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24/09/20

I grafici del dott. Sventura e del dott. Sconforto

 


Da dove hanno tratto quei grafici il dott. Sventura e il dott. Sconforto ? I numeri della Francia e della Spagna suggeriscono che le infezioni potrebbero essere solo un quinto della terrificante predizione di 50.000 al giorno”. Così il Daily Mail online del 22 settembre scorso intitola l’articolo che spiega le critiche mosse alla previsione presentata in televisione da Sir Patrick Vallance e dal prof. Chris Whitty, rispettivamente Capo Consulente Scientifico e Capo Consulente Medico del governo del Regno Unito.

Ai primi paragrafi dell’articolo del Daily Mail online aggiungiamo le critiche formulate in modo articolato dal prof. Paton, uno degli accademici intervistati nell’articolo, sul sito Unherd. I messaggi che emergono dalle sue considerazioni sono che le statistiche non debbono essere manipolate per fini politici e che, per non minare la fiducia del pubblico, i cittadini devono essere trattati con rispetto e devono essere forniti loro spiegazioni chiare e dati obiettivi.


Traduzioni di Rosa Anselmi

Da dove hanno tratto quei grafici il dott. Sventura e il dott. Sconforto ? I numeri della Francia e della Spagna suggeriscono che le infezioni potrebbero essere solo un quinto della terrificante predizione  di 50.000 al giorno

di Sophie Borland e Vanessa Chalmers per il Daily Mail online, 22 settembre 2020

Gli scienziati si sono chiesti se il Regno Unito potrebbe davvero vedere 50.000 nuove infezioni da Covid-19 al giorno entro il mese prossimo come previsto dal capo consulente scientifico del Governo, che ha presentato lo scenario peggiore in un grafico terrificante. Ieri [N.d.T. 21 settembre] Sir Patrick Vallance ha dichiarato di credere che l’epidemia in Britannia stia raddoppiando ogni sette giorni ed ha affermato che, "se non si fa niente", i nuovi casi potrebbero aumentare esponenzialmente nel giro di un mese. Nel suo discorso televisivo alla nazione, ha avvertito che si potrebbe arrivare a 200 morti al giorno entro la metà di novembre, pur sottolineando le molte incognite dietro quelle allarmanti proiezioni.

Tuttavia alcuni esperti hanno criticato l'affermazione come “non plausibile'', insistendo sul fatto che finora né la Francia né la Spagna - i cui focolai si teme siano al pari con quelli del Regno Unito - hanno avuto un livello di infezione di tale portata, nonostante ci sia stata una chiara recrudescenza della malattia. I critici hanno accusato il n° 10 [N.d.T. di Downing Street] di aver cercato di "spaventare" le persone in vista della grande rivelazione serale da parte di Boris Johnson di politiche più severe per il controllo del Covid.

Altri accademici hanno affermato che Sir Patrick e il prof. Chris Whitty, apparso al suo fianco in televisione, hanno `”abusato'' dei dati, poiché è ``quasi certo'' che i casi non continueranno a raddoppiare ogni sette giorni ancora per molto tempo e hanno dichiarato che le proiezioni si riveleranno ”cupe e pessimistiche'' in confronto alla realtà che si manifesterà a metà ottobre. 

Il Prof. David Paton, economista industriale all’Università di Nottingham, ha suggerito che i dati forniti possono giustificare un'indagine da parte dell'Office for Statistics Regulation, ufficio che disciplina l'accuratezza dei dati forniti al pubblico. [...]


Riportiamo qui di seguito le considerazioni esposte dal prof. Paton su Unheard del 22 settembre scorso 


Whitty e Vallance stanno giocando a un gioco pericoloso

di David Paton, 22 settembre 2020

Negli ultimi 6 mesi le statistiche sono state usate spesso in modo così improprio da parte di coloro che dovrebbero essere i massimi esperti, da rimanerne veramente scioccati. Ringraziamo il Capo Consulente Medico (Chief Medical Officer - CMO) dell'Inghilterra e il Capo Consulente Scientifico (Chief Scientific Officer - CSO) del Regno Unito per esser riusciti a farlo nel loro briefing congiunto di ieri con così tanta facilità.

La presentazione è iniziata con il professor Chris Whitty e Sir Patrick Vallance che hanno mostrato come i casi di Coronavirus segnalati in Francia e Spagna siano aumentati di recente a una media giornaliera di 13 e 22 casi rispettivamente ogni 100.000 persone. Il suggerimento era che il Regno Unito potrebbe trovarsi su una traiettoria simile a quella di questi due paesi. 

Fin qui tutto ragionevole, ma poi è arrivata una diapositiva che pretendeva di mostrare che i casi nel Regno Unito potrebbero passare da 3.105 casi segnalati il ​​15 settembre a 49.000 casi al giorno entro il 13 ottobre. Il CMO e il CSO sono stati attenti a dire che questo è ciò che potrebbe accadere "se" i casi nel Regno Unito dovessero raddoppiare ogni 7 giorni.



Avendo appena parlato di Francia e Spagna, un osservatore occasionale potrebbe aver pensato che stavano mostrando cosa sarebbe successo se i casi nel Regno Unito fossero aumentati a un ritmo simile.

In realtà, i casi segnalati in Francia e Spagna sono raddoppiati all'incirca ogni 3 settimane anziché ogni 7 giorni. Se Whitty e Vallance avessero utilizzato un tale periodo di raddoppio di 3 settimane come base per il loro scenario, ciò li avrebbe portati a meno di 10.000 casi al giorno entro metà ottobre, nemmeno vicino ai 49.000 visualizzati nella diapositiva.

Per aumentare la confusione, il CMO e il CSO hanno cambiato le loro unità di misura. Per la Spagna e la Francia, hanno fatto riferimento ai casi medi giornalieri ogni 100.000 persone, mentre per il Regno Unito sono passati al numero di casi al giorno. È facile capire il motivo: 50.000 casi al giorno nel Regno Unito raggiungono un tasso di circa 75 ogni 100.000 persone.

Il CMO e il CSO credono seriamente che lo scenario più probabile sia quello in cui il Regno Unito sperimenterà in sole tre settimane un tasso giornaliero pari a più di cinque volte l'attuale tasso in Francia ? Se avessero riportato il tasso per popolazione, giornalisti e politici si sarebbero immediatamente accorti che stava succedendo qualcosa di strano.

Ci sono ulteriori problemi sul modo in cui sono stati presentati i dati al briefing. Il Centro di Medicina basata sull’evidenza di Oxford ha dimostrato che, sebbene in Spagna i casi segnalati continuino ad aumentare, i dati in base alla data dei sintomi suggeriscono che le infezioni effettive hanno iniziato a stabilizzarsi alla fine di agosto. Allora perché il CMO e il CSO hanno scelto di mostrarci i casi spagnoli in base alla data di segnalazione?

Un'altra stranezza è che il grafico per il Regno Unito presentato nel briefing suggerisce che i 3.105 casi segnalati il ​​15 settembre sono l'ultimo dato disponibile. In effetti, al momento della presentazione, erano stati denunciati i casi per altri 5 giorni, fino al 20 settembre. Quanto velocemente sono aumentati i casi segnalati? Ebbene, sulla base della media di 7 giorni (per appianare gli effetti dei rapporti su base giornaliera), nella settimana fino al 20 settembre i casi segnalati sono aumentati del 21%, a 3.679. Estrapolando il dato al 13 ottobre risulterebbero poco meno di 7.000 casi al giorno. Se si guardano i dati del Regno Unito per campione (piuttosto che per la data di segnalazione), il tasso di aumento è ancora più basso.

Problemi di capacità di test possono significare che i dati dei test positivi più recenti sottovalutano l'aumento delle infezioni, ma la media dei casi segnalati nel Regno Unito non è raddoppiata in un periodo di 7 giorni dall'impennata dei casi alla fine di agosto.

Naturalmente, nessuno sa con assoluta certezza cosa accadrà quanto a numero di casi che si verificheranno nel Regno Unito nelle prossime settimane. Indicare il probabile numero di casi se il Regno Unito seguisse la tendenza della Spagna o della Francia non sarebbe stato un approccio irragionevole da parte di Chris Whitty e Patrick Vallance. Allora perché non l'hanno fatto? L'ovvio sospetto è che 7.000-10.000 casi al giorno entro la metà di ottobre potrebbero non essere abbastanza spaventosi da consentire alle persone di accettare nuove imminenti restrizioni al loro stile di vita.

Chris Whitty e Patrick Vallance sono eminenti scienziati ed è inconcepibile che non sapessero cosa stavano facendo nel briefing. Da un lato, hanno raggiunto il loro obiettivo: i media stanno diligentemente riportando la spaventosa cifra di "50.000 casi entro il 13 ottobre" e sono state preparate le basi per il discorso del Primo Ministro in cui ci dice quali nuove restrizioni imporrà al paese.

Tuttavia, il prezzo della politicizzazione delle statistiche è che si rischia di minare la fiducia del pubblico nella scienza del governo. Se questo sarà l'effetto a lungo termine del briefing di ieri, mi chiedo se il professor Whitty e Sir Patrick continueranno a pensare che valesse la pena pagare quel prezzo.


17/03/20

BCE : Christine Lagaffe, l’anti Draghi

Persino gli stessi francesi scaricano il nuovo presidente della BCE, Christine Lagarde, dopo le sue imprudenti dichiarazioni che hanno messo in difficoltà l’Italia. Mentre Mario Draghi si è dimostrato un formidabile diplomatico, in grado di non farsi condizionare dai falchi tedeschi e così di salvare la moneta unica durante il suo mandato, la Lagarde sembra sottomessa al suo consiglio direttivo (filo-tedesco) e priva della sensibilità necessaria ad inviare i messaggi corretti al mercato, il che rappresenta oggi uno dei compiti più importanti e difficili di chi è nella sua posizione.

 

 

Di Les Arvernes, 14 marzo 2020

 

 

La Banca centrale europea, in occasione del Consiglio direttivo del 12 marzo, ha annunciato un piano massiccio per sostenere l'economia dell’eurozona. In particolare le banche, attraverso un'apertura illimitata di fatto da parte della BCE delle sue "operazioni mirate di rifinanziamento a lungo termine" (TLTRO), saranno remunerate di 75 punti base dalla banca centrale per tutti i loro prestiti all'economia. Attraverso le varie sospensioni delle norme prudenziali annunciate simultaneamente dall'unico supervisore della BCE (SSM), quasi 800 miliardi di euro di capitale saranno erogati nei bilanci bancari, anche al fine di facilitare i prestiti alle imprese e ai privati. Infine, è stato aperto un fondo di 120 miliardi di euro, al fine di continuare a monetizzare i debiti pubblici, e anche per poter acquisire qualsiasi titolo pubblico o privato che la BCE ritenga opportuno acquisire per sostenere la liquidità sui mercati.

 

Questa iniezione di liquidità è certamente la più grande da parte della BCE dal 2009. Nonostante ciò, la conferenza stampa di Christine Lagarde ha innescato una crisi all'interno della crisi. In seguito ai commenti del Presidente, un grave panico si è diffuso sui titoli italiani, sia sul debito pubblico che sul mercato azionario. A tal punto che il Presidente estremamente europeista della Repubblica Italiana Sergio Matterella (che aveva abusato del suo potere costituzionale per bloccare le ambizioni di politica economica della coalizione "GialloVerde"   tra Cinque Stelle e Lega) ha rilasciato una dichiarazione contro Christine Lagarde, in cui ha deplorato gli attacchi all'Italia in un momento in cui il paese è in ginocchio, mentre combatte da solo contro l'epidemia di Covid-19.

