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04/05/20

NATURE - Non autorizzare vaccini e farmaci per il COVID-19 senza sufficienti garanzie di sicurezza




Sulle pagine dell'autorevolissima rivista Nature, lo scienziato Shibo Jiang mette in guardia da una frettolosa approvazione di trattamenti e vaccini contro il Covid-19. Benché ci sia davvero una grande urgenza di controllare l'epidemia che sta mettendo a rischio la salute e le condizioni economiche dei popoli in tutto il mondo, autorizzare un vaccino o una cura saltando le rigorose procedure previste per l'approvazione dei farmaci potrebbe portare a rischi ed effetti molto controproducenti per il futuro.   

di Shibo Jiang, 16 marzo 2020

Dobbiamo sviluppare urgentemente misure per affrontare il nuovo coronavirus, ma la sicurezza viene sempre prima di tutto, afferma Shibo Jiang.

In tutto il mondo, vedo gli sforzi per sostenere programmi di "intervento rapido" volti a sviluppare vaccini e terapie contro il COVID-19. Diversi gruppi negli Stati Uniti e in Cina hanno già in programma di testare i vaccini in volontari umani sani. Non fraintendiamoci: è essenziale che lavoriamo nel modo più intenso e veloce possibile per sviluppare farmaci e vaccini che siano resi ampiamente disponibili in tutto il mondo. Ma è importante non prendere scorciatoie.

20/04/20

Austerità e salute: l’impatto nel Regno Unito e in Europa

Da una nostra lettrice che opera all'interno del settore della sanità, che si firma Rosa Anselmi, riceviamo la traduzione di un autorevole studio pubblicato nel 2017 dall’European Journal of Public Health.  Basandosi su una gran mole di dati lo studio analizza l'impatto delle politiche di austerità  sulla vita e la salute delle persone in Europa. Dice Rosa: “Questo studio conferma che l'austerità è un enorme esperimento sui popoli d'Europa, che ha inciso negativamente non solo sull’economia, ma anche sulla salute dei cittadini, sia in conseguenza dell’aumento della povertà, della disoccupazione e dei senzatetto, sia per i tagli ai servizi sanitari, la riduzione delle coperture sanitarie e le restrizioni dell’accesso all’assistenza. Voglio condividere l'appello degli autori: non si può permettere che tutto questo accada ancora!”  


Traduzione di Rosa Anselmi

di David Stuckler (1,3), Aaron Reeves (3), Rachel Loopstra (2), Marina Karanikolos (4), Martin McKee (4)

1 Dondena Research Centre, University of Bocconi, Milan Italy

2 Department of Sociology, University of Oxford, Oxford, UK

3 Department of Social Inequality, London School of Economics, London, UK

4 Department of Public Health and Policy, London School of Hygiene & Tropical Medicine, London, UK

Europea Journal of Public Health, Vol. 27, Supplement 4, 2017, 18–21


Riassunto


Le misure di austerità – riduzione delle spese sociali e aumento della tassazione – danneggiano più di tutto i gruppi svantaggiati. Si sa poco circa il loro impatto sulla salute. In questa breve revisione, valutiamo le evidenze dell'impatto dell'austerità sulla salute [che si realizzano] attraverso due meccanismi principali: un "effetto rischio sociale" da aumento della disoccupazione, della povertà, della condizione di senzatetto e di altri fattori di rischio socio-economico (indiretto) e un "effetto sanitario" attraverso tagli ai servizi assistenziali, nonché riduzioni della copertura sanitaria e limitazione dell'accesso alle cure (diretto). Distinguiamo gli impatti delle crisi economiche da quelli dell'austerità come risposta ad esse. Ove possibile, verranno presi in considerazione i dati provenienti da tutta Europa, nonché sarà fatta un'analisi più approfondita delle misure di austerità del Regno Unito eseguita dagli autori di questa recensione.


10/12/19

Michéa: "È giunto il momento di chiudere la triste parentesi politica della sinistra liberale"

Mentre la Francia è paralizzata dalle proteste contro l'ennesima riforma di stampo neoliberale, proponiamo un'intervista al filosofo Jean Claude Michéa. Egli smaschera la sottomissione alle logiche del capitale della cosiddetta sinistra "liberale", sensibile solo alle battaglie contro le minoranze sostenute dalla "società civile" - ma in realtà strumentalizzate dai ceti dominanti per sviare l'opinione pubblica con obiettivi sostitutivi e impedire il ritorno di una critica socialista al nuovo ordine liberale. Una sedicente sinistra cieca e sorda, quando non connivente, all'ingiustizia di classe. Questa sinistra, gonfia di pregiudizi contro le classi popolari, manifesta idee (se così si possono chiamare) che portano alla società prodotta dall'ideologia neoliberale: una società di monadi disgregate, inevitabilmente disumana. Bisogna chiudere la parentesi rappresentata da questa cosiddetta sinistra, conclude il filosofo francese, come si è chiuso con lo stalinismo. 

 

 

 

Intervista a Jean Claude Michéa, 20 giugno 2019

 

Dopo un articolo scritto da Michael C. Behrent sul suo pensiero, la rivista americana Dissent pubblica una lunga intervista al filosofo Jean-Claude Michéa. Questa è stata rilasciata a gennaio 2019, quando i gilet gialli celebravano i loro primi due mesi. Il governo ha iniziato a screditare il movimento e scollegarlo dalle sue basi popolari, puntando l'indice in particolare sulla presenza di "Black block" e gruppi di estrema destra ai raduni di Parigi. Mentre Michael Behrent ha deciso, con l'accordo di Michéa, di tagliare alcuni passaggi che potrebbero essere incomprensibili per i lettori americani, il nostro sito offre la traduzione completa dell'intervista. Nella prima parte, il filosofo è tornato alle sue critiche al liberalismo e alla sua difesa dei gilet gialli. In questa seconda parte, sviluppa le sue critiche alla sinistra liberale.

 

Dissent - La xenofobia e l'intolleranza sono in aumento. Combattere il razzismo in questo contesto sembra più necessario che mai. Penso, ad esempio, alla critica al "privilegio bianco" molto diffusa tra i progressisti americani. Per lei, al contrario, l'antirazzismo e le lotte sociali simboleggiano tutto ciò che c'è di falso nel liberalismo culturale. Questa visione non rischia di delegittimare queste lotte in un momento in cui sembrano particolarmente necessarie?

 

Jean-Claude Michéa - È proprio sulla questione del razzismo e della difesa delle "minoranze" (sessuali o meno) che la nuvola di inchiostro diffusa per decenni dall'intellighenzia di sinistra è diventata oggi la più difficile da dissipare. Ovviamente non si tratta di "delegittimare" minimamente queste cosiddette battaglie "civili" (se non altro per essere fedeli a Marx, che nel Capitale ha già ricordato che "il lavoro di chi ha la pelle bianca non può essere emancipato là dove il lavoro con la pelle nera resta marchiato a fuoco"). Il problema, tuttavia, è il modo in cui la nuova intellighenzia di sinistra - sullo sfondo, nel corso degli anni '80, del neoliberalismo trionfante, delle "guerre stellari" e del declino irreversibile dell'impero sovietico - si è affrettata a strumentalizzare queste battaglie (ricordo ad esempio il ruolo decisivo in questo senso di Bernard-Henri Levy, Michel Foucault e dei "nuovi filosofi") allo scopo allora chiaramente esposto di rendere definitivamente impossibile il ritorno di una critica socialista al nuovo ordine liberale, critica ora assimilata ai "gulag" e al "totalitarismo" (e il fatto che l'odierna generazione di intellettuali rimasta sia stata allevata nell'idea che Marx sia un autore " superato "- quanti hanno davvero letto il Capitale? - certamente non ha migliorato le cose!). Il caso della Francia mi sembra qui, ancora una volta, emblematico.


Una manifestazione di SOS-Racisme

 

Nessuno ignora più, infatti, che è stato proprio lo stesso François Mitterrand (con la complicità, tra l'altro, dell'economista liberale Jacques Attali e del suo braccio destro dell'epoca Jean-Louis Bianco) che, nel 1984, organizzò deliberatamente dall'Eliseo (e quindi solo pochi mesi dopo la famosa "svolta liberale" del 1983) il lancio e il finanziamento di SOS-Racisme, un movimento "della società civile", ufficialmente "spontaneo" (e infatti subito presentato e lodato come tale nel mondo dello spettacolo e dei grandi media), ma la cui missione principale era in realtà deviare le frazioni di giovani e studenti delle scuole superiori, che l'abbraccio al capitalismo avrebbe potuto destabilizzare, verso una battaglia sostitutiva sufficientemente plausibile e onorevole ai loro occhi. Una battaglia sostitutiva "anti-razzista", "antifascista" e (l'aggettivo si diffuse all'epoca) "civile", che ebbe anche il vantaggio significativo, per Mitterrand e il suo entourage, di acclimatare progressivamente questa gioventù al nuovo immaginario No Border e No Limit del capitalismo neoliberale (ed è, ovviamente, in riferimento a questo tipo di movimento "civile" che Guy Debord ha ironizzato, in una delle sue ultime lettere, su queste "attuali pecore dell'intellighenzia, che conosce solo tre reati non ammissibili, con esclusione di tutto il resto: razzismo, antimodernismo, omofobia").

 

Ma questa cinica strumentalizzazione delle varie cosiddette battaglie "sociali" si è rivelata doppiamente catastrofica per la sinistra.

 

A livello intellettuale, innanzitutto, perché è ovvio che una battaglia per "la parità dei diritti e la fine di ogni discriminazione" finirà sempre per essere in tempi rapidi espropriata e dirottata dal suo significato dalla classe dominante, visto che si fa di tutto, in parallelo (e come nel caso della maggior parte delle associazioni "della società civile"), per dissociarla radicalmente da qualsiasi forma di analisi critica delle dinamiche del capitale moderno (e in particolare dall'analisi di Marx - oggi più illuminante che mai - sugli effetti psicologici, politici e culturali del dominio della merce, questa "grande, cinica livellatrice"). Un po', in breve, come chiamare a combattere l'attuale disastro ecologico - come questa giovane Greta Thunberg diventata, in pochi mesi, il nuovo idolo dei media liberali - pur guardandosi bene dal pronunciare anche una sola parola sulla dinamica senza limiti che definisce strutturalmente il sistema di produzione capitalistico!

 

 

E poi a livello pratico, perché le classi popolari ovviamente non ci hanno messo molto a capire - nella misura in cui hanno visto perfettamente che è, essenzialmente, la borghesia di sinistra (e in particolare i suoi accademici, i suoi giornalisti e i suoi artisti) ad aver preso il controllo sin dall'inizio della maggior parte di queste nuove battaglie "sociali" - che i progressi reali che questi ultimi avrebbero infine reso possibili (con la riserva, ancora una volta, di non confondere la vera emancipazione di una "minoranza" con la semplice integrazione dei suoi membri più ambiziosi nella classe dominante!), sarebbero avvenuti quasi sempre a loro danno e a loro spese.

 

A questo proposito, nulla illustra meglio questa dialettica di emancipazione regressiva delle elezioni della nuova Assemblea Nazionale francese del giugno 2017. All'epoca, l'insieme dei media aveva salutato con entusiasmo il fatto che mai, nella storia della Repubblica francese, un parlamento eletto aveva contato tante donne (quasi il 40%) o tanti deputati provenienti dalle "minoranze visibili". Che si tratti di un progresso considerevole a livello umano, ovviamente, non penso neanche per un attimo di negarlo. Il problema è che dobbiamo risalire all'anno 1871 (in altre parole all'Assemblea di Versailles che ordinò il massacro della Comune di Parigi - la "San Bartolomeo dei proletari" come disse Paul Lafargue - sotto la guida illuminata di Adolphe Thiers e Jules Favre, allora i due leader indiscussi della sinistra liberale) per trovare un'assemblea legislativa con un tale livello di consanguineità sociale (le classi lavoratrici, benché largamente maggioritarie nel Paese, non sono "rappresentate" che da meno del 3% dei rappresentanti eletti, e per la prima volta dal 1848 non c'è nemmeno un singolo vero operaio!).

 

Non è tanto perché siano "per natura" sessisti, razzisti e omofobi che "i ceti bassi" generalmente accettano con riluttanza le cosiddette lotte "sociali" (un recente studio sociologico sulle classi sociali in Europa, pubblicato nel 2017 da Agone, ha persino mostrato che "a differenza delle classi superiori, pur sempre pronte a promuovere la mobilità transnazionale e la tolleranza, le classi popolari sono in effetti molto più miste e mescolate rispetto a tutti gli altri gruppi sociali"). È piuttosto perché fanno ogni giorno la triste esperienza concreta di questa "unità dialettica" del liberalismo culturale e del liberalismo economico, su cui la sinistra accademica è ancora impegnata a fare dotte discussioni. È, del resto, uno dei motivi per cui nei miei ultimi libri ho sottolineato l'importante azione educativa del film Pride, piccolo capolavoro del cinema politico britannico realizzato nel 2014 da Matthew Warchus (da cui è tratta l'immagine di apertura, ndt).

