Visualizzazione post con etichetta unione monetaria. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta unione monetaria. Mostra tutti i post

27/11/18

Il franco CFA in Africa: neocolonialismo e dipendenza

Per chi avesse dubbi su quanto un'unione monetaria possa attivare meccanismi di tipo neocoloniale, un articolo di Economic Questions, che illustra il dispiegarsi di questo fenomeno nelle aree del franco CFA: 14 stati africani, la maggior parte ex colonie francesi, legati da una moneta comune ancorata all'euro e le cui riserve sono depositate in Francia. Qui la dipendenza esplicita dalla potenza coloniale è stata sostituita subdolamente da una finta indipendenza, fortemente limitata dalla mancanza di sovranità monetaria, che impedisce alle ex colonie di svilupparsi economicamente e di riguadagnare la propria vera autonomia. Chi si arricchisce, invece, è la Francia, per ammissione dei suoi stessi presidenti. Con la complicità delle élite governative locali filofrancesi, difese dalla Francia perché della Francia difendono gli interessi. Vi ricorda qualcosa?   

 

 

 

di Mariamawit Tadesse, 10 agosto 2018

 

La geopolitica francese in Africa è determinata dalle risorse naturali. Inizialmente l’area del franco era stata impostata come un sistema monetario coloniale, attraverso l'emissione di valuta nelle colonie, per evitare alla Francia di dover spostare materialmente denaro contante. Ma anche dopo l’indipendenza di questi paesi, il sistema monetario ha continuato a funzionare fino ad includere altri due stati che non erano ex colonie francesi. Al momento, le due aree del franco CFA comprendono 14 stati. Il fatto che ancora oggi la moneta di queste regioni sia ancorata all'euro (ex franco francese) e che le riserve siano depositate in Francia mostra il sottile neocolonialismo che la Francia sta perseguendo, senza alcun controllo. È un'unione monetaria di cui la Francia è il fulcro e su cui ha potere di veto. In questo è supportata dalle élite governative africane, che si affidano al sostegno economico, politico, tecnico e talvolta militare fornito dalla Francia. Non c'è da meravigliarsi quindi che queste ex colonie non abbiano sviluppato il loro pieno potenziale, dal momento che hanno barattato lo sviluppo consentito dalla sovranità con la dipendenza dalla Francia. Questo articolo indaga l'istituzione delle aree del franco CFA, i suoi legami con il neocolonialismo francese e la sua capacità di accrescere ulteriormente la dipendenza delle ex colonie dell'Africa occidentale e centrale.

 

Le aree del franco CFA

 

La prima area del franco fu istituita nel 1939 come area monetaria con il franco francese come valuta principale. Nel 1945 furono creati il ​​franco delle colonie francesi d'Africa (franco CFA) e il franco delle colonie francesi del Pacifico (franco CFP). Dopo l'indipendenza, Marocco, Tunisia, Algeria e Guinea abbandonarono il sistema. La Comunità economica e monetaria dell'Africa centrale (CEMAC) e l'Unione economica e monetaria dell'Africa occidentale (UEMOA) sono le due aree del franco CFA. L’UEMOA comprende otto stati: Benin, Burkina Faso, Costa d'Avorio, Guinea-Bissau (ex colonia portoghese entrata nel 1997), Mali, Niger, Senegal e Togo. La loro moneta comune è il "Franco della Comunità Finanziaria dell'Africa" ​​(franco CFA), emesso dalla Banca Centrale degli Stati dell'Africa Occidentale (BCEAO) con sede a Dakar, in Senegal. Il CEMAC comprende sei stati: Camerun, Repubblica centrafricana, Ciad, Repubblica del Congo, Guinea equatoriale (ex colonia spagnola entrata nel 1985) e Gabon. La loro moneta comune è il "Franco della Cooperazione Finanziaria dell'Africa" ​​(franco CFA), emesso dalla Banca Centrale degli Stati dell'Africa Centrale (BEAC) con sede a Yaounde, Cameroon. Si noti che fino alla fine degli anni '70 sia la BCEAO che la BEAC avevano sede a Parigi.

 

Nel 1948 il cambio dei due franchi CFA fu fissato a 50 franchi CFA per franco francese. Nel 1994 i franchi CFA hanno subito una svalutazione, per l'esattezza del 50 per cento. Al momento il sistema istituito dalla Francia con le due aree comprende un cambio fisso rispetto all'euro, una garanzia di convertibilità da parte del Tesoro francese e infine un insieme di requisiti legali, istituzionali e politici. La zona franco CFA collega tre valute: le due aree e l'euro. Il franco CFA è fissato a 655,957 per 1 euro. UEMOA e CEMAC hanno ciascuna le proprie banche centrali, indipendenti l'una dall'altra. I franchi CFA possono essere convertiti in euro, ma non possono essere convertiti direttamente l'uno con l'altro. Il denaro viene inviato in Francia come conto operativo presso il Tesoro francese dalle due banche centrali. Inoltre, "almeno il 20 per cento delle passività a vista di ciascuna banca centrale deve essere coperto da riserve valutarie, almeno il 50 per cento delle riserve in valuta estera deve essere depositato nel conto operativo e si applicano sanzioni in caso di insolvenza. La Francia è anche rappresentata nel consiglio di entrambe le istituzioni." In "Colonial Hangover: the Case of the CFA", Pierre Canac e Rogelio Garcia-Contreras spiegano:

 

"Il funzionamento dei conti operativi è fondamentale per mantenere la convertibilità dei franchi CFA al tasso di cambio ufficiale, mentre, allo stesso tempo, consente alle banche centrali regionali di mantenere una certa autonomia monetaria. I conti operativi sono accreditati con le riserve estere di BCEAO e BEAC, ma possono essere in passivo quando la bilancia dei pagamenti dei membri della zona CFA è negativa. In questi casi il Tesoro francese presta riserve estere alle due banche centrali. Questa speciale relazione con il Tesoro francese consente alle due banche centrali africane di mantenere la fissità del tasso di cambio pur consentendo loro di avere un controllo limitato sulla loro politica monetaria. L'ammontare del prestito concesso è illimitato, sebbene soggetto a diversi vincoli al fine di limitare l’espansione del debito. In primo luogo, le banche centrali ricevono interessi sul loro credito nel conto operativo, ma devono pagare un tasso di interesse progressivamente crescente sul loro debito nel conto. In secondo luogo, le riserve estere diverse dai franchi francesi o dagli euro potrebbero dover essere restituite - una pratica chiamata "ratissage", o ulteriori riserve potrebbero dover essere prese in prestito dal FMI. In terzo luogo,il Tesoro francese nomina i membri dei consigli di amministrazione di BCEAO e BEAC per influenzare le rispettive politiche monetarie e assicurare la loro coerenza con la parità fissa. L'autonomia delle due banche centrali africane è dunque limitata dalle autorità francesi, prolungando così il rapporto coloniale tra la Francia e le sue ex colonie".

 

A quanto pare, delegati francesi ricoprono posizioni importanti negli uffici di presidenza, nel ministero della Difesa, alla Banca centrale, al Tesoro, negli uffici della Contabilità e del bilancio e al ministero delle Finanze, il che consente loro di supervisionare e influenzare le decisioni politiche. Uno studioso francese ha osservato che in media i diversi ministri degli stati africani francofoni totalizzano in un anno duemila soggiorni a Parigi. Adom dimostra che il denaro custodito presso il tesoro francese frutta un interesse nullo o molto basso per le nazioni dell’area del franco. Nel 2007 l'ex presidente senegales Abdoulaye Wade aveva affermato che questi fondi avrebbero potuto essere utilizzati per stimolare gli investimenti, la crescita economica e alleviare la povertà nei paesi membri se non fossero bloccati in Francia.

 

Dopo la svalutazione del 1994 il cambio dei due franchi CFA fu fissato al nuovo tasso di 100 franchi CFA per franco francese. La causa di questa svalutazione è stata attribuita alla bassa competitività, in quanto il franco francese si era apprezzato rispetto alla valuta dei suoi principali partner commerciali. La competitività di queste zone si riferiva al mercato francese, ma non ai mercati mondiali. Negli anni '80 c’era stato un calo del prezzo delle materie prime e una svalutazione del dollaro. Questo di conseguenza ebbe un impatto sulla crescita e sulle esportazioni di queste nazioni. I governi di queste aree si trovarono a fronteggiare disavanzi di bilancio, che finanziarono con prestiti richiesti all'estero fino a quando il FMI li sospese, nel 1993. Gli scambi tra le due unioni non sono significativi, a causa di un dazio esterno. I flussi di capitale tra le due aree sono fortemente limitati. La prospettiva che un'unione monetaria aumentasse gli scambi tra le aree del franco CFA non si è mai materializzata.

 

 

La Francia e il neocolonialismo

 

 

Come afferma Kwame Nkrumah: "...gli imperialisti... sostengono di voler “concedere” l'indipendenza alle ex-colonie, ma solo per farla seguire dai cosiddetti “aiuti” per lo sviluppo. Sotto la copertura di queste parole, tuttavia, escogitano innumerevoli modi per raggiungere gli stessi obiettivi precedentemente raggiunti dal colonialismo esplicito. L’insieme di questi moderni tentativi di perpetuare il colonialismo sotto la retorica della "libertà" è diventato noto come neocolonialismo".

 

In “Government accounting reform in an ex-French African colony: The political economy of neocolonialism”, P.J.C. Lassou e T. Hopper affermano che "Il colonialismo non cessa con la dichiarazione di indipendenza politica o con l'ammainare l'ultima bandiera europea. La decolonizzazione è solo di formale facciata se alle ex colonie viene impedito di acquisire la base socio-economica e le istituzioni politiche per gestirsi come paesi sovrani indipendenti. La moderna manifestazione dei tratti coloniali e imperialisti è comunemente denominata neocolonialismo, ed è a volte associato al concetto di "dipendenza". Il neocolonialismo si manifesta quando l'ex potere coloniale controlla ancora le istituzioni politiche ed economiche delle ex colonie".

