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28/01/20

Wahrheit Macht Frei… La verità vi farà liberi

In occasione della Giornata della Memoria 2020, pubblichiamo un articolo di Strategic Culture che rimette ordine nei fatti storici del tempo. Sarebbe infatti opportuno che l’Europa non ricordasse del nazismo e dell’Olocausto solo ciò che le fa comodo, riscrivendo la storia di tutto il resto. Il tentativo recente da parte del governo polacco e dell’UE di attribuire all’Unione Sovietica parte della responsabilità dei crimini della Germania nazista è un insulto al popolo russo, che più di ogni altro ha pagato un prezzo — elevatissimo — per combattere e sconfiggere i nazisti, oltre ad avere materialmente liberato numerosissimi campi di concentramento, Auschwitz compreso. 

 

 

Di Finian Cunningham, 22 gennaio 2020

 

 

Ricorre questa settimana il settantacinquesimo anniversario della liberazione del campo di morte di Auschwitz dai nazisti ad opera dell’Armata Rossa sovietica. Ma l’evento epocale viene oscurato da nuovi tentativi da parte delle autorità polacche – supportate da funzionari americani e tedeschi – di scaricare la colpa della Seconda guerra mondiale sull’Unione Sovietica.

 

La famigerata massima tedesca “Arbeit Macht Frei” (“Il lavoro rende liberi”), che sormontava il cancello di ingresso metallico di Auschwitz, attraverso il quale milioni di prigionieri si avviarono verso la morte, potrebbe oggi essere sottotitolata con la frase più onesta “Wahrheit Macht Frei” (“La verità vi farà liberi”).

 

Perché quello che si sta verificando nella commemorazione di Auschwitz della Polonia, e più in generale nelle dichiarazioni sulle origini della Seconda Guerra Mondiale, è una spaventosa distorsione della storia per soddisfare gli attuali interessi geopolitici occidentali e danneggiare la Russia. Ma nascondere o negare le cause della guerra serve solo a condannare il mondo a ripeterla.

 

Anziché vedersi assegnato un posto d’onore in prima fila per la liberazione dei campi di sterminio nel sud della Polonia il 27 gennaio 1945, ad opera dell’Armata Sovietica, oggi Mosca viene messa a margine, nonostante il suo ruolo fondamentale nel distruggere il regime nazista e tutti i suoi orrori.

 

Sembra che il presidente Russo Vladimir Putin abbia declinato l’invito a presenziare al settantacinquesimo anniversario in Polonia. La Russia verrà rappresentata dal suo ambasciatore nel Paese. Putin sarà presente a un evento equivalente in Israele, e in quella commemorazione alternativa gli sarà riconosciuta la meritata importanza, per mettere in risalto i risultati ottenuti nella liberazione dal predecessore della Russia, l’Unione Sovietica. Possiamo capire le ragioni per cui il Presidente Russo ha deciso di non prendere parte all’evento in Polonia, a causa delle affermazioni tossiche fatte recentemente da Varsavia e da altri stati occidentali sulle accuse rivolte all’Unione Sovietica di essere stata collusa con la Germania nazista nell’istigare la guerra.

 

Questa distorsione della storia ha persino ottenuto uno status ufficiale quando il Parlamento europeo – a seguito di pressioni da parte degli stati Baltici e della Polonia – ha adottato una risoluzione, lo scorso settembre, in cui l’Unione Sovietica viene dichiarata colpevole come il Terzo Reich Nazista per aver dato inizio alla Seconda Guerra Mondiale.

 

Quando il presidente Putin ha liquidato la risoluzione come una “sciocchezza” e ha proseguito sottolineando la collaborazione documentata della stessa Polonia con la Germania nazista, l’attuale governo polacco, insieme ai diplomatici tedeschi e americani, hanno raddoppiato le accuse verso Mosca, imputandole di avere una parziale responsabilità nell'esplosione della peggiore conflagrazione della storia.

 

Queste accuse occidentali e polacche hanno origine dallo storico patto di non aggressione firmato tra nazisti e sovietici il 23 agosto 1939, una settimana prima che i nazisti invadessero la Polonia. Si sostiene quindi che la distensione tra Stalin e Hitler abbia incoraggiato quest’ultimo a dare il via alla guerra.

