsorizzata dai tedeschi, ad invocare nel 1944 un Jihad contro gli ebrei, che dovevano “essere sterminati come cani rognosi.”[5] Con l’appoggio dei tedeschi, la Fratellanza Musulmana era, alla fine della seconda guerra mondiale, un’enorme organizzazione con oltre mezzo milione di affiliati nel solo Egitto, organizzati in più di 1.500 sezioni. E che adesso vedevano in Amin el-Husseini il loro leader spirituale. Grazie a questo sostegno, la Lega Araba nel 1946 nominò il Mufti leader della Palestina, anche se solo nominalmente. Al suo ritorno da Parigi, il Mufti venne celebrato dalla Fratellanza Musulmana come un “eroe che aveva combattuto il Sionismo con l’aiuto di Hitler e della Germania. Hitler e la Germania non esistono più, ma Amin Al-Husseini continuerà la battaglia.”[6]
Ma a parte una sfilza di piccoli attentati iniziati nel 1951, le azioni di questa banda di ribelli rimasero in gran parte senza esito. Non trovarono l’appoggio della popolazione musulmana, e non riuscirono ad infliggere danni al di là di sporadiche vittime civili, prevalentemente nelle zone più isolate.
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L’esercito egiziano fu pesantemente sconfitto infine nel 1973, ed i fedayeen si unirono al PLO ed altre organizzazioni terroristiche.
Al-Jihad 2.0
Alla fine degli anni ‘70, con l’Egitto ormai impegnato nel processo di pace poi culminato nel 1979 con la firma degli accordi di Camp David, ciò che restava di questi guerriglieri addestrati, imbevuti dell’ideologia di Husseini e von Leers, entrò nella seconda fase del suo sviluppo.
Il loro obiettivo adesso non era più Israele, ma i leader arabi che avevano “tradito” la causa. Lo spettacolare prologo di questa nuova fase fu l’assassinio di Anwar el-Sadat nel 1981, da parte di al-Jihad, gruppo formato da affiliati alla Fratellanza Musulmana, alcuni dei quali erano stati addestrati come fedayeen e sarebbero più tardi stati tra i fondatori di al-Qa’ida.
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Ma, per loro sventura, ancora una volta la massa dei musulmani si rifiutò di aderire alla battaglia. Non bastò l’intensa campagna di attentati terroristici degli anni ‘80 e dei primi anni ‘90, né i seri tentativi di spingere la popolazione musulmana a seguire l’esempio dell’Iran e istituire teocrazie al posto di quelli che venivano descritti come regimi corrotti ed asserviti all’Occidente: tutti i loro sforzi si esaurirono in azioni di piccole bande di predoni.
Al-Jihad 3.0
A metà degli anni ‘90 i leader di al-Jihad strinsero un patto con Osama bin-Laden e cambiarono nuovamente strategia. I nemici venivano adesso individuati non più nei governi di paesi arabi e musulmani, ma nei “crociati” occidentali.
L’appoggio fornito dai sauditi durante la prima guerra del Golfo, concedendo l’installazione di basi militari sul loro territorio per combattere l’Iraq, fornì il casus belli. Nel 1996, Al Quds al-Arabi, un giornale londinese, pubblicò la prima di una serie di Fatwa di bin-Laden:
“Dichiarazione di guerra contro gli americani invasori del paese dei due Luoghi Santi.” In questa lunga e farneticante invettiva, dalla tutt’altro che agevole lettura ed ancor meno comprensione, bin-Laden, ormai alleato con Aymann al-Zawahiri, dichiarava:
“I popoli islamici si sono svegliati e hanno capito di essere il principale bersaglio dell’alleanza tra Sionisti e Crociati...L’ultima e più grave di queste aggressioni, subite dai musulmani fin dalla morte del Profeta (LA PACE DI ALLAH SIA SU DI LUI) è l’invasione del paese dei due Luoghi Santi - culla della casa dell’Islam, luogo della rivelazione, fonte del Messaggio e sito della nobile Ka’ba, la Qiblah di tutti i nusulmani - da parte dell’esercito dei Crociati americani e dei loro alleati...Allah, le genti della croce sono venute con i loro cavalli (i soldati) ad occupare il paese dei due Luoghi Santi. E intanto gli ebrei Sionisti profanano a loro piacimento la moschea di Al-Aqsa, linea di ascendenza del profeta di Allah (LA PACE DI ALLAH SIA SU DI LUI). Allah, distruggi i loro raccolti, spargi zizzania fra di loro, scuoti la terra sotto i loro piedi e concedici di soggiogarli; Allah, tu sei il nostro rifugio dai loro atti e il nostro scudo da loro."
