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26/05/20

WSJ - Il lockdown si attenua, ma l'Italia affronta un'epidemia di povertà







Saranno poche le grandi economie che risentiranno di questa nuova crisi come l'Italia, già duramente provata in questi anni dalla doppia recessione, e la cui ripresa sarà più difficile e stentata. Così rappresenta questa nuova crisi italiana il Wall Street Journal, che fa un quadro della situazione purtroppo realistico e privo di illusioni. Ci sarebbe veramente bisogno di un governo capace di interventi veloci e decisi. 

di Margherita Stancati, 21 Maggio 2020


Alcune importanti economie probabilmente subiranno un profondo declino e un difficile percorso di ripresa, lasciando milioni di persone senza soldi per i bisogni alimentari basilari

NAPOLI, Italia — Giovanni Bruno si è reso conto per la prima volta che l'Italia stava affrontando una crisi senza precedenti quando al banco alimentare da lui gestito hanno cominciato ad arrivare richieste di aiuto da parte di italiani della classe media.

"Stiamo parlando di persone istruite, persone che sono in grado di rintracciarci su Internet", afferma Bruno, capo del Banco Alimentare, la più grande banca alimentare italiana. "Ogni volta è una pugnalata al cuore".


23/02/20

Politico – La libertà di circolazione aggrava la crisi dei senzatetto in UE

La libertà di circolazione, come tutte le “conquiste” della Ue, è un bene solo per chi se la può permettere. Molti, illusi dalla prospettiva di cambiare vita, emigrano per trovare qualche lavoro precario e sottopagato, e magari poi finire per strada, senza più i mezzi e i contatti per tornare indietro. Questo articolo di Politico raccoglie le denunce delle associazioni per l’assistenza sociale, che hanno visto in una manciata di anni un incremento vertiginoso dei senzatetto, soprattutto di provenienza Ue. E proprio la Ue viene additata come corresponsabile di questa situazione.

 

 

di Hanne Cokelaere, 19 febbraio 2020

 

Secondo i suoi paladini, la libertà di movimento sarebbe uno dei maggiori successi della Ue. Tuttavia, sta lasciando per strada molti dei suoi cittadini più indigenti.

 

Oggi c'è un numero record di cittadini che vivono e lavorano in un altro paese UE, ma anche il numero di quelli che si spostano altrove per poi finire a vivere per strada è in crescita. Operatori sociali e parlamentari sostengono che è il momento che Bruxelles faccia qualcosa.

 

I lavoratori Ue possono muoversi liberamente all’interno del blocco dei paesi, ma non tutti trovano una vita facile e confortevole una volta arrivati alla loro destinazione. Le procedure per l’ottenimento di un alloggio favoriscono le persone che possono dimostrare di non essere un peso per i sistemi assistenziali locali, e questo significa che le persone più povere, spesso quelle in posizioni precarie e con impieghi sottopagati, rischiano di cadere nel baratro.

 

Il problema della gente che dorme per strada è difficile da ignorare nella capitale belga, dove numerosi senzatetto vivono per le strade e nelle stazioni della metropolitana attorno al “quartiere Ue” della città – sede della Commissione Europea, del Consiglio, del Parlamento e di altre istituzioni. Qui i senzatetto chiedono l’elemosina ai funzionari e diplomatici meglio pagati della Ue.

 

Non sono venuto dalla Romania [in Belgio] solo per ricevere assistenza sociale”, ha detto Nicolae, 59 anni, parlandoci in un affollato caffè del centro, davanti a un tè alla menta. “Voglio lavorare.

 

Sei anni fa Nicolae ha perso il suo monolocale in Molenbeek, un variegato quartiere del centro di Bruxelles, perché non poteva più permettersi di pagare l’affitto. Oggi passa le notti in un rifugio per senzatetto, e le sue giornate nell’area attorno alla stazione Midi di Bruxelles – stazione di destinazione degli Eurostar e di altri treni che attraversano l’Europa. Qui beneficia delle mense per i poveri e degli hotspot Wi-Fi gratuiti.

 

L’aumento dei senzatetto è ben visibile nel blocco dei paesi UE. Secondo un report del 2019 della FEANTSA, organizzazione che lavora per i senzatetto in Ue, almeno 700.000 persone vivono per strada o negli appositi dormitori. Si tratta di un aumento del 70 per cento rispetto a un decennio fa. In Finlandia, paese che ha messo a punto una strategia di lungo termine per offrire casa ai senzatetto, il numero è diminuito.

 

Dormire per strada

 

Non ci sono statistiche ufficiali dei senzatetto in Belgio, ma le organizzazioni che si occupano del problema hanno segnalato un aumento del numero di cittadini provenienti da altri paesi UE che hanno bisogno di aiuto.

 

I dati di Samusocial, organizzazione per gli alloggi di emergenza a Bruxelles, indicano che il 15,3 per cento delle persone che ha cercato un rifugio presso di loro nel 2018 erano cittadini Ue non provenienti dal Belgio. I belgi rappresentano il 16,4 per cento del totale. Il restante 61,6 percento è rappresentato da persone provenienti da altri paesi al di fuori del blocco Ue (le cui origini non sono documentate). Tra gli europei, il 33 per cento viene dai paesi dell’Est.

 

L’organizzazione sociale Diogènes di Bruxelles afferma che il 42 per cento delle persone che chiede aiuto erano belgi, il 43 per cento erano altri cittadini Ue, e il 15 per cento provenienti da paesi terzi. I polacchi da soli rappresentano il 15 per cento delle persone che si sono rivolte all’associazione nel 2019.

 

Altre grandi città europee riportano tendenze simili. Barcellona ha registrato un rapido aumento di uomini senzatetto di provenienza Ue, con una proporzione sul totale che è balzata da un terzo nel 2014 (rispetto a spagnoli ed extra-Ue) al 44 per cento nel 2018. Anche tra le donne, il numero di senzatetto di provenienza Ue (non-spagnola) ha superato il numero delle spagnole e delle donne non-Ue.

 

E se il 49 per cento di quelli che dormivano per strada a Londra tra il 2018 e il 2019 erano britannici, il 31 per cento proveniva dall’Europa dell’Est, e un altro 7 per cento dal resto del blocco dei paesi, secondo la Greater London Authority.

 

Moralmente, la UE ha parte della responsabilità”, ha dichiarato Freek Spinnewijn, direttore della FEANTSA, sottolineando il collegamento tra la libertà di circolazione e i senzatetto. “È un male che chiudano gli occhi di fronte alle conseguenze negative della libertà di circolazione”.

 

Questo problema è grave già da 10 anni, ma è stato fatto ben poco per contrastarlo”, ha aggiunto.

 

L’estensione dell’assistenza sociale a persone provenienti da altri paesi Ue è un argomento scivoloso, perché i parlamentari temono le possibili ripercussioni sul sistema dei servizi sociali.

 

La libertà di circolazione dei lavoratori è una buona cosa per i cittadini europei che stanno cercano opportunità, per l’economia e per la domanda di lavoro nei paesi Ue, ma non deve trasformarsi in libera circolazione del sostegno sociale”, ha detto Gilles Verstraeten, parlamentare di Bruxelles per il partito fiammingo nazionalista N-VA. Questo potrebbe portare a uno “shopping dell’assistenza sociale”, dove i sistemi dei paesi più generosi vengono presi di mira, ha aggiunto.

 

Ma Spinnewijn ha affermato che la UE dovrebbe assicurarsi che le persone vengano guidate nella ricerca di un nuovo lavoro, o altrimenti garantire che possano fare ritorno a un paese dove hanno accesso all’assistenza sociale in modo sostenibile – in questo ha sottolineato la necessità che alcuni paesi UE mettano in piedi un sistema di servizi di questo tipo. Ciò richiederebbe una collaborazione al livello della UE, ha concluso.

 

A Bruxelles, quantomeno, si stanno facendo degli sforzi per venire a capo di questo crescente problema. Alain Maron, ministro dei Verdi per la regione di Bruxelles, ha annunciato una nuova strategia per il problema dei senzatetto a dicembre, con un aumento di 14,8 milioni di euro in finanziamenti per rifugi e progetti preventivi e di riassegnazione di una casa a chi l’ha persa, seguendo l’approccio della Finlandia.

 

Il cambio di paradigma dovrebbe aiutare la città a passare dalle misure di emergenza – come quelle di incrementare i soccorsi durante il periodo invernale – allo sviluppo di strategie più sostenibili nel lungo termine, ha detto Maron alla radio locale. “La gente muore per strada anche d’estate. Vogliamo che gli operatori gestiscano il problema su base annuale.

 

La nuova Commissione ha affermato di ascoltare le chiamate all’azione. “Quello della casa è il fulcro di tutti i problemi sociali”, ha detto il commissario per il lavoro, Nicolas Schmit, al Parlamento Europeo durante un dibattito a gennaio, promettendo uno sforzo comune di governi nazionali e regioni per contrastare il problema dei senzatetto.

 

La trappola di chi si ritrova senzatetto

 

Un grosso ostacolo per gli immigrati a bassa qualificazione provenienti da altri paesi Ue è quella di orientarsi nella burocrazia del paese in cui sono arrivati.

 

Nicolae ha lasciato la regione romena della Transilvania nel 2007, anno in cui il suo paese ha aderito alla UE, per cercare lavoro nella “capitale d’Europa”. A quel tempo aveva poco meno di cinquant’anni, e trovò un lavoro come frutticoltore a Londerzeel, piccolo comune a 20 chilometri a nord di Bruxelles. La sua paga era bassa, ma migliore di quella che avrebbe potuto guadagnare in Romania, e includeva l’alloggio, ci racconta. Il suo datore di lavoro però due anni dopo è morto, e lui si è ritrovato di nuovo per strada.

 

Nel 2011 si è ammalato gravemente. La sua sventura però si è rivelata finanziariamente vantaggiosa, almeno all’inizio. È infatti riuscito a compiere un primo passo nel processo di registrazione in Belgio nel momento in cui il governo federale ha deciso che sarebbe potuto rimanere per ottenere le cure mediche di cui aveva bisogno. E in quanto persona in procinto di acquisire i diritti di soggiorno, ha ricevuto anche un assegno mensile e una somma una tantum per una sistemazione, che ha usato per trasferirsi nel suo appartamento a Molenbeek.

 

Ma la sua sistemazione sarebbe durata poco. Il governo ha in seguito revocato la decisione di lasciarlo restare nel Paese per motivazioni mediche, e gli ha tolto l’assegno. “Tutto quello che avevo: la TV, il letto, il frigorifero...tutto perso”, racconta.

 

Ora, nel mezzo di un procedimento di appello avviato nel 2014, nutre ancora la speranza che la decisione del governo venga rivista. “Se mi avessero detto fin dall’inizio che dovevo tornare in Romania, sarebbe stato meglio”, dice Nicolae. Ora non ha più i mezzi per ritornare, ci dice. I suoi genitori sono morti da quando lui è arrivato in Belgio.