 

La Francia sta realizzando il ​​neocolonialismo, camuffando questo meccanismo come unione monetaria. Queste nazioni hanno abdicato alla loro sovranità in favore della Francia. Il neocolonialismo è un ostacolo allo sviluppo per le nazioni africane. L'intervento della Francia si è manifestato in termini economici, politici e militari. Gli "Accordi di cooperazione" furono firmati da leader africani che salirono al potere con l'aiuto della Francia al momento dell'indipendenza. D'altra parte, gli "Accordi speciali di difesa" fornivano alla Francia il potere di intervenire militarmente per proteggere i leader africani che tutelavano gli interessi della Francia. Infine, gli accordi economici impongono alle ex colonie di esportare in Francia materie prime come petrolio, uranio, fosfato, cacao, caffè, gomma, cotone ecc..., mentre importano beni e servizi industriali dalla Francia. Inoltre, queste nazioni sono tenute a ridurre o cessare le loro esportazioni di materie prime quando la difesa dell'interesse francese lo richiede.

 

Lassou e Hopper sottolineano che la parte di amministrazione economica è una parte trascurata delle politiche di sviluppo, specialmente nell'Africa francofona. Aggiungono inoltre che "Riforme basate sul mercato quando applicate nel Sud in generale e in Africa specificamente... promuovono il neocolonialismo, consentendo alle ex potenze coloniali di mantenere il controllo sulle istituzioni politiche ed economiche delle ex colonie a vantaggio delle multinazionali e del commercio con cui i paesi "del Sud” esportano materie prime a buon mercato verso i paesi "del Nord" e a loro volta importano beni e servizi ad alto valore aggiunto".

 

Secondo l'Indice di sviluppo umano, su 187 paesi gli ultimi tre e sette dei peggiori dieci paesi si trovano nell'Africa francofona. L'approccio neocolonialista francese è estremamente sottile e paternalistico. L'ex presidente francese, Jacques Chirac, ha dichiarato: "Ci dimentichiamo di una cosa: cioè, gran parte del denaro che è nel nostro portafoglio [cioè dei francesi] proviene proprio dallo sfruttamento dell'Africa [per lo più dell'Africa francofona] per secoli”. Nel 2008 ha proseguito, "Senza l'Africa la Francia scivolerebbe al rango di una potenza del [terzo] mondo".

 

Teoria della dipendenza nell’Africa francofona

 

L'Africa, l'Asia e l'America Latina hanno perseguito uno sviluppo sostenibile dopo aver ottenuto l'indipendenza. Tuttavia alcuni paesi sono riusciti a sviluppare efficacemente le loro economie. Negli anni Cinquanta Raul Prebisch e altri economisti elaborarono la teoria della dipendenza, che spiega perché "la crescita economica nei paesi avanzati industrializzati non ha necessariamente portato alla crescita nei paesi più poveri". Prebisch riteneva che ciò fosse perché i paesi poveri (paesi periferici) esportano materie prime verso i paesi sviluppati (nazioni centrali) e importano i prodotti finiti. Esiste anche una relazione dinamica tra stati dominanti e dipendenti. Andre Gunder Frank teorizzò che il sistema capitalista mondiale fosse diviso in due sfere concentriche: centro e periferia. I paesi del centro avanzato hanno bisogno di materie prime a basso costo provenienti dalla periferia sottosviluppata e di un mercato di sbocco per i loro prodotti finiti.

 

Sono passati decenni da quando i paesi africani hanno ottenuto l'indipendenza. Tuttavia, questa indipendenza è stata sostituita da una relazione di dipendenza dai paesi dominanti, nota come post-colonialismo. Si ha dipendenza dai paesi dominanti "quando un paese è in grado di partecipare in modo definitivo o determinante al processo decisionale di un altro paese mentre il secondo paese non è in grado di avere la stessa influenza nel processo decisionale del primo paese". Le politiche estere e interne delle nazioni africane indipendenti continuano ad essere influenzate da potenze esterne, in particolare i loro ex colonizzatori. La relazione post-coloniale nel caso delle ex colonie francesi è data dal ruolo dominante della Francia.

 

Il colonialismo francese è stato un colonialismo di stato. Era un governo diretto, in cui i capi locali assistevano gli amministratori francesi, il che portò alla nascita di élite locali che furono educate nel sistema francese. Le ex colonie furono indottrinate con la cultura, la lingua e la legge francesi. All'epoca dell'indipendenza, le colonie subsahariane si decolonizzarono in modo non violento, mentre le ex colonie britanniche ottennero la loro indipendenza attraverso la guerra, un modo violento che allentò le relazioni con la Gran Bretagna. Poiché la libertà dalla Francia è stata raggiunta attraverso la non violenza, fu naturale per le élite locali prendere il potere e mantenere i loro forti legami con la Francia.

 

Attraverso l’area del franco CFA, la Francia è in grado di controllare l'offerta di moneta, la regolamentazione monetaria e finanziaria, le attività bancarie, l'allocazione del credito e le politiche economiche e di bilancio di queste nazioni. Inoltre genera corruzione e diversione illegale di aiuti pubblici tra la Francia e le sue ex colonie. Ad esempio, gli aiuti pubblici francesi condizionali hanno costretto questi Stati africani a spendere gli "aiuti" in attrezzature, beni o contratti con imprese francesi, in particolare imprese di costruzione e di lavori pubblici.

 

S.K.B. Asante sottolinea che gli approcci di integrazione regionale non eliminano il neocolonialismo né la dipendenza dal continente africano. Afferma che "nessuno dei piani regionali permette di attaccare adeguatamente la questione onnicomprensiva della riduzione della dipendenza, né gli sforzi compiuti verso questo obiettivo hanno avuto un impatto significativo... il problema della dipendenza pone difficoltà ai paesi africani che tentano una strategia di integrazione regionale. La dipendenza funge da ostacolo allo sviluppo oltre a limitare gli effetti benefici dell'integrazione nell'economia nazionale e regionale".

 

Performance economica delle aree del franco CFA

 

La Francia è il principale partner commerciale delle aree del franco CFA. Le aree del franco CFA, a differenza di altre nazioni africane, hanno evitato forti inflazioni grazie alla Francia. Tra il 1989 e il 1999 il 33% delle importazioni e il 40% degli investimenti esteri diretti in queste aree proveniva dalla Francia. Sono regioni che dipendono fortemente dalla Francia. Nonostante i loro legami con la Francia, queste aree del franco CFA rimangono estremamente povere. Le due regioni avevano una popolazione di 132 milioni nel 2008, il 70% si trova in UEMOA e il 30% in CEMAC. Il loro PIL totale è pari al 4% del PIL francese. Queste regioni sono "produttori ed esportatori di materie prime, tra cui petrolio, minerali, legname e prodotti agricoli e materie prime agricole, sono estremamente sensibili alle fluttuazioni dei prezzi mondiali e alle politiche commerciali dei loro partner commerciali, principalmente l'UE e gli Stati Uniti. I loro settori industriali sono piuttosto sottosviluppati”. Le nazioni non produttrici di petrolio all'interno delle aree del franco CFA hanno un PIL pro capite molto basso.

 

Secondo Assande Des'Adom, anche dopo che la moneta è stata svalutata, le aree del franco CFA soffrono ancora di disallineamenti valutari. Adom sottolinea che "gli attuali accordi monetari tra le ex colonie e la Francia sono stati progettati essenzialmente sulla base dell'interesse economico di quest'ultima. Un eminente economista ivoriano si spinge ancora oltre per spiegare come i paesi membri dell’area del franco finanziano indirettamente l'economia francese attraverso questi peculiari accordi monetari”.

 

L’area del franco CFA è messa sotto attacco dalla globalizzazione, dalla volatilità dei prezzi del petrolio e delle materie prime, oltre ai problemi di sicurezza regionale. Si può sostenere che la "dipendenza e le pratiche neocoloniali che caratterizzano la relazione tra la Francia e gli antichi possedimenti coloniali in Africa è l'impossibilità per i paesi CFA di accumulare riserve monetarie". Nel mondo di oggi, il controllo di un paese viene effettuato attraverso modalità economiche e monetarie. Nkrumah aveva avvertito:

 

"Lo stato neocoloniale potrebbe essere obbligato a preferire i prodotti fabbricati dalla potenza imperialista escludendo i prodotti concorrenti altrove. Il controllo sulla politica governativa nello stato neo-coloniale può essere assicurato tramite il pagamento per il costo della gestione dello Stato, piazzando funzionari pubblici in posizioni in cui possono dettare la politica e con il controllo monetario sui cambi attraverso l'imposizione di un sistema bancario sistema controllato dal potere imperialista".

 

In conclusione, le aree del franco CFA continuano a essere dominate dalla volontà politica, dall'interesse economico e dalla strategia geopolitica perseguita dalla Repubblica francese. Sembra che alcuni leader dell'élite non si sottraggano all'influenza della Francia. Il presidente Omar Bongo del Gabon ha dichiarato: "La Francia senza il Gabon è come un'auto senza benzina, il Gabon senza la Francia è un'auto senza autista". La citazione può essere applicata a quasi tutte le nazioni dell’area del franco. L'istituzione delle unioni monetarie avvantaggia la Francia più dei suoi membri. Il colonialismo francese sta impedendo lo sviluppo di queste nazioni e provocandone la dipendenza.

10/10/18

Ashoka Mody - Perché l'euro ha fallito

 

Perché l'euro è stato un fallimento? Perché una unione monetaria senza unità politica né fiscale non può che fallire, dato che lascia gli stati membri privi degli strumenti normalmente necessari a guidare l'economia nazionale, senza darne loro di nuovi. L'economista Ashoka Mody riassume sinteticamente ed efficacemente in un capitolo del suo ultimo libro sulla "eurotragedia" i motivi - noti da tempo ai nostri lettori - per cui l'euro è stato un autentico disastro per l'Europa, mostrando come è quasi incredibile che qualcuno oggi sia ancora convinto che l'unione monetaria possa in qualche modo funzionare. I leader europei, guide cieche, hanno condotto i popoli a una meta molto diversa da quella a cui aspiravano - o dicevano di aspirare. 

 

 

 

di Ashoka Mody, 3 settembre 2018

 

L'euro - la moneta unica condivisa da diciannove nazioni europee - è un fenomeno unico nella storia umana.

 

Mai prima d'ora un gruppo di Paesi aveva creato una valuta totalmente nuova, che avrebbero condiviso. Alcuni idealisti hanno visto questa singolarità come una virtù, come l'araldo di un futuro mondo migliore dove le nazioni cooperano su una gamma più ampia di decisioni politiche ed economiche. A tempo debito sarebbe emersa un'unione politica; i parlamenti nazionali avrebbero dato maggiore autorità a un parlamento europeo, che avrebbe deciso per tutti. Con questa visione, quasi mezzo secolo fa, le nazioni europee hanno iniziato a esplorare l'idea di una moneta unica. Una simile moneta unica, affermavano i loro leader, avrebbe portato maggiore prosperità e una più grande unità politica.