 

Pride mostra in modo esemplare che se il sostegno fornito ai minatori gallesi nel piccolo villaggio di Onllwyn nell'estate del 1984 da giovani attivisti socialisti del gruppo londinese Lesbians and Gays Support the Miners è stato alla fine in grado di modificare in modo così efficace l'atteggiamento di questi minatori sull'omosessualità, è prima di tutto perché - a differenza degli attivisti LGBT tradizionali (che escono quasi sempre, d'altronde, dalla nuova borghesia di sinistra delle grandi città) - i giovani attivisti non si erano mai sognati di considerare i sindacalisti gallesi delle persone dalla "mentalità arretrata" da convertire sul posto a colpi di sermoni moraleggianti. Al contrario, li avevano considerati in primo luogo come veri compagni di lotta, impegnati in prima linea contro il sinistro governo di "Maggie la strega" (un atteggiamento simile a quello che guidò Orwell nel 1936 di fronte alla minaccia franchista - a prendere con la massima naturalezza il suo posto accanto ai repubblicani spagnoli).

 

Da questo punto di vista, la lezione politica di Pride va oltre la semplice lotta all'omofobia. E potremmo riassumerne il principio come segue. Vuoi davvero far indietreggiare il razzismo, l'omofobia, il sessismo e l'intolleranza? Prima rimetti in questione tutti i pregiudizi della tua classe nei confronti degli ambienti popolari - a partire da quelli che ti portano spontaneamente a vederci solo un "mucchio di gente deplorevole" ("basket of deplorables", frase usata da Hillary Clinton durante la campagna elettorale del 2016 riferendosi agli elettori di Trump, ndt) o "ragazzi che fumano sigarette e guidano diesel", se preferiamo la versione più morbida di Benjamin Griveaux - portavoce del governo di Emmanuel Macron ed ex braccio destro del "socialista" Dominique Strauss-Kahn). Allora potrai scoprire da solo come "i ceti bassi" - indipendentemente dal loro orientamento sessuale o dal colore della loro pelle - possono rapidamente rivelarsi capaci di essere umani e tolleranti e dotati di intelligenza critica - purché alla fine accettiamo di trattarli come uguali e non più come bambini irrequieti a cui dobbiamo costantemente impartire lezioni - almeno quanto quelli che si considerano costantemente  "the best and the brightest". Resta ovviamente da capire se la borghesia di sinistra abbia ancora, nel 2019, i mezzi morali e intellettuali per un simile ripensamento. Niente, purtroppo, è meno certo.

 

Dissent - Lei critica, o almeno fa notare, i limiti  dell'idea di "neutralità assiologica" e del suo posto nel pensiero politico contemporaneo. Ma una qualche variante di questa idea non è necessaria per una buona società - e specialmente per una società tollerante e aperta alle differenze?

 

Jean-Claude Michéa -  Il problema è che mi sembra molto difficile mobilitare questo concetto di "neutralità assiologica" senza dover reintrodurre immediatamente tutti i presupposti del liberalismo politico, economico e culturale! Dietro tutte le costruzioni della filosofia liberale, in effetti, si trova sempre l'idea (nata dall'esperienza traumatica delle terribili guerre civili di religione del XVI° secolo) che, essendo gli uomini per natura incapaci di accordarsi su una qualsiasi definizione comune di "vita buona" o "salvezza dell'anima" (il relativismo morale e culturale è logicamente inerente a tutto il liberalismo), solo una completa privatizzazione di tutti questi valori morali, filosofici e religiosi che sono considerati destinati a dividerci irrimediabilmente - il che implica, tra l'altro, la costruzione parallela di un nuovo tipo di Stato, minimo e "assiologicamente neutro" - possa davvero garantire a tutti il ​​diritto di scegliere il modo di vivere più adatto a sé, in un contesto politicamente pacificato. Sulla carta, un simile programma è senza dubbio attraente (specialmente se si ammette, con Marx, che "il libero sviluppo di ciascuno è la condizione del libero sviluppo di tutti"). Il problema è che è proprio questo imperativo della "neutralità assiologica" (o, se si preferisce, questa ideologia della "fine delle ideologie"), che costringe costantemente il liberalismo politico e culturale (i due sono legati, perché, se ognuno ha il diritto di vivere come desidera, ne consegue che nessun modo di vivere può essere considerato superiore a un altro) a doversi appoggiare, prima o poi, alla "mano invisibile del mercato", per garantire quel minimo di linguaggio comune e "legame sociale" senza il quale nessuna società sarebbe praticabile né potrebbe riprodursi durevolmente.

 

Questo è ciò che Voltaire stesso capì perfettamente quando nel 1760 scrisse - da buon liberale, contrario sia ai principi inegualitari dell'Antico Regime che al populismo repubblicano di Rousseau - che "quando si tratta di soldi, tutti sono della stessa religione". E in effetti, se l'unico modo per neutralizzare le dinamiche delle guerre di religione e pacificare la vita comune è di rigettare definitivamente al di fuori della sfera pubblica e della vita comune tutti i valori che possono dividerci a livello religioso, morale o filosofico, allora non si vede come una società del genere possa trovare il suo punto ultimo di equilibrio altrimenti che in questa "religione dell'economia" e in questa mistica dell "interesse bene inteso" che definiscono, fin dall'inizio, l'immaginario del modo di produzione capitalistico.

 

Comprendiamo molto meglio perché i primi socialisti - è sufficiente rileggere Pierre Leroux, Proudhon, Marx o Bakunin - hanno dato un posto così importante alla critica di questa "ideologia della pura libertà che eguaglia tutto" (Guy Debord),  a proposito della quale avevano capito molto rapidamente - e Dio sa se i fatti successivi hanno dimostrato che avevano ragione! - che inevitabilmente avrebbe portato la società liberale ad annegare tutti i valori umani nelle "acque gelide del calcolo egoistico" e "disintegrare l'umanità in monadi, ognuna delle quali ha un'essenza a sé stante e uno scopo a sé stante" (Engels). Questo del resto è il motivo per cui, secondo me, non ha alcun senso rivendicare ancora il "socialismo" (o "comunismo") là dove i concetti fondamentali di "vita comune", "comunità" e "comune" non conservano un minimo di significato e legittimità filosofica. L'unica questione politica importante, quindi, è concordare democraticamente su ciò che in una società socialista decente debba necessariamente fare parte della vita comune (fondando così il diritto della comunità di intervenire in quanto tale su una serie di questioni specifiche) e su ciò che, al contrario, può riguardare solo la vita privata degli individui, salvo cadere in un regime totalitario. È d'altra parte su questa questione cruciale (ma che ha senso solo se si respingono immediatamente il postulato nominalista e "Thatcheriano" secondo cui "esistono solo gli individui" e che di conseguenza "la società non esiste" ) che hanno continuato a confrontarsi, a partire dal XIX ° secolo, le due principali correnti del socialismo moderno.

 

Da un lato, un socialismo autoritario e puritano (a immagine, ad esempio, di Lenin, quando afferma in "Stato e Rivoluzione" che, una volta realizzato il socialismo, "l'intera società non sarà altro che un solo ufficio e un solo laboratorio, con uguaglianza di lavoro e retribuzione") e, dall'altro, un socialismo democratico e libertario (quello difeso, ad esempio, da Pierre Leroux quando avvertì, già nel 1834 , Il proletariato francese contro la tendenza di una parte del nascente movimento socialista a "favorire, consapevolmente o no, l'avvento di un nuovo papato" in cui l'individuo "diventato un funzionario, e solo un funzionario, verrebbe irreggimentato, avrebbe una dottrina ufficiale in cui credere e l'Inquisizione alla sua porta"). Da parte mia, avendo infinitamente più simpatia per il socialismo anarchico di Proudhon, Kropotkin o Murray Bookchin, rispetto a quello di Cabet, Stalin o Mao, è ovvio che condivido pienamente la vostra preoccupazione per una società "tollerante" e il più aperta possibile a tutte le "differenze "(non è del resto Rosa Luxemburg che ricordava in "La rivoluzione russa" - contro Lenin e Trotsky - che "la libertà è sempre la libertà di chi la pensa diversamente"?).

 

Ma finora non vedo che cosa si potrebbe guadagnare sul piano filosofico - se non qualche ulteriore confusione politica - a riportare nuovamente dentro le vecchie categorie dell'ideologia liberale tutto quello che, fin dall'inizio del XIX ° secolo, ha fatto la meravigliosa originalità del socialismo populista, democratico e libertario. Perché se è indiscutibile - come ricordava una volta l'attivista rivoluzionario Charles Rappoport - che "il socialismo senza libertà non è socialismo", è altrettanto innegabile - ha aggiunto immediatamente - che "la libertà senza socialismo non è libertà" . Immagino che Orwell avrebbe applaudito!

 

Dissent -  Ho la sensazione che in molti a sinistra (e penso in particolare, ancora una volta, agli Stati Uniti) nutrano una sfiducia spontanea verso idee come la "decenza comune" di George Orwell - che per lei gioca un ruolo importante - perché le vedono come un modo mascherato di difendere il pregiudizio e l'intolleranza. Come reagisce a simili preoccupazioni?

 

Jean-Claude Michéa - Sfortunatamente, lo vedo come un segno della crescente influenza delle "idee" (se così si possono chiamare) di Bernard Henri Levy sulla nuova intellighenzia "progressista"! Proprio lui che, ancora di recente, non ha esitato neppure a definire le classi popolari per il loro "disprezzo dell'intelligenza e della cultura" e le loro "esplosioni di xenofobia e antisemitismo" (va detto che la rivolta del "basso ceto" e dei suoi gilet gialli l'aveva immediatamente immerso nello stesso stato di odioso panico dei ricchi borghesi parigini nel 1871 contro gli insorti della Comune!). Ma la maggior parte delle indagini empiriche che abbiamo su questo argomento confermano, al contrario, in modo massiccio che è davvero negli strati popolari che il senso del limite e la pratica concreta e quotidiana dell'assistenza reciproca e della solidarietà rimangono, ancora oggi, più diffusi e vitali. E questo si spiega, dopo tutto, molto facilmente.

 


Bernard Henri-Lévy

 

Quando il tuo reddito è troppo basso - come è il caso, per definizione, della maggior parte delle classi popolari - non puoi avere in effetti la minima possibilità di superare i molti ostacoli della vita quotidiana se non puoi contare sull'aiuto della famiglia e sulla solidarietà del paese o del quartiere. Avendo io stesso scelto di vivere - in parte, per motivi di coerenza morale e filosofica - nel cuore di questa Francia abbandonata, rurale e "periferica" ​​(dove la maggior parte dei servizi pubblici sono scomparsi - è il neoliberalismo - e dove spesso è necessario percorrere chilometri - dieci, nel mio caso personale! - per trovare il primo caffè, il primo negozio o il primo medico), posso assicurarvi che il modo in cui si comportano la maggior parte delle persone che mi circondano (che sono essenzialmente piccoli contadini, viticoltori e piccoli allevatori) corrisponde molto di più, ancora oggi, alle descrizioni di George Orwell in "La strada di Wigan Pier" o in "Omaggio alla Catalogna" rispetto a quelle di Hobbes, Mandeville o Gary Becker (ovviamente non direi la stessa cosa, d'altra parte, delle grandi città - come Parigi o Montpellier - dove ho vissuto a lungo!).

 

Questo non sorprenderà i lettori di Marcel Mauss (come sapete, mi sono ispirato al suo "Saggio sul dono" per spiegare le basi antropologiche del concetto di decenza comune ), EP Thompson (penso, tra l'altro, alle sue analisi decisive sull' "economia morale" delle classi popolari e sui loro "costumi in comune" ), di Karl Polanyi, di Marshall Sahlins o di James C. Scott. E ancor meno sorprenderà i lettori di David Graeber che - in "Debito: i primi 5000 anni" - non ha esitato a forgiare i concetti di comunismo di base o comunismo quotidiano (una versione particolarmente radicale, come vediamo, della comune decenza di George Orwell!) per descrivere questo "fondamento di tutta la sociabilità umana (...) che rende possibile la società").

 

Quindi non è tanto l'ipotesi di una decenza comune o ordinaria - qualsiasi ne siano gli sviluppi filosofici e antropologici indispensabili che richiama per definizione - che dovrebbe essere un problema oggi! Piuttosto, è il ritorno in forze nella moderna intellighenzia di sinistra della vecchia arroganza di classe e dei vecchi pregiudizi elitari - incluso, ahimè, tra alcuni sostenitori della decrescita - secondo i quali "postulare una decenza ordinaria rappresenta una visione paternalistica e fantasiosa di un popolo che, in realtà, non è mai esistito" (Prendo in prestito questa formula sbalorditiva - ma che dice molto sulla relazione con le classi popolari di gran parte della nuova fauna universitaria - dall'onesto "repubblicano critico", ecco come si presenta Pierre-Louis Poyau). A tal punto che tendo persino a vedere in questo strano risveglio delle tesi più stantie di un Gustave Le Bon, un Taine o un H.L. Mencken (ad esempio, è stupefacente notare in quale misura il termine, precedentemente glorioso, di "populismo" sia diventato oggi, per la maggior parte dei giornalisti e intellettuali di sinistra, un quasi sinonimo di "fascismo"; o i deliri demofobi e "transumanisti" dell'ideologo macronista Laurent Alexandre) uno dei segni più irrefutabili, e probabilmente più disperanti, del naufragio morale e intellettuale assoluto della sinistra "moderna" e "progressista".