 

Un problema ricorrente è l’inaffidabilità dell’accesso ai servizi sociali per i cittadini UE, dato che i servizi sono spesso riservati ai residenti legali di un dato paese. Questo è esacerbato dall’approccio di neutralità assunto dalla Ue rispetto al modo in cui i diversi governi valutano lo stato di occupazione delle persone nelle loro domande di richiesta di residenza. I paesi propendono spesso per un’interpretazione restrittiva di cosa sia un “vero” lavoro, e i cittadini che si spostano all’estero per occupare posti di lavoro precari e sottopagati sono particolarmente vulnerabili, e rischiano di essere lasciati fuori, secondo la FEANTSA.

 

Questo significa che i senzatetto che provengono da altri paesi Ue rischiano di trovarsi in un circolo vizioso che rende il loro status pressoché permanente: no residenza senza soldi, ma no soldi senza lavoro, e no lavoro senza residenza.

 

Senza un indirizzo non esisti, dunque non hai diritti”, ha spiegato Bran Van de Putte, assitente sociale per Diogènes.

 

Molti paesi Ue sono ben lontani dal rompere questo circolo vizioso.

03/12/19

La fine del neoliberismo e la rinascita della Storia

Il premio Nobel Joseph Stiglitz smaschera su Project Syndicate le lunghe menzogne dell'ideologia neoliberale, che ha dominato il mondo negli ultimi 40 anni promettendo ai popoli, in cambio di sacrifici anche troppo presenti, un futuro benessere mai arrivato. Ma soprattutto mostra la sostanziale mancanza di libertà connessa a questa ideologia, che ha schiacciato con furore qualsiasi pensiero economico alternativo, e minato la democrazia stessa attraverso lo strapotere dei capitali. Ora però la corda è vicina a spezzarsi. 

 

 

 

Di Joseph Stiglitz, 4 novembre 2019

 

Per 40 anni, le élite dei paesi sia ricchi sia poveri hanno promesso che le politiche neoliberali avrebbero portato a una crescita economica più rapida e che i benefici sarebbero ricaduti dall'alto in basso, in modo tale che tutti, compresi i più poveri, sarebbero stati meglio. Ora, di fronte all'evidenza, c'è da meravigliarsi che la fiducia nelle élite e nella stessa democrazia siano crollate?

 

 

NEW YORK - Alla fine della Guerra Fredda, il politologo Francis Fukuyama scrisse un celebre saggio intitolato "The End of History?“ ("La fine della Storia?"). Il crollo del comunismo, vi si sosteneva, aveva eliminato l'ultimo ostacolo che separava il mondo intero dal suo destino di democrazia liberale ed economia di mercato. Furono in molti a concordare.


 

Oggi, di fronte alla ritirata dell'ordine mondiale liberale basato sul rispetto delle regole, con sovrani dispotici e demagoghi alla guida di Paesi che contengono oltre la metà della popolazione mondiale, l'idea di Fukuyama sembra stravagante e ingenua. Ma è servita a sostenere la dottrina economica neoliberale che negli ultimi 40 anni ha avuto la meglio.

La credibilità della fede neoliberale nel libero mercato come via più sicura per una prosperità condivisa è oggi agli sgoccioli. E non c'è da stupirsene. Ma il declino simultaneo della fiducia nel neoliberalismo e nella democrazia non è una coincidenza né una semplice correlazione: il neoliberalismo ha minato la democrazia per 40 anni.

 

La forma di globalizzazione prescritta dal neoliberalismo ha reso gli individui e le intere società incapaci di controllare una parte importante del proprio destino, come ha spiegato Dani Rodrik dell'Università di Harvard in modo chiarissimo, e come sostengo nei miei libri recenti Globalization and its discontent revisited ("La globalizzazione e i suoi oppositori rivisto" ) e People, power and profits ("Persone, potere e profitti").



Gli effetti della liberalizzazione del mercato dei capitali sono stati particolarmente nefasti: se un candidato alla presidenza in un mercato emergente perde il favore di Wall Street, le banche portano via i loro soldi da quel paese. Gli elettori devono quindi affrontare una scelta netta: arrendersi a Wall Street o affrontare una grave crisi finanziaria. Come se Wall Street avesse più potere politico dei cittadini del Paese.



Anche nei paesi ricchi, ai comuni cittadini è stato detto: "Non puoi seguire le politiche che ritieni giuste" - che si tratti di una protezione sociale adeguata, di salari dignitosi, della tassazione progressiva o di un sistema finanziario ben regolamentato - "perché il paese perderà competitività, i posti di lavoro scompariranno e ci rimetterai”.



Sia nei paesi ricchi sia in quelli poveri, le élite hanno promesso che le politiche neoliberali avrebbero portato a una crescita economica più rapida e che i benefici sarebbero ricaduti verso il basso in modo tale che tutti, compresi i più poveri, sarebbero stati meglio. Per arrivarci, tuttavia, i lavoratori avrebbero dovuto accettare salari più bassi e tutti i cittadini avrebbero dovuto rassegnarsi a tagli in importanti interventi pubblici.



Le élite hanno affermato che le loro promesse erano basate su modelli economici scientifici e "ricerche basate sulle prove". Bene, dopo 40 anni, i numeri sono sotto i nostri occhi: la crescita si è appiattita e i suoi frutti sono andati in misura travolgente ai pochissimi posti ai vertici. Mentre i salari ristagnavano e il mercato azionario volava alle stelle, il reddito e la ricchezza sono saliti verso l'alto invece di ricadere verso il basso.



In che modo del resto è possibile che schiacciare i salari - per raggiungere o mantenere la competitività - e ridurre gli interventi pubblici porti a un livello di vita migliore? I comuni cittadini si sono sentiti presi in giro. E avevano ragione a ritenere di essere stati truffati.



Ora stiamo vivendo le conseguenze politiche di questo grande inganno: sfiducia nei confronti delle élite, della "scienza" economica su cui si è basato il neoliberalismo e del sistema  politico corrotto dal denaro che ha reso tutto ciò possibile.



La realtà è che, nonostante il suo nome, l'era del neoliberalismo è stata tutt'altro che liberale. Imponeva un'ortodossia intellettuale i cui guardiani erano assolutamente intolleranti al dissenso. Gli economisti con visioni eterodosse sono stati trattati come eretici da evitare o, al massimo, dirottati verso alcune istituzioni isolate. Il neoliberalismo somigliava poco alla "società aperta" che Karl Popper aveva teorizzato. Come ha sottolineato George Soros, Popper ha riconosciuto che la nostra società è un sistema complesso e in continua evoluzione in cui più impariamo, più la nostra conoscenza cambia il comportamento del sistema.



In nessun ambito questa intolleranza è stata maggiore che nella macroeconomia, dove i modelli prevalenti avevano escluso la possibilità di una crisi come quella che abbiamo vissuto nel 2008. Quando l'impossibile è accaduto, è stato trattato come se fosse un'alluvione di quelle che capitano ogni 500 anni - un evento singolarissimo, che nessun modello avrebbe mai potuto prevedere. Ancora oggi, i sostenitori di queste teorie rifiutano di accettare che la loro fiducia nella capacità dei mercati di autoregolamentarsi e il loro negare le esternalità in quanto inesistenti o irrilevanti hanno portato alla deregolamentazione che ha avuto un ruolo cruciale nell'alimentare la crisi. Eppure la teoria continua a sopravvivere, con tentativi tolemaici di adattarla ai fatti, il che testimonia il fatto che le cattive idee, una volta stabilite, spesso hanno una morte lenta.



Se la crisi finanziaria del 2008 non è riuscita a farci capire che i mercati senza restrizioni non funzionano, la crisi climatica dovrebbe certamente farlo: il neoliberalismo metterà letteralmente fine alla nostra civiltà. Ma è anche chiaro che i demagoghi che vogliono voltare le spalle alla scienza e alla tolleranza non faranno che peggiorare le cose. 



L'unica strada da percorrere, l'unica via per salvare il nostro pianeta e la nostra civiltà, è una rinascita della Storia. Dobbiamo rivitalizzare l'Illuminismo e invitare tutti a onorare i suoi valori di libertà, rispetto per la conoscenza e democrazia.


13/11/19

Per chi difende la "libertà economica" la democrazia non conta

Gli indici di libertà economica - come molti altri indici calcolati con criteri su cui pochi si fanno domande - sono circondati da un'apparenza di oggettività e sono citati in pensosi articoli sulla stampa mainstream, di solito per invocare "riforme strutturali" o condannare l'assistenzialismo o l'eccesso di regole o simili. Lo storico canadese Quinn Slobodian mostra in un articolo sul Guardian quali precise posizioni ideologiche siano alla base di queste classifiche. Uno dei tanti sistemi attraverso i quali l'ideologia neoliberale si traveste da oggettività "scientifica“ e cerca di estendere il suo dominio.

 

 

 

 

 Di Quinn Slobodian, 11 novembre 2019


 

Le classifiche create dai think tank conservatori mostrano che il neoliberalismo punta ad innalzare una barriera difensiva intorno al potere economico. 


 

Due delle "economie più libere" al mondo sono in fiamme. Secondo gli indici di "libertà economica" pubblicati ogni anno separatamente da due think tank conservatori - la Heritage Foundation e il Fraser Institute - Hong Kong è stata al primo posto nella classifica per più di vent'anni. Il Cile è al primo posto in America Latina per entrambi gli indici, che lo collocano anche al di sopra della Germania e della Svezia nella graduatoria mondiale.

 

La protesta violenta a Hong Kong è entrata nel suo ottavo mese. L'obiettivo è Pechino, ma la mancanza del suffragio universale che sta catalizzando la rabbia popolare è stata a lungo parte del modello economico di Hong Kong. In Cile, dove le proteste contro un aumento delle tariffe della metropolitana capeggiate dagli studenti si sono trasformate in un movimento antigovernativo nazionale, il bilancio è di almeno 18 vittime.

 

La rabbia potrebbe essere spiegata meglio da altre classifiche: il Cile si colloca tra i primi 25 paesi per libertà economica - e anche per disuguaglianza di reddito. Se Hong Kong fosse un paese, sarebbe tra i primi dieci più diseguali al mondo. Gli osservatori usano spesso la parola neoliberialsmo per descrivere le politiche alla base di questa disuguaglianza. Il termine può sembrare vago, ma le idee utilizzate per calcolare l'indice di libertà economica aiutano a metterlo a fuoco.

 

Tutte le classifiche contengono al loro interno visioni utopiche. Il mondo ideale descritto da questi indici è un mondo in cui il diritto di proprietà e la sicurezza dei contratti sono i valori più alti, l'inflazione è il principale nemico della libertà, la fuga di capitali è un diritto umano e le elezioni democratiche possono provocare autentici danni alla conservazione della libertà economica.