 

A quei tempi l'Europa aveva molte qualità. Le ferite della Seconda guerra mondiale stavano svanendo nel passato. Gli europei avevano reso inconcepibile un'altra guerra. Avevano imparato a "combattere sui tavoli delle conferenze" piuttosto che sui campi di battaglia. Avevano aperto i loro confini per consentire maggiori scambi reciproci. Niente di tutto ciò era stato facile. Avevano saggiamente fatto piccoli balzi nel vuoto per lasciarsi lentamente alle spalle le ombre delle due grandi guerre combattute all'inizio del 20° secolo, e avevano imparato a fare affidamento sulla reciproca buona volontà. Erano giustamente orgogliosi del loro successo.

 

A quel punto, lo scopo storico essenziale - costruire la migliore difesa umana contro un'altra guerra europea - era stato ampiamente soddisfatto. La domanda era come utilizzare al meglio lo spazio aperto da questa parentesi di pace. Il compito che aspettava gli europei era di costruire sui valori liberali che i cittadini europei avevano imparato ad amare. Per creare una società aperta. Per consentire la competizione delle idee. Per promuovere la creatività e la prosperità.

 

A L'Aia, nel dicembre 1969, i leader europei, forse all'inizio inconsapevolmente, fecero un altro salto nel vuoto: decisero di creare una moneta unica. L'idea era che le imprese e i viaggiatori avrebbero risparmiato i costi di cambio della valuta, e quindi avrebbero commerciato e viaggiato di più all'interno dell'Europa. Inoltre, con una Banca centrale europea, la zona euro avrebbe avuto una politica monetaria uniforme, che i governi dei paesi membri non avrebbero potuto piegare ai loro scopi. Quindi, per prevenire l'inflazione interna e promuovere la crescita nazionale, i governi di tutti i paesi sarebbero stati obbligati a essere fiscalmente responsabili. I paesi della moneta unica avrebbero anche dovuto coordinare le loro politiche economiche. E mentre imparavano a cooperare, la pace avrebbe avuto fondamenta ancora più solide.

 

Nonostante la crisi economica e politica della zona euro negli ultimi dieci anni, c'è chi continua a credere in questa visione.

 

In effetti, i decisori chiave sono arrivati a comprendere molto rapidamente i pericoli del salto che stavano facendo. Capirono che i benefici di transazioni più facili all'interno dell'Europa erano piccoli. Quello su cui probabilmente non avevano riflettuto chiaramente è una affermazione economica che si avvicina a un teorema per quanto l'economia lo permette. In un famoso articolo del 1968, Milton Friedman, uno dei più importanti economisti del 20° secolo, ha spiegato che la principale funzione della politica monetaria è aiutare a minimizzare la dislocazione macroeconomica - ovvero prevenire che un boom economico diventi eccessivamente grande e ridurre il tempo che un'economia passa in recessione.

 

La politica monetaria, ha insistito Friedman, non può aiutare un'economia ad aumentare le sue prospettive di crescita a lungo termine. Ed ecco il pezzo forte: se la politica monetaria viene attuata male, può causare danni permanenti e quindi ridurre le prospettive di crescita a lungo termine. Come una "chiave inglese" gettata in una macchina, una politica monetaria sbagliata e inopportuna ostacola il normale funzionamento economico. Avviandosi lungo la rotta dell'unione monetaria, i leader europei rendevano più probabile che la politica monetaria europea gettasse chiavi inglesi nelle loro economie.

 

I leader europei potrebbero non essere stati consapevoli del "quasi teorema" di Friedman sul ruolo e sui limiti della politica monetaria. Avrebbero dovuto essere consapevoli del fatto che una moneta unica non poteva portare prosperità economica. E sicuramente sapevano che l'Italia e la Grecia avevano sempre contraddetto le direttive economiche delle autorità europee, e che quindi era improbabile che questi Paesi rispettassero gli standard di gestione economica necessari per accompagnare una moneta unica, un'unica politica monetaria.

 

I leader europei sapevano anche che i promessi vantaggi politici erano illusori. Sebbene ripetessero spesso il mantra dell'"unione politica", sapevano che non avrebbero rinunciato alle proprie entrate fiscali per fornire un aiuto significativo ad altre nazioni in difficoltà. Sapevano che il rischio di conflitti tra interessi economici era reale. E i conflitti economici avrebbero creato conflitti politici. Dal momento in cui la moneta unica è stata proposta nel 1969 alla sua introduzione nel 1999, le conferme di questi avvertimenti si sono ripetute. Ancora e ancora. Ma i rischi sono stati minimizzati e i punti di vista alternativi sono stati sviati.

 

Il difetto essenziale della moneta unica era elementare. Rinunciando alle loro valute nazionali, i membri della zona euro hanno perso alcuni strumenti importanti. Se un paese membro entra in recessione, non ha una valuta da svalutare in modo che le sue imprese possano vendere all'estero a prezzi inferiori al dollaro USA per incrementare le esportazioni e l'occupazione. Il paese membro inoltre non ha una banca centrale che potrebbe ridurre i suoi tassi di interesse per incoraggiare la spesa interna e stimolare la crescita.

 

Questo difetto di base crea acute difficoltà non appena le economie dei paesi che condividono la valuta divergono le une dalle altre. Se l'economia italiana è nei guai e l'economia tedesca ha il vento in poppa, il tasso di interesse comune fissato dalla Banca centrale europea (BCE) sarà troppo alto per l'Italia e troppo basso per la Germania. In questo modo, i problemi economici dell'Italia continueranno e l'economia tedesca crescerà ancora di più. È insito nella natura della moneta unica che, una volta che le economie dei paesi membri iniziano a divergere l'una dall'altra, il tasso di interesse comune faccia aumentare la divergenza.

 

Considerati questi problemi basilari, gli economisti alla fine degli anni '60 conclusero che se la moneta unica poteva avere una possibilità - una sola possibilità - ci sarebbe stato bisogno bisogno di trasferimenti fiscali significativi dai paesi col vento in poppa a quelli depressi. In un'unione che forma uno stato unico con una moneta unica, come gli Stati Uniti, gli stati ricevono più fondi dal bilancio federale; inoltre, i residenti degli stati colpiti duramente dalla recessione pagano tasse federali inferiori rispetto ai residenti degli stati che sono colpiti meno gravemente. Quando questi benefici vengono forniti, nessuno protesta, perché nell'attuale struttura politica (gli Stati Uniti) sono leciti. Di fatto, alcuni stati degli Stati Uniti, come il Connecticut e il Delaware, effettuano consistenti trasferimenti permanenti verso stati come il Mississippi e il West Virginia. Gli economisti hanno quindi concluso che per far fare all'euro un balzo in avanti fosse necessario un bilancio comune sotto un'unica autorità fiscale.

 

Se l'Europa avesse voluto percorrere questa strada, i parlamenti nazionali avrebbero avuto bisogno di cancellare dei seggi; avrebbero principalmente trasferito risorse a un budget comune. Un ministro delle Finanze europeo che riferisce a un parlamento europeo avrebbe utilizzato fondi tratti da un bilancio europeo comune per stimolare l'economia del paese in difficoltà e quindi abbreviare la sua recessione. I trasferimenti fiscali non avrebbero comunque garantito il successo, ma senza di loro il rischio sarebbe stato pericoloso.

 

Dal primo giorno, tuttavia, risultò chiaro che gli europei non sarebbero mai stati disposti a mettersi d'accordo su un bilancio comune. I tedeschi erano comprensibilmente preoccupati che, se avessero accettato di condividere le loro entrate fiscali, sarebbero diventati il finanziatore di tutti i tipi di problemi nel resto d'Europa. Pertanto, un bilancio comune per facilitare il percorso verso gli Stati Uniti d'Europa con l'euro come moneta comune era politicamente escluso.

 

Anche se hanno descritto il progetto in termini grandiosi, gli europei hanno iniziato a creare una "unione monetaria incompleta", che aveva una politica monetaria comune, ma che mancava di salvaguardie fiscali per smorzare i boom e le recessioni. All'interno di questa struttura incompleta, era destino che sorgessero conflitti sulla conduzione della politica monetaria e fiscale.

 

Per essere chiari, conflitti simili sorgono anche all'interno degli stati-nazione. Ma all'interno di una nazione, in genere sono previste procedure politiche per raggiungere una soluzione. Nel progetto europeo della moneta unica invece non esisteva alcun contratto politico sul modo in cui i conflitti sarebbero stati risolti. Al verificarsi di crisi finanziarie, non ci sarebbe stato un modo reciprocamente accettabile per risolverle. Alcuni paesi avrebbero "perso" e altri "vinto"; i "vincitori" sarebbero diventati "più uguali" degli altri. Le divergenze tra i paesi sarebbero aumentate e l'unione monetaria sarebbe diventata ancora più ingestibile. L'unione monetaria incompleta conteneva già i semi della propria rottura.

 

A peggiorare le cose, la rottura dell'unione monetaria incompleta sarebbe stata estremamente costosa. Se un paese uscisse durante una crisi, la sua valuta nazionale si svaluterebbe rapidamente e il governo, le imprese e le famiglie del paese pagherebbero i loro debiti in euro (o in dollari) nella loro valuta deprezzata. Molti farebbero default. Soprattutto se il paese è grande, le insolvenze potrebbero scatenare il panico, portando ad altre uscite dall'euro e ad un crescente circolo di disordini finanziari.

 

Perché gli europei hanno tentato una simile impresa senza benefici evidenti, ma con enormi rischi? Come hanno conciliato le sue ovvie contraddizioni? Come si sono manifestate queste contraddizioni una volta lanciato l'euro? Dove è finita l'Europa?

 

C'è una risposta generale a tutte queste domande. I leader europei non avevano idea nédel perché né di dove stessero andando. E come è stato detto, se non sai dove stai andando, finisci da qualche altra parte. Nonostante la loro visione idealistica, gli europei sono finiti altrove. Come ci si poteva aspettare, questo altrove non è un bel posto. L'euro ha azzoppato molti dei suoi paesi membri. Ha creato aspre divisioni tra gli europei. Se Aristotele fosse vivo oggi, vedrebbe come uomini e donne "eminentemente buoni e giusti" hanno messo in scena la tragedia dell'euro, "non con il vizio o la depravazione", ma con "l'errore o la fragilità".

