Visualizzazione post con etichetta OCSE. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta OCSE. Mostra tutti i post

24/03/18

FT - Le multinazionali pagano meno tasse rispetto a 10 anni fa


  • Secondo uno studio pubblicato sul Financial Times, dopo la crisi finanziaria del 2008 le tasse su consumi e persone hanno iniziato a salire, mentre continua la lunga tendenza alla riduzione delle aliquote fiscali per società e imprese. Infatti, nonostante le molte azioni ad alta visibilità nel campo dell'elusione fiscale e dell'erosione della base imponibile da parte delle multinazionali, la realtà è che da un lato i piani di coordinamento fiscale tra i paesi OCSE per limitare le pratiche scorrette delle multinazionali sortiscono pochi effetti, mentre dall'altro lato continua imperterrita la competizione fiscale tra i governi per attirarle. E la riforma fiscale di Trump spingerà ulteriormente questa competizione. Insomma, l'unico effetto sortito dalla crisi finanziaria sistemica del 2008 è che la fiscalità sta venendo progressivamente spostata... sui lavoratori. 


 

 

 

 

 

 

 

 

di Rochelle Toplensky, 11 marzo 2018.

 

 

 

 

Le aliquote effettive sono cadute del 9% dall'inizio della crisi finanziaria.

 

Le grandi multinazionali stanno pagando significativamente meno tasse rispetto a prima della crisi finanziaria del 2008, secondo un'analisi del Financial Times che mostra come un decennio di sforzi dei governi per tagliare i deficit e riformare la fiscalità ha lasciato per la maggior parte indenni le multinazionali.

 

Le aliquote fiscali effettive per le imprese - ovvero la parte di profitti che prevedono di pagare allo Stato, come riportato nei loro bilanci - sono scese del 9% (due punti percentuali, in assoluto), dall'inizio della crisi finanziaria. Questo nonostante un'iniziativa politica coordinata per contrastare l'aggressiva elusione fiscale.

 

I tagli governativi alle principali aliquote fiscali societarie spiegano all'incirca soltanto metà della caduta complessiva, suggerendo che le multinazionali continuino a superare i tentativi rendere più stringente la riscossione delle imposte.

 

Basandosi sulle dichiarazioni finanziarie di 25 anni, il FT ha esaminato le aliquote fiscali pagate dalle dieci società quotate in borsa più grandi del mondo per capitalizzazione, in ognuno di nove settori economici. Sono state esaminate anche le aliquote riportate dalle dieci multinazionali con la maggior liquidità detenuta offshore.

 

I risultati mostrano che il contributo delle multinazionali alle finanze pubbliche è diminuito in rapporto ai profitti - sia che si misurino le aliquote principali, i tassi effettivi dichiarati o l'aliquota effettivamente pagata ai governi. Le norme che permettono alle società di ritardare il pagamento delle imposte indicano che le aliquote effettive dichiarate e gli importi effettivamente pagati possono variare sostanzialmente in un dato anno.

 

[caption id="attachment_14458" align="alignleft" width="734"] Le società pagano meno tasse - Aliquote fiscali societarie effettive per i settori selezionati, in percentuale - in celeste il settore dell'assistenza sanitaria, in viola quello tecnologico, in blu le 10 multinazionali che detengono la maggior liquidità offshore.[/caption]

 

La tendenza di lungo periodo è anche più pronunciata, con l'aliquota societaria effettiva dichiarata che è diminuita di un terzo dal 2000, dal 34% al 24%.

 

"Ci sono state molte azioni e iniziative ad alta visibilità, ma la realtà è differente. I tagli alle tasse e le patent box [letteralmente "scatola dei brevetti", agevolazioni fiscali sulla proprietà intellettuale, ndt] sono state le forze dominanti per quel che riguarda le imposte societarie - e ciò riflette la persistente dinamica della competizione sulle tasse", commenta Mihir Desai, professore di finanza e legge alla Harvard University. "Chiamatela pure grande paradosso o ipocrisia, è una delle due".

 

Dalla crisi finanziaria, le aliquote effettive medie dichiarate per le società tecnologiche e industriali più grandi sono cadute di circa il 13%, secondo la ricerca del FT. Per la maggior parte non hanno subito variazioni nei settori dell'assistenza sanitaria, dei beni di prima necessità e dei materiali.

 

I risultati evidenziano come la lunga tendenza alla discesa delle aliquote fiscali societarie imposte dai paesi membri dell'OCSE continui in un periodo in cui, dopo la crisi finanziaria, le tasse sui consumatori e i lavoratori stanno salendo.

 

Dal 2008, i paesi hanno tagliato le principali tasse societarie del 5% mentre i governi in media hanno alzato le tasse sulle persone del 6%, secondo i calcoli di KPMG, società di contabilità.

 

[caption id="attachment_14459" align="alignleft" width="684"] Dalla crisi finanziaria, le aliquote societarie sono scese mentre sono salite quelle sulle persone - principali aliquote, in percentuale - dall'alto in basso: in celeste l'aliquota media sulle persone, nei paesi OCSE; in blu scuro l'aliquota media sulle persone, nella UE; in viola chiaro l'aliquota media sulle persone, nel mondo; in blu chiaro l'aliquota media sulle imprese, nel mondo; in viola scuro l'aliquota media sulle imprese, nei paesi OCSE; in verde l'aliquota media sulle imprese, nella UE.[/caption]

 

"Questo è il processo competitivo [tra i governi] e davvero non ne vedo la fine", ha dichiarato Michael Devereux, professore di fiscalità societaria all'Oxford University. Devereux ha dichiarato che è probabile che i recenti tagli degli USA alle proprie principali aliquote incitino una maggiore competitività fiscale tra i governi.

 

Più sorprendente è stato il limitato impatto fino ad ora dell'iniziativa decennale dell'OCSE e del G20 per semplificare la rete di normative nazionali sulle tasse che permette alle multinazionali di minimizzare il conto da pagare per le proprie tasse a livello globale.

 

Pierre Moscovici, commissario UE per le tasse, ha affermato che i paesi sono liberi di impostare le proprie aliquote fiscali societarie, ma ha evidenziato che è necessaria una riforma internazionale per le tasse. "Non facciamo errori: quel che innesca l'elusione e una pianificazione fiscale aggressiva non sono le aliquote principali. Ciò deriva da schemi che facilitano lo spostamento degli utili".

 

[caption id="attachment_14460" align="alignleft" width="722"] Le società trovano aliquote fiscali più basse all'estero - tasso effettivo nel 2016, in percentuale. In blu scuro l'aliquota interna, in celeste quella all'estero.[/caption]

 

Il desiderio politico di contrastare questo "spostamento degli utili" è stato reso più urgente dalla luce gettata sugli accordi fiscali con alcune aziende emersi da fughe di notizie su larga scala e dalle indagini politiche sugli affari fiscali di gruppi tecnologici come Apple, Google e Amazon.

 

I bilanci a livello di gruppo societario mostrano che molte grandi aziende tecnologiche tendono a pagare significativamente meno tasse sui profitti all'estero rispetto a quanto guadagnano sul mercato interno. I gruppi sostengono di pagare tutte le tasse legalmente dovute ed alcuni hanno riconosciuto la necessità di una riforma fiscale.

 

[embed]https://next-media-api.ft.com/renditions/15208368477320/1920x1080.mp4[/embed]

 

Le leggi nazionali fatte per dare corso al piano di azione in 15 punti dell'OCSE per tagliare l'aggressiva elusione fiscale - attraverso la cosiddetta erosione della base imponibile e lo spostamento degli utili - stanno iniziando a entrare in vigore. Michael Devereux si attende che nuove restrizioni delle tariffe sugli interessi - che abbatteranno i prestiti intra-aziendali usati dalle multinazionali per spostare i profitti tra le giurisdizioni - "si presenteranno l'anno prossimo [nei numeri dei bilanci], se avranno qualche effetto".

 

Ci si aspetta che altre iniziative richiedano più tempo prima che si manifestino nei risultati aziendali.

 

È cresciuto anche il divario tra quello che le aziende prevedono di pagare in tasse come risulta dai loro resoconti, e i pagamenti reali che risultano dai trasferimenti di denaro, a causa delle anomalie del sistema fiscale, che incoraggiano le società USA a parcheggiare liquidità o profitti all'estero in questo periodo.

 

[caption id="attachment_14461" align="alignleft" width="700"] C'è un grande divario tra l'aliquota fiscale effettiva rendicontata e quanto viene effettivamente pagato - aliquota fiscale effettiva media su 3 anni - in blu scuro l'aliquota rendicontata, in celeste l'aliquota effettivamente pagata durante l'anno.[/caption]

 

Entro la fine dello scorso anno le società USA hanno accumulato quasi 6,2 trilioni di dollari di liquidità non tassata detenuta offshore, secondo l'Istituto per la Tassazione e la Politica Economica.

 

Gli USA hanno riformato la propria normativa fiscale a dicembre, colpendo la liquidità detenuta offshore con un prelievo una tantum del 15,5%. Hanno anche abbassato l'aliquota fiscale per le società dal 35% al 21%. Il FT stima che il prelievo una tantum potrebbe fruttare a Washington 400 miliardi di dollari di gettito fiscale, ma farà anche risparmiare alle società fino a 500 miliardi di dollari se confrontato con la principale aliquota fiscale societaria che viene applicata sui profitti guadagnati.

 

[caption id="attachment_14462" align="alignleft" width="700"] Le società USA di Fortune 500 detenevano 2,6 trilioni di liquidità offshore nel 2016 - oltre la metà della liquidità offshore è detenuta soltanto da 25 società (l'importo detenuto offshore, in miliardi)[/caption]

22/02/18

Il tasso di mortalità infantile negli USA è superiore del 70% a quello delle altre nazioni ricche

L'ultima, tragica sparatoria in una scuola negli Stati Uniti rende terribilmente attuale questo studio americano, che tra l'altro mostra come negli Usa il rischio di morire di arma da fuoco per i ragazzi tra i 15 e i 19 anni sia 82 volte più alto che negli altri Paesi ricchi. Ma non solo. Mentre in Italia si parla con superficialità e leggerezza di tagli alla spesa pubblica - che ovviamente riguarda anche la spesa legata a un servizio sanitario universale, strumento senza il quale è ben difficile capire come si possa parlare di una società avanzata - lo studio mostra dati agghiaccianti sulla mortalità infantile negli Usa, del 70% superiore a quella degli altri Paesi ricchi confrontabili. Semplicemente restando nella media degli altri Paesi, gli Usa avrebbero avuto 600.000 bambini morti in meno negli ultimi cinquant'anni. Dal sito di informazione indipendente Common Dreams.  

 

 

 

 di Jessica Corbett, 9 gennaio 2018

 

Uno studio rinnova le preoccupazioni sull'accesso alle armi da fuoco e sul sistema sanitario nazionale.

 

I bambini americani hanno il 70% di probabilità in più di morire durante l'infanzia rispetto ai bambini delle altre nazioni avanzate, secondo uno studio sottoposto a revisione scientifica e pubblicato lunedì (8 gennaio ndt) da Health Affairs.

 

"Questo studio dovrebbe destare l'allarme generale", ha dichiarato alla CNN il dottor Ashish Thakrar, autore principale dello studio, che lavora presso il Johns Hopkins Hospital and Health System.

"Gli Stati Uniti tra le democrazie avanzate sono il Paese più pericoloso del mondo per i bambini", ha aggiunto. "A tutte le età e in entrambi i sessi, i bambini muoiono più frequentemente negli Stati Uniti che in altri paesi simili, dagli anni '80".

 

Le cause più comuni di morte tra i bambini rinnovano le preoccupazioni sul sistema sanitario americano, sull'accesso alle armi e sulla sicurezza dei veicoli.