 

E non si tratta di esercitazioni puramente accademiche. Le classifiche Heritage  sono utilizzate per allocare gli aiuti esteri statunitensi attraverso la Millennium Challenge Corporation. Pongono obiettivi per i decisori politici: nel 2011, l' Institute of Economic Affairs lamentava che un aumento della spesa sociale stava portando a un calo della posizione in classifica della Gran Bretagna. Il deputato dei Tory Iain Duncan Smith ha persino citato l'indice Heritage a sostegno di una hard Brexit. Lanciando l'indice 2018 alla Heritage Foundation, il segretario al commercio di Trump, Wilbur Ross, ha espresso la speranza che la deregolamentazione ambientale e i tagli delle tasse per le aziende possano invertire la discesa dell'America nella graduatoria. Da dove viene questo modo di vedere il mondo?

 

L'idea di un indice della libertà economica è nata nel 1984, dopo una discussione sul romanzo 1984 di Orwell tenuta durante una riunione della Mont Pelerin Society, un club esclusivo, sede di dibattiti tra accademici, politici, thinktanker e imprenditori, fondato da Friedrich Hayek nel 1947 per contrastare l'ascesa del comunismo in oriente e della socialdemocrazia in occidente. Lo storico Paul Johnson sosteneva che le previsioni di Orwell non si erano avverate; Michael Walker del Fraser Institute di Vancouver ribatteva che forse invece era accaduto. Tasse elevate, iscrizione obbligatoria alla previdenza sociale e trasparenza pubblica sui contributi ai politici avrebbero suggerito che si potesse essere più vicini alla distopia orwelliana di quanto si pensasse.

 

Walker considerava questo dibattito come una parte incompiuta del libro Capitalism and Freedom (Capitalismo e libertà) di Milton Friedman, del 1962, che aveva suggerito che la libertà politica si basasse sulla libertà del mercato, ma non lo aveva dimostrato scientificamente. Friedman era presente all'incontro e, con la moglie - e coautrice - Rose, accettò di aiutare a organizzare una serie di seminari volti all'impresa di misurare la libertà economica.

 

I Friedman raccolsero una folla di luminari, tra cui il vincitore del premio Nobel Douglass North e il coautore di The Bell Curve (La curva a campana) Charles Murray, per capire se un concetto nebuloso come la libertà potesse essere quantificato e classificato. Stabilirono alla fine una serie di indicatori, misurando la stabilità della valuta; il diritto dei cittadini di detenere conti bancari in paesi stranieri e valute estere; il livello della spesa pubblica e delle imprese di proprietà statale; e, soprattutto, l'aliquota della tassazione sulle persone e sulle aziende.

 

Quando il Fraser Institute di Walker pubblicò il suo primo indice, nel 1996, con una prefazione di Friedman, ci fu qualche sorpresa. Nella panoramica storica la seconda economia più libera del mondo nel 1975 era risultata essere l'Honduras, una dittatura militare. Per l'anno successivo, un'altra dittatura, il Guatemala, era risultata tra le prime cinque. Non si trattava di anomalie. Esprimevano una verità basata sugli indici usati. La definizione di libertà adottata implicava che la democrazia fosse un punto controverso, la stabilità monetaria fondamentale, mentre qualsiasi espansione dei servizi sociali avrebbe comportato un calo nella posizione in classifica. La tassazione era un furto, puro e semplice, e l'austerità l'unica strada per crescere.

 

"Il 'diritto' al cibo, all'abbigliamento, ai servizi medici, all'alloggio o ad un livello di reddito minimo", scrissero gli autori, non era altro che una "obbligo di lavoro forzato [imposto] agli altri". Il direttore dell'indice tradusse questa visione in suggerimenti di politica qualche anno dopo, scrivendo in una nota pubblica rivolta al primo ministro canadese che la povertà poteva essere eliminata attraverso una soluzione semplice: “Porre fine al welfare. Tornare agli ospizi per i poveri e per le ragazze madri".

 

Non contento della sola economia, il Fraser Institute si è unito al Cato Institute nel 2015 per pubblicare il primo indice globale della "libertà umana". Inclusero tutti i precedenti indicatori economici e li completarono con misure della libertà civile, dai diritti di associazione alla libera espressione, insieme a dozzine di altri, ma tralasciando le elezioni multipartitiche e il suffragio universale. Gli autori sottolinearono in particolare che avevano escluso dai criteri per calcolare l'indice la libertà politica e la democrazia - e Hong Kong tornò di nuovo in cima alla lista.

 

Che cosa stava succedendo? Una risposta è che con il progetto di misurare la libertà economica alcuni dei suoi autori avevano messo in discussione le loro precedenti affermazioni sulla relazione naturale tra capitalismo e democrazia. Negli anni '90 Friedman, che in precedenza aveva ritenuto che capitalismo e democrazia si rafforzassero a vicenda, ora aveva cambiato musica. Come affermò in un'intervista del 1988: “Credo che un'economia relativamente libera sia una condizione necessaria per avere la libertà. Ma ci sono prove che una società democratica, una volta stabilita, distrugge un'economia libera.” Un popolo affrancato tende a usare il voto per spingere i politici a una maggiore spesa sociale, intasando così le arterie del libero scambio.

 

Nei seminari dedicati alla creazione degli indici, Friedman aveva citato l'esempio di Hong Kong come prova della verità di questa proposta, affermando: “Non c'è quasi alcun dubbio sul fatto che se ci fosse la libertà politica a Hong Kong ci sarebbe molto meno libertà economica e civile rispetto a quella che si ha come risultato di un governo autoritario."

 

L'ex capo dell'esecutivo di Hong Kong, CY Leung, era d'accordo. Durante le proteste della "rivoluzione degli ombrelli" del 2014 gli venne chiesto perché non fosse possibile ampliare il diritto di voto. La sua risposta fu che, obiettivamente, questo avrebbe aumentato il potere dei più poveri e portato a "quel tipo di politica" che favorisce l'espansione dello stato sociale anziché politiche favorevoli alle imprese. Per Leung, il compromesso tra libertà economica e libertà politica non era neppure da seppellire in un indice. Era chiaro come il giorno.

 

Le classifiche sulla libertà economica esistono anche all'interno delle nazioni. Stephen Moore e Arthur Laffer, due consiglieri economici di Trump, hanno creato classifiche comparabili per gli stati americani - che si sono dimostrate del tutto inutili nel prevedere l'andamento dell'economia. Il sistema è stato implementato anche dal Cato Institute in India, incoraggiando una corsa alla deregolamentazione verso il basso entro i confini nazionali e oltre. Uno degli autori del rapporto, Bibek Debroy, ora presiede il Consiglio consultivo economico del primo ministro indiano Narendra Modi.

 

Pinochet, la Thatcher e Reagan saranno anche morti. Ma gli indici della libertà economica tengono alta la bandiera del neoliberismo, indicando sempre gli obiettivi di giustizia sociale come illegittimi e spingendo gli stati a considerarsi solo i guardiani del potere economico. Stephen Moore, che era uno dei preferiti da Trump all'inizio di quest'anno per la nomina al Consiglio della Federal Reserve, ha chiarito la questione con parole semplici. "Il capitalismo è molto più importante della democrazia", ​​ha dichiarato in un'intervista. "E non sono neanche un grande sostenitore della democrazia". Il segretario alle Finanze di Hong Kong ha usato lo stesso argomento due settimane fa a Londra, quando ha citato il massimo grado di libertà economica della città e rassicurato il suo pubblico che "a fianco delle proteste, gli affari procedono, senza sosta ”.

Classificando le nazioni per colore, celebrando i vincitori su carta patinata e dando ai paesi che arrivano in cima alla classifica un motivo per festeggiare con banchetti e balli, le classifiche aiutano a perpetuare l'idea che l'economia debba essere messa al riparo dagli eccessi della politica - al punto che un governo autoritario che tutela il mercato libero è preferibile a uno democratico che lo regolamenta. In un momento in cui tracciare una croce su una scheda può portare a cambiamenti che minacciano la libertà di cui il capitale ha goduto a lungo, la disponibilità della democrazia, nella visione degli indici della libertà, è quello che ci affligge, da Santiago al Mar Cinese Meridionale a Washington DC.

 

Quinn Slobodian, storico, è autore di Globalists: The End of Empire and the Birth of Neoliberalism, Harvard University Press, Cambridge, MA, 2018. 

 

26/01/19

NYT – La grande emorragia della Grecia

I dati snocciolati da questo articolo di Nikos Konstandaras, giornalista greco, pubblicato sul New York Times, mostrano un Paese di fatto colonizzato, ridotto a eterno debitore sotto tutela, come un tempo avveniva solo ad alcuni stati africani post-coloniali. La Grecia resterà sotto “stretta supervisione” dei creditori fino al 2060, finché non avrà pagato tutti i debiti, mentre i suoi cittadini vengono vessati, espropriati per pagare gli arretrati a un sistema fiscale diventato predatorio. Intere generazioni vivranno nella servitù del debito. I crediti inesigibili sono esplosi in mano al sistema bancario, che non riesce più a finanziare investimenti. Chi può emigra, ma a differenza del passato oggi non si tratta di lavoratori poco qualificati, bensì di professionisti a cui lo stato greco ha pagato la formazione universitaria e post-universitaria a caro prezzo.

 

 

 

di Nikos Konstandaras, 10 gennaio 2019

 

Il governo greco, formato dalla coalizione tra un movimento di sinistra radicale e un partito nazionalista di destra, al potere dal 2015, lo scorso agosto ha festeggiato la fine del terzo accordo di salvataggio per il Paese come un “ritorno alla normalità”. I nostri partner dell’Unione Europea e i creditori, che hanno sborsato 288,7 miliardi di euro di prestiti durante gli scorsi anni, si sono affrettati a cantare vittoria rispetto alla crisi iniziata nel 2010.

 

Tutti vogliono vedere la fine della crisi greca, non ultimo il popolo greco, esausto dalla lunga e grave depressione, dalla continua austerità e da riforme di cui non hanno visto i benefici.

 

Ma la Grecia è ben lontana dalla “normalità”. Molto è stato fatto per rendere l’economia sostenibile, ma il Paese ha bisogno di un nuovo boom di fiducia e di attività imprenditoriale. La ripresa ha bisogno di importanti investimenti, di stabilità politica e di ulteriori riforme della pubblica amministrazione. Nel frattempo però non solo il debito pubblico è aumentato rispetto al 2009, ma anche i redditi dei cittadini sono crollati, i loro beni si sono svalutati, le proprietà sono andate perdute e i debiti moltiplicati.

 

Le elezioni nazionali si dovranno tenere entro l’autunno. I sondaggi mostrano che il partito di opposizione Nuova Democrazia, di centro-destra, è in vantaggio su Syriza, il principale partito della coalizione di governo, in una contesa che sta già facendo peggiorare la polarizzazione della nostra politica [ovvero della politica greca, ndT]. Il governo, che si è sempre trovato in una posizione di disagio a causa dell’austerità e delle riforme, ha promesso di elargire aiuti. L’opposizione promette invece di rovesciare le politiche e le decisioni sulle quali non è d’accordo.

