Con piacere pubblichiamo la traduzione dell'articolo di Vladimiro Giacché sulla crisi bancaria italiana uscito sul sito dell'Institute for New Economic Thinking, con delle modifiche non sostanziali da parte dell'Autore, che ha anche aggiunto alcune note sul tema delle Banche di Credito Cooperativo. La tesi, documentata con rigore, è che la crisi bancaria italiana sia il frutto delle normative europee, che hanno generato enormi asimmetrie e condizioni inique sopratutto per il nostro paese. Normative aggirate dalla Germania, che da un lato ha proceduto prima della loro entrata in vigore a salvare con interventi pubblici le proprie banche, e poi ha ottenuto di esentare dalla supervisione bancaria europea le proprie Sparkasse, legate a filo doppio alla politica locale e oggi a rischio sistemico, data l'entità degli impieghi. Insomma, l'Italia ha ben poco da rimproverarsi sulle proprie banche, se non l'arrendevolezza della classe politica che ha accettato regole contrarie all'interesse nazionale.
di Vladimiro Giacché, 19 luglio 2017
L’obiettivo con cui l’Unione bancaria europea è nata era quello di ridurre la balcanizzazione finanziaria dell’Eurozona. La balcanizzazione - la frattura del sistema bancario transfrontaliero che avviene quando creditori nervosi si ritirano verso i sicuri porti nazionali - è stata percepita a ragione come uno dei maggiori pericoli per la stabilità e la sussistenza stessa della moneta unica.
Infatti, all'indomani della crisi finanziaria, gran parte delle ricerche disponibili evidenziavano come il sistema - che sino al 2008/2009 si presentava così interconnesso da essere apparentemente inestricabile - si era andato ridisegnando secondo linee “nazionali”. I prestiti transfrontalieri nell’eurozona erano crollati all'incirca alla metà dei valori pre-crisi, e ingenti capitali erano stati rimpatriati da molte banche e investitori nei paesi core (Germania e Francia). I prestiti nei paesi cosiddetti periferici (Grecia, Irlanda, Spagna, Italia e Portogallo) nel frattempo tornavano ad essere sostanzialmente nazionali. Questo, politicamente, era imbarazzante, ma anche pericoloso, poiché rendeva tecnicamente possibile la fine della moneta unica.
Peggio ancora, questa situazione creava un problema ulteriore non meno grave: un circolo vizioso potenzialmente distruttivo tra rischio di credito e rischio sovrano - cioè il rischio che una nazione potesse essere spinta alla bancarotta.
Un obiettivo, tre pilastri
L'idea originale era che un'unione bancaria avrebbe ristabilito un mercato bancario e finanziario integrato attraverso tre pilastri: 1) un sistema unico di vigilanza bancaria 2) procedure di risoluzione che limitassero il rischio di contagio in caso di crisi, e 3) una garanzia europea sui depositi tale da spezzare il nesso tra rischio Paese e rischio bancario.
Questa la teoria. Nella pratica, l'unione bancaria ha generato enormi asimmetrie e condizioni competitive inique in tutta l'Eurozona. Queste asimmetrie hanno colpito in particolare il sistema bancario italiano, in un modo che contribuisce a spiegare gli avvenimenti degli ultimi anni.
Per quanto riguarda il primo pilastro, la vigilanza bancaria unica ha effetti di copertura molto differenti tra i vari sistemi bancari nazionali. Trascura un rischio sistemico molto serio in alcune importanti nazioni dell’Eurozona e perciò le favorisce, almeno nel breve periodo.
Quanto al secondo pilastro, le procedure di salvataggio o risoluzione delle banche in crisi - caratterizzate dal sostanziale divieto di salvataggio pubblico - hanno avuto anch'esse effetti fortemente asimmetrici che hanno danneggiato pesantemente alcuni sistemi nazionali (in primis l'Italia). In particolare, queste regole sono state stabilite solo dopo che molti paesi europei avevano elargito aiuti pubblici senza precedenti alle proprie banche nazionali. Questi enormi trasferimenti finanziari avevano sostanzialmente sospeso - sull’onda dell’emergenza - la normativa europea sugli aiuti di Stato, ovvero sugli interventi pubblici nazionali. Così alterando in misura sostanziale il panorama concorrenziale del sistema bancario in Europa.
Impedire a questo punto la possibilità di qualsiasi tempestivo salvataggio pubblico risulta oggi fortemente penalizzante per quei Paesi, come l'Italia, che nella fase precedente non avevano proceduto a sostenere in modo massiccio il proprio sistema bancario nazionale. Per questi Stati, l'opzione del salvataggio è adesso soggetta a criteri estremamente stringenti e subordinata al cosiddetto "bail-in" - ovvero uno schema che pone in primo luogo a carico di azionisti, obbligazionisti e correntisti le perdite bancarie - non escludendo affatto la strada della risoluzione/chiusura della banca interessata.
Quanto all’entità del sostegno di cui le banche di altri Paesi europei avevano goduto prima dell’entrata in vigore dell’Unione bancaria, un articolo pubblicato da M. Frühauf sulla Frankfurter Allgemeine del 16 agosto 2013 - pochi mesi prima dell'approvazione del meccanismo unico di vigilanza bancaria da parte del Consiglio Europeo - offre dati a dir poco impressionanti. Solo per fare un esempio dei molti salvataggi tedeschi all'indomani della crisi finanziaria, il governo fornì alla compagnia di assicurazione Hypo-Re una garanzia fino a 145 miliardi di euro. Il costo di questo solo salvataggio per i contribuenti tedeschi finora è stato di 20 miliardi di euro. Altre fonti forniscono numeri complessivi leggermente diversi sui salvataggi pubblici, ma quel che emerge chiaramente è la peculiarità della situazione bancaria italiana, che finora ha comportato aiuti pubblici molto inferiori a quelli degli altri paesi europei.
Gli effetti negativi dei primi due pilastri divenivano poi addirittura dirompenti a causa dell’assenza del terzo pilastro: la garanzia europea sui depositi. Questo meccanismo era assolutamente essenziale al fine dichiarato dell’Unione bancaria: arrestare il processo di "balcanizzazione finanziaria". Infatti l’assenza di una garanzia europea manteneva l’onere della protezione (parziale) dei risparmiatori in capo al sistema Paese interessato. E, ancora una volta, contraddiceva quella solidarietà europea che dovrebbe essere il fondamento dell’architettura istituzionale dell’UE, e in particolare dell’Eurozona.
L’effetto di questo insieme di norme - i due pilastri che ci sono e quello che non c’è - è stato devastante in particolare per il sistema bancario italiano, per il quale le nuove regole hanno mutato in misura sostanziale – e per di più senza alcuna fase transitoria – il panorama normativo vigente da decenni, oltretutto in contraddizione con almeno due articoli della Costituzione italiana (l’art. 43 e l’art. 47).
A dispetto delle intenzioni, il nuovo contesto normativo ha penalizzato pesantemente i risparmiatori, in particolare i detentori delle cosiddette obbligazioni subordinate, diventate improvvisamente più rischiose col nuovo regime.
E, come era facilmente prevedibile, l'assenza sia di una rete di sicurezza pubblica per le situazioni di crisi che di un sistema di garanzia europeo, ha innescato una vera e propria corsa agli sportelli in relazione agli istituti percepiti come più deboli, o che erano alle prese con crisi aziendali che sarebbero state facilmente gestibili nel contesto normativo precedente. In tal modo, secondo il meccanismo ben noto delle previsioni che si auto-avverano, i problemi di liquidità di alcuni istituti hanno dato luogo a una fuga dei depositi che ne ha posto a rischio la solvibilità.
Un'altra pericolosa asimmetria proviene dal trattamento del rischio di mercato nel nuovo regime. Il peso di questo rischio - legato all'attività finanziaria, incluse le transazioni in derivati - risultava assolutamente sottodimensionato rispetto alla sua portata reale già negli Stress Test e Asset Quality Review condotti dalla Banca centrale europea. Il nuovo sistema pone un’attenzione molto maggiore sul rischio di credito - e conseguentemente penalizza i sistemi bancari come quello italiano che sono relativamente meno finanziarizzati, ma nei quali il rischio di credito è un fattore relativamente più importante.
Ma c’è di più: il rischio di mercato, al contrario del rischio di credito, non figura nemmeno nelle 5 priorità della Vigilanza bancaria europea esercitata dalla BCE, come evidenziato nei Rapporti annuali della BCE del 2015, 2016 e 2017 (si veda l'ultimo).
In questo modo risulta insufficientemente vigilata precisamente la tipologia di rischio alla quale è attribuito lo scoppio della crisi culminata nella Grande Recessione. Più concretamente, è insufficientemente vigilato il rischio di mercato espresso da alcune grandi banche tedesche e francesi, e in particolare quello di un colosso quale Deutsche Bank. Conoscere il valore effettivo dei Level 3 assets (derivati) di Deutsche Bank è un esercizio più prossimo alla divinazione che alla stima scientifica: in effetti al team ispettivo della Vigilanza BCE che ha recentemente condotto un’ispezione presso la banca di Francoforte "non è stato richiesto nemmeno di prezzare il valore dei derivati in portafoglio". L'Autorità di vigilanza europea aveva alzato le mani con un curioso ragionamento: giudicando cioè irrealistico valutare l’adeguatezza del pricing dato ai derivati nel portafoglio di Deutsche Bank e di altre grandi banche, vista la discrezionalità concessa al riguardo a banche e revisori (si veda L. Davi, BCE, 68 banche sotto ispezione. Fuori i Level 3 dalle verifiche, "Il Sole 24 Ore", 25 gennaio 2017).