 

Come ha riferito Radio Free Europe: “L’inviato tedesco Rolf Nikel e l’ambasciatore USA in Polonia Georgette Mosbacher hanno entrambi dichiarato il 30 dicembre che la Germania e l’Unione Sovietica hanno colluso, nel 1939, per iniziare la guerra che avrebbe portato alla morte di decine di milioni di persone nell’Europa continentale”.

 

Il Primo ministro polacco Mateusz Moraweicka ha denunciato la versione della storia di Putin come “falsa… che calpesta la memoria di tali eventi. La Polonia deve difendere la verità, non per i propri interessi, ma per il bene di ciò che definisce l’Europa”.

 

Si tratta di un esempio di distorsione della storia quanto mai audace.

 

Le ragioni di questa riscrittura sono ovvie. La Germania può così scaricare parte della sua colpa riguardo alla guerra che ha terrorizzato l’Europa con il genocidio fascista.

 

Coinvolgendo i Sovietici nell’orrore nazista, gli americani e i loro surrogati di destra in Polonia e negli stati Baltici possono rianimare le loro invenzioni fiacche e stantie su una “aggressione russa” verso l’Europa di oggi. Questo capovolgimento è particolarmente disprezzabile, se consideriamo che l’Unione Sovietica soffrì più di ogni altra nazione la barbarie nazista, con più di 25 milioni di morti e decine di milioni di feriti.

 

La Polonia è forse quella che ha più da guadagnare dalla falsificazione della storia. Il suo stesso vergognoso passato di collusione col regime nazista prima e durante la guerra verrebbe, si prevede, cancellato e scaricato nel dimenticatoio della storia.

 

Ironia della sorte, tutti coloro che si accodano alla denigrazione della Russia per la presunta complicità sovietica con la Germania nazista sostengono che Putin sta “riscrivendo la storia” , facendo riferimento ai documenti sovietici e alla propaganda.

 

Uno dei migliori resoconti accademici del periodo dalla Prima guerra mondiale fino alla fine degli anni '30 e allo scoppio della guerra è l'opera dello storico britannico A. J. P. Taylor, dal titolo 'Le origini della Seconda Guerra Mondiale' (pubblicata nel 1961). Taylor non è un "compagno di viaggio" dell'Unione Sovietica. Il suo studio è un esercizio professionale di studio oggettivo.

 

La prospettiva russa è sostanzialmente appoggiata da Taylor (e da altri storici occidentali, vedi ad esempio questo recente saggio  di Michael Jabara Carley). Il patto di non aggressione nazista-sovietico alla vigilia dello scoppio della guerra fu un disperato tentativo di Mosca di tenere a bada il Terzo Reich. Dovuto al fatto che, come sottolinea Taylor, le potenze occidentali, in particolare la Gran Bretagna, la Francia e la Polonia, avevano costantemente respinto tutti gli appelli sovietici a stringere un patto collettivo europeo di sicurezza contro la Germania nazista.

 

Quando Hitler si annesse l'Austria nel 1936 e invase la Cecoslovacchia nel 1938, Gran Bretagna, Francia e Polonia si voltarono dall'altra parte. Il manifesto del Fuhrer nel Mein Kampf e le sue varie invettive durante gli anni '30 ebbero come obiettivo esplicito l'annientamento dell'Unione sovietica e degli ebrei europei per la soluzione finale.

 

I ministri polacchi durante questo periodo condivisero lo spregio nazista per il popolo sovietico ed ebraico. Il caso dell'ambasciatore polacco a Berlino Josef Lipski, che nel 1938 propose a Hitler un piano per deportare gli ebrei europei in Africa, è inconfutabile.

 

Ciò che le autorità polacche oggi sono costrette a negare sono fatti storici obiettivi che assegnano complicità ai loro predecessori nello scatenare il mostro nazista. Il fatto che Auschwitz e altri campi di sterminio nazisti si trovino sul territorio polacco non sembra dare a questi russofobi virali alcuno spunto di riflessione. Il fatto che l'Armata Rossa sovietica abbia salvato milioni di polacchi dalla barbarie nazista – una barbarie che i loro vacillanti e illusi leader politici avevano incoraggiato – è forse l'esempio più chiaro di come "la menzogna non vi farà liberi".