 

In una drammatica manifestazione di sfiducia, più di 700.000 persone hanno lasciato la Grecia dal 2010 a oggi, in cerca di opportunità all’estero. Il numero delle morti supera il numero delle nascite, dato che le persone hanno meno figli o non hanno più il coraggio di averne del tutto. Recenti ricerche suggeriscono che se i tassi attuali rimanessero costanti, la popolazione greca, che contava 10,9 milioni di persone nel 2015, diminuirebbe di un numero tra 800.000 e 2,5 milioni di unità entro il 2050. La forza lavoro è attualmente di 4,7 milioni di persone. Una minore popolazione in età lavorativa dovrà sostenere un numero crescente di pensionati, e con la minore crescita e il minore gettito fiscale si dovrebbero coprire i costi crescenti della previdenza sociale.

 

La crisi ha colpito le imprese. Una diminuzione della domanda interna, condizioni di credito più restrittive, controlli sui capitali, incertezza politica e delocalizzazione all’estero hanno portato le piccole e medie imprese a dimezzare la propria produzione. Queste aziende sono la linfa vitale dell’economia, generano un quarto del PIL e rappresentano il 76 percento dell’occupazione nel paese.

 

Con un timido ritorno alla crescita nel 2017 le aziende hanno cominciato a recuperare. Nei primi sei mesi del 2018 le 153 aziende quotate in borsa all’Athens Stock Exchange riportavano profitti (al lordo delle tasse) per 957 milioni di euro, secondo quanto riportato dall’ICAP. Se messe a confronto con il debito pubblico, però, questo dato indica solo la grandezza della sfida che i greci dovranno affrontare nei prossimi anni.

 

Nel 2009 il debito pubblico raggiungeva i 299,7 miliardi di euro, ovvero il 130 percento del PIL. Da allora la Grecia ha preso in prestito 288,7 miliardi di euro dagli stati membri e dalle istituzioni dell’Unione Europea, nonché dal Fondo Monetario Internazionale. Poi nel 2012 c’è stata una ristrutturazione del debito di 107 miliardi di euro. Nonostante ciò, nel 2018 il debito pubblico era a 357,25 miliardi di euro, cioè un valore più elevato di quello che già la Grecia era incapace di sostenere prima della crisi.

 

Alcuni indicatori suggeriscono che la Grecia sia sulla giusta strada. La disoccupazione è scesa al 18,3 percento rispetto al picco massimo del 27,9 percento del 2013. Nel 2018 si è stimato che il surplus primario abbia superato gli obiettivi imposti dai creditori per il terzo anno di fila. Ma questo si è potuto ottenere a un costo elevato: il ritardo dei pagamenti dello Stato verso privati e aziende, nonché ulteriori tagli alla spesa sociale, agli ospedali e ad altri servizi.

 

La stretta proseguirà ancora per decenni, con la Grecia impegnata a raggiungere un surplus annuale del 3,5 per cento fino al 2022, e ad essere ancora sotto stretta supervisione finché non avrà ripagato tutti i prestiti nel 2060, secondo gli impegni presi. Il problema è complicato dall’enorme aumento del debito privato. Quasi metà dei prestiti totali che devono essere restituiti alle quattro maggiori banche del Paese, per un totale di circa 86 miliardi di euro, sono inesigibili o quasi. Questo impedisce alle banche stesse di iniettare liquidità nell’economia. Le aziende che tentano di prendere a prestito capitale dall’estero si trovano ad affrontare elevati tassi di interesse.

 

Circa 4,2 milioni di persone hanno debiti in arretrato da restituire allo Stato, con debiti fiscali di circa 103 miliardi di euro. Le autorità hanno già confiscato salari, pensioni e beni privati a oltre un milione di persone. I debiti scaduti verso i fondi di sicurezza sociale ammontano attualmente a 34,4 miliardi di euro.

 

Con tasse più che mai elevate e quasi metà dei nuovi posti di lavoro che consistono in part-time sottopagati o lavoro a turni, questi debiti non potranno che aumentare. Sempre più persone vengono classificate come a rischio di povertà o esclusione sociale (nel 2017 era il 34,8 percento della popolazione) rispetto a prima della crisi (27,7 percento).

 

I poveri sono diventati più poveri e la classe media è in grave difficoltà, schiacciata da un fardello crescente. Le tasse sulle proprietà sono aumentate, arrivando a 3,7 miliardi di euro nel 2017 rispetto ai circa 600 milioni di prima della crisi. Il 19 per cento dei contribuenti apporta circa il 90 per cento del gettito fiscale, secondo quanto ammesso dal primo ministro Alexis Tsipras. Il diminuito valore delle proprietà riflette l’aumento delle tasse e la diminuzione delle rendite. Gli appartamenti hanno perso in media il 41 per cento del loro valore tra il 2007 e il 2017, secondo la Banca Centrale Greca.

 

La necessità di pagare le tasse e di adempiere ad altri obblighi finanziari ha portato a un crollo dei depositi privati presso le banche greche: sono arrivati a 131,4 miliardi di euro lo scorso novembre, rispetto ai 237,8 miliardi del 2009. Molte persone sono state costrette a vendere i gioielli di famiglia e altri valori per sopravvivere. Le agenzie di pegni e i “compro oro” hanno aumentato enormemente il loro giro di affari nel Paese, fondendo gioielleria e altri oggetti in lingotti d’oro.

 

La polizia ha recentemente arrestato parecchie persone sospettate di trafficare oro verso la Turchia. Il giro d’affari giornaliero valeva una media di 400.000 euro al giorno, ovvero l’equivalente di circa 11 chili di oro al giorno. Si è poi scoperto che i trafficanti non avevano i permessi di esportazione verso la Turchia. L’indagine, però, ha gettato luce anche su aspetti più personali e meno visibili della crisi.

 

Ma l’ambito nel quale si vede più nettamente la gravità dell’emorragia della Grecia è l’abbandono del Paese da parte dei giovani. La Grecia in passato ha già visto emigrazioni di massa, quando la povertà, la guerra, la dittatura e la mancanza di prospettive hanno spinto le persone, soprattutto quelle meno qualificate, a cercare fortuna in America, Australia, Africa, o altrove in Europa. Questa volta, però, la maggior parte di quelli che partono privano il Paese delle proprie elevate competenze e, con esse, degli stessi investimenti nazionali. Il 92 per cento di coloro che emigrano sono laureati presso università o alte scuole tecniche, e il 64 per cento del totale ha titoli di studio post-laurea, come il dottorato, secondo un sondaggio della ICAP su 1.068 greci emigrati in 61 paesi. Circa 18.000 medici hanno lasciato il Paese nel corso della crisi: ciascuno di loro è costato alla Grecia, in termini di formazione, 85.000 euro, secondo l’Associazione Medica di Atene.

 

Il paradosso è che la Grecia forma professionisti a costi molto elevati, ma poi non può offrire loro alcuna stabilità o opportunità, di cui hanno bisogno per trovare occupazione. Questo porta beneficio solo ai paesi che accolgono gli emigranti greci, e danneggia la crescita della Grecia stessa, dove le aziende non riescono a trovare impiegati con le competenze necessarie. Inoltre, quando i giovani si trovano a lungo fuori dalla forza lavoro non acquisiscono nessuna esperienza dai più anziani, e questo porta a un’ulteriore distruzione di competenze e a una minore produttività.

 

In maggio le elezioni nell’Unione Europea non determineranno solo l’appartenenza al Parlamento Europea, ma anche chi dovrà guidare il suo corpo esecutivo, la Commissione Europea. Inoltre, verrà scelto un nuovo presidente della Banca Centrale Europea.

 

In un mondo sempre più instabile, nessuno vuole che la crisi greca sia ancora al centro dei programmi politici. Ma la crisi del Paese è lungi dall’essere finita. La ripresa dipenderà dagli sforzi degli stessi greci e dal sostegno di un’Unione Europea determinata a funzionare anziché a cedere alle divisioni. Quest’anno si vedrà verso quale direzione la Grecia e l’Unione Europea nel suo insieme vorranno andare.

25/06/18

In Grecia più di una persona su tre è a rischio povertà

Se gli storici del futuro dovessero indicare un esempio della propaganda europeista negli anni terminali della moneta unica, potrebbero scegliere i toni usati per l'accordo firmato venerdì scorso dall'Eurogruppo per suggellare il ritorno della Grecia al finanziamento del debito attraverso il mercato. Non solo la Grecia sarà costretta a politiche di austerità per decenni (dovrà garantire un surplus primario del 3,5% del PIL fino al 2022 e del 2,2% fino al 2060!) - fonte KeepTalkingGreece - , ma più di un terzo della popolazione rimane a rischio povertà - fonte Ekathimerini -, percentuale che salirebbe ad oltre il 50% senza i sussidi sociali. E i tagli a pensioni e indennizzi continueranno anche nei prossimi anni. Insomma, la cura ha avuto successo, ma il paziente è morto - l'importante è che i creditori della Grecia abbiano avuto indietro il proprio denaro e che la Grecia continui a garantire la loro rendita, sotto la disciplina dei mercati e con la benedizione del governo Tsipras.

 

Più di un terzo della popolazione del paese - il 34,8% o 3,7 milioni di persone - è considerata a rischio povertà o di esclusione sociale secondo il sondaggio 2017 dell'ELSTAT (l'ente nazionale delle statistiche) sui redditi delle famiglie e le condizioni di vita.

 

La cifra è scesa lievemente se confrontata con l'anno precedente, perché nel 2016 era considerato a rischio povertà o esclusione sociale il 35,6% della popolazione, o 3,79 milioni di persone.

 

I dati mostrano che il rischio è maggiore tra le persone in età lavorativa (da 18 a 64 anni) - il 38,6%. In particolare, nel medesimo gruppo di età il rischio in Grecia è di gran lunga maggiore tra gli stranieri - ne è toccato il 62,9% - contro il 36,5% dei greci tra i 18 e i 64 anni.

 

La soglia di povertà è stata fissata sul reddito annuale di 4.560 euro per persona e di 9.576 euro per famiglia formata da due adulti e due bambini di età inferiore a 14 anni. Le famiglie a rischio povertà o esclusione sociale sono 789.585 su un totale di 4.162.442 famiglie in Grecia.

 

Senza i sussidi sociali, il 50,8% della popolazione del paese sarebbe considerato a rischio povertà, la qual cosa indica l'impatto che pensioni e sussidi sociali - come l'indennità per i percettori di piccole pensioni (EKAS) e il sussidio alla disoccupazione - hanno sulla vita delle persone.

 




 

L'atmosfera del venerdì mattina è buona. I creditori della Grecia esultano, i media internazionali e persino quelli tedeschi salutano l'accordo dell'Eurogruppo come "la fine della crisi greca", "la Grecia esce dal salvataggio" e "il debito greco è sostenibile". Ma l'Eurogruppo dei 19 ministri delle finanze non ha concesso alla Grecia nessuna riduzione del debito. Nemmeno tassi di interesse più bassi o clausole di crescita. Quello che hanno fatto è estendere:

 
    - il rimborso degli interessi sul debito EFSF e la maturazione dei titoli greci di 10 anni;

    - una rigorosa austerità;

    - una stretta supervisione;

    - e più "riforme".