E il vincitore è....
Il grande vincitore dell’Unione bancaria è stato il sistema bancario tedesco. Tutte le banche tedesche, ma in particolare le banche di piccole e medie dimensioni, che hanno infatti beneficiato in primo luogo di una costruzione del primo pilastro che ha fissato a 30 miliardi di asset il livello minimo per essere vigilati dalla Bce. Per ottenere questa soglia minima, il ministro delle Finanze tedesco Wolfgang Schäuble minacciò di mettere il veto all’Unione bancaria, e non è un mistero che l’obiettivo era tenere fuori le Sparkassen dalla Vigilanza europea.
Delle 417 Sparkassen soltanto una è oggi vigilata dalla Vigilanza BCE; stiamo parlando di banche cui spetta il 22,3% degli impieghi di quel paese, per un totale di oltre 1.000 miliardi di euro.
Del resto non è questo l’unico modo in cui queste banche pubbliche, tradizionalmente legate alla CDU, sono state protette. Vanno citati almeno altri due modi.
Il primo è rappresentato dal trattamento di favore riservato dalla normativa europea ai cosiddetti Institutional Protection Schemes (IPS). Gli IPS sono sistemi di mutua protezione e garanzia tra le banche associate, regolati contrattualmente a livello di associazione di categoria. Sono diffusi soprattutto in Germania (Sparkassen e Volksbanken), Austria (banche Raiffeisen) e Spagna (Casse di risparmio). Differiscono sia dai gruppi bancari, sia dai network di banche. Pertanto non sono direttamente oggetto della disciplina europea - ad esempio nella Direttiva europea sui requisiti di capitale (CRD IV) gli IPS non sono neppure citati - né degli accordi di Basilea. La cosa è stata giudicata da Thomas Stern, esperto dell'Austrian Financial Markets Authorities, in questi termini: “la decisione del legislatore europeo di non estendere la regolamentazione riguardante capitale e liquidità agli IPS è rimarchevole e difficile da capire da un punto di vista prudenziale”. Stern scrisse queste righe nel 2014, ma da allora la situazione non è cambiata.
Il fatto di essere membri di un IPS in effetti dà alle banche associate una serie significativa di privilegi regolamentari. È appena il caso di dire che le banche italiane in qualche modo confrontabili con le banche che in altri Paesi europei sono associate in IPS, le Banche di Credito Cooperativo, rientrano invece pienamente nella normativa europea anche per quanto riguarda i requisiti di capitale e di liquidità; non solo: con la L. 49/2016 il legislatore italiano ha imposto l’inclusione delle Banche di Credito Cooperativo in Gruppi bancari che, oltre a snaturare la natura mutualistica e cooperativa degli enti associati, avranno in 2 casi su 3 la dimensione di banche “significative” a livello europeo e quindi saranno direttamente vigilate dalla BCE sulla base dei requisiti più stringenti in termini di capitale previsti per le banche di maggiori dimensioni.
Il secondo modo in cui il governo tedesco ha aiutato le proprie Sparkassen è molto interessante, ma purtroppo poco noto: è consistito precisamente nel rimandare sine die il sistema di mutua garanzia e assicurazione dei depositi tra le banche europee.
Il nesso può non apparire immediato. Nel 2013 viene decisa la partenza dell’Unione bancaria con due pilastri su tre. È stato un gravissimo errore dell’Italia non impedire questa asimmetria, che rendeva l’unione bancaria incoerente rispetto alle sue stesse finalità dichiarate.
Nel 2015 comunque procedono in qualche modo i negoziati per attivare anche la mutua garanzia. Ma Sparkassen e Volksbanken non ne vogliono sapere di partecipare al sistema di mutua garanzia europeo, essenzialmente per due motivi: in primo luogo perché ritengono di essere in grado di proteggersi da sole grazie al loro status speciale di IPS; in secondo luogo, perché temono di dover rendere le proprie regole specifiche omogenee a quelle delle altre banche, senza più beneficiare delle eccezioni regolatorie.
Le prime prese di posizione delle Sparkassen contro la mutua garanzia europea risalgono all’estate 2015. Successivamente Schäuble ha minacciato di bloccare la norma nel Consiglio, con la scusa ufficiale che la Germania si rifiutava di pagare per i problemi bancari degli altri paesi. Diversi tentativi di compromesso andarono a vuoto, perché tutti implicavano qualche tipo di vigilanza europea sulle banche tedesche - svelando così la vera natura del problema: il desiderio del governo tedesco di ostacolare qualsiasi forma di vigilanza europea sulle Sparkassen tedesche e le altre banche minori.
A inizio dicembre 2015 Schäuble sembrò arrendersi alle pressioni della Commissione Europea e dei principali altri Stati dell'Eurozona. Il quotidiano economico Deutsche Wirtschafts Nachrichten evidenziò come una decisione del genere potesse aprire la strada a un duro conflitto tra il settore bancario tedesco e il governo.
Poi, l’8 dicembre, il colpo di scena. Il piano di contrattacco di Schäuble da un lato è consistito nel delegittimare la BCE per il suo presunto conflitto di interesse tra il ruolo di guida della politica monetaria e quello di organismo di vigilanza bancaria - una condizione che i leader europei, Schäuble incluso, avevano da poco deliberato. Ha poi annunciato la sua opposizione alla proposta di mutua garanzia in assenza del recepimento da parte di tutti gli Stati della normativa europea sul bail-in, e, punto fondamentale, fino a che non fossero ridotti i rischi del sistema bancario. Successivamente ha precisato come fosse necessario che le banche europee riducessero la quota in portafoglio dei titoli di Stato del proprio paese. Questa mossa tattica non solo ha rimandato sine die la discussione, ma ha anche spostato l'attenzione dal rischio bancario al rischio (sovrano) delle singole nazioni, un campo nel quale la Germania non ha nulla da temere. Fu infatti l'Italia, con il Presidente del Consiglio Renzi, ad essere costretta a porre il veto alla discussione sui bond sovrani nei bilanci bancari, bloccando così la discussione sul terzo pilastro.
Frattanto venivano attivati gli altri due pilastri, saltando completamente il periodo transitorio originariamente proposto per attenuare gli effetti del cambiamento delle regole. Il risultato è presto detto: le Sparkassen tedesche potranno continuare a beneficiare di requisiti di capitale più laschi e di una vigilanza esclusivamente nazionale. Un combinato disposto che rappresenta un mix esplosivo dal punto di vista dei rischi di crisi bancaria.
Oggi una crisi di questo comparto in Germania non avrebbe nulla da invidiare, nei suoi effetti, alla crisi delle casse di risparmio statunitensi (Saving & Loans Banks) degli anni Ottanta. Un ciclo economico tedesco positivo e il fatto che le aree a maggior rischio di crisi sono altre concorrono a far sì che nessuno oggi si avveda del problema. Nel frattempo, le Sparkassen e le altre banche tedesche difendono con le unghie e coi denti la propria autonomia e il diritto di non essere vigilate da nessuna autorità di vigilanza europea (si veda "Deutsche Banken sehen EU-Aufsicht kritisch", Franckfurter Allgemeine Zeitung, 1 giugno 2017).
Le conseguenze
Comprendendo questo contesto, le radici dei problemi del sistema bancario italiano diventano più chiare. Il peso dei crediti deteriorati (NPL) è derivato dalla peggiore crisi economica in tempo di pace dal 1861. Il problema è emerso anche perché dopo il 2008 non è stato intrapreso nessun salvataggio bancario. Se prendiamo le quotazioni di borsa del settore bancario negli ultimi anni, è facile osservare un andamento fortemente negativo. Tuttavia, ad uno sguardo più attento, si nota che la caduta dei prezzi è in genere avvenuta in concomitanza, più che con notizie genericamente "negative", con le novità inerenti alla regolamentazione del settore a livello europeo, o in relazione a interventi del regolatore europeo stesso su questa o quella situazione, su questa o quella banca. Si pensi alle lettere spedite dalla vigilanza europea a questa o quella banca, o anche a diverse banche insieme, per esempio per chiedere di cedere subito i crediti problematici - pertanto ad un prezzo molto basso.
Dalla fine del 2015 - quando la Commissione Europea bloccò l'intervento del fondo interbancario di tutela dei depositi per salvare quattro banche locali nei guai - sino al febbraio 2016, dopo l'entrata in vigore del bail-in senza un periodo di transizione e senza alcuna garanzia europea sui depositi, sono stati bruciati 46 miliardi di capitalizzazione di borsa dei titoli bancari italiani su un totale di 134,6. Un crollo del 35%.