 

Con qualche parola pronunciata per caso, e per prendere le distanze dal suo predecessore, Christine Lagarde ha infatti frantumato e ripudiato la costruzione del "Whatever It Takes" di Mario Draghi, un baluardo contro l'implosione della zona euro. Nel 2012 Mario Draghi, con queste tre parole, aveva chiarito ai mercati che la BCE era pronta a fare qualsiasi cosa, a qualsiasi creazione monetaria massiccia, per evitare il default di uno Stato membro dell'euro, in questo caso l'Italia. Sulla base delle "Outright Monetary Transactions", che non hanno alcun fondamento nel mandato della BCE e non esistono nella realtà, le tre parole del mago Draghi avevano chiarito ai mercati che avrebbero inevitabilmente perso a causa della risoluzione della Banca Centrale. Il 12 marzo la Lagarde ha fatto esattamente l'opposto di Draghi, spiegando che non rientrava nel mandato della BCE ridurre le differenze di tassi tra gli Stati membri, i cosiddetti "spread". Draghi il mago, Lagarde la demolitrice.

 

Christine Lagarde ha così dimostrato di aver raggiunto il suo "Principio di Peter" nel lasciare il FMI per la BCE. Quel FMI, che lei ha anche notevolmente contribuito a trasformare in una "banca globale bis", più interessata alla parità di genere e all'economia verde che alla stabilità finanziaria, argomenti che ora porta alla BCE. Ha anche dimostrato che, a differenza di Draghi, è ostaggio del suo Consiglio direttivo e in particolare dei falchi recessivi franco-tedeschi Weidmann e Villeroy (il più tedesco dei due non è quello che si direbbe), il che lascia presagire il peggio in materia di revisone del mandato della BCE.

 

Christine Lagarde ha dimostrato di essere solo quello che sembra, cioè una personalità "popolare" che trascorre il suo tempo nella mondanità che trasmette sui suoi social network - invece di concentrarsi sulla politica monetaria e l’economia - e che manca di profondità, di "gravitas", di comprensione delle implicazioni delle sue parole. Christine Lagarde è un Duisenberg bis, ma un Duisenberg di tempi di crisi, le cui gaffe e discorsi mal controllati aggravano le crisi finanziarie invece di calmarle.

 

La sua nomina è l'ennesimo errore da aggiungere agli sbagli del nostro Presidente, Emmanuel Macron. La Presidenza della BCE è stata infatti la più importante delle sedie musicali tra i posti nelle istituzioni europee per il 2019. Ma la scelta di Christine Lagarde dimostra ancora una volta la mancanza di giudizio del presidente, che ha avuto l'opportunità di sostenere molti candidati di qualità, compresi alcuni francesi (no, l'attuale governatore della Banca di Francia non è uno di loro). Ancora una volta, la moneta cattiva ha scacciato quella buona.

 

Les Arvernes sono un gruppo di alti funzionari, professori, saggisti e imprenditori che si sentono ora chiamati a intervenire regolarmente nel dibattito pubblico.

 

Composto da personalità che preferiscono rimanere anonime, questo gruppo vuole essere l'equivalente di destra dei Gracques che furono lanciati durante la campagna presidenziale del 2007, firmando un appello per un'alleanza PS-UDF. Les Arvernes, d'altra parte, vogliono agire contro la negazione della realtà in cui troppo spesso le élite francesi si rinchiudono.

 

 

06/02/20

Confermato: Macron è il presidente dei ricchi

Ripreso da un post tratto dal sito di informazioni www.archyde.com, riportiamo i risultati del recente studio dell'Osservatorio francese sulle condizioni economiche (Ofce) che mostra le conseguenze della manovra di bilancio 2020 voluta dal presidente Macron per la popolazione francese. Risultano ulteriormente avvantaggiate le classi medio-alte e penalizzate quelle già povere: il 5% più povero della popolazione, in particolare, perde in media 45 euro a famiglia in un anno. 


 
Di Archyde.com, 5 febbraio 2020

 

Chi guadagnerà dalla manovra di bilancio 2020, caratterizzata da una riduzione per i contribuenti di 5 miliardi di euro sull'imposta sui redditi e dalla cancellazione dell'ultimo terzo rimanente della tassa sulla casa per otto francesi su dieci? La risposta dell'Osservatorio francese sulle condizioni economiche (OFCE), l'istituto keynesiano per gli affari economici collegato a Sciences Po, è chiara: le classi medie superiori! Una risposta che non piacerà a Emmanuel Macron, che dispera di liberarsi della sua immagine di "presidente dei ricchi" che gli è rimasta attaccata dall'inizio del suo mandato quinquennale.

 

Per realizzare questa analisi, gli economisti hanno diviso le famiglie francesi in 20 gruppi di dimensioni uguali, classificati in base al loro tenore di vita: il gruppo 1 rappresenta il 5% della popolazione di livello economico più basso, mentre il gruppo 20 il 5% più ricco. Il verdetto è chiaro: secondo i loro calcoli, sono le classi 13 e 14 a trarre il massimo beneficio, calcolato come percentuale sul tenore di vita, dalle misure fiscali votate nella legge finanziaria per quest'anno, con un guadagno medio che dovrebbe superare i 600 euro per famiglia.

 

Dall'altra parte, il 5% più basso (gruppo 1) vedrà il suo reddito diminuire in media di 45 euro all'anno. Come mai? "Gli effetti delle misure adottate sul sostegno all'abitazione (-30 euro), la riforma dell`indennità di disoccupazione (-40 euro) e l'aumento del prezzo del tabacco (-30 euro) sono solo parzialmente compensati dagli effetti positivi della riforma dell'imposta sulle abitazioni (+35 euro), dalle rivalutazioni dell'assegno per gli adulti disabili (+ 15 euro) e dell'indennità di solidarietà per gli anziani (+10 euro)", dettaglia l'OFCE. Più in generale, gli economisti stimano che il 20% più povero delle famiglie (gruppi da 1 a 4) nel 2020 ci rimetterà, principalmente perché non beneficerà della riduzione delle imposte sul reddito, che già non paga.

 

Il 30% delle famiglie è in perdita


 

Dal quinto al ventesimo gruppo, i guadagni sono positivi, con un picco per i gruppi 14 e 15. Andando in su, il vantaggio medio diminuisce. Rimane comunque un vantaggio pari allo 0,1% del tenore di vita per i più ricchi (gruppo 20), ovvero 115 euro all'anno. Al di là di queste medie, all'interno di ciascun gruppo coesistono famiglie che beneficiano delle misure e altre che ne soffrono. Il 70% dei francesi vedrà quindi migliorare la propria situazione, mentre il 30% dei "perdenti" si troverà essenzialmente tra i più poveri, ma anche tra i più ricchi: il 79% del gruppo 1 e il 42% del gruppo 20 vedrà infatti diminuire il proprio tenore di vita quest'anno.

 

Secondo l'OFCE, nel 2020 le misure socio-fiscali contribuiranno positivamente al potere d'acquisto, aggiungendo fino a 5 miliardi di euro, nonostante l'attuazione di nuove misure di risparmio (APL, assicurazione contro la disoccupazione, ecc.).

09/01/20

Papilloma Virus: il vaccino riduce davvero il rischio di cancro?

Pubblichiamo un articolo di Agoravox che, basandosi su una corposa rassegna di fonti scientifiche, mette in dubbio l’opportunità di vaccinare massivamente i giovani contro l’HPV, in particolare i soggetti di età maggiore, che potrebbero già essere venuti a contatto col virus. L’attuale frenesia nell'imporre ed estendere l’uso dei vaccini sembra anche in questo caso non fermarsi di fronte a nulla: né ai costi eccessivi del vaccino, né alle complicazioni e ai possibili effetti opposti a quelli desiderati che l’uso del farmaco ha evidenziato.

03/11/19

Governatore della Banca centrale ungherese - Dobbiamo ammettere che l'euro è stato un errore

Dal Financial Times un articolo di Gyorgy Matolcsy, governatore della Banca centrale ungherese, che denuncia apertamente l'errore fatto da chi ha creato una moneta comune europea - risultata dannosa per tutti - e domanda che siano create con urgenza regole per consentire agli stati di uscire dall'Eurozona. Nel 2022 si celebreranno i trent'anni dal trattato di Maastricht: una buona occasione per rivedere gli accordi. 

 

 

 

Di Gyorgy Matolcsy, 3 novembre 2019

 

 

È giunto il momento di cercare una via d'uscita dalla trappola dell'euro. C'è in giro un pericoloso dogma, secondo il quale l'euro sarebbe stato un "normale" passo avanti verso l'unificazione dell'Europa occidentale. Ma creare una valuta comune europea non è stato affatto normale, perché quasi nessuna delle condizioni preliminari necessarie era soddisfatta.

 

Due decenni dopo il lancio dell'euro, mancano ancora la maggior parte dei pilastri necessari per una moneta globale di successo - uno Stato comune, un bilancio che copra almeno il 15-20% del prodotto interno lordo totale della zona euro, un ministro delle Finanze della zona euro e un ministero per esercitare questo ruolo.

 

Raramente ammettiamo le vere radici della decisione sconsiderata di creare una valuta comune: è stata una trappola della Francia. Mentre la Germania si univa, François Mitterrand, allora Presidente francese, temeva il crescente potere tedesco e credeva che convincere il Paese a rinunciare al marco tedesco sarebbe bastato a evitare un'Europa tedesca. Il cancelliere dell'epoca, Helmut Kohl, cedette e considerò l' euro il prezzo da pagare per una Germania unificata.

 

Erano entrambi in errore. Ora abbiamo una Germania europea, non un'Europa tedesca, e l'euro non è stato in grado di impedire l'emergere di un'altra forte potenza tedesca. Ma anche i tedeschi sono caduti nella trappola dell'euro "troppo bello per essere vero". L'inclusione delle economie dell'Europa meridionale nella zona euro ha portato a un tasso di cambio abbastanza debole da consentire ai tedeschi di diventare la più potente macchina di esportazione globale dell'Unione europea. Questa opportunità inaspettata li ha riempiti di soddisfazione. Hanno trascurato di aggiornare le proprie infrastrutture o di investire adeguatamente nei settori in espansione. Hanno mancato la rivoluzione digitale, calcolato male l'emergere della Cina e non sono riusciti a costruire aziende globali paneuropee. Allo stesso tempo, aziende come Allianz, Deutsche Bank e Bayer si sono prodotte in inutili sforzi per conquistare Wall Street e gli Stati Uniti.

 

La maggior parte dei paesi della zona euro ha avuto un andamento migliore prima dell'euro che dopo la sua entrata in vigore. Secondo l'analisi del Center for European Policy nei primi due decenni di euro ci sono stati pochi vincitori e molti perdenti. Non era certo stata necessaria una valuta comune per le storie di successo europee di prima del 1999, e la maggior parte degli Stati membri dell'Eurozona non ne ha beneficiato in seguito. Durante la crisi finanziaria del 2008 e la crisi economica dell'Eurozona del 2011-12 la maggior parte dei paesi membri è stata colpita in modo pesante, avendo accumulato enormi debiti pubblici. Non ci sono pasti gratis e i prestiti a basso costo spesso costano molto in seguito.

 

Alexandre Lamfalussy, l'economista ungherese, aveva ragione nel dirci che era necessaria una moneta comune per rafforzare il legame tra le potenze europee e difendere l'Ue dai sovietici. C'era solo un problema: la decisione finale di creare l'euro venne presa a Maastricht nel 1992, con il crollo dell'Unione Sovietica. La ragion d'essere della valuta è venuta a mancare proprio mentre veniva creata.