 

Tratto da EuroTragedy: A Drama in Nine Acts (Oxford University Press). Copyright 2018.

24/04/18

25 aprile - Unione monetaria: un punto di vista italiano

La memoria del 25 aprile non dovrebbe essere pretesto per esercizi di retorica, nel migliore dei casi vacui e nel peggiore strumentali a posizioni contrarie agli interessi veri e profondi del nostro Paese. Per celebrare degnamente il giorno della Liberazione, riproponiamo un articolo di Alberto Bagnai, che analizza la crisi dell'eurozona e le sue conseguenze dal punto di vista dell'Italia, segnalando ancora una volta come il vincolo esterno legato alla moneta unica sia diventato un mezzo per orientare il processo democratico a dispetto della volontà popolare - e agire sulla distribuzione del reddito. Onorare il 25 aprile per noi significa difendere la sovranità e la democrazia in Italia.

 

 

Nel primo dei due capitoli scritti per L’euro est-il mort?, libro pubblicato in Francia che raccoglie i contributi di più autori coordinati dall’economista Jacques Sapir,  Alberto Bagnai - ben noto ai nostri lettori per il blog Goofynomics e presidente dell'associazione a/simmetrie - analizza la crisi dell’eurozona con l’aiuto dell’esperienza italiana, particolarmente utile da due punti di vista: perché l’Italia stessa è un’unione monetaria che non è un’area valutaria ottimale e ne ha già sperimentato le conseguenze; e perché le élite italiane hanno dichiarato molto esplicitamente quali erano, dal loro punto di vista, gli obiettivi dell'unione europea: utilizzare il vincolo esterno legato alla moneta unica per orientare il processo democratico e in questo modo la distribuzione del reddito. Senza il “sogno europeo”, il “ce lo chiede l’Europa” e le crisi generate dalla moneta unica non sarebbe stato possibile realizzare il programma di “riforme strutturali” che hanno indebolito e impoverito i lavoratori e in generale le fasce di popolazione più deboli. Il vero successo dell'euro, amaramente, è stato questo.

 

 

di Alberto Bagnai, ottobre 2016

 

 

Leuro e il declino delleconomia italiana

 

Adam Smith ce l’aveva ben detto, nel terzo capitolo del primo libro de «La ricchezza delle nazioni»: la divisione del lavoro è limitata dalla dimensione del mercato. Non ci si può aspettare che un produttore privo di sbocchi sul mercato sia spinto ad adottare innovazioni e quindi aumentare la produttività. A che cosa gli servirebbe produrre di più, o produrre a un costo più basso, se non ha qualcuno a cui vendere? La produttività non è una questione puramente esogena o tecnica. Nell’economia classica (Smith), come in quella keynesiana, e, ci permettiamo di aggiungere, nell’economia tout court, la produttività dipende anche dalla domanda.
Che cosa c'entra questo con l'Italia?

 

L'evento che più salta all’occhio nell'economia italiana degli ultimi trent'anni è senza dubbio l'improvviso arresto del tasso di crescita della produttività del lavoro, che si manifesta poco dopo la metà degli anni 90. Dal 1971 al 1996 la produttività del lavoro era aumentata a un tasso medio annuale del 2.7%, non lontano dal 3.0% della Francia e dal 2.9% della Germania. Tra il 1997 e il 2010 il tasso di crescita in Italia crolla allo 0.3%, mentre rimane all'1.4% in Francia e all'1.3% in Germania. È nel 1997 che comincia il declino dell'economia italiana, questo è un fatto così evidente che anche i sostenitori dell'euro sono costretti ad ammetterlo. In effetti il 1997 è un anno cruciale nel percorso verso la moneta unica. I paesi candidati infatti si erano impegnati ad adottare, nei due anni precedenti all'entrata in vigore dell'euro, una parità fissa rispetto all'ECU. Questo punto determinante sfugge ai più: per quello che riguarda il rapporto tra i paesi europei, l'euro in effetti ha inizio nel 1997, perché è a partire da questa data che i tassi di cambio tra i futuri paesi membri sono resi fissi (con margini di oscillazione molto ridotti).

 

La rigidità del tasso di cambio comporta una riduzione pressoché immediata del tasso di crescita delle esportazioni. La chiusura degli sbocchi sui mercati esteri, dove i prodotti italiani diventavano progressivamente sempre meno competitivi, produsse gli effetti che erano già chiari a Smith nel XVIII secolo, e sarebbero stati studiati più approfonditamente da Kaldor nel XIX: un circolo vizioso di caduta della produttività, che provoca una caduta della competitività, che causa una caduta delle esportazioni, che comporta un ulteriore calo della produttività. La crescita media dell'economia italiana tra il 1980 e il 1997 era stata del 2.3%. Dal 1997 alla crisi del 2009 scende all'1.3%. Se si tiene conto anche degli anni della crisi, dal 1997 al 2015 la crescita media è stata dello 0.4%. Il PIL nel 2015 era uguale a quello del 2000. L’Italia è tornata indietro di 15 anni e questa catastrofe senza precedenti nella sua storia e senza uguali oggi nell'eurozona dipende in larga misura dal fatto che la crisi ha colpito un'economia sofferente e in declino. Un declino che coincide con ciò che ne è stato la causa: l'adozione de facto dell’euro.[i]

 

 

LItalia e leuropeismo

 

Forse è per questo che, quando si affronta l'argomento dell'euro in Italia, è ormai difficile trovare qualcuno disposto a sostenere che la moneta unica ci protegge dalle crisi. I fatti dimostrano che argomenti economici di questo tipo erano falsi. Chi difende il progetto ora cerca piuttosto di mettere in rilievo la sua dimensione politica, che sarebbe soprattutto quella di favorire il superamento degli Stati-nazione. Questi ultimi, ci dicono, sarebbero la causa dei conflitti. Di conseguenza, per assicurare la pace ai popoli europei, bisogna spazzare via il «nazionalismo», creando un immenso Stato federale, di cui l'euro sarebbe un simbolo. In più, questo aiuterebbe gli Stati «piccoli», come l'Italia, a difendersi meglio dai «grandi» paesi emergenti. Diversi politologi (in particolare Majone e Zielonka) sottolineano che questo implica un modo di ragionare un po' assurdo: per combattere il nazionalismo si ricorre a un nazionalismo di ordine superiore[ii].

 

I grandi Stati federali, così come li conosciamo, derivano soprattutto dall'antico impero britannico (Stati Uniti, Canada, Australia, India). In realtà sono Stati-nazione, dove la lingua e le istituzioni inglesi sono dominanti (con l'eccezione dell'India, dove le differenti culture locali sono state difficili da sradicare e dove quindi la struttura federale non ha consentito di evitare numerosi conflitti). In Europa, gli Stati-nazione si affermano con i Trattati di Westfalia (1648), che misero termine alle guerre di religione. Le loro costituzioni sono uno strumento di protezione dei diritti fondamentali, a cui sarebbe pericoloso rinunciare senza sapere esattamente da che cosa sarebbero sostituite. È stata la Nato, e non l'Europa, che ci ha assicurato fino a oggi un lungo periodo di pace (o meglio, di guerra fredda), e tra le cause dell'ultima guerra mondiale c'è stato l'errore che Keynes aveva denunciato in anticipo: schiacciare la Germania sotto il suo debito di guerra.[iii] Prostrare un paese sotto il peso di un debito insostenibile: è esattamente lo stesso errore che si sta ripetendo oggi con la Grecia, e questo per salvaguardare l'euro «che porta la pace».

 

C'è forse del metodo, in questa follia europeista. In fondo, tutte le unioni monetarie sono, per definizione, strumenti di integrazione finanziaria, concepiti per facilitare il libero movimento dei capitali. Ora, la liberalizzazione dei movimenti dei capitali comporta una compressione dei redditi da lavoro[iv]. L'accanimento con cui le élite europee difendono la moneta unica, nonostante i suoi limiti evidenti, potrebbe quindi spiegarsi con la volontà di proteggere i profitti a spese dei salari.

 

Certo, si tratta di un obiettivo politicamente legittimo. Tuttavia, due cose dovrebbero metterci in guardia. Da una parte, il fatto che ormai la Banca centrale europea (BCE) si preoccupa per le conseguenze negative dei bassi salari sulla deflazione, e quindi sulla ripresa dell’economia europea.[v] Forse il bel gioco è durato troppo? Dall’altra, dovrebbe allarmarci il modo sottilmente sleale attraverso il quale il progetto europeo è stato presentato come qualcosa di cui non si poteva neppure discutere, viste le sue nobili intenzioni (garantire la pace) e le cui conseguenze economiche sarebbero andate a vantaggio delle classi sociali più deboli (perché l’euro le avrebbe «protette», e la «grande Europa politica» li avrebbe aiutati a combattere il «grande capitale internazionale»).
Nell'analisi dell'attuale vicolo cieco in cui si trova l'Europa, l'esperienza italiana può aiutarci. Nel percorso storico e politico italiano, due elementi sono a mio parere utili a questo scopo. Il primo è che l'Italia, proprio come la zona euro della quale fa parte, è essa stessa un'unione monetaria, che non è un'area valutaria ottimale, a causa delle profonde differenze strutturali tra Nord e Sud del paese. Gli italiani vivono quotidianamente i problemi che sorgono quando regioni troppo diverse si riuniscono sotto una stessa moneta, e hanno dovuto imparare ad affrontare questi problemi. Il secondo è che le élite italiane hanno dichiarato molto esplicitamente quali erano, dal loro punto di vista, gli obiettivi dell'unione europea. Si trattava, infatti, di utilizzare il vincolo esterno legato alla moneta unica per orientare il processo democratico e in questo modo la distribuzione del reddito. Se, come fa osservare Featherstone, dalla creazione - nel 1979 - del sistema monetario europeo il vincolo esterno in Europa è stato applicato un po' dappertutto per influenzare le politiche nazionali, la sua filosofia politica non è mai stata espressa così chiaramente come dagli esponenti politici italiani (al punto che perfino nella letteratura scientifica internazionale si usa l'espressione italiana «vincolo esterno»).[vi]

 

 

LItalia come unione monetaria

 

Nel 2006, uno studio della Banca d’Italia faceva osservare che 145 anni dopo l'unificazione monetaria dell’Italia (realizzata contemporaneamente all'unificazione politica), i livelli dei prezzi e i tassi d'inflazione nelle differenti regioni e province non convergevano ancora del tutto.[vii] Un fenomeno molto intrigante. Infatti, stando alla teoria economica ortodossa, a determinare il livello dei prezzi è la quantità di moneta circolante. Sarebbe dunque logico attendersi che a una moneta unica corrisponda un livello di prezzi, o almeno un'inflazione, unici. Questo studio mostra che in Italia non va affatto così. Uno studio successivo mostrò che la medesima cosa succedeva su scala europea, dove si assiste a una divisione dei paesi in tre «club d’inflazione»: i paesi del Nord (che convergono verso un' inflazione bassa), l’Italia (con un'inflazione media), e i paesi del Sud (con un'inflazione relativamente elevata).[viii] L'esperienza delle regioni italiane suggerisce tuttavia che questo stato di fatto è destinato a persistere molto a lungo, il che significa che bisognerà attendere molto tempo perché tutti i paesi europei convergano verso il medesimo tasso di inflazione.