È in ogni caso importante sottolineare che in tutti i casi di crisi bancaria verificatisi da fine 2015 in poi un elemento determinante è stata la fuga dei depositi, che semplicemente non avrebbe avuto luogo in vigenza della normativa nazionale precedente l’entrata in vigore dell’Unione bancaria. In tutti questi casi è stata determinante, e ha giocato un ruolo pesantemente negativo, l’assenza di un backstop pubblico sotto forma di salvataggio (bailout). In tal modo non è azzardato affermare che per il sistema bancario italiano la nuova regolamentazione europea ha rappresentato sin dalla sua introduzione un ulteriore fattore di rischio, anziché – come avrebbe dovuto essere - di stabilizzazione.
Che fare? A inizio 2016 vi fu un dibattito in Italia sull'opportunità o meno di sospendere la regolamentazione sul bail-in. Erano i mesi in cui una buona parte degli Stati dell’Unione Europea sospendeva de facto il Trattato di Schengen - l'accordo di libera circolazione all'interno della UE in vigore dal 1995. Quella sospensione di fatto perdura tuttora, mentre il bail-in non fu mai sospeso. Ciò è stupefacente - specialmente a causa del fatto che le regole del bail-in contraddicono la Costituzione italiana, e date le asimmetrie insite nello strano e traballante tavolo a due gambe che gentilmente chiamiamo "unione bancaria". Ma non è mai troppo tardi per rovesciare politiche sbagliate e errori di negoziazione. Purché li si comprenda.
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04/05/18
La Germania spinge la BCE a imporre norme più stringenti sui crediti deteriorati
Non si ferma l’attacco della Germania al sistema bancario del sud Europa: dopo aver inondato di aiuti di stato le proprie banche in piena crisi, ora i tedeschi vogliono esporre le fragilità di quelle dei paesi periferici, negando loro qualsiasi aiuto pubblico. Grazie al controllo che esercita sulla BCE tramite i suoi stati vassalli del Nord, Berlino ha già imposto scadenze precise per i nuovi crediti deteriorati, e vuole imporne ora anche per quelli più vecchi, nonostante siano già in diminuzione. La battaglia per chi debba accollarsi i costi della fallimentare eurozona continua, e come al solito i tedeschi sono i più pronti a difendere i propri interessi nazionali
Di Nicholas Comfort e Boris Groendahl, 11 aprile 2018
Secondo persone informate sui fatti, quest'anno la Germania starebbe attuando un tentativo, all’interno dell’organo di vigilanza della BCE, per un'azione finalizzata a gestire circa mille miliardi di crediti deteriorati presenti sui libri contabili delle banche.
Un gruppo di paesi del nord Europa, all’interno del pannello di vigilanza della BCE, vuole imporre limiti temporali stringenti per la riclassificazione a bilancio dei debiti tossici, in analogia a quanto la banca centrale ha fatto per i debiti deteriorati futuri. Così riferiscono persone informate sui fatti, che chiedono di non essere identificate. Lo scorso mese la BCE ha lasciato trascorrere una scadenza per posporre queste misure, dicendo che le banche avrebbero potuto trovarsi di fronte a linee guida più dure se avessero puntato i piedi.
“Le linee guida della BCE per i nuovi crediti deteriorati hanno creato una grossa controversia nel mercato e un intenso dibattito sull'eventualità di imporre requisiti più stringenti di capitalizzazione per alcune banche” ha detto Pablo Manzano, un assistente vice-presidente presso la società di rating DBRS, specializzato nelle banche europee. Dopo la discussione “sembrava che stessero rinunciando a esprimere linee guida per i vecchi prestiti”.
La BCE ha dovuto affrontare una pioggia di critiche da parte delle banche e dei politici italiani lo scorso anno, quando ha messo sul tavolo la proposta di scadenze previsionali per i futuri crediti deteriorati. Il supervisore ha tenuto duro e ha emesso la linea guida lo scorso mese. Alle banche vengono dati due anni per coprirsi completamente contro le potenziali perdite su prestiti deteriorati non garantiti, e sette anni per quelli garantiti.
Il piano d’azione
La Germania e i suoi alleati vogliono che scadenze simili siano imposte anche sulle montagne di crediti deteriorati già esistenti, in aggiunta alle altre misure già messe in atto dalla BCE, secondo le fonti. Dovranno affrontare uno scontro con paesi come l’Italia e il Portogallo, i cui istituti di credito sono pieni di crediti tossici.
Un portavoce della BCE ha scelto di non commentare.
L’Unione Europea ha lanciato un assalto su tutta la linea ai crediti deteriorati, che vengono additati come causa di scarsa disponibilità di credito e di scarsa crescita economica. Daniele Nouy, capo del pannello di supervisione della BCE, lo scorso mese ha dichiarato che i livelli di crediti deteriorati restano decisamente troppo alti in alcuni paesi. Il problema è particolarmente acuto in Grecia, dove il 46,7 percento dei prestiti sono tossici; il Portogallo si attesta al 17,8% e l’Italia al 12,3%. Le banche italiane hanno in portafoglio 221 miliardi di euro di crediti deteriorati, il volume più alto d’Europa.
L’abisso tra Nord e Sud
Gli istituti di credito dell’eurozona hanno fatto progressi nel ridurre i crediti deteriorati, che ammontavano a 793 miliardi di euro a settembre, in calo rispetto ai 955 miliardi dell’anno precedente. Tuttavia la diminuzione non sarebbe abbastanza rapida a detta del cartello capeggiato dalla Germania all’interno del sistema di sorveglianza della BCE.
“In alcuni paesi i successi sono finora esigui, e la percentuale di crediti a rischio di default è ancora molto alta” ha dichiarato in un discorso di giovedì scorso Andreas Dombret, membro del comitato esecutivo della Bundesbank.
Anche se c’è un abisso tra le posizioni del Nord e del Sud su questa questione, sarebbe insoddisfacente se non si arrivasse a definire delle scadenze entro quest’anno, ha dichiarato una delle fonti. E anche se i supervisori possono intraprendere azioni sulle singole banche, la definizione di linee guida pubbliche sarebbe preferibile, ha aggiunto.
Nouy ha dichiarato che i supervisori sono già in disaccordo su quale effetto avranno sulle banche le linee guida del mese scorso sui nuovi crediti deteriorati. Nouy ha detto ai legislatori UE che la banca centrale condurrà uno studio approfondito nel caso in cui decida di applicare linee guida simili anche ai vecchi crediti deteriorati.
Di Nicholas Comfort e Boris Groendahl, 11 aprile 2018
Secondo persone informate sui fatti, quest'anno la Germania starebbe attuando un tentativo, all’interno dell’organo di vigilanza della BCE, per un'azione finalizzata a gestire circa mille miliardi di crediti deteriorati presenti sui libri contabili delle banche.
Un gruppo di paesi del nord Europa, all’interno del pannello di vigilanza della BCE, vuole imporre limiti temporali stringenti per la riclassificazione a bilancio dei debiti tossici, in analogia a quanto la banca centrale ha fatto per i debiti deteriorati futuri. Così riferiscono persone informate sui fatti, che chiedono di non essere identificate. Lo scorso mese la BCE ha lasciato trascorrere una scadenza per posporre queste misure, dicendo che le banche avrebbero potuto trovarsi di fronte a linee guida più dure se avessero puntato i piedi.
“Le linee guida della BCE per i nuovi crediti deteriorati hanno creato una grossa controversia nel mercato e un intenso dibattito sull'eventualità di imporre requisiti più stringenti di capitalizzazione per alcune banche” ha detto Pablo Manzano, un assistente vice-presidente presso la società di rating DBRS, specializzato nelle banche europee. Dopo la discussione “sembrava che stessero rinunciando a esprimere linee guida per i vecchi prestiti”.
La BCE ha dovuto affrontare una pioggia di critiche da parte delle banche e dei politici italiani lo scorso anno, quando ha messo sul tavolo la proposta di scadenze previsionali per i futuri crediti deteriorati. Il supervisore ha tenuto duro e ha emesso la linea guida lo scorso mese. Alle banche vengono dati due anni per coprirsi completamente contro le potenziali perdite su prestiti deteriorati non garantiti, e sette anni per quelli garantiti.
Il piano d’azione
La Germania e i suoi alleati vogliono che scadenze simili siano imposte anche sulle montagne di crediti deteriorati già esistenti, in aggiunta alle altre misure già messe in atto dalla BCE, secondo le fonti. Dovranno affrontare uno scontro con paesi come l’Italia e il Portogallo, i cui istituti di credito sono pieni di crediti tossici.
Un portavoce della BCE ha scelto di non commentare.
L’Unione Europea ha lanciato un assalto su tutta la linea ai crediti deteriorati, che vengono additati come causa di scarsa disponibilità di credito e di scarsa crescita economica. Daniele Nouy, capo del pannello di supervisione della BCE, lo scorso mese ha dichiarato che i livelli di crediti deteriorati restano decisamente troppo alti in alcuni paesi. Il problema è particolarmente acuto in Grecia, dove il 46,7 percento dei prestiti sono tossici; il Portogallo si attesta al 17,8% e l’Italia al 12,3%. Le banche italiane hanno in portafoglio 221 miliardi di euro di crediti deteriorati, il volume più alto d’Europa.