L'accordo, raggiunto nelle prime ore del mattino di venerdì a causa delle obiezioni tedesche sul tempo di estensione del debito, apre la strada anche all'uscita della Grecia dal suo programma di salvataggio di 8 anni.

 

Inoltre, la Grecia ottiene una tranche di 15 miliardi di euro, un cosiddetto "buffer" che è un ulteriore prestito. Di questi 15 miliardi, 3,3 possono essere usati per ripagare i prestiti del FMI. [...]

 

Nella dichiarazione ufficiale, l'Eurogruppo dà il benvenuto all'impegno della Grecia a mantenere:
    - un surplus primario del 3,5% del PIL fino al 2022

    - un surplus primario del 2,2% del PIL in media nel periodo dal 2023 al 2060.

[...]

 

Il presidente dell'Eurogruppo, Mario Centeno, a valle dell'incontro ha detto: "Possiamo affermare con sicurezza che il debito greco è sostenibile in futuro, facciamo le congratulazioni alla Grecia".

 

Tra le altre cose ha aggiunto che la Grecia ha emanato 450 interventi legislativi soltanto nel contesto del 3° programma di salvataggio. Non ha osato menzionare quelli connessi al salvataggio nei primi due programmi di aggiustamento fiscale.

 

Con misure di lungo termine fino al 2060, i guai della Grecia non sono davvero finiti il 22 giugno né finiranno il 18 agosto, quando uscirà ufficialmente dal 3° programma di salvataggio. [...]

 

Ma più essenziale è vedere come questo "grande accordo", come "la più grande solidarietà che il mondo abbia mai mostrato" (così ha detto il direttore del ESM Regling) influenzerà la vita e le tasche dei greci. Di sicuro le pensioni saranno ulteriormente tagliate nel 2019 e i poveri saranno tassati col restringimento dell'area tax-free (i redditi non tassati) nel 2020.

 

Alla fine dei giochi, ci ritroviamo al punto di partenza, con un debito ben più altro rispetto al 2010: nel 2010 il debito greco ammontava a 262 miliardi, nel 2018 a 323 miliardi di euro.

 

22/02/18

Il tasso di mortalità infantile negli USA è superiore del 70% a quello delle altre nazioni ricche

L'ultima, tragica sparatoria in una scuola negli Stati Uniti rende terribilmente attuale questo studio americano, che tra l'altro mostra come negli Usa il rischio di morire di arma da fuoco per i ragazzi tra i 15 e i 19 anni sia 82 volte più alto che negli altri Paesi ricchi. Ma non solo. Mentre in Italia si parla con superficialità e leggerezza di tagli alla spesa pubblica - che ovviamente riguarda anche la spesa legata a un servizio sanitario universale, strumento senza il quale è ben difficile capire come si possa parlare di una società avanzata - lo studio mostra dati agghiaccianti sulla mortalità infantile negli Usa, del 70% superiore a quella degli altri Paesi ricchi confrontabili. Semplicemente restando nella media degli altri Paesi, gli Usa avrebbero avuto 600.000 bambini morti in meno negli ultimi cinquant'anni. Dal sito di informazione indipendente Common Dreams.  

 

 

 

 di Jessica Corbett, 9 gennaio 2018

 

Uno studio rinnova le preoccupazioni sull'accesso alle armi da fuoco e sul sistema sanitario nazionale.

 

I bambini americani hanno il 70% di probabilità in più di morire durante l'infanzia rispetto ai bambini delle altre nazioni avanzate, secondo uno studio sottoposto a revisione scientifica e pubblicato lunedì (8 gennaio ndt) da Health Affairs.

 

"Questo studio dovrebbe destare l'allarme generale", ha dichiarato alla CNN il dottor Ashish Thakrar, autore principale dello studio, che lavora presso il Johns Hopkins Hospital and Health System.

"Gli Stati Uniti tra le democrazie avanzate sono il Paese più pericoloso del mondo per i bambini", ha aggiunto. "A tutte le età e in entrambi i sessi, i bambini muoiono più frequentemente negli Stati Uniti che in altri paesi simili, dagli anni '80".

 

Le cause più comuni di morte tra i bambini rinnovano le preoccupazioni sul sistema sanitario americano, sull'accesso alle armi e sulla sicurezza dei veicoli.

 

Il rischio di morte è ancora più alto per i neonati e per gli adolescenti americani rispetto ai loro coetanei all'estero. I bambini negli Stati Uniti hanno il 76% di probabilità in più di morire durante il loro primo anno di vita, spesso a causa della sindrome della morte infantile improvvisa (SIDS) o di complicazioni legate alla nascita prematura, mentre i bambini e ragazzi tra i 15 e i 19 anni hanno una probabilità 82 volte maggiore di morire di violenza legata all'uso di armi, aspetto che Thakrar ha definito "la nuova scoperta più sconvolgente".

 

Thakrar e i suoi colleghi ricercatori hanno esaminato i tassi di mortalità infantile tra il 1961 e il 2010 negli Stati Uniti e in altre 19 nazioni appartenenti all'Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (OCSE), tra cui  Australia, Canada, Giappone e diversi paesi europei e scandinavi.

 

 



 

 

Grafico. Scostamento del tasso di mortalità infantile rispetto alla media nei diversi Paesi


 

 

 

La frequenza delle morti infantili in tutti questi paesi, Stati Uniti inclusi, nel corso dei 50 anni coperti dallo studio è notevolmente diminuita. Tuttavia, l'alto tasso di mortalità infantile negli Stati Uniti rispetto alle altre nazioni considerate, ha sottolineato Thakrar,  "significa che negli Usa dal 1961 sono morti 600.000 bambini in più rispetto alla media degli altri 19 paesi".

 

Thakrar ha dichiarato a Sarah Kliff di Vox che ritiene che i dati emersi dallo studio siano legati all'aumento della povertà infantile verificatosi negli Stati Uniti negli anni '80, ma anche in gran parte "alle conseguenze del nostro sistema sanitario frammentato". Ad esempio, ha spiegato, "le madri che acquistano per la prima volta il diritto ad accedere a Medicaid in quanto madri, potrebbero non avere mai visto un medico prima, potrebbero non avere un medico di famiglia né alcun sistema di supporto definito".

 

Come numerose analisi e studi hanno dimostrato nel corso degli anni, la mancanza di un sistema sanitario universale negli Stati Uniti ha portato a tassi di mortalità più elevati e risultati sanitari inferiori rispetto a quelli dei Paesi che hanno sistemi sanitari solidi che coprono tutta la popolazione.

 

Mentre la riforma fiscale dei repubblicani, approvata dal Congresso e firmata dal presidente Donald Trump alla fine dell'anno scorso, in parte smantella il sistema sanitario americano, il Congresso continua a rinviare il rifinanziamento del programma nazionale di assicurazione sanitaria per i bambini (CHIP ), che assiste 9 milioni di minori - e il programma di visita domiciliare materna, infantile e di prima infanzia (MIECHV), scaduto alla fine di settembre.

 

Anche se l'organo legislativo federale ha approvato una misura di spesa a breve termine che ha fornito fondi per il CHIP poco prima del nuovo anno, gli Stati continuano a mettere in guardia i destinatari che, senza ulteriori finanziamenti, presto finiranno i soldi e non saranno più in grado di fornire i servizi necessari.

 

"Diversi Stati hanno inviato lettere che avvertono le famiglie che l'assicurazione sanitaria dei loro figli potrebbe scadere il 31 gennaio", ha spiegato Kliff in un altro articolo . "Il Congresso ha approvato una proposta di legge che prevedeva di prolungare la durata della vita di CHIP fino a marzo, ma ora si scopre che hanno sbagliato i calcoli e che gli Stati potrebbero finire i finanziamenti fin dal 19 gennaio. Tra undici giorni da oggi."

 

Thakrar ha dichiarato a Kliff che è preoccupato per come l'instabilità dei finanziamenti per i programmi che prestano assistenza sanitaria ai bambini americani continuerà a incidere sui tassi di mortalità infantile negli Stati Uniti.

 

"Stiamo vedendo gli effetti dell'instabilità in questo momento", ha concluso. "In tutto il paese le famiglie stanno aspettando di sapere se il CHIP sarà reintegrato, se continueranno ad avere un'assicurazione sanitaria, le visite mediche alle famiglie sono a rischio. I programmi che hanno dimostrato di essere efficaci in questo Paese devono ancora affrontare una costante instabilità".

 

19/02/18

I miti della globalizzazione: conversazione con Noam Chomsky e Ha-Joon Chang

Dal sito di Truthout una doppia intervista a Noam Chomsky e Ha-Joon Chang - noto in Italia per il saggio "Cattivi samaritani", che smaschera l'effetto nefasto delle politiche neoliberiste imposte ai paesi poveri dai paesi ricchi e dalle istituzioni internazionali tra cui Fmi e Wto. Temi come la globalizzazione, i suoi legami con il capitalismo, i suoi vantaggi e svantaggi nonché la sua ineluttabilità e proposte come il reddito minimo universale sono spesso oggetto di propaganda, luoghi comuni se non addirittura affermazioni false, che - ripetute ovunque - finiscono per essere scambiate con la verità. In questo senso la riflessione documentata e approfondita di due studiosi fuori dal coro è l'unica efficace forma di debunking, capace di separare quello che è vero da  quello che semplicemente conviene agli interessi dei più forti.

 

 

 

di C.J. Polychroniou, 22 giugno 2017

 

Dalla fine degli anni 70, l'economia mondiale e le nazioni dominanti hanno marciato al passo della globalizzazione (neoliberale), il cui impatto e i cui effetti - dispiegati ovunque - sui mezzi per vivere e sulle comunità del ceto medio stanno generando un grande malcontento popolare, accompagnato da un'ondata crescente di sentimenti nazionalisti e anti- elitari. Ma che cosa è, esattamente, che sta guidando la globalizzazione? E chi ne trae davvero vantaggio? La globalizzazione e il capitalismo sono intrecciati tra loro? Come affrontare i crescenti livelli di disuguaglianza e massiccia insicurezza economica? I progressisti e i radicali devono sostenere in massa la proposta di introdurre un reddito minimo universale? In questa intervista, unica ed esclusiva, due tra le più importanti menti del nostro tempo, il linguista e intellettuale Noam Chomsky e l'economista dell'Università di Cambridge Ha-Joon Chang condividono la loro visione su queste questioni cruciali.

 

CJ Polychroniou: La globalizzazione viene solitamente definita come un processo di interazione e integrazione tra le economie e le persone nel mondo attraverso il commercio internazionale e gli investimenti esteri, supportata dalla tecnologia dell'informazione. Ma quindi la globalizzazione è semplicemente un processo neutrale e inevitabile di interconnessioni economiche, sociali e tecnologiche, o è qualcosa di natura più politica, in cui l'azione dello Stato produce trasformazioni globali (una globalizzazione guidata dallo Stato)?