 

È giunto il momento di svegliarsi da questo sogno sterile e dannoso. Un buon punto di partenza sarebbe riconoscere che la moneta unica è una trappola praticamente per tutti i suoi membri - per ragioni diverse - e non certo una miniera d'oro. Gli stati dell'Ue, sia quelli che fanno parte dell'Eeurozona sia quelli che non ne fanno parte, dovrebbero ammettere che l'euro è stato un errore di strategia. L'obiettivo di costruire una valuta occidentale globale in competizione con il dollaro era una sfida agli Stati Uniti. La visione europea degli Stati Uniti d'Europa negli ultimi due decenni ha portato a una guerra americana, sia aperta che occulta, contro l'Ue e l'Eurozona.

 

Dobbiamo trovare il modo di liberarci da questa trappola. Gli europei devono rinunciare alle loro pericolose fantasie di creare un potere in grado di competere con gli Stati Uniti. Nei prossimi decenni I membri della zona euro dovrebbero essere autorizzati a uscire dall'area valutaria,  e quelli rimanenti dovrebbero costruire una valuta globale più sostenibile. Nel 2022 celebriamo il trentesimo anniversario del trattato di Maastricht che ha adottato l'euro riscrivendo gli accordi.

 

L'autore è governatore della Banca nazionale ungherese

24/10/19

Brexit: il Parlamento inglese ammanetta il Regno Unito a un esperimento fallimentare

Il progetto europeo sta miseramente fallendo, come testimoniano anche le rivolte civili in atto in Francia, Spagna e più recentemente in Olanda.  Un post del sito OffGuardian nota che questo rende ancora più paradossale l'atteggiamento del Parlamento inglese, che osteggia la realizzazione di una chiara volontà popolare (Brexit) pur di rimanere a bordo di una nave che affonda.

 

 

Di Kit Knightly, 20 ottobre 2019

 

 

La Brexit non avverrà. Non si uscirà né a destra né a sinistra. È tempo di rassegnarsi a questa idea.

 

Con la firma dell’assurdo Benn Act, l’opzione di un’uscita non concordata è stata eliminata, il che significa che il Regno Unito sarà costretto o a rimanere nell’Ue o ad accettare un accordo che è un Remain mascherato sotto falso nome.

 

L’emendamento Letwin e la richiesta di estensione che Boris Johnson non ha firmato sono solo uno squallido teatro. Inutili chiodi in una bara ben sigillata.

 

Il tutto assomiglia molto a “Weekend con il morto” – un cast di personaggi deludente, che porta in giro il cadavere della Brexit per tenere in piedi uno scherzo usurato che non era divertente nemmeno all’inizio.

 

Il Parlamento è diventato un’assurda pantomima, dove un Primo Ministro pagliaccio – che ha distrutto di proposito la sua maggioranza – lancia alla ribalta uomini di paglia che l’”opposizione” infilza con un entusiasmo sempre più maniacale. Nessuno pensa alla politica o alle conseguenze del gioco, ma solo ad aumentare il conteggio delle sconfitte parlamentari di Boris Johnson.

 

I laburisti, e i remainer isterici nei partiti liberal democratico, TIG (The Indipendent Group) e Verdi sono diventati solo dei bastian contrari – votano automaticamente contro qualsiasi cosa venga presentata dal governo, per la semplice soddisfazione di umiliare il giullare di corte al comando.

 

Corbyn è stato abbagliato con tanto successo dal suo PLP pieno di remainders, che non si rende nemmeno conto che sta tradendo i principi in cui ha creduto per tutta la sua vita, il suo mentore Tony Benn e intere zone del cuore del Labour nel Nord, dove hanno votato tutti Leave.

 

E quando si arriverà a un’elezione generale, non conterà nulla.

 

I laburisti verranno probabilmente distrutti, dato che gli elettori della classe lavoratrice o passeranno al partito della Brexit o semplicemente cadranno nell’apatia dell’astensione e rimarranno a casa.

 

Se i laburisti dovessero riuscire a mettere insieme abbastanza elettori dalle zone pro-Remain in Scozia e a Londra in modo da raggiungere una stretta maggioranza, be’, il loro manifesto socialista verrebbe paralizzato dalla politica di austerità UE e dalle sue restrizioni alle nazionalizzazioni (dei servizi, NdVdE).

 

In ogni caso, Corbyn verrebbe rimpiazzato da un nuovo signor nessuno laburista, poco conosciuto e ancora meno valido. La stampa dichiarerebbe morto il socialismo (di nuovo) e forse darebbe una pacca sulla spalla a Corbyn per avere fatto “bene, considerato che…” e per avere “cambiato il dibattito”.

 

Ci verrebbe richiesto di festeggiare la nuova (inevitabile) leader donna, come segno di “progresso”, mentre la società continua a scivolare indietro.

 

Che i Remainers più ostinati ottengano o meno la loro “Votazione del Popolo”, e chiunque venga scelto nella giostra di indesiderabili proposti come Primo Ministro quando tutto alla fine dovesse concludersi, la Brexit è morta. Il Parlamento l’ha uccisa.

 

Questo sabotaggio continuo a fuoco lento è duro da guardare – ma non voglio parlare di questo.

 

Quello di cui voglio parlare è una domanda. Una domanda importante. Una domanda che peserà molto sulle spalle dei Remainers alla vigilia della loro – per mancanza di una parola migliore – vittoria:

 

- davvero vogliamo questo? L’Ue, esattamente ora, ha davvero l'aria di qualcosa di cui vorremmo fare parte?

 

Diamo un’occhiata alla situazione nel Continente.

 



 

PARIGI, FRANCIA – DICEMBRE 2018 (Foto da Chris McGrath/Getty Images)

La Francia è in una situazione miserabile, non ne può più dell’austerità. Stanca di tagli di spesa, di calo degli standard di vita e di politiche economiche neoliberali, che promettono un effetto redistributivo dall’alto che mostra di non avvenire mai.

 

A Parigi – e in molte altre città francesi – i Gilet Gialli si apprestano a organizzare la cinquantesima settimana consecutiva di proteste, e non sembra che il fenomeno stia rallentando (speriamo che abbiano in programma qualcosa di carino per il loro primo anniversario).

 

La gente ha perso occhi, mani e persino la vita. Le proteste di Hong Kong – così a lungo in prima pagina nel Regno Unito – sono state un picnic a confronto.

 

In Ungheria, un presidente eletto è tenuto in ostaggio dalla burocrazia dell'Ue.  Qualunque cosa si pensi di Orban, è stato democraticamente eletto per mantenere le promesse politiche che ha fatto durante la sua campagna elettorale. È perverso che Bruxelles possa sanzionarlo e minacciare di rimuovere i diritti di voto dell'Ungheria per questo. Anti-democrazia in nome della democrazia.

 

Dicono che si tratta di “proteggere i valori europei” vero?

 

È difficile da credere, considerando la situazione che abbiamo altrove in Europa…

 



 

La Spagna presto sarà in fiamme quanto la Francia (l’articolo è stato profetico - NdVdE). Hanno già mandato in prigione tredici esponenti politici per sedizione.

 

Prendetevi un momento per considerare la parola – vera “sedizione” (ribellione violenta per rovesciare il potere costituito, NdVdE).

 

Questo è avvenuto dopo che la polizia antisommossa è stata mandata a impedire un referendum pacifico. La polizia spagnola ha picchiato gli elettori, arrestato i manifestanti e distrutto le urne.

 



La polizia antisommossa spagnola insegna a un'anziana signora i valori europei. 

 

Per tutto questo al governo di Madrid non è stata assegnata nessuna punizione, e nemmeno una critica. Loro – al contrario di Orban – hanno evitato sanzioni e censure. La polizia attacca le proteste per l’indipendenza in Catalogna sulle strade di Barcellona… e il silenzio di Bruxelles è inquietante.

 

(Immaginate se la Russia avesse appena incarcerato 13 politici dell’opposizione per sedizione. Immaginate se Maduro avesse accecato i rivoltosi con pallottole di gomma. La differenza di copertura mediatica e di atteggiamento toglierebbe il fiato).

 

Qual è la differenza tra Budapest e Parigi? O tra Mosca e Madrid?

 

Be’, Orban è anti-Ue (come lo sono i Gilet Gialli). I governi di Francia e Spagna sono Pro-Ue, con un accanimento che giustifica in pieno la lettera maiuscola P.

 

Se segui l’agenda pro-Ue di austerità, immigrazione incontrollata e globalizzazione, allora puoi sparare proiettili di gomma negli occhi di tutti i manifestanti che vuoi.

 

Più guardiamo attentamente, più sembra che “valori europei” sia un modo per dire "potere europeo”.

 

Le discussioni riguardo all'esercito dell'UE ribollono dietro le quinte, mentre il Parlamento Europeo vota allegramente il massiccio finanziamento di programmi "StratCom" per "contrastare la disinformazione".

 

Sentiamo parlare di pace, ma non la vediamo. Sentiamo parlare di prosperità, ma non ne godiamo.

 

L’austerità sta strangolando il luogo dove è nata la democrazia, e i suoi – ancora una volta, in mancanza di un nome più appropriato – “leader” spendono le entrate fiscali in propaganda e per l’esercito.

 

Tutto questo aiuterà anche un solo cittadino comune a uscire dalla povertà? Queste mosse sono progettate per rendere la vita giusta, uguale e semplice per i cittadini comuni? O per consolidare e far rispettare l’autorità?

 

Guardate all'Europa. Guardatela davvero. Sta bruciando. Eppure, i Remainers si siedono tra le fiamme e dicono che  va tutto bene.

 

Veniamo giudicati sulla base dei “valori europei”, ma questa frase ha perso di significato da anni, e tutti i giorni si avvicina sempre di più a una vera e propria parodia.

 

L’Europa è una nave che affonda, ma i topi del Parlamento si rifiutano di lasciarla.

 

 

05/06/19

L’uomo sbagliato per la BCE

Un articolo di Politico si occupa della successione di Draghi alla BCE. Il candidato naturale, il falco tedesco Weidmann, spaventa anzitutto gli europeisti più convinti. Infatti la sua intransigenza, che gli impedirebbe di sostenere le eventuali economie periferiche in difficoltà, avrebbe come inevitabile conseguenza la rottura dell’eurozona, che secondo Weidmann non è compito della BCE prevenire.

 

 

 

Di Paul Taylor, 4 giugno 2019

 

 

Ha votato contro le decisioni che hanno salvato l’euro. Le criticò pubblicamente, mentre i mercati finanziari erano ancora in fibrillazione. Non offrì alcuna alternativa. E crede ancora che non sia compito della Banca Centrale Europea salvare l’eurozona – solo mantenere la stabilità dei prezzi.

 

Tuttavia, c'è qualcuno a Berlino e a Francoforte che vuole nominare Jens Weidmann, capo della Bundesbank e portabandiera dell’ortodossia monetaria tedesca, successore di Mario Draghi, quando l'attuale presidente italiano della BCE lascerà la carica, in autunno.

 

La competizione per il posto più potente e sensibile dell’economia europea dovrebbe rigorosamente avvenire in base ai suoi meriti. Ma come una rara eclissi di luna, la nomina – che avviene ogni otto anni – coincide quest'anno con il ciclo politico e legislativo quinquennale della UE, per la prima volta da quando è incominciato, nel 1998.

 

Di conseguenza le nomine della BCE sono diventate parte di una trattativa più ampia tra i leader della UE, trattativa che coinvolge le posizioni di vertice della Commissione europea, del Consiglio europeo e del Parlamento europeo, così come la prossima guida della politica estera dell’area valutaria.

 

Dopo che la scorsa settimana i leader hanno avuto una prima discussione informale riguardo a questo mercato (in italiano nell'originale, NdVdE), il presidente del Consiglio europeo Donald Tusk ha detto che si sarebbe consultato con il Parlamento e i governi nazionali per provare a “fare chiarezza su questi posti già a giugno” al prossimo summit UE. Ha anche parlato della “necessità di riflettere la diversità dell’Unione in termini di geografia, grandezza dei paesi, genere, così come di affiliazione politica.