L’abisso tra Nord e Sud
Gli istituti di credito dell’eurozona hanno fatto progressi nel ridurre i crediti deteriorati, che ammontavano a 793 miliardi di euro a settembre, in calo rispetto ai 955 miliardi dell’anno precedente. Tuttavia la diminuzione non sarebbe abbastanza rapida a detta del cartello capeggiato dalla Germania all’interno del sistema di sorveglianza della BCE.
“In alcuni paesi i successi sono finora esigui, e la percentuale di crediti a rischio di default è ancora molto alta” ha dichiarato in un discorso di giovedì scorso Andreas Dombret, membro del comitato esecutivo della Bundesbank.
Anche se c’è un abisso tra le posizioni del Nord e del Sud su questa questione, sarebbe insoddisfacente se non si arrivasse a definire delle scadenze entro quest’anno, ha dichiarato una delle fonti. E anche se i supervisori possono intraprendere azioni sulle singole banche, la definizione di linee guida pubbliche sarebbe preferibile, ha aggiunto.
Nouy ha dichiarato che i supervisori sono già in disaccordo su quale effetto avranno sulle banche le linee guida del mese scorso sui nuovi crediti deteriorati. Nouy ha detto ai legislatori UE che la banca centrale condurrà uno studio approfondito nel caso in cui decida di applicare linee guida simili anche ai vecchi crediti deteriorati.
24/10/17
Bloomberg - Tradite dalle banche, 40.000 aziende italiane sono in un limbo
Bloomberg si occupa del fosco destino delle piccole e medie imprese venete a seguito del crollo della Popolare di Vicenza e di Veneto Banca. Nell'immediato, molte aziende si sono trovate in un limbo, con le linee di finanziamento interrotte, mentre moltissimi risparmiatori sono stati azzerati. Nel lungo termine, come conclude l'articolo "il sistema di finanziamento che aveva sostenuto la trasformazione della regione da economia agricola a potenza manufatturiera durante l'ultimo secolo non sarà mai più lo stesso".
di Sonia Sirletti, Luca Casiraghi, e Tommaso Ebhardt - 20 ottobre 2017
La Serenissima Repubblica, così è nota da un millennio l'area attorno a Venezia, è ora l'inguaiato epicentro di un crollo bancario che minaccia di abbattere una delle migliori storie di successo dell'era della globalizzazione.
Base di marchi come Benetton, De Longhi, Geox e Luxottica, il Veneto è diventato la casa anche di 40.000 piccole imprese che ora improvvisamente si trovano abbandonate senza accesso al credito, da quando in giugno sono crollate due banche regionali.

L'implosione della Popolare di Vicenza e di Veneto Banca, che tra le altre cose ha anche spazzato via i risparmi di 200.000 azionisti, ha innescato un terremoto economico e politico che si è sentito ovunque, da Roma a Francoforte. La collera contro ciò che molti vedono come il risultato di una supervisione troppo lassista da parte delle autorità centrali nazionali sta fomentando la richiesta di una maggiore autonomia - richiesta che, nel frattempo, viene ispirata anche dagli sforzi della Catalogna per separarsi dalla Spagna.
"La sofferenza delle banche venete può essere giunta al termine, ma la sofferenza delle aziende è appena all'inizio”, ha dichiarato Andrea Arman, un avvocato consulente di alcune delle società e dei risparmiatori che sono stati colpiti più duramente. "Stiamo iniziando adesso a vedere le conseguenze del crollo, e ciò che stiamo vedendo è allarmante”.
A metà tra le Alpi e l'Adriatico, il Veneto è patria di cinque milioni di persone. Come la Catalogna, anche il Veneto ha un'eredità culturale di lunghi viaggi via mare, ha una propria lingua e un reddito ben al di sopra della media nazionale. Il Presidente del Veneto, Luca Zaia, che ha definito l'Italia e i suoi 64 governi in 71 anni come "uno Stato in bancarotta", ha in mente di sfruttare il risultato di un referendum non vincolante del 22 ottobre per fare pressione su Roma al fine di ottenere maggiore autonomia. Secondo un sondaggio di Demos pubblicato ieri [19 ottobre, NdT] su Repubblica, i tre quarti dei veneti desiderano maggiore autonomia locale, e il 15 per cento sarebbe favorevole alla completa indipendenza.
Mentre Intesa Sanpaolo SpA, la seconda maggiore banca italiana, ha pagato un prezzo simbolico per acquisire la parte più sana dei due istituti di credito veneti, l'entità pubblica destinata ad assorbire i 18 miliardi di euro di crediti in sofferenza ammassati dalle banche, SGA, non è ancora completamente operativa. Questa situazione ha lasciato nel pantano le piccole e medie imprese, che in molti casi in queste condizioni non sono in grado di continuare a produrre.
"Molte di queste imprese sono redditizie, ma sono bloccate in un limbo”, dice Mauro Rocchesso, capo di Fidi Impresa e Turismo Veneto, un'azienda finanziaria che fornisce collaterali alle aziende che cercano linee di credito. "Non hanno più una controparte e non riescono a trovare nuovi capitali da prendere a prestito a causa della loro attuale esposizione verso le due banche venete”.
Uno sviluppatore nei dintorni di Padova, che ha chiesto di restare anonimo, riteneva di aver risolto i suoi problemi di finanziamento dopo avere trovato un acquirente per un suo edificio commerciale nei pressi dell'autostrada che collega Venezia a Verona, ma poi è stato costretto a bloccare la vendita quando un debito che aveva verso Veneto Banca, collegato a quella proprietà, è stato assegnato alla SGA.

Ancora peggio è andato a Toni Costalunga, che a 71 anni lavora ancora nella sua fabbrica di macchinari nei pressi di Schio, uno snodo industriale ai piedi delle colline. Costalunga, che si sveglia alle una di notte e spesso lavora senza soste fino a dopo mezzogiorno, ha affermato di non essere in grado di pagare i suoi dipendenti entro i tempi dovuti perché la sua linea di credito è stata interrotta "senza un preavviso o una spiegazione" l'11 settembre, quando la SGA ha rilevato la linea di credito di Veneto Banca.
"Anche durante i momenti peggiori della recessione, solo pochissime volte ho effettuato pagamenti in ritardo, e mai avevo dovuto ritardare i pagamenti verso i miei lavoratori o i fornitori, fino allo scorso mese”, dice Costalunga.

Anche un eccellente merito creditizio è inutile oggi in Veneto, se i vostri soli collaterali sono azioni presso una di quelle due banche, banche che pure sono state fonte di investimenti sicuri per generazioni di persone nella regione.
Agostino Bonomo, fornaio di Asiago, una località alpina nota per il suo formaggio, racconta che i suoi affari vanno abbastanza bene e crescono, ma ha difficoltà a trovare il credito che gli serve per un nuovo forno, a causa dei 350.000 euro di azioni andate in fumo, le stesse che i suoi avi avevano depositato presso la banca vicentina in un secolo di risparmi. E si tratta solo di una piccola frazione degli 11 miliardi di euro che in questa regione stati bruciati dal 2015 a oggi.
"Custodivamo gelosamente quelle azioni, come si custodiscono dei lingotti d'oro”, ha detto Bonomo, 60 anni e presidente delle piccole imprese del Veneto. "Acquistare le azioni della propria banca era qualcosa che si faceva per tradizione. Ma abbiamo sbagliato”.
Anche durante i momenti peggiori della doppia recessione che ha colpito l'Italia dopo la crisi finanziaria globale, negli ultimi dieci anni, la Popolare di Vicenza e Veneto Banca avevano continuato a espandere il loro credito rivolto alle imprese, in controtendenza rispetto al resto del settore. Verso la fine dello scorso anno, la loro esposizione aveva raggiunto i 46 miliardi di euro, di cui circa il 40 per cento era in sofferenza. Si trattava del doppio dei crediti in sofferenza rispetto alla percentuale media in Italia e perfino di più rispetto a Monte dei Paschi di Siena nel peggiore momento, quello in cui il governo dovette intervenire per salvare l'antico istituto di credito.
Gli ex manager di entrambe le banche venete sono sotto inchiesta dopo che la Banca Centrale Europea ha ritenuto che costringessero i clienti ad acquistare più azioni di quante ne avessero bisogno, aumentando artificialmente le riserve. I report mostrano che le due banche hanno prestato 3 miliardi di dollari, a questo solo scopo, tra il 2013 e il 2016.
"È uno scandalo", ha dichiarato l'Amministratore delegato di Intesa Sanpaolo, Carlo Messina, il 10 ottobre, dopo che la sua banca aveva annunciato la creazione di un fondo di 100 milioni di euro per aiutare i propri clienti a minore reddito che avevano perso tutto acquistando azioni bancarie. "Queste banche hanno tradito la fiducia dei loro clienti”.
La presumibile rinomina del governatore di Banca d'Italia, Ignazio Visco, è stata messa in discussione questa settimana dal Partito Democratico a causa della sua gestione delle varie crisi bancarie. "Bisogna scrivere una nuova pagina" alla Banca centrale, ha dichiarato l'ex primo ministro Matteo Renzi questo mercoledì ai giornalisti. "Forse qualcuno ci potrà spiegare cosa è successo fino ad ora sui problemi che ci sono stati e sulla mancanza di supervisione”.