 

03/01/20

Putin ricorda all’Occidente: coloro che ignorano la storia sono condannati a ripeterla

Mentre l’Unione Europea a guida tedesca si sforza comicamente di scaricare i crimini nazisti sulla coscienza della Russia, Putin ricorda alcuni semplici fatti allo smemorato occidente: Francia e Inghilterra scesero a patti con i nazisti ben prima dell’URSS, ammiravano i politici Mussolini e Hitler e ne condividevano le idee sull’eugenetica. Chi usa l’antinazismo ai propri fini politici, salvo poi appoggiare i gruppi di veri neonazisti in Ucraina, è destinato a ripetere gli errori del passato.

 

 

Di Matthew Ehret, 1 gennaio 2020

 

 

Il Presidente Putin ha recentemente suscitato un vespaio ricordando alle nazioni occidentale la loro complicità nel sostenere l’ascesa del Nazismo, molto prima che venisse firmato il patto Molotov-Ribbentrop il 23 agosto del 1939.

 

Ma cosa ha riguardato esattamente questo vespaio?

 

Tra il 19 e il 24 dicembre, Putin ha parlato in diverse occasioni del pericolo di una  rinascita del fascismo in Europa apostrofando l’allora ambasciatore polacco in Germania, Józef Lipski (1934-1939), come “Feccia e maiale antisemita, non c’è altro modo di descriverlo… Condivideva i sentimenti anti-semiti di Hitler e  promise addirittura di erigere un monumento a Varsavia per celebrare la persecuzione del popolo ebraico”.

 

Putin ha pronunciato queste parole più che altro per sottolineare la grande ipocrisia nascosta sotto la forma di una Risoluzione del Parlamento Europeo, adottata il 17 settembre, che chiedeva agli Stati Europei di riconoscere ufficialmente che il Patto di non aggressione russo-tedesco del 1939 (chiamato Patto Molotov-Ribbentrop) fu l’unica causa della Seconda Guerra Mondiale! L’attuale governo polacco ha dimostrato di essere uno dei sostenitori più sfegatati di questa risoluzione, cosa particolarmente pericolosa in quanto è anche uno dei membri NATO di maggiore importanza strategica e che ospita lo scudo balistico antimissile (ABM) nel suo territorio, come parte della dottrina militare di “Dominio a Completo Spettro” predicata dagli utopisti militare industriali della NATO e del “Deep State” americano.

 

Putin ha ricordato ai suoi ascoltatori che la vera responsabilità della guerra dovrebbe essere attribuita a quelle potenze europee che avevano già firmato patti di non aggressione con Hitler molto prima della Russia, a cominciare dall’Accordo di Monaco del 1938 tra la Francia, l’Inghilterra e la Germania, che avrebbe permesso più tardi l’annessione tedesca della Cecoslovacchia. Su questo punto, Putin ha detto: “Facciamogli leggere i documenti storici, così che possano vedere che l’accordo di Monaco fu firmato nel 1938: i leader dei più importanti paesi europei – la Francia e il Regno Unito – firmarono un accordo con Hitler per dividere la Cecoslovacchia”.

 

Il leader russo ha continuato dicendo “E’ gente come questa che ha negoziato con Hitler – è gente come quella che oggi sta distruggendo i monumenti ai soldati che ci hanno liberato dal nazismo, soldati dell’Armata Rossa che hanno liberato l’Europa e i popoli europei dai nazisti”.

 

Il riferimento di Putin alla “distruzione di monumenti” faceva diretto riferimento alla Polonia, che si è distinta come il più entusiasta tra i distruttori di monumenti pro-sovietici dedicati alla Seconda guerra mondiale negli ultimi 30 anni. Dal 1989, centinaia di questi monumenti sono stati abbattuti e, nonostante  ne rimangano ancora 200, il loro futuro è in grande pericolo, dato che il clima anti-russo è a un massimo storico. Altre nazioni che facevano parte del Patto di Varsavia e che hanno seguito le stesse orme nella distruzione di monumenti pro-russi negli ultimi anni sono lo stato neonazista dell’Ucraina, la Repubblica Ceca e la Bulgaria.

 

Ora, aggiungerò un’altra verità scomoda che è stata sollevata dagli avvertimenti di Putin: la posizione filonazista dell’ambasciatore polacco e le politiche filonaziste da parte di Inghilterra e Francia non erano casi isolati negli anni che precedettero la Seconda Guerra Mondiale. Il fatto è che l’eugenetica come quasi-scienza razzista aveva ottenuto un’adesione semi-religiosa da buona parte dell’establishment politico e scientifico occidentale durante gli anni ’20 e ’30, con sostenitori di spicco, in Inghilterra, quali Sir Winston Churchill, il fascista britannico Sir Oswald Mosley e Re Edoardo VIII, che vantavano l’importanza della “purificazione della razza”.