 

Da questi fatti statistici derivano due conseguenze significative.
In primo luogo, il fatto che una moneta unica conduca comunque a livelli di inflazione diversi rimette in discussione l'ingenua convinzione che sia la moneta che «causa» i livelli dei prezzi. Non si tratta di un'osservazione puramente teorica, al contrario: si tratta di una constatazione politica. L'inizio della terza globalizzazione (la globalizzazione «finanziaria») è stato caratterizzato da due importanti riforme istituzionali: la liberalizzazione dei movimenti internazionali di capitali e l'affermazione del principio dell'indipendenza dai governi della Banca centrale.[ix] Quest'ultimo si traduce nella proibizione rivolta alla Banca centrale di finanziare programmi di spesa pubblica attraverso l'emissione di moneta (incluso l'acquisto di titoli di debito pubblico al momento dell'emissione).

 

Questo divieto, giustificato all'epoca con la necessità di contenere l'inflazione legata all'impennata del prezzo del petrolio, ha avuto come conseguenza quella di obbligare gli Stati sovrani a rivolgersi ai mercati finanziari (e dunque in misura sempre crescente agli investitori internazionali) per soddisfare i loro bisogni di finanziamento. Si partiva dal principio che questo avrebbe sottoposto i governi, potenzialmente corrotti o miopi, alla disciplina dei mercati, visto che questi si sarebbero rifiutati di finanziare governi inefficienti.

 

Alla base di questo approccio, c'era l'idea che, poiché è la moneta che provoca l'inflazione, lasciando la gestione della massa monetaria nelle mani dei governi, questi ne avrebbero sicuramente approfittato a fini elettorali, provocando di conseguenza un aumento dell'inflazione.

 

Tuttavia, il fatto che da una parte una moneta unica possa coesistere con tassi di inflazione diversi e divergenti e dall'altra che la creazione massiccia di moneta da parte della BCE non sia riuscita a rianimare l'inflazione in Europa ci permette di vedere chiaramente che il legame tra massa monetaria e inflazione non è automatico. Questo spiega perché a una moneta unica non corrisponde un'inflazione unica. L'esperienza europea (e prima di questa l'esperienza italiana) ormai ci conferma che la dinamica dei prezzi è legata ad altri elementi strutturali di un sistema economico, in particolare al mercato del lavoro: è il tasso di disoccupazione, e non quello di creazione di moneta, che regola il tasso d'inflazione.[x] Questo d'altra parte spiega perché è nel sud d'Italia, dove la disoccupazione è maggiore, che l'inflazione è più bassa. Se però la moneta non causa l'inflazione, non è più giustificabile la decisione di sottrarne la gestione ai governi per garantire la stabilità dei prezzi. Se cade questa motivazione, bisogna dunque che ci domandiamo quale sia la giustificazione per proibire il finanziamento monetario del debito pubblico. In effetti, l'idea di sottomettere gli Stati alla disciplina dei mercati o, in altri termini, di privatizzare il più possibile il circuito del risparmio e dell'investimento, sembra un po' superata, in un periodo in cui si assiste alla crisi mondiale di questi stessi mercati.

 

Il fatto che una moneta unica non garantisca la convergenza dei tassi d'inflazione ha un'altra conseguenza importante. Se infatti non si produce una convergenza, la moneta unica non può garantire che il rapporto tra i prezzi dei beni prodotti all'interno di un paese e quelli prodotti all'estero, quello che si definisce il tasso di cambio «reale», sia stabile. Nei paesi dove l'inflazione è più bassa, questo rapporto avrà la tendenza a diminuire. Si assisterà così a quella che si definisce una svalutazione del tasso di cambio reale, che corrisponde a un miglioramento della competitività, e comporta un surplus commerciale, al quale dovrà necessariamente corrispondere un deficit da qualche altra parte (nei paesi dove l'inflazione è più alta). Se il paese più forte avesse la sua propria valuta, questa tendenza sarebbe compensata da una rivalutazione del suo tasso di cambio: la moneta del paese forte diventerebbe anch'essa più forte, perché tutti la richiederebbero per acquistare i beni che produce.
Ma se la moneta è unica, il paese più forte non può rivalutare, il che vale a dire che non può riallineare la sua moneta alla sua produttività. Il peso dell'aggiustamento sarà allora sostenuto dai paesi che, per svariate ragioni (storiche, tecnologiche, sociali, culturali) in quel momento sono meno produttivi.

 

Negli anni '80 c'era la tendenza a interpretare questi fenomeni in un'ottica moralistica. Il deficit commerciale, si diceva, spronerà i deboli a correggersi. Un eccesso persistente di importazioni crea necessariamente un debito estero (perché bisogna pagare i beni che si acquistano all'estero) e una perdita di posti di lavoro (perché le importazioni non creano lavoro nelle regioni di destinazione, ma in quelle di provenienza). I paesi deboli si troveranno dunque di fronte a un dilemma: o diventare più produttivi (in modo da poter avere prezzi meno elevati) o perdere posti di lavoro, e sceglieranno per forza di cose la strada giusta, cioè fare le riforme necessarie a diventare più produttivi.

 

L'idea secondo cui, una volta buttati nella piscina della moneta unica, i paesi più deboli avrebbero volenti o nolenti imparato a nuotare era di per sé piuttosto autoritaria e sorda allo spirito di «solidarietà» e «unione sempre più stretta» declamato dal progetto europeo. In più, era smentita dall'esperienza italiana, e anche dalla più recente esperienza tedesca, che dimostrava che le regioni più deboli non riescono a recuperare facilmente il loro ritardo, quando sono schiacciate dal peso di una moneta troppo forte.[xi]

Infine, questa idea era un po' ingenua, nel senso che è ingenuo illudersi che, in mancanza di una rivalutazione della valuta del paese forte, la riduzione dei prezzi nel paese debole possa sistemare le cose. Certo, in linea di principio per far scendere i prezzi basta essere più produttivi: se lo stesso lavoratore produce il doppio dei beni, i beni possono essere venduti a metà prezzo.  Ma un aumento della produttività non si ottiene dall'oggi al domani. Questo meccanismo non è compatibile con l'urgenza generata dalle crisi finanziarie.

 

Quando scoppia la crisi, è piuttosto la disoccupazione (o la chiusura delle aziende) che assicura la moderazione dei prezzi. Se però la disoccupazione persiste, i lavoratori si trasferiscono. Per gli economisti «ortodossi» è un bene: il tasso di disoccupazione scende, perché, dopo che i disoccupati se ne sono andati, non ci sono più disoccupati. Pangloss non saprebbe dirlo meglio!

 

Gli economisti keynesiani hanno invece il buon senso di rendersi conto che questi disoccupati sono anche clienti delle aziende locali: la loro uscita di scena provoca quindi una crisi di domanda, che fa sprofondare le regioni deboli nella trappola del sottosviluppo. Se calano gli acquirenti locali, bisogna andare a caccia di mercati all'estero, e per farlo è necessario tagliare ancora maggiormente il costo del lavoro, ovvero i redditi dei lavoratori, spingendo ulteriormente a calare la domanda interna, in una spirale senza fine.

 

Del resto, è proprio questo che spiega la mancata convergenza dei prezzi tra le regioni italiane. La svalutazione «interna» (vale a dire la contrazione dei salari) è un meccanismo molto più lento e inerziale della svalutazione «esterna» (abbassamento del tasso di cambio della valuta nazionale). Una volta che il processo di aggiustamento è avviato, è difficile interromperlo al momento giusto, soprattutto se per favorirlo si sono messe in atto riforme strutturali (come il «jobs act» italiano o la «loi travail» francese). Il rischio è quindi di ritrovarsi intrappolati in una spirale deflazionistica. È quello a cui abbiamo assistito per decenni in Italia ed è quello da cui ci mette in guardia oggi la BCE a livello europeo.

 

Ci sono studi che dimostrano che la rigidità del tasso di cambio si accompagna a una crescita più debole.[xii] Non c'è da stupirsene: quando il meccanismo di aggiustamento si basa sulla diminuzione dei salari, è necessario che aumenti la disoccupazione (perché in caso contrario i lavoratori non accetterebbero la riduzione dei loro redditi). Ma è il lavoro che crea il valore. Un sistema economico che si riequilibra attraverso la disoccupazione è dunque destinato a creare meno valore.

 

L’esperienza italiana ci mostra che in questo gioco nessuno è vincitore. Se le regioni del Nord per un certo periodo hanno potuto sfruttare quelle del Sud come fonte di manodopera a basso costo, e allo stesso tempo come mercato per i prodotti delle loro industrie, a lungo termine la divergenza tra le due parti del paese risulta un rischio per la crescita, che compromette la stabilità finanziaria e finisce col creare tensioni secessioniste (rappresentate in Italia dalla Lega Nord). Lo stesso scenario si presenta oggi su scala europea.