Molti azionisti sono stati colpiti due volte. Dopo che la BCE ha proibito alle banche di ricomprare le azioni nel 2014, queste hanno offerto ai loro clienti prestiti a basso tasso di interesse. Tuttavia, quando le riserve dietro i crediti si sono azzerate, gli interessi che i clienti hanno dovuto pagare alle banche sono esplosi.
Walter Baseggio, pensionato di 74 anni di Montebelluna, città in cui Veneto Banca fu fondata nel 1877, racconta che l'istituto di credito e i suoi impiegati erano sempre stati come una famiglia. Quando è andato in pensione, nel 2009, ha venduto metà della sua concessionaria di auto e ha investito i proventi in azioni della sua banca, senza alcuna esitazione - così come facevano tutti. Gli è costato 800.000 euro.
"Veneto Banca era come una madre per la gente che vive qui, ci proteggeva quando ce n'era bisogno ed era sempre leale con la gente”, ci dice, mentre sorseggia il suo caffè espresso in piazza.
Il sottosegretario alle finanze Paolo Baretta, durante un'intervista a Milano dello scorso mese, ha dichiarato che il governo è determinato a mantenere "vive" molte aziende venete in ogni modo possibile, incluse quelle che hanno debiti ora in mano alla SGA.
"Siamo fiduciosi che il Veneto continuerà a giocare un ruolo determinante come motore della crescita in Italia", ha detto Baretta.
Mentre i funzionari lavorano al quadro giuridico entro cui SGA dovrà iniziare a operare, i suoi manager stanno trattando con gli istituti di credito nazionali, come Intesa e Banca Ifis, il modo in cui iniziare a gestire i crediti, secondo le persone esperte della materia.
Se le aziende multinazionali venete sono state generalmente lasciate illese dal collasso dei due istituti di credito, il sistema di finanziamento che aveva sostenuto la trasformazione della regione da economia agricola a potenza manufatturiera durante l'ultimo secolo non sarà mai più lo stesso.
"Le banche venete sono state cruciali per la creazione e il sostegno di migliaia di piccole imprese, che sono la spina dorsale dell'economia locale", ha dichiarato Luigi Zingales, di origine padovana e professore all'Università Booth School of Business di Chicago. "Questo modello oggi è scomparso".
di Sonia Sirletti, Luca Casiraghi, e Tommaso Ebhardt - 20 ottobre 2017
La Serenissima Repubblica, così è nota da un millennio l'area attorno a Venezia, è ora l'inguaiato epicentro di un crollo bancario che minaccia di abbattere una delle migliori storie di successo dell'era della globalizzazione.
Base di marchi come Benetton, De Longhi, Geox e Luxottica, il Veneto è diventato la casa anche di 40.000 piccole imprese che ora improvvisamente si trovano abbandonate senza accesso al credito, da quando in giugno sono crollate due banche regionali.
L'implosione della Popolare di Vicenza e di Veneto Banca, che tra le altre cose ha anche spazzato via i risparmi di 200.000 azionisti, ha innescato un terremoto economico e politico che si è sentito ovunque, da Roma a Francoforte. La collera contro ciò che molti vedono come il risultato di una supervisione troppo lassista da parte delle autorità centrali nazionali sta fomentando la richiesta di una maggiore autonomia - richiesta che, nel frattempo, viene ispirata anche dagli sforzi della Catalogna per separarsi dalla Spagna.
"La sofferenza delle banche venete può essere giunta al termine, ma la sofferenza delle aziende è appena all'inizio”, ha dichiarato Andrea Arman, un avvocato consulente di alcune delle società e dei risparmiatori che sono stati colpiti più duramente. "Stiamo iniziando adesso a vedere le conseguenze del crollo, e ciò che stiamo vedendo è allarmante”.
A metà tra le Alpi e l'Adriatico, il Veneto è patria di cinque milioni di persone. Come la Catalogna, anche il Veneto ha un'eredità culturale di lunghi viaggi via mare, ha una propria lingua e un reddito ben al di sopra della media nazionale. Il Presidente del Veneto, Luca Zaia, che ha definito l'Italia e i suoi 64 governi in 71 anni come "uno Stato in bancarotta", ha in mente di sfruttare il risultato di un referendum non vincolante del 22 ottobre per fare pressione su Roma al fine di ottenere maggiore autonomia. Secondo un sondaggio di Demos pubblicato ieri [19 ottobre, NdT] su Repubblica, i tre quarti dei veneti desiderano maggiore autonomia locale, e il 15 per cento sarebbe favorevole alla completa indipendenza.
Mentre Intesa Sanpaolo SpA, la seconda maggiore banca italiana, ha pagato un prezzo simbolico per acquisire la parte più sana dei due istituti di credito veneti, l'entità pubblica destinata ad assorbire i 18 miliardi di euro di crediti in sofferenza ammassati dalle banche, SGA, non è ancora completamente operativa. Questa situazione ha lasciato nel pantano le piccole e medie imprese, che in molti casi in queste condizioni non sono in grado di continuare a produrre.
"Molte di queste imprese sono redditizie, ma sono bloccate in un limbo”, dice Mauro Rocchesso, capo di Fidi Impresa e Turismo Veneto, un'azienda finanziaria che fornisce collaterali alle aziende che cercano linee di credito. "Non hanno più una controparte e non riescono a trovare nuovi capitali da prendere a prestito a causa della loro attuale esposizione verso le due banche venete”.
Uno sviluppatore nei dintorni di Padova, che ha chiesto di restare anonimo, riteneva di aver risolto i suoi problemi di finanziamento dopo avere trovato un acquirente per un suo edificio commerciale nei pressi dell'autostrada che collega Venezia a Verona, ma poi è stato costretto a bloccare la vendita quando un debito che aveva verso Veneto Banca, collegato a quella proprietà, è stato assegnato alla SGA.
Ancora peggio è andato a Toni Costalunga, che a 71 anni lavora ancora nella sua fabbrica di macchinari nei pressi di Schio, uno snodo industriale ai piedi delle colline. Costalunga, che si sveglia alle una di notte e spesso lavora senza soste fino a dopo mezzogiorno, ha affermato di non essere in grado di pagare i suoi dipendenti entro i tempi dovuti perché la sua linea di credito è stata interrotta "senza un preavviso o una spiegazione" l'11 settembre, quando la SGA ha rilevato la linea di credito di Veneto Banca.
"Anche durante i momenti peggiori della recessione, solo pochissime volte ho effettuato pagamenti in ritardo, e mai avevo dovuto ritardare i pagamenti verso i miei lavoratori o i fornitori, fino allo scorso mese”, dice Costalunga.
Anche un eccellente merito creditizio è inutile oggi in Veneto, se i vostri soli collaterali sono azioni presso una di quelle due banche, banche che pure sono state fonte di investimenti sicuri per generazioni di persone nella regione.
Agostino Bonomo, fornaio di Asiago, una località alpina nota per il suo formaggio, racconta che i suoi affari vanno abbastanza bene e crescono, ma ha difficoltà a trovare il credito che gli serve per un nuovo forno, a causa dei 350.000 euro di azioni andate in fumo, le stesse che i suoi avi avevano depositato presso la banca vicentina in un secolo di risparmi. E si tratta solo di una piccola frazione degli 11 miliardi di euro che in questa regione stati bruciati dal 2015 a oggi.
"Custodivamo gelosamente quelle azioni, come si custodiscono dei lingotti d'oro”, ha detto Bonomo, 60 anni e presidente delle piccole imprese del Veneto. "Acquistare le azioni della propria banca era qualcosa che si faceva per tradizione. Ma abbiamo sbagliato”.
Anche durante i momenti peggiori della doppia recessione che ha colpito l'Italia dopo la crisi finanziaria globale, negli ultimi dieci anni, la Popolare di Vicenza e Veneto Banca avevano continuato a espandere il loro credito rivolto alle imprese, in controtendenza rispetto al resto del settore. Verso la fine dello scorso anno, la loro esposizione aveva raggiunto i 46 miliardi di euro, di cui circa il 40 per cento era in sofferenza. Si trattava del doppio dei crediti in sofferenza rispetto alla percentuale media in Italia e perfino di più rispetto a Monte dei Paschi di Siena nel peggiore momento, quello in cui il governo dovette intervenire per salvare l'antico istituto di credito.
Gli ex manager di entrambe le banche venete sono sotto inchiesta dopo che la Banca Centrale Europea ha ritenuto che costringessero i clienti ad acquistare più azioni di quante ne avessero bisogno, aumentando artificialmente le riserve. I report mostrano che le due banche hanno prestato 3 miliardi di dollari, a questo solo scopo, tra il 2013 e il 2016.
"È uno scandalo", ha dichiarato l'Amministratore delegato di Intesa Sanpaolo, Carlo Messina, il 10 ottobre, dopo che la sua banca aveva annunciato la creazione di un fondo di 100 milioni di euro per aiutare i propri clienti a minore reddito che avevano perso tutto acquistando azioni bancarie. "Queste banche hanno tradito la fiducia dei loro clienti”.