 

Churchill nel 1933 definì Mussolini “il più grande tra i legislatori” e nel 1938 disse: “se l’Inghilterra dovesse subire un disastro nazionale, dovrebbe pregare Dio che invii un uomo dalla forza mentale e dalla volontà di Adolph Hitler”.

 

Il regime francese di Vichy aveva abbracciato l’eugenetica sotto la guida del fanatico antisemita Feldmaresciallo Pétain, che non vedeva l’ora di collaborare coi Nazisti. Viene facilmente dimenticato che perfino le leggi tedesche sulla sterilizzazione furono modellate sulle leggi eugenetiche americane e canadesi, che erano già in vigore da decenni.Si tratta di un affare un po' imbarazzante per l’occidente che le Fondazioni Rockefeller/Carnegie abbiano riversato soldi nelle università occidentali e tedesche sin dal 1912 per legittimare la “scienza della purificazione razziale”, una copertura per il “controllo della popolazione”.

 

Infine, non dimentichiamo che la stessa Wall Street e le banche della City di Londra che oggi spingono per un governo fascista globale mondiale avevano entusiasticamente riversato delle fortune nei forzieri di guerra fascisti durante il decennio che precedette la Seconda Guerra Mondiale.

 

Quindi, quando Putin evidenzia l’ipocrisia delle nazioni occidentali, cieche alle lezioni del loro passato, non è preoccupato tanto del passato, quanto perché sa che coloro che ignorano la loro vera storia sono condannati a ripeterla.

 

12/09/19

Yemen: si profila un'altra vergognosa sconfitta degli Stati Uniti

Da Stretegic Culture arriva una bella notizia: finalmente gli Usa stanno rinunciando alla guerra in Yemen. La colpevolezza del governo americano per avere aiutato e favorito un genocidio non è più giustificabile, nemmeno per i più creduloni consumatori della propaganda americana.

 

 

Di Finian Cunningam, 9 settembre 2019

 

 

La conferma ufficiale che l’amministrazione Trump sta intraprendendo colloqui discreti con i ribelli Houthi dello Yemen indica la presa di coscienza a Washington che il suo intervento militare nel paese arabo è un disastro irrecuperabile che richiede una via di fuga.

 

Ci sono anche rapporti secondo i quali l’amministrazione Trump sta esortando i governanti sauditi a prendere contatto con gli Houthis, noti anche come Ansarullah, per ricucire un qualche accordo di pace in modo da mettere fine a una guerra che dura ormai da oltre quattro anni. In breve, gli americani vogliono togliersi da questo pantano.

 

Un bel voltafaccia. La coalizione saudita, sostenuta dagli Usa, aveva finora giustificato la sua aggressione al più povero tra i paesi della regione araba, con il pretesto che i ribelli erano alleati iraniani. Ora pare che Washington ritenga i “terroristi” Houthi degni di sedersi al tavolo negoziale.

 

Questo avvenimento segue un trend comune a molte altre guerre straniere degli Stati Uniti. All’inizio, l’aggressione viene “giustificata” con rivendicazioni moralistiche, come combattere i “comunisti” o i “terroristi”, come avvenuto in Vietnam e in Afghanistan. Poi però Washington, dopo molti inutili massacri e devastazioni, contatta gli ex cattivi per “parlare” in modo da districare gli americani dal disastro da loro stessi creato.

 

I colloqui con gli Houthis sono stati confermati la scorsa settimana dall’assistente segretario degli Stati Uniti David Schenker durante una visita in Arabia Saudita.

 

“Siamo molto concentrati sul tentativo di mettere fine alla guerra in Yemen” ha detto Schenker”. “Stiamo anche dialogando per quanto possibile con gli Houthi per cercare di trovare una soluzione negoziale reciprocamente accettabile al conflitto”.

 

Per tutta risposta, l’alto funzionario Houthi Hamid Assem ha dichiarato: “Il fatto che gli Stati Uniti dicano che stanno parlando con noi è una grande vittoria per noi, e dimostra che abbiamo ragione”. Tuttavia, non ha confermato né negato l’esistenza delle negoziazioni.