 

L’affermazione di Tusk è sembrata subordinare la scelta del capo della BCE al risultato della più ampia battaglia politica per il potere sulla Presidenza della Commissione, e alla necessità di bilanciare le scelte tra Est e Ovest, Nord e Sud, maschio e femmina e sinistra e destra. In breve, se la cancelliera tedesca Angela Merkel non riuscisse a far investire il conservatore bavarese Manfred Weber della carica più importante della Commissione, a causa dell’opposizione guidata dal presidente francese Emmanuel Macron, la Germania dovrebbe essere compensata con un altro posto importante.

 

Questo non è certo il modo di scegliere il capo della banca centrale che, in assenza di un governo centrale UE, è l’ultima linea di difesa dell’eurozona contro una crisi finanziaria. Potrebbe costare caro all’Europa quando la prossima crisi colpirà, che sia a causa della guerra commerciale globale scatenata dal presidente USA Donald Trump, da una Brexit caotica senza accordi, dall’esplosione fiscale dell’Italia o da qualche evento meno prevedibile.

 

La BCE ha bisogno di un leader disposto a pensare fuori dagli schemi e a intraprendere azioni non convenzionali in mezzo a una tempesta. Weidmann non ha la mentalità giusta per ricoprire il ruolo. Nonostante la sua intelligenza, le sue capacità comunicative in diverse lingue, l’esperienza di governo e il carisma, guardando al suo passato non c’è ragione di credere che questo tedesco conservatore sarebbe disposto a fare (o anche solo a dire) “qualunque cosa serva” per preservare l’euro, come fece Draghi con un gesto coraggioso di saggezza politica all’apice della crisi dell’eurozona nel 2012.

 

I sostenitori di Weidmann sostengono che sarebbe l’uomo giusto per far capire la politica della BCE alla scettica opinione pubblica tedesca. Ma Weidmann è accecato dal dogma dei limiti del mandato della Banca Centrale. Ha sostenuto che il fallire persistentemente al ribasso l’obiettivo di inflazione della BCE (vicino ma sotto il 2%) non è un problema, e non dovrebbe rimandare l’inasprimento della politica monetaria ultra espansiva. Ha anche manifestato la sua vicinanza al malcontento dei risparmiatori tedeschi, che non ricevono più un interesse reale sui loro depositi di risparmio a rischio nullo, a causa dei bassi tassi della BCE.

 

La volontà di Draghi di fare qualsiasi cosa per preservare l’euro, sostenuta da una politica pronta a comprare obbligazioni di breve durata dei governi in difficoltà che accettavano e implementavano un programma di aggiustamento, ha segnato un punta di svolta nella crisi dell’eurozona.

 

Non solo Weidmann si oppose all’OMT (Outright Monetary Transactions), ma testimoniò in una causa intentata da professori ultra-conservatori della Corte costituzionale tedesca, che sosteneva che la BCE non potesse agire da prestatore di ultima istanza per i governi dell’eurozona, con il rischio di perdite per i contribuenti tedeschi. Le sue affermazioni alimentarono i più accesi critici tedeschi della BCE, che accusano Draghi di un esproprio indiretto dei pensionati tedeschi per mantenere l’Italia a galla con prestiti a basso tasso.

 

“Se Weidmann venisse scelto, i mercati finanziari potrebbero velocemente voler mettere di nuovo alla prova l’eurozona”, ha dichiarato Guntram Wolf, direttore del think tank economico Bruegel a Bruxelles. “La cosa diventa ancor più probabile guardando il serio scontro politico in atto tra l’UE intera e la politica e l’economia italiana”.

 

Quando lo scorso anno il Frankfurter Allgemeine Zeitung gli chiese se la conservazione dell’euro dovrebbe essere un obiettivo di stabilità monetaria, Weidmann rispose: “La BCE ha un solo obiettivo, ossia assicurare la stabilità dei prezzi”. È compito dei politici, aggiunse, assicurare che gli stati membri attuino politiche economiche che rendano l’area valutaria sostenibile nel lungo periodo.

 

Altri banchieri centrali, come Draghi, hanno interpretato il mandato della BCE in maniera molto più vasta. Mentre il trattato UE fa della stabilità dei prezzi l’obiettivo primario, esso dice anche che la banca “sosterrà le politiche economiche generali dell’Unione” e promuoverà “il buon funzionamento dei sistemi di pagamento”.

 

Con i tassi di interesse a zero, l’inflazione che si ostina a rimanere bassa e la massa di obbligazioni governative che possono essere comprate vicina all’estinzione, la banca ha meno strumenti per combattere un nuovo rovescio, se questo dovesse arrivare. Potrebbe comprare azioni o obbligazioni bancarie, come ha fatto la Banca del Giappone. Potrebbe anche trovare modi per finanziare direttamente gli investimenti pubblici in infrastrutture e la transizione dell’eurozona all’energia verde, ma passi così controversi vanno in direzione opposta all’ortodossia conservatrice tedesca.

 

Ci sono molti candidati molto qualificati per guidare la BCE nei prossimi otto anni.

 

Il Governatore della Banca di Francia Francois Villeroy de Galhau, 60 anni, condivide l’idea più ampia di Draghi sul ruolo della BCE e ha sostenuto recentemente che la politica monetaria dovrebbe rimanere espansiva, mentre i falchi stanno tentando di “normalizzarla”. Questo uomo francese, che parla anche tedesco, con un curriculum rispettabile sia nel settore privato sia in quello pubblico, è la prima scelta di coloro che cercano la continuità rispetto agli anni di Draghi. Specialmente dal momento che l’altro francese, Benoit Corure, 50 anni, sembra non poter accedere alla carica dal momento che è nel mezzo di un mandato di otto anni non rinnovabile all’interno del comitato esecutivo della BCE.

 

Se entrambi i francesi venissero bloccati dall’opposizione tedesca, ci sono due finlandesi in attesa. Erkki Liikanen è stato un valido aiuto per Draghi nel consiglio direttivo della BCE, in quanto votante per l’ala nordica che ha sostenuto le azioni decisive nei momenti di crisi. Ma compirà 69 anni ad ottobre, forse troppo avanti con gli anni per un mandato di otto anni. Una possibilità che avrebbe un precedente è che Liikanen potrebbe impegnarsi per un mandato di durata inferiore e poi lasciare il posto a un successore più giovane.

 

Olli Rehn, 57 anni, è stato un commissario europeo per gli affari economici e monetari durante il picco della crisi dell’eurozona e ora è il governatore della Banca di Finlandia, ha fatto alcuni discorsi interessanti in cui richiedeva una revisione in stile FED della politica monetaria della BCE alla luce della persistente mancanza di inflazione rispetto al valore prefissato. Tuttavia, nessuno dei due finlandesi è un grande comunicatore.

 

CI sarà anche chi chiederà che si cerchi una donna, per bilanciare la schiacciante maggioranza maschile all’interno della gerarchia della BCE. C’è una sola donna nel Consiglio Governativo di 25 membri.

 

La vice governatrice della Bundesbank Claudia Buch, 53 anni, e la vice governatrice della Banca di Francia Sylvie Goulard, 54 anni, sembrerebbero non avere l’esperienza monetaria necessaria per il ruolo guida. Ma loro, e altre economiste donne distinte, come l’economista capo dell’OCSE Laurence Boone, 50 anni, le professoresse della London Business School, Helen Rey, 49 anni, e Lucrezia Reichlin, 64 anni, sono tutte ben qualificate per una posizione all’interno del Consiglio esecutivo.

 

C’è anche un altro pretendente che sembrerebbe ampiamente qualificato se la priorità fosse di dare alla Germania il posto di comando della BCE. Klaus Regling ha creato il fondo di salvataggio dell’eurozona, il Meccanismo di Stabilità Europea (ESM), da zero, dopo una carriera che lo ha visto al FMI, al ministero delle Finanze tedesco e nella Commissione europea. Regling, che compie 69 anni quest’anno, potrebbe essere abbastanza tedesco per rassicurare i cittadini di Francoforte, ma anche abbastanza flessibile mentalmente per fare “qualunque cosa sia necessaria” se dovesse esserci un’altra crisi.

 

Qualunque sia la questione, insomma, a proposito del prossimo presidente della BCE, la risposta non è Weidmann.

 

 

31/05/19

Le elezioni UE non contano molto. Ma la rabbia che hanno portato alla luce conterà

Riassumiamo nelle sue parti essenziali un articolo apparso sul Washington Post sul risultato delle elezioni europee. Secondo la giornalista, il risultato molto frammentato si presta a infinite letture, da destra e da sinistra. Tuttavia, esiste un tratto comune: i cittadini vogliono cambiare la situazione attuale, che sia con il ritorno alle nazioni sovrane o con la realizzazione di un’utopia ambientalista. Questo comune sentimento di rigetto verso lo status quo europeo influenzerà la vita politica futura dell'Europa.

 

 

 

Di Megan McArdle, 28 maggio 2019

 

 

Arrivata in Europa per assistere alle elezioni del Parlamento europeo, la giornalista del Washington Post afferma che ha trovato difficile conciliare le storie che venivano raccontate in Europa prima delle elezioni con i loro risultati.

 

In Francia, la notizia è il primo posto ottenuto dal nuovo partito di Marine Le Pen, che relega in seconda posizione En Marche del Presidente Macron. Questo segnale, unito alle continue proteste dei Gilet Gialli, non promette bene per il futuro del governo francese. Tuttavia, osserva la giornalista, il consenso della Le Pen non è molto diverso da quello registrato alle precedenti politiche, né alle precedenti europee. Globalmente, secondo la McArdle, la situazione francese non è poi molto instabile. Più confusa la situazione nel resto d'Europa.

 

Fuori dalla Francia tuttavia, i risultati dipingono una situazione più caotica. I partiti populisti hanno ottenuto grandi consensi in Italia, Polonia e Ungheria, ma sono molto lontani dal poter formare una maggioranza parlamentare a livello europeo. In Inghilterra, il nuovo partito della Brexit è risultato vincitore con la sua piattaforma basata su un’uscita non concordata dalla UE, tuttavia i partiti del “remain” hanno complessivamente ottenuto una percentuale più alta. In Germania AfD ha visto addirittura una riduzione del proprio consenso rispetto alle elezioni del 2017, mentre hanno ottenuto un grande risultato i Verdi. In Spagna, hanno guadagnato consensi addirittura i noiosi social democratici.


 

Insomma, risultati così frammentati, rendono possibili interpretazioni divergenti. In dieci anni i populisti di destra sono passati dall’essere quasi invisibili a diventare una forza sostanziale, e non sembra che la tendenza sia in diminuzione: questa potrebbe essere la lettura di chi vede loro come futuro. Ma guardando ai Verdi, che hanno aumentato i propri seggi di un terzo, si può parlare di rivincita della sinistra.

 

Un modo per interpretare queste elezioni, secondo la McArdle, è considerare che nessuno dà loro molta importanza, anche perché il parlamento europeo è un simbolo del deficit di democrazia e di responsabilità delle istituzioni europee – cosa che rende più acceso il conflitto tra sovranità nazionale e decisioni collegiali.

 

A marzo la giornalista era in Inghilterra, dove racconta che un manifestante pro-Brexit le disse “volevamo un mercato comune, e ci hanno dato un governo comune”.

 

Si potrebbe ribattere in modo convincente che un mercato comune vasto e profondo come quello UE richiede un qualche tipo di governo comune. Qualcuno deve fissare tutto, dalle regole finanziarie agli standard lavorativi comuni. Sottomettersi a un governo di questo tipo comporta una certa perdita di sovranità nazionale: il proprio voto, e quello dei tuoi vicini, vale di più se si è uno dei 4,8 milioni di irlandesi, rispetto a essere uno dei 512 milioni di persone all’interno della UE.