 

Il rischio di morte è ancora più alto per i neonati e per gli adolescenti americani rispetto ai loro coetanei all'estero. I bambini negli Stati Uniti hanno il 76% di probabilità in più di morire durante il loro primo anno di vita, spesso a causa della sindrome della morte infantile improvvisa (SIDS) o di complicazioni legate alla nascita prematura, mentre i bambini e ragazzi tra i 15 e i 19 anni hanno una probabilità 82 volte maggiore di morire di violenza legata all'uso di armi, aspetto che Thakrar ha definito "la nuova scoperta più sconvolgente".

 

Thakrar e i suoi colleghi ricercatori hanno esaminato i tassi di mortalità infantile tra il 1961 e il 2010 negli Stati Uniti e in altre 19 nazioni appartenenti all'Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (OCSE), tra cui  Australia, Canada, Giappone e diversi paesi europei e scandinavi.

 

 



 

 

Grafico. Scostamento del tasso di mortalità infantile rispetto alla media nei diversi Paesi


 

 

 

La frequenza delle morti infantili in tutti questi paesi, Stati Uniti inclusi, nel corso dei 50 anni coperti dallo studio è notevolmente diminuita. Tuttavia, l'alto tasso di mortalità infantile negli Stati Uniti rispetto alle altre nazioni considerate, ha sottolineato Thakrar,  "significa che negli Usa dal 1961 sono morti 600.000 bambini in più rispetto alla media degli altri 19 paesi".

 

Thakrar ha dichiarato a Sarah Kliff di Vox che ritiene che i dati emersi dallo studio siano legati all'aumento della povertà infantile verificatosi negli Stati Uniti negli anni '80, ma anche in gran parte "alle conseguenze del nostro sistema sanitario frammentato". Ad esempio, ha spiegato, "le madri che acquistano per la prima volta il diritto ad accedere a Medicaid in quanto madri, potrebbero non avere mai visto un medico prima, potrebbero non avere un medico di famiglia né alcun sistema di supporto definito".

 

Come numerose analisi e studi hanno dimostrato nel corso degli anni, la mancanza di un sistema sanitario universale negli Stati Uniti ha portato a tassi di mortalità più elevati e risultati sanitari inferiori rispetto a quelli dei Paesi che hanno sistemi sanitari solidi che coprono tutta la popolazione.

 

Mentre la riforma fiscale dei repubblicani, approvata dal Congresso e firmata dal presidente Donald Trump alla fine dell'anno scorso, in parte smantella il sistema sanitario americano, il Congresso continua a rinviare il rifinanziamento del programma nazionale di assicurazione sanitaria per i bambini (CHIP ), che assiste 9 milioni di minori - e il programma di visita domiciliare materna, infantile e di prima infanzia (MIECHV), scaduto alla fine di settembre.

 

Anche se l'organo legislativo federale ha approvato una misura di spesa a breve termine che ha fornito fondi per il CHIP poco prima del nuovo anno, gli Stati continuano a mettere in guardia i destinatari che, senza ulteriori finanziamenti, presto finiranno i soldi e non saranno più in grado di fornire i servizi necessari.

 

"Diversi Stati hanno inviato lettere che avvertono le famiglie che l'assicurazione sanitaria dei loro figli potrebbe scadere il 31 gennaio", ha spiegato Kliff in un altro articolo . "Il Congresso ha approvato una proposta di legge che prevedeva di prolungare la durata della vita di CHIP fino a marzo, ma ora si scopre che hanno sbagliato i calcoli e che gli Stati potrebbero finire i finanziamenti fin dal 19 gennaio. Tra undici giorni da oggi."

 

Thakrar ha dichiarato a Kliff che è preoccupato per come l'instabilità dei finanziamenti per i programmi che prestano assistenza sanitaria ai bambini americani continuerà a incidere sui tassi di mortalità infantile negli Stati Uniti.

 

"Stiamo vedendo gli effetti dell'instabilità in questo momento", ha concluso. "In tutto il paese le famiglie stanno aspettando di sapere se il CHIP sarà reintegrato, se continueranno ad avere un'assicurazione sanitaria, le visite mediche alle famiglie sono a rischio. I programmi che hanno dimostrato di essere efficaci in questo Paese devono ancora affrontare una costante instabilità".