La presumibile rinomina del governatore di Banca d'Italia, Ignazio Visco, è stata messa in discussione questa settimana dal Partito Democratico a causa della sua gestione delle varie crisi bancarie. "Bisogna scrivere una nuova pagina" alla Banca centrale, ha dichiarato l'ex primo ministro Matteo Renzi questo mercoledì ai giornalisti. "Forse qualcuno ci potrà spiegare cosa è successo fino ad ora sui problemi che ci sono stati e sulla mancanza di supervisione”.
Molti azionisti sono stati colpiti due volte. Dopo che la BCE ha proibito alle banche di ricomprare le azioni nel 2014, queste hanno offerto ai loro clienti prestiti a basso tasso di interesse. Tuttavia, quando le riserve dietro i crediti si sono azzerate, gli interessi che i clienti hanno dovuto pagare alle banche sono esplosi.
Walter Baseggio, pensionato di 74 anni di Montebelluna, città in cui Veneto Banca fu fondata nel 1877, racconta che l'istituto di credito e i suoi impiegati erano sempre stati come una famiglia. Quando è andato in pensione, nel 2009, ha venduto metà della sua concessionaria di auto e ha investito i proventi in azioni della sua banca, senza alcuna esitazione - così come facevano tutti. Gli è costato 800.000 euro.
"Veneto Banca era come una madre per la gente che vive qui, ci proteggeva quando ce n'era bisogno ed era sempre leale con la gente”, ci dice, mentre sorseggia il suo caffè espresso in piazza.
Il sottosegretario alle finanze Paolo Baretta, durante un'intervista a Milano dello scorso mese, ha dichiarato che il governo è determinato a mantenere "vive" molte aziende venete in ogni modo possibile, incluse quelle che hanno debiti ora in mano alla SGA.
"Siamo fiduciosi che il Veneto continuerà a giocare un ruolo determinante come motore della crescita in Italia", ha detto Baretta.
Mentre i funzionari lavorano al quadro giuridico entro cui SGA dovrà iniziare a operare, i suoi manager stanno trattando con gli istituti di credito nazionali, come Intesa e Banca Ifis, il modo in cui iniziare a gestire i crediti, secondo le persone esperte della materia.
Se le aziende multinazionali venete sono state generalmente lasciate illese dal collasso dei due istituti di credito, il sistema di finanziamento che aveva sostenuto la trasformazione della regione da economia agricola a potenza manufatturiera durante l'ultimo secolo non sarà mai più lo stesso.
"Le banche venete sono state cruciali per la creazione e il sostegno di migliaia di piccole imprese, che sono la spina dorsale dell'economia locale", ha dichiarato Luigi Zingales, di origine padovana e professore all'Università Booth School of Business di Chicago. "Questo modello oggi è scomparso".
15/10/17
Handelsblatt - Una nuova soglia del dolore per le banche
Se nella marca dell'Unione Europea a farla da padrone sono gli interessi del "centro" europeo, tedeschi e francesi, a livello globale prevalgono quelli del centro imperiale americano. Per questo le nuove norme bancarie dell'accordo Basilea IV, scritte per assicurare maggior resilienza dalle prossime crisi finanziarie, nonostante le resistenze franco-tedesche ricalcano i requisiti delle banche americane a scapito di quelle europee. Anche nel "core" tedesco, infatti, non se la passano affatto bene: le banche europee potrebbero andare incontro a tempi sempre più difficili per assicurare le garanzie richieste, e questo significherebbe una nuova stretta sul credito in Europa. Insomma, un ulteriore rischio mortale per la pericolante ripresina globale e un'altra dimostrazione della disfunzionalità delle regole "one size fits all"... e del fatto che, se non si è il centro imperiale, si è sempre periferia di qualcun altro. Da Handelsblatt.
di Andreas Kroner e Charles Wallace, 11 ottobre 2017
Fin da quando la crisi finanziaria ha costretto i governi a salvare alcune delle proprie banche col denaro dei contribuenti, i regolatori sono stati sotto pressione per trovare nuove regole globali su quanto capitale le banche dovrebbero mettere da parte per evitare il ripetersi del disastro.
Dopo diversi anni di difficili negoziati, potrebbe finalmente essere stato raggiunto un compromesso ad una riunione del Comitato di Basilea per la Vigilanza Bancaria, che si è tenuto in Svizzera.
Il risultato delle nuove regole, conosciute come Basilea IV, è che le banche europee potrebbero andare incontro a tempi ancora più difficili nell'erogazione di credito, cosa che potrebbe danneggiare l'economia proprio quando essa comincia a riprendersi. Dato che la soluzione proposta colpirà le banche europee più duramente delle istituzioni finanziarie americane, alcuni paesi, in particolare la Francia, stanno ancora cercando di apportare modifiche alla formulazione finale dei regolamenti. L'accordo sarà discusso questa settimana [due settimane fa per chi legge, ndt], a margine della riunione del Fondo Monetario Internazionale a Washington.
Quasi tutti i paesi hanno regole su quanti capitali debbano essere conservati dalle banche per reggere una crisi. Secondo le precedenti normative internazionali, conosciute come Basilea I e II, le banche potevano scegliere tra l'utilizzo di un metodo standardizzato o i modelli interni di rischio bancario per calcolare quanti capitali mettere da parte (Basilea III, una serie di misure provvisorie a seguito della crisi finanziaria, è ancora in attesa di una completa attuazione).
Temendo che alcune banche possano tentare di aggirare il sistema, gli Stati Uniti hanno chiesto di stabilire un tetto al capitale, in modo che se una banca utilizza una misura interna di rischio, le sia consentito di deviare rispetto al modello standardizzato di rischio soltanto per una percentuale massima prefissata .
Durante i colloqui, gli Stati Uniti hanno insistito affinché il livello percentuale fosse fissato al 75% del modello standard, mentre l'Europa voleva il 70%. La settimana scorsa, hanno tentato di mediare la differenza e di fissare il tetto al 72,5%. Ma la Francia, che è sostenuta dalla Germania, continua ad insistere sul livello inferiore, secondo quanto affermato dal ministro delle finanze francese Bruno Le Maire.
I requisiti patrimoniali sono determinati da quante attività siano possedute da una banca, classificate per livello di rischio, con le obbligazioni statali che generalmente sono riconosciute a rischio zero e i prestiti personali considerati a rischio più elevato. Questo è il punto su cui le banche statunitensi e quelle europee differiscono veramente.
Negli Stati Uniti le banche scaricano i mutui su agenzie che sono garantite dal governo, chiamate Fannie Mae e Freddie Mac, mentre le banche europee mantengono tali prestiti sui loro bilanci. Il prestito aziendale negli Stati Uniti è ottenuto di solito emettendo obbligazioni, mentre le imprese europee tendono a prendere a prestito dalle banche.
Il risultato è che molte banche europee hanno, nei loro libri contabili, un numero maggiore di attività da pesare per il rischio, che devono dunque essere compensate dal capitale. Utilizzando modelli di rischio interni, le banche tedesche e altre banche dell'Europa del nord sanno che i mutui raramente vanno in sofferenza, e pertanto attribuiscono un basso valore di rischio a tali prestiti. Tuttavia, secondo le nuove regole, tale valore dovrà salire.
"Se il limite viene fissato al 72,5%, le banche europee dovrebbero ridurre la quantità di prestiti che fanno", ha dichiarato Hans-Walter Peters, capo dell'associazione delle banche tedesche. "Questo influirebbe sia sui prestiti immobiliari a lungo termine che sulla finanza aziendale. Il risultato sarà una chiara battuta d'arresto per l'economia europea ".
Johannes-Jörg Reigler, amministratore delegato di BayernLB e capo dell'associazione delle banche pubbliche tedesche, concorda sul danno potenziale che ne verrà. Il compromesso "sarà un grave colpo alle banche e alle economie europee".
Prima dell'adozione del compromesso, i consulenti McKinsey & Co. hanno calcolato che un livello del 75% potrebbe costare alle banche europee più di 100 miliardi di euro. Le banche potrebbero aumentare il capitale o ridurre la quantità di attività che detengono.
Le nuove regole influenzeranno le banche tedesche più delle altre, perché tendono a fare affidamento sui modelli di rischio interni piuttosto che sui modelli standardizzati. Le banche francesi sono ancora più vulnerabili.
"Il compromesso beneficia le banche americane", ha affermato Martin Hellmich, professore di gestione del rischio presso la Scuola di Finanza e Gestione di Francoforte. "Hanno meno crediti nei loro bilanci, quindi i modelli di rischio interni sono meno importanti di quelli delle banche europee. L'Europa deve riuscire ad accettare queste soglie del dolore".
di Andreas Kroner e Charles Wallace, 11 ottobre 2017
Fin da quando la crisi finanziaria ha costretto i governi a salvare alcune delle proprie banche col denaro dei contribuenti, i regolatori sono stati sotto pressione per trovare nuove regole globali su quanto capitale le banche dovrebbero mettere da parte per evitare il ripetersi del disastro.
Dopo diversi anni di difficili negoziati, potrebbe finalmente essere stato raggiunto un compromesso ad una riunione del Comitato di Basilea per la Vigilanza Bancaria, che si è tenuto in Svizzera.
