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14/12/22

TWITTER FILES, Parte 4 - La rimozione di Donald Trum (7 gennaio)

 


Traduzione di @Maur0068

La rimozione di Donald Trump: 7 gennaio

Man mano che la pressione aumenta, i dirigenti di Twitter pongono le basi per un divieto permanente

Il 7 gennaio, i dirigenti Twitter di alto livello:

- confezionano le giustificazioni per bandire Trump

- cercano un cambio di strategia solo per Trump, distinto dagli altri leader politici

- non esprimono alcuna preoccupazione per le implicazioni sulla libertà di parola o sulla democrazia di un bando

Questa parte di #TwitterFiles è stata scritta insieme a @lwoodhouse

Riassunto delle puntate precedenti:

Parte 1, dove @mtaibbi documenta come i dirigenti Twitter di alto livello hanno violato le proprie regole per impedire la diffusione di informazioni corrette sul laptop di Hunter Biden; (qui in italiano)

Parte 2, dove @bariweiss mostra come i dirigenti Twitter di alto livello hanno creato liste nere segrete per "de-amplificare" gli utenti Twitter non di loro gradimento, non solo tweet specifici; (qui in italiano)

E la parte3, dove @mtaibbi documenta come i dirigenti Twitter di alto livello hanno censurato i tweet di Trump nel periodo precedente alle elezioni del novembre 2020 mentre si incontravano regolarmente con i rappresentanti delle agenzie di sicurezza del governo degli Stati Uniti. (qui in italiano)

Per anni, Twitter ha resistito agli appelli di chi chiedeva la messa al bando di Trump.

"Bloccare un leader mondiale su Twitter", scrivevano nel 2018, "nasconderebbe informazioni importanti... [e] ostacolerebbe i necessari approfondimenti sulle loro parole e azioni".


Ma dopo gli eventi del 6 gennaio, la pressione interna ed esterna sul CEO di Twitter @jack cresce.

La ex First Lady @michelleobama, la giornalista @karaswisher, @ADL [Anti-Defamation League], il venture capitalist high-tech @ChrisSacca, e molti altri, invitano pubblicamente Twitter a bandire definitivamente Trump.



 




Dorsey era in vacanza nella Polinesia francese la settimana dal 4 all'8 gennaio 2021. Partecipava alle riunioni via telefono, ma delegava anche gran parte della gestione della situazione ai dirigenti anziani @yoyoel, Global Head of Trust and Safety di Twitter, e @vijaya, Responsabile del dipartimento Legale, Strategia e Trasparenza.

Per capire il contesto, è importante sapere che lo staff e i dirigenti Twitter di altro livello erano in numero preponderante progressisti.

Nel 2018, 2020 e 2022, il 96%, 98% e il 99% delle donazioni a partiti politici fatte dai dipendenti di Twitter è andato ai Democratici.


Nel 2017, Roth ha twittato che c'erano degli "AUTENTICI NAZISTI NELLA CASA BIANCA".

Nell'aprile 2022, Roth ha detto a un collega che il suo obiettivo "è indirizzare il cambiamento nel mondo", motivo per cui ha deciso di non dedicarsi ad una carriera accademica.

 



Il 7 gennaio, @Jack invia e-mail ai dipendenti dicendo che Twitter deve rimanere coerente nelle sue politiche, incluso il diritto degli utenti di tornare su Twitter dopo una sospensione temporanea.

Successivamente, Roth rassicura un dipendente dicendo che "le persone a cui questo sta a cuore... non sono contente di come vanno le cose"


Intorno alle 11:30 PT, Roth invia un messaggio diretto ai suoi colleghi con una notizia che condivide con entusiasmo.

"INDOVINA UN PO'...", scrive. «Jack ha appena approvato una regola di recidiva per violazione della correttezza civica.»

Il nuovo approccio avrebbe creato un sistema in cui cinque violazioni ("strikes") si tradurrebbero in una sospensione permanente.


"E' un progresso!" esclama un membro del Trust and Safety Team di Roth.

Lo scambio tra Roth e i suoi colleghi chiarisce che avevano esercitato pressioni su @jack per ottenere maggiori restrizioni su quello che Twitter consentiva di dire a proposito delle elezioni.

Il collega vuole sapere se questa decisione significa che Trump può finalmente essere bandito. La persona chiede: "l'aspetto dell'incitamento alla violenza cambia quel conto?"

Roth dice di no. "A Trump resta ancora solo una violazione".


La domanda del collega di Roth sull'"incitamento alla violenza" prefigura decisamente ciò che accadrà il giorno successivo.

L'8 gennaio Twitter annuncia un blocco permanente di Trump a causa del "rischio di ulteriore incitamento alla violenza".


L'8 gennaio, Twitter afferma che il suo divieto si basa "in maniera specifica su come [i tweet di Trump] vengono accolti e interpretati".

Ma nel 2019, Twitter sosteneva che "non tentiamo di determinare tutte le potenziali interpretazioni dei contenuti o delle loro intenzioni".

L'*unica* seria preoccupazione che abbiamo trovato espressa all'interno di Twitter sulle implicazioni per la libertà di parola e la democrazia del bandire Trump proveniva da una persona con meno anzianità nell'organizzazione. Era nascosto in un canale Slack di livello inferiore noto come "site-integrity-auto".

"Questa potrebbe essere un'opinione impopolare, ma decisioni ad hoc una tantum come questa che non sembrano essere basate sulle linee guida sono a mio modesto avviso [imho: in my humble opinion] un piano inclinato scivoloso... Questa ora sembra essere la decisione di un CEO di una piattaforma online con una presenza globale che può controllare la libertà di parola per il mondo intero..."

I dipendenti di Twitter usano spesso il termine "una tantum" nelle loro discussioni su Slack. Il suo uso frequente rivela una notevole discrezionalità dei dipendenti su quando e se applicare etichette di avvertimento sui tweet e "violazioni" [strikes] degli utenti. Ecco alcuni esempi tipici.


Richiamo da #TwitterFiles2 di @bariweiss che, secondo lo staff di Twitter, "Controlliamo abbastanza la visibilità e l'amplificazione dei contenuti. E le persone normali non sanno quanto lo facciamo".


I dipendenti di Twitter vedono la differenza tra la propria strategia e i Termini di servizio (TOS) di Twitter, ma si cimentano anche in complesse interpretazioni dei contenuti allo scopo di eliminare i tweet proibiti, come rivela una serie di scambi sull'hashtag "#stopthesteal".



[..."ricorda che quello che io trovo terrificante non coincide esattamente con quello che è una violazione per i TOS"    "heh"]

Roth invia immediatamente un messaggio diretto a un collega chiedendogli di aggiungere "stopthesteal" e [il termine di cospirazione QAnon] "kraken" a una lista nera di termini da deamplificare.

Il collega di Roth obietta che l'inserimento di "stopthesteal" nella lista nera rischia di "deamplificare anche il contro discorso"  [counterspeech] che sostiene la validità dell'elezione.


In effetti, osserva il collega di Roth, "una rapida ricerca sui più popolari tweets 'stop the steal' e sono counterspeech"

Ma trovano rapidamente una soluzione: "deamplifica gli account con stopthesteal nel nome/profilo" poiché "quelli non hanno a che fare con il counterspeech"


Ma si scopre che anche mettere "kraken" sulla lista nera è meno semplice di quanto pensassero. Questo perché kraken, oltre ad essere una teoria del complotto di QAnon basata sul mitico mostro marino norvegese, è anche il nome di un exchange di criptovalute, ed è stato quindi inserito in una "lista di termini ammessi".