 

Ma dopo questa riflessione, la giornalista aggiunge che il deficit democratico del potere ceduto alla UE viene alimentato dalla struttura bizantina dell’Unione, in cui le decisioni vengono prese molto al di sopra del livello sottoposto al controllo democratico. E questo non può che essere vissuto come un peggioramento se nella propria nazione si ha una democrazia ancora funzionante.

 

Non è ancora chiaro, insomma, che cosa significhino questi risultati, sia a livello nazionale, sia di governance europea. Però, secondo la giornalista, si può concludere con grande chiarezza che gli elettori non ne possono più dello status quo. E così conclude:

 

Alcuni vogliono ritornare a un passato di cui hanno nostalgia, di forza e unità nazionale, altri spingono per un paradiso ambientalista, ma tutti sono d’accordo che, sempre di più, odiano coloro che hanno governato fin qui, le politiche che hanno perseguito e le istituzioni da cui le hanno applicate. Anche se le elezioni del Parlamento UE non contano molto, la rabbia verso lo status quo conterà eccome.


 

 

28/05/19

Sapir - Elezioni europee: le rovine dopo la battaglia

Lucido e dettagliato come sempre, Jacques Sapir analizza i risultati delle elezioni europee in Francia. Per molti aspetti una lezione utile anche alle forze politiche italiane: mostra per esempio l'irrilevanza cui si sono condannate le diverse, microscopiche liste sovraniste, divise tra loro e ferme a percentuali insignificanti, utili solo alla dispersione del voto. Il crollo di La France Insoumise al 6,5% rappresenta inoltre il prezzo da pagare  per una linea politica confusa, in cui ci si è voluti separare dai sovranisti di sinistra e ora tentata di condannarsi definitivamente all'ininfluenza se, a fronte della buona affermazione del RN, cederà a quell'antifascismo retorico e farlocco che conosciamo bene, in tutta la sua vacuità, anche in Italia. Nel complesso, la vera forza di Emmanuel Macron, punito dagli elettori, sta nella dispersione e frammentazione delle opposizioni.

 

 

di Jacques Sapir, 27 maggio 2019

 

 

Successo non pienissimo per il Rassemblement National, sconfitta attenuata per En Marche, una mezza sorpresa per gli ambientalisti e opposizione per il resto atomizzata, sia a destra che a sinistra: ecco il panorama politico che sta emergendo dopo le elezioni europee. Se gli avversari di Macron vogliono contare qualcosa, dovranno avviare cambiamenti radicali.

 

Le elezioni europee in Francia si sono basate principalmente su temi francesi. Questa è la prima lezione che se ne può trarre: erano un voto sul Presidente.

 

Questo spiega perché il numero di astensionisti è stato molto inferiore rispetto al 2014. Sebbene le classi lavoratrici, e anche i giovani, si siano ampiamente astenuti, il tasso di partecipazione è aumentato di quasi otto punti percentuali rispetto al livello eccezionalmente basso del 2014.

 

Il fallimento di Emmanuel Macron


 

Queste elezioni hanno visto il relativo successo del Rassemblement National (RN), che batte la lista La République En Marche (LREM) - Mouvement Democrate (MoDem)- Renaissance, guidata da Nathalie Loiseau. Il relativo insuccesso di questa lista, nonostante il sostegno attivo ricevuto da parte del presidente, è degno di nota. Emmanuel Macron aveva appoggiato oltre ogni decenza, visto il suo ruolo, la lista LREM. Questo sostegno, per molti aspetti scandaloso, non ne ha evitato il fallimento. È quindi una sconfitta personale e inciderà sulla capacità del presidente di rianimare la sua politica. Emmanuel Macron ora è costretto in una posizione difensiva e un po' più screditato, sia a livello nazionale che a livello europeo.

 

Il successo della lista RN, guidata da Jordan Bardella, è innegabile, ma non si tratta affatto di un trionfo. L'RN fatica a riconquistare la percentuale del 24% ottenuta nel 2014.

 

L'insuccesso della lista Loiseau è comunque relativo, per due motivi: il primo è la percentuale ottenuta, superiore al 22% della lista LREM. Quindi non si tratta di un crollo.

 

La seconda ragione è il vero collasso, invece, del partito Les Républicains (LR), guidato da François-Xavier Bellamy. Con poco più dell'8% e il quarto posto, la lista LR subisce una vera e propria disfatta, che può solo mettere in discussione la direzione esercitata da Laurent Wauquiez. Una sconfitta che può essere spiegata dalla polarizzazione tra RN e LREM che si è imposta nelle ultime settimane della campagna.

 

Un certo numero di elettori di LR sono passati a uno di questi due partiti, e probabilmente più verso LREM che su RN. Questo non è sorprendente. Emmanuel Macron è diventato, a causa del movimento dei gilet gialli, il simbolo del partito dell'ordine. È quindi naturale che una parte dell'elettorato della destra legittimista, come una parte degli elettori di François Fillon nel primo turno della presidenziale 2017, si sia ritrovato tra gli elettori che hanno votato per la lista LREM.

 

Le conseguenze di questa situazione sono contraddittorie. Emmanuel Macron ha sicuramente limitato i danni e può cantare vittoria a breve termine. Ma il suo potenziale serbatoio di voti si è ridotto e ha esaurito le sue riserve. Ciò avrà conseguenze sulle prossime elezioni amministrative del 2020, perché i Repubblicani possono sperare di recuperare solo schierandosi apertamente all'opposizione, contro Emmanuel Macron. Liste unitarie ora sono meno probabili a livello locale. Tuttavia, è attraverso queste elezioni che la capacità di LREM di mettere radici a livello locale sarà persa o vinta, il che è la condizione della sua sopravvivenza e quindi della capacità di Emmanuel Macron di ripresentarsi nel 2022.

 

Il successo di EELV, il fallimento di France Insoumise


 

Il successo di Europe Écologie Les Verts (EELV) è indiscutibile. La lista dell'EELV arriva terza, con oltre il 12% dei voti. Ma bisogna ricordare che le elezioni europee sono sempre state favorevoli alle formazioni ecologiste. Le percentuali di domenica sera non sono il risultato più alto mai raggiunto dagli ambientalisti. Inoltre, questo risultato è collegato all'altra sorpresa di queste elezioni: il crollo, non c'è altra parola, della lista di La France Insoumise (LFI), guidata da Manon Aubry, così come il cattivo risultato registrato dalla lista del Partito Comunista Francese (PCF), guidata da Yan Brossat, con il 2,4% circa.

 

Per La France Insoumise il problema è più grave. Con poco più del 6,5%, alla pari con la lista di PS - Place Publique, LFI registra una sconfitta che è un vero disastro. Le cause sono note. Proprio come in Spagna, dove Podemos paga a caro prezzo le sue esitazioni e la sua politica confusa, LFI paga fino all'ultimo spicciolo il suo cambio di linea, che si è verificato a partire dalla fine della primavera 2018, e che ha provocato manovre interne indegne e l'esclusione o l'abbandono volontario dei cosiddetti "sovranisti di sinistra".

 

L'abbandono della linea di "assemblea del popolo", che ha portato Jean-Luc Mélenchon a quasi il 20% nel primo turno delle elezioni presidenziali del 2017, è la causa di questo collasso. Lo testimoniano le dichiarazioni di Jean-Luc Mélenchon, rilasciate nella serata di domenica 26: nelle frasi esitanti, nel vocabolario che si voleva gollista, appariva l'estrema confusione di quello che è il leader di fatto di LFI. La France Insoumise non potrà risparmiarsi una profonda autocritica, che implichi un raddrizzamento della linea politica - che dovrebbe tornare alle posizioni della primavera 2017 - e una istituzionalizzazione democratica, con strutture di funzionamento chiare e trasparenti.

 

Il problema principale è quello della linea politica. Alcuni, che sognano solo di riportare LFI sulle sterili posizioni di una unione delle sinistre, lo hanno capito bene. Abbiamo potuto vederlo durante la serata post-elettorale. Ma anche la questione della democrazia interna e della trasparenza ha giocato un ruolo in questa sconfitta. LFI non ha certo mostrato il suo volto migliore negli ultimi nove mesi. C'è tuttavia da temere che la vittoria del RN spinga alcuni dei quadri in una logica di farlocco antifascismo da operetta, mentre la logica dovrebbe essere quella di sfidare la presa di RN sulle masse rispondendo alle loro aspirazioni e rilanciando il tema della sovranità.

 

Sovranisti, il prezzo della divisione


 

Bisogna analizzare inoltre il fallimento delle diverse formazioni che rivendicano anche la sovranità. Pagano tutti la mancanza di maturità politica. Il partito di Nicolas Dupont-Aignan, Debout la France (DLF), a fronte della drammatica caduta della lista LR, a rigor di logica avrebbe dovuto progredire. E invece ha fatto marcia indietro rispetto al risultato del primo turno delle elezioni presidenziali. Un'analisi seria della strategia, ma anche dello stile di leadership, è essenziale come condizione per la sopravvivenza stessa di questo partito.

 

Questo vale anche per l'Union Populaire Républicaine (UPR) e Les Patriotes. L'UPR supera di poco l'1% e Les Patriotes si è fermata allo 0,7%. Eppure la loro esposizione mediatica è stata superiore a quella del partito animalista, arrivato circa al 2,4%. Siamo ben oltre il momento in cui bisogna smetterla con le esclusioni reciproche, con il comportamento settario degli uni verso gli altri. L'esistenza di tanti micropartiti non è giustificata e li condanna a vegetare, come avviene oggi. Si pone la questione di una fusione tra DLF, UPR e Les Patriotes, tanto più importante quanto è evidente il fallimento della strategia di DLF, che aveva moderato le sue posizioni sull'UE nella speranza di strappare qualche voto ai repubblicani. La legittimità dell'esistenza di questi tre partiti è posta direttamente in questione, dopo le elezioni europee del 26 maggio. E quando si rivendicano gollismo e sovranità, si dovrebbe dare una certa importanza alla questione della legittimità.

 

Un'opposizione in briciole?


 

Resta vero che, nonostante la RN, l'opposizione a Emmanuel Macron è a pezzi. La sua forza deriva dalla debolezza dei suoi avversari. Possono solo sperare di rifondare la loro legittimità e costruire le condizioni della loro unità attraverso i comitati per raccogliere i 4,7 milioni di voti necessari per il referendum sulla privatizzazione dell'Aéroports de Paris. L'impegno per questa campagna, senza alcun calcolo di bottega e senza esclusioni, sarà quindi nelle prossime settimane il test per capire se un'opposizione a Emmanuel Macron è in grado di ricostituirsi, ripartire e lavorare insieme, chiave per il suo successo.

 

 

* Le opinioni espresse in questo contenuto sono di esclusiva responsabilità dell'autore.

14/05/19

Ashoka Mody – L'Europa non può evitare il nazionalismo

L’economista Ashoka Mody torna a parlare di Europa e del risorgere del nazionalismo. Nell’attuale situazione ibrida della UE – via di mezzo tra stato sovrano che rappresenti realmente un popolo e organo sovranazionale di solo coordinamento – è la stessa Ue a provocare il rifiorire di sentimenti nazionalisti. Nella totale assenza della volontà politica di evolvere verso uno stato unitario, l’unica possibile soluzione per l’Ue è ritrarsi per lasciare maggiore spazio agli stati-nazione, sola organizzazione dotata di legittimità e responsabilità democratica. Nel frattempo, come diceva George Washington, è opportuno che per ciascun paese sia l’interesse nazionale a guidare la politica nazionale, anche nei confronti dei più stretti partner commerciali.