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Ma i musulmani non li seguirono. Anzi, come testimoniano gli eventi successivi in Afghanistan e Iraq, la maggior parte dei musulmani considerava gli sproloqui di bin Laden alla stregua di quelli di un folle e, con l’unica eccezione dell’Iran, era perfettamente disposta ad unirsi agli sforzi fatti per eradicarli dai loro paesi.
Al-Jihad 4.0
Due eventi accaddero nel 2008.
In primo luogo, il governo americano adottò un atteggiamento conciliatorio distanziandosi dai suoi alleati in Medio Oriente e, secondariamente, al-Qa’ida adottò una nuova strategia basata sulla prosa altrettanto farneticante e prolissa (1.600 pagine!) di Abu Musab al-Suri, reduce da 30 anni di Jihad, collaboratore stretto di bin-Laden e al-Zawahiri e beneficiario della generosità occidentale. Questa strategia è illustrata dettagliatamente nell’“Appello mondiale alla resistenza islamica.”[7]
Al-Suri prescriveva centinaia di attentati da parte di piccoli gruppi e individui, utilizzando ogni genere di mezzo comune - auto, camion, asce, coltelli, esplosivi di fabbricazione casalinga - come arma contro il “ventre molle” dell’Occidente. Da Parigi e Bruxelles e da Orlando a San Bernardino.
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Poiché il Jihad non era riuscito a motivare i musulmani ad unirsi in una guerra santa, l’obiettivo di questa nuova strategia è quello di provocare gli occidentali a sollevarsi contro le comunità musulmane in Occidente, nella speranza che ciò possa a sua volta innescare un’insurrezione globale dei musulmani in difesa dei loro fratelli.
Finora hanno sempre fallito. Ma la crescente aggressività del dibattito contro i musulmani in Occidente non promette nulla di buono.
C’è da sperare che i nostri “Crociati” non diventino il tassello che mancava ai terroristi per sfuggire a quella che altrimenti sarebbe una totale sconfitta, proprio per mano della più grande coalizione arabo-musulmana-occidentale mai esistita.
Dimostranti che fanno il gioco di al-Qa’ida
[1] Fedayeen, da “fedai” colui che dona la sua vita per una causa, è un termine coniato nel XIX secolo per indicare un assassino ismailita.
[2] Uno dei primi allievi fu Yasser Arafat, luogotenente dell’esercito egiziano e, a detta sua, nipote di Hajj Amin al-Husseini.
[3] Gershon Avner a HIS-AD, 13 aprile 1948, HA 105/31 riportato da Benny Morris, 1948, 121, e Joseph Nevo, The Arabs of Palestine, 1947-48: Military and Political Activity, pubblicato su Middle Eastern Studies, 23, No. 1 (gen. 1987), p. 35.
[4] Der Spiegel, 13 marzo 1948, p. 11.
[5] Thomas Mayer, Egypt and the Palestine Question: 1936-1945, Berlino, 1983, p. 191.
[6] Jeffrey Herf, Nazi Propaganda in the Arab World , Yale University Press, 2009, p. 244: Hassan Al-Banna and the Mufti of Palestine, in Contents of Secret Bulletin of Al-Ikhwan al-Muslimin del 11 June 1946, Cairo, 23 luglio, 1946, NACP RG 226 (Office of Strategic Services), Washington Registry SI Intelligence, Field Files, articolo 108A, plico 15, fascicolo 2.
[7] Il testo completo si trova qui: https://archive.org/details/TheMilitaryTheoryOfTheGlobalIslamicResistanceCall#_ftn7#_ftn7#_ftn7#_ftn7SS-SturmbannführerSS-Sturmbannführer