I dipendenti discutono se sia il caso di punire o no gli utenti che condividono screenshot dei tweet di Trump cancellati il 6 gennaio

"dovremmo rimbalzare questi tweet con un avvertimento dato che lo screenshot viola le linee guida"

"stanno criticando Trump, quindi sono un po' titubante sul dare un avvertimento a questo utente"


Cosa succede se a un utente non piace Trump *e* si oppone alla censura di Twitter? Il tweet viene comunque cancellato. Ma poiché l'*intenzione* non è quella di negare il risultato elettorale, non viene applicato alcun avvertimento punitivo.

"se ci sono casi in cui l'intento non è chiaro, sentiti libero di farlo notare"


Verso mezzogiorno, un confuso alto dirigente delle vendite pubblicitarie invia un messaggio diretto a Roth.

Dirigente vendite: "Jack dice: 'sospenderemo permanentemente [Trump] se le nostre linee guida vengono violate dopo un blocco dell'account di 12 ore'... di quali linee guida sta parlando Jack?"

Roth: "*QUALSIASI* violazione delle linee guida"


Quello che succede dopo è essenziale per capire come Twitter abbia giustificato il blocco di Trump.

Dirigente vendite: "stiamo abbandonando [la linea guida sul]l'interesse pubblico adesso?"

Roth, sei ore dopo: "In questo caso specifico, stiamo cambiando il nostro approccio all'interesse pubblico per il suo account..."


Il dirigente vendite si riferisce alle linee guida di Twitter sulle "eccezioni di interesse pubblico", che consente il contenuto di funzionari eletti, anche quando viola le regole di Twitter, "se contribuisce direttamente alla comprensione o alla discussione di una questione di interesse pubblico".

Roth spinge per una sospensione permanente del deputato Matt Gaetz anche se "non ci azzecca da nessuna parte (duh)"

È una specie di banco di prova per la logica che sarà alla base del blocco di Trump.

"Sto cercando di convincere il [team] di sicurezza [di Twitter] a... rimuovere in quanto cospirazione che incita alla violenza."


Intorno alle 2:30, i dirigenti delle comunicazioni scrivono a Roth per informarlo che non vogliono dare troppa importanza al blocco di QAnon con i media perché temono che "se insistiamo su questo sembra che stiamo cercando di offrire qualcosa al posto del cosa che tutti vogliono", intendendo il blocco di Trump.


Quella sera, un ingegnere di Twitter scrive a Roth per dire: "Ho l'impressione che molte discussioni sulle eccezioni derivano dal fatto che l'account di Trump non è tecnicamente diverso da nessun altro" e tuttavia viene trattato in modo diverso a causa del suo status personale, senza le corrispondenti _regole di Twitter_ .."

 


 La risposta di Roth suggerisce come Twitter giustificherebbe la deviazione dalle sue linee guida di lunga data. "Per vederlo da una prospettiva diversa: le linee guida sono una parte del sistema di funzionamento di Twitter... ci ritroviamo in un mondo che cambia più velocemente di quanto siamo stati in grado di adattare il prodotto o le linee guida".


La sera del 7 gennaio, lo stesso dipendente junior che ha espresso una "opinione impopolare" su "decisioni ad hoc... che non sembrano essere basate sulle linee guida" [vedi tweet 17-18], parla un'ultima volta prima della fine della giornata.

Quel giorno, il dipendente ha scritto: "La mia preoccupazione riguarda specificamente la logica non espressa chiaramente alla base della decisione di FB. Quello sembra confermare l'idea (teoria del complotto?) che tutti... i magnati di Internet... se ne stanno seduti intorno a un tavolo come dei re a decidere arbitrariamente ciò che le persone possono e non possono vedere."

 


Il dipendente osserva, più tardi nel corso della giornata, "E anche Will Oremus ha notato l'incoerenza ...", collegandosi a un articolo per OneZero su Medium chiamato "Facebook ha cestinato il proprio regolamento per bloccare Trump".

"Il problema di fondo", scrive @WillOremus, è che "le piattaforme dominanti sono sempre state riluttanti ad ammettere la loro soggettività, perché mette in evidenza il potere straordinario e illimitato che esercitano sulla scena pubblica globale..."

"... e pone la responsabilità di quel potere sulle loro spalle... Quindi si nascondono dietro un regolamento in continua evoluzione, facendovi riferimento quando è conveniente e ficcandolo sotto il tappeto più vicino quando non lo è."

“La sospensione di Trump da parte di Facebook ora mette Twitter in una posizione scomoda. Se Trump torna davvero su Twitter, la pressione su Twitter aumenterà per trovare un pretesto con cui bloccare anche lui”.

Infatti. E come @bariweiss mostrerà domani, è esattamente quello che è successo.

/FINE

 


 

 

 

37.

"Il problema di fondo", scrive @WillOremus, è che "le piattaforme dominanti sono sempre state riluttanti ad ammettere la loro soggettività, perché mette in evidenza il potere straordinario e illimitato che esercitano sulla scena pubblica globale..."

 

 

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"... e pone la responsabilità di quel potere sulle loro spalle... Quindi si nascondono dietro un regolamento in continua evoluzione, facendovi riferimento quando è conveniente e ficcandolo sotto il tappeto più vicino quando non lo è."

 

 

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“La sospensione di Trump da parte di Facebook ora mette Twitter in una posizione scomoda. Se Trump torna davvero su Twitter, la pressione su Twitter aumenterà per trovare un pretesto con cui bloccare anche lui”.

Infatti. E come @bariweiss mostrerà domani, è esattamente quello che è successo.

/FINE



 Twitter Files, parte prima

Twitter Files, parte seconda - Le liste nere segrete di Twitter

Twitter Files, parte terza - La rimozione di Donald Trump

Twitter Files, parte quinta - La rimozione di Trump da Twitter (8 gennaio)

Twitter Files, parte sesta - Twitter, la filiale dell'FBI

Twitter Files, parte settima - L'FBI e il laptop di Hunter Biden

Twitter Files, parte ottava - Come Twitter ha favorito le PsyOp del Pentagono

Twitter Files, parte nona - Twitter e le 'altre agenzie governative' 

Twitter Files, parte decima - Come Twitter ha manipolato il dibattito sul Covid

Twitter Files, parte undicesima - Come Twitter ha permesso all'Intelligence di inserirsi nel suo processo di moderazione

Twitter Files, episodio 13 - Le pressioni di Pfizer su Twitter  


19/02/20

Le élite progressiste stanno distruggendo le nostre istituzioni

Su Epoch Times Paul Adams denuncia l’attacco costante alle istituzioni da parte di una parte politica. Si tratta del populista Trump? No, al contrario, sono i progressisti che stanno distruggendo le fondamenta della nostra società: dall’attacco costante all’istituzione più vicina all’individuo (la famiglia) al sovvertimento costante delle istituzioni democratiche per perseguire l’agenda politica di coloro che si credono superiori. La denuncia di quanto sta avvenendo nella tormentata società americana avrebbe potuto essere riferita altrettanto bene a quanto succede nella nostra Italia.

 

 

Di Paul Adams, 17 febbraio 2020

 

 

In un nuovo, importante libro, lo scienziato politico Yuval Levin sostiene che abbiamo perso la fiducia nelle nostre istituzioni – pubbliche, private, civiche e politiche.

 

Noi abbiamo bisogno delle istituzioni, incluse le famiglie, le associazioni, le chiese, le corporazioni, i sindacati, i partiti politici, gli ordini professionali come quelli degli avvocati e dei medici, così come le istituzioni formali del governo come il Congresso, la presidenza e i tribunali.

 

Esse rappresentano, come dice Levin, “le forme durevoli della nostra vita comune”. Svolgono compiti o missioni come l’istruzione dei giovani, la soluzione delle controversie o la difesa del Paese. Danno senso alla vita assegnando ruoli, insegnando l’autocontrollo, e applicando le norme. Nel frattempo, formano il carattere di coloro che ne fanno parte.

 

Tuttavia, non ci fidiamo più di loro. Che cosa è andato storto?

 

Da fucine a piattaforme

 

C’è stato un grande cambiamento nella maniera in cui le élite, coloro che occupano i ruoli di leader delle nostre istituzioni, le trattano. Anziché vedere le loro istituzioni come fucine che formano e modellano i loro caratteri e comportamenti, le trattano come piattaforme per propagandare se stesse.

 

Pensate a un nuovo membro del Parlamento, che è meno interessato a imparare e conformarsi alle tradizioni e alle aspettative della Camera piuttosto che a utilizzarla come una piattaforma per ottenere fama e celebrità. Il Parlamento – per sua stessa volontà, secondo Levin – è diventato sempre più debole e inefficace. I suoi membri cercano pubblicità e fama attraverso i social media e altre vie ancor prima di avere imparato o di avere realizzato qualcosa di significativo nel Parlamento stesso.

 

In realtà, fa notare Levin, i leader politici spesso si vantano del loro status di outsider – sostenendo di non far parte della cupola di Washington o della “palude” – in modo da aumentare il loro potere. Anche da leader, criticano le loro stesse istituzioni come se non ne fossero essi stessi i responsabili o alla loro guida.

 

L’unica eccezione al crollo di fiducia nelle istituzioni è l’apparato militare. In quel caso, la formazione del carattere – che si addice a colore che servono con senso del dovere, della propria missione e con l’auto-affondamento del proprio interesse personale – viene riconosciuto e valorizzato. È raro che un soldato in uniforme usi l’apparato militare come piattaforma per promuovere se stesso, non, perlomeno, fino a quando si è congedato o ritirato dal servizio. Ci fidiamo del fatto che i militari, rispetto alle altre istituzioni, facciano il loro lavoro di formare coloro che servono.

 

Levin mostra la necessità di ricostruire le istituzioni e formare élite che possano guidarle meglio. Utilizza molto spazio per criticare il populismo anti- élite.

 

Ma le élite sono il problema

 

Il problema di questo ragionamento è che sottovaluta il grado in cui le nostre istituzioni più importanti sono state sistematicamente sabotate dalle stesse élite che avrebbero dovuto guidarle e rappresentarle.

 

Il presidente Donald Trump, un intrattenitore, piuttosto che un costruttore di istituzioni disposto a mettere in secondo piano se stesso, ha sfruttato la perdita di fiducia nelle nostre istituzioni e ha promesso di cambiare la politica in modo da rafforzarle. Ha parlato di “bonificare le paludi” della burocrazia federale, che era diventata una “amministrazione statale” che persegue i propri interessi e le proprie politiche.

 

Nel caso della presidenza Trump, una profonda ostilità è stata evidente non solo nelle violente dimostrazioni degli Antifa, ma anche in tutte le istituzioni principali della società. L’amministrazione statale stessa è stata un centro di resistenza al presidente eletto – gestendo il proprio governo non eletto, anche mentre professava la propria professionalità e l’impegno per la Costituzione.

 

L’abbiamo visto fin dall'inizio, all’interno stesso della Casa Bianca di Trump. Un editoriale di un funzionario esperto dell’amministrazione Trump rende chiara questa posizione. Si intitola “Sono parte della Resistenza all’interno dell’Amministrazione Trump”.

 

L’autore, che si firma come Anonimo, si vanta di lavorare diligentemente per ostacolare le politiche del presidente, nonostante lavori per lui. Trump, secondo l’autore, è ignaro della misura in cui “molti dei funzionari più anziani della sua amministrazione stanno lavorando diligentemente dall’interno per vanificare la sua agenda politica”.

 

Il punto è che Trump è stato eletto ed è sostenuto da decine di milioni di americani perché metta in atto la sua agenda, non quella dell’establishment Repubblicano o dei “Mai con Trump” o delle vedove di Obama ancora all’interno della sua amministrazione.

 

Il Wall Street Journal ha recentemente riportato un parere di una di quelle rare figure, un (ex) funzionario all’interno dell’amministrazione Trump, direttore della pianificazione strategica del Consiglio di Sicurezza Nazionale (NSC), che sosteneva le politiche di Trump.

 

L’autore, Rich Higgins, conferma: ma deplora l’opposizione al presidente che domina tra gli impiegati del ramo esecutivo. Da come dipinge la situazione all’interno dello staff dell’NSC, coloro che cercano lealmente di attuare le politiche del presidente in carica, tra cui lo stesso Higgins, venivano isolati o licenziati proprio a causa della loro lealtà.

 

I media liberal hanno denunciato quello che hanno definito il "licenziamento" del Tenente Colonnello Alexander Vindman, l’ufficiale dell’esercito dedicato a servire il NSC, dipingendo come una ritorsione per la sua testimonianza alla Camera sulle telefonate ucraine di Trump. Higgins dà una versione differente. Sostiene non che Vindman non sia stato in effetti licenziato o posto sotto inchiesta, ma che era lui a essere sleale.

 

Il compito di Vindman, sostiene, “era di servire lealmente fino a quando non avesse sentito di non poterlo più fare, e a quel punto dare le dimissioni. La resistenza attuata mentre si è in uniforme mina il buon ordine e la disciplina ed è particolarmente disonorevole”. Non è stato Higgins, ma Vindman, che è stato applaudito dai media liberal, a danneggiare le istituzioni che aveva giurato di servire.

 

Le élite distruggono le istituzioni

 

Ma il problema è ben più ampio e profondo di questa specie di “resistenza” interna descritta da una parte da Anonimo e dall’altra da Higgins, la cui stessa esistenza viene bollata dai progressisti come “teoria complottista dello Stato profondo”.

 

Levin inizia la sua analisi con le istituzioni del nostro governo nazionale e termina con l’istituzione fondativa che ci riguarda tutti, la famiglia. Ma immaginiamo di guardare al problema dalla parte opposta.

 

Nessuna istituzione è più fondamentale o importante della famiglia nel formarci, da quando nasciamo. C’è ampia letteratura da parte di studiosi di tutto lo spettro politico che ha stabilito l’importanza della struttura della famiglia, del crescere in una famiglia di due genitori sposati, come fattore protettivo per ogni indicatore sociale – la nostra salute e longevità, l’aspettativa di vita, il rapporto con la criminalità, l’istruzione, il reddito, e il successo coniugale.

 

Recenti ricerche indicano che la famiglia e la fede (frequentare la chiesa  o qualche altro luogo di culto e autodefinirsi una persona molto religiosa) svolgono un ruolo più ampio nel successo scolastico rispetto agli sforzi scolastici per colmare le lacune tra i gruppi razziali ed etnici.

 

Una meta-analisi (uno studio di studi) ha esaminato 30 ricerche sui tentativi di colmare il divario di prestazioni tra gli studenti bianchi da una parte e neri o latinoamericani dall’altra. Esso “ha rivelato che, se uno studente afroamericano o latinoamericano è una persona di fede e viene da una famiglia che comprende i due genitori biologici, il divario di prestazioni scompare completamente, anche quando si rifanno i conti tenendo conto dello status socioeconomico” [il corsivo è mio]. Tuttavia, le élite progressiste all’interno dell’amministrazione statale – nelle università, nei tribunali, nei media, nello sport, nelle grandi aziende e nell’intrattenimento – hanno messo nel mirino, senza sosta, proprio le istituzioni che sono più importanti nella vita delle persone comuni.

 

Sono i sostenitori delle politiche identitarie che hanno attaccato l’istituzione del matrimonio e della famiglia, non i populisti. Questi ideologi hanno usato le loro stesse istituzioni come piattaforme per formare altri, nella psicologia, nel lavoro sociale e in altri campi. L’obiettivo non è di sostenere quelli che servono, aiutandoli a fortificare le famiglie e i matrimoni, ma di liberare gli individui dalla presa di queste istituzioni.

 

La rivoluzione sessuale è andata ben oltre la ricerca di un riconoscimento giuridico per le forme e le definizioni alternative di matrimonio e famiglia. I suoi aderenti cercano di stigmatizzare ed espellere dalla vita pubblica coloro – individui, genitori, aziende, e comunità religiose – che difendono queste istituzioni fondamentali.

 

Attaccano, dando loro dei bigotti ed odiatori, coloro le cui idee erano considerate il buon senso per quasi tutte le comunità in ogni parte del mondo appena qualche decennio fa. Queste persone, secondo la nuova ortodossia, non sono degne del diritto alla libera espressione, al libero esercizio della religione, o al diritto di perseguire in pace la loro vocazione professionale o di condurre la loro impresa commerciale.

 

Guardiamola in questo modo: sono le élite progressiste che stanno distruggendo le nostre istituzioni, opponendosi ai loro obiettivi e alle loro missioni, e di conseguenza distruggono anche il significato e la struttura delle nostre vite. È Trump, un performer che non si fa modellare o intimidire dagli usi e costumi delle istituzioni e uffici politici, che sta guidando la difesa delle nostre istituzioni fondamentali.

 

Le sue politiche tendono a difendere le famiglie e i loro diritti, a sostenere la scelta scolastica, la libertà di religione e la protezione della coscienza, e il diritto dei bambini nel grembo materno, i più innocenti e vulnerabili componenti di tutte le famiglie umane, a non venire uccisi.

 

Trump e le sue politiche forniscono perlomeno un momento di tregua e di controffensiva nei confronti degli impulsi totalitaristi dei progressisti che tentano di politicizzare e controllare ogni aspetto della vita.

 

  

Paul Adams è un professore emerito di Lavoro sociale presso l’Università delle Hawaii ed è stato professore e preside associato per gli affari accademici presso la Case Western Reserve University. È coautore di “La giustizia sociale non è quello che pensi” e ha scritto molto sulle politiche di assistenza sociale e sull’etica professionale e personale.

 

 

 

 

05/04/19

Piers Morgan: perché ho votato contro la Brexit, ma ora sosterrei il “Leave”

Piers Morgan, noto giornalista e anchorman televisivo, spiega che gli “inglesi pentiti di aver votato Brexit” sono un’invenzione giornalistica. Lui al contrario, pur ritenendo la Brexit un errore, è disgustato dal tentativo delle élite inglesi di ribaltare con ogni mezzo l’esito di un referendum popolare. Se la scelta è tra una decisione che non si condivide e il calpestare la democrazia, non ci possono essere dubbi.

 

Di Piers Morgan, 6 aprile 2019

 

 

Ho votato “Remain” e penso ancora che la Brexit non sia una buona idea. Tuttavia, se ci fosse un secondo referendum sull’UE, voterei “Leave”. Non perché sia stato convertito sulla via di Damasco alla causa della Brexit – non ho incontrato nessuno che abbia cambiato idea sull’argomento, e sospetto che queste persone non esistano al di fuori della mente isterica di quel piagnone (nell’originale "Remoaner" : gioco di parole tra Remainer, ossia colui che vuole rimanere nella UE e moaner, ossia piagnucolone, NdVdE) di Alastair Campell – ma perché sarei furioso alla sola idea che si tenga un secondo referendum. Quello che oggi sta succedendo è una disgrazia: la Casa dei Comuni (un’ala del Parlamento Britannico, NdVdE), zeppa di parlamentari contrari alla Brexit, sta tentando tutto quanto è in suo potere per ribaltare il risultato del 2016 o diluire la Brexit al punto da farla apparire una cosa completamente diversa da quello per cui hanno votato i Leavers. Trovo che questo attacco alla democrazia sia più sinistro di qualsiasi cosa ci possa accadere in caso di un’uscita dall’UE senza accordi, se non altro perché coloro che più sbraitano di quale disastro sarebbe un’uscita senza accordi – come Campbell  e Tony Blair – sono gli stessi che a suo tempo mi assicuravano che se l’Inghilterra non avesse aderito all'euro sarebbe stato anche quello un disastro, e invece è stata la scelta migliore che abbiamo mai fatto. Inoltre, non dimentichiamoci che queste sono le stesse persone che ci hanno trascinato nella disastrosa guerra in Iraq – senza minimamente prendere in considerazione la nozione di “voto popolare”. Quanto all’idea paternalistica che nessuno di quelli che hanno votato “Leave” sapesse quello per cui votava, dirò semplicemente questo: che pensavano che votare “Leave” volesse dire “lasciare l’unione europea”, come diceva la scheda elettorale, non "rimanere parzialmente nell'Unione" . Per cui la tanto disprezzata opzione “andare a sbattere senza un accordo” è più in linea con quello che le persone probabilmente pensavano di ottenere.

 

Twitter mi manda regolarmente e-mail per riportarmi le denunce formali sporte per qualcosa che ho scritto. Questa settimana, riguardava un tweet in cui ho scritto: “Il Primo Ministro Theresa May dice che darà le dimissioni se il suo pessimo accordo sull’uscita dall’Unione Europea verrà approvato. In altre parole, l’accordo è talmente pessimo che deve licenziarsi per farlo passare. La sua umiliazione, l’umiliazione del Paese, è completa. Che fiasco penoso”.

 

Twitter ha deciso che non ho violato le sue regole, cosa non proprio sorprendente dato che ogni singola parola era vera. Sono più affascinato dall’identità di chi mi ha denunciato. Ho 6,6 milioni di followers, ma riesco a pensare a una sola persona al mondo che avrebbe potuto avere da ridire su quello che ho scritto – e questa è Theresa May.

 

Una delle miriadi di critiche all’infelice, impotente e ormai senza speranza May è che non sembra avere alcuna contezza del caos che esplode proprio sotto i suoi occhi. Ho personalmente assistito a questa sua strana inclinazione. Alla festa dello Spectator, nel luglio 2016,  l’ho presentata a mia moglie, ma stavo gesticolando un po’ troppo e ho urtato un bicchiere di champagne, rovesciandolo sulla testa e sul vestito di Celia. La May ha assistito a tutto questo senza cambiare espressione né commentare. Allora avevo pensato che possedesse un’invidiabile calma nel mezzo di qualunque tempesta. Ora penso che non si sia mai accorta di nulla.

 

Il Primo Ministro riguardo alla Brexit avrebbe dovuto adottare lo stesso atteggiamento che ha nel cuocere le focacce. L’ultima volta che ha partecipato alla trasmissione Good Morning Britain, le ho chiesto se le faceva con burro morbido o duro. “Se il burro è duro (in inglese "hard" , come "hard Brexit" con cui si intende un’uscita più netta dall’UE, NdVdE) è più facile” ha risposto. “Se è duro è possibile avere una buona presa, se è troppo molle (in inglese "soft" , come "soft Brexit" con cui si intende un’uscita solo parziale dalla UE, NdVdE), può diventare troppo scivoloso”.

 

In un numero di questa rubrica scritto nel settembre 2015, predissi che Donald Trump avrebbe vinto le elezioni presidenziali – e venni ridicolizzato dagli “esperti” politici per la mia presunta stupidità. Ora, predico che il Presidente Trump verrà rieletto nel 2020. Perché? In primo luogo, perchè i Democratici si stanno facendo trascinare così tanto a sinistra (???, NdVdE) da socialisti nuovi fiammanti come Alexandria Ocasio-Cortez, che non possono proprio battere un tizio che ha messo il turbo all’economia, ha aumentato i posti di lavoro, ha scacciato l’ISIS e ha fatto abbassare il capo alla Cina. In secondo luogo, dal momento che tutti i media mainstream USA che attaccano Trump hanno compromesso la loro credibilità collettiva parlando 24 ore al giorno per sette giorni alla settimana del Consigliere speciale Robert Mueller, che avrebbe riconosciuto che Trump era colluso con la Russia nel pilotare le elezioni del 2016 – per poi vedere lo stesso Mueller scagionarlo. Il mio amico Donald non è un tipo per tutti i gusti. Ma è un oratore brillante che ha vinto tutti i duelli politici in cui si è cimentato, e quando i tuoi avversari tendono a farsi male da soli, vincere diventa molto più facile.

 

Il Telegraph ha ormai così tanti editorialisti dal nome trendy, da Sophia Money-Coutts e Hamish de Bretton-Gordon fino a Boudicca Fox-Leonard e Harry de Quetteville, che è nato un nuovo gioco sui social media: creare il proprio nome d’arte in stile Telegraph. Bisogna prendere il nome del primo animale da compagnia che si è avuto, la strada dove si è cresciuti, e un oggetto che si ha di fronte. Il mio è quindi diventato Rocky Oxbottom-Megaphone, così dannatamente esaltante che potrei davvero doverlo adottare come mio nuovo nome d’arte di giornalista.

 

 

14/03/19

Via col vento: la sventurata passione tra Angela Merkel ed Emmanuel Macron

Come racconta il veterano giornalista Sieff, è utile vedere i due condottieri d’Europa per quello che sono: politici responsabili di decisioni disastrose, che stanno dilaniando i popoli di tutta Europa, tra ossessioni per l’austerità e amore per l’immigrazione incontrollata. Le loro decisioni hanno rovinato la vita dei popoli europei, ma loro non se ne preoccupano: le loro attenzioni sono per le grandi aziende, non per il loro popolo, che tutto sommato disprezzano e che mai ascoltano. Politici elitari convinti di essere illuminati altruisti, la coppia non si cura delle proteste e dei segnali di scontento, anzi vuole esportare nel resto del mondo il loro modello di governo “illuminato”. Fortunatamente, sembrano entrambi avviati verso l’imminente fine della loro esperienza politica.

 

Di Martin Sieff, 6 marzo 2019

 

 

La Cancelliera Angela Merkel e il Presidente francese Emmanuel Macron hanno portato al tracollo le loro nazioni, un tempo grandi; con la rabbia, la frustrazione, la povertà e la paura che si riversano sulle strade dell’Europa Occidentale. Ma Merkel e Macron non sono preoccupati: hanno occhi soltanto l’uno per l’altra. La loro stima reciproca e il loro infinito, vicendevole sostegno per le catastrofiche politiche che attuano continuano senza sosta.

 

La Merkel è al governo da più di tredici anni ed è abbastanza anziana da poter essere la madre di Macron. Macron è un neofita con meno di due anni di esperienza al potere, ma con un tronfio senso di autostima ridicolo come quello di Gaston ne “La bella e la bestia” (Nell’originale: come Mr. Toad nel libro per bambini “Il vento tra i salici”, NdVdE).

 

La Merkel e Macron condividono le stesse convinzioni, sono stati sostenuti dalle stesse forze e sono infinitamente festeggiati e ingannevolmente lodati dagli stessi, inutili, sapientoni.

 

Sono entrambi intellettuali arroganti ed elitari. Entrambi credono nel ridurre e togliere le funzioni sociali e le responsabilità dello stato nei confronti dei poveri e dei deboli. Entrambi pensano che lo stato dovrebbe aiutare e proteggere le grandi aziende nazionali e che le persone ordinarie vengano decisamente dopo di queste: in realtà le persone ordinarie per loro non contano affatto.

 

Credono entrambi che loro e i loro governi rappresentino le perfezioni assolute della realizzazione umana e quindi essi devono essere replicati in giro per il mondo, se possibile istantaneamente. La Merkel spinge per i ribaltoni di governo ad Est, in tutta l’Eurasia. Macron, nei suoi sogni in stile mussoliniano da grande leader, il nuovo Napoleone del Mediterraneo, orchestra il nuovo assetto del Maghreb lungo l’Africa del Nord e il Medio Oriente arabo.

 

Entrambi i leader si immaginano disinteressati, visionari internazionalisti e trattano i presidenti Donald Trump negli Stati Uniti e Vladimir Putin in Russia con fastidioso disgusto, perché questi ultimi hanno la pretesa di mettere in primo luogo gli interessi dei loro popoli.

 

Sia la Merkel che Macron provano un malcelato disprezzo per i loro stessi popoli e credono che le popolazioni indigene dei loro paesi abbiano bisogno dell’iniezione di milioni di immigrati da tutto il mondo il più velocemente possibile. Nessuno dei due tiene in grande considerazione i valori delle civiltà cristiane che hanno costruito e incarnato le loro nazioni per più di un millennio. Al contrario, disprezzano apertamente coloro che prendono seriamente la loro eredità nazionale.

 

Eppure esiste anche una strana, perfino raccapricciante attrazione reciproca tra l’anziana cancelliera tedesca e il (presunto) giovane e dinamico presidente francese.

 

Nessuno dei due ha mai avuto figli. Alla Merkel piace giocare alla statista saggia ed esperta con i più giovani e inesperti leader mondiali che condividono le sue convinzioni superficiale e alla moda. Lo statunitense Barack Obama ha assunto questo ruolo per lei, e Obama, la cui ignoranza riguardo le questioni esterne ai confini degli Stati Uniti era proverbiale, apprezzava ardentemente la sua condiscendenza.

 

Quando Obama lasciò il potere, fece un memorabile elogio della Merkel come la sua più cara amica tra i leader mondiali. Il suo commento colpì in maniera farsesca il Primo Ministro inglese David Cameron, il cui staff di pubbliche relazioni aveva pompato per sei anni la favoletta rassicurante che Cameron fosse il più vicino confidente di Obama e il suo fidato compagno sulla scena mondiale.

 

Macron ha sempre girato intorno a donne più anziane. Sua moglie ha 24 anni più di lui e si sono incontrati quando lei era la sua insegnante delle scuole superiori.

 

Negli USA e in Inghilterra, questo genere di unione innaturale avrebbe alimentato i giornali scandalistici. Il National Enquirer e il Daily Mail avrebbero potuto fare speculazioni pruriginose sulla natura del loro rapporto per anni. In Francia, dove nessuna propensione umana sorprende le persone, accettano questo genere di cose con tranquillità.

 

Pertanto, la progressione di Macron da sua moglie alla Merkel è coerente, come la Merkel che ha rimpiazzato Obama con Macron come suo discepolo giovane e ammirante e/o il suo nipote preferito.

 

Tuttavia, l’immagine più duratura che evoca la strana coppia Merkel-Macron è antecedente a loro. Prima della Seconda Guerra Mondiale, il film romantico popolare più longevo di tutti i tempi è stato girato ad Hollywood: “Via col vento”, un melodramma strappalacrime di un amore appassionato tra razzisti bianchi privilegiati nel Sud, prima della Guerra Civile Americana.

 

Non ci vuole troppa immaginazione per vedere Macron che sostituisce farsescamente le fattezze cesellate di Clark Gable che interpreta Rhett Butler, un uomo senza scrupoli, piuttosto disonesto ma sempre voglioso di rischiare e l’impetuosa Keiserin (donna imperatrice) Merkel al posto della fiera, imperiosa bellezza britannica Vivien Leigh, interprete dell’avvincente eroina piantagrane del film, Scarlett O’Hara. Come la Keiserin Angela, Scarlett doveva sempre, sempre imporre le cose a modo suo.

 

In “Via col vento” la tempestosa e virtualmente pazza passione tra Rhett e Scarlett sopravvive mentre l’intera società degli Stati schiavisti Confederati del sud razzista cade a pezzi intorno a loro. Alla fine, la città di Atlanta brucia, ma la fiera passione di Rhett e Scarlett sopravvive, anche quando si separano.

 

Le città della Francia e della Germania potrebbero benissimo andare presto a fuoco, come eredità delle disastrose politiche di “Rhett” Macron e “Scarlett” O’Merkel. Ma è facile scommettere che loro dimenticheranno ancor più facilmente le conseguenze delle loro stesse azioni. Usando le parole di Rhett Butler che concludono il film: la Merkel e Macron, francamente, se ne infischiano.

 

 

Martin Sieff è stato per 24 anni corrispondente estero per il Washington Times e la United Press International, ha visitato più di 70 nazioni e si è occupato di 12 guerre. Si è specializzato sulle questioni economiche degli Stati Uniti e globali.

22/02/19

Bolton lo ammette: fuori Maduro dal Venezuela per far entrare le compagnie petrolifere Usa

La diplomazia Usa è sempre più spudorata nel perseguire con ogni mezzo gli interessi esclusivi delle multinazionali americane. Mentre - riguardo al Venezuela – si dibatte per stabilire se Maduro sia un eroe socialista rivoluzionario da preservare o un dittatore incompetente da abbattere, la Sicurezza Nazionale Usa ammette candidamente che il Presidente va rimosso per consentire alle compagnie petrolifere Usa di mettere la mani sulle vaste riserve venezuelane di petrolio. Un film già visto altre volte, per esempio in Iraq e in Libia, che in genere ha un finale tragico.

 

 

 

Da Zero Hedge, 28 gennaio 2019

 

Possiamo perdonare l’inguaiato presidente del Venezuela, Nicolas Maduro, di essere convinto dell’esistenza di una cospirazione esterna contro di lui e di avere ripetutamente accusato gli Usa di orchestrare un “colpo di stato” e una “guerra economica” contro il suo governo, specialmente considerando che i consulenti Usa ammettono ormai apertamente che è esattamente quello che sta succedendo. Infatti subito dopo la  contestata rielezione di Maduro e il suo giuramento per un secondo mandato di sei anni, il suo ministro degli esteri Jorge Arreaza ha dichiarato a Democracy Now che “l’opposizione non fa niente senza il permesso o l’autorizzazione del Dipartimento di Stato Usa… dicono: “dobbiamo consultarci con l’ambasciata. Dobbiamo consultarci con il Dipartimento di Stato ”.

 

Anche se quest’ultima affermazione potrebbe essere semplicistica, i funzionari della Casa Bianca non rendono certo la vita facile all'opposizione, nel suo essere dipinta da Maduro come burattini in mano straniera. Come esempio palese, il consulente di Trump per la sicurezza nazionale John Bolton ha recentemente ammesso a Fox Business che gli USA  hanno “molto in gioco” nell’attuale crisi del Venezuela, dato che il paese possiede le più grandi riserve di petrolio note al mondo. Bolton ha dichiarato a Trish Regan:

 

"Economicamente, farebbe una grande differenza per gli Stati Uniti se potessimo avere le compagnie petrolifere americane che investono e sfruttano le capacità petrolifere del Venezuela."

 

Quindi sembra che mentre il governo Usa prevede di aumentare le pressioni economiche e politiche per favorire il leader dell’opposizione nell’Assemblea Nazionale, Juan Guaidó, e mentre “tutte le opzioni sono contemplate” come hanno detto alti funzionari la scorsa settimana, Bolton ci ha fatto dare un'occhiata – in un momento di sincerità largamente ignorato dai media mainstream – alle motivazioni non esattamente innocenti del governo riguardo al Venezuela.

 

“Il Venezuela è uno dei tre paesi che chiamo 'la troika della tirannia' ha continuato Bolton (in precedenza aveva identificato le altre due in Cuba e Nicaragua). Dopo avere sostanzialmente ammesso che la politica degli Usa in Venezuela si concentra sulla conquista da parte delle compagnie petrolifere americane delle vaste riserve petrolifere inutilizzate del paese socialista, ha concluso esprimendo la speranza che possiamo farlo avvenire nel modo giusto”.

 

Nel frattempo, in un’altra apparizione su Fox della scorsa settimana, Bolton ha toccato un argomento simile, benché meno esplicito, dicendo che un cambiamento di regime è l’obiettivo finale degli Usa in Venezuela, come “potenziale passo fondamentale” per l’avanzamento degli “affari” Usa nella regione.

 

Queste ammissioni sono avvenute mentre i funzionari USA stanno cercando di dirottare le ricchezze del Venezuela che sono fuori dal paese verso Guaidó, per contribuire a sostenere le sue possibilità di prendere effettivamente il controllo del governo.

 

Nel fine settimana è stato svelato che il governo in crisi di Maduro, nello sforzo disperato di tenere le mani sul mucchio di contanti che ha all’estero, è stato ostacolato nel suo tentativo di rimpatriare gli 1,2 miliardi di dollari in oro depositati presso la Banca d’Inghilterra. Si tratta di una grossa tranche degli 8 miliardi di dollari di riserve estere detenute dalla banca centrale Venezuelana; tuttavia, il luogo in cui gran parte di esse sono conservate è sconosciuto.

 



Statistiche OPEC a fine 2017: l'81,89% delle riserve di petrolio mondiali sono in mano all'OPEC. Di queste, la quota maggiore (circa un quarto, spicchio arancione) è del Venezuela (NdVdE).

 

La decisione della Banca d’Inghilterra di respingere la richiesta di ritiro dell’oro fatta dai funzionari di Maduro è avvenuta dopo che alte personalità Usa, incluso il segretario di Stato Michael Pompeo e il consigliere per la Sicurezza Nazionale John Bolton, hanno spinto le loro controparti del Regno Unito ad aiutarli a tagliare fuori il governo di Maduro dai suoi beni oltremare, secondo fonti che lo hanno riferito a Bloomberg.

 

Tenendo conto di tutto questo, sembra sempre più chiaro che le crescenti pressioni diplomatiche ed economiche potrebbero presto mettere Washington sulla rotta di un qualche livello di intervento militare a Caracas. Rispetto a questa evoluzione, un rapporto Axios predice che “ci aspettiamo che il governo Trump metterà nel mirino il petrolio e i beni offshore di Nicolas Maduro nelle prossime settimane, e cercherà di indirizzare questa ricchezza verso il leader dell’opposizione, Juan Guaidó…” . Sembra che questo processo sia già iniziato sul serio.

 

09/01/19

L'amministrazione Trump declassa lo status dell'UE negli Stati Uniti, senza informare Bruxelles

Nel silenzio generale dei principali media italiani è passata la notizia, riportata da vari organi di stampa europei tra cui Deutsche Welle e il Guardian (di cui traduciamo l'articolo), secondo la quale il presidente Trump avrebbe declassato l'Unione Europea allo status di organizzazione internazionale. Il "downgrade" dello status diplomatico, che nei fatti non dovrebbe suscitare alcuna sorpresa, essendo soltanto la correzione della decisione alquanto azzardata di Obama di considerare l'UE allo stesso rango di uno stato sovrano, viene considerato a Bruxelles e nei circoli di potere vicini alle amministrazioni precedenti a Trump come un affronto, che rifletterebbe l'antipatia dell'attuale amministrazione americana verso l'UE. Un ulteriore colpo alla già traballante costruzione europea, in vista del sempre più probabile stravolgimento che si prospetta per le prossime elezioni del Parlamento europeo.

 

 

di Julian Borger, 8 gennaio 2019

 

Martedì scorso [8 gennaio 2019, N.d.T.], secondo fonti ufficiali l'amministrazione Trump ha declassato lo status diplomatico della missione UE a Washington, senza informarne Bruxelles né la missione stessa.

 

Il declassamento da stato nazionale a organizzazione internazionale rovescia una decisione presa nel 2016 dall'amministrazione Obama, che conferiva all'UE un ruolo diplomatico più forte a Washington, e viene visto a Bruxelles come un affronto che riflette l'antipatia generale dell'amministrazione Trump verso l'UE. Il presidente si è schierato a favore della Brexit e ha definito l'UE un "nemico".

 

Il cambiamento, che è stato segnalato per prima dall'emittente tedesca Deutsche Welle, significa potenzialmente che la missione dell'UE avrebbe meno potere e accesso limitato all’amministrazione statunitense.

 

"Ci risulta che ci sia stato un recente cambiamento nel modo in cui la lista delle priorità diplomatiche è implementata dal protocollo degli Stati Uniti", ha detto Maja Kocijančič, portavoce per gli affari esteri e la politica di sicurezza dell'UE, che ha poi aggiunto: "Non abbiamo ricevuto alcuna comunicazione dell'avvenuto cambiamento".

 

"Stiamo discutendo assieme ai dipartimenti competenti nell'amministrazione le possibili implicazioni per la delegazione dell'UE a Washington", ha affermato Kocijančič. "Ci aspettiamo che la prassi diplomatica stabilita negli ultimi anni venga rispettata".

 

Alla richiesta di un commento, il dipartimento di stato ha inviato un messaggio automatico dicendo che a causa dello “shutdown” governativo, "le comunicazioni con i media saranno limitate a eventi e questioni che riguardano la sicurezza di vite umane o la protezione di beni, o ritenute essenziali per la sicurezza nazionale".

 

"Questo è un colpo basso all'Unione Europea del tutto irragionevole da parte dell'amministrazione Trump", ha detto Nicholas Burns, già sottosegretario di stato per gli affari politici durante l'amministrazione di George W. Bush.

 

"Tutto ciò in concomitanza con la campagna di Trump volta a raffigurare l'UE come un concorrente, e non un partner, degli Stati Uniti. Continua, da parte dell'amministrazione Trump, la delegittimazione delle organizzazioni internazionali e dell'organizzazione sovranazionale che è l'UE".

 

"Gli americani dovrebbero ricordare che l'UE è il nostro più grande partner commerciale e il più grande investitore nella nostra economia", ha aggiunto Burns, secondo il quale "l'intera politica di Trump nei confronti dell'UE continua a essere fuorviante e inefficace".

17/11/18

Il vaso di Pandora dell’olocausto nucleare: l'erosione del controllo degli armamenti

Al di là delle strategie economiche e politiche, gli Stati Uniti sono ormai da vari anni, già prima dell'amministrazione Trump, avviati su una traiettoria di strategia geopolitica che sembra mirata ad alzare l'asticella della corsa agli armamenti, accantonando gli obiettivi di disarmo che avevano fatto seguito alla caduta del bipolarismo USA-URSS, e quindi alla fine della Guerra Fredda. Questa lucida analisi fa chiarezza sulle recenti mosse della Casa Bianca e le reazioni degli altri paesi che nutrono ambizioni di egemonia globale o regionale, e sulle preoccupanti implicazioni di queste mosse sulla sicurezza globale.

 

Resta da chiedersi se a livello geopolitico, e quindi tralasciando per una volta l'analisi puramente economica e utilitaristica, tali sviluppi siano il frutto di una "stanchezza imperiale" da parte degli Stati Uniti nel rappresentare il polo unico di una potenza senza rivali, o se siano il tentativo di annichilire i potenziali rivali spingendoli verso una insostenibile corsa agli armamenti. Allo stato dei fatti, entrambe le ipotesi rivelerebbero un'analisi insufficiente, superficiale e di corto respiro delle dinamiche storiche che portano all'ascesa e al declino degli imperi, e che in quanto tale ci lascia insoddisfatti. Come si dice in linguaggio accademico, "sarabbero necessarie ulteriori ricerche".

 

 

di Conn Hallinan, 6 novembre 2018

 

La decisione dell'amministrazione Trump di ritirarsi dall'accordo Intermediate Nuclear Force (INF) sembra essere parte di una più ampia strategia volta a liquidare oltre 50 anni di accordi per il controllo e la limitazione delle armi nucleari, e tornare a un'era caratterizzata dalla proliferazione incontrollata di armi di distruzione di massa.

 

La risoluzione del trattato INF, che vieta i missili balistici e da crociera terrestri con un raggio compreso tra 300 e 3400 miglia, non costituiusce, in sé e per sé, un colpo fatale all’insieme di trattati e accordi risalenti al trattato del 1963 che vietò i test di armi nucleari nell’atmosfera. Ma congiuntamente ad altri eventi, come la decisione di George W. Bush di ritirarsi dal Trattato anti-balistico dei missili (ABM) nel 2002 e il programma dell'amministrazione Obama di potenziamento delle infrastrutture nucleari, contribuisce a indebolire ulteriormente l’architettura di accordi che finora ha, almeno in parte, limitato queste terrificanti opere.

 

"L’abbandono dell'INF", afferma Sergey Rogov dell'Istituto di Studi statunitensi e canadesi, "potrebbe far crollare l'intera struttura del controllo degli armamenti".

 

Lynn Rusten, ex consigliere generale per il controllo degli armamenti nel National Security Agency Council, avverte che: "Ciò aprirà le porte a una corsa agli armamenti a tutto campo".

 

La giustificazione di Washington per uscire dal Trattato INF è che i russi avrebbero implementato il missile da crociera 9M729, che secondo gli Stati Uniti violerebbe l'accordo, anche se Mosca lo nega e le prove non sono state rese pubbliche. La Russia controbatte che il sistema ABM degli Stati Uniti - Aegis Ashore - schierato in Romania e pianificato per la Polonia, potrebbe essere utilizzato per lanciare missili simili a medio raggio.

 

Se questo fosse un mero disaccordo sulla gittata delle armi, basterebbero delle ispezioni per risolvere la questione. Ma la Casa Bianca, in particolare il Consigliere per la sicurezza nazionale John Bolton, si preoccupa meno delle ispezioni che di tirare fuori gli Stati Uniti da accordi che limitino in qualche modo il dispiegamento del potere americano, sia esso militare o economico. Quindi, Trump ha abbandonato l'accordo nucleare con l’Iran, non perché l'Iran stia costruendo armi nucleari o abbia violato l'accordo, ma perché l'amministrazione vuole usare sanzioni economiche per perseguire il cambio di regime a Teheran.

 

In un certo senso, l'accordo INF è un colpo basso. Il trattato del 1987 vietava solo i missili a medio raggio terrestri, non quelli lanciati dal mare o dall'aria, dove gli americani detengono un forte vantaggio, e riguardava solo gli Stati Uniti e la Russia. Altri paesi dotati di armi nucleari, in particolare Cina, India, Corea del Nord, Israele e Pakistan hanno dispiegato numerosi missili a medio raggio con armi nucleari. Uno degli argomenti portati da Bolton per uscire dall'INF è che così facendo gli Stati Uniti potrebbero contrastare i missili a medio raggio della Cina.

 

Ma se la preoccupazione fosse il controllo dei missili a raggio intermedio, il percorso ovvio sarebbe quello di estendere il trattato ad altre nazioni e includere armi lanciate via aria e mare. Non che ciò sia facile. La Cina dispone di molti missili a raggio intermedio, perché la maggior parte dei suoi potenziali antagonisti, come il Giappone o le basi statunitensi in Asia, sono all'interno del raggio di tali missili. Lo stesso vale per Pakistan, India e Israele.

 

Le armi a raggio intermedio - a volte chiamate missili "tattici" - non minacciano il continente americano come gli analoghi missili statunitensi minacciano la Cina e la Russia. Pechino e Mosca possono essere distrutti dai missili intercontinentali a lungo raggio, ma anche da missili tattici lanciati da navi o aerei. Una delle ragioni per cui gli europei sono così contrari al ritiro dall'INF è che, in caso di guerra nucleare, la presenza di missili a medio raggio sul loro territorio ne farebbe un bersaglio.

 

Ma supposte violazioni del trattato non sono il motivo per cui Bolton e i suoi collaboratori si oppongono all'accordo. Bolton aveva già chiesto di ritirarsi dal trattato INF tre anni prima che l'amministrazione Obama accusasse i russi di barare. Infatti, Bolton si è opposto a tutti gli sforzi per limitare le armi nucleari e ha già annunciato che l'amministrazione Trump non rinnoverà il Trattato di riduzione delle armi strategiche (START) alla sua scadenza nel 2021.

 

START stabilisce il tetto per le testate nucleari di Stati Uniti e Russia a 1550, un numero esiguo.

 

Il ritiro dell'amministrazione Bush dal trattato ABM del 1972 nel 2002 è stato il primo grande colpo alla struttura del trattato. I missili anti-balistici sono intrinsecamente destabilizzanti, perché il modo più semplice per sconfiggere tali sistemi è di sopraffarli espandendo il numero di lanciatori e testate. Bolton, nemico di lunga data dell'accordo ABM, si è vantato di recente che la risoluzione del trattato non ha avuto alcun effetto sul controllo degli armamenti.

 

Ma la fine del trattato ha accantonato i colloqui di START, ed è stato lo schieramento di ABM nell'Europa orientale - insieme all'espansione della NATO fino ai confini russi - a spingere Mosca a dispiegare il missile da crociera ora in discussione.

 

Sebbene Bolton e Trump siano più aggressivi sulla risoluzione degli accordi, è stata la decisione dell'amministrazione Obama di spendere 1,6 triliardi di dollari per aggiornare e modernizzare le armi nucleari degli Stati Uniti a compromettere ora uno dei pilastri centrali del trattato sul trattato nucleare, il Comprehensive Test Ban Treaty del 1996 (CTBT).

 

Quell'accordo poneva fine ai test sulle armi nucleari, rallentando lo sviluppo di nuove armi, in particolare la miniaturizzazione e le testate di minima portata. La prima consente di porre più testate su ciascun missile, le seconde aumentano la possibilità di usare armi nucleari senza avviare uno scontro nucleare su vasta scala.

 

I razzi sono difficili da progettare, ragion per cui non possono essere implementati senza un test preventivo. Gli americani hanno aggirato alcuni degli ostacoli creati dal CTBT usando simulazioni computerizzate come quelle della National Ignition Facility. La testata Mod 11 B-61, che sarà prossimamente dispiegata in Europa [principalmente in Italia, N.d.T.], era stata originariamente pensata per combattimenti urbani, ma i laboratori di Livermore, in California, e di Los Alamos e Sandia, in New Mexico, la hanno trasformata in un bunker buster, capace di attaccare i centri di controllo e comando nascosti nel sottosuolo.

 

Tuttavia, l'esercito e l'establishment nucleare - che vanno da aziende come Lockheed Martin e Honeywell International a centri di ricerca universitari - da tempo si sentivano ostacolati dal CTBT. A ciò si aggiunge l'ostilità dell'amministrazione Trump a tutto ciò che limita la potenza degli Stati Uniti, e il CTBT potrebbe essere il prossimo sulla lista.

 

Il ripristino dei test nucleari porrà fine ai controlli sulle armi di distruzione di massa. E poiché l'articolo VI del Trattato di non proliferazione nucleare (NPT) prevede lo smantellamento di armi di distruzione di massa da parte delle potenze nucleari, anche questo accordo potrebbe fallire. In pochissimo tempo paesi come la Corea del Sud, il Giappone e l'Arabia Saudita si aggiungerebbero al club nucleare, seguite a ruota da Sud Africa e Brasile. Gli ultimi due paesi hanno studiato la produzione di armi nucleari negli anni '80, e il Sud Africa ne ha già testata una.

 

La fine dell'accordo INF spingerà il mondo più vicino alla guerra nucleare. Poiché i missili a medio raggio riducono il tempo di preavviso per un attacco nucleare da 30 minuti a 10 minuti o meno, i paesi si terranno pronti a rispondere al fuoco. "Se non si usano non servono" è la filosofia che spinge le tattiche della guerra nucleare.

 

Nell'ultimo anno, la Russia e la NATO hanno svolto esercitazioni militari molto estese ai rispettivi confini. I caccia russi, statunitensi e cinesi di solito giocano a braccio di ferro. Ma cosa succederebbe se uno di quei "giochi" andasse storto?

 

Gli Stati Uniti e l'Unione Sovietica sono arrivati ​​ai limiti di una guerra accidentale in almeno due occasioni e, con così tanti attori e così tante armi, sarà solo una questione di tempo prima che un paese interpreti un'immagine radar in modo errato e si posizioni in DEFCON 1 - imminente guerra nucleare.

 

Il Trattato INF è nato a causa della forte opposizione e delle grandi manifestazioni in Europa e negli Stati Uniti. Questo tipo di pressioni, unite all'impegno dei paesi a non dispiegare tali armi, saranno nuovamente necessari per evitare che l’intero sistema di accordi che ha tenuto a bada l'orrore della guerra nucleare vada in pezzi.