 

 

Unione monetaria e  «vincolo esterno» tra economia e politica

 

Quanto detto finora non è una novità. Nel 1996, Rudiger Dornbusch (MIT) già sosteneva che «la critica più seria che si può rivolgere a un’unione monetaria è che abbandonando gli aggiustamenti ottenuti attraverso il tasso di cambio è destinata a trasferire al mercato del lavoro il compito di regolare la competitività e i prezzi relativi… Le perdite di prodotti e di lavoro finiranno col prevalere…».[xiii] Due anni più tardi, Paul Krugman segnalava che «il pericolo più evidente e più immediato è che l’Europa diventi giapponese: che scivoli inesorabilmente nella deflazione, e che nel momento in cui i banchieri centrali decidono di mollare la presa, sia troppo tardi».[xiv] Ben prima, nel 1971, Nicholas Kaldor (Cambridge) aveva stabilito un punto: «Sarebbe un errore pericoloso credere che l’unione economica e monetaria possa venire prima dell’unione politica, perché se la creazione dell’unione monetaria e il controllo della Comunità sulle finanze nazionali provocano tensioni che portano al crollo del sistema, l’unione monetaria avrà impedito lo sviluppo di una unione politica, invece di favorirlo».[xv]

 

Oggi sta accadendo proprio quello che gli economisti più autorevoli avevano previsto: siamo in deflazione, perché gli aggiustamenti agli shock esterni (come la crisi dei «subprimes») si sono trasferiti sul mercato del lavoro (e quindi sui salari, attraverso l’aumento della disoccupazione), cosa che ha messo sotto pressione le economie nazionali e ha allontanato le prospettive fondate di una unione politica.

 

Da questo punto di vista, si può dunque affermare che l’euro è uno dei più grandi successi della scienza economica: tutto quello che questa aveva previsto si è realizzato, ed esattamente nel modo in cui la scienza economica l’aveva previsto.[xvi] Si sarebbe tentati di concludere che l’unione monetaria è stata al contrario una grande sconfitta della politica: dopo avere ignorato gli avvertimenti degli economisti, i politici non hanno raggiunto nessuno degli obiettivi che ostentavano (prosperità, stabilità, pace) e ci si può chiedere se mai li raggiungeranno. Tuttavia il dibattito politico italiano ci offre una visione più sfumata, che cercherò di descrivere partendo dalle dichiarazioni di tre dei nostri uomini politici che hanno ricoperto ruoli di responsabilità in Europa.

 

Nel 2001, Romano Prodi (all’epoca presidente della Commissione Europea) affermò: «Sono sicuro che l’euro ci obbligherà a introdurre nuovi strumenti di politica economica. È politicamente impossibile proporli adesso, ma un giorno ci sarà una crisi e si creeranno questi nuovi strumenti ».[xvii]

 

Quali erano questi strumenti che si ritenevano necessari, ma non erano proponibili politicamente? Ovviamente, tutto ciò che poteva portare a una maggior flessibilità verso il basso dei salari. A questo riguardo si può citare Tommaso Padoa-Schioppa (allora membro del comitato esecutivo della BCE, e in seguito ministro nel governo Prodi): «Nell’ Europa continentale, un programma completo di riforme strutturali deve oggi spaziare nei campi delle pensioni, della sanità, del mercato del lavoro, della scuola e in altri ancora. Ma dev’essere guidato da un unico principio: attenuare quel diaframma di protezioni che nel corso del Ventesimo secolo hanno progressivamente allontanato l’individuo dal contatto diretto con la durezza del vivere, con i rovesci della fortuna, con la sanzione o il premio ai suoi difetti o qualità».[xviii]

 

Chiaramente, l'idea di essere riavvicinati bruscamente alla durezza del vivere non poteva sorridere agli elettori. Questa durezza, in particolare la disoccupazione, è stata usata per assicurare la flessibilità dei salari verso il basso: il meccanismo di aggiustamento ritenuto essenziale alla sopravvivenza della moneta unica, e che oggi è in fase di accartocciarsi su se stesso in una crisi deflazionistica (come Krugman aveva previsto). Ma se anche questo meccanismo potesse funzionare, tuttavia, resterebbe un piccolo problema: i salari, in una economia capitalistica, costituiscono il reddito della maggioranza dei cittadini. Questo rende di per sé poco politicamente sostenibile un sistema economico che a ogni crisi esige di ridurli. A questo proposito, nel 1998, Mario Monti (allora Commissario europeo per il mercato interno) aveva dichiarato: «Tutto sommato, alle istituzioni europee interessava che i Paesi facessero politiche di risanamento. E hanno accettato l’onere dell’impopolarità essendo più lontane, più al riparo, dal processo elettorale».[xix]

 

L'esperienza italiana ci offre quindi una nuova griglia analitica, coerente con le dichiarazioni dei politici italiani: a quanto pare, le élite dei paesi dell'UE periferici, come l'Italia, volevano smantellare e privatizzare lo stato sociale (Padoa Schioppa), sotto la pressione di una situazione di emergenza causata da crisi economiche (Prodi), utilizzando l'UE come capro espiatorio (Monti). Si tratta di una dinamica politica che è stata teorizzata e analizzata da molti autori, tra cui Featherstone.

 

L'adesione all'euro, e in precedenza al Sistema monetario europeo, ha creato un "vincolo esterno" il cui scopo era quello di garantire la sostenibilità politica del progetto, a molti livelli: in primo luogo, perché le crisi che il processo di integrazione monetaria rende inevitabili, aprono finestre di opportunità per l'avanzamento del progetto di unione politica. È la teoria di Jean Monnet, secondo il quale «l’Europa sarà costruita attraverso le crisi e sarà la somma delle soluzioni apportate a queste crisi».[xx] Inoltre, le crisi finanziarie permettono di proporre ai cittadini, come misure di emergenza, tagli di bilancio i cui effetti sulla distribuzione del reddito saranno permanenti.[xxi]

 

Ancora, perché ciò consente di attribuire a un ente "terzo", "indipendente" e soprattutto sottratto al controllo diretto degli elettori, vale a dire "l'Europa", la responsabilità delle politiche regressive che gli stessi elettori avrebbero respinto se fossero state proposte dai governi nazionali. È qui che le parole di Monti sono coerenti con l'analisi di Featherstone del "vincolo esterno”: dato che la moneta unica non è compatibile con il modello europeo di tutela del lavoro, quest'ultimo deve cedere il passo alla prima.
Per garantire il successo di questo progetto politico, che era, in sostanza, un progetto di redistribuzione del reddito, bisognava presentarlo come il risultato inevitabile di fenomeni incontrollabili (come ad esempio la globalizzazione) ed errori del passato (la prodigalità dei governi). La realtà era un po' diversa: lo smantellamento dello stato sociale e del sistema di protezioni del lavoro non mirava al consolidamento dei bilanci pubblici, che non ne avevano bisogno,[xxii] quanto piuttosto a promuovere l'aggiustamento verso il basso dei salari, meccanismo essenziale in un regime di moneta unica.

 

Da questo punto di vista, l’euro è stato senza alcun dubbio un grande successo. Ormai in Italia più o meno tutti ammettono che lo spauracchio del debito pubblico non giustificava le riforme realizzate negli ultimi cinque anni (dalla riforma delle pensioni, a quella della scuola, a quella del codice del lavoro, come suggerito da Padoa Schioppa). L’insorgere della crisi bancaria ha mostrato a tutti che il problema era altrove, vale a dire nel circuito finanziario privato, e non in quello pubblico.[xxiii] Impoverire un intero paese con politiche di imposte più alte e tagli alle prestazioni sociali ha peggiorato la situazione, ma cancellare i risultati di questi errori non sarà facile.

 

 

[i][i] Bagnai, A. 2016. Italy’s decline and the balance-of-payments constraint: a multicountry analysis. International Review of Applied Economics, 20, 1-26.

 

[ii] Giandomenico Majone (2014) Rethinking the union of Europe post-crisis  Has integration gone too far?, Cambridge: Cambridge University Press; Jan Zielonka (2014) Is the EU doomed?, Cambridge: Polity Press.

 

[iii] John Maynard Keynes (1931) Essays in persuasion, London: MacMillan.

 

[iv] Su questo ultimo punto, Davide Furceri et Prakash Loungani (2015) « Capital Account Liberalization and Inequality »,IMF Working Papers 15/243, International Monetary Fund.

 

[v] Banca Centrale Europea (2016) « Economic Bulletin », n. 3 (marzo).

 

[vi] Kevin Featherstone K. (2001) “The political dynamics of the vincolo esterno: the emergence of EMU and the challenge to the European social model”, Queens Papers on Europeanisation, 6, Belfast: Queens University.

 

[vii] Fabio Busetti, Silvia Fabiani, Andrew Harvey (2006) "Convergences of prices and rates of inflation," Temi di discussione (Economic working papers) 575, Bank of Italy, Economic Research and International Relations Area.

 

[viii] Fabio Busetti, Lorenzo Forni, Andrew Harvey, Fabrizio Venditti (2007) "Inflation Convergence and Divergence within the European Monetary Union," International Journal of Central Banking, vol. 3(2), pp. 95-121, giugno.

 

[ix] Carmen M. Reinhart, Belen Sbrancia (2011) “The liquidation of government debt”, BIS Working Papers, n. 363, novembre

 

[x] Questo approccio è ormai condiviso dalla Banca Centrale Europea (op. cit.).

 

[xi] L'esperienza tedesca è descritta da Vladimiro Giacché (2013) Anschluss. Lannessione. Lunificazione della Germania e il futuro dellEuropa. Reggio Emilia: Imprimatur Editore.

 

[xii] Eduardo Levy-Yeyati, Federico Sturzenegger (2003) "To Float or to Fix: Evidence on the Impact of Exchange Rate Regimes on Growth," American Economic Review, vol. 93(4), pp. 1173-1193; Martin T. Bohl, PhilipMichaelis, Pierre L. Siklos (2016) “Austerity and recovery: Exchange rate regime choice, economic growth, and financial crises”, Economic Modelling, vol. 53, pp. 195-207

 

[xiii] Rudiger Dornbusch (1996) “Euro fantasies”, Foreign Affairs, vol. 75, n. 5 (la traduzione è nostra).

 

[xiv] Paul Krugman (1998) “The euro: beware of what you wish for”, Fortune, dicembre (la traduzione è nostra).

 

[xv] Nicholas Kaldor (1971) “The Dynamic Effects of The Common Market”, The New Statesman, 12 marzo.

 

[xvi] Restano da spiegare le complesse ragioni che hanno portato la maggior parte degli economisti a difendere, al momento della sua crisi, il medesimo progetto del quale avevano preannunciato il faIlimento.

 

[xvii] Romano Prodi (2001) “Prodi pledges to make role more visible after attacks on leadership”, intervista sul Financial Times, 5 dicembre 2001, p. 1 (edizione di Londra).

 

[xviii] Tommaso Padoa Schioppa (2003) “Berlino e Parigi: ritorno alla realtà”, Il Corriere della Sera, 26 agosto 2003.

 

[xix] Federico Rampini (1998), Intervista sull’Italia in Europa, Roma, Bari: Laterza.

 

[xx] Jean Monnet (1976) Mémoires, Paris: Fayard.

 

[xxi] Ishac Diwan (2001) “Debt as Sweat: Labor, financial crises, and the globalization of capital”, mimeo, World Bank.

 

[xxii] Commission Européenne (2012), “Fiscal sustainability report”, settembre.

 

[xxiii] Richard Baldwin, Francesco Giavazzi (2015) The Eurozone crisis: a consensus view of the causes and a few possible solutions, Londre: CEPR Press-

 

15/01/18

Foreign Affairs: l'Euro è in declino?

La moneta unica, in assenza delle istituzioni statuali necessarie, è tenuta in piedi soltanto dalla BCE, diventata nel corso della crisi dell'euro prestatore non ufficiale di ultima istanza. Tuttavia, la legittimità della BCE si fonda sul principio della banca centrale indipendente e più in generale su quella ideologia neoliberale che decenni di bassa inflazione e crescita lenta mettono sempre più in discussione. L'incapacità della UE di darsi istituzioni statuali, combinata con l'ascesa delle istanze dei partiti cosiddetti populisti che implicitamente contestano la legittimità stessa della BCE, mette in serio dubbio la capacità della UE di rispondere alle future crisi e trasforma l'Europa da "assistente" dell'egemonia finanziaria statunitense in "generatore di rischi" per il sistema finanziario globale. Da Foreign Affairs.

 

 

 

di Kathleen R. McNamara, 12 gennaio 2018

 

Quando l'euro fu creato circa 15 anni fa, c’era l’ipotesi che la nuova valuta avrebbe potuto sfidare il dominio del dollaro USA come valuta internazionale di riserva. Ma il guardiano dell'euro, la Banca Centrale Europea (BCE), aveva poco desiderio per tale ruolo. Allo stesso modo, i mercati valutari hanno mostrato scarso sostegno all’idea di soppiantare l'egemonia del dollaro con l'euro, nonostante il passaggio a obbligazioni denominate in euro e un rafforzamento del valore dell'euro negli anni 2000. Ciò ha significato che l'UE, in gran parte, ha svolto un ruolo di "supporto" all'egemonia finanziaria statunitense, nel periodo postbellico fino ad oggi.

 

Ma ora, lo status di "assistente" dell'Europa potrebbe essere in discussione. Le forze populiste che sono emerse in tutto il continente mettono alla prova la legittimità dell'euro e minacciano le fondamenta sia istituzionali che ideologiche su cui poggia. Con questa incertezza, sorge la possibilità che l'UE si trasformi in un "generatore di rischio" all'interno dell'ordine finanziario globale o, forse ancora peggio, in un "saccheggiatore" del sistema stesso.

 

UNO SVILUPPO POLITICO INCOMPLETO

 

L'autorità sovrana della BCE è fondamentale per la più ampia stabilità del sistema finanziario globale. Ma una delle sue principali debolezze riguarda le particolarità dell’architettura dell'euro: a differenza di ogni altra valuta di successo, a livello europeo c'è solo la BCE, mentre mancano le più ampie istituzioni sociali e politiche necessarie a dare fondamenta stabili e durature alle valute. Sono quattro i ruoli per cui questo ampio assetto dell'autorità politica risulta necessario : funzionare da generatore affidabile di fiducia e liquidità per il mercato; fornire una solida regolamentazione del rischio finanziario; costruire meccanismi di redistribuzione fiscale e aggiustamento economico; creare la solidarietà necessaria ad affrontare tempi difficili. È questa mancanza di un governo più ampio che mette in pericolo l'euro e lo rende un potenziale "predone" del sistema finanziario internazionale, non le sue carenze come valuta ottimale, come hanno sostenuto alcuni economisti come Paul Krugman.

 

Per quanto riguarda il primo elemento, che serve come supporto visibile e a prova di bomba per rassicurare i mercati finanziari, la zona euro sta facendo relativamente bene. Sebbene in origine fosse stata creata come banca centrale iper-indipendente, dotata di un mandato ristretto per combattere l'inflazione e proteggere il valore dell'euro, la BCE nel corso del tempo si è dimostrata più innovativa nel fornire fiducia e liquidità di quanto immaginassero i suoi creatori quando si incontrarono a Maastricht nei primi anni '90. In particolare, la BCE, sotto la guida di Mario Draghi, ha emesso centinaia di miliardi di euro in prestiti di emergenza alle banche europee negli anni successivi all'implosione dell'economia greca a seguito della recessione globale del 2008. La politica monetaria rispecchia in qualche misura la decisione del Tesoro statunitense e della Federal Reserve nel 2008 di salvare le banche americane attraverso il Troubled Assets Relief Program [Programma di Aiuto agli Asset in Difficoltà, ndt]. Anche le Long Term Refinancing Operations [operazioni di rifinanziamento a lungo termine, ndt] della BCE, che prestano denaro a tassi di interesse molto bassi agli stati membri in difficoltà, rappresentano un significativo allontanamento dall'immagine della BCE come istituzione che non agisce per sostenere le entità in difficoltà finanziarie. Gli LTRO si sono dimostrati relativamente efficaci nel calmare i mercati e dare agli stati membri indebitati un certo spazio per fare le riforme, anche se le richieste di politica di austerità sono state gravemente dannose.

 

Queste nuove politiche e questi programmi sono stati accompagnati da una serie di dichiarazioni molto più energiche e apertamente politiche da parte dei dirigenti della BCE. Nell'estate del 2012, i commenti muscolari di Draghi che impegnavano la sua istituzione a fare "tutto il necessario" per salvare l'euro hanno ricevuto molta attenzione in Europa e negli Stati Uniti, ma è stata soltanto una delle molte dichiarazioni che sono venute dalla BCE durante la crisi della zona euro. In termini sia della sua capacità istituzionale che del suo ruolo nel dibattito politico, la BCE ha svolto un ruolo essenziale e inaspettato in quanto prestatore non ufficiale di ultima istanza, riducendo così il ruolo di potenziale "generatore di rischio" dell'UE.

 

Tuttavia, il secondo fattore, che richiede un'unione bancaria e finanziaria europea, è quello dove l'UE ha mostrato maggiore debolezza. La profonda integrazione finanziaria tra gli stati europei richiede un quadro onnicomprensivo per proteggersi dal contagio di crisi bancarie. Sebbene ci sia stato qualche movimento verso una tale struttura di unione bancaria, essa rimane incompiuta. La Commissione Europea, con il sostegno della BCE, ha avuto successo nell'ottenere un accordo su un meccanismo unico di vigilanza per le banche della zona euro. Questa iniziativa è guidata dalla BCE e fornisce un regolamento unico per tutte le banche. L'Autorità Bancaria Europea, creata nel 2011, è un nuovo importante attore che disciplina gli Stati della zona euro e quelli non appartenenti all'euro come parte del Sistema Europeo di Vigilanza Finanziaria. Questi sviluppi normativi e istituzionali, tuttavia, devono ancora includere elementi cruciali come l'assicurazione comune sui depositi, che proteggerebbe da una corsa catastrofica agli sportelli in tutta l'UE, e le regole di risoluzione bancaria devono ancora essere attuate per far fronte alle future crisi bancarie.

 

Il terzo elemento – l’unione fiscale ed economica - rimane il più irraggiungibile per l’UE. Anche se alcuni hanno sostenuto che l'UE ha bisogno solo dell'unione bancaria, politicamente più praticabile, l'unione fiscale rimane fondamentale per gestire gli inevitabili alti e bassi di una valuta comune, fornendo meccanismi per la redistribuzione fiscale e l'aggiustamento economico. Un'unione fiscale comporta la capacità di ricavare gettito attraverso le tasse, di redistribuire il denaro attraverso la spesa pubblica e di raccogliere fondi aggiuntivi attraverso strumenti di debito pubblico. L'UE attualmente non ha nessuna di queste funzioni esplicite, sebbene (meno visibilmente) redistribuisca fondi attraverso il suo Fondo Europeo di Sviluppo Regionale e il Fondo Sociale Europeo. Le proposte degli "eurobond" e di altri modi di mutualizzare il debito nell'eurozona si sono rivelate politicamente provocatorie perché implicano un'integrazione politica molto più profonda di quella che molti in Europa sono disposti ad accettare, mentre in Germania suscitano in alcuni il timore di rimanere invischiati nelle spese dissolute dei loro vicini. Al posto di un'unione fiscale, la dirigenza dell'UE e i capi di stato e di governo hanno aggressivamente cercato di imporre programmi di austerità, che comportano riduzione del deficit e del debito, su società che stanno ancora barcollando per le conseguenze negative della crisi finanziaria. Tali sforzi sembrano molto più simili ai programmi di prestito condizionale ai prestiti di aggiustamento strutturale del FMI che ad un sistema amministrativo integrato che potrebbe tenere insieme un'unione monetaria. Questi programmi di austerità mettono a repentaglio il futuro dell'UE e, quindi, la stabilità nel più ampio ordine finanziario globale.

 

Infine, all'Unione europea manca anche un'unione politica più ampia, che costituisce il fondamento legittimo di tutte le altre valute. Sebbene negli ultimi 50 anni l'UE sia diventata notevolmente istituzionalizzata, con un quadro giuridico di tipo costituzionale e una serie di politiche e pratiche che incidono profondamente sulla vita quotidiana di tutti gli europei, non ha tutte le strutture amministrative di stampo statale che supportano tutte le altre valute nazionali. A scapito della stabilità europea e globale, semplicemente l'UE non ha creato la solidarietà sociale e le istituzioni politiche legittime per integrare adeguatamente l'euro in un quadro politico più ampio.

 

Poiché i meccanismi politici per stabilizzare l'economia europea rimangono elusivi, la crisi dei flussi di rifugiati e il reinsediamento dei migranti, la Brexit e l'ascesa di gruppi populisti anti-UE hanno gettato seri dubbi sul più ampio progetto europeo e hanno così trasformato il ruolo dell'Europa, da “assistente" a  "generatore di rischio" nell'ordine finanziario globale.

