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22/11/18

Moneyweek - L’Italia non si inchina alla UE

La prestigiosa rivista anglosassone MoneyWeek rende conto dell’attuale conflitto tra governo italiano e UE sul deficit di bilancio. Le richieste italiane sembrano assolutamente ragionevoli data la congiuntura economica e la situazione del paese, ma l’UE non vuole transigere dalla sua consueta richiesta di austerità. Le autorità europee contano solitamente sul fatto che “i mercati” costringano i paesi ribelli a piegarsi ai voleri di Bruxelles, ma stavolta le condizioni sono diverse, e le sanzioni UE non possono spaventare nessuno.

 

Di Matthew Lynn, 18 novembre 2018

 

 

L’Italia sta sfidando la UE sulla spesa pubblica. Ma, questa volta, i mercati non vengono in aiuto di Bruxelles. E questo sarà un bel problema per l’UE.

 

Gli interessi sul debito pubblico esploderebbero. Le banche sarebbero in pericolo. Le aziende rimarrebbero senza liquidità e i capitali abbandonerebbero il Paese. In breve tempo, si instaurerebbe una spirale negativa. Mentre il sistema finanziario si avvierebbe verso il collasso, il governo “populista” italiano sarebbe costretto ad abbandonare le sue stravaganti promesse elettorali, abbassare i toni, e obbedire agli ordini della UE.

 

O quantomeno, questo era il copione scritto da Bruxelles quando la Lega e il Movimento Cinque Stelle hanno preso il potere nella prima metà dell’anno. Ciò nonostante, l’Italia ha deciso di aumentare la spesa, sfidando le regole che la tengono soggiogata nell’euro. Il Presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker ha scritto al governo lettere di richiamo. “Le uniche lettere che accetto sono quelle di Babbo Natale” ha risposto Matteo Salvini, il Ministro degli Interni italiano e leader della Lega.

 

Un problema di copione

 

Nemmeno i “bond vigilantes” stanno seguendo il copione. I mercati finanziari non possono o non vogliono fare il lavoro di Bruxelles. Forse non dovremmo stupirci. Secondo lo standard dello scorso decennio, il bilancio presentato dal governo italiano non si può certo definire estremo. Qualche riduzione della tassazione e un po’ di spesa pubblica aggiuntiva spingerebbero il deficit al 2,4% del PIL. Solo qualche anno fa paesi come il Regno Unito facevano deficit del 10% del PIL. Quindi il 2,4% non sembra proprio la fine del mondo. Tuttavia, le regole della moneta unica richiedono ai membri di non fare deficit eccessivi. E la commissione insiste che l’Italia debba rivedere il suo bilancio.

 

Comprensibilmente, il governo ha rifiutato, e viene ora minacciato di sanzioni se non obbedisce. La verità è che una multa in più o in meno non sarebbe molto rilevante. Ma la bancarotta nazionale fa paura a qualsiasi governo, e dovrebbe imporre un cambio di politica. L'Italia ha un debito di 2.100 miliardi di euro, o 131% del PIL. Per alimentarlo, deve pagare miliardi di interessi ogni anno, e rinnovarlo quando arriva a scadenza. Un significativo aumento nel costo del prestito, o la minaccia di tagliarla fuori dai mercati dei capitali, la metterebbero velocemente in ginocchio. È quanto accadde quando la Grecia sfidò la UE, e nel 2011 quando Silvio Berlusconi fu rimpiazzato dal tecnocrate pro-UE Mario Monti. Prima o poi i populisti vengono docilmente costretti all'obbedienza e la crisi è finita.

 

Solo che stavolta non sta andando proprio così. Gli interessi sui bond italiani sono saliti e le azioni delle banche sono scese. Ma neanche lontanamente in modo catastrofico. Non esiste alcuna vera pressione sul governo perché ceda. Come mai?

 

La prima ragione è che un bilancio moderatamente espansivo è una politica perfettamente sensata per l’Italia. Si tratta di un paese che non è praticamente cresciuto nei due decenni da quando si è unito all’euro. Nell’ultimo trimestre, è riscivolato nella crescita zero e si trova a un passo dalla recessione. Ha un alto livello di disoccupazione, e un sacco di risorse economiche inutilizzate. Non c’è bisogno di essere John Maynard Keynes per concludere che un po’ di spese pubbliche aggiuntive potrebbero essere appropriate quest’anno. È l’insistenza dell’UE nell’imporre altra austerità ad apparire estremista.

 

“Too big to fail”

 

Inoltre, le regole del gioco sono cambiate. Nell’ultima euro-crisi, non si sapeva se la Banca centrale europea sarebbe intervenuta. Gli investitori correvano un rischio concreto di default sui titoli greci e italiani. Quindi non stupiva che gli interessi andassero alle stelle. Ma con la Banca Centrale che attualmente sta stampando migliaia di miliardi di euro, oggi questo scenario sembra molto meno probabile.

 

Infine, l’Italia è troppo grande perché possa fallire. Il suo debito potrebbe distruggere il sistema bancario di tutta Europa e potenzialmente innescare il collasso della moneta unica. I mercati lo sanno e quindi non faranno il lavoro al posto della UE così come  lo fecero nel 2011 e nel 2012.

 

Nelle prossime settimane il governo italiano potrebbe subire una sanzione tra i 3 e i 4 miliardi di euro. Ma non verrà escluso dai mercati e le sue banche non collasseranno. Proseguirà come se nulla fosse successo. Questo rappresenterà un grosso problema per Bruxelles. Non ci vorrà molto prima che i greci, gli spagnoli e in verità anche i francesi prendano atto che si può sfidare Bruxelles a piacimento, e non c’è molto che Bruxelles possa fare a riguardo.

 

 

21/11/18

German Foreign Policy - I "nemici interni" della UE

Su German Foreign Policy, sito specializzato sulla politica estera tedesca, si riportano le posizioni espresse su importanti quotidiani tedeschi sulla necessità di una posizione di difesa molto dura da parte della Germania contro i suoi "nemici interni": il paese si sente attaccato su molti fronti, dalla Gran Bretagna  ai paesi Visegrad,  ma nella maniera più devastante dall'Italia, il cui governo, a quanto da loro sostenuto, "non merita" di mettere a rischio il proprio paese e con esso l'Unione, mandando così a monte tutti i vantaggi di cui la Germania ha goduto e che ora teme di perdere. In queste posizioni non c'è ombra di una volontà di collaborazione e condivisione sugli evidenti problemi di funzionamento della UE, bensì un atteggiamento chiuso ed arroccato nella difesa estrema dei propri vantaggi, secondo la logica perdente di "mors tua vita mea".  

 

 

 

25 ottobre 2018

 

 

Traduzione per Vocidallestero di Luca Scarcali


 

BERLINO - Per quanto riguarda il conflitto tra Bruxelles e Roma sul bilancio dello Stato italiano, nell'establishment tedesco c'è una chiamata ad una decisa battaglia contro i "nemici interni" dell'UE. Si deve difendere l'Unione europea "con tutta la forza", dice un importante giornale tedesco; "la coalizione del governo italiano non è degna di mettere a rischio il destino del Paese". Il motivo per cui il governo italiano ha aperto lo scontro è il suo rifiuto di continuare a seguire i dettami dell'austerità tedesca. Il predominio di Berlino nell'UE genera crescenti proteste anche in altri stati membri, che si aggiungono ai conflitti con Polonia ed Ungheria. Anche in Francia cresce il malumore per Berlino. Nel frattempo il fondatore del movimento politico "La France insoumise", Jean-Luc Mélenchon, che nelle elezioni presidenziali del 2017, con il 20 per cento ha mancato di poco la partecipazione al ballottaggio, chiama la Francia all'uscita da tutti i trattati europei. Le élite tedesche reagiscono con ancora maggior durezza.

 

 

 

 

Sì al razzismo, no alla promozione dei consumi

 

A seguito della bocciatura del bilancio italiano da parte della Commissione europea, c'è un'ulteriore escalation del conflitto tra Bruxelles e Roma. Per la prima volta in assoluto, martedì, la Commissione ha respinto un bilancio democraticamente approvato, già nella fase della presentazione, ed ha chiesto fondamentali “correzioni”. Il governo italiano ha annunciato che non cederà e si atterrà al deficit previsto del 2,4% del prodotto interno lordo (PIL). [1] Se dovesse mantenere le sue posizioni, fra poche settimane potrebbe scattare una multa. Il conflitto è particolarmente acuto in quanto, secondo una recente indagine, il 59% della popolazione italiana sostiene un chiaro aumento dell'indebitamento, e quindi il governo può contare su un ampio sostegno.[2] Allo stesso tempo, l'UE in Italia ha perso popolarità in misura enorme: solo il 42% della popolazione è a favore dell'adesione all'Unione - meno che nel Regno Unito.[3] Va notato che Bruxelles non interviene contro le misure razziste della Lega, che incontrano forti critiche internazionali. Il motivo dell'intervento dell'UE è piuttosto quello di opporsi al tentativo di uscire dalla politica di austerità tedesca, che si è dimostrata incapace di condurre l'Italia fuori dalla crisi. Roma vuole provare a generare crescita promuovendo i consumi. Berlino si oppone.



 

 

L'Europa della guerra

 

 

Il conflitto con l'Italia e la disputa sulle modalità di uscita della Gran Bretagna dall'UE [4] stanno portando a crescenti tensioni con sempre più paesi. Anche in Francia le proteste contro il dominio di Berlino nell'UE di recente sono diventate più forti. In un discorso all'Assemblea Nazionale di lunedì, il fondatore de La France insoumise, Jean-Luc Mélenchon, non solo ha parlato contro la politica di austerità imposta da Berlino, in quanto distrugge il modello sociale francese[5], ma ha anche criticato la militarizzazione dell'UE spinta da Berlino [6]: si dovrebbe effettivamente costruire una "Europa per la pace", ma ora si scopre che su iniziativa della Repubblica federale tedesca è in costruzione "un'Europa della guerra". Fin dalla fine di settembre, Mélenchon ha manifestato in un articolo la sua protesta contro i piani tedeschi di diventare di fatto una potenza nucleare, attraverso la partecipazione alle armi nucleari francesi. Inoltre - ancora una volta - ha sottolineato la posizione dominante del personale tedesco negli organismi decisivi e nell'apparato burocratico della UE.[7] In definitiva, la supremazia tedesca nell'UE si basa sullo schiacciante  potere economico del paese, che consente al governo di Berlino di agire in maniera autoritaria.[8] Mélenchon, che nelle elezioni presidenziali del 2017, con il 19,6 per cento dei voti, ha mancato di poco la partecipazione al ballottaggio, chiama nel frattempo la Francia, paese in cui nessun miglioramento immediato è in vista, "all'uscita da tutti i trattati europei".[9]


 


Vassalli


 

 

Allo stesso tempo stanno aumentando le divergenze con i paesi di Visegrad (Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca, Slovacchia). Martedì, durante una discussione al Ministero degli Affari Esteri, si è avuto uno scambio di opinioni tra il Presidente federale Frank-Walter Steinmeier e la sua controparte polacca Andrzej Duda. L'argomento non era solo la riforma giudiziaria, con la quale Varsavia vuole sottoporre i tribunali del paese, e in particolare i loro gradi superiori, a un controllo politico.[10] Riferendosi ad ulteriori questioni, Duda ha parlato contro il "consesso delle principali potenze" all'interno dell'Unione, in cui i paesi più popolosi dominano apertamente, e ha dichiarato: "Non vogliamo essere vassalli."[11] Riguardo all'obiezione del Presidente federale che tutti gli Stati membri hanno aderito all'Unione su base volontaria, Duda ha sottolineato che nel frattempo il Regno Unito è stato il primo paese a lasciare l'UE.[12] In effetti, finora, Bruxelles non ha evitato alcuno sforzo per rendere l'uscita britannica un esempio scoraggiante, in modo da impedire ad altri membri di lasciare l'Unione (Rapporto german-foreign-policy.com [13]). Lasciare l'Unione è un problema per i piccoli Stati membri, solo teoricamente liberi - basta dare uno sguardo alle tattiche negoziali dell'UE per la Brexit, effettivamente intimidatorie.

 

 

 

Divorare o essere divorati

 

 

Nel tentativo di consolidare l'UE - da cui le élite tedesche continuano a beneficiare al massimo grado, sia economicamente che politicamente - ora l'establishment tedesco individua chiaramente il nemico e ne parla apertamente. I "nemici" dell'Unione "si trovano al suo interno e vogliono distruggerla", è stato detto pochi giorni fa, a proposito del conflitto sul bilancio italiano, da un quotidiano tedesco un tempo liberale [14]. Attualmente, sono in corso "almeno tre attacchi simultanei" nei confronti dell'UE: il primo fronte è rappresentato dalla Gran Bretagna, che è uscita dall'Unione europea, un secondo dalla Polonia ed Ungheria ed un terzo dall'Italia. Roma potrebbe ora "provocare una crisi finanziaria e monetaria", che costringebbe gli Stati membri a decidere se piegarsi al "ricatto" italiano o "accettare l'uscita di un socio fondatore". La maggioranza dell'UE deve "resistere agli attacchi se non vuole essere divorata", ha proseguito il giornale. La lotta con la Polonia e l'Ungheria potrebbe essere tenuta "in sospeso" per un po', fino a quando "si verificherà un cambiamento di orientamento politico" in questi paesi. "La causa italiana", tuttavia, non lo consente, a causa delle dinamiche della crisi; potrebbe diventare "un banco di prova" su come affrontare i "nemici" dell'UE. L'autore dell'articolo, che è molto addentro all'establishment della politica estera tedesca, mette il governo italiano nel mirino: "Questa coalizione non è degna di mettere a rischio il destino del Paese". E' giunto il momento di agire: "Chi vede un valore in questa Unione, ora deve difenderlo con tutte le forze." L'era glaciale dell'Europa è appena iniziata.

 

 

Il potere centrale nell'Europa

 

 

Gli sforzi della Repubblica Federale tedesca di tenere insieme l'UE, che domina e da cui trae grandi benefici, è stata recentemente commentata dallo storico britannico Perry Anderson. Nel suo libro più recente dal titolo "Egemonia", Anderson cita il consigliere del governo di Berlino Herfried Münkler, che già nel 2015 affermava che spetta alla "potenza centrale europea" – quindi alla Germania - "domare il recente drammatico aumento delle forze centrifughe nell'Unione": "Se la Germania fallisce nei suoi compiti di potere centrale europeo, allora fallisce l'Europa"[15]. Anderson è critico nei confronti dell'UE da molto tempo; nell'estate del 2015, a seguito dell'aggiramento del "No greco" al referendum sulla politica di austerità imposta ad Atene, ha giudicato l'Unione "una struttura oligarchica basata sulla negazione di ogni tipo di sovranità popolare", impostando un "amaro" regime economico che "genera privilegi per pochi e disagi per molti ".[16] Considerando le affermazioni di Münkler, Anderson constata che Berlino deve "gestire i compiti del potere centrale europeo in modo responsabile". In Germania si parla sempre di "responsabilità verso l'Europa", senza menzionare minimamente i profitti che la Repubblica Federale tedesca sta facendo da anni grazie alle sue eccedenze di esportazioni [17], a detrimento degli altri stati membri. Nel suo libro "Egemonia", Anderson ironizza sui numeri autoreferenziali del contributore netto e guardiano d'Europa, al servizio della propria auto-glorificazione. Il potere usa sempre il pathos, per autocommiserarsi o per compiacersi di sé."[18]

 

 

 

[1] Manovra, governo tira dritto: 'Non cambia'. ansa.it 24.10.2018.

 

[2] Die Märkte blicken auf Italien. wiwo.de 22.10.2018.

 

[3] Briten sind nicht die größten EU-Skeptiker. n-tv.de 17.10.2018.

 

[4] S. dazu Das Feiglingsspiel der EU.

 

[5] Michaela Wiegel: Schluss mit dem Basar. Frankfurter Allgemeine Zeitung 24.10.2018.

 

[6] S. dazu Die Koalition der Kriegswilligen und Die deutsche Bombe.

 

[7] S. dazu Eine nie dagewesene Machtkonzentration und Der Blitzaufstieg des Generalsekretärs.

 

[8] Jean-Luc Mélenchon, Bastien Lachaud: L'Allemagne vise-t-elle une hégémonie en Europe? Le Monde 23.09.2018.

 

[9] Michaela Wiegel: Schluss mit dem Basar. Frankfurter Allgemeine Zeitung 24.10.2018.

 

[10] Reinhard Lauterbach: Der nächste Exit? junge Welt 24.10.2018.

 

[11] "Wir wollen nicht Vasallen sein". spiegel.de 23.10.2018.

 

[12] Eckart Lohse: Stunde der Wahrheit. Frankfurter Allgemeine Zeitung 24.10.2018.

 

[13] S. dazu Brüsseler Provokationen und Die Arroganz der EU.

 

[14] Stefan Kornelius: Eiszeit in Europa. Süddeutsche Zeitung 19.10.2018.

 

[15] Herfried Münkler: Wir sind der Hegemon. faz.net 21.08.2015.

 

[16] Perry Anderson: The Greek Debacle. jacobinmag.com 23.07.2015.

 

[17] S. dazu Ein Transmissionsriemen deutscher Dominanz.

 

[18] Jürgen Kaube: Kommen Sie uns bitte nicht mit der Moral des Stärkeren. faz.net 14.09.2018.

 

30/10/18

Le Figaro - Bocciatura del bilancio italiano: "La Commissione gioca a un gioco pericoloso"

Un altro intervento del professor Steve Ohana su Le Figaro (dopo quello già qui pubblicato) commenta il rifiuto del disegno di bilancio italiano da parte della Commissione. A differenza di quanto accaduto in Grecia, in questa occasione la "fronda populista"  dei paesi periferici - intrappolati tra le politiche deflazionistiche imposte dalle regole europee e la minaccia di un taglio della liquidità da parte della BCE - è guidata da un paese come l'Italia, dice Ohana, che da un lato rappresenta il più importante mercato obbligazionario europeo e dall'altro appare attrezzata  a sostenere la sfida e a reagire, avendo alle spalle una annosa e approfondita riflessione sulle problematiche dell'eurozona. La Commissione si trova a dover contrastare frontalmente questa consapevole e aperta minaccia alle politiche liberiste che ne costituiscono la stessa ragion d'essere, ma così facendo il gioco si fa duro e la posta in gioco è la sopravvivenza stessa dell'eurozona. 

 

 

 

FIGAROVOX / TRIBUNE, 26 ottobre 2018 - Per Steve Ohana, vi è un alto rischio che il rifiuto del bilancio italiano da parte della Commissione spinga il governo italiano a misure sempre più ostili a Bruxelles.

 

Steve Ohana è professore di finanza presso l'ESCP Europe, storica e prestigiosa business school di Parigi.

 

Lo scorso martedì la Commissione europea ha respinto ufficialmente il progetto di bilancio presentato dal governo italiano per il 2019.

 

Primo rifiuto di bilancio nella storia dell'Unione europea, esso riflette il dilemma irrisolvibile di molti paesi dell'UE, in particolare quelli dell'Europa meridionale. Da un lato, l'applicazione coscienziosa dei trattati europei li blocca nella trappola deflazionistica della crescita debole e del sovraindebitamento. D'altra parte, nemmeno uno scontro troppo frontale sulle regole europee offre la possibilità di un esito favorevole a uno Stato che non emette il debito nella propria valuta, perché, in quel caso, le autorità europee sono in grado di farlo capitolare consegnando le sue banche e il suo governo alla vendetta dei mercati.

 

Alcuni governi hanno tentato una strada intermedia negoziando con la Commissione per ottenere una certa flessibilità nell'applicazione delle norme comunitarie (senza peraltro poter tornare alla piena occupazione e alla solvibilità). Se negli ultimi anni la Commissione si è dimostrata flessibile nell'applicazione del patto di stabilità con i governi di paesi come Francia, Italia, Portogallo o Spagna, è probabilmente perché i governi in questione hanno mostrato di avere le carte in regola su ciò che non era iscritto in bilancio (in particolare le cosiddette "riforme strutturali" riguardanti il ​​mercato del lavoro, il sistema pensionistico, ecc.). Ma è anche perché hanno saputo essere discreti e mantenere un profilo basso nei loro negoziati con la Commissione. In breve, la maggior parte dei leader politici europei, più o meno apertamente, condivideva l'idea che le regole fossero illegittime sul piano democratico ed economicamente inefficienti.

 

Ad esempio, l'attuale commissario europeo per gli affari economici e finanziari, Pierre Moscovici, già ministro delle finanze di François Hollande, in un'intervista concessa al New York Times nel 2013 ammise che i governi "democraticamente eletti" dovevano "difendere la propria visione" di fronte alla "ortodossia neoliberale" della Commissione ... Tuttavia, i leader europei ritenevano allo stesso tempo che fosse comunque necessario mantenere l'apparenza del rispetto delle regole, al fine di non svelare apertamente l'inettitudine dell'ordine tecnico-giuridico europeo, una rivelazione che avrebbe potuto giovare al "populismo" e ai "nazionalismi" e suonare la campana a morto del "progetto europeo". Forse questa commedia veniva recitata nella speranza che un giorno i governi dei diversi paesi europei avrebbero finito per accettare di modificare queste regole in una direzione più sostenibile o di completare l'unione monetaria attraverso un'unione bancaria e fiscale reale ... Un sogno di un "salto federale dell'UE" ripetutamente portato avanti dai leader centristi europei (da François Hollande a Emmanuel Macron, passando per Matteo Renzi), e che non si è mai realizzato ...

 

L'episodio della Grecia dell'estate 2015 è stato il primo tentativo, consapevolmente rivendicato, di far esplodere le austere catene legali dell'Unione Europea. Conosciamo il risultato: il primo ministro greco Alexis Tsipras ha optato per la capitolazione alle richieste della troika e la principale figura che contestava le regole, il ministro delle finanze greco Yannis Varoufakis, è stato costretto a farsi da parte in favore di posizioni più concilianti.

 

L'avvento al potere della coalizione italiana M5S / Lega nel maggio 2018 ha segnato una nuova svolta in questa fronda dei popoli europei contro l'edificio tecnico-giuridico europeo. La terza più grande economia della zona euro, che rappresenta il più grande mercato obbligazionario europeo, si è messa alla guida della rivolta contro le regole di governance europee. Come ha implicitamente ammesso Pierre Moscovici martedì scorso, l'aspetto più inquietante dell'atteggiamento italiano non è la trasgressione in sé (che non è così "eccezionale", come dichiarato dalla Commissione rispetto ad altri paesi), ma il il modo in cui i leader politici italiani, e in particolare il leader della lega Matteo Salvini, "sostengono" e "rivendicano" questa trasgressione invece di provarne imbarazzo. È anche il fatto che la trasgressione non riguarda semplicemente il bilancio, ma praticamente mette in discussione tutta l'ortodossia economica promossa dalle istituzioni europee per trent'anni (mercato del lavoro flessibile, riforma delle pensioni, privatizzazione delle infrastrutture, ecc.) oltre alle norme europee sull'accoglienza dei migranti. Quindi in questa fronda si annida una minaccia esistenziale per l'UE, tanto più che Salvini ora manifesta l'ambizione di mettersi a capo della nuova Commissione europea dopo le elezioni europee di maggio 2019, con l'obiettivo di rifondare le regole UE e restituire gran parte della sovranità agli Stati

 

È quindi in corso una vera e propria guerra tra l'UE e la nuova coalizione italiana. Potrà anche esserci qualche tregua, ma non potrà esserci che un solo vincitore.

 

Il rifiuto del disegno di bilancio italiano da parte della Commissione è un passo cruciale in questo scontro perché, per la prima volta, è in gioco la stabilità finanziaria mondiale. Molti elementi importanti distinguono questa crisi da quella tra la Grecia e i suoi creditori nel 2015.

 

Da un lato, il debito pubblico italiano, che ammonta a poco meno di 2500 miliardi di euro, è quasi otto volte più grande del debito greco. Inoltre, è ampiamente presente nelle attività di banche, assicuratori e fondi di investimento (mentre quando è scoppiata la crisi greca nel 2015 il debito greco era detenuto principalmente da istituzioni pubbliche). Ricordiamo a titolo di confronto che il debito di Lehman Brothers al momento del suo fallimento ammontava "soltanto" a 600 miliardi di dollari ... Un default dell'Italia sul proprio debito (tramite, ad esempio, la sua ridenominazione in lire) metterebbe in ginocchio il sistema bancario europeo, già molto debole e interconnesso. I margini di manovra degli attori pubblici saranno più ristretti rispetto alla crisi dei mutui subprime e dei debiti dei paesi periferici, in un contesto di cooperazione debole - o persino di sfiducia - sulla scena internazionale, di indebitamento pubblico già elevato e di stanchezza rispetto all'attivismo delle banche centrali.

 

D'altra parte, mentre il governo Tsipras era composto da leader fondamentalmente "pro-europei" e animati dal desiderio di "riformare l'euro" (e quindi privi di un "Piano B" di uscita dalla zona euro in caso il fallimento del loro "Piano A"), la coalizione italiana è composta da leader che sono allo stesso tempo molto più "euroscettici" e probabilmente molto meglio attrezzati intellettualmente rispetto al governo Tsipras su un eventuale "Piano B". Gli economisti Paolo Savona, Claudio Borghi e Alberto Bagnai, che ricoprono posizioni chiave nel governo e nel Parlamento italiano, hanno già fatto una riflessione approfondita sul tema dell'euro, evocando già da molti anni la necessità per l'Italia di prepararsi a un'uscita. Salvini non nascondeva il suo desiderio di uscire dall'euro prima di assumere responsabilità di governo. La critica dell'euro fa anche parte del DNA del Movimento Cinque Stelle, attraverso le posizioni del suo fondatore, Beppe Grillo, fortemente euroscettico. Il primo progetto di coalizione redatto da Salvini e Di Maio, che era trapelato sulla stampa, faceva esplicita menzione di un "meccanismo di uscita dall'euro" nel caso si manifestasse una "chiara volontà popolare" in questo senso. Ricordiamo anche il riferimento ai "mini-bot", una "moneta fiscale" parallela all'euro che se necessario potrebbe essere emessa dal governo.

 

Le dichiarazioni rassicuranti del governo italiano che affermano "l'assenza di un piano B" e la "volontà di restare nell'euro" non dovrebbero essere prese alla lettera, ma piuttosto come un'arma tattica usata da questo governo a servizio di una strategia a lungo termine che non è stata ancora rivelata. La coalizione attualmente non dispone di una maggioranza favorevole ad un'uscita "secca" dall'euro, ma si sforza, a volte in modo contraddittorio, di mettere il più possibile in discussione le norme europee (basandosi sul mandato democratico conferitogli dal popolo italiano), cercando di attribuire alle autorità europee le responsabilità per la crescita dello spread.

 

Giovanni Tria, il ministro italiano dell'economia, ha dichiarato che se lo spread Italia-Germania arrivasse al 4% (oggi è circa al 3,2%), allora il bilancio dovrebbe essere rivisto in linea con le richieste della Commissione (dichiarazioni riportate dalla stampa, ma che in realtà non risultano confermate da nessuna fonte ufficiale, ndt). Da parte sua, Giancarlo Giorgetti, vicino a Salvini, ha appena dichiarato che il superamento della soglia del 4% innescherebbe automaticamente una ricapitalizzazione delle banche italiane (a causa della loro elevata esposizione al debito sovrano nazionale, che deve essere registrato nel loro bilancio al valore di mercato). La prima dichiarazione invita la Commissione europea ad esercitare la massima pressione sull'Italia al fine di far aumentare lo spread fino al 4% e far così capitolare la coalizione italiana. Questa è precisamente la strategia in fase di attuazione da parte della Commissione. D'altro canto, la dichiarazione di Giorgetti è molto più difficile da interpretare. Se la ricapitalizzazione venisse fatta nel quadro della zona euro, rischierebbe di innescare una corsa agli sportelli ("bank run") da parte dei creditori e depositanti delle banche nel momento in cui la soglia del 4% venisse superata. In effetti, secondo le regole dell '"Unione bancaria europea", la ricapitalizzazione di una banca in difficoltà da parte del "Meccanismo di risoluzione unico" richiede di imputare le perdite ai depositanti e ai creditori della banca in questione. Questo evento di "forza maggiore" potrebbe quindi indurre il governo italiano a tirar fuori l'ipotetico "Piano B", volto a ricapitalizzare il proprio sistema bancario emettendo una propria valuta.

 

A quanto è possibile capire, le intenzioni del governo italiano sono molto difficili da interpretare e non è escluso che il fine ultimo della manovra sia quello di mettere la Commissione in trappola, consentendole di provocare una situazione di crisi e quindi innescando la messa in atto di un piano di uscita del quale la Commissione porterebbe la piena responsabilità.

 

In questo contesto, il gioco della Commissione appare estremamente avventuroso. Il "successo" della troika di fronte alla fronda greca dell'estate 2015 la sta forse inducendo a commettere un grave errore di valutazione sulle intenzioni italiane. Questa scommessa potrebbe avere conseguenze incalcolabili per i popoli che si trovano ostaggio di questo scontro.

 

08/10/18

Evans-Pritchard: il pericoloso gioco dell'Unione europea

Contrariamente alla stampa mainstream italiana, Ambrose Evans-Pritchard sul Telegraph vede sì i rischi della situazione attuale per l'Italia – il braccio di ferro sul Def tra governo e Ue, basato più su motivazioni politiche che questioni tecniche - ma non tace i punti di forza di cui gode il nostro Paese. Riassumiamo le parti più interessanti dell'articolo, rinviando per la lettura completa all'originale (pubblicato il 3 ottobre 2018).

 

 

 

Il "chicken game", ovvero “gioco del pollo” (o del coniglio) è, nella teoria dei giochi, un contesto così esemplificabile: due auto si dirigono a tutta velocità l'una contro l'altra; entrambi gli automobilisti contano sul fatto che sarà l'altro a spaventarsi, cedere e sterzare per primo, diventando il “pollo” - ovvero il codardo – della situazione. Se ciascuno dei due tira dritto, però, lo scontro sarà inevitabile, così come il disastro per entrambi.

 

Ed è proprio questo, secondo Ambrose Evans-Pritchard, giornalista del Telegraph e uno dei più attenti commentatori della politica economica italiana ed europea, il pericoloso gioco che Juncker sta consapevolmente conducendo nei confronti del Governo italiano, per mettere sotto stress il sistema bancario. E funziona.

 

Le autorità dell'UE, spiega il giornalista, contano sui mercati: all'aumentare dei tassi, sperano, la paura per la tenuta del sistema bancario spingerà l'opinione pubblica italiana verso più miti consigli.

 

Il gioco però è rischioso, secondo Pritchard. Se si va troppo oltre, infatti, l'Ue rischia di scatenare essa stessa una crisi di credito che travolgerebbe il sistema bancario italiano e la caduta in una spirale di recessione che si autoalimenta, provocando esattamente ciò che vuole evitare.

 

Secondo Evans-Pritchard i margini del gioco sono stretti, la tattica è rischiosa, perché l'economia italiana negli ultimi mesi ha rallentato. E sgombra il campo da tecnicismi e ipocrisie: non sono certo i punti percentuali di deficit previsti nel Def italiano che sono in questione, afferma. È invece una questione tutta politica. “Nell'Ue c'è qualcuno che punta a mettere in ginocchio l'Italia”, come ha detto Matteo Salvini, citato da Evans-Pritchard nell'articolo.

 

“Quando Jean-Claude Juncker questa settimana si è scagliato contro i ribelli della Lega - Movimento Cinque Stelle agitando lo spettro di una 'nuova Grecia', ha volutamente gettato benzina sul fuoco. Era una strategia calcolata […] Ciò che i mercati dei bond temono in questo momento è un'escalation della battaglia tra l'alleanza Lega – Cinque Stelle e Bruxelles, che - se mal gestita – comporta il rischio di un'uscita italiana dall'euro e la rottura dell'unione monetaria.”


 

Le conseguenze, come spiega Evans-Pritchard, sono quelle note: “Il rischio di denominazione, diverso dal normale rischio di insolvenza. Che si può isolare e misurare confrontando l'andamento dei prezzi di diverse annate di credit default swap con contratti legali diversi. La componente è in forte rialzo.”

 

Secondo Evans-Pritchard, “Bruxelles potrebbe avere ragione nel calcolare che Roma cederà e che gli eterni 'poteri forti' dell'establishment italiano piegheranno i ribelli o li compreranno.”

 

Ma avverte anche che per ora non è successo: e cita le recenti affermazioni di Di Maio sul fatto che chi spera in un'inversione di rotta si illude.

 

Evans-Pritchard – pur definendo illusorie le promesse di Di Maio sul fatto che la maggior crescita ripianerà il deficit - mette anche in fila una serie di punti di forza italiani, abitualmente taciuti dalla nostra stampa mainstream e quindi poco noti all'opinione pubblica: che l'Italia in rapporto al bilancio UE è un contribuente netto; il nostro avanzo nelle partite correnti, ovvero nella differenza tra esportazioni e importazioni, di 2,8 punti percentuali del PIL; le dimensioni del nostro settore manifatturiero, maggiori di quello della Francia o della Gran Bretagna. Inoltre sottolinea come con un avanzo di bilancio primario come il nostro - a differenza della Francia, che peraltro ha ripetutamente violato il Patto di stabilità - potremmo passare tecnicamente alla lira senza temere una crisi di sostenibilità del debito.

 

Quanto al nostro debito pubblico, Evans Pritchard ricorda che è di 2.300 miliardi di euro, cui aggiunge un ulteriore debito di 500 miliardi di dollari alla Banca centrale europea attraverso il sistema di pagamenti Target2 (che si tratti di un reale debito anche in questo caso è questione notoriamente controversa), ma sottolinea che può essere convertito unilateralmente in lire secondo le regole della Lex Monetae.

 

Inoltre Evans -Pritchard nota che al minimo cenno che l'Italia fosse in procinto di lasciare l'euro - e o convertire i debiti in lire o fare default – si scatenerebbe immediatamente il contagio in Portogallo, Spagna e Grecia. I creditori tedeschi rischierebbero un taglio del loro credito da un trilione di euro. Per evitarlo, la Germania e gli altri Paesi del Nord dovrebbero accettare quello che finora hanno ostinatamente rifiutato: il grande balzo in avanti verso l'unione fiscale, sostenuta da una banca centrale con pieni poteri di prestatore di ultima istanza. Ma Evans-Pritchard non sembra molto ottimista sul realizzarsi di questa ipotesi.

 

In caso di dissoluzione dell'Eurozona – messa a rischio anche dalla fine degli acquisti di obbligazioni da parte della BCE, a fine anno, che lascerà gli stati del Sud Europa esposti alle forze del mercato – Evans-Pritchard fa notare che si potrebbe parlare di “distruzione reciproca assicurata”, ma sottolinea che

 

“l'Italia avrebbe almeno qualche effetto di compensazione: un vantaggio competitivo dovuto alla tanto necessaria svalutazione (il tasso di cambio reale è del 20% troppo alto) e una ripartenza dopo il taglio parziale del debito. È difficile invece vedere quale potrebbe essere il lato buono della medaglia per Germania, Olanda o Francia. Quindi chi ha davvero il coltello dalla parte del manico? - continua - L'Italia non assomiglia alla Grecia, dove il gruppo dirigente pro-Syriza voleva strenuamente rimanere nell'euro. La Lega e i Cinque Stelle affondano le loro radici nell'euroscetticismo. Il loro piano di riserva per una valuta parallela – i "minibot" - è inserito nel contratto di governo dell'alleanza. Se gli spread delle obbligazioni salgono a livelli che soffocano il sistema bancario, il governo può in qualsiasi momento emettere carta sostitutiva come una liquidità alternativa a fini fiscali e contrattuali, sovvertendo l'unione monetaria dall'interno.”


 

Evans-Pritchard cita diversi elementi a sostegno della posizione italiana sull'euro. Tra questi, la ormai celebre recente dichiarazione di Claudio Borghi a Radio Uno, quando disse (ripetendolo peraltro per l’ennesima volta) che sua convinzione è che tornare alla propria moneta per l’Italia sarebbe meglio, anche se non è nel programma di governo e richiede il consenso dei cittadini. Secondo Evans-Pritchard l'Ue sta cadendo in una trappola, ovvero sta spingendo la situazione talmente al limite che finirà col creare proprio il consenso necessario per l'uscita dall'euro. Nell’articolo sono citati inoltre i documenti sul “piano B” di Paolo Savona.

 

E conclude così Evans - Pritchard:

 

“Le agenzie di rating sono pronte a muoversi. Potrebbero perdonare l'allentamento fiscale se i soldi fossero spesi per investimenti che aumentassero la velocità di crescita economica dell'Italia, ma non per invertire la riforma pensionistica e per un reddito di base universale […] Il piano di abbandonare il consolidamento fiscale per i prossimi tre anni lascia il paese ancora più vulnerabile a un cambio di rotta del ciclo economico e dei tassi di interesse. [...] L'aumento dei tassi erode il capitale delle banche italiane, che possiedono un quarto del debito pubblico negoziato e fanno affidamento sui mercati dei capitali all'ingrosso per il 21% del loro finanziamento. […] Siamo tornati al nostro vecchio amico della crisi della zona euro, il circolo vizioso. Titoli di debito pubblico e banche possono ancora abbattersi a vicenda in un effetto a spirale. Questo è il difetto fondamentale di un'unione monetaria senza un prestatore automatico d'emergenza. Difetto che l'Ue non ha mai sanato. Juncker potrebbe riuscire a terrorizzare l'Italia fino a indurla alla sottomissione nelle prossime settimane. Ma potrebbe invece appiccare l'incendio che brucerà la sua casa europea.”


 

 

 

 

07/10/18

Le Figaro - L'Europa non riuscirà a mettere in ginocchio l'Italia

Steve Ohana, professore di finanza presso l'ESCP Europe, storica e prestigiosa business school di Parigi,  commenta su Le Figaro, con pacatezza e ragionevolezza, la sfida aperta tra il nuovo governo italiano e le istituzioni UE, guardiane delle regole di governance che stanno portando al fallimento dell'Unione.  A differenza delle alte grida che si levano dai grandi media del nostro paese, dove sodali del vecchio establishment diffondono terrore su ogni richiesta di rinnovamento in difesa dell'interesse nazionale, secondo questa analisi le istituzioni europee non riusciranno tanto facilmente a mettere in ginocchio l'Italia, come hanno fatto con la Grecia nel 2015, per tanti motivi, non ultima l'importanza sistemica del mercato obbligazionario e del settore bancario italiano.  La strategia del governo giallo-verde è considerata dunque solida e ben fondata, e risulteranno decisive le elezioni europee della primavera 2019. 

 

 

 

 

 

FIGAROVOX / TRIBUNE. 1 Ottobre 2018

 

Il governo italiano ha annunciato che il deficit pubblico sarà pari al 2,4% del PIL, anziché l' 1,6 richiesto dall'Europa: Steve Ohana, professore di finanza presso l' ESCP Europe, storica e prestigiosa business school fondata a Parigi, analizza i rischi sia per l'Unione Europea che per l'Italia.

 

Venerdì è stato un giorno di verità per l'Italia e l'Europa. Mentre per diverse settimane investitori e commentatori sembravano rassicurati sulla situazione italiana e accoglievano con favore la presenza nel governo dell'economista Giovanni Tria, quale guardiano delle finanze italiane, venerdì i due leader della maggioranza, il leader della Lega Matteo Salvini e del Movimento cinque stelle Luigi Di Maio, hanno annunciato che il deficit pubblico per il 2019 non sarebbe stato pari all'1,6% del PIL, come previsto dai mercati, ma attorno al 2,4%.

 

Tanto è bastato per scatenare il timore dei mercati: nella giornata di venerdì i tassi italiani a 10 anni sono aumentati dello 0,25%, raggiungendo il 3,15%. L'indice della Borsa italiana ha ceduto quasi il 4%, trascinato in basso dalle banche, tra cui il gigante Unicredit che ha perso quasi il 7% e la Banca Popolare di Milano oltre il 9%. L'intero settore bancario europeo era in rosso, con perdite tra il 3 e il 4% per tutte le mega-banche francesi e tedesche.

 

Quali sono le intenzioni del governo italiano in questa nuova partita a poker con le istituzioni europee?

 

La marea "giallo-verde" del marzo 2018 è nata dalla crisi di sfiducia dell'opinione pubblica italiana nei confronti delle istituzioni europee. L'Italia, con una crescita zero del PIL pro-capite sin dall'avvio dell'euro e una disoccupazione che rimane ostinatamente al di sopra della media europea, si considera giustamente come la principale sconfitta dell'unione monetaria. E questo, nonostante tutti i suoi sforzi per conformarsi all'ortodossia economica e fiscale europea (torneremo su questo). Inoltre, la mancanza di solidarietà dei paesi europei nei confronti di paesi che, come l'Italia e la Grecia, dal 2015 sono stati in prima linea nell'accoglienza dei migranti, ha alimentato fortemente questa ondata euroscettica.

 

È in questo contesto che Salvini e Di Maio hanno cercato, dal maggio 2018, di intraprendere un braccio di ferro con l'UE sulle questioni migratorie, economiche e di bilancio. Con spettacolari gesti di disobbedienza alle regole della governance europea, i due leader italiani stanno minando progressivamente la credibilità delle istituzioni guardiane di queste regole. Istituzioni internazionali come l'FMI e la Commissione europea raccomandano un deficit pubblico dello 0,8% del PIL per ridurre lo stock del debito pubblico italiano dal 132% di oggi al 110% nel 2025? La coalizione annuncia il triplo di questo deficit per il 2019. I precedenti governi hanno bloccato la rivalutazione delle pensioni in base all'inflazione e hanno allungato l'età della pensione per accontentare Bruxelles? Questa riforma sarà rivista. Il Jobs Act del leader democratico Matteo Renzi mirava a rispettare la credenza europea sulla flessibilizzazione del mercato del lavoro? La maggioranza annuncia la sua intenzione di rivedere la possibilità di rinnovare i contratti a tempo determinato e le facilitazioni di licenziamento offerte alle imprese. E così è di tutte le regole della governance europea, dal patto fiscale alla privatizzazione delle autostrade, passando per le regole di accoglienza dei migranti.

 

Questa strategia di sfida nei confronti dei trattati non lascia molte possibilità ai leader europei. Se chiudono un occhio sulle trasgressioni italiane, distruggono la poca credibilità che rimane delle regole comuni. Se entrano in conflitto, anche verbalmente, con il governo italiano, permettono a Di Maio e Salvini di presentarsi come i garanti della sovranità popolare contro l'establishment. Inoltre, Emmanuel Macron o Bruno Le Maire hanno davvero il diritto di fare la lezione all'Italia, loro che hanno appena annunciato un deficit del 2,8% del PIL per il 2019 (avendo anche, a differenza dell'Italia , un saldo primario ancora in deficit)? Come potrebbe la Commissione europea rampognare l'Italia senza dire nulla alla Francia?

 

La strategia di Salvini e Di Maio non è quindi destinata a provocare nel breve termine una "grande rivoluzione", un'uscita dall'UE o dalla zona euro, uscita per la quale attualmente non hanno la maggioranza. Per ora, l'obiettivo del capo della Lega sembra essere quello di polarizzare l'opinione pubblica italiana ed europea in vista delle elezioni europee del maggio 2019, in cui spera di portare al Parlamento europeo una maggioranza dei deputati che condividono la sua linea sovranista e anti-immigrazione . È in questo senso che ha lanciato con Steve Bannon una coalizione di partiti politici affini alla Lega, che i suoi due fondatori hanno battezzato "Il Movimento".

 

È improbabile che le istituzioni europee siano in grado di riportare la vittoria in questa guerriglia mettendo in ginocchio il governo italiano, come hanno fatto con il leader greco Alexis Tsipras nel 2015.

 

Certo, l'UE può contare sui mercati e sul famoso "spread" - il divario tra i tassi di indebitamento tedesco e italiano - per "disciplinare" la coalizione sovranista. Questa pressione del mercato è diventata ancora più importante da quando la BCE ha annunciato la fine del suo programma di acquisto di titoli pubblici sul mercato («Quantitative Easing») nel dicembre 2018 e l'agenzia di rating Moody's ha dichiarato che potrebbe abbassare il rating del debito italiano nell'ottobre 2018. Ma non bisognerebbe esagerare l'importanza di questa pressione del mercato perché, anche se l'aumento dello spread rappresenta uno svantaggio per la solvibilità degli operatori privati ​​e delle banche, quindi per il credito e in definitiva per la crescita e l'occupazione, l'elettorato della coalizione non ne attribuirà la responsabilità a Salvini e Di Maio. Infatti alcuni economisti molto popolari in Italia criticano la BCE per non aver fatto tutto quanto è in suo potere per garantire la convergenza dei tassi italiani nei confronti dei tassi francesi e tedeschi, nonostante una situazione fiscale abbastanza invidiabile (Italia è l'unico principale paese dell'OCSE ad aver mantenuto un saldo primario - il saldo del bilancio pubblico al netto degli interessi sul debito - in attivo sin dai primi anni '90). D'altro canto, finché l'Italia riesce a finanziarsi abbastanza bene sui mercati, non deve preoccuparsi troppo delle variazioni giornaliere dei tassi di indebitamento. Poiché il suo debito pubblico ha una scadenza media di sette anni, le fluttuazioni a breve termine dei suoi tassi di indebitamento hanno un impatto limitato sui suoi oneri complessivi per il servizio del debito. Questi costi molto elevati (poco meno del 4% del PIL, quasi il doppio della Francia) derivano dal peso del debito pubblico ereditato dagli anni '70 -'80 (in realtà occorre qui osservare che il debito pubblico italiano sino ai primi anni '80 era ancora al 60% del Pil, essendo poi cresciuto molto velocemente in un solo decennio - portandosi a oltre il 100% - soprattutto a causa delle nuove regole per il finanziamento dello Stato introdotte col famoso divorzio tra Banca d'Italia e Tesoro, ndT) e dalla crisi finanziaria del 2008, nonché dall'elevato livello del tasso d'interesse dal 2010. Un retaggio di cui l'attuale coalizione al potere non è responsabile.

 

Se, a seguito di un'ondata di panico tra i suoi creditori, seguita da un rifiuto di venire in aiuto da parte della BCE, l'Italia non potesse più rifinanziare il suo debito sui mercati a un costo ragionevole, allora, come è diventato evidente questo venerdì, il problema italiano diventerebbe quello dell'Europa tutta intera, e anche oltre: l'Italia rappresenta infatti il primo mercato obbligazionario europeo e il terzo mercato obbligazionario più grande al mondo dopo gli Stati Uniti e il Giappone. La sua banca Unicredit è una banca sistemica la cui caduta potrebbe portare a una crisi bancaria globale. Sebbene il debito pubblico italiano sia per lo più detenuto (e in misura crescente) da residenti, le mega- banche francesi rimangono fortemente esposte al rischio bancario e sovrano italiano (questa esposizione è stimata in circa 320 miliardi di euro).

 

E, se la BCE decidesse non solo di lasciar decollare i tassi di indebitamento del governo italiano, ma anche di privare le banche italiane di liquidità, in una ripetizione della crisi greca dell'estate 2015, allora Salvini e Di Maio coglierebbero l'opportunità di emettere una nuova valuta. Questo scenario era già stato evocato tra le righe nel programma elettorale della Lega attraverso il possibile utilizzo dei "mini-bot", una valuta fiscale parallela all'euro che il governo è pronto a emettere in caso di necessità. Conoscendo gli economisti euroscettici che ora occupano posizioni chiave nel governo e nel parlamento italiano (Paolo Savona, Claudio Borghi e Alberto Bagnai), possiamo pensare che la maggioranza si stia attivamente preparando per tali scenari. Dato il peso politico, economico e finanziario della penisola nell'Unione monetaria, l'uscita dell'Italia dalla zona euro potrebbe portare poi alla fine disordinata dell'euro, un Armageddon politico e finanziario al quale gli altri paesi europei sono probabilmente meno preparati dell'Italia ...

 

Se mettere in ginocchio il governo italiano è probabilmente impossibile per l'UE, anche sostenere questa guerriglia permanente con la terza economia della zona euro può rappresentare una sfida esistenziale per la costruzione comunitaria. Da parte italiana, se la guerra di logoramento con l'UE si trascina, è probabile che l'elettorato della Lega e del M5S perda la pazienza e che il governo italiano finisca per perdere il forte capitale di fiducia di cui oggi gode (i due partiti nella coalizione sono dati al 62% nei sondaggi, con la Lega che è cresciuta di 12 punti rispetto alle elezioni dello scorso marzo).

 

Questo è probabilmente il motivo per cui sia Salvini che i leader europei, attaccati all'acquis del mercato unico e dell'euro, Emmanuel Macron in testa, ripongono grandi aspettative nelle elezioni europee del maggio 2019. Il risultato di queste elezioni sarà abbastanza chiaro per determinare l'esito della guerriglia italiana contro l'UE?