Il risultato delle nuove regole, conosciute come Basilea IV, è che le banche europee potrebbero andare incontro a tempi ancora più difficili nell'erogazione di credito, cosa che potrebbe danneggiare l'economia proprio quando essa comincia a riprendersi. Dato che la soluzione proposta colpirà le banche europee più duramente delle istituzioni finanziarie americane, alcuni paesi, in particolare la Francia, stanno ancora cercando di apportare modifiche alla formulazione finale dei regolamenti. L'accordo sarà discusso questa settimana [due settimane fa per chi legge, ndt], a margine della riunione del Fondo Monetario Internazionale a Washington.
Quasi tutti i paesi hanno regole su quanti capitali debbano essere conservati dalle banche per reggere una crisi. Secondo le precedenti normative internazionali, conosciute come Basilea I e II, le banche potevano scegliere tra l'utilizzo di un metodo standardizzato o i modelli interni di rischio bancario per calcolare quanti capitali mettere da parte (Basilea III, una serie di misure provvisorie a seguito della crisi finanziaria, è ancora in attesa di una completa attuazione).
Temendo che alcune banche possano tentare di aggirare il sistema, gli Stati Uniti hanno chiesto di stabilire un tetto al capitale, in modo che se una banca utilizza una misura interna di rischio, le sia consentito di deviare rispetto al modello standardizzato di rischio soltanto per una percentuale massima prefissata .
Durante i colloqui, gli Stati Uniti hanno insistito affinché il livello percentuale fosse fissato al 75% del modello standard, mentre l'Europa voleva il 70%. La settimana scorsa, hanno tentato di mediare la differenza e di fissare il tetto al 72,5%. Ma la Francia, che è sostenuta dalla Germania, continua ad insistere sul livello inferiore, secondo quanto affermato dal ministro delle finanze francese Bruno Le Maire.
I requisiti patrimoniali sono determinati da quante attività siano possedute da una banca, classificate per livello di rischio, con le obbligazioni statali che generalmente sono riconosciute a rischio zero e i prestiti personali considerati a rischio più elevato. Questo è il punto su cui le banche statunitensi e quelle europee differiscono veramente.
Negli Stati Uniti le banche scaricano i mutui su agenzie che sono garantite dal governo, chiamate Fannie Mae e Freddie Mac, mentre le banche europee mantengono tali prestiti sui loro bilanci. Il prestito aziendale negli Stati Uniti è ottenuto di solito emettendo obbligazioni, mentre le imprese europee tendono a prendere a prestito dalle banche.
Il risultato è che molte banche europee hanno, nei loro libri contabili, un numero maggiore di attività da pesare per il rischio, che devono dunque essere compensate dal capitale. Utilizzando modelli di rischio interni, le banche tedesche e altre banche dell'Europa del nord sanno che i mutui raramente vanno in sofferenza, e pertanto attribuiscono un basso valore di rischio a tali prestiti. Tuttavia, secondo le nuove regole, tale valore dovrà salire.
"Se il limite viene fissato al 72,5%, le banche europee dovrebbero ridurre la quantità di prestiti che fanno", ha dichiarato Hans-Walter Peters, capo dell'associazione delle banche tedesche. "Questo influirebbe sia sui prestiti immobiliari a lungo termine che sulla finanza aziendale. Il risultato sarà una chiara battuta d'arresto per l'economia europea ".
Johannes-Jörg Reigler, amministratore delegato di BayernLB e capo dell'associazione delle banche pubbliche tedesche, concorda sul danno potenziale che ne verrà. Il compromesso "sarà un grave colpo alle banche e alle economie europee".
Prima dell'adozione del compromesso, i consulenti McKinsey & Co. hanno calcolato che un livello del 75% potrebbe costare alle banche europee più di 100 miliardi di euro. Le banche potrebbero aumentare il capitale o ridurre la quantità di attività che detengono.
Le nuove regole influenzeranno le banche tedesche più delle altre, perché tendono a fare affidamento sui modelli di rischio interni piuttosto che sui modelli standardizzati. Le banche francesi sono ancora più vulnerabili.
"Il compromesso beneficia le banche americane", ha affermato Martin Hellmich, professore di gestione del rischio presso la Scuola di Finanza e Gestione di Francoforte. "Hanno meno crediti nei loro bilanci, quindi i modelli di rischio interni sono meno importanti di quelli delle banche europee. L'Europa deve riuscire ad accettare queste soglie del dolore".
06/08/14
F. Coppola: Come Derubare un Paese, firmato Espirito Santo
Una approfondita analisi di Frances Coppola sul recente fallimento del Banco Espirito Santo (di cui in Italia non si è quasi parlato). Come tante volte già accaduto in passato, un altro esempio di socializzazione delle perdite private sulle spalle dei contribuenti, portoghesi ed europei. L’episodio certifica inoltre il fallimento del meccanismo di risoluzione bancaria che si è tentato di proporre a livello europeo.
Nel mio ultimo intervento su Pieira, ho guardato con interesse ai risultati di metà anno della disgraziata banca portoghese Banco Espirito Santo (BKESY). E’ una lettura poco piacevole. Anzi, anche peggio. Sembra un manuale di istruzioni su come distruggere una banca. Non c’è da stupirsi che le perdite siano terribili.
10/07/14
L'Austria in guerra con la Baviera per le banche-zombie
Su Forbes, Frances Coppola analizza un conflitto di cui si parla poco tra Austria e Germania.
Il sistema di “bail in” si rivela un’arma a doppio taglio per i tedeschi: i suoi contribuenti vogliono evitare di farsi carico delle perdite bancarie altrui, ma molte banche tedesche devono così assorbire perdite ingenti. Il caso di Hypo Alpe Adria potrebbe essere uno spartiacque importante.
Il sistema di “bail in” si rivela un’arma a doppio taglio per i tedeschi: i suoi contribuenti vogliono evitare di farsi carico delle perdite bancarie altrui, ma molte banche tedesche devono così assorbire perdite ingenti. Il caso di Hypo Alpe Adria potrebbe essere uno spartiacque importante.
Una piccola, simpatica tempesta scuote il cuore dell'eurozona. Come riporta Reuters, la Baviera (regione tedesca) sta considerando la possibilità di un’azione legale contro l’Austria. Inoltre, sta cercando l’appoggio a questa azione da parte non solo del governo federale tedesco, ma anche dell’UE.
28/06/14
Il Tasso Negativo Colpisce Ancora: La Spagna Tassa i Depositi Bancari
Come è già successo a Cipro, ora è il turno della Spagna: si fa rientrare nella normalità il principio che a pagare le insolvenze delle banche siano i depositanti. E avanti il prossimo, che - come dice Zero Hedge - è proprio il paese vicino a te...ovunque tu sia! (Segnalato dal Grande Bluff)
Era
poco più di un anno fa, mentre
a Cipro si stava mettendo in atto la confisca
dei
depositi,
alias "bail
in",
che
ci
chiedevamo,
in
maniera retorica,
se "la
Spagna stesse
preparando anch'essa
il
suo prelievo sui
depositi",
quando un annuncio del
ministro delle finanze spagnolo,
Montoro, ne
confermava l'imminente applicazione.
12/06/14
A. Turner: Il Grande Errore del Credito
Adair Turner, senatore ed ex presidente della Financial Services Authority del Regno Unito, formula su Project Syndicate una argomentata ed autorevole critica alle politiche monetarie dal lato dell'offerta che continuano ad essere l'unica proposta politica abbordabile dall'eurozona, nonostante la stessa BCE abbia riconosciuto nei documenti ufficiali che il vero problema sta nella domanda di credito, che non c'è.
LONDRA -
Prima dello scoppio della
crisi finanziaria nel 2008, il
credito privato nelle economie avanzate
cresceva più
rapidamente del PIL. Poi la crescita del credito è crollata.
Se quel crollo
rifletta una scarsa
domanda di credito o invece delle restrizioni nell'offerta può
sembrare un problema tecnico. Ma
la risposta comporta
implicazioni importanti per la definizione delle politiche economiche
e delle prospettive di
crescita. E la risposta ufficiale è probabilmente sbagliata.
23/05/14
F. Coppola: Deutsche Bank raccoglie capitali, ma rimane in grossi guai
Sulla testata online di Forbes Frances Coppola approfondisce la recente raccolta di capitali di Deutsche Bank, ripercorrendone l'origine. DB è già stata più volte salvata dalle banche centrali, mascherando l'intervento come soccorso alle nazioni sovrane. Ma la banca rimane troppo esposta su mercati rischiosi e la sua crisi non è finita. Il gigante teutonico ha piedi d'argilla.
Deutsche Bank ha finalmente ammesso – senza che nessuno se ne sorprendesse – di aver bisogno di un aumento di capitale. Ha annunciato un piano per raccogliere 8 miliardi di euro di capitale Core Tier 1 (CET1).
30/04/14
Il successo spagnolo: stagnazione o deflazione?
Edward Hugh sulla piattaforma Economonitor fa notare una banale verità: il PIL nominale della Spagna è fermo, nonostante si parli di ripresa. Il PIL reale sembra crescere, ma solo perché la Spagna è prevista in deflazione. I dati sull’inflazione sono provvisori, ma gli esiti potranno essere solo 2: o la deflazione viene scongiurata, ma allora non ci sarà nessuna crescita, oppure è confermata la crescita, ma in questo caso sarà arrivata la deflazione. Padella o brace?