 

IL DECLINO DEL NEOLIBERALISMO

 

Ma le configurazioni istituzionali non sono l'unico fattore importante nel considerare la sicurezza del ruolo dell'UE nell'ordine finanziario globale. Anche le idee sono dispositivi essenziali e inevitabili di legittimazione. In effetti, l’iper-indipendente e politicamente isolata BCE è in parte il risultato della più ampia cultura del neoliberalismo, un insieme di idee che comprende una serie di politiche, come la rigida delega del controllo sull'offerta di denaro ad esperti scollegati dalla democrazia rappresentativa. Il razionale teorico alla base di questa idea è semplice: i politici che inseguono i voti probabilmente cercheranno di manipolare l'economia in modi che rendono felice la popolazione nel breve termine, ignorando la possibilità che le loro politiche monetarie generino problemi economici a lungo termine. L'isolamento delle banche centrali dall'influenza diretta dei funzionari eletti è stato uno dei cambiamenti di governo più importanti a livello globale negli anni '90. La BCE, istituita nel 1999, ha portato l'indipendenza della banca centrale all'estremo, avendo soltanto deboli canali di rappresentanza e supervisione politica.

 

L'indipendenza della banca centrale ha raggiunto uno status formidabile nella vita politica contemporanea, con pochi dubbi sulla sua logica o efficacia. Ma le prove a sostegno dell'indipendenza della banca centrale sono sempre state contrastanti, nel migliore dei casi. Questa contraddizione può essere spiegata da ciò che chiamo diffusione di una "narrativa razionale". I governi come quelli della zona euro scelgono di delegare il potere finanziario per acquisire importanti proprietà legittimanti e simboliche, che sono particolarmente allettanti in tempi di incertezza o difficoltà economiche.

 

Questa dinamica è razionale e strumentale, ma solo se inserita in un contesto culturale e storico molto specifico che legittima quella delega, la cultura del neoliberismo. Invece, il passaggio a una banca centrale indipendente sembra solo proteggere la politica monetaria dalla politica. Infatti, come ha sostenuto Jacqueline Best in Foreign Affairs, cementa un insieme specifico di ideologie e posizioni partigiane che favoriscono determinati gruppi sociali, in particolare gli investitori, rispetto ad altri, come i lavoratori. La BCE ha beneficiato del forte consenso sulla desiderabilità dell'indipendenza della banca centrale, che è stata parte integrante della svolta neoliberale dagli anni '90 in poi.

 

La domanda è questa: dopo diversi decenni di bassa inflazione e crescita lenta, questa legittimazione delle banche centrali indipendenti potrà continuare? Questo è tutt'altro che chiaro, poiché gli effetti disastrosi delle politiche di austerità imposte ai paesi debitori come Grecia, Irlanda, Italia, Portogallo e Spagna hanno creato profonde divisioni politiche e hanno alimentato le fiamme della reazione populista contro l’isolata tecnocrazia europea. Mentre partiti euroscettici emergono in tutta l'UE per sfidare il consenso liberale ortodosso che ha governato l'UE, non è chiaro se i fondamenti che legittimano la BCE e l'euro oggi siano ancora validi. Se la giustificazione dell'indipendenza della BCE è messa in discussione, ma la configurazione istituzionale dell'UE non è aggiornata per dare all'euro l'autorità politica di cui ha bisogno, è molto probabile che l'UE avrà moltissime difficoltà.

 

Proprio come gli osservatori ora temono che gli Stati Uniti siano in una posizione strutturalmente indebolita a causa dell’apparente rifiuto del ruolo di "nazione indispensabile" degli Stati Uniti da parte del presidente Donald Trump, lo sviluppo politico incompleto dell'UE e la reazione contro l'ideologia che legittima la BCE mettono in discussione la capacità dell'Europa di affrontare crisi future. Questi fattori rendono l'UE un "generatore di rischio" come minimo e un potenziale "saccheggiatore" nell'ordine finanziario globale nel peggiore dei casi. Il sistema finanziario globale non può permettersi un simile esito.

15/12/17

Die Welt - L’Euro ha frenato anche la Germania

Il quotidiano tedesco Die Welt, vicino alle posizioni di Angela Merkel, dà spazio a sorpresa a uno studio di alcuni economisti della BCE che risulta altrettanto sorprendente, per via di un'analisi fortemente critica della moneta unica. Invece che far convergere le economie dei Paesi membri, l'Euro ne ha amplificato le divergenze, portando al crollo del reddito pro capite di nazioni che potevano contare su economie floride prima dell'aggancio valutario, prima tra tutte l'Italia. Nonostante, come prevedibile, la ricerca indichi tra le concause della crisi alcuni dei consueti mantra liberisti, si tratta della prima volta che un'istituzione come la BCE ammette ufficialmente le asimmetrie provocate dall'Unione monetaria.

 

 

di Anja Ettel, Holger Zschäpitz, 04/12/2017

 

Quando gli economisti della Banca centrale europea (BCE) elaborano delle ricerche su temi cardine dell'Unione, in genere sono gli stessi "guardiani della moneta" ad invitare i giornalisti alla discussione, prima ancora della pubblicazione ufficiale dei documenti.

 

Gli studi elaborati dai ricercatori della BCE sono talmente numerosi che, senza il necessario briefing con la stampa, la maggior parte rischierebbe di finire nel dimenticatoio dell'opinione pubblica senza colpo ferire.

 

Non sorprende quindi che anche la ricerca più recente, un’osservazione a lungo termine sulla "convergenza reale nella zona euro", valesse una tavola rotonda. In fin dei conti, si tratta di una delle questioni più delicate dell'unione monetaria.

 



 

Nello specifico, si tratta di comprendere se l'Euro, sin dalla sua introduzione nel 1999, abbia effettivamente soddisfatto l'obiettivo che si era posto, ovvero quello di diventare il motore dell'integrazione economica dell'Europa, o se, al contrario, abbia ampliato il divario tra le economie degli Stati membri. Lo studio emerso dai ranghi degli economisti della BCE giunge a conclusioni poco lusinghiere. Anche a 18 anni dall'introduzione della moneta unica, persiste nell'area valutaria un forte divario nord-sud. Anzi, dalla crisi finanziaria del 2008 a oggi, la distanza tra i paesi dell'Eurozona è persino aumentata.

 

La Spagna non è riuscita a stare al passo

 

Secondo gli autori dello studio è sorprendente come l'Unione monetaria non abbia favorito l'avvicinamento delle economie dei primi 12 membri dell’Unione. "Contrariamente a quanto si sarebbe aspettato, l'introduzione dell'Euro non ha fatto da catalizzatore per una rapida convergenza”.

 

Ciò vale soprattutto per il sud della zona euro. A detta del rapporto, la Spagna, per esempio, in termini di sviluppo del reddito è rimasta indietro di18 anni rispetto alla media UE. I segnali di crescita dei primi anni sarebbero stati totalmente annullati dalla crisi del debito.

 



 

Dall'avvento dell'Euro anche l'Italia è precipitata sempre di più. Lo Stato che affaccia sul mediterraneo, che, considerando il Pil pro capite, originariamente faceva parte dei Paesi ricchi, è franato nel frattempo nel gruppo delle nazioni più povere. Le conseguenze della crisi finanziaria degli anni 2008/2009 possono spiegare solo in parte questa crisi. A detta degli autori, i problemi del Belpaese, affetto da tempo da cronici problemi di crescita e debolezze strutturali, sono in parte "autoinflitti".

 

La ricchezza del Paese diminuisce

 

È importante sottolineare come lo studio in questione sia un saggio tecnico elaborato da alcuni economisti della BCE insieme a un autore originario della Slovacchia. Il documento non riflette necessariamente l'opinione della Banca Centrale Europea. È comunque degno di nota il fatto che l'organo comunitario pubblichi in modo così prominente un'analisi decisamente critica nei confronti dell’Euro.

 

Tuttavia, il saggio non facilita per nulla suoi lettori: molte delle formulazioni rimangono piuttosto vaghe, e gli stessi grafici non riflettono dei risultati immediatamente chiari, ma mostrano delle conclusioni frammentate rispetto alla convergenza nell'unione monetaria. Pertanto, i non-economisti sono costretti a ricomporre gli esiti della ricerca come se si trovassero alle prese con un puzzle.

 

I numeri sono allarmanti. Prima dell'inizio dell'euro il reddito pro capite italiano era il 122% della media europea. Diciotto anni dopo la ricchezza è solo al 96%. Al contrario, la Spagna è migliorata di dieci punti, dal 93% al 103%, tuttavia, questo aumento è dovuto principalmente a un boom immobiliare che non ha avuto vita lunga.

 

I numeri della convergenza delle economie europee sfatano un altro mito. Pare che la Germania, infatti, non sia affatto il grande vincitore dell'Euro, come si sente ripetutamente affermare. Soprattutto nei primi anni dell'Unione monetaria, la ricchezza tedesca era in calo rispetto all'intera UE. Nel 1998, il PIL pro capite era pari al 125% della media e alla fine del 2016 solo il 123%.

 

La Germania è al di sotto del proprio potenziale

 

Quanto siano davvero pronunciate le differenze tra i vari Paesi è mostrato nella quinta parte dello studio. Un grafico a barre confronta l'ipotetico sviluppo della prosperità nell'area dell'euro con quello reale. Tra i grandi vincitori ci sono prima di tutto l'Irlanda e gli Stati baltici. La Germania si piazza nelle posizioni centrali, risultando in lieve perdita. I maggiori perdenti risultano Grecia, Portogallo, Italia e Cipro.

 

Nonostante tutto, gli economisti non arrivano al punto di incolpare l'euro di questo disastro. Secondo gli autori, molti Paesi hanno perso la propria competitività globale molto prima dell'adesione alla moneta unica. In effetti i risultati suggeriscono che i Paesi a cui l'euro ha portato benefici sono, in particolare, quelli che hanno rispettato ampiamente le regole, come gli Stati baltici, la Slovacchia e i Paesi Bassi.

 

A crollare sono stati invece i Paesi che hanno aderito all'Euro ma che hanno in seguito infranto le regole per via di una "cultura della svalutazione" della propria moneta maturata nel corso di decenni. L'Irlanda, al contrario, ha beneficiato della sua posizione di Paese a bassa tassazione, una tattica che non pochi esperti considerano ingiusta.