 

 

Di Ashoka Mody, 2 maggio 2019

 

 

Hanno ragione i leader europei a preoccuparsi che, senza la più vigile sorveglianza, un virulento nazionalismo possa ancora scatenarsi con la piena forza del suo potenziale distruttivo. Sono convinti che l’Europa sia essenziale per prevenire questo terribile risultato. Ma è davvero possibile un’Europa stabile, creativa e unificatrice?

 

Nel maggio 1950, il ministro degli esteri francese Robert Schuman stabilì il percorso. La Francia e la Germania, annunciò, avrebbero condiviso le proprie industrie del carbone e dell’acciaio, e altri paesi erano invitati a unirsi all’iniziativa. Tuttavia, questo non era che un primo passo, sottolineò Schuman. L’obiettivo era quello di rimpiazzare le nazioni-stato con una “Federazione Europea”, perché una federazione, dichiarò, era “indispensabile alla pace”.

 

Ma i leader europei al sentire la parola "federazione" si ritrassero immediatamente. Decisero che le industrie condivise, accompagnate da una supervisione, sarebbero state una “comunità”. Questo progetto meno ambizioso ebbe successo. Lo storico Tony Judt nel suo classico “Dopoguerra, la Comunità del carbone e dell’acciaio promossa” lo descrisse come “un nuovo sistema stabile di relazioni internazionali”.

 

La forte avversione alla federazione si manifestò più chiaramente nell’agosto 1954. L’Assemblea Nazionale francese rifiutò la Comunità Europea della Difesa (Edc), che avrebbe messo in comune le truppe dei paesi membri in un esercito europeo, sostenuto da un budget europeo e da un sistema di governance. Con la riununcia all’Edc, le parole “federale” e “sovranazionale” vennero bandite. Come scrisse poi l’intellettuale francese François Duchêne “l’idea di un’Europa in un certo senso al di sopra delle nazioni” venne screditata.

 

Tuttavia, sopravvissero le relazioni stabili e fruttifere tra le nazioni-stato europee, che raggiunsero l’apice con il Trattato di Roma, firmato nel 1957. I paesi aprirono le loro frontiere per scambiarsi le merci, ma mantennero i propri diritti di sovranità. Il commercio tra i paesi membri fiorì grazie a un sistema minimo di regole, che vennero rinforzate dalla fiducia reciproca. Come spiegò lo scienziato politico di Princeton Robert Keohane, la “fiducia reciproca” è essenziale al successo delle relazioni internazionali. La semplicissima struttura europea, sostenne lo storico Alan Milward, aiutò a rinforzare e “salvare” lo stato-nazione.

 

Poi, nel 1991, l’Europa intraprese un vano tentativo di costruire una federazione attraverso la porta di servizio della moneta unica.

 

Una politica monetaria unica è spesso troppo restrittiva per gli stati membri più deboli e quindi li penalizza. I trasferimenti fiscali necessari avrebbero richiesto un accordo politico sotto l’ombrello degli “Stati Uniti d’Europa” federati. I leader europei promisero di andare avanti verso questo tipo di unione.

 

Ma l’unica cosa che riuscirono a concordare furono una serie di regole di bilancio che sarebbero state applicate a tutti gli stati membri. Limitando significativamente le opzioni di politica dei paesi che ne facevano parte, la moneta unica trasformò l’Europa da una “comunità” a una “confederazione di stati”, che restringeva i poteri sovrani cruciali delle nazioni e si basava invece su una gestione intergovernativa sostenuta dalle istituzioni centralizzate.

 

L’Europa venne intrappolata in questa “confederazione”. Conflitti tra gli stati membri sulle politiche monetarie e fiscali erano inevitabili. Risolvere questi conflitti richiedeva una federazione completa – un’”unione politica” – con poteri di tassazione e di legittima imposizione. Un’unione del genere si dimostrò impossibile, come la storia recente dell’Europa ha dimostrato ampiamente. Smantellare la moneta unica crea pericolosi rischi finanziari.

 

Una confederazione è strutturalmente instabile, dato che la lotta di potere tra nazioni può rapidamente diventare aspra. Nel 1786, il padre fondatore americano e poi presidente James Madison nelle sue Note sulle Confederazioni Antiche e Moderne documentò con precisione deprimente come le precedenti confederazioni si fossero dissolte nell’anarchia e nell’oblio.

 

L’unica eccezione – gli Stati Uniti d’America – sottolinea quanto eccezionali devono essere le circostanze per ottenere la transizione da una confederazione a una federazione. Molti stati e molti leader influenti, sostenuti da argomenti intellettuali plausibili, resistettero strenuamente a una struttura federata politica ed economica superiore.

 

Un colpo di stato virtuale – ispirato da Madison, sostenuto dalla serietà di George Washington, e favorito da numerosi colpi di fortuna nel breve volgere del periodo tra il 1787 e il 1789 – portò alla costituzione degli Stati Uniti. La costituzione stabilì un governo federale con autorità illimitata di tassare, mantenere un esercito, e regolare il commercio tra stati. Perfino con questa struttura federata, gli stati Usa combatterono una sanguinosa guerra civile nel 1860, prima di far emergere una federazione stabile.

 

George Washington, che appoggiava una federazione nel suo paese, insisteva nel tenere le relazioni internazionali a distanza. Nel suo discorso di addio, nel 1796, pronunciò queste parole memorabili: “La regola d’oro di condotta per noi, per quanto riguarda le nazioni straniere, è di promuovere le relazioni commerciali, ma avere una connessione politica che sia la più piccola possibile”. Il commercio internazionale può funzionare sulla fiducia reciproca, ma al di là di quello, è l’interesse nazionale, diceva, che deve guidare la politica nazionale. Aggiunse che “non può esistere errore più grande dell’aspettarsi o di calcolare favori tra Nazione e Nazione. Questa è un’illusione che l’esperienza deve curare, che un giusto orgoglio deve scartare” (grassetto di VdE).

 

Ignorando le lezioni della storia, le Nazioni Europee hanno scelto di essere una confederazione, quello spazio intermedio e instabile che c’è tra le federazioni politicamente legittime e gli stati sovrani indipendenti che lavorano all’interno di una sistema di scambi connesso in maniera blanda e basato sulla fiducia reciproca.

 

Lo spazio intermedio è “anarchico”, basato su una “logica da rapporto di forze”, come riconobbero Madison e Washington e come lo studioso di relazioni internazionali John Mearsheimer ci ha recentemente ricordato. Il disaccordo è particolarmente probabile quando i benefici politici ed economici di una cooperazione più stretta sono, come nel caso dell’Unione Europea, confusi e divisi in modo non equo tra gli stati membri e tra i cittadini.

 

Riconoscendo il rischio di anarchia, il filosofo politico Jürgen Habermas vede la continuazione dell’Unione Europea in una confederazione di stati, ma in un assetto idealista internazionale “post-nazionale”. Quello di cui c’è bisogno, dice, è una politica “congiunta” fiscale, budgettaria, economica e sociale, “guidata” congiuntamente dal Consiglio Europeo (l’istituzione dalla quale deliberano i capo di governo europei) e dal Parlamento Europeo. Gli stati-nazione rimarrebbero come autorità amministrative; avrebbero il monopolio dell’uso legittimo della forza sui cittadini, e assicurerebbero le libertà civili. Tale combinazione di stati-nazione più “unione politica” per sostenere l’unione monetaria riceverebbe la legittimazione da una convenzione costituzionale nella quale tutti gli Europei avrebbero voce.

 

L’economista Thomas Piketty ha usato la sua fama per raccogliere firme per un’altra visione di questo tipo. In un manifesto, i firmatari dicono giustamente che l’attuale governance europea “opaca e irresponsabile”, che si focalizza solamente sugli obiettivi “finanziari e di bilancio”, deve essere rimpiazzata. Al suo posto, un’”assemblea europea”, composta da membri selezionati del Parlamento Europeo e dei Parlamenti Nazionali, deve ottenere l’autorità di tassare i redditi alti, la ricchezza, le emissioni di carbonio e i profitti delle aziende per contrastare urgentemente la disuguaglianza, il riscaldamento globale, l’immigrazione di rifugiati e la mancanza cronica di investimenti.

 

Gli interessi politici nazionali assicureranno che l’idealismo alla Habermas-Piketty non avanzerà mai oltre la carta su cui è scritto. Ma anche se non fosse così, questi piani sarebbero senza speranza per la loro complessità nell’operare. Le linee incrociate delle autorità che rendono l’attuale sistema “opaco e irresponsabile” diventerebbero ancora più bizantine, e i votanti non sarebbero in grado di discernere le azioni politiche messe in atto dai tanti corpi nazionali e sovranazionali che hanno effetto sulle loro vite quotidiane.

 

Il presidente della Bce Mario Draghi, che si atteggia a filosofo politico, è un esempio dell’attuale sistema “opaco e irresponsabile”. Gli stati-nazione non sono davvero sovrani, dice. Sono profondamente interdipendenti e quindi “non possono controllare i loro risultati e rispondere ai bisogni fondamentali dei (loro stessi) popoli”. Devono, quindi, sottomettersi alle direttive delle istituzioni comuni tecnocratiche. Per usare le parole di Habermas, Draghi è sedotto dalla “passione per la tecnocrazia”. O, come potrebbe dire il filosofo politico francese Pierre Manent, Draghi considera i “popoli” solo come “agenti economici e morali”, non come “cittadini” che desiderano e meritano una voce nelle decisioni politiche.

 

Draghi cita l’esempio del coordinamento delle relazioni commerciali internazionali, che, come riconosceva George Washington, hanno grande valore. Quindi Draghi proclama un grande successo la politica monetaria europea amministrata dalla Banca Centrale Europea. Sì, stiamo parlando della stessa Bce che ha peggiorato la crisi finanziaria dell’eurozona, e che poi ha spento l’incendio con la promessa di “fare qualsiasi cosa fosse necessaria”, ma la cui politica “taglia unica che non va bene a nessuno” amplifica la divergenza economica tra i vari stati membri. È la stessa Bce piena di contrasti interni a causa dei conflitti di interesse nazionali, che ha quindi permesso che la psicologia deflazionista si affermasse e che ha finito le armi per combatterla proprio quando l’Europa ferita sta a breve entrando in un’imminente, forse paurosa, recessione.

 

Al di là della politica monetaria, le tensioni tra gli stati membri hanno sobbollito per molto tempo su una serie di questioni, inclusa la politica estera e la tassazione delle imprese. Conflitti più distruttivi si sono accesi ripetutamente su politiche economiche appropriate e sull’immigrazione.

 

I tentativi di domare gli episodi di anarchia potenziale rinforzando le linee gerarchiche dell'autorità frustrano le aspirazioni nazionali. Le nazioni collidono in maniera specialmente potente, avverte Mearsheimer, quando gli ordini vengono calati dall’alto da una gerarchia centralizzata, e sono influenzati da un altro stato-nazione potente. La lezione della storia, dice, è che il “fallimento” finale dell’intrusione internazionale provoca inevitabilmente “enormi costi”, incluso un aumento delle proteste e del nazionalismo xenofobo.

 

Lo stato-nazione è l’unica forma organizzativa dotata di legittimità e responsabilità democratica. I leader europei devono, quindi, fare qualche passo indietro. Devono diminuire la pervasività delle istituzioni europee e rafforzare un nazionalismo affidabile, ispirato alla storia e alle tradizioni di ciascun paese, ma senza antagonismo tra vicini. Come sostengo nel mio libro, Eurotragedia: un dramma in nove atti, molti compiti che ora vengono adempiuti a livello europeo, specialmente la definizione degli obiettivi in materia di politica fiscale e macroeconomica, dovrebbero essere restituiti agli stati-nazione.

 

Un revival nazionale ottimistico richiede il rinvigorimento dei principi socialdemocratici. Sfortunatamente, negli anni ’80 e ’90 i social democratici hanno esaurito le loro idee, abbandonato i loro tradizionali elettori della classe lavoratrice e riposto la propria fede nell’Europa come soluzione.

 

Una nuova agenda socialdemocratica – guidata dai governi nazionali, provinciali e locali – deve riportare i propri obiettivi verso il generare giustizia sociale a livello locale. Questa agenda deve avere come fulcro un'istruzione diffusa e di alta qualità. Solo persone maggiormente istruite hanno una reale possibilità di scalare la piramide economica e sociale. La mobilità sociale verso l’alto è centrale per permettere maggiore ottimismo e tolleranza. Se non si dovesse riuscire a spostare il focus verso queste priorità interne, rispetto ai vaghi obiettivi europei, sarebbe assicurata ancora altra anarchia.

 

05/05/19

Crolla l'invenzione del governo di Macron sull'attacco dei gilet gialli all'ospedale di Parigi

La riflessione sull'importanza e le responsabilità dei giornalisti che abbiamo seguito in questi giorni si arricchisce di un nuovo capitolo: i grandi media hanno seguito pedissequamente la versione governativa francese su un episodio in realtà provocato dalla violenza della polizia e completamente stravolto nella narrazione ufficiale per denigrare i gilet gialli. Già il giorno dopo la verità è stata portata alla luce, grazie anche al ruolo fondamentale dei social media. E dunque, chi è che diffonde le cosiddette fake news? I social oppure i governi e i media che si fanno loro portavoce? Dal sito World Socialist Web Site.

 

di Will Morrow, 4 maggio 2019

 

 

Sono bastate meno di 24 ore per far crollare come un castello di carte la storia inventata dal governo Macron sui manifestanti in gilet giallo che il Primo Maggio avrebbero attaccato l'ospedale Pitié-Salpêtrière a Parigi. È venuto alla luce che non è stata altro che un'ulteriore menzogna per presentare come rivolta criminale la protesta contro le disuguaglianze sociali e sostenere la messa in atto da parte di Macron di uno stato di polizia francese contro la classe operaia.

 

I fatti in questione sono avvenuti poco dopo le 16 di mercoledì (Primo Maggio, ndt), sul Boulevard de l'Hôpital, nel 13° arrondissement di Parigi. La strada era affollata di migliaia di manifestanti, solo una parte delle oltre 40.000 persone che quel giorno manifestavano in città, quando la polizia in assetto antisommossa ha sparato gas lacrimogeni sulla folla fittamente ammassata e ha scatenato un'ondata di panico.

 

Un giornalista del quotidiano conservatore Le Figaro, Wladimir Garcin-Berson, presente alla scena, ha twittato che c'era stata "un'ondata di gas lacrimogeno, l'aria è diventata irrespirabile". I video pubblicati successivamente sui social mostrano i manifestanti in fuga dal gas soffocante mentre forzano il cancello di ferro del complesso ospedaliero. Diverse decine di persone hanno cercato rifugio all'interno di uno degli edifici dell'ospedale, ma sono state respinte dal personale e in seguito arrestate.

 

Nel giro di poche ore, l'incidente è stato trasformato, nelle parole del ministro dell'Interno francese Christophe Castaner, in un "attacco" all'ospedale da parte di rivoltosi. In una conferenza stampa tenuta mercoledì sera (Primo Maggio, ndt), in cui ha cercato di confondere le proteste di massa con i piccoli gruppi di anarchici black bloc, Castaner ha dichiarato che "la gente ha attaccato un ospedale. Le infermiere sono state costrette a difendere l'area del Pronto Soccorso. Le nostre forze di polizia sono immediatamente intervenute per difendere il Pronto Soccorso".

 

Un'ora dopo, Castaner ha twittato: "Qui a Pitié-Salpêtrière, è stato attaccato un ospedale. Il personale sanitario è stato aggredito. E un poliziotto inviato per proteggerli è stato ferito". Il tweet era accompagnato da immagini sia al grandangolo sia ravvicinate di un risoluto Castaner che stringe la mano alla polizia in assetto antisommossa e cammina attraverso il reparto ospedaliero a fianco del personale sanitario.

 

[caption id="attachment_17710" align="alignnone" width="640"] La foto twittata dal ministro degli Interni Castaner mercoledì notte.[/caption]

 

Il ministro della Solidarietà e della Salute di Macron, Agnès Buzyn, ha definito l'evento "inqualificabile" e "indegno".

 

"Forse c'erano persone che cercavano rifugio e altri che volevano rubare", ha dichiarato, senza fornire alcuna prova di quest'ultima affermazione. Come per enfatizzare il presunto desiderio di sangue dei manifestanti, è quindi emersa la notizia che un agente di polizia era ricoverato nello stesso momento in quello stesso ospedale per un incidente, suggerendo così che lui o lei avrebbe potuto essere l'obiettivo di un attacco di rappresaglia organizzato.

 

I media in Francia e all'estero hanno immediatamente ripetuto e amplificato le bugie del governo Macron.

 

L'edizione francese di The Local ha pubblicato una relazione intitolata: "'Inqualificabile': perché dozzine di manifestanti hanno fatto irruzione in un ospedale di Parigi durante le manifestazioni del 1° maggio?". Il Sun, di proprietà di Murdoch, in Gran Bretagna ha riportato "PERICOLO DI MORTE: furia a Parigi, manifestanti in gilet giallo irrompono nell'ospedale dove morì la principessa Diana." Le Figaro ha dichiarato che "dozzine di 'black bloc'" avevano fatto irruzione nell'ospedale.

 

L'esempio migliore del ruolo dei media come portavoce della propaganda di stato è dato dal canale di informazione pubblico France Info. Il suo servizio, intitolato "Intrusione al Pitié-Salpêtrière: "La discussione non era possibile ", racconta la direttrice dell'ospedale" mostrava la foto di un uomo incappucciato che attacca un cancello con un palo di metallo.

 

[caption id="attachment_17711" align="alignnone" width="640"] Foto pubblicata da France Info[/caption]

 

A poche ore dalla pubblicazione dell'articolo, il fotografo che ha scattato la foto, Geoffrey VdH, ha dichiarato in un tweet che la foto era stata scattata lo stesso giorno, ma in un luogo completamente diverso, fuori dalla sede centrale della polizia di Parigi.

 

France Info successivamente ha rimosso la foto e l'ha sostituita con l'immagine di un uomo che brandisce minacciosamente un martello fuori dall'ospedale, davanti a un edificio diverso da quello dove si è verificato l'incidente.

 

[caption id="attachment_17708" align="alignnone" width="640"] L'immagine aggiornata pubblicata da France Info[/caption]

 

Come documentato dalla rubrica "CheckNews" di Liberation, l'immagine è stata tagliata in basso per far sparire dozzine di "gilet gialli" che inveivano contro l'individuo armato di martello, dicendogli che non avrebbero permesso una simile provocazione. La foto originale era stata pubblicata da Le Parisien lo stesso giorno.

 

[caption id="attachment_17709" align="alignnone" width="640"] L'immagine originale pubblicata su Le Parisien[/caption]

Le menzogne del governo Macron sono crollate davvero e completamente giovedì, con la pubblicazione di numerosi video dell'incidente sui social media. Un video girato da uno dei lavoratori dell'ospedale mostra un gruppo di manifestanti che scappano da una squadra di polizia antisommossa lungo una via d'accesso all'ospedale, salendo la scalinata verso l'ingresso di un edificio e fermandosi al ripiano superiore, evidentemente terrorizzati dall'attacco della polizia. Il personale li informa che si tratta di un'area di Pronto Soccorso  che ospita pazienti e si rifiuta di lasciarli entrare. Si possono sentire gli operatori dell'ospedale che parlano tra di loro all'interno dell'edificio. "Sono spaventati, hanno solo paura", dice uno, a cui un altro risponde: "Sì, loro [la polizia] li ha inseguiti". Un altro afferma: "Non sapevano [che era il Pronto Soccorso], stavano solo cercando una via di fuga". I lavoratori dell'ospedale hanno anche rilasciato interviste in cui smentiscono categoricamente di essere mai stati minacciati.

 

L'intero incidente nel video si conclude in pochi minuti. La polizia arriva e arresta i manifestanti senza alcuno scontro. Con il crollo della menzogna del governo, tutti e 32 sono stati rilasciati ieri: la maggior parte di loro, secondo quanto è stato riferito, sarebbero ragazzi, studenti universitari.

 

Castaner ha controbattuto con rabbia a tutti quelli che lo hanno accusato di avere mentito, dichiarando assurdamente che potrebbe avere "sbagliato parola" e che non avrebbe dovuto usare il termine "attacco". Da molteplici parti sono state richieste le sue dimissioni.

 

La questione sottolinea una realtà politica essenziale. Il governo Macron, come le sue controparti a livello internazionale, guidate dal Partito Democratico negli Stati Uniti, utilizza la bandiera della lotta alle "fake news" per censurare internet e i social media e impedire ai lavoratori di accedere a fonti di informazione alternative che sfuggono al controllo del governo e delle grandi aziende. Ma chi diffonde fake news, in realtà, è il governo e i suoi portavoce nei grandi media.

 

Le menzogne del governo Macron su un inesistente attacco ospedaliero hanno uno scopo ben preciso: diffamare l'opposizione di sinistra al governo come criminale e moralmente riprovevole e giustificare il continuo scatenarsi della violenza dello stato di polizia contro la classe operaia.

 

A febbraio, un oscuro confronto verbale tra un "gilet giallo" e un opinionista ebreo di destra e sionista, Alain Finkielkraut, è stato usato allo stesso modo per diffamare l'intero movimento dei "gilet gialli" come antisemita.

 

La polizia è stata filmata mentre saccheggiava i negozi durante i violenti scontri sugli Champs-Élysées di marzo, a cui Macron ha reagito incolpando di tutti i saccheggi i "gilet gialli" e vietando le proteste sul viale. Il governo quindi ha dispiegato i soldati della missione anti-terrorismo Operazione Sentinella schierandoli contro i "gilet gialli", con l'autorizzazione a sparare.

 

Lo smascheramento di questa menzogna sfacciata su un "attacco" alla Pitié-Salpêtrière scredita i grandi media che hanno diffuso la storia, ma non solo: tutte le accuse infondate del governo Macron hanno giustificato l'intensificazione della repressione contro i "gilet gialli".

01/05/19

Le Figaro - Come l’euro ha condotto la Francia all’impasse

Il celebre quotidiano francese Le Figaro dà voce a un commento critico sull’euro e l’Unione europea. A vent’anni dalla sua creazione, l’euro non è l’unico problema, ma simboleggia perfettamente ciò che non funziona della cosiddetta “integrazione” europea: l’imposizione di uno standard unico a paesi con storie e caratteristiche profondamente eterogenee nella struttura economica, con tassi di inflazione divergenti ed esigenze sociali diverse. Uno standard che, ovviamente, si conforma ad alcuni meglio che ad altri, e che agli eterni inadeguati – tra i quali la Francia deve ormai riconoscersi a pieno titolo – può solo additare il supremo credo dell’ideologia neoliberale: “Bisogna adattarsi”.

 

 

di David Caylam 29 aprile 2019

 

Lo scorso febbraio un istituto di ricerca tedesco d’ispirazione ordoliberale, il Centro per le politiche europee (CEP), ha festeggiato a proprio modo i vent’anni dall’istituzione della moneta unica pubblicando uno studio che mostrava come, dopo vent’anni di esistenza, l’euro abbia avuto effetti contrastanti. Se per alcuni paesi, tra cui la Germania e i Paesi Bassi, l’Unione Monetaria si è tradotta in un guadagno pro-capite stimato in oltre 20.000 euro nel periodo 1999-2007, per altri si è tradotta in una perdita, e le perdite accumulate sono apparse considerevoli, ovvero circa 56.000 euro a testa in Francia e 73.600 euro a testa in Italia.

 

Dunque la moneta unica non ha avuto gli stessi esiti per tutti i paesi. Il rapporto annuale del Fondo Monetario Internazionale (FMI) sugli squilibri esterni ha sottolineato anche come, per diversi anni, il tasso di cambio dell’euro sia stato sopravvalutato per alcuni paesi come la Francia e l’Italia (e questo ha influito [negativamente] sulla loro competitività), e sia stato invece ampiamente sottovalutato (di circa il 20%) per la Germania, rappresentando così per essa un vantaggio decisivo, che spiega anche il suo enorme surplus estero.

 

In vent’anni l’economia europea si è trasformata profondamente

 

Perché una stessa moneta dovrebbe produrre effetti così diversi da un paese all’altro? La Francia è dunque inadatta all’euro? E se sì, per quale ragione?

 

Certo, possiamo sempre mettere in discussione l’attendibilità di questi studi, e specialmente del primo dei due, la cui metodologia è in realtà discutibile. La cosa fondamentale, però, è che ridurre gli squilibri economici europei alla sola questione monetaria rischia di far dimenticare le numerose trasformazioni istituzionali che hanno interessato in profondità l’economia europea nel corso degli ultimi decenni.

 

Dalla fine degli anni ’90 la creazione del mercato unico, la liberalizzazione dei precedenti monopoli pubblici, il rafforzamento delle politiche di austerità, la crescente finanziarizzazione dell’economia, la riforma della politica agricola comune, la messa in opera generalizzata di un sistema di mercato concorrenziale controllato dalla Commissione, la firma di un gran numero di trattati di libero scambio e, soprattutto, gli ampliamenti dell’Unione europea nel 2004 e nel 2007 verso i paesi dell’Europa centrale e orientale, portati all’interno dello spazio economico europeo, hanno contribuito a intensificare il dumping sociale. Per questo l’Unione europea del 2019 in realtà non ha più molto a che vedere con quella di vent’anni fa. Tutto è stato cambiato nell’economia europea, non solo la moneta.

 

A rigor di logica non possiamo dunque ritenere la moneta unica come l’unica causa degli squilibri economici attuali. Inoltre, quando guardiamo le dinamiche industriali europee nel corso degli ultimi vent’anni, come ho già fatto in uno studio recentemente pubblicato, possiamo constatare che l’appartenenza all’eurozona non è un criterio determinante. I paesi europei periferici che si situano al di fuori dell’eurozona, come il Regno Unito e la Svezia, si sono de-industrializzati allo stesso ritmo dei paesi che hanno adottato l’euro e che si situano nelle stesse aree geografiche, come la Francia la Finlandia. Allo stesso modo, i paesi centrali hanno attirato investimenti industriali sia che appartenessero all’eurozona (Germania e Austria) che no (Polonia e Repubblica Ceca).

 



 

La creazione della moneta unica rappresenta solo una delle molte riforme che hanno contribuito a trasformare l’economia europea. Sebbene si tratti della più emblematica e ambiziosa di tutte le riforme, ha anche svolto un effetto parafulmine attirando tutte le critiche e mascherando la logica d’insieme attorno alla quale è ormai organizzata l’economia europea.

 

Un nuovo sistema economico europeo

 

Qual è, esattamente, questa logica d’insieme? Tra il 1986 e il 2012, l’economia dell’Unione europea è stata completamente ricostruita attorno a sei trattati.

 

L’atto unico del 1986, che stabiliva i principi del mercato unico, il trattato di Maastricht del 1992, che ha gettato le basi per l’euro e le sue caratteristiche principali, poi il trattato di Amsterdam del 1997, che perpetuava e rafforzava i vincoli di bilancio previsti da Maastricht, il trattato di Nizza del 2001, che ha riorganizzato le istituzioni europee in vista di un ampliamento, il trattato di Lisbona del 2007, che ha ripreso i punti essenziali del trattato costituzionale europeo che era stato respinto due anni prima, e che ha riscritto e precisato tutti i trattati precedenti, e infine il Fiscal Compact del 2012, che rafforzava i vincoli di bilancio a cui gli Stati sono chiamati a sottoporsi. Questi sei trattati hanno stabilito un’architettura economica volta a inquadrare le economie nazionali in un insieme di regole comuni e a farle convergere istituzionalmente.

 

Negli anni ’70 le economie europee avevano alcune specificità che avevano ereditato dalla loro storia, dalla loro cultura e dalle loro istituzioni nazionali. La Francia si caratterizzava per un capitalismo fondato sulle grandi imprese, su un settore pubblico forte, su rapporti conflittuali tra classi sociali e su un’amministrazione centrale forte. L’Italia era un paese di piccole e medie imprese efficienti, con una moneta debole e un settore finanziario poco sviluppato. L’industria del Nord Italia beneficiava di una forza lavoro nazionale a basso costo proveniente dal Sud del paese, e questo la rendeva molto efficiente. La Germania, dal canto suo, poteva contare su un dinamismo industriale fondato sulle complementarità tra il suo sistema di istruzione, i länder [le regioni tedesche, NdT] forti e capaci di intervenire nell’economia, un settore bancario che non esitava a investire a lungo termine per lo sviluppo industriale, e un sindacalismo di co-gestione.

 

Ciascuno di questi tre paesi aveva sperimentato un piccolo miracolo economico durante i “Trenta Gloriosi” [il trentennio di crescita economica fra il 1945 e il 1975, NdT], costruendo modelli di crescita che gli erano propri e che li rendevano efficaci, non solo al proprio interno, ma anche verso l’estero. Così, fino all’inizio degli anni ’80, l’Italia esportava più della Germania in proporzione al proprio PIL, e accumulava regolarmente ampi surplus commerciali.

 

La Francia beneficiava di un forte settore industriale costruito su grandi progetti nazionali basati su ambiziose politiche pubbliche (nuclearizzazione dell’energia, treno ad alta velocità, Airbus…).

 

Un unico “stampo” europeo

 

I trattati europei hanno contribuito a smantellare proprio queste specificità nazionali. Fino al 1980 la CEE aveva stabilito un sistema economico pragmatico che consisteva, in fondo, nella protezione del mercato comune tramite un dazio unico verso l’esterno e tramite la rimozione degli ostacoli alla circolazione delle merci al proprio interno, al fine di aumentare la quantità potenziale di sbocchi economici per le proprie industrie. Negli anni ’90, il mercato comune si è trasformato in mercato unico. Alla libera circolazione delle merci si è aggiunta quella dei capitali e della forza lavoro. Per evitare distorsioni della concorrenza, si è deciso di limitare rigorosamente gli interventi pubblici. Rispetto al resto del mondo, si è deciso di sopprimere tutti i limiti alla circolazione dei capitali e di siglare accordi commerciali multilaterali, nel quadro del GATT e dell’Organizzazione Mondiale del Commercio, e poi di moltiplicare i trattati di libero scambio bilaterali.

 

L’economia europea ha quindi imposto uno “stampo” legale (un mercato unico, una moneta unica) identico per tutti i paesi europei. È uno stampo basato sulla finanziarizzazione dell’economia, sulla concorrenza interna ed esterna e sull’arbitraggio economico dei mercati.

 

È evidente che c’erano modelli economici nazionali più compatibili con questo stampo, e altri meno. L’euro è emblematico. Tutti gli studi concordano: una stessa moneta può avere effetti opposti a seconda di come funzionano le economie. In effetti una moneta unica implica una banca centrale unica e un tasso di rifinanziamento unico. Tuttavia i tassi di inflazione sono diversi da un paese all’altro, quindi il tasso di interesse reale proposto dalla BCE sarà troppo basso per i paesi con maggiore inflazione (favorendo così la creazione di bolle finanziarie) e troppo elevato per i paesi con minore inflazione, col rischio di danneggiare gli investimenti. Allo stesso modo, uno stesso tasso di cambio non può essere adatto a un insieme eterogeneo di economie.

 

La libera circolazione dei capitali ha rafforzato la concentrazione degli investimenti industriali nei paesi “core”, dove si trovano i principali porti del Mare del Nord e le vie navigabili, a danno dell’Europa periferica. Certi paesi hanno così visto aumentare le proprie esportazioni, generando grandi surplus i quali, normalmente, dovrebbero causare un aumento del valore della moneta. Al contrario, i paesi in via di de-industrializzazione dovrebbero normalmente beneficiare di una svalutazione della moneta, ma lo “stampo” della moneta unica impedisce questi aggiustamenti.

 

La creazione del mercato unico ha generato problemi simili. L’esacerbazione della concorrenza europea non ha tenuto in alcun conto le disparità tra i sistemi fiscali e sociali. E invece le necessità in termini di spesa pubblica e di prestazioni sociali (pensioni, spesa sanitaria, politiche familiari) sono legate a parametri demografici e culturali che sono strettamente nazionali.

 

Bisogna adattarsi

 

L’euro è sintomatico di un sistema che è passato da una logica in cui le istituzioni economiche erano nazionali, per il fatto che dovevano adattarsi alle specificità dei paesi, a una logica del tutto opposta dove è necessario adattare le economie nazionali a un quadro istituzionale prestabilito e definito direttamente su scala europea. Il problema è che negando le specificità nazionali e imponendo a ciascun paese di adattarsi a un quadro comune, senza realizzare che ciascuno si era evoluto a partire da un universo istituzionale diverso e suo proprio, ha decisamente rafforzato le dinamiche di divergenza anziché creare la convergenza voluta.

 

In un libro pubblicato recentemente, Barbara Stiegler riassume l’ideologia neoliberale in una formula: “Bisogna adattarsi”. Sottolinea giustamente questo meccanismo del pensiero sotteso all’ideologia contemporanea. Spiega che l’essenza del neoliberalismo non è, contrariamente al liberalismo classico, quella di assicurare a tutti la libera ricerca della propria emancipazione personale, ma piuttosto quella di produrre una camicia di forza normativa rigida, stabilita in nome di un principio superiore – ad esempio la concorrenza libera e non distorta – che in realtà non è che un meccanismo per creare una gerarchia tra quelli che a tale principio si adattano facilmente e ne traggono vantaggio, e gli altri, il cui processo di adattamento sarà infinito perché si troveranno eternamente “in ritardo” rispetto ai paesi leader.

 

I risultati dello studio del CEP menzionato all’inizio sono, a tale proposito, alquanto rivelatori. Secondo questi economisti, se la Francia e l’Italia sono i grandi perdenti dell’euro, non sarebbe perché la creazione della moneta unica ha posto di per sé un problema, ma perché questi paesi avrebbero accumulato un “ritardo” nelle riforme delle loro istituzioni nazionali.

 

Vent’anni dopo la sua creazione, è ora di ammetterlo. L’euro non è stato fatto per servire le economie europee, ma per fornire un quadro normativo al quale le economie stesse sono costrette ad adattarsi. Ma ciò che non viene mai ricordato è che proprio questo imperativo di “adattarsi” equivale a negare le differenze geografiche, storiche, culturali, che persistono tra un paese e l’altro e che restano assolutamente reali. E così, anziché consentire alla Francia o all’Italia di adottare una politica monetaria e industriale che si adatti alle loro proprie realtà economiche, l’euro e il mercato unico, nel loro funzionamento, impongono eterne e inattuabili riforme volte a compensare il “ritardo” in una competizione le cui regole sono, in tutta evidenza, distorte.