 

Si può quasi ammirare la sfrontatezza del governo americano. Si noti come il diplomatico americano citi che “siamo concentrati sul porre fine alla guerra” e “una soluzione reciprocamente accettabile”.

 

Come se Washington fosse una specie di onesto intermediario, che prova a portare pace in un paese colpito da una violenza di origine misteriosa.

 

La guerra è iniziata nel marzo 2015 per mano dalla coalizione saudita, che include gli Emirati Arabi Uniti, appoggiata dagli Usa, senza che vi fosse alcuna provocazione da parte dello Yemen.  Il casus belli è stato che gli Houthis, un gruppo ribelle principalmente sciita allineato all’Iran, avevano cacciato un dittatore corrotto sostenuto dall’Arabia Saudita alla fine del 2014. Quando questi è fuggito con la coda tra le gambe in esilio nella capitale saudita Riyadh, i Sauditi hanno lanciato la loro campagna di bombardamenti sullo Yemen.

 

La carneficina in Yemen negli ultimi quattro anni è stata una vera calamità per la popolazione di quasi 28 milioni di abitanti. Le Nazioni Unite stimano che quasi l’80% della nazione è a rischio per fame e malattie.

 

Un rapporto delle Nazioni Unite pubblicato la scorsa settimana accusa esplicitamente gli Stati Uniti, la Gran Bretagna e la Francia di essere responsabili di complicità nei massicci crimini di guerra a causa della loro instancabile fornitura di aerei da guerra, munizioni e supporto logistico agli aerei sauditi e degli Emirati Arabi che hanno bombardato indiscriminatamente civili e infrastrutture pubbliche. Inoltre il rapporto accusa gli Houthis di avere commesso atrocità. Potrà essere vero, ma la grande parte delle morti e distruzioni in Yemen è dovuta al supporto militare di Americani, Inglesi e Francesi alla coalizione guidata dai sauditi. Il numero di civili uccisi potrebbe aver raggiunto i 100.000 individui a causa dell’assalto sostenuto dai governi occidentali, mentre i media occidentali continuano a ripetere la cifra di “10.000”, che sembra magicamente non aumentare mai col passare degli anni.

 

Ci sono molti fattori che spingono l’amministrazione Trump a porre fine alla guerra in Yemen.

 

Le condizioni umanitarie infernali e la complicità in crimini di guerra non possono più essere nascosti dalle falsità di Washington sulla presunta lotta contro la “sovversione iraniana” dello Yemen. Il paese del sud della penisola arabica è un completo disastro di pubbliche relazioni per le pretese ufficiali americane di essere un leader mondiale di virtù democratica e di rispetto delle leggi.

 

Quando il Congresso Americano è unanime nel chiedere il divieto di vendita delle armi Usa all’Arabia Saudita a causa delle atrocità in Yemen, allora dovremmo sapere che la guerra delle pubbliche relazioni è stata persa. Il presidente Trump a inizio anno ha scavalcato il congresso per continuare ad armare i sauditi in Yemen. Ma perfino Trump deve essersi finalmente reso conto che la colpevolezza del suo governo per avere aiutato e favorito un genocidio non è più giustificabile, nemmeno per i più creduloni consumatori della propaganda americana.

 

Dopo quattro anni di implacabili attacchi aerei, che sono diventati finanziariamente rovinosi per la monarchia saudita e per il suo prezioso Principe Incoronato Mahammed bin Salman, che ha ideato la guerra, gli Houthis hanno ancora il controllo della capitale Sanaa e di ampie porzioni del paese. I barbari bombardamenti e l’assedio per affamare lo Yemen non hanno spodestato i ribelli.

 

Non solo, ma gli Houthis hanno cominciato a portare il conflitto nel cuore dell’Arabia Saudita. Nell’ultimo anno, i ribelli hanno compiuto attacchi a lungo raggio sempre più sofisticati con droni e missili balistici contro le basi militari saudite e la capitale Riyadh. Non è chiaro da dove gli Houthi prendano le loro armi più letali. Forse dai libanesi di Hezbollah, o dall’Iran. In ogni caso, anche se questa fornitura fosse confermata, si potrebbe sostenere che sia un sostegno legittimo a un paese alle prese con un’aggressione.

 

Indubbiamente il fatto che gli Houthis colpiscano in pieno territorio saudