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28/06/19

Il governo italiano ribelle mette nel mirino la banca centrale nella guerriglia con Bruxelles

Riportiamo il riassunto di un articolo di A. E. Pritchard pubblicato sul Telegraph, che fa un riepilogo delle ultime mosse del governo italiano in preparazione al confronto con le autorità europee. La coalizione di governo sembra affilare le proprie armi per condurre le battaglie europee, in modo da costringere la UE a prendere una decisione fondamentale: o esiste la volontà politica di cambiare le regole e  sanare le storture europee, oppure l’eurozona va smantellata a partire dai paesi del Nord, secondo il Manifesto di Solidarietà Europea.

 

 

Riassunto da un articolo di Ambrose Evans-Pritchard, 21 giugno 2019

 

 

Ambrose Evans-Pritchard si occupa del  nuovo fronte di confronto/scontro tra la UE e il Governo Italiano, riguardante il governo della Banca Centrale nazionale.

 

Una nuova proposta della coalizione di governo prevede che i membri del consiglio direttivo della Banca Centrale diventino di nomina governativa e parlamentare, e che non siano più di nomina interna come avviene attualmente. La Lega in particolare vedrebbe l’attuale Banca d’Italia come un feudo burocratico autoreferenziale, lontano da qualsiasi controllo democratico.

 

Pritchard collega questa iniziativa con l’introduzione dei “mini-bot”:

 

La proposta accompagna quella del mese scorso sull’introduzione dei “minibot” per consentire il pagamento di 53 miliardi di euro di arretrati a imprese e famiglie – uno strumento ambivalente, che potrebbe diventare una valuta parallela e una “Lira in pectore”.


 

Entrambe le misure vengono presentate come esercizi di efficientamento, che non rappresentano una minaccia per l’euro. Ma hanno chiaramente un altro scopo: sono pensate per attrezzare il governo ribelle con strumenti di resistenza se lo scontro con Bruxelles dovesse aumentare. “Abbiamo imparato la lezione della Grecia” ha detto un funzionario della Lega.


 

La proposta di statuto toglierebbe al Consiglio Superiore della Banca d’Italia i poteri di governare l’istituzione come un feudo burocratico. L’istituzione è vista dalla coalizione Lega-5 Stelle come implacabilmente ostile.


 

La legge è stata concepita dal Senatore Alberto Bagnai, un professore di economia di estrazione progressista che ha legato le sue sorti al partito nazionalista della Lega vedendolo come unico modo di “liberare” l’Italia – a suo parere – dalla trappola strutturale del regime eurista.


 

Il Telegraph si pone la questione dell’indipendenza delle Banche Centrali, obbligatoria secondo i trattati UE, che potrebbe venire violata da questa iniziativa. Ma fa rilevare che Bagnai è già pronto ad affrontare questa critica: semplicemente, le Banche Centrali degli altri paesi dell’eurozona sono già gestite in questo modo, e nessuno ha mai pensato che questo fosse in contraddizione con il principio della loro indipendenza:

 

Bagnai, che è a capo della commissione Finanze del Senato, ne è consapevole. Ha dichiarato al Corriere della Sera che il suo progetto si basa sul “modello Bundesbank”, dove le figure di spicco sono scelte in maniera mista dal governo e dal parlamento.


 

“Significa solo renderla meno autoreferenziale e così allinearsi agli standard europei. Il nostro sistema somiglia solo a quello della Grecia, dove la selezione del direttorio viene fatta solo affidandosi a organismi interni”, ha detto.


 

Pritchard riporta anche le parole di Bagnai riguardo all’uscita dall’euro: il programma elettorale della Lega prevedeva uno smantellamento dell’eurozona a partire dagli stati del Nord; un’uscita unilaterale dell’Italia “in questo momento sarebbe un atto suicida” e non troverebbe comunque il consenso del Paese, risultando quindi una scelta antidemocratica.

 

Secondo Pritchard, la strategia della Lega prevede che lo Stato italiano riprenda in mano il controllo del sistema economico (compresa la Banca Centrale nazionale), provocando nel frattempo un calo di consenso politico per l’euro nei paesi del Nord, mettendo a nudo i problemi dell’eurozona.

 

Il giornalista riprende a riguardo la posizione del premio Nobel Stiglitz:

 

L’economista premio Nobel Joseph Stiglitz dice che l’unica maniera in cui l’unione monetaria può essere smantellata senza traumi eccessivi è che la Germania – e altri stati creditori – lascino la struttura legale dell’eurozona. Le loro valute si apprezzerebbero, diminuendo il peso reale dei contratti di debito in euro.

 

“Se la Germania non vuole intraprendere i passi fondamentali necessari per migliorare l’unione monetaria, dovrebbe scegliere l’alternativa migliore: lasciare l’eurozona” ha detto.


 

L’Italia e gli stati più deboli rimarrebbero con un euro svalutato. Ciò ripristinerebbe il loro “equilibrio di tasso di cambio per la piena occupazione” mentre preserverebbe l’integrità dei contratti in euro, evitando una catena di fallimenti.


 

Pritchard si occupa anche del paragone con la crisi della Grecia del 2015. A suo tempo, il governo di Syriza si scontrò con la UE, poiché voleva porre fine alle politiche di austerità. In quel frangente, la Banca Centrale Greca si schierò politicamente dalla parte della UE, costringendo Tsipras e Varoufakis alla resa incondizionata. Il governo italiano ha studiato e imparato dall’esperienza greca:

 

Il riferimento di Bagnai alla Banca Centrale Greca dice molto. Gli euroscettici italiani hanno studiato la disfatta della Grecia nello scontro con la UE nel 2015, e hanno concluso che non devono assolutamente rischiare di trovarsi nella stessa situazione di vulnerabilità.


 

Yanis Varoufakis, allora ministro delle Finanze, ha dichiarato che la Banca Centrale Greca agì da esecutore della BCE e della struttura di potere UE contro il governo eletto di Syriza. Negò la liquidità di emergenza alle banche private e mise in ginocchio il paese. […]


 

Alla fine, Varoufakis non riuscì a perseguire una “guerriglia” contro la BCE o ad attivare la sua moneta parallela dato che la sua banca centrale lavorava essenzialmente per la parte avversa.


 

Anche l’Italia visse un’esperienza simile, nel 2011, quando la Banca d’Italia giocò un ruolo decisivo nel rovesciare il governo Berlusconi, usando come strumento di pressione lo spread:

 

Athanasios Orphanides, allora membro del consiglio direttivo della BCE, ha affermato che questi metodi fanno parte degli strumenti “oscuri” della BCE. “Minacciano i governi ribelli di distruggerli finanziariamente. Gli tagliano i rifinanziamenti e minacciano di uccidere il sistema bancario. Creano una crisi di rifinanziamento nel mercato obbligazionario. Questo è ciò che avvenne in Italia nel 2011”, ha detto.


 

La BCE scrisse una lettera segreta – stesa anche da Draghi, e più tardi rivelata al pubblico – che ordinava al governo di fare profondi cambiamenti alle leggi italiane sul mercato del lavoro e si occupava di aree politiche su cui la BCE non ha alcun mandato legale. Berlusconi disse che era vittima di un “colpo di stato”.


 

L’attuale governo italiano, non volendo correre rischi, sta compiendo i passi necessari per affrontare lo scontro con l’UE sulla base di presupposti diversi. Avere una Banca Centrale che risponde ai cittadini italiani – e non a se stessa o a Bruxelles – e una potenziale moneta alternativa pronta a essere messa in campo sono strumenti che potrebbero stavolta condurre a una vittoria nella battaglia contro la burocrazia europea.

 

01/07/18

Stiglitz - Come si esce dall’euro

Un articolo del Premio Nobel per l'economia Joseph Stiglitz su Politico affronta senza più giri di parole il tema dell'uscita dell'Italia dall'euro. Date le resistenze tedesche a riformare (radicalmente) l'eurozona come sarebbe necessario per salvare la moneta unica, all'Italia restano poche alternative all'uscita, se non vuole sprofondare nell'inferno greco. L'Italia per ora si è impegnata a restare nell'euro, ma le cose possono cambiare rapidamente, e il nuovo governo ha dimostrato di non avere paura di agire, come Stiglitz sembra essersi accorto.

 

 

di Joseph Stiglitz, 26 giugno 2018

 

Qual è il modo migliore per uscire dall’euro? La domanda torna sul tavolo dopo la nascita del governo euroscettico in Italia. Sì, è vero che i principali ministri si sono impegnati a mantenere il paese nel blocco europeo della moneta unica, ma questi impegni non devono essere visti come immutabili. Devono essere considerati nel contesto più ampio della posizione contrattuale italiana. Il nuovo governo vuole chiarire che non è lì per far saltare tutto per aria. Preferirebbe restare nell’eurozona, ma vuole anche il cambiamento.

 

I nuovi leader italiani hanno ragione nel ritenere che l’eurozona abbia assolutamente bisogno di una riforma. L’euro è stato difettoso fin dalla sua origine. Per paesi come l’Italia, l’euro ha tolto due meccanismi fondamentali di aggiustamento: il controllo sui tassi di interesse e il tasso di cambio. E al posto di sostituire questi meccanismi con qualcos’altro, l’euro ha introdotto rigidi parametri sul debito e sul deficit, cioè ulteriori impedimenti alla ripresa economica.

 

Il risultato per l’intera eurozona è stato quello di una minore crescita, soprattutto per i paesi più deboli. L’euro avrebbe dovuto, nelle intenzioni, portare grande prosperità, e questo avrebbe dovuto rinnovare gli impegni verso l’integrazione europea. In realtà ha fatto proprio l’opposto. Ha aumentato le fratture all’interno dell’Unione europea, soprattutto tra creditori e debitori.

 

Le spaccature che ne sono risultate hanno reso più difficile risolvere anche gli altri problemi, e in particolare la crisi dell’immigrazione, sulla quale le regole europee impongono un peso eccessivo ai paesi di frontiera che ricevono i migranti, come la Grecia e l’Italia. Oltretutto questi sono due paesi con problemi di debito, già piegati dalle difficoltà economiche. Non sorprende vedere una ribellione.

 

Le resistenze tedesche

 

Cosa si debba fare è ben chiaro. Il problema è la riluttanza tedesca nel farlo.

 

L’eurozona ha riconosciuto già da molto tempo la necessità di un’unione bancaria. Ma Berlino insiste nel posticipare la riforma chiave che servirebbe per questo – quella di una garanzia comune sui depositi – che ridurrebbe le fughe di capitali dai paesi più deboli: la fuga di capitali è un fattore chiave nello spiegare la profondità della recessione nei paesi in crisi.

 

Le politiche economiche adottate dalla Germania al proprio interno aggravano i problemi dell’eurozona. La sfida economica principale dei paesi in un’unione monetaria è la loro impossibilità di aggiustare il tasso di cambio quando questo è disallineato. In eurozona, il peso dell’aggiustamento viene oggi imposto ai paesi debitori, che già stanno soffrendo di bassa crescita e bassi redditi. Se la Germania adottasse una politica fiscale e dei redditi più espansiva, alcune delle pressioni sui paesi debitori sparirebbero.

 

Se la Germania non vuole intraprendere i passi fondamentali per migliorare l’unione monetaria, potrebbe adottare la seconda miglior scelta, quella di uscire dall’eurozona. Come ha detto George Soros, la Germania deve guidare la situazione oppure deve uscire. Con la Germania (ed eventualmente altri paesi dell’Europa del nord) fuori dall’unione monetaria, il valore dell’euro scenderebbe, facendo aumentare le esportazioni dell’Italia e degli altri paesi dell’Europa del sud. La maggiore fonte di disallineamento scomparirebbe. Al tempo stesso l’aumento del tasso di cambio della Germania darebbe un grosso contributo a correggere uno dei principali fattori destabilizzanti dell’economia globale: lo squilibrio commerciale tedesco.

 

Perché uscire

 

Il problema, ovviamente, è che la Germania si ostina a rifiutare di intraprendere qualsiasi dei due percorsi. Questo lascia i cittadini di paesi come la Grecia e l’Italia con una scelta che non vorrebbero dover prendere, quella tra l’appartenenza all’eurozona e la prosperità economica.

 

Un timido e inesperto governo greco ha scelto di restare nell’unione monetaria. Il risultato è stato quello della stagnazione. Nel 2015 il PIL greco era già crollato del 25 percento rispetto al picco pre-crisi. Da allora non si è praticamente mosso.

 

L’Italia ha ora l’opportunità di fare una scelta diversa. In assenza di riforme significative, i benefici di un’uscita dell’Italia dall’euro sarebbero evidenti e notevoli.

 

Un tasso di cambio più basso permetterebbe all’Italia di esportare di più. I consumatori cambierebbero i prodotti di importazione con prodotti made-in-Italy. I turisti troverebbero il paese più conveniente come destinazione. Tutto questo stimolerebbe la domanda e aumenterebbe il gettito fiscale di cui il governo può disporre. La crescita aumenterebbe, i livelli di disoccupazione dell’Italia (all’11,2 percento, con il 33,1 percento di disoccupazione giovanile) scenderebbero.

 

Ci sono, certo, anche altre ragioni dietro le difficoltà economiche italiane, e queste sarebbero solo parzialmente risolte da un’uscita dall’euro. Governi come quelli del presidente USA Donald Trump, o dell’ex Primo Ministro italiano Silvio Berlusconi – che non hanno alcuna comprensione delle vere basi di una crescita sostenibile nel lungo termine – non forniscono la leadership politica necessaria per una crescita forte e sostenibile.

 

Al tempo stesso, però, la crescita fiacca e la disuguaglianza che l’Italia ha avuto come risultato dell’appartenenza all’euro porta quasi inevitabilmente terreno fertile a tali populisti.

 

Ci sarebbero anche altri benefici politici. Una Italia più prospera potrebbe più facilmente cooperare in aree chiave nelle quali l’Europa ha bisogno di un lavoro coordinato: l’immigrazione, le forze di difesa europee, le sanzioni alla Russia, le politiche commerciali.

 

Le politiche sul commercio e sull’immigrazione portano benefici all’intero paese, ma ci sono anche quelli che possono perderci, e i vincoli fiscali dell’eurozona hanno reso praticamente impossibile fornire a questi ultimi tutele adeguate. Un’Italia fuori dall’eurozona potrebbe meglio beneficiare delle proprie politiche internazionali, e al tempo stesso ridurre le sofferenze che queste potrebbero portare come effetto collaterale.

 

Come farlo

 

La sfida, naturalmente, è quale sia il modo migliore per uscire dall’eurozona minimizzando i costi economici e politici. Un’ampia ristrutturazione del debito, condotta con speciale attenzione alle conseguenze che avrebbe per le istituzioni finanziarie interne, sarebbe essenziale. Senza una tale ristrutturazione, il peso del debito denominato in euro salirebbe, annullando forse una gran parte dei potenziali vantaggi.

 

Queste ristrutturazioni del debito sono una parte normale delle ampie svalutazioni. Talvolta vengono fatte tranquillamente e silenziosamente, come quando gli USA sono usciti dal gold standard. Talvolta invece sono fatte più apertamente, come nei casi di Islanda e Argentina, tra gli strepiti dei creditori. Tuttavia queste ristrutturazioni del debito vanno viste come un rischio intrinseco nel momento in cui si decide di investire all’estero, e sono una delle ragioni per le quali i titoli “stranieri” di solito fruttano un premio di rischio.

 

Da un punto di vista economico la cosa più semplice sarebbe che le entità italiane (governo, imprese e singoli individui) ridenominassero semplicemente il debito da euro a nuova lira. Ma a causa delle complessità legali all’interno della UE, e a causa dei vincoli internazionali dell’Italia, potrebbe essere preferibile attuare una super amministrazione controllata, ricorrendo alla ristrutturazione del debito per qualsiasi entità per la quale la nuova moneta presenti seri problemi economici. La legge fallimentare rimane un’area a totale discrezione di ciascuno dei singoli paesi membri della UE.

 

L’Italia potrebbe perfino decidere di non annunciare la propria uscita dall’euro. Potrebbe semplicemente emettere dei titoli (diciamo equiparabili a titoli del debito pubblico) accettati come mezzo di pagamento per qualsiasi obbligazione denominata in euro. Una diminuzione del valore di questi titoli equivarrebbe a una svalutazione. Questo ripristinerebbe al tempo stesso la possibilità di una politica monetaria in Italia: i cambi di politica della banca centrale influenzerebbero il valore dei titoli.

 

Urla e proteste

 

Certo, ci sarebbero urla e proteste da parte di altri paesi dell’eurozona. L’introduzione di una moneta parallela, anche in modo informale, violerebbe quasi sicuramente le regole dell’eurozona e sarebbe certamente contro il suo spirito. Ma in questo modo l’Italia potrebbe lasciare agli altri paesi la scelta di una eventuale espulsione dall’eurozona.

 

Roma potrebbe approfittare della situazione dato che i litigiosi membri dell’unione monetaria potrebbero anche non intraprendere mai una tale azione forte, azione che confermerebbe palesemente che l’eurozona è compromessa. A quel punto l’Italia avrebbe vinto tutto. Resterebbe dentro l’eurozona e al tempo stesso avrebbe fatto una svalutazione.

 

E se anche l’Italia dovesse perdere questa scommessa, il peso politico della sua uscita dall’eurozona ricadrebbe chiaramente sui suoi “partner”. Sarebbero loro, infatti, a dover fare l’ultimo passo.

 

La Grecia si è arresa e si è lasciata strangolare dalla Banca Centrale Europea. Ma non era costretta a farlo. Atene era già avanti nella creazione dell’infrastruttura (un meccanismo di pagamenti elettronici in una nuova dracma) che avrebbe facilitato la transizione verso l’uscita dall’eurozona.

 

Gli avanzamenti tecnologici nel corso degli ultimi tre anni hanno reso molto più semplici ed efficaci i sistemi di creazione di moneta elettronica. Se l’Italia decidesse di usare uno di questi, non dovrebbe nemmeno preoccuparsi delle difficoltà legate alla stampa di nuova moneta cartacea.

 

L’Italia potrebbe anche attenuare alcuni dei problemi dell’uscita se si coordinasse, in una tale mossa, con altri paesi che si trovano nella sua stessa posizione.

 

L’ampio ed eterogeneo gruppo di paesi che compone ora l’eurozona è ben diverso da ciò che gli economisti definiscono area valutaria ottimale. C’è troppa diversità, troppe differenze, per farla funzionare senza quel miglioramento istituzionale sul quale la Germania ha già messo il veto.

 

L’eurozona del sud da sola sarebbe molto più simile ad un’area valutaria ottimale. E se può essere difficile coordinare l’uscita di molti paesi in poco tempo, dopo una eventuale ed efficace uscita dell’Italia dall’euro, quasi certamente altri paesi la seguirebbero.

 

Costi e benefici

 

A dire il vero non si devono nemmeno sottostimare i costi di un’ampia svalutazione. Qualsiasi grosso cambiamento in una variabile fondamentale dell'economia implica una forte perturbazione.

 

Il prezzo della valuta è, ovviamente, cruciale in un’economia aperta. Ha degli effetti a catena sui prezzi di tutti gli altri beni e servizi. Alcune, forse molte, aziende andranno in bancarotta. Alcuni, forse molti, individui vedranno diminuire i propri redditi reali.

 

Ma è altrettanto importante non sottostimare i costi dell’attuale situazione italiana. Se l’Italia fosse cresciuta come il resto dell’eurozona negli ultimi 20 anni, cioè da quando l’euro è stato creato, oggi il suo PIL sarebbe del 18 percento più alto.

 

Il costo della disoccupazione a lungo termine, specialmente tra i giovani, è enorme. I giovani tra i 20 e i 30 anni dovrebbero accrescere la propria professionalità lavorando. E invece se ne restano a casa a non far nulla, e molti nutrono risentimenti verso quelle élite e istituzioni alle quali attribuiscono la propria condizione. Ciò che ne risulta è una mancanza di formazione di nuovo capitale umano, e questo pesa negativamente sulla produttività per gli anni a venire.

 

In un mondo ideale l’Italia non dovrebbe essere costretta a uscire dall’eurozona. L’Europa potrebbe invece riformare l’unione monetaria e fornire una protezione migliore per quelli che sono negativamente colpiti dalle disposizioni sul commercio e sull’immigrazione.

 

Ma in assenza di un cambio di direzione della UE nel suo insieme, l’Italia deve ricordarsi che esiste un’alternativa alla stagnazione economica e che ci sono modi di uscire dall’eurozona tali che i benefici superano molto probabilmente i costi.

 

Se il nuovo governo italiano sarà in grado di gestire una tale uscita, l’Italia starà meglio. E starà meglio anche il resto d’Europa.

14/06/18

J. Stiglitz - È possibile salvare l’euro?

Il premio Nobel per l'economia Joseph Stiglitz prevede una nuova crisi per l'eurozona, per le ribellioni causate dalle fallimentari politiche attuate, frutto di una struttura sbagliata e delle screditate teorie economiche adottate. Stiglitz non esita a scaricare la colpa di tanta instabilità sulla Germania, tralasciando però di considerare che è perfettamente razionale per il paese dominante sfruttare la sua posizione di dominio, dal momento che la costruzione europea lo consente.

 

 

 

Joseph Stiglitz, 13 giugno 2018

 

 

L’euro potrebbe essere vicino a una nuova crisi. L’Italia, la terza economia dell’eurozona, ha scelto quello che può essere descritto eufemisticamente un governo euroscettico. La cosa non dovrebbe sorprendere nessuno. La reazione italiana è un altro episodio prevedibile (e previsto) nella lunga saga di un accordo valutario mal progettato, nel quale la potenza dominante, la Germania, impedisce le riforme necessarie e insiste su politiche che peggiorano i problemi sul tavolo, usando una retorica che sembra fatta apposta per suscitare reazioni.

 

L’Italia è andata male da quando l’euro è stato introdotto. Il suo PIL reale (corretto per l’inflazione) nel 2016 era allo stesso livello del 2001. Ma nemmeno l’eurozona nel suo complesso è andata bene. Dal 2008 al 2016, il suo PIL real complessivo è aumentato di appena il 3% in totale. Nel 2000, l’anno dopo che era stato introdotto l’euro, l’economia USA era solo del 13% più grande dell’eurozona; nel 2016 la differenza era diventata del 26%.

 

Dopo una crescita reale di circa il 2,4% nel 2017 – non sufficiente a invertire i danni di un decennio di malessere – l’economia dell’eurozona vacilla di nuovo.

 

Se un paese va male, è colpa del paese; se molti paesi vanno male, è colpa del sistema. E come ho scritto nel mio libro L’euro: come la moneta comune minaccia il futuro dell’Europa, l’euro è un sistema praticamente progettato per fallire. Ha sottratto ai governi i principali meccanismi di aggiustamento  (i tassi di interesse e i tassi di cambio); e, anziché creare nuove istituzioni per aiutare i paesi ad affrontare le diverse situazioni in cui si sono trovati, ha imposto nuove restrizioni – spesso basate su teorie politiche ed economiche screditate – sui deficit, il debito e perfino le politiche strutturali.

 

L’euro avrebbe dovuto portare una prosperità diffusa, che avrebbe dovuto aumentare la solidarietà e far avanzare l’obiettivo dell’integrazione europea. Di fatto, ha fatto esattamente il contrario, rallentando la crescita e seminando discordia.

 

Il problema non è la mancanza di idee  su come andare avanti. Il francese Emmanuel Macron, in due discorsi, alla Sorbona lo scorso settembre, e quando ha ricevuto il premio “Carlomagno” per l’unità europea in maggio, ha articolato una chiara visione del futuro dell’Europa. Ma la tedesca Angela Merkel ha di fatto gettato acqua gelata sulle sue proposte, suggerendo – per esempio – un ammontare ridicolo di investimenti in aree dove ce ne sarebbe urgente bisogno.

 

Nel mio libro enfatizzavo l’urgente bisogno di uno schema di assicurazione comune sui depositi bancari, per prevenire corse agli sportelli nei paesi più deboli. La Germania sembra riconoscere l’importanza di un’unione bancaria per il funzionamento della moneta unica, ma, come Sant’Agostino, la sua risposta è stata “O Signore, rendimi puro, ma non ancora”. Sembra che l’unione bancaria sia una riforma da fare in qualche momento imprecisato nel futuro, a prescindere da quanti danni vengono fatti nel presente.

 

Il problema principale di un’area valutaria è come correggere i disallineamenti di cambio come quello che interessa l’Italia. La risposta della Germania è di lasciare che il peso dell’aggiustamento ricada sui paesi deboli che stanno già soffrendo di alta disoccupazione e bassa crescita. Sappiamo a cosa porta tutto questo: altro dolore, altra sofferenza, altra disoccupazione, e crescita ancora inferiore. Anche se la crescita alla fine riappare, il PIL non raggiunge mai i livelli che avrebbe raggiunto con una strategia più sensata. L’alternativa è di spostare parte del peso dell'aggiustamento sui paesi più forti, tramite salari più alti e una domanda più forte sostenuta da programmi di investimenti pubblici.

 

Abbiamo già visto il primo e secondo atto di questa tragedia molte volte. Viene eletto un nuovo governo, che promette di negoziare meglio con i tedeschi la fine dell’austerità e progettare un programma di riforme strutturali più ragionevole. Se anche i tedeschi gli vengono un po’ incontro, non è mai sufficiente per cambiare i fondamentali economici. I sentimenti anti-tedeschi aumentano, e tutti i governi, sia di centro destra sia di centro sinistra, che suggeriscono le riforme necessarie, vengono mandati a casa. I partiti anti-establishment aumentano i consensi. Si arriva a uno stallo.

 

In tutta l’eurozona, i leader politici vanno verso uno stato di paralisi: i cittadini vogliono rimanere nella UE, ma vogliono anche finirla con l’austerità e ritornare a prosperare. Gli viene detto che non possono avere entrambe le cose. Sperando sempre in un cambiamento di atteggiamento da parte del nord Europa, i governi nei guai mantengono la rotta, e la sofferenza dei loro cittadini aumenta.

 

Il governo socialista del portoghese Antonio Costa è l’eccezione. Costa è riuscito a riportare il suo paese alla crescita (2,7% nel 2017) e ottenere un alto grado di popolarità (il 44% dei portoghesi pensava che il governo stesse andando meglio del previsto nell’aprile 2018).

 

L’Italia potrebbe essere un’altra eccezione – ma in un altro senso. Lì, il sentimento anti-euro viene sia da destra che da sinistra. Con il suo partito di estrema (??? NdVdE) destra ora al potere, Matteo Salvini, leader del partito e politico esperto, potrebbe davvero mostrare quel tipo di minaccia che altrove i neofiti avevano paura di mostrare. L’Italia è sufficientemente importante, e con abbastanza economisti bravi e creativi, per gestire un’uscita di fatto – stabilendo di fatto una doppia valuta flessibile che potrebbe aiutare a ripristinare la prosperità. Ciò violerebbe le regole dell’euro, ma la responsabilità dell’uscita de jure, con tutte le sue conseguenze, verrebbe addossata a Bruxelles e Francoforte, con l’Italia che conterebbe sulla paralisi della UE nell’impedire la rottura definitiva. Indipendentemente dal risultato finale, l’eurozona rimarrà a brandelli.

 

Non dovrebbe essere necessario arrivare a tanto. La Germania e gli altri paesi del nord Europa possono salvare l’euro mostrando maggiore umanità e flessibilità. Ma, avendo visto i primi atti di questa tragedia così tante volte, non credo che la trama possa cambiare.

 

02/03/18

L'euro è un disastro, produce dolore inutile

Mentre il surreale dibattito italiano continua a presentare l’euro come un salvifico certificato di appartenenza alla civiltà, al di fuori del quale c’è solo pianto e stridor di denti, riproponiamo un articolo non recente ma quanto mai attuale di Forbes. La radice del problema è esposta con crudezza: imponendo la svalutazione interna – ovvero far calare i salari – come unico sistema per far fronte agli shock asimmetrici all’interno della stessa area valutaria, l’euro costringe nei fatti a una politica che impone sofferenze, grandi quanto inutili. Per far abbassare i salari servono condizioni economiche drammatiche: ecco perché l’euro è un disastro.
 

 

 

Di Tim Worstall, 11 settembre 2016

 

Che Joe Stiglitz insista sul fatto che l'euro, la moneta europea, sia stato un errore disastroso è ben noto. Ha appena pubblicato un intero libro sull'argomento, in fin dei conti. Che Paul Krugman ne sia decisamente poco entusiasta è altrettanto noto - ha sottolineato già da un pezzo perché non funzionerà mai senza una integrazione fiscale molto maggiore. I fanatici della questione sapranno che anche Milton Friedman era contrario all’euro, come dimostra questo articolo del 1997:

 

“Se un paese è colpito da uno shock negativo che richiede, per esempio, di abbassare i salari rispetto a quelli di altri paesi, questo effetto può essere ottenuto modificando un unico prezzo, il tasso di cambio, piuttosto che cercando di cambiare migliaia e migliaia di livelli salariali separati, o con l'emigrazione del lavoro. Le difficoltà imposte alla Francia dalla sua politica del "franco forte" illustrano il costo della decisione – spinta da scelte politiche – di non utilizzare il tasso di cambio per adattarsi all'impatto dell'unificazione tedesca. La crescita economica della Gran Bretagna dopo avere abbandonato lo SME, alcuni anni fa, per disincagliare la sterlina, dimostra l'efficacia del tasso di cambio come meccanismo di aggiustamento.


 

Una moneta unica ti priva di uno degli strumenti necessari a gestire gli shock asimmetrici nell’area valutaria interessata. Non è più possibile modificare il tasso di cambio per aiutare a gestire gli shock. Di fatto, una volta che c’è una moneta unica, una politica monetaria unica e la camicia di forza dell’insistente politica fiscale, non resta che una strategia possibile: modificare migliaia e migliaia di salari separati ovvero quella che viene chiamata svalutazione interna.

 

Chiunque abbia letto la mia rubrica da un po’ saprà che ho ripetuto abbastanza spesso questo concetto. Oggi la novità è che Paul Krugman ha citato James Tobin su questo punto:

 

“L'implicazione - empiricamente discutibile - dell'usuale ipotesi del “tasso naturale (di disoccupazione)” secondo cui un tasso di disoccupazione anche solo leggermente superiore al livello critico determinerà una deflazione sempre più accelerata. La curva di Phillips sembra essere piuttosto piatta ad alti tassi di disoccupazione. Durante la grande contrazione del 1930-33, i livelli salariali furono lenti a cedere, anche di fronte alla massiccia disoccupazione e alla sostanziale deflazione dei prezzi al consumo. Solo alla fine, nel 1932 e nel 1933, i livelli dei salari diminuirono più rapidamente, in risposta alla prolungata disoccupazione, ai licenziamenti, ai fallimenti e alle minacce e timori che tutto questo continuasse a peggiorare.


 

Friedman e Tobin sono stati spesso considerati uno l'antitesi dell'altro. Ma c'è molto più accordo tra economisti apparentemente assai diversi rispetto a quello che generalmente si pensa. Potrebbero esserci problemi nuovi da affrontare su cui c’è disaccordo. Ma le basi generali della materia sono condivise, al di là di queste discrepanze.

 

Ed è proprio questo il caso: qui abbiamo Friedman che spiega il punto fondamentale, ovvero che la svalutazione interna è l'unica politica che rimane, e Tobin che sottolinea quanto sia dannatamente difficile da ottenere. Un altro modo di leggere Tobin è la quantità di dolore economico che dovrà essere inflitto per far calare il livello dei salari. Lui e Friedman sarebbero stati concordi sul fatto che variare il tasso di cambio avrebbe causato molto meno dolore.

 

Su questo punto, citiamo Krugman:

 

“Di certo in Grecia il ritorno della disoccupazione di massa dopo il 2008 non ha prodotto grandi risultati in termini di calo dei salari, tranne, infine, dopo anni di disoccupazione a livello di crisi.


La struttura dell'euro impone il sistema più difficile di adattare le economie agli shock asimmetrici, insiste sulla strada che implica la maggiore sofferenza. Ed ecco, naturalmente, il motivo per cui è un disastro. Perché infliggere infelicità agli uomini non dovrebbe essere considerato un obiettivo desiderabile per la politica - anzi, il suo obiettivo dovrebbe essere proprio quello opposto, alleviarla.

 

Sì, è proprio un disastro. E in effetti non c’è bisogno di quattro premi Nobel per dircelo. È chiaro come il sole che lo è, e quindi prima crolla, meglio è. Insieme, si spera, al sistema che lo ha creato, la stessa UE.

 

 

 

 

27/09/14

Stiglitz: Gli Zombie Europei dell'Austerità

Su Project Syndicate, il premio Nobel Stiglitz attacca le politiche economiche attuate da Bruxelles come fallimentari, dalle privatizzazioni a tappeto ai tagli allo stato sociale.  Ma quel che è peggio è che tutte queste sofferenze sono rese ancor più tragiche dal fatto di essere completamente inutili, finalizzate alla sopravvivenza di uno strumento imperfetto e non necessario, l’euro.

NEW YORK – “Se i fatti non si conformano alla tua teoria, cambia la teoria”, dice un vecchio adagio. Ma molto spesso è più facile tenersi la teoria e cambiare i fatti – o così sembrano pensare il cancelliere tedesco Angela Merkel e gli altri leader europei pro-austerità. Nonostante continuino a sbattere il muso contro la realtà, essi continuano a negarla.

03/09/14

Stiglitz: La democrazia nel XXI secolo

Da Project Syndicate le riflessioni del Nobel Joseph Stiglitz sul libro di Piketty e l'evoluzione del capitalismo negli ultimi decenni: la vera questione del ventunesimo secolo non è il capitale, ma la democrazia.

 
NEW YORK – Negli Stati Uniti e in altre economie avanzate l’accoglienza del recente libro di Thomas Piketty Capital in the Twenty-First Century, attesta le crescenti preoccupazioni per l’inasprirsi delle disuguaglianze. Il suo libro conferma ulteriormente le prove già schiaccianti sull’impennata del reddito e della ricchezza dell’élite.

22/06/14

La vittoria degli avvoltoi

Dal grande Stiglitz su Project Syndicate: La decisione tendenziosa del tribunale americano, dando ragione ai Fondi Avvoltoio,  rende impraticabile qualunque ristrutturazione del debito e ribalta completamente un principio basilare del capitalismo moderno – quando i debitori non riescono a rimborsare i creditori serve un nuovo inizio (e la responsabilità è soprattutto dei secondi). 


 
NEW YORK – La recente sentenza di un tribunale d'appello americano sta rischiando di sconvolgere i mercati del debito sovrano a livello globale a tal punto che gli Stati Uniti potrebbero non essere più visti come un contesto idoneo per la sua emissione. Una simile decisione rende quantomeno impraticabile qualunque ristrutturazione del debito nell'ambito dei contratti di debito standard, e ribalta completamente un principio basilare del capitalismo moderno – quando i debitori non riescono a rimborsare i creditori serve un nuovo inizio.

24/09/13

STIGLITZ: L’indipendenza della banca centrale non è necessaria ed è anche impossibile

Da Business Insider un post di gennaio, ma sempre attuale! Joe Stiglitz  riconferma quel che dovrebbe essere a tutti evidente: le  istituzioni rispondono sempre a qualcuno, bisogna solo chiedersi "a chi"...


 
traduzione di Malachia Paperoga
 
Joseph Stiglitz, due volte vincitore del premio Nobel e uno dei più famosi economisti della nostra epoca, oggi in India, al C D Deshmukh Memorial Lecture, ha espresso verbalmente la sua contrarietà nei confronti dell’indipendenza delle banche centrali, scrive il The Times of India.

20/12/12

Stiglitz: quanto ancora bisognerà andare a fondo prima di un'inversione di rotta?

Da Social Europe un commento alla conferenza tenuta da Stiglitz a Barcellona: tragico fallimento delle politiche europee

di David Lizoain - Ieri, Joseph Stiglitz ha parlato in una conferenza a Barcellona. Egli ha osservato  una particolarità dell'eurozona: quando i giovani provenienti da Grecia, Irlanda, ecc. emigrano, non sono più responsabili per i debiti accumulati nei loro paesi. Questa emigrazione riduce infatti la base imponibile,  rendendo più difficile il servizio dei debiti pubblici.

09/02/12

Stiglitz: i primi a lasciare l'euro ne usciranno meglio


L'Observatoire de l'Europe pubblica un'intervista a Stiglitz, in cui il Nobel per l'economia manifesta una sfiducia oramai totale sull'euro, paragonando l'austerità ai salassi delle sanguisughe.
 

Il Premio Nobel per l'economia, noto per le sue posizioni keynesiane, paragona la pratica attuale dell'austerità ai "salassi della medicina medievale." Egli ritiene che solo gli investimenti pubblici possono interrompere questa spirale verso il basso.

Che Joseph Stiglitz, Premio Nobel dell'economia, noto per le sue posizioni anticonformiste, si distinguesse per la sua analisi sulla crisi Europea, è cosa logica. Durante il Forum finanziario Asiatico di Hong Kong, tenutosi a fine gennaio, tuttavia, il famoso economista ha avuto parole di un pessimismo raro a proposito del continente. Per lui, i funzionari Europei, sotto la pressione di un
dubbio consensus finanziario, stanno portando i loro paesi nel caos, e la moneta unica verso una sparizione quasi inevitabile.

08/07/11

La crisi ideologica del capitalismo occidentale

Da Project Syndicate Stiglitz ci mostra il baratro verso cui il mondo sta puntando. L'ideologia che ci ha portato alla crisi continua a dominare: riusciremo a trovare la via della saggezza?

NEW YORK – Solo qualche anno fa, un’influente ideologia – che sosteneva il libero mercato senza vincoli – portò il mondo alla rovina. Anche nel suo periodo di massimo splendore, cioè dall’inizio degli anni 80 fino al 2007, il capitalismo deregolamentato in stile americano portò enorme benessere materiale solamente alle persone più facoltose dei paesi ricchi del mondo. In realtà, durante la supremazia trentennale di questa ideologia, la maggior parte degli americani ha visto i propri redditi ridursi o stagnarsi anno dopo anno.

07/04/11

Giocare d'azzardo col pianeta

Altro articolo di Mr. Nobel Stiglitz che assolutamente merita di essere letto, su Project-Syndacate.org
di Joseph E. Stiglitz
6 Aprile 2011 
DUBAI - Le conseguenze del terremoto giapponese - in particolare la crisi in corso presso la centrale nucleare di Fukushima - risuonano in maniera cupa per chi osserva il crash finanziario americano che ha portato alla Grande Recessione. Entrambi gli eventi ci danno delle dure lezioni per quel che riguarda i rischi, e su come in realtà i mercati e le società non sono affatto in grado di gestirli.
Naturalmente, in un certo senso, non c'è paragone tra la tragedia del terremoto - che ha fatto più di 25.000 vittime fra morti e dispersi - e la crisi finanziaria, a cui non può essere attribuita una tale acuta sofferenza fisica. Ma quando si arriva a parlare della fusione nucleare a Fukushima, c'è un tema comune ai due eventi.
Gli esperti della industria nucleare e anche della finanza, ci avevano assicurato che le nuove tecnologie avevano del tutto eliminato il rischio di una catastrofe. Gli eventi hanno dimostrato che si sbagliavano: non solo i rischi esistono, ma le loro conseguenze sono state così enormi che hanno senza dubbio cancellato tutti i presunti benefici dei sistemi che i leaders del settore avevano sostenuto.
Prima della Grande Recessione, i guru del'economia americana - dal governatore della Federal Reserve ai titani della finanza - si vantavano di aver imparato a padroneggiare i rischi. Strumenti finanziari "innovativi", come i derivati ​​e i credit default swaps, hanno permesso la propagazione del rischio a tutta l'economia. Ora sappiamo che gli esperti non solo hanno illuso il resto della società, ma anche se stessi.

06/04/11

Dell'1%, Dall'1%, Per l'1%

Bellissimo articolo di Stiglitz -  anima grande - pubblicato su Vanity Fair.  Non servono parole di presentazione, solo leggere!
IL GRASSO E IL FURIOSO "L'1 per cento al top può avere le migliori case, la migliore istruzione e i migliori stili di vita" dice l'autore, ma "il loro destino è legato alle condizioni di vita del restante 99 per cento"

Illustrazione di Stephen Doyle
Maggio 2011


Gli americani sono stati a guardare le proteste contro i regimi oppressivi che concentrano enormi ricchezze nelle mani di pochi eletti. Eppure, nella nostra stessa democrazia, l'1 per cento della gente prende quasi un quarto del reddito nazionale - una disuguaglianza di cui anche i ricchi si pentiranno.

E' inutile far finta che ciò che di fatto è successo, non sia veramente accaduto. La fascia alta dell'1 per cento degli americani si prende ogni anno quasi un quarto del reddito nazionale. In termini di patrimonio invece che di reddito, l'1 per cento controlla il 40 per cento del patrimonio. Le loro sorti di vita sono sensibilmente migliorate. Venticinque anni fa, i dati corrispondenti erano del 12 per cento e del 33 per cento. Una reazione potrebbe essere quella di celebrare l'ingegno e la capacità di iniziativa che ha portato a queste persone la loro fortuna, e sostenere che l'alta marea solleva tutte le barche1. Ma sarebbe una risposta fuorviante. Mentre l'1 per cento al top ha visto il proprio reddito aumentare del 18 per cento negli ultimi dieci anni, la classe media ha visto i suoi redditi diminuire. Per quelli che hanno solo un diploma di scuola superiore, il calo è stato precipitoso – il 12 per cento solo negli ultimi venticinque anni. Tutta la crescita degli ultimi decenni - e oltre - è andata a quelli che stanno al top. In termini di equa distrubuzione del reddito, l'America è indietro rispetto a tutti i paesi del vecchio continente, l'Europa “fossilizzata” su cui ironizzava il presidente George W. Bush. I paesi a noi più vicini sono la Russia con i suoi oligarchi, e l'Iran. Mentre molti dei vecchi centri di disuguaglianza dell'America Latina, come il Brasile, negli ultimi anni si sono adoperati con discreto successo per migliorare la situazione dei poveri e ridurre i divari di reddito, l'America ha permesso la crescita delle disuguaglianze.

Gli economisti molto tempo fa hanno cercato di giustificare le grandi disuguaglianze che hanno portato tanti problemi durante la metà del 19° secolo, disuguaglianze che sono solo una pallida ombra di quello che vediamo oggi in America. Se ne vennero fuori con una giustificazione che ha preso il nome di "teoria della produttività marginale". In poche parole, questa teoria associa i redditi più alti con una maggiore produttività e quindi un maggior contributo alla società. E' una teoria che è sempre stata amata dai ricchi. La prova della sua validità, tuttavia, rimane inconsistente. I dirigenti aziendali che hanno contribuito alla recessione degli ultimi tre anni - il cui contributo alla nostra società, e alle loro stesse compagnie, è stato massicciamente negativo - hanno continuato a ricevere dei bonus di grandi dimensioni. In alcuni casi, le società erano talmente in imbarazzo a chiamare queste ricompense come "performance bonuses”, che si sono sentite costrette a cambiare il nome in “retention bonuses2” (anche se l'unica cosa che viene mantenute sono le cattive prestazioni). Coloro che hanno contribuito alla società con grandi innovazioni positive, dai pionieri della genetica ai pionieri dell'era dell'informazione, hanno ricevuto una miseria rispetto ai responsabili delle innovazioni finanziarie che hanno portato la nostra economia globale sull'orlo della rovina.

09/03/11

Il Miracolo delle Mauritius

Mr. Nobel Stiglitz parla di miracoli:  proprio quelli che ci vorrebbero adesso...!

2011-03-07
di Joseph E. Stiglitz

NEW YORK - Supponiamo che qualcuno dovesse descrivere un piccolo paese che assicura l'istruzione universitaria gratuita per tutti i suoi cittadini, trasporti scolastici per i bambini e assistenza sanitaria gratuita - compresa la chirurgia cardiaca - per tutti. Si potrebbe sospettare che un tale paese sia straordinariamente ricco o sulla corsia prefereziale per una crisi fiscale.

Dopo tutto, i paesi ricchi dell'Europa stanno rendendosi conto sempre più che non possono pagare per l'istruzione universitaria, e chiedono ai giovani e alle loro famiglie di sostenerne i costi. Da parte loro, gli Stati Uniti non hanno mai tentato di offrire il college gratuito per tutti, e c'è voluta una dura battaglia solo per garantire l'accesso all' assistenza sanitaria ai poveri americani - una tutela che ora il partito repubblicano sta lavorando duramente per abrogare, perché il paese non può permetterselo.

04/01/11

Capodanno: la speranza contro ogni speranza

Buon auspicio di Stiglitz per il nuovo anno: smettiamola di dare ascolto ai maghi della finanza!!! ... purtroppo contro la probabile realtà...


(Joseph E. Stiglitz è professore universitario alla Columbia University e premio Nobel in Economia. Il suo ultimo libro è Freefall: Free Markets and the Sinking of the Global Economy)
2011-01-02
NEW YORK - È il momento dei propositi per il nuovo anno, un tempo di riflessione. Dato che l'anno scorso non è andata così bene, è il momento di sperare che l'anno prossimo andrà meglio.
Per l'Europa e gli Stati Uniti, il 2010 è stato un anno di delusioni. Sono passati tre anni da quando la bolla è scoppiata, e più di due, dal collasso di Lehman Brothers. Nel 2009 siamo caduti nel baratro della depressione, e il 2010 si supponeva essere l'anno della transizione: con la ripresa dell' l'economia, e lo stimolo della spesa pubblica che avrebbe dovuto agevolmente rientrare.

La crescita, si pensava, poteva rallentare leggermente nel 2011, ma sarebbe stato un piccolo sobbalzo nella strada di una robusta ripresa. Si sarebbe potuto guardare indietro alla Grande Recessione, come a un brutto sogno; l'economia di mercato - sostenuta da un'azione prudente del governo - avrebbe dimostrato la sua capacità di recupero.

In realtà, il 2010 è stato un incubo. La crisi in Irlanda e in Grecia ha messo in discussione la redditività dell'euro e aumentato il rischio di un default del debito. Su entrambi i lati dell'Atlantico, la disoccupazione è rimasta ostinatamente alta, intorno al 10%. Anche se il 10% delle famiglie statunitensi con mutui avevano già perso le loro case, il ritmo dei pignoramenti sembrava essere in aumento - o avrebbe potuto esserlo, se non fosse stato per il caos legale che ha sollevato dubbi sul tanto decantato "Stato di diritto" americano.

26/12/10

Alternative all'austerità


Articolo di Joseph Stiglitz - 6 dicembre 2010

Joseph E. Stiglitz è professore universitario alla Columbia University e premio Nobel in Economia. Il suo ultimo libro,
Freefall: Free Markets and the Sinking of the Global Economy , è disponibile in francese, tedesco, giapponese e spagnolo.

Stiglitz ci propone qui una soluzione ragionevole e tecnicamente corretta, ma a suo stesso dire impossibile politicamente...a quelli come lui gli danno il Nobel ma non certo le chiavi in mano...!

Buona lettura:

NEW YORK - All'indomani della Grande Recessione, gli stati si sono ritrovati con dei deficit senza precedenti in tempo di pace, e con uno stato d'ansia diffusa sui debiti sovrani in crescita. In molti paesi, tutto ciò sta portando ad una nuova ondata di austerità - politiche che quasi sicuramente si tradurranno in un indebolimento delle economie nazionali e globali e in un marcato rallentamento nel ritmo della ripresa. Coloro che sperano in riduzioni del disavanzo di grandi dimensioni saranno estremamente delusi, in quanto la crisi economica porterà a un calo delle entrate fiscali e farà aumentare i sussidi di disoccupazione e le altre prestazioni sociali.
Il tentativo di frenare la crescita del debito serve a concentrare la mente - obbliga i paesi a mettere a fuoco le priorità. Per quanto riguarda gli Stati Uniti, è improbabile che nel breve termine vengano adottati dei massicci tagli di bilancio, come nel Regno Unito. Ma la prognosi a lungo termine - a causa soprattutto dell'incapacità della riforma sanitaria di incidere se non in minima parte sull'aumento dei costi della sanità - è abbastanza desolante. Il presidente Barack Obama ha nominato una commissione bipartisan per la riduzione del disavanzo, i cui presidenti ci hanno recentemente fornito un assaggio di quello che potrebbe essere la loro relazione.