 

Ha-Joon Chang:  Il più grande mito sulla globalizzazione è che si tratti di un processo guidato dal progresso tecnologico. Il che ha permesso ai difensori della globalizzazione di etichettare i critici come "moderni luddisti", che stanno cercando di far tornare indietro il tempo contro l'ineluttabile progresso della scienza e della tecnologia.

 

Eppure, se la tecnologia è ciò che determina il grado di globalizzazione, come si può spiegare che il mondo fosse molto più globalizzato alla fine dei diciannovesimo e all'inizio del ventesimo secolo in confronto alla metà del ventesimo secolo? Durante la prima era liberale, all'incirca tra il 1870 e il 1914, c'erano le navi a vapore e il telegrafo via cavo, ma l'economia mondiale era praticamente da tutti i punti di vista più globalizzata che durante il successivo periodo, molto meno liberale, della metà del XX secolo (all'incirca tra il 1945 e il 1973 ), quando c'erano già tutte le tecnologie di trasporto e comunicazioni che abbiamo oggi, ad eccezione di Internet e dei telefoni cellulari, anche se in forme meno efficienti.

 

Il motivo per cui il mondo era molto meno globalizzato in quest'ultimo periodo è che durante questo periodo la maggior parte dei Paesi ha imposto restrizioni decisamente significative ai movimenti di beni, servizi, capitali e persone, liberalizzandoli solo gradualmente. E ciò che merita di essere sottolineato è che, nonostante il basso grado di globalizzazione... questo periodo è stato quello in cui il capitalismo ha funzionato meglio: la crescita più rapida, il più basso grado di disuguaglianza, il più alto grado di stabilità finanziaria e - nel caso delle economie capitalistiche avanzate - il più basso livello di disoccupazione nei 250 anni di storia del capitalismo. Questo è il motivo per cui il periodo è spesso chiamato "l'età d'oro del capitalismo".

 

La tecnologia definisce solo il limite esterno della globalizzazione: era impossibile per il mondo raggiungere un alto grado di globalizzazione con le sole navi a vela. Ma è la politica economica (o la politica, potremmo dire) che determina esattamente quanta globalizzazione si raggiunge e in quali settori.

 

L'attuale forma di globalizzazione orientata al mercato e guidata dalle aziende non è l'unica - per non dire che non è neanche la migliore - possibile forma di globalizzazione. È possibile una forma di globalizzazione più equa, più dinamica e più sostenibile.

 

Sappiamo che la globalizzazione è propriamente iniziata nel quindicesimo secolo e che ci sono stati diversi stadi della globalizzazione, ognuno dei quali rifletteva l'impatto sottostante del potere dello Stato imperiale e delle trasformazioni che stavano manifestandosi nelle forme istituzionali, così come le imprese e l'emergere di nuove tecnologie e comunicazioni. Cosa distingue lo stadio attuale della globalizzazione (dal 1973 al presente) da quelli precedenti?

 

Chang:  Lo stadio attuale della globalizzazione è diverso da quelli precedenti in due aspetti importanti.

 

La prima differenza è che c'è un imperialismo meno esplicito.

 

Prima del 1945, i paesi capitalisti avanzati praticavano [apertamente] l'imperialismo. Colonizzarono i paesi più deboli o imposero loro "trattati asimmetrici", cosa che li rese colonie virtuali - per esempio occupando parti del loro territorio attraverso forme di "leasing", privandoli del diritto di stabilire tariffe, ecc.

 

Dal 1945, abbiamo visto l'emergere di un sistema globale che rifiuta un imperialismo così scoperto. C'è stato un processo continuo di decolonializzazione e, una volta ottenuta la sovranità, gli Stati diventano membri delle Nazioni Unite, dove ci si basa sul principio di un voto per ciascun Paese.

 

Certo, la pratica è poi stata diversa - i membri permanenti del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite hanno il diritto di veto e molte organizzazioni economiche internazionali (il Fondo Monetario Internazionale, la Banca Mondiale) sono gestite secondo il principio di "un dollaro-un voto" (cioè i diritti di voto sono legati al capitale versato). Tuttavia, anche così, l'ordine mondiale post-1945 fu incommensurabilmente migliore di quello che c'era stato prima.

 

Sfortunatamente, a partire dagli anni '80, ma con un'accelerazione dalla metà degli anni '90, c'è stato un riarretramento della sovranità di cui i paesi post-coloniali avevano goduto. La nascita del WTO (Organizzazione mondiale del commercio) nel 1995 ha ridotto lo "spazio politico" per i paesi in via di sviluppo. Questa contrazione è stata poi intensificata dalle serie di successivi accordi commerciali e di investimento, bilaterali e regionali, stretti tra Paesi ricchi e Paesi in via di sviluppo, come gli accordi di libero scambio con gli Stati Uniti e gli accordi di partenariato economico con l'Unione europea.

 

La seconda cosa che distingue la globalizzazione post-1973 è che è stata guidata dalle multinazionali in misura molto maggiore di prima. Le multinazionali esistevano già dalla fine del XIX secolo, ma dagli anni '80 la loro importanza economica è notevolmente aumentata.

 

Hanno anche influenzato la formazione delle regole globali, improntandole in modo da aumentare il loro potere. Soprattutto, hanno inserito in molti accordi internazionali il meccanismo di risoluzione delle controversie tra investitore e Stato (ISDS). Attraverso questo meccanismo, le multinazionali possono portare i Governi in un tribunale composto da tre giudici, scelti da un pool di avvocati commerciali internazionali in gran parte allineati con le aziende, con l'accusa di avere ridotto i loro profitti attraverso una legge o un regolamento. Questa è un'estensione del potere delle aziende che non ha precedenti.

 

Noam, la globalizzazione e il capitalismo sono due cose diverse?

 

Noam Chomsky:  Se per "globalizzazione" intendiamo l'integrazione internazionale, allora questa è di gran lunga precedente al capitalismo. Le "vie della seta", risalenti all'era pre-cristiana, erano già una forma estesa di globalizzazione. L'ascesa del capitalismo di stato industriale ha cambiato le dimensioni e il carattere della globalizzazione, e ci sono stati ulteriori cambiamenti lungo la strada, mentre l'economia globale veniva rimodellata da coloro che Adam Smith definiva "i padroni dell'umanità", che perseguivano la loro "spregevole massima": "Tutto per noi e niente per gli altri".

 

Ci sono stati cambiamenti sostanziali durante il recente periodo della globalizzazione neoliberale, dalla fine degli anni '70, con Reagan e Thatcher come figure emblematiche, anche se in realtà le politiche cambiano molto poco al cambiare delle amministrazioni. Le multinazionali sono la forza trainante, e il loro potere politico in gran parte conduce la politica degli Stati a tutelare i loro interessi.

 

Durante questi anni, sostenuti dalle politiche degli Stati, che dominano largamente, le multinazionali hanno sempre più costruito catene di valore globali (global value chains, GVC) in cui l'"azienda guida" esternalizza la produzione attraverso intricate reti globali che stabilisce e controlla. Ne è un esempio standard la Apple, la più grande azienda al mondo. Il suo iPhone è stato progettato negli Stati Uniti. I componenti prodotti da molti fornitori negli Stati Uniti e in Asia orientale sono assemblati per lo più in Cina, in stabilimenti di proprietà della grande impresa taiwanese Foxconn. Si stima che i profitti di Apple siano di circa dieci volte superiori a quelli di Foxconn, mentre il valore aggiunto e il profitto in Cina, dove i lavoratori lavorano in condizioni miserabili, è minimo. Apple stabilisce quindi un ufficio in Irlanda, in modo da eludere le tasse degli Stati Uniti - e recentemente è stata multata per 14 miliardi di dollari dall'UE a causa di tasse non pagate.

 

Esaminando il "mondo GVC" nella rivista britannica International Affairs, Nicola Phillips scrive che la produzione per Apple coinvolge migliaia di aziende e imprese che non hanno alcun rapporto formale con Apple, e ai livelli inferiori potrebbe essere del tutto inconsapevole della destinazione di ciò che produce.  E questa è una situazione generalizzata.

 

L'immensa scala di questo nuovo sistema globalizzato è stata rivelata nel Rapporto sugli investimenti del 2013 della Commissione delle Nazioni Unite per il commercio e lo sviluppo. Secondo le stime, circa l'80% del commercio globale è interno alle catene del valore globale stabilite e gestite da multinazionali, che rappresentano forse il 20% dei posti di lavoro in tutto il mondo.



La ricchezza nazionale secondo i criteri di misura convenzionali è diminuita. Ma la proprietà aziendale statunitense dell'economia globalizzata è esplosa.



 

La proprietà di questa economia globalizzata è stata studiata dall'economista politico Sean Starrs. Starrs sottolinea che le stime convenzionali della ricchezza nazionale in termini di PIL nell'era della globalizzazione neoliberale sono ingannevoli. Con catene di approvvigionamento integrate complesse, subappalti e altri dispositivi simili, la proprietà aziendale della ricchezza mondiale sta diventando una misura più realistica del potere globale rispetto alla ricchezza nazionale, poiché il mondo si allontana più di prima dal modello di economie politiche nazionali separate. Investigando la proprietà aziendale, Starrs trova che praticamente in ogni settore economico - manifatturiero, finanziario, servizi, vendita al dettaglio e altri - le società statunitensi sono assolutamente in testa nella proprietà dell'economia globale. Nel complesso, la loro proprietà è vicina al 50% del totale. Questa è approssimativamente la stima massima della ricchezza nazionale degli Stati Uniti nel 1945, al picco storico della potenza USA. La ricchezza nazionale misurata secondo i criteri convenzionali è diminuita dal 1945 ad oggi, intorno al 20 per cento. Ma la proprietà aziendale statunitense dell'economia globalizzata è esplosa.

 

La linea standard dei politici tradizionali è che la globalizzazione avvantaggia tutti. Eppure, la globalizzazione produce vincitori e vinti, come  ha dimostrato il libro Global Inequality di Branko Milanovic. Quindi la domanda è questa: il successo nella globalizzazione è una questione di abilità?

 

Chang:  L'ipotesi che la globalizzazione avvantaggi tutti è basata su teorie economiche tradizionali che presuppongono che i lavoratori possano essere spostati verso altre attività senza costi, se il commercio internazionale o gli investimenti transfrontalieri rendono alcuni settori non redditizi.

 

In questa prospettiva, se gli Stati Uniti firmano il NAFTA con il Messico, alcuni lavoratori automobilistici negli Stati Uniti potrebbero perdere il lavoro, ma non ci rimetteranno, in quanto potranno riqualificarsi e ottenere posti di lavoro in settori in espansione, grazie al NAFTA, come il software o il settore degli investimenti finanziari.

 

L'assurdità dell'argomento balza all'occhio immediatamente: quanti lavoratori del settore automobilistico americano conosciamo che si siano riqualificati come ingegneri informatici o banchieri d'investimento negli ultimi due decenni? In genere, gli ex-lavoratori licenziati hanno finito per lavorare come guardiani notturni in un magazzino o ad accatastare scaffali nei supermercati, ricevendo salari molto più bassi rispetto a prima.

 

Il punto è che, se anche il paese nel complesso traesse vantaggio dalla globalizzazione, ci saranno sempre dei perdenti, specialmente (anche se non esclusivamente) tra i lavoratori che hanno competenze che non sono più apprezzate. E, a meno che questi perdenti non vengano risarciti, non si può dire che il cambiamento sia una buona cosa per "tutti" ...

 

Naturalmente, la maggior parte dei paesi ricchi ha meccanismi attraverso i quali i vincitori del processo di globalizzazione (o di qualsiasi cambiamento economico, in realtà) compensano i perdenti. Il meccanismo di base rivolto a questo scopo è lo stato sociale, ma ci sono anche meccanismi di riqualificazione e ricerca di posti di lavoro finanziati pubblicamente - nei Paesi scandinavi questo si fa particolarmente bene - così come schemi settoriali specifici per compensare i "perdenti" (ad esempio, protezione temporanea per le imprese allo scopo di promuoverne la ristrutturazione, fondi per le indennità di licenziamento dei lavoratori). Questi meccanismi sono migliori in alcuni Paesi rispetto ad altri, ma da nessuna parte sono perfetti e, sfortunatamente, alcuni paesi li hanno abbandonati (la recente contrazione dello stato sociale nel Regno Unito ne è un buon esempio).

 

Secondo lei, Ha-Joon Chang, la convergenza della globalizzazione e della tecnologia potrebbe produrre più o meno disuguaglianza?

 

Chang:  Come ho sostenuto sopra, la tecnologia e la globalizzazione non sono dovute al destino.

 

Il fatto che le disuguaglianze di reddito siano effettivamente diminuite in Svizzera tra il 1990 e il 2000 e il fatto che le disuguaglianze di reddito siano recentemente aumentate in Canada e nei Paesi Bassi durante il periodo neoliberista dimostrano che i Paesi possono scegliere quale disparità di reddito avere, anche se tutti devono affrontare le stesse tecnologie e le stesse tendenze nell'economia globale.

 

In realtà i Paesi possono fare molto per influenzare la disuguaglianza di reddito. Molti paesi europei, tra cui Germania, Francia, Svezia e Belgio sono tanto diseguali quanto (o, a volte, anche di più) gli Stati Uniti, prima di ridistribuire il reddito attraverso la tassazione progressiva e lo stato sociale. Poiché essi ridistribuiscono così tanto, le disuguaglianze che ne derivano in quei paesi sono molto più basse.

 

Noam, in che modo la globalizzazione accresce le tendenze intrinseche del capitalismo verso la dipendenza economica, l'ineguaglianza e lo sfruttamento?

 

Chomsky: La globalizzazione durante l'era del capitalismo industriale ha sempre aumentato la dipendenza, l'ineguaglianza e lo sfruttamento, spesso portandoli a estremi orribili. Per fare un esempio classico, la prima rivoluzione industriale si basava fondamentalmente sul cotone, prodotto principalmente nel Sud americano nel sistema di schiavitù più terribile della storia umana - che ha assunto nuove forme dopo la guerra civile, con la criminalizzazione della vita nera e la mezzadria. La versione odierna della globalizzazione include non solo l'ipersfruttamento ai livelli più bassi del sistema globale delle catene del valore, ma anche il genocidio virtuale, in particolare nel Congo orientale, dove milioni di persone sono state massacrate negli ultimi anni, mentre i minerali cruciali trovano la loro strada verso i dispositivi high-tech prodotti nelle catene del valore globali.

 

Ma anche a prescindere da questi aspetti orrendi della globalizzazione ... la ricerca dello "spregevole massimo" porta naturalmente a simili conseguenze. Lo studio di Phillips che ho citato è un raro esempio di inchiesta su "come le disuguaglianze sono prodotte e riprodotte in un mondo [attraverso catene del valore], [mediante] asimmetrie del potere di mercato, asimmetrie del potere sociale e asimmetrie del potere politico". Come mostra Phillips "Il consolidamento e la mobilitazione di queste asimmetrie di mercato poggia sull'assicurare una struttura di produzione in cui un piccolo numero di aziende molto grandi ai vertici, in molti casi quelle che vendono prodotti di marca, occupano posizioni oligopolistiche - cioè posizioni di dominio del mercato, e in cui i livelli inferiori della produzione sono caratterizzati da mercati densamente popolati e intensamente competitivi... La conseguenza di ciò in tutto il mondo è stata la crescita esplosiva del lavoro precario, insicuro e sfruttato nella produzione globale, realizzato da una forza lavoro significativamente composta da personale precario, migranti, lavoratori a contratto e donne, e si estende all'estremità dello spettro fino al ricorso consapevole al lavoro forzato ".

 

Queste conseguenze sono aumentate deliberatamente attraverso politiche commerciali e fiscali, una questione studiata in particolare da Dean Baker. Come sottolinea, negli Stati Uniti "da dicembre 1970 a dicembre 2000 l'occupazione manifatturiera è rimasta praticamente invariata, a parte aumenti e flessioni ciclici. Nei sette anni successivi, da dicembre 2000 a dicembre 2007, l'occupazione manifatturiera è diminuita di oltre 3,4 milioni , un calo di quasi il 20 per cento. Questo crollo dell'occupazione è dovuto all'esplosione del deficit commerciale in questo periodo, non all'automazione: c'era molta automazione (ovvero crescita della produttività) nei tre decenni dal 1970 al 2000, ma una maggiore produttività è stata compensata da un aumento della domanda, lasciando l'occupazione totale poco mutata. Questo non era più vero quando il deficit commerciale è esploso a quasi il 6 per cento del PIL nel 2005 e nel 2006 (oltre 1,1 trilioni di dollari nell'economia di oggi). "

 

Queste sostanzialmente sono state conseguenze della politica del dollaro alto e degli accordi sui diritti degli investitori mascherati da "libero commercio" - scelte politiche che andavano nell'interesse dei padroni, non risultato delle leggi economiche.

 

Ha-Joon Chang, i progressisti mirano a sviluppare strategie per contrastare gli effetti negativi della globalizzazione, ma c'è poco accordo sul modo più efficace e realistico di farlo. In questo contesto, le risposte variano da forme alternative di globalizzazione alla localizzazione. Qual è la sua opinione su questo argomento?

 

Chang:  In breve, la mia opzione preferita sarebbe una forma più controllata di globalizzazione, caratterizzata da molte più restrizioni sui flussi globali di capitale e da maggiori restrizioni sui flussi di beni e servizi. Inoltre, anche con queste restrizioni, ci saranno inevitabilmente vincitori e vinti, e c'è bisogno di uno stato sociale più forte (e non più debole) oltre ad altri meccanismi attraverso i quali i perdenti del processo vengano compensati. Politicamente, questa combinazione politica richiederà voci più forti per i lavoratori e per i cittadini.

 

Non penso che la localizzazione sia una soluzione, anche se la fattibilità della localizzazione dipende da qual è la località e da qual è il problema di cui stiamo parlando. Se la località in questione è un villaggio o un quartiere in un'area urbana, capiamo immediatamente che ci sono pochissime cose che possono essere "localizzate". Se parli di una regione tedesca (Stato) o di uno Stato americano, vediamo che può provare a coltivare maggiormente il proprio cibo o produrre da sé alcuni prodotti fabbricati che oggi sono importati. Tuttavia, nella maggior parte dei casi, avere la maggior parte delle cose prodotte localmente semplicemente non è fattibile. Non sarebbe saggio avere in ogni Paese, per non parlare di ogni stato americano, la produzione dei propri aeroplani, telefoni cellulari né persino di tutto il suo cibo.

 

Detto questo, non sono contrario a tutte le forme di localizzazione. Ci sono certamente cose che possono essere fornite in misura maggiore a livello locale, come alcuni prodotti alimentari o l'assistenza sanitaria.

 

Un'ultima domanda: l'idea di un reddito di base universale sta lentamente ma gradualmente prendendo piede come strumento politico per affrontare il problema della povertà e delle preoccupazioni sull'automazione. Aziende come Google e Facebook sono forti sostenitori di un reddito di base universale, anche se saranno le società a sostenere il costo di questa politica, mentre la maggior parte delle imprese multinazionali si sposteranno sempre più verso l'uso di robot e altre tecniche computerizzate per eseguire compiti tradizionalmente svolti da lavoratori. I progressisti e gli oppositori della globalizzazione capitalista in generale dovrebbero sostenere l'idea di un reddito di base universale?

 

Chang:  Di reddito minimo universale si parla in molte versioni differenti, ma è un'idea libertaria, nel senso che pone l'accento sulla massimizzazione della libertà individuale piuttosto che sull'identità collettiva e sulla solidarietà.

 

Tutti i cittadini dei paesi che superano il livello di reddito medio hanno diritto a una certa quantità di risorse di base (nei paesi più poveri, praticamente a nessuna). Hanno accesso a una certa quantità di cure mediche, istruzione, pensioni, acqua e altri elementi "di base" della vita. L'idea su cui si fonda il reddito minimo universale è che i diritti alle risorse dovrebbero essere forniti agli individui il più possibile in contanti (piuttosto che in natura), in modo che i cittadini possano esercitare la massima scelta.

 

La versione di destra del reddito minimo, sostenuta da Friedrich von Hayek e Milton Friedman, i guru del neoliberismo, è che il governo dovrebbe fornire ai suoi cittadini un reddito di base a livello di sussistenza, fornendo al contempo (o poco) ulteriori beni e servizi. Per quanto posso vedere, questa è la versione del reddito minimo supportata dalle aziende della Silicon Valley. Sono totalmente contrario.

 

Ci sono poi libertari di sinistra che sostengono il reddito minimo universale, stabilito a un livello piuttosto elevato, il che richiederebbe una redistribuzione del reddito piuttosto alta. Ma anche loro credono che la fornitura collettiva di beni e servizi "di base" attraverso lo stato sociale debba essere minimizzata (sebbene il loro "minimo" sia considerevolmente maggiore di quello neo-liberista). Questa versione è più accettabile per me, ma non ne sono convinto.

 

Primo, se i membri di una società stanno provvedendo collettivamente ad alcuni beni e servizi, hanno il diritto collettivo di influenzare il modo in cui le persone usano i loro diritti di base.

 

Secondo, l'erogazione attraverso lo stato sociale di servizi universali basati sulla cittadinanza rende i servizi sociali - come la salute, l'istruzione, l'assistenza all'infanzia, l'assicurazione contro la disoccupazione e le pensioni - molto più economici, grazie agli acquisti di massa e alla condivisione dei rischi. Il fatto che gli Stati Uniti spendano almeno il 50% in più per l'assistenza sanitaria rispetto agli altri paesi ricchi (il 17% del PIL negli Stati Uniti rispetto all'11,5% del PIL in Svizzera), ma abbiano peggiori indicatori di salute è molto indicativo dei potenziali problemi che potremmo avere in un sistema di reddito minimo universale combinato con la fornitura privata di servizi sociali di base, anche se il livello di reddito minimo fosse elevato.