 

In un momento in cui il sistema capitalista mondiale sta per sperimentare il decennio più critico e turbolento della sua storia - in un contesto di disastro ecologico crescente e disuguaglianze sociali sempre più esplosive e indecenti - mi sembra che sia abbondantemente arrivato il tempo di chiudere, una volta per tutte, la triste parentesi politica della sinistra liberale (come prima è stata chiusa quella dello stalinismo) e di riscoprire il più rapidamente possibile, prima che sia troppo tardi, la critica socialista della società dello Spettacolo e del mondo della Merce, che è chiaramente tornata oggi più attuale che mai.

26/11/19

La vaccinazione obbligatoria non è la soluzione per il morbillo in Europa

L’ondata di obbligo vaccinale che registriamo in Europa non serve a prevenire i focolai di morbillo e crea un vulnus democratico alla libertà delle persone. La maggior parte dei dubbiosi non sono estremisti, bensì genitori prudenti che hanno bisogno di un confronto professionale e trasparente e di servizi vaccinali facilmente accessibili.

 

 

Di Vageesh Jain, 15 novembre 2019

 

 

I casi di morbillo globalmente nei primi sei mesi del 2019 hanno raggiunto i livelli più alti dal 2006. Mentre i paesi di tutto il mondo lottano per contenere i focolai, le politiche governative in materia di vaccinazioni sono state messe sotto accusa. La Germania è stata l'ultima  a cedere alla pressione.

 

Data la libera circolazione dei cittadini tra i paesi dell'UE, una politica coerente in materia di sanità pubblica è particolarmente importante. Ad esempio, nel primo trimestre del 2019 nel Regno Unito si sono verificati oltre 230 casi di morbillo, la maggior parte dei quali collegati a viaggi in Europa.

 

Anche se i casi di morbillo sono ai massimi storici, nella regione europea dell'Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) i bambini che vengono vaccinati non sono mai stati così tanti. Gli incrementi dei tassi di vaccinazione vengono messi in ombra da piccoli gruppi di persone vulnerabili, che continuano ad agire da serbatoio per la malattia. Nessun paese dell'UE può sperare di controllare adeguatamente il morbillo senza un successo diffuso all’intera regione. Quindi la domanda è: la vaccinazione obbligatoria è la chiave del successo?

 

Nove paesi europei su 30 hanno la vaccinazione obbligatoria per il morbillo, che prevede due dosi, una nei primi due anni di vita (MCV 1) e una più tardi nell'infanzia (MCV 2). Non vi è alcuna differenza evidente nella copertura vaccinale tra i paesi con vaccinazione obbligatoria rispetto a quelli senza vaccinazione obbligatoria.

 


Diffusione del vaccino contro il morbillo nei paesi UE/UEA (2018) ECDC, OMS


 

 

Anche guardando al numero di casi di morbillo nei bambini per paese, non vi è alcuna differenza consistente: alcuni paesi che hanno la vaccinazione obbligatoria, come Bulgaria e Slovacchia, hanno tassi di morbillo molto elevati.

 


Numero di casi di morbillo ogni 100.000 bambini nei paesi dell'UE/SEE. ECDC, Banca Mondiale


 

 

La vaccinazione obbligatoria è antidemocratica

 

Il problema più evidente con la vaccinazione obbligatoria è che incide sui diritti delle persone, un aspetto fondamentale nella democrazia liberale. Fu proprio la percezione diffusa che i ricchi avessero imposto la loro volontà a scapito dell'autonomia individuale a portare alla fine della vaccinazione obbligatoria contro il vaiolo in Inghilterra nel 1946.

 

Tuttavia, c'è chi potrebbe sostenere che è compito del governo adottare misure rigide nell'interesse della salute pubblica. Le differenze negli approcci dei paesi dell'UE riflettono quindi i diversi sistemi politici e la loro volontà di prevalere sull'autonomia individuale per un maggiore beneficio comune percepito.

 

Un indice democratico dell'Economist Intelligence Unit, basato su 60 indicatori, tra cui le libertà civili e i diritti umani, mostra che i paesi dell'UE in cui la vaccinazione contro il morbillo è obbligatoria sono tutti classificati come "democrazie imperfette". Tra i paesi in cui la vaccinazione non è obbligatoria, il 62% è stato classificato come "democrazia completa".

 


Paesi UE classificati per Indice di democrazia EIU. Economist Intelligence Unit (EIU)


 

 

Considerando tutti gli elementi, è chiaro che i sistemi democratici deboli di alcuni paesi dell'UE consentono l'attuazione dell'obbligo vaccinale, con benefici scarsi o inesistenti per la salute pubblica.

 

Le alternative

 

Sulle ragioni dell'esitazione vaccinale sappiamo molto. I genitori che rifiutano il vaccino contro morbillo, parotite e rosolia (MMR) spesso credono che i vaccini siano insicuri e inefficaci e che le malattie che prevengono siano lievi e non comuni. Alcuni non hanno fiducia nei professionisti della salute né nella scienza. Esistono soluzioni a questo riguardo: diversi studi con controllo randomizzati (lo standard aureo della ricerca medica) hanno dimostrato che l'atteggiamento dei genitori può essere cambiato con i giusti programmi di formazione.

 

È anche importante avere abbastanza centri che effettuino le vaccinazioni. La sanità pubblica sembra essere stata un facile obiettivo per i tagli di bilancio in molti paesi europei. In molti paesi, la maggior parte delle persone scettiche sui vaccini non sono veementi "no-vax", ma persone che hanno una  posizione prudente sulla vaccinazione. Per persone come queste, avere servizi di vaccinazione accessibili e convenienti e una guida professionale di supporto sono fondamentali per una strategia efficace.

 

Uno studio francese del 2019 ha mostrato che un anno dopo che era stata resa obbligatoria la vaccinazione, la copertura vaccinale per il morbillo è aumentata. Questo dato è però fuorviante. È probabile che rifletta il successo delle diverse azioni derivate da un significativo impegno politico, tra cui il finanziamento dei servizi sanitari pubblici, campagne di sensibilizzazione pubblica e in generale attività di sensibilizzazione, piuttosto che l'effetto della legge sull'obbligo in sé.

 

Per affrontare il morbillo, la politica dell'UE deve essere coerente, equa ed efficace. Esistono ragioni ben comprese e documentate alla base dei bassi tassi di vaccinazione. È importante che siano affrontate, in particolare nei gruppi sociali difficili da raggiungere, prima di passare a misure drastiche supportate da prove deboli, sotto l'apparenza dell'azione.

 

 

Vageesh Jain è medico, attualmente è in formazione per la specializzazione in Salute pubblica a Londra. Ha al suo attivo numerose pubblicazioni su riviste sottoposte a “peer review” in materia di epidemiologia e politica sanitaria. Nel suo ruolo attuale, lavora sulla prevenzione delle malattie cardiovascolari nel borgo londinese di Hackney e part-time presso l'International Rescue Committee (IRC) sulla gestione delle malattie non trasmissibili in contesti umanitari. Ha una posizione clinica accademica NIHR all’Istituto per la Salute Globale presso l'UCL.

 

20/11/19

E se #Lascienza fosse sbagliata?

Davvero la scienza "parla da sé" e deve sostituirsi alla politica? Questo articolo del 2016 affronta la questione a partire dall’evidenza della scarsa replicabilità di molte delle ricerche pubblicate. Le conclusioni di un lavoro scientifico devono essere valutate alla luce degli interessi di chi lo ha prodotto e sostenuto, sottoposte a un’analisi concettuale che ne verifichi la coerenza e chiarezza e messe a confronto con i dati. Occorre ricordare che la scienza non è nemmeno l’unica possibile fonte di verità. Insomma: la scienza non parla da sé e, se anche potesse parlare, non vorrebbe in nessun caso formulare conclusioni immutabili né sostituirsi agli organi di indirizzo politico.

 

 

Di Callie Joubert, 22 luglio 2016

 

 

Noi tendiamo a pensare alla scienza come a una ricerca spassionata (imparziale, neutra) di verità e certezza. Ma è possibile che ci troviamo di fronte a una situazione in cui si verifica una produzione massiccia di informazioni sbagliate o una distorsione delle informazioni? È possibile che alcune discipline scientifiche si trovino ad affrontare una crisi di credibilità? Ci sono sempre più ragioni per ritenere che sia proprio così, il che solleva due domande: quanto è grave il problema? E quale potrebbe esserne la causa?

 

Quanto è grave il problema? 

Recenti articoli apparsi su First Things,1  The week,2  e  New Scientist 3 presentano prove che portano alla conclusione che sono largamente diffusi risultati di ricerche scientifiche fallaci.

Il titolo di un editoriale della prestigiosa rivista medica The Lancet, datato 6 aprile 2002, pone la domanda: "Quanto è ormai inquinata la medicina?" 4  L'articolo afferma che "la risposta è: in modo pesante e che causa danni". Tra le altre cose, nel 2001 alcuni ricercatori hanno eseguito sperimentazioni con prodotti biotecnologici rispetto ai quali avevano un interesse finanziario diretto: i medici tacquero ai loro pazienti che altri malati erano morti utilizzando questi prodotti, mentre erano disponibili alternative più sicure. Sulla stessa rivista, l'11 aprile 2015, il dottor Richard Horton ha dichiarato tutta la gravità del problema in questo modo: "L’accusa rivolta alla scienza è semplice: grande parte della letteratura scientifica, forse la metà, può essere semplicemente basata su falsi... la scienza ha svoltato verso l'oscurità”. 5

 

Nel 2004, con il titolo di "Ricerca deprimente", il direttore di The Lancet ha pubblicato questo commento sugli antidepressivi per i bambini: "La storia della ricerca sull'uso dell’inibitore selettivo della serotonina (SSRI) nella depressione infantile è fatta di confusione, manipolazioni e fallimento delle istituzioni... In una cultura medica globale in cui la medicina fondata sulle prove scientifiche è considerata come il golden standard per l'assistenza medica, questi fallimenti [ossia quelli della Food and Drug Administration negli Stati Uniti nel trarre le conseguenze attive dalle informazioni sugli effetti nocivi di questi farmaci sui bambini] rappresentano un disastro." 6 Dopo essere stata direttore del New England Journal of Medicine per vent'anni, la dottoressa Marcia Angell ha dichiarato che "i medici non possono più fare affidamento sulla letteratura medica per ottenere informazioni valide e affidabili". 7 La Angell ha citato un'analisi di 74 studi clinici su farmaci antidepressivi che mostra che sono stati pubblicati 37 su 38 articoli che riportavano risultati positivi. In contrasto, 33 dei 36 studi con risultati negativi non sono stati pubblicati o sono stati pubblicati in una forma che dava l’impressione di un risultato positivo. Cita anche il fatto che le aziende farmaceutiche stanno finanziando "la maggior parte della ricerca clinica sui farmaci da prescrizione, e ci sono prove crescenti che spesso influenzano la ricerca che sostengono, per far sembrare i loro farmaci migliori e più sicuri."

Nel 2011 alcuni ricercatori della Bayer decisero di testare 67 farmaci recentemente messi a punto sulla ricerca preclinica della biologia del cancro. In più del 75% dei casi i dati pubblicati non risultarono replicabili. 8  Nel 2012 uno studio pubblicato su Nature rivelò che solo l'11% di un campione di studi preclinici sul cancro esaminati che uscivano dalle università erano risultati replicabili. 9

 

Sulla prestigiosa rivista Science, nel 2015, l'Open Science Collaboration10  ha presentato un lavoro su 100 studi di ricerca psicologica che 270 autori hanno cercato di replicare. Un incredibile 65 per cento di questi non ha mostrato alcun nesso statisticamente significativo con la sua replica, e molti dei rimanenti hanno avuto una dimensione dei risultati notevolmente ridotta. In parole povere, le prove alla base dei risultati originali erano deboli.

 

Una scoperta nel campo della fisica, la più “dura” di tutte le scienze dure, è di solito considerata la più affidabile nel mondo della scienza. Tuttavia, due dei risultati fisici più decantati degli ultimi anni, "l'inflazione cosmica e le onde gravitazionali nell'esperimento BICEP2 in Antartide, e la presunta scoperta di neutrini più veloci della luce al confine svizzero-italiano - sono stati in seguito ritrattati, con molta meno fanfara rispetto a quando erano stati pubblicati per la prima volta." 11

 

Questi esempi sono solo la punta dell'iceberg,12  e indicano, secondo le parole del dottor Horton (citato in precedenza), "che qualcosa è andato veramente storto con una delle più grandi creazioni umane." 13  Passiamo quindi alla domanda successiva.

 

Quale potrebbe essere la causa?


In primo luogo, anche se la ripetibilità è essenziale per mantenere la credibilità scientifica, ci sono molte ragioni per cui alcuni studi non si riescono a replicare (ad esempio, nel caso in cui ci siano delle differenze nelle condizioni iniziali [nella configurazione sperimentale] e nella comprensione teorica tra gli studi originali e la replica fallita, o quando la scoperta e l'interpretazione originali erano sbagliate). Il problema si aggrava quando, "nella maggior parte dei campi scientifici, la stragrande maggioranza dei dati raccolti, dei protocolli e delle analisi non sono disponibili e/o scompaiono subito dopo o anche prima della pubblicazione". 14  Spesso si dimentica che piccoli errori possono avere grandi conseguenze. Nel 2013, tre anni dopo che due economisti dell'Università di Harvard (la nota e grave vicenda di Reinhart e Rogoff, NdVdE) avevano pubblicato una ricerca che mostrava che quando il debito di un paese oltrepassa il 90 per cento del PIL c'è un crollo collegato nella crescita economica, uno studente dell'Università del Massachusetts ebbe problemi quando cercò di replicare le loro deduzioni. Scoprì così che "avevano fatto diversi errori tra cui un errore di codifica nel loro foglio di calcolo." 15  Tuttavia, quelle affermazioni dei due economisti avevano nel frattempo avuto un forte impatto sul dibattito politico pubblico.

 

In secondo luogo, non si può negare che le aspirazioni di carriera e il desiderio di prestigio, la concorrenza tra ricercatori per ottenere risorse scarse, il guadagno commerciale (l’obiettivo del profitto) portino alla selezione guidata dei risultati, all’aggiustamento di "piccoli errori" in modo che quanto ottenuto sembri più rilevante e a frodi deliberate. 16  Un problema ben noto con l'analisi statistica, la pratica comunemente nota come "p-hacking" - raccogliere o selezionare dati fino a quando risultati non significativi diventano significativi - è particolarmente grave nelle scienze biologiche. 17  Un altro problema è l’"aggiustamento" dei modelli che gli scienziati usano per spiegare i fenomeni che osservano. Ad esempio, "secondo alcune stime, tre quarti degli articoli scientifici pubblicati nel campo del machine learning sono fasulli a causa di questo "ultra-aggiustamento". 19  Nel loro insieme, questi problemi rendono difficile decidere cosa accettare e cosa non accettare come dato accertato.

Una terza spiegazione riguarda il processo di revisione tra pari (“peer review”, ovvero revisione degli articoli da parte di ricercatori esperti dello stesso campo, per ammetterne o negarne la pubblicazione su una rivista, talvolta senza che il revisore sappia chi è l'autore del lavoro, NdVdE). Questo processo è "mortalmente efficace nel sopprimere le critiche al paradigma di ricerca dominante". 19  Questo significa, tra le altre cose, che i risultati che contraddicono i risultati precedenti possono essere soppressi e la diffusione di dogmi infondati perpetuata. Ma la scienza può ampliare la nostra comprensione dei fenomeni, quando la trasparenza, il pensiero critico e la messa in discussione dei principi fondamentali sono rigorosamente arginati?

Un quarto modo per spiegare i risultati scientifici errati si riferisce a quanto presupposto dai ricercatori, che influenza la loro interpretazione dei risultati della ricerca. Questo non è quasi mai discusso nella letteratura di ricerca ufficiale, e quando viene riconosciuto come un problema, il lettore è lasciato all'oscuro di cosa significhi esattamente. Il dottor Horton è illuminante quando afferma che "gli scienziati troppo spesso rimodellano i dati perché si adattino alla loro teoria preferita del mondo [cioè, alla loro visione del mondo]." Ciò significa che pensiamo al mondo e a noi stessi in un contesto o sulla base di qualche schema concettuale o quadro di credenze. Questo ha almeno un'implicazione: I dati non "parlano da soli"; i risultati delle ricerche non sono interpretati da un punto di vista neutrale.

C'è un altro "presupposto di base su cui quasi tutti coloro che lavorano nel campo delle scienze biomediche sono d'accordo e che è il naturalismo." 20  Il naturalismo è problematico perché i problemi umani sono spesso riconcettualizzati e successivamente descritti in termini che sono coerenti con la teoria dell’evoluzione, ma d’altra parte in conflitto con prospettive alternative. Quello che segue è solo un esempio.

 

Secondo Laurence Tancredi,21 psichiatra/avvocato e professore di psichiatria alla New York University, "la moralità inizia nel cervello." Egli sostiene che i "nuovi sviluppi nelle neuroscienze" hanno alterato il nostro concetto di inganno, abuso, manipolazione, desiderio sessuale incontrollabile, avidità, omicidio, furto, infedeltà - di ogni possibile peccato e atto immorale legato ai Dieci Comandamenti - trasformandolo in un problema di biologia cerebrale". Quello che noi consideriamo peccato o trasgressione morale in realtà "ha creato un vantaggio evolutivo durante alcune fasi iniziali dello sviluppo dell'uomo". Per esempio, "La compulsione a mangiare... ha avuto il vantaggio di tenere insieme le persone durante i periodi di carestia. Le donne con relazioni "extraconiugali" hanno avuto come conseguenza dei figli, il che ha aumentato la diversità genetica. Anche l'omicidio, durante i periodi di risorse limitate, ha garantito la sopravvivenza di alcuni rispetto ad altri." In sintesi, dice, "la moralità negli esseri umani si è evoluta dagli altri primati e dipende dal cervello."

 

In primo luogo, gli scimpanzé spesso si ingannano, si manipolano e si uccidono a vicenda, ma nessun neuroscienziato ha mai ipotizzato che essi soffrano di "problemi di biologia cerebrale". Pertanto, ciò che ci viene presentato è una bizzarra forma di logica: gli scimpanzé che ingannano, manipolano e uccidono non hanno problemi cerebrali, ma gli esseri umani che fanno queste cose hanno questi problemi. Ma con la stessa logica, il cannibalismo, l'infedeltà e l'omicidio, che non erano peccati per i nostri presunti antenati, non sono ora peccati neanche per noi, perché queste cose sono problemi cerebrali.

 

La spiegazione evolutiva e neuroscientifica di Tancredi della condotta immorale ha un’altra bizzarra implicazione: coloro che un giorno dovranno "comparire davanti al tribunale di Cristo, ciascuno per ricevere la ricompensa delle opere compiute finché era nel corpo, sia in bene che in male" (Corinzi 2, 5:10), saranno persone con problemi cerebrali.

 

La teoria della moralità di Tancredi può avere due conseguenze indesiderate. Da un lato, può portare i cristiani a ripensare di nuovo all'insegnamento della Bibbia, alle cause del male, al luogo della lode, della colpa, della responsabilità nelle loro pratiche morali e a come trattare chi si comporta male. D'altra parte, se la moralità "inizia nel cervello", questo può portare i ricercatori, che falsificano e sopprimono i risultati negativi per ingannare gli altri, a pensare di avere problemi cerebrali. E se questa è scienza, la cosa è ridicola, per non dire altro.

 

Considerazioni conclusive


Per concludere questa breve panoramica su come spiegare i risultati scientifici fallaci, vorrei fare quattro osservazioni.

In primo luogo, è sempre bene chiedersi di quale interesse la ricerca sia al servizio, quando, per esempio, uno scienziato sostiene che "l'anima è morta" e che "questo è ciò che le neuroscienze moderne promettono di ottenere". 22

 

In secondo luogo, lo scopo di un'analisi concettuale è dimostrare che l'articolazione di una spiegazione scientifica è in qualche modo incoerente, che è logicamente e concettualmente incomprensibile, che la spiegazione di alcune proprietà è inappropriata, o che una domanda formulata riguardo all'oggetto da indagare è incomprensibile. Pertanto, quando i problemi empirici sono affrontati senza un'adeguata chiarezza concettuale, è prevedibile che vengano sollevati domande e obiettivi errati, ed è probabile che ne consegua una ricerca mal indirizzata.

 

In terzo luogo, molti scienziati sono in grado di riconoscere che l'obiettivo della scienza è la ricerca e la presentazione della verità, e che qualsiasi deviazione da questo obiettivo influisce negativamente sulla nostra vita; ma si rifiutano di accettare che il metodo scientifico è solo una fonte di verità tra le altre. Ciò che necessita una seria rivalutazione è la visione del mondo naturalista materialista e biologico-riduzionista che domina il mondo accademico; è un quadro concettuale del tutto fuorviante per l'articolazione e la spiegazione delle origini umane, dei problemi personali e interpersonali, e di come possono essere rettificati.

 

Infine, se la prova scientifica è alla base dell'autorità scientifica, allora la critica di tale autorità è inevitabile per coloro che sono in grado di vedere attraverso le interpretazioni e le spiegazioni dei risultati della ricerca. Un attento controllo delle interpretazioni e delle spiegazioni è quindi imperativo quando la fiducia nell'autorità scientifica conduce a una guida ontologica, epistemologica e morale nella nostra vita.

 

Note

1 William A. Wilson, “Scientific Regress,” First Things, http://www.firstthings.com/article/2016/05/scientific-regress.

2 Pascal-Emmanuel Gobry, “Big Science is Broken,” The Week, April 18, 2016, http://theweek.com/articles/618141/big-science-broken.

3 Sonia van Guilder Cooke, “Why So Much Science Research Is Flawed—and What to Do About It,” New Scientist, April 13, 2016, http://www.newscientist.com/article/mg23030690-500-why-so-much-science-research-is-flawed-and-what-to-do-about-it/.

4 “Just How Tainted Has Medicine Become?,” The Lancet 359, no. 9313 (2002): 1167.

5 Richard Horton, “Offline: What Is Medicine’s 5 Sigma?,” The Lancet 385, no. 9976 (2015): 1380.

6 “Depressing Research,” The Lancet 363, no. 9418 (2004): 1335.

7 Marcia Angell, “Industry-Sponsored Clinical Research: A Broken System,” JAMA 300, no. 9 (2008): 1069–1070.

8 William A. Wilson, “Scientific Regress.”

9 C. Glenn Begley and Lee M. Ellis, “Drug Development: Raise Standards for Preclinical Cancer Research,” Nature 483 (2012): 531–533.

10 Open Science Collaboration, “Estimating the Reproducibility of Psychological Science,” Science 349, no. 6251 (2015): 1–8.

11 William A. Wilson, “Scientific Regress.”

12 John P. A. Ioannidis, “Why Most Published Research Findings Are False,” PLoS Medicine 2, no. 8 (2005): 696–701.

13 Presumibilmente il dottor Horton si riferisce alla ricerca scientifica in generale. Richard Horton, “Offline: What Is Medicine’s 5 Sigma?”

14 John P. A. Ioannidis, “Why Science Is Not Necessarily Self-Correcting,” Perspectives on Psychological Science 7, no. 6 (2012): 646.

15 Sonia van Guilder Cooke, “Why So Much Science Research Is Flawed—and What to Do About It.”

16 William A. Wilson, “Scientific Regress.”

17 Sonia van Guilder Cooke, “Why So Much Science Research Is Flawed—and What to Do About It.”

18 “Trouble at the Lab,” The Economist, October 19, 2013, http://www.economist.com/news/briefing/21588057-scientists-think-science-self-correcting-alarming-degree-it-not-trouble.

19 William A. Wilson, “Scientific Regress.”

20 James A. Marcum, Humanizing Modern Medicine: An Introductory Philosophy of Medicine (London, United Kingdom: Springer, 2008), 23.

21 Laurence Tancredi, Hardwired Behaviour: What Neuroscience Reveals about Morality, (Cambridge, England: Cambridge University Press, 2005), ix, x, xi, 2, 4, 6, 8.

22 Joshua D. Greene, “Social Neuroscience and the Soul’s Last Stand,” in Social Neuroscience: Towards Understanding the Underpinnings of the Social Mind, eds. Alexander Todorov, Susan Fiske, and Deborah Prentice (New York, New York: Oxford University Press, 2011), 264.

19/11/19

Intervento di Visco sulla riforma del MES: grandi rischi e piccoli vantaggi

Riportiamo integralmente l'intervento del 15 novembre del governatore della Banca d'Italia, Ignazio Visco, sulla riforma del Mes, per dare la possibilità ai lettori di valutare esattamente le sue parole, in considerazione dei commenti molto ammorbiditi apparsi sul principale quotidiano ¹1economico italiano (vedi anche qui). In realtà insieme all'audizione alla Camera dei deputati di Giampaolo Galli, docente alla Luiss ed ex direttore generale di Confindustria, anche le parole di Visco hanno suscitato scalpore, perché i  due economisti, di provata fede europeista, hanno entrambi manifestato in maniera chiara le dovute preoccupazioni sui "rischi enormi" per il nostro paese derivanti dall'approvazione di questa riforma, peraltro già concordata a livello europeo anche dal governo italiano al di fuori di qualsiasi dibattito parlamentare, e ora in attesa solo di  ratifica. In proposito suggeriamo anche la lettura dell' approfondita e completa analisi sul Mes e i suoi effetti del giurista ed ex sottosegretario agli Affari europei col Ministro Savona, Luciano Barra Caracciolo.

 

 

Roma, 15 novembre 2019

 

Questo seminario si tiene in una congiuntura difficile per l'Europa. La marea della crisi finanziaria globale e della crisi dei debiti sovrani è passata da tempo, ma la sua eredità velenosa e le tensioni geopolitiche stanno alimentando la sfiducia, la paura e anche pregiudizi che si pensavano ormai sepolti. La costruzione europea è a un punto morto, benché ce ne sia una forte necessità nelle aree chiave, dove l'Unione è più brava a proibire che a costruire.

 

Benché la moneta unica sia stata un passo fondamentale nel cammino verso l'integrazione europea, l'Unione economica e monetaria rimane una costruzione incompiuta. Gli architetti europei lo sapevano e desideravano e prevedevano progressi maggiori per il futuro. Anche prima dell'introduzione dell'euro, lo stato anomalo di una moneta senza Stato era stato sottolineato, così come la solitudine istituzionale della Banca centrale europea (BCE) e i problemi posti dall'imperfetta mobilità del capitale e del lavoro.

 

I rischi insiti in questa situazione si sono materializzati con violenza imprevista (veramente non del tutto imprevista, ndt) durante la crisi dei debiti sovrani. In questa occasione è venuta a galla tutta l'inadeguatezza della governance economica dell'area dell'euro. Le esitazioni nel definire le procedure per sostenere i Paesi in difficoltà hanno alimentato i timori di una rottura dell'euro. Gli spread sui rendimenti dei titoli di Stato si sono notevolmente allargati, in alcuni casi andando ben oltre ciò che sarebbe stato giustificato dalle condizioni economiche e finanziarie dei Paesi interessati, rendendo così ancora più difficile uscire da tali condizioni.

 

Le proposte di riforma elaborate dopo il picco della crisi prevedevano il graduale rafforzamento dell'integrazione, prima nell'area finanziaria e poi per le finanze pubbliche. Eppure, sette anni dopo, sono stati compiuti progressi solo parziali. L'unione bancaria è incompleta e non priva di difetti, le regole di base per l'unione di capitali sono ancora in fase di determinazione e l'unione fiscale è stato rinviata a una data futura non meglio specificata.

 

Le preoccupazioni per le vulnerabilità finanziarie pubbliche e private accumulate durante la crisi e la sfiducia reciproca ostacolano i progressi. Mentre la riduzione e condivisione del rischio dovrebbe andare di pari passo e rafforzarsi reciprocamente, l'incertezza sul come procedere, il disaccordo sulla successione e sugli effetti degli interventi e le paure di ricadute negative producono un arresto nel processo di riforma. Di conseguenza, l''integrazione economica dell'area dell'euro viene frenata e l'area stessa continua a essere esposta a rischi finanziari.

 

Questo stallo deve essere sbloccato e devono essere create le condizioni per consentire in futuro passi avanti che oggi sembrano impossibili. In questo contesto, vorrei condividere con voi alcune riflessioni, in primo luogo, su come sono affrontati i rischi sovrani e bancari in Europa, e in secondo luogo, sullo stato dell'unione fiscale e dei mercati dei capitali.

 

Il rischio sovrano e bancario

 

La diffusa preoccupazione per i debiti pubblici elevati è giustificata. Sono una fonte di rischio sistemico. Anche se fondamentalmente in grado di sostenere il debito, i Paesi fortemente indebitati sono più vulnerabili agli shock di liquidità e ricevere una valutazione negativa da parte dei mercati sull'impegno delle autorità nazionali nel garantire la stabilità finanziaria. Inoltre, in un'area valutaria, una crisi del debito sovrano può avere forti ripercussioni per i paesi vicini, visti gli stretti legami economici e finanziari.

 

Al momento sta giungendo in porto la riforma del Trattato sul Meccanismo europeo di stabilità (MES), per rafforzare il suo ruolo nella prevenzione e gestione delle crisi sovrane negli Stati membri dell'area dell'euro. Fa parte di uno sforzo volto a ridurre l'incertezza su come e quando un debito sovrano può essere ristrutturato. Chiarire le condizioni e le procedure per la ristrutturazione del debito ridurrebbe certamente la parte del costo di un default del debito sovrano che può essere attribuita all'incertezza sulle modalità e sui tempi della sua soluzione.

 

Ma questa è solo una piccola parte del costo dell'insolvenza di uno Stato. Si tratta di una questione da gestire con molta prudenza. I piccoli e incerti benefici di un meccanismo per la ristrutturazione dei debiti sovrani devono essere soppesati considerando l'enorme rischio che il semplice annuncio della sua introduzione inneschi una reazione a catena di aspettative di default, che può diventare una profezia che si autoavvera. Dovremmo tutti tenere a mente le terribili conseguenze dell'annuncio del coinvolgimento del settore privato (ovvero della ristrutturazione del debito sovrano della Grecia, ndT) nella risoluzione della crisi greca dopo l'incontro di Deauville alla fine del 2010.

 

Non si sottolineerà mai abbastanza l'importanza di politiche di bilancio rigorose a livello nazionale. Ma ridurre il rapporto debito/PIL richiede tempo e c'è il rischio che una crisi possa interrompere il processo, anche se non come diretta conseguenza di decisioni politiche. L'Europa dovrebbe cercare i modi per sostenere e incoraggiare gli sforzi che devono essere intrapresi dagli Stati membri per ridurre il loro debito. Ecco perché è necessaria una qualche forma di assicurazione sovranazionale, ad esempio attraverso la creazione di un Fondo per il rimborso del debito europeo (ERF), finanziato dalle risorse dedicate dei paesi partecipanti.

 

Il meccanismo può essere progettato in modo da impedire trasferimenti sistematici tra Paesi e riducendo al contempo il rischio di instabilità finanziaria per l'intera area. L'introduzione di un ERF rafforzerebbe l'impegno nazionale per la riduzione del debito (perché la quota del debito nazionale trasferita al fondo sarebbe sostenuta da un flusso di entrate specifiche) e ridurrebbe la rilevanza sistemica del debito nazionale (residuo).

 

Questo sarebbe utile per migliorare la credibilità della clausola che vieta il bailout e l'esecutività delle regole fiscali europee.

 

Nel dibattito accademico e politico, l'introduzione di un meccanismo di ristrutturazione del debito sovrano è spesso collegato a proposte sulla introduzione di requisiti prudenziali che limitano le esposizioni verso il debito sovrano delle banche. Qui, è importante tenere a mente che il nesso tra banche e debito sovrano non agisce esclusivamente attraverso l'esposizione diretta delle banche: una crisi di debito sovrano colpirebbe anche le banche attraverso l'aumento dei loro costi di finanziamento (in particolare in caso di downgrade del rating) e, soprattutto, attraverso i suoi effetti sull'economia complessiva. Un forte aumento del rischio percepito sul debito di uno Stato può innescare rapidamente una spirale recessiva, infiammando le tensioni sociali, con risultati imprevedibili. Il colpo per il sistema sistema bancario sarebbe pesante, indipendentemente dalla sua capitalizzazione ed esposizione diretta. Pertanto, se si vuole veramente spezzare il legame tra banche e debito sovrano, bisogna ridurre il rischio incorporato nelle obbligazioni sovrane, non solo gli importi detenuti dalle banche.

 

Inoltre, il semplice spostare le obbligazioni rischiose dal bilancio delle banche a quello di altri settori non ridurrebbe il rischio complessivo. Infine, dal momento che i requisiti prudenziali sulle esposizioni sovrane non sono imposte in nessun'altra giurisdizione, se dovessimo introdurle in Unione europea o nell'area dell'euro, dovremmo fornire ai mercati finanziari investimenti "risk-free" alternativi, come un qualche tipo di Eurobond  - e il fondo di rimborso del debito che ho citato prima sarebbe di valido aiuto.

 

Ridurre le esposizioni delle banche al debito sovrano così come il rapporto tra le sofferenze (crediti deteriorati) e il totale dei prestiti in essere sono spesso considerati due presupposti per il completamento dell'unione bancaria. Altre importanti fonti di rischio, tuttavia, non sono state sufficientemente considerate. Recenti iniziative del Meccanismo di vigilanza unico per determinare la gestione migliore delle attività illiquide e opache nei bilanci delle banche intendono rispondere a queste preoccupazioni.

 

Ancora peggio, è stata, ed è tuttora, trascurata la vulnerabilità prodotta da una struttura incompleta per una gestione efficace e ordinata delle crisi bancarie. Da una parte, è cresciuto il consenso attorno all'idea di rimandare l'implementazione del sostegno del MES al Fondo di risoluzione unico fino al 2024, a meno che non siano fatti ulteriori progressi nella riduzione del rischio, misurata esclusivamente in relazione ai volumi di crediti deteriorati (e nella creazione di riserve di disponibilità da utilizzare in caso di crisi). D'altra parte, si accetta una situazione per cui una liquidazione disordinata è l'unico risultato possibile per le crisi di intermediari di piccole e medie dimensioni che, come la maggior parte delle banche europee, non sono soggetti alla risoluzione (anche se - va notato - sono tenuti a contribuire al Fondo di risoluzione unico).

 

I recenti inviti della Germania al completamento dell'unione bancaria sono uno sviluppo da accogliere con favore,  in quanto dimostrano la volontà di mantenere aperto il dialogo. Però non affrontano alcuni dei problemi che ho appena menzionato. I rischi bancari sono di nuovo identificati esclusivamente con i crediti deteriorati e l'esposizione al debito sovrano. Inoltre, quando si considera una revisione del trattamento prudenziale di quest'ultimo, non si fa menzione della necessità introdurre uno strumento di investimento sicuro a livello europeo, il che è particolarmente in contrasto con i riferimenti frequenti al modello americano, in cui il ruolo del debito federale come strumento sicuro è fondamentale.

 

 

Una capacità fiscale adeguata e implementare l'unione del mercato dei capitali

 

Se la gestione dei rischi sovrani e bancari è fonte di preoccupazione, passare allo stato della discussione sull'unione fiscale e sull'implementazione dell'unione del mercato dei capitali non ci sarà di consolazione. La politica monetaria è stata l'unica linea di difesa contro il rischio di frammentazione finanziaria dell'area dell'euro durante la crisi del debito sovrano e contro i rischi di deflazione emersi negli anni successivi. Il Consiglio direttivo della BCE ha dimostrato la sua disponibilità a utilizzare tutti gli strumenti disponibili e, se necessario, a introdurne di nuovi per perseguire l'obiettivo della stabilità dei prezzi. Ha avuto un notevole successo, ma le sue azioni avrebbero potuto essere ancora più efficaci se fossero state accompagnate da altre politiche economiche.

 

L'inflazione nell'area dell'euro rimane a livelli ancora troppo bassi e questi bassi livelli stanno ancora una volta deprimendo  le aspettative di inflazione a breve termine. È riemerso il rischio di un disancoraggio delle aspettative a medio-lungo termine. La risposta del Consiglio direttivo è stata tempestiva, adeguata e proporzionata. Ma ancora una volta stiamo vedendo che per sfruttare al massimo il potenziale espansivo delle misure di politica monetaria, altre politiche dovrebbero muoversi nella stessa direzione.

 

Le politiche fiscali a sostegno dell'attività economica nell'area dell'euro possono consentire un ritorno più rapido alla stabilità dei prezzi. Per garantire una crescita sostenuta e più elevata, sono necessarie riforme che rimuovano gli ostacoli allo sviluppo, favoriscano l'innovazione e aiutino a modernizzare il sistema produttivo. Agendo in modo isolato, la politica monetaria non può fare altro che proseguire lungo il percorso di misure "non convenzionali". Ciò aumenta il rischio di effetti collaterali negativi, che a loro volta devono essere tenuti sotto controllo utilizzando strumenti di natura sempre più amministrativa.

 

Come ha recentemente ricordato l'ex presidente della BCE, "abbiamo bisogno di una capacità fiscale nell'area dell'euro di dimensioni e progettazione adeguate: sufficientemente ampie da stabilizzare l'unione monetaria". Questa non è un'affermazione sovversiva. La teoria economica e l'esperienza concreta di altre unioni monetarie di successo, in particolare gli Stati Uniti, suggeriscono che l'area dell'euro trarrebbe grandi benefici dalla creazione di una capacità fiscale sovranazionale. In effetti, un rapporto sull'appello per un'unione fiscale - il rapporto MacDougall - fu pubblicato già nel 1977 per conto della Commissione europea, e persino il rapporto Werner del 1970 vi fa riferimento. Successivamente, i documenti tecnici allegati al Rapporto Delors del 1989 hanno discusso l'argomento in maniera approfondita.

 

Il 3 maggio 1998, quando l'Europa stava completando gli ultimi passi prima dell'adozione della moneta unica, Tommaso Padoa Schioppa scrisse in un articolo del Corriere della Sera: “l'Unione ha piena competenza per la politica microeconomica […], ma la sua capacità di intervento in politica macroeconomica è, ad eccezione del campo monetario, embrionale e sbilanciata: può evitare danni (disavanzi eccessivi), ma non può fare cose buone (una politica fiscale adeguata). [...] È quindi giusto non solo applaudire il passo compiuto ieri, ma anche sottolinearne la natura incompiuta, i rischi che comporta e la sua imprevidenza".

 

Ciononostante, sono stati compiuti ben pochi progressi nella direzione di porre rimedio all'asimmetria di una politica monetaria unica in presenza di più bilanci nazionali, forse per la paura di una condivisione dei debiti che potrebbe derivare dall'unione fiscale. Tuttavia, come ho già osservato, una capacità fiscale comune può essere strutturata in modo tale da evitare trasferimenti sistematici tra paesi, conciliando così il pieno esercizio della stabilizzazione macroeconomica con l’equilibrio dei conti pubblici in ciascun paese. L'unione fiscale consentirebbe di attuare politiche coerenti con le condizioni del ciclo economico nei vari Stati membri e nell'area dell'euro nel suo insieme, prontamente e senza dubbi in merito alla loro legittimità. La moneta unica ha la necessità di interagire con una politica fiscale unica.

 

È stato sostenuto che le politiche fiscali nazionali potrebbero assorbire gli effetti delle fluttuazioni cicliche negli Stati membri e che i mercati finanziari potrebbero fornire un'assicurazione analoga a quella che sarebbe fornita da un'unione fiscale. Tuttavia,  effetti di ricaduta tra paesi potrebbero ridurre l'efficacia delle iniziative nazionali e, nella situazione attuale, diversi bilanci nazionali hanno poco spazio di manovra a causa degli elevati debiti pubblici. Inoltre, i mercati finanziari europei sono lungi dall'essere perfettamente integrati, il che limita chiaramente la loro efficacia come ammortizzatori.

 

Negli Stati Uniti, in Canada e in altri stati federali, una parte significativa delle fluttuazioni del reddito dei singoli Stati è compensata dal sistema fiscale federale (le stime basate su metodi diversi sono in media del 10-15% sia per gli Stati Uniti che per il Canada). La differenza tra l'area dell'euro e le federazioni vere e proprie  in termini di capacità di assorbimento degli shock è ancora maggiore quando guardiamo ai mercati dei capitali.

 

Il buon funzionamento di un'area valutaria richiede un mercato unico dei capitali che faciliti l'accesso ai finanziamenti per le imprese. Inoltre, un mercato integrato aiuta ad assorbire gli shock macroeconomici locali, aumenta la solidità del sistema economico e rafforza la stabilità finanziaria. Ciò contribuirebbe ovviamente anche alla trasmissione efficace e rapida delle misure di politica fiscale e monetaria.

 

Ma è uno sforzo complesso. Implica un'azione decisiva in direzione dell'armonizzazione delle normative in materia di società, valori mobiliari, procedure fallimentari e fisco, nonché di procedure di vigilanza. Mentre tale armonizzazione può partire con delle modifiche alle legislazioni nazionali che si concentrino su quelle aree che possono produrre effetti più ampi, l'obiettivo finale deve essere quello di raggiungere una regolamentazione unica. Soprattutto, un mercato unico dei capitali richiede un asset sicuro comune. Affrontare questo divario sosterrebbe il mercato bancario e dei capitali, creando un prodotto omogeneo di alta qualità e dimensioni significative che potrebbe diventare un punto di riferimento per gli investitori e migliorare l'integrazione finanziaria.

 

* * *

 

Non credo di incontrare difficoltà a convincervi della mancanza di progressi significativi nella costruzione europea. C'è stato un sostanziale trasferimento di sovranità in materia economica e finanziaria, specialmente negli ultimi anni. È davvero illusorio credere che possiamo dirigere il corso dell'economia e della finanza, fenomeni palesemente globali, all'interno degli stretti confini dei singoli paesi europei. La costruzione, tuttavia, è sbilenco e incompleta; la sua stessa sostenibilità richiede che gli elementi mancanti siano incorporati al più presto.

 

Oggi, procedere con dei compromessi sta diventando sempre più difficile. La sfiducia porta al disaccordo, e nella ricerca esasperata di una rassicurazione reciproca e di  guadagni a breve termine, i passi necessari sono difficili da prendere. Il raggiungimento concreto dell'unione monetaria, dell'unione bancaria, dell'unione dei mercati dei capitali e anche la prospettiva di una politica fiscale comune richiedono tutti un salto di qualità. L'Europa deve rimanere un'ancora di stabilità in un mondo che appare sempre più instabile e politicamente imprevedibile.

 

L'introduzione di un asset sicuro nell'area dell'euro è un obiettivo chiaro e immediato. È un’impresa di tipo tecnico, ma è anche il denominatore comune delle tre unioni (bancaria, del mercato dei capitali, fiscale) che devono affiancare l'unione monetaria. Sostituendo parzialmente i titoli di stato nazionali, uno strumento di debito europeo potrebbe contribuire a diversificare le esposizioni sovrane degli istituti finanziari. Potrebbe ridurre il rischio di fuga verso le attività più sicure da parte degli investitori nei periodi di tensione del mercato e consentire al mercato finanziario di svolgere un ruolo efficace come ammortizzatore, migliorando così anche l'efficacia della politica monetaria. Potrebbe essere uno strumento per finanziare stabilizzatori automatici condivisi nell'ambito di una capacità fiscale comune.

 

Come ho già detto, è possibile progettare meccanismi che consentano l'introduzione di un asset sicuro dotato delle garanzie necessarie contro il rischio di comportamenti opportunistici. Ma a parte le regole, il requisito essenziale per la fattibilità di questa soluzione risiede in un rinnovato e convinto impegno da parte di tutti per il progetto europeo e nella volontà di perseguire soluzioni comuni per problemi comuni.

18/11/19

Riforma del MES: enormi rischi per l'Italia

Nell'assordante silenzio tenuto dai media, con pochissime eccezioni, sull'argomento, stanno sfuggendo quasi del tutto all'opinione pubblica gli enormi rischi per il nostro Paese (sottolineati recentemente anche dal governatore della Banca d'Italia Ignazio Visco) che comportano le proposte di riforma del MES, Meccanismo Europeo di Stabilità, l’istituzione che svolge la funzione di prestatore di ultima istanza nell’Unione Monetaria. Per contribuire a riportare l'attenzione su questo tema cruciale e svolgere la nostra funzione di coprire gli argomenti trascurati dai mezzi di informazione mainstream, riprendiamo alcune parti dell'audizione di Giampaolo Galli, docente di Economia politica e membro dell'Osservatorio dei conti pubblici italiani dell'Università cattolica di Roma, tenuta alle Commissioni riunite V e XIV della Camera dei Deputati il 6 novembre 2019. Nonostante la sua impostazione decisamente europeista, il professore non passa sotto silenzio i considerevoli rischi per l'Italia derivanti da questo meccanismo, che sembra sia stato già approvato al vertice europeo anche dal governo Conte I senza, come si sarebbe dovuto, riferirne prima in Parlamento.
Il testo completo dell'intervento è stato - con grande sensibilità civica - pubblicato sul sito del professore (Giampaologalli.it), mentre il video dell'audizione può essere visionato sul sito della Camera dei Deputati. Dato che si tratta di un intervento lungo e che in alcune parti entra in dettagli tecnici, ne abbiamo tralasciato alcuni brani, invitando tutti gli interessati a leggere o ascoltare la versione completa.

 

 

 

di Giampaolo Galli, Audizione alla V e XIV commissione della Camera dei Deputati, 6 novembre 2019

 

In sintesi, la nostra opinione è che la riforma del Meccanismo Europeo di Stabilità (MES) di cui si sta discutendo in Europa contenga alcuni elementi di criticità per il nostro paese.  Il MES in sé è però una istituzione preziosa perché ha dato un contributo decisivo per risolvere le crisi di paesi che avevano perso l’accesso al mercato.

 

Di fatto, il MES è l’istituzione che svolge la funzione di “lending of last resort” nell’Unione Monetaria. Il solo fatto che esista questa istituzione è un fattore che tranquillizza i mercati e rende meno probabile il ripetersi di situazioni di crisi. In sostanza, il MES è un’assicurazione che noi paghiamo, come tutti gli altri, e che non solo ci protegge in caso di crisi, ma anche riduce la probabilità che la crisi si verifichino. Il fatto che finora l’Italia non ne abbia fatto uso non significa che l’assicurazione sia inutile; significa solo che, per fortuna o per merito, non abbiamo avuto sinistri. Quando la macchina stava sbandando, nel 2011, abbiamo sterzato in tempo per evitare il burrone; negli anni successivi abbiamo guidato con una certa prudenza. Una prudenza che tuttavia non è stata sufficiente a mettere in sicurezza i nostri conti pubblici ed è per questo motivo che il funzionamento del MES e le sue prospettive di riforma ci interessano tanto.

 

Aggiungiamo che il MES rappresenta una notevole manifestazione di solidarietà dei paesi più solidi dell’Eurozona, a cominciare dalla Germania che è il suo principale contribuente, nei confronti dei paesi più fragili, tra cui il nostro. La solidarietà si manifesta in particolare nel fatto che, a differenza di ciò che succede con una normale assicurazione, i contributi al capitale del MES (80 miliardi di euro versati, su 704 autorizzati e attivabili con breve preavviso in caso di necessità) non sono commisurati alla rischiosità di ogni assicurato, ma dipendono esclusivamente dalle dimensioni del paese in termini di Pil e popolazione. Per questo motivo, la Germania contribuisce con la quota più elevata (pari al 26,9%), anche se la sua rischiosità, misurata dagli spread o dai CDS, è la più bassa dell’eurozona. L’Italia contribuisce con una quota del 17,8% che corrisponde a 14 miliardi di capitale versato e 125 miliardi di capitale autorizzato.

 

(...)

 

Va inoltre considerato, che i prestiti del MES sono la porta di accesso alle OMT (Outright Monetary Transactions) della Banca Centrale Europea, quelle operazioni che furono lanciate nell’agosto del 2012 e che, assieme alle frasi di Mario Draghi circa la determinazione di difendere l’euro ad ogni costo (“whatever it takes”), ebbero un forte effetto calmieratore sui mercati. In linea di principio, le operazioni OMT sono di ammontare illimitato.

 

Il MES è stato creato nell’ottobre del 2012 per mettere ordine negli interventi, in gran parte bilaterali, a favore della Grecia, e dare continuità ad un’istituzione (l’ EFSF) che la crisi dei debiti sovrani dimostrò essere necessaria. Il MES, che ha oggi circa 160 dipendenti, è regolato da un Trattato ad hoc, richiamato nel Trattato del Fiscal Compact, ed è quindi esterno al perimetro dell’Unione Europea. Questo è un limite rilevante perché accentua il carattere intergovernativo di alcune delle decisioni più importanti dell’eurozona e perché il MES non risponde delle sue azioni al Parlamento Europeo. Ciò non significa che non abbia legittimità democratica, dal momento che i suoi azionisti sono i governi degli stati membri, la cui legittimità è garantita dalle leggi nazionali. L’intenzione – espressa tra l’altro nella fondamentale dichiarazione franco- tedesca di Mesemberg[1] del giugno 2018 – è quella di procedere in due passi: prima la riforma del MES, poi il suo inserimento nel quadro delle istituzioni comunitarie. Però è un fatto che per ora c’è la fase 1 e della fase 2 non si sente più parlare.

 

1. Prospettive di riforma: le criticità dal punto di vista dell’Italia


 

Il processo di riforma del MES venne avviato nelle riunioni dell’Eurogruppo e dell’Eurosummit di dicembre 2018; concrete proposte di riforma hanno ottenuta un via libera di massima nelle riunioni di questi stessi organismi nel giugno del 2019. L’approvazione definitiva dovrebbe avvenire a dicembre.

 

Di seguito, ci si concentra sulle questioni più strettamente economiche, ma è opportuno fare una considerazione essenziale di carattere istituzionale.

 

La riforma in itinere sposta decisamente l’asse del potere economico nell’Eurozona dalla Commissione Europea al MES. Non a caso, nei suoi interventi al Parlamento Europeo, la nuova Presidente della Commissione ha sostanzialmente evitato di parlare della governance dell’Eurozona. In particolare, non ha detto nulla sulla proposta della Commissione di creare un Fondo Monetario Europeo e un ministro delle finanze dell’eurozona dotato di un bilancio capace di svolgere funzioni di stabilizzazione macroeconomica: il silenzio di Ursula von der Leyen si spiega con la considerazione che questo insieme di questioni era già stato affrontato e risolto dall’Eurogruppo e dall’Eurosummit del giugno scorso nel senso di dare un ruolo secondario alla Commissione; in particolare, il MES sta di fatto diventando quello che nelle intenzioni iniziali della Commissione avrebbe dovuto essere il Fondo Monetario Europeo.

 

Nella riforma che viene proposta vi sono aspetti positivi e aspetti che invece, a nostro avviso, dovrebbero essere cambiati. Di seguito, ci concentriamo sui secondi, menzionando solo un fatto certamente positivo che consiste nell’approvazione del backstop – ossia della rete di sicurezza finanziaria –  per il Fondo di Risoluzione delle Banche da utilizzare per far fonte a crisi bancarie nel caso in cui non fossero sufficienti le risorse disponibili nel Fondo stesso.

 

Quanto agli aspetti critici, il punto fondamentale è che nella riforma che viene proposta emerge, in modo implicito ma abbastanza chiaro, l’idea che un paese che chiede aiuto al MES debba ristrutturare preventivamente il proprio debito, se questo non è giudicato sostenibile dallo stesso MES.  Si noti che la novità non sta tanto nella possibilità che un debito sovrano venga ristrutturato – cosa che è già avvenuta nel caso della Grecia – ma nell’idea che la ristrutturazione diventi una precondizione, pressoché automatica, per ottenere i finanziamenti. L’idea che si debba stabilire una regola che obblighi alla ristrutturazione un paese che chiede l’accesso ai fondi del MES e abbia un debito giudicato non sostenibile è stata espressa ripetutamente da esponenti di primo piano dell’establishment tedesco e di altri paesi del Nord Europa, quale ad esempio il governatore della Bundesbank Jens Weidemann[2].

 

Questa proposta nasce fondamentalmente dalla considerazione che le regole formali (Patto di Stabilità e Crescita, Fiscal Compact) non hanno funzionato, talché alcuni paesi hanno continuato a accumulare debiti la cui sostenibilità nel tempo è sempre più dubbia. Di qui, l’idea di far funzionare meglio la disciplina di mercato dando un senso alla clausola di no bail-out contenuta nel Trattati di Maastricht. Si danno gli aiuti, ma, condizionandoli a una ristrutturazione del debito, si evita quell’effetto di moral hazard che, secondo alcuni, sarebbe il motivo di fondo per il quale i politici di alcuni paesi non hanno fatto l’aggiustamento di bilancio. L’idea dunque è che prima di fare operazioni che comportino condivisione di rischi – ad esempio, l’assicurazione comune sui depositi o un bilancio dell’Eurozona con finalità di stabilizzazione – occorre indurre i paesi devianti a ridurre i rischi. Un passaggio essenziale di questa strategia consiste nello spostare l’asse del potere in materia economica dalla Commissione Europea, considerata troppo politicizzata, ad un organismo intergovernativo e teoricamente più tecnico quale il MES.

 

2. I principi ispiratori della riforma nella dichiarazione franco-tedesca di Mesemberg


 

A fronte di questa idea dei paesi del Nord, vi è l’idea dei francesi, sostenuta anche dall’Italia, che le due cose – riduzione dei rischi e loro condivisione –  debbano procedere insieme. Nella già citata dichiarazione di Mesemberg, francesi e tedeschi trovarono una mediazione fra queste posizioni ed esposero dei principi generali che hanno poi trovato puntuale riscontro nelle modifiche che sono state proposte al Trattato istitutivo del MES[3].

Elenchiamo di seguito i punti principali della dichiarazione franco-tedesca, con brevi commenti:

 

1. la condizionalità rimane il principio fondante del MES e di tutti i suoi strumenti di intervento;


2. qualunque decisione di fornire assistenza a un paese membro deve essere assoggettata ad una DSA (analisi di sostenibilità del debito). Il sottinteso è che in caso di esito negativo il debito deve essere ristrutturato;


3. in tutti i titoli di nuova emissione dovranno essere introdotte delle CAC (Clausole di Azione Collettiva) “single limb”[4], ossia clausole contrattuali che consentono di aggregare tutti i titoli del debito pubblico e ristrutturali con unico voto dei creditori, il che ha lo scopo di facilitare grandemente la ristrutturazione dei debiti pubblici[5];


4. fra i compiti del MES vi deve essere quello di facilitare il dialogo fra gli stati membri e gli investitori (sottinteso nei casi i debiti vengano ristrutturati);


5. il MES deve avere un ruolo più importante nel disegno e monitoraggio dei programmi di aggiustamento dei paesi a cui vengono erogati i prestiti;


6. il MES deve avere la capacità di valutare la situazione complessiva dei paesi membri, contribuendo così alla prevenzione delle crisi. Si aggiunge – ma francamente sembra più una clausola di stile – che tutto ciò deve essere fatto nel pieno rispetto del ruolo della Commissione.


7. devono essere rafforzati i prestiti precauzionali del MES a favore di paesi che hanno bilanci in ordine, ma rischiano di perdere l’accesso al mercato per problemi di liquidità. Questa è un’innovazione positiva, ma nelle attuali circostanze potrebbe configurarsi come una rete di sicurezza per evitare il contagio rispetto al paese costretto a ristrutturare.


 

3. Le proposte di revisione del Trattato del MES.

 

I concetti espressi nella dichiarazione di Mesemberg trovano corrispondenza nella bozza di revisione del Trattato. Procedendo nell’ordine degli articoli, si possono formulare le seguenti osservazioni:

 

1.Punto 5B del preambolo e art. 3 comma 1. Qui si attribuiscono al MES tutti i poteri che ha oggi la Commissione riguardo alla prevenzione e gestione delle crisi, sia per paesi che fruiscono di assistenza finanziaria sia per gli altri. La differenza nei compiti delle due istituzioni viene definito da una frase cruciale del preambolo che recita “il MES svolge le proprie analisi e valutazione dal punto di vista di chi eroga prestiti”. Ovviamente, questo è il punto di vista di chi ha il coltello dalla parte del manico.


2. Punto 10 del preambolo. Il Trattato in vigore attribuisce alla Commissione e alla BCE il compito di svolgere i compiti previsti dal Trattato stesso. La novità consiste nel fatto che queste istituzioni non possono agire senza una decisione dell’MES.


3. Punto 11 del preambolo e art. 12 comma 4. Vengono introdotte le CAC single limb su tutte le emissioni di titoli sovrani emesse a partire dal 2022.


4. Punto 12 del preambolo. Si affida al MES il compito di facilitare il dialogo fra gli investitori e lo stato membro che ristruttura il proprio debito.


5. Punto 12 del Preambolo e art. 13 comma 1. Si afferma che il MES fornisce assistenza finanziaria solo ai paesi il cui debito è considerato sostenibile e la cui capacità di restituire i prestiti allo stesso MES è confermata. Le analisi sono svolte congiuntamente dal MES e dalla Commissione, ma nel caso non si raggiunga una posizione comune, la Commissione ha l’ultima parola in tema di sostenibilità del debito, ma è il MES che ha il compito di valutare la capacità del paese in questione di ripagare il prestito. Anche qui, è evidente che il coltello è in mano al MES.


6. Punto 12B del preambolo. Qui si riprende un concetto che c’era già nella precedente formulazione, ma che in questo contesto assume un significato assai più pregnante: si tratta del concetto di PSI, ossia “Private Sector Involvement”, una perifrasi per ristrutturazione del debito. Questa espressione fu utilizzata da Angela Merkel e Nicholas Sarkozy nella famosa passeggiata di Deauville il 18 ottobre del 2010 ed ebbe un effetto deflagrante sui mercati finanziari dell’eurozona. Il senso che oggi si vuole dare a questa espressione è chiaro alla luce di quanto viene affermato prima e cioè che il MES fa credito solo a paesi il cui debito è giudicato sostenibile.


 

7. Punto 18 del preambolo e art. 13 comma c. Si affida al MES il compito di stabilire appropriati sistemi di preallerta (“warning systems”) allo scopo di assicurarsi di ricevere i pagamenti dovuti alle scadenze definite.


8.7 comma 4. Viene rafforzato il potere del Managing Director del MES il quale agisce in totale indipendenza nello svolgimento dei suoi compiti e risponde solo al Board del MES. Si noti che il Managing Director è l’interfaccia unico del MES con l’intera Commissione Europea.


9.14. Qui si rafforzano gli strumenti dei prestiti precauzionali, specificando però che detti prestiti vengono erogati a paesi il cui debito è sostenibile, ma che sono colpiti da shock esogeni al di fuori del loro controllo. La linea di credito precauzionale sotto condizione (PCCL) viene concessa a paesi con fondamentali solidi a fronte di una semplice lettera di intenti; una linea di credito precauzionale rafforzata (ECCL) viene concessa a paesi che non soddisfano tutti i requisiti, a fronte della sottoscrizione di una vero e proprio dettagliato Memorandum of Understanding. Una innovazione importante è che entrambe le linee di credito vengono concesse solo a paesi che non sono sottoposti a procedura di deficit eccessivo e che da almeno due anni rispettano i criteri del Patto di Stabilità e Crescita. Queste innovazioni rafforzano indubbiamente i paesi che non hanno particolari problemi di instabilità finanziaria, ma potrebbero anche configurarsi come una linea di difesa rispetto al rischio di contagio proveniente da un paese costretto a ristrutturare il proprio debito.


 

4. Una valutazione dal punto di vista dell'Italia


 

Dal punto di vista degli interessi del nostro paese, il punto chiave è che viene ribadito il concetto del “Private Sector Involvement” e che, sia pure nei casi eccezionali in cui il debito è considerato non sostenibile, l’aiuto del MES può essere erogato solo a condizione che vi sia una ristrutturazione ex- ante del debito. L’altro punto chiave è l’introduzione delle clausole “single limb”: in astratto, si può ritenere che queste siano più efficienti delle clausole attualmente in vigore, ma non c’è dubbio che le loro introduzione, ancorché a partire dal 2022, è un segnale negativo sull’Italia che viene dato oggi ai mercati[6]. Sulla base di queste considerazioni, è facile individuare i punti del testo che sarebbe utile cambiare: occorre rafforzare il ruolo della Commissione rispetto al MES, evitare che le CAC “single limb” – i cui dettagli tecnici non sono ancora stati resi noti – facilitino eccessivamente la ristrutturazione del debito, sottolineare con forza che la ristrutturazione del debito pubblico non può essere decisa sulla base di valutazioni meccaniche e  va valutata con grande attenzione, con il pieno coinvolgimento delle autorità nazionali, perché rischia di aggravare la condizione economica e sociale di una nazione, nonché di avere effetti di contagio molto negativi sull’intera eurozona[7].

 

È evidente che la riforma riguarda in particolare l’Italia che è il paese con lo spread più alto e che non ha creato le condizioni, né dal lato della finanza pubblica né dal lato delle riforme per la crescita, per mettere il debito su un trend discendente in rapporto al Pil. Le organizzazioni internazionali e i mercati hanno smesso di credere alle promesse delle autorità di intervenire, in futuro, per risolvere il problema. Nella previsione base della Commissione Europea il debito aumenterebbe di altri 10 punti di Pil in meno di un decennio; secondo il Fondo Monetario, il debito salirebbe oltre il 160% del Pil nell’arco di un quindicennio. Entrambe queste previsioni sono del luglio scorso.

 

Per chi ci osserva dall’estero, queste proiezioni hanno un certo grado di realismo, anche alla luce del fatto che nessun partito politico è disposto ad ammettere che per mettere in sicurezza il paese occorrerebbe – come sostengono le organizzazioni internazionali e la Banca d’Italia-  un avanzo primario del 3,5-4% mantenuto per molti anni a venire (oggi siamo a 1,3%, ma alla fine degli anni novanta eravamo al 5%). Nessun partito accetta di essere etichettato come il partito delle tasse e nessuno ha nemmeno ipotizzato tagli di spesa nell’ordine di quelli che sarebbero necessari. Peraltro, chi propone tagli di spesa lo fa, tipicamente, per far spazio ad altre spese (istruzione, sanità, ricerca ecc.) e chi propone misure per il recupero dell’evasione fiscale si preoccupa sempre di aggiungere che ad ogni euro di recupero deve corrispondere un euro di riduzione delle tasse a favore dei contribuenti in regola. Il debito sembra essere dunque sparito dal discorso pubblico. Le organizzazioni internazionali e i nostri vicini europei vedono questi sviluppi interni, si preoccupano e cercano di trovare modi per uscirne facendo due cose: accentuando i meccanismi di mercato per cercare di responsabilizzare i paesi non virtuosi e creando una rete di sicurezza – i prestiti precauzionali – per proteggere gli altri paesi.

 

Nel complesso, si può forse dire che la prospettata riforma del MES aiuta la stabilità dei paesi virtuosi dell’eurozona, ma è probabile che renda meno stabili paesi come l’Italia.

 

5. Le ristrutturazioni devono essere “early and deep”? il caso della Grecia.


 

Per poter fare una critica costruttiva occorre essere consapevoli che l’idea di un’architettura che preveda una ristrutturazione ex ante dei debiti sovrani in situazioni di crisi non proviene solo dall’establishment “ordo-liberale” del Nord Europa, ma è un’idea molto diffusa anche fra economisti che non hanno alcuna fiducia nelle virtù del mercato. Il riferimento più autorevole è probabilmente a Joseph Stiglitz[8].

 

1.Vi è innanzitutto un argomento di equità. Nel momento in cui un paese chiede aiuto ai contribuenti di altri paesi, anche i suoi cittadini debbono partecipare allo sforzo di risanamento: ciò avviene attraverso i tagli di bilancio che vengono tipicamente imposti dai creditori, ma non è accettabile che a questo sforzo non partecipino anche i detentori dei titoli di stato che tipicamente sono concentrati nelle fasce medio alte di ricchezza della popolazione.


2.Soprattutto, vi è la constatazione che le autorità nazionali tendono a ritardare il più possibile la ristrutturazione del debito perché il costo politico di questa operazione è molto alto. Ma a un certo punto la ristrutturazione diventa inevitabile e a quel punto essa ha costi economici sociali più pesanti.


 

Riguardo al secondo punto, Stiglitz ritiene che le ristrutturazioni debbano essere “early and deep”, devono cioè avvenire appena si manifesta il problema e devono essere profonde in modo tale da essere risolutive. Il caso che viene spesso citato per sostenere questa tesi è quello della ristrutturazione del debito greco che, secondo costoro, avrebbe dovuto essere fatta nel 2010, appena emerse il problema del grande imbroglio contabile su deficit e debito. A parte il fatto che le autorità greche erano contrarie e che non è possibile fare una ristrutturazione contro la volontà di un governo sovrano, la tesi è che gli interventi dei vari fondi salva stati (Efsf poi Mes, Bce e FMI) hanno salvato i creditori dello stato greco – in particolare le banche tedesche e francesi – e che una quota relativamente piccola degli aiuti è in effetti andata al popolo greco. Ovviamente se si dà un aiuto a uno Stato prima di definire i termini della ristrutturazione, questo Stato non potrà che pagare i propri creditori, ossia onorare i propri debiti quando giungono a scadenza. Se si vuole che l’aiuto non vada ai creditori, bisogna definire preventivamente di quanto viene tagliato il debito (ad es. un rimborso di 50 su ogni 100 euro, come effettivamente fu fatto in Grecia, ma solo nel 2012). Anche da qui, oltre che dai rigoristi del nord Europa, viene dunque l’idea di stabilire una regola che definisca come si ristruttura un debito quando un paese si rivolge alla comunità internazionale per avere un aiuto.

 

Il punto che vale la pena sottolineare è che non vi è molta coerenza in chi sostiene che gli aiuti alla Grecia sono in realtà serviti per salvare le banche estere e al tempo stesso rifiuta di considerare uno schema di ristrutturazione preventiva dei debiti sovrani.

 

La nostra opinione su questo punto è che l’idea di una ristrutturazione “early and deep” non avesse senso nella Grecia del 2010 e, a maggior ragione, non abbia senso nell’Italia di oggi. In particolare, occorre considerare che l’Italia ha risparmio di massa e che il 70% del debito è detenuto da operatori residenti, tramite le banche e i fondi di investimento. In queste condizioni, una ristrutturazione sarebbe una calamità immensa, genererebbe distruzione di risparmio, fallimenti di banche e imprese, disoccupazione di massa e impoverimento della popolazione senza precedenti nel dopoguerra.  Nessun governo può prendere una decisione del genere se non nel momento in cui perdesse l’accesso al mercato e non fosse più in grado di pagare stipendi, pensioni, fornitori ecc. Una ristrutturazione preventiva sarebbe un colpo di pistola a sangue freddo alla tempia dei risparmiatori, una sorta di bail-in applicato a milioni di persone che hanno dato fiducia allo Stato comprando titoli del debito pubblico. Sarebbe un evento di gran lunga peggiore di ciò l’Italia ha vissuto negli ultimi anni a causa dei fallimenti di alcune banche[9].

 

Anche per questo motivo, azioni o parole che possano ingenerare il timore di una ristrutturazione o, peggio, di un default, vanno considerati come un pericolo per l’Italia e per gli italiani. Per questo motivo ci preoccupano le proposte di revisione del Trattato istitutivo del MES.

 


  1. 6. Perché non la BCE?




 

 

Un cenno merita la questione di perché il compito di salvare gli stati non sia attribuito, come alcuni hanno proposto, alla BCE che, in quanto potenziale prestatore di ultima istanza, potrebbe anche intervenire sui mercati per calmierare gli spread. La risposta semplice è che da nessuna parte al mondo viene attribuito ad un organo tecnico, quale è la Banca Centrale, il compito di aiutare o addirittura salvare questa o quella entità sub-statuale, quale una regione o un comune[10]. Queste sono decisioni strettamente politiche che non possono che essere assunte dall’ autorità politica che, in democrazia, ne risponde al Parlamento.  Peraltro, molti di coloro che ora invocano l’intervento della BCE sono anche dei critici severi dell’intervento che la BCE fece nel 2011 mandando una lettera al governo italiano con precise richieste di intervento in diversi campi della politica economica. Chi ritiene che quell’intervento della BCE fosse improprio perché privo di legittimità democratica dovrebbe, a maggior ragione, ritenere improprie eventuali azioni della BCE per salvare questo o quel paese o per ridurne il costo del finanziamento. Decisioni di questa natura sono squisitamente politiche e non possono essere appaltate a delle tecnocrazie, per quanto capaci e competenti.

 

Vale peraltro ricordare che nell’attuale assetto istituzionale la BCE può intervenire a sostegno di un singolo stato membro, anche in misura illimitata, ma solo nell’ambito delle operazioni OMT che sono soggette a diverse condizioni[11]. La più importante è che il paese che riceve il sostegno deve aver concordato un programma di aggiustamento con l’Unione Europea (in pratica con il MES).  Lo strumento delle OMT non è mai stato usato, ma probabilmente è stato un deterrente importante contro la speculazione nel 2012.

 

L’OMT, al pari degli altri strumenti di politica monetaria non convenzionale come il Quantitative Easing, è stato oggetto di forti contestazioni da parte dei paesi del Nord- Europa, ma ha superato il vaglio della Corte di Giustizia Europea[12]. La Corte argomentò che l’OMT non sostituisce l’azione dei governi cui spettano le decisioni in materia di politiche di bilancio e non è quindi un modo per consentire a uno stato membro di finanziare con moneta comune i propri disavanzi. Venne così respinta la tesi dei ricorrenti, secondo cui con l’OMT la BCE sarebbe andata oltre il suo mandato e avrebbe agito come “prestatore di ultima istanza” nei confronti degli Stati Membri.

 

Aggiungiamo infine che in alcuni paesi vi sono più o meno frequentemente operazioni di ripianamento ex post dei debiti di regioni o comuni da parte dello Stato, ma esse sono quasi sempre soggette a condizionalità, e vengono comunque decise dall’autorità politica e a posteriori per sanare una situazione ereditata dal passato. In nessun caso viene data una garanzia generalizzata ex ante, che è ciò che accadrebbe se alla Bce si chiedesse di mantenere gli spread a zero o entro limiti definiti. Ciò sarebbe come consentire a un comune di finanziarsi emettendo titoli di stato che impegnano non solo i contribuenti di quel comune, ma quelli dell’intera nazione. Si tratterebbe ovviamente di un assetto non sostenibile.

 

A queste considerazioni, talvolta si obietta che una banca centrale crea moneta dal nulla e che può farlo in misura illimitata senza che ciò generi disagio alcuno ai cittadini degli altri Stati dell’Unione.  Questo non è corretto perché delle due l’una. O la banca centrale non sterilizza le operazioni di sostegno ad un paese e allora cresce la base monetaria complessiva e si generano rischi di instabilità finanziaria  (inflazione dei prezzi o degli asset finanziari e immobiliari) in tutta l’unione; oppure la banca centrale sterilizza queste operazioni, in modo tale da lasciare invariata la quantità di base monetaria, ma questo comporta che venda sul mercato titoli di altri stati o comunque riduca la sua esposizione nei confronti delle banche degli altri stati. Nel primo caso, le politiche di bilancio di un singolo stato membro metterebbero a rischio la stabilità finanziaria per tutti i cittadini dell’Unione; nel secondo caso, la banca centrale dell’Unione finirebbe per finanziare uno Stato a danno di tutti gli altri.

 

In effetti, una delle condizioni per l’attivazione dell’OMT è che l’operazione sia sterilizzata, ossia non corra il rischio di generare instabilità nell’intera unione[13]. È difficile argomentare che questa condizione non sia ragionevole: perché mai un paese con disavanzi pubblici eccessivi dovrebbe mettere a rischio la stabilità finanziaria dell’intera unione?

 

  1. Conclusioni


 

 

Il MES è un’istituzione molto utile che deve continuare ad avere il pieno sostegno dell’Italia. Le proposte di riforma che sono state formulate dall’Eurogruppo dello scorso giugno presentano aspetti positivi, ma anche alcune delle criticità per un paese come l’Italia. In particolare, preoccupa l’idea che, in certe circostanze, la ristrutturazione del debito pubblico possa diventare una precondizione per avere accesso alle risorse del MES. Occorre rafforzare il ruolo della Commissione rispetto al MES, evitare che le CAC “single limb” – i cui dettagli tecnici non sono ancora stati resi noti – facilitino eccessivamente la ristrutturazione del debito, sottolineare con forza che la ristrutturazione del debito pubblico non può essere decisa sulla base di valutazioni meccaniche e  va valutata con grande attenzione, con il pieno coinvolgimento delle autorità nazionali,  perché rischia di aggravare la condizione economica e sociale di una nazione, nonché di avere effetti di contagio molto negativi sull’intera eurozona.

 

 

[1] “Renewing Europe’s promises of security and prosperity”, a joint Franco-German declaration adopted during the Franco-German Council of Ministers, 19 June 2018 in Meseberg, Germany.

[2] Jens Weidmann, Prospects for Europe and the euro area, speech held at the Centre for European Policy, Freiburg im Breisgau, 20 September 2018. *

[3] Molte di queste idee si inspirano ad un lavoro di 14 economisti francesi e tedeschi:  Bénassy-Quéré, A., M. Brunnermeier, H. Enderlein, E. Farhi, M. Fratzscher, C. Fuest, P.O. Gourinchas, P. Martin, J. Pisani-Ferry, H. Rey, I. Schnabel, N. Véron, B. Weder di Mauro e J. Zettelmeyer, Reconciling risk sharing with market discipline: A constructive approach to euro area reform, CEPR Policy Insight, No. 91, Centre for Economic Policy Research, London, 2018, pp. 1-23. Per una critica di questa posizione si veda: Messori, M. e S. Micossi, Counterproductive proposals on euro area reform by French and German economists, CEPS Policy Insights, n. 4, Brussels, 2018, pp. 1-10; anche in SEP Policy Brief, February 13th, Rome, 2018.

[4] Di norma, il contratto di debito si riferisce a una specifica obbligazione definita dal luogo di emissione, dalla durata e dagli altri termini e clausole negoziali. Pertanto, lo stock dei titoli di debito è formato da una molteplicità di contratti. Con le clausole attualmente vigenti, in vigore in tutta l’eurozona dal 2013, la ristrutturazione necessita della maggioranza qualificata dei creditori per ogni contratto. L’introduzione del single-limb semplifica drasticamente la procedura: la ristrutturazione dello intero stock di debito può avvenire con un’unica votazione che aggrega l’insieme dei detentori di titoli pubblici, a prescindere dallo specifico contratto siglato.

[5] In questi termini si è espresso il Manging Director del MES, Klaus Regling, in un discorso tenuto il 30 settembre 209 a Helsinki.

 

[6] Si veda: Maria Cannata, Nuove clausole per le crisi del debito: rischio circolo vizioso, Lavoce.info, 8 luglio 2018.

 

[7] Una soluzione possibile è di tonare alla versione iniziale del Trattatto, firmato l’11 luglio 2011, e mai entrato in vigore, che a quello che era allora l’Art. 12 (2) proponeva una procedura molto più cauta e articolata per il  PSI.  Tale procedura richiedeva, tra l’altro, il pieno coinvolgimento delle autorità nazionali: “An adequate and proportionate form of private-sector involvement shall be sought on a case-by-case basis where financial assistance is received by an ESM Member, in line with IMF practice. The nature and the extent of this involvement shall depend on the outcome of a debt sustainability analysis and shall take due account of the risk of contagion and potential spill-over effects on other Member States of the European Union and third countries. If, on the basis of this analysis, it is concluded that a macro-economic adjustment programme can realistically restore public debt to a sustainable path, the beneficiary ESM Member shall take initiatives aimed at encouraging the main private investors to maintain their exposure. Where it is concluded that a macro economic adjustment programme cannot realistically restore the public debt to a sustainable path, the beneficiary ESM Member shall be required to engage in active negotiations in good faith with its non-official creditors to secure their direct involvement in restoring debt sustainability. In the latter case, the granting of financial assistance will be contingent on the ESM Member having a credible plan for restoring debt sustainability and demonstrating sufficient commitment to ensure adequate and proportionate private-sector involvement. Progress in the implementation of the plan will be monitored under the programme and will be taken into account in the decisions on disbursements.” (corsivi nostri).

[8] Guzman, Martin & Stiglitz, Joseph. (2016). Creating a Framework for Sovereign Debt Restructuring That Works: The Quest to Resolve Sovereign Debt Crises. 10.7312/columbia/9780231179263.003.0002.

[9] Si veda: Giampaolo Galli, Collective Action Clauses and Sovereign Debt Restructuring Framework: Why and When is Restructuring Appropriate, in A. Franklin, E. Carletti, M. Gulati, J. Zettelmeyer (eds.), European Financial Infrastructure in the Face of New Challenges, published by the European University Institute, 2019.

[10] Si veda Giampaolo Galli, Perché non è ragionevole chiedere alla BCE di risolvere il problema dello spread, Osservatorio sui Conti Pubblici Italiani, 16 novembre 2018.
[11] Si veda il comunicato della BCE del 6 settembre 2012.

[12] Si veda la sentenza del 16. 6. 2015 della Corte di Giustizia Europea – Causa C-62/14 Gauweiler and Others v Deutscher Bundestag.

[13] Si veda il comunicato della BCE del 6 settembre 2012: “The liquidity created through Outright Monetary Transactions will be fully sterilized”