Secondo la banca di Spagna, l'economia spagnola ha continuato a crescere nel primo trimestre, e l’ha fatto a ritmo accelerato, con un + 0,4% rispetto ai 3 mesi precedenti. Questa è certamente una buona notizia per tutta la Spagna, e non c'è dubbio che questa è la più forte crescita dall'inizio della crisi (vedi il grafico PMI qui sotto). Inoltre l'economia è cresciuta dello 0,5% rispetto all'anno precedente per la prima volta negli ultimi 9 trimestri.
16/01/14
La ripresa irlandese è solo una chiacchera europea
Sul New York Times si sfata l’illusione della ripresa irlandese: i cittadini non hanno avuto alcun premio per le sofferenze subite, ma i media e soprattutto la Troika insistono a vedere successi dove non ce ne sono. Mentre le condizioni di vita peggiorano e il debito pubblico esplode, chi è stato tutelato fino all’ultimo euro sono i creditori incauti degli anni della “tigre celtica”. E così, dopo che per anni si sono privatizzati gli utili, al momento critico si sono socializzate le perdite.
di FINTAN O’TOOLE, DUBLINO — Stavo parlando poco prima di Natale con un ragazzo che vende scarpe in un grande magazzino di Dublino. Mi ha detto che il giorno prima una troupe televisiva aveva girato delle interviste nel negozio. Volevano sapere se le vendite fossero salite durante l’importantissimo periodo natalizio, per avere un segnale se la malconcia economia irlandese, dopo cinque anni terribili, sia finalmente in ripresa.
La maggior parte dei suoi colleghi aveva risposto che, in realtà, le vendite erano piuttosto deludenti. Uno, che era invece più fiducioso, aveva detto che c'erano segnali di miglioramento. Quando alla sera il giovane ha visto il telegiornale, non è stato particolarmente sorpreso nello scoprire che l'unica intervista mandata in onda era quella con l'ottimista.
02/07/13
Munchau sul FT: la UE rimpiangerà di aver affossato l'unione bancaria (e il piano Letta è ridicolo)
Wolfgang Munchau nel suo articolo sul Financial Times, The EU will regret terminating a banking union, afferma senza mezzi termini che Bruxelles ha definitivamente seppellito l'idea di un'unione bancaria, e che questa decisione peserà e avrà profonde conseguenze sull'economia dell'eurozona, e sulla permanenza dell'Italia.
29/03/13
Manuale sui Bail-Out e i Bail-In
Da Ed Dolan's Econ Blog un manuale per capire qualcosa di più sui salvataggi o i fallimenti delle banche, quali sono gli strumenti, chi vince e chi perde.
24/03/13
Una cassaforte e un fucile, oppure una banca pubblica? La battaglia di Cipro
Ellen Brown su Seeking alpha punta all'aspetto più cruciale della battaglia di
Cipro: il tentativo di far passare i depositanti come dei creditori che
devono sostenere le perdite, mentre i veri creditori la fanno franca.
"Se
questi problemi diventano davvero gravi ... i piccoli risparmiatori
porteranno via i loro soldi dalle banche e si procureranno una
cassaforte e un fucile" - Martin
Hutchinson a proposito del tentativo di incursione sui depositi bancari a Cipro della UE.
22/03/13
Sapir su Cipro: Draghi usa il blocco della liquidità.
Per Jacques Sapir con quest'atto di forza nei confronti di Cipro la BCE ha gettato la maschera: si cerca l'accordo con la pistola alla tempia. E le conseguenze saranno molto gravi, comunque vada.
Il
"blocco della liquidità" attuato dalla BCE a
Cipro è un atto di straordinaria gravità, le cui conseguenze devono
essere studiate attentamente. La decisione di Mario Draghi si
concentra su due aspetti: prima di tutto la BCE non alimenta più
la Banca centrale di Cipro di contante, in secondo luogo interrompe le
transazioni tra le banche di Cipro e il resto del sistema bancario
dell'area dell'euro. Quest'ultima misura è di gran lunga la più
grave.
Da
un lato, è una condanna a breve termine delle banche Cipriote (ma
anche delle società con sede a Cipro, che siano Ciprote o no) perché
ormai non possono più fare transazioni con il resto dell'eurozona.
D'altra
parte, equivale a un "blocco" economico, che in
diritto internazionale equivale a un "atto di guerra".
Questo per comprendere la gravità della decisione di Mario Draghi, che potrebbe anche essere oggetto di un ricorso dinanzi a un
tribunale internazionale. In altre parole, questa responsabilità assunta da Mario Draghi
potrebbe, un giorno, farlo comparire davanti a un tribunale,
internazionale o meno.
19/03/13
Financial Times: In Europa si sta rischiando la corsa agli sportelli
L'assurda mossa dei ministri delle finanze dell'eurozona rischia di scatenare una corsa agli sportelli in tutti i paesi periferici, che per Wolfgang Munchau a questo punto sarebbe il comportamento più razionale
Traduzione di Alex
Wolfgang Munchau sul Financial Times non usa mezzi termini, e ricorda una famosa frase di Sir Mervin King, il governatore della Banca d'Inghilterra: "non è razionale
incominciare una corsa agli sportelli, ma
è razionale parteciparvi una volta che è iniziata". E sono proprio i ministri delle finanze dell'eurozona che le hanno dato il via, sabato mattina, decidendo l'haircut ai depositi delle banche Cipriote e facendo decadere la garanzia sulla copertura assicurativa dei depositi bancari.
14/03/13
La morte lenta delle imprese italiane per credit crunch
Sul Telegraph Ambrose Evans Pritchard rilancia l'allarme sulla crisi delle nostre imprese, e degli altri paesi del ClubMed....
The Telegraph - Gli
imprenditori Italiani hanno lanciato l'allarme sull'emergenza credito
per le imprese, che a migliaia sono a corto di finanziamenti e
minacciano di cadere nella più profonda depressione.
Confindustria,
l'associazione degli industriali, ha dichiarato che il 29% delle
imprese italiane non può far fronte alle spese di esercizio ed è
in crisi di liquidità. E' in corso una "terza fase del credit
crunch" che ripete gli shock del 2008-2009 e del 2011.
Secondo
una ricerca condotta da Confindustria, l'economia risulta
intrappolata in un circolo vizioso, in cui le banche sono troppo in
crisi per fare prestiti, e fanno cadere nel baratro sempre più
imprese. Ci sono migliaia di fallimenti ogni giorno.
14/12/12
Buyback del debito greco – tanti festeggiamenti per un altro triste verdetto
Un articolo dell'economista Yanis Varoufakis spiega la dinamica del buyback del debito greco - lo stato riacquista il proprio debito dalle banche per reindebitarsi col EFSF a favore delle banche...mi sa che rimangono fuori di qualche miliardo i contribuenti, mentre l'economia continua ad asfissiare...ma è un'operazione di gran successo (come tutte le altre)!...
di Yanis Varoufakis - Le
autorità greche hanno annunciato che l'asta olandese ha prodotto
offerte per un valore di 31,9 miliardi di titoli di Stato greci
(post-PSI) a un prezzo medio del 33,8% del valore nominale. Le stesse
fonti rivelano che le banche greche hanno offerto a piene mani tutti
i loro titoli, per un totale di circa 17 miliardi di euro. Il che
significa che gli hedge funds e gli altri pirati hanno partecipato
con circa altri 14 miliardi. A questi prezzi elevati, il governo
greco non può permettersi di accettare tutti i titoli offerti, in
quanto ha solo 10 miliardi da spendere. Quindi, a meno che non
prenda un altro prestito dal EFSF, accetterà circa 29,5 miliardi
delle obbligazioni in offerta, e così otterrà una riduzione del
debito netto di circa 19,5 miliardi.
I
media greci, come è loro solito, stanno celebrando il successo del
buyback (proprio come si celebrava il successo del PSI lo scorso
febbraio e tutti i prestiti ricevuti dalla Grecia negli ultimi tre
anni). C'è un fondamento per queste celebrazioni? Assolutamente no,
direi. Ed ecco perché:
30/09/12
La Spagna deve uscire dall'euro
Un lucido articolo di Jeremy Warner del Telegraph ci spiega perché la Spagna è come un serpente che si morde la coda, e Rajoy come un morto che cammina.
La
promessa di Mario Draghi di fare "tutto il possibile" per
salvare l'euro sembrava poter portare a qualcosa di più che a una tregua
temporanea nella tempesta; ancor meno hanno fatto l'approvazione della
Corte Costituzionale tedesca del fondo di salvataggio europeo e la
sconfitta degli euroscettici nelle elezioni olandesi.
E infatti la crisi dell'eurozona ha rialzato di nuovo la testa, ancor più rapidamente di quanto potessi prevedere, epicentro il ritorno ad una veloce contrazione dell'economia spagnola. Gli sviluppi politici ed economici stanno ancora una volta minacciando di combinarsi in un tempesta di fuoco incontrollabile.
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