 

Chomsky:  La risposta, direi, è: "tutto dipende" - vale a dire, dipende dal contesto socioeconomico e politico in cui l'idea è proposta. La società a cui dovremmo aspirare, penso, dovrebbe rispettare il concetto "jedem nach seinen Bedürfnissen": a ciascuno secondo i suoi bisogni. Tra i bisogni primari, per la maggior parte delle persone, c'è una vita di dignità e autorealizzazione. Ciò si traduce in particolare in un lavoro svolto sotto il proprio controllo, tipicamente in solidarietà e interagendo con gli altri, creativo e di valore per la società in generale. Questo lavoro può assumere molte forme: costruire un ponte bello e necessario, il mestiere stimolante di insegnare e imparare con i bambini piccoli, risolvere un problema eccezionale nella teoria dei numeri e una miriade di altre opzioni. Provvedere a tali bisogni è sicuramente entro il regno delle possibilità.

 

Nel mondo attuale, le aziende si rivolgono sempre più all'automazione, come hanno fatto praticamente da sempre: pensiamo alla macchina sgranatrice di cotone, per esempio. Attualmente, ci sono poche prove che gli effetti siano oltre quelli normali. Il principale impatto si manifesterebbero in termini di produttività, ma questa è in realtà bassa rispetto agli standard dei primi anni del dopoguerra. Intanto, c'è ancora molto lavoro da fare: dalla ricostruzione delle infrastrutture collassanti, alla creazione di scuole decenti, al miglioramento della conoscenza e della comprensione, e molto altro ancora. Ci sono molte mani disponibili. Ci sono ampie risorse. Ma il sistema socioeconomico è talmente disfunzionale che non è in grado di riunire questi fattori in modo soddisfacente e, sotto l'attuale campagna Trump-Repubblicana per creare una minuscola America che tremerà all'interno di muri, la situazione non potrà che peggiorare. Nella misura in cui i robot e altre forme di automazione possono liberare le persone dal lavoro di routine e pericoloso e dare loro la possibilità di dedicarsi a impegni più creativi (e, in particolare negli Stati Uniti così scarsi di tempo libero, di avere più tempo per se stessi), tutto va per il meglio. In questo senso il reddito minimo universale potrebbe avere un posto, anche se è uno strumento troppo rozzo per ottenere la versione marxista preferibile.

09/01/18

Grecia: i lavoratori costretti a restituire la tredicesima

Continuare a parlare della Grecia è più che mai cruciale, dopo che abbiamo letto post come questo e come questo. Ora dal blog Keep Talking Greece arriva un'altra testimonianza raggelante sulle condizioni dei lavoratori in questo paese, dove, per citare l'antropologo Panagiotis Grigoriou, è in corso un processo "che renderà i lavoratori greci schiavi dei padroni rimasti". Questo articolo ne mostra i segni con inoppugnabile evidenza, scontrandosi con chi sproloquia di "ripresa della crescita greca" e di "cura dell'austerità che ha funzionato". In un paese dove la disoccupazione giovanile supera il 40% e i salari sono precipitati fino a garantire a mala pena la sussistenza, la capacità dei lavoratori di resistere ai ricatti è praticamente sparita: fino al punto che si è obbligati a restituire in contanti quello che era stato messo per legge in busta paga.      

 

 

 

di Keep Talking Greece, 28 dicembre 2017

 

 

 

Diversi datori di lavoro hanno trovato una "ricetta" per riempire i loro registratori di cassa durante i giorni di Natale: hanno chiesto indietro la tredicesima che sono obbligati - per legge - a pagare ai dipendenti.

 

 

Le proteste dei dipendenti sono atterrate una dopo l'altra negli uffici dei sindacati.

 

 

Patrasso, i lavoratori nei negozi di vendita al dettaglio, ristoranti e imprese di pulizia si sono lamentati con il sindacato dei dipendenti del settore privato che i loro datori di lavoro hanno richiesto indietro il bonus di Natale.

Diverse denunce hanno raggiunto i sindacati anche a Larissa, nella Grecia centrale. Il presidente del Centro per il lavoro locale ha affermato che "non credo di esagerare se dico che nel settore della ristorazione il fenomeno ha toccato l'80% dei lavoratori".

Tra l'altro ha aggiunto che "una grande catena di negozi ha preteso che fosse restituita la tredicesima, minacciando di licenziare i lavoratori se non avessero obbedito", aggiungendo che "purtroppo i datori di lavoro richiedono indietro anche parte degli stipendi, adducendo come pretesto le difficoltà economiche".

 

 

Il problema è che i dipendenti non possono dimostrare di aver dovuto restituire il piccolo extra, poiché nella maggior parte dei casi sono costretti a restituire il bonus in contanti subito dopo averlo ritirato al bancomat.

 

 

Episodi simili sono stati segnalati anche nell'isola di Creta.

 

 

Secondo quanto riferito, alcune catene di supermercati hanno costretto a restituire il bonus natalizio, dando in cambio agli impiegati un sacchetto di prodotti alimentari.

 

 

Non è il primo anno che i datori di lavoro richiedono indietro il bonus natalizio, equivalente a uno stipendio mensile.

 

 

La Grecia è in crisi economica, e questo rende i datori di lavoro creativi in ​​modo decisamente pessimo, a prescindere da quello che impone la legge sul lavoro.

 

19/12/17

KTG - In una struggente lettera a Babbo Natale, un bambino greco chiede tanto da mangiare

Keep Talking Greece pubblica la lettera di un bambino greco di una scuola elementare di Patrasso, nella quale chiede a Babbo Natale molto cibo. La lettera è stata rilanciata via Facebook da un'organizzazione umanitaria, scatenando una gara di solidarietà. Ma la triste situazione, come ricordano i volontari, è che quella lettera rappresenta la situazione di oltre un terzo dei bambini in Grecia, un paese in cui la fame è tornata a essere un pericolo concreto.

 

 

di Keep Talking Greece, 15 dicembre 2017

 

Tutti i bambini a cui è stato chiesto di scrivere una letterina per Babbo Natale hanno chiesto probabilmente la cosa più ovvia: i giocattoli. Ad eccezione di un bambino, Alexis, di 8 anni.

 



 

"Caro Babbo Natale, sono Alexis e sto facendo la quarta elementare. Sono stato un bambino bravo. Quest'anno vorrei che mi portassi molto cibo, così la mia mamma non dovrà più piangere. Non ha il lavoro. Se non puoi, vorrei che portassi un giocattolo a mio fratello che sta male. Ti voglio tanto bene", ha scritto il ragazzino.

 

La struggente lettera per Babbo Natale è stata scritta da un bambino in una scuola elementare di Patrasso, nella parte occidentale della Grecia.

 

Secondo tempo24.gr la lettera di Alexis è stata pubblicata dalla ONG [Organizzazione Non-Governativa, NdT] Shining Star (Foteino Asteri) che si occupa del benessere dei bambini, sul suo account Facebook.

 

Molti greci si sono offerti di aiutare la famiglia di Alexis.

 

Ma la lettera è solo indicativa della triste situazione in cui si trovano molti bimbi in Grecia, dove il 36,7% dei bambini è a rischio di povertà ed esclusione sociale.

 

C'è sempre un Alexis nel vostro quartiere, nell'appartamento di fianco al vostro, nella classe o nella scuola di vostro figlio. Aiutate Alexis o fate una donazione a un'organizzazione di volontariato.

 

12/12/17

Bloomberg – L’Italia ha registrato il più grande aumento di persone a rischio di povertà in Europa

Un articolo di Bloomberg fotografa impietosamente l'esito della catastrofe economica dell'Italia nell'eurozona. In meno di dieci anni i poveri assoluti sono quasi triplicati, raggiungendo 4,7 milioni, e le persone a rischio di povertà o esclusione sociale sono aumentate più che in qualsiasi altro paese europeo, raggiungendo la spaventosa cifra del 30% della popolazione. Ci sono però anche paesi nei quali la povertà è consistentemente diminuita. Quali? Soprattutto i più "populisti", come Polonia, Repubblica Ceca e Ungheria.


 

 

di Lorenzo Totaro e Giovanni Salzano, 07 dicembre 2017

 

Gli italiani a rischio povertà sono aumentati di oltre 3 milioni dall’inizio della crisi finanziaria del 2008, registrando l'incremento più grande tra le nazioni europee. Quest’anno la tendenza è proseguita, nonostante il paese sia tornato alla crescita economica.

 

Nel 2016 gli italiani classificati dalle statistiche UE come appartenenti a famiglie con reddito molto basso o prive di occupazione stabile erano 18 milioni, secondo Eurostat. Sia l’aumento della povertà negli ultimi nove anni che il numero totale di poveri sono i più grandi tra i tutti i paesi membri della UE, secondo i calcoli di Bloomberg sui dati disponibili.

 

[caption id="attachment_13602" align="alignnone" width="1200"] La Cenerentola d'Europa - l'Italia mostra l'aumento più grande di persone a rischio povertà ed esclusione sociale[/caption]

 

Nel corso dello stesso periodo il numero di persone vulnerabili è diminuito in Polonia di 3,3 milioni, in Romania di più di un milione e di circa 530.000 unità in Bulgaria. Le persone a rischio di povertà sono diminuite anche in diverse altre economie dell’eurozona, tra cui la Germania, che è la più grande dell’unione.

 

[caption id="attachment_13603" align="alignnone" width="1200"] Non così Dolce Vita - nel 2016 il 30% degli italiani si è dimostrato vulnerabile alla povertà - persone a rischio povertà o esclusione sociale: in bianco la percentuale sul totale della popolazione; in blu il numero assoluto, in milioni[/caption]

 

Lo scorso anno il 30% delle persone residenti in Italia erano a rischio di povertà o esclusione sociale, in aumento rispetto al 28,7% registrato nel 2015, secondo il report dell’Istat, l'ufficio nazionale di statistica, rilasciato mercoledì scorso. Nel 2008 la percentuale era del 25,5%, prima che la terza economia dell’eurozona entrasse in una doppia recessione che è durata fino a metà del 2014.

 

Gli italiani che vivono sotto la soglia di povertà assoluta, ovvero quelli che non riescono ad acquistare nemmeno un paniere di beni e servizi essenziali, hanno raggiunto i 4,7 milioni lo scorso anno; nel 2006 erano poco meno di 1,7 milioni, secondo il recente report dell’Istat. Il numero di poveri assoluti nel paese è quasi triplicato nel giro di un decennio.

 

All’inizio dell’anno il governo ha stanziato fondi per un nuovo strumento di sostegno al reddito che dovrebbe aiutare le famiglie più povere del paese, che potrebbero ricevere fino a 490 euro al mese. Secondo la bozza del piano finanziario del governo per il 2018, questo programma dovrebbe avere un impatto trascurabile sulle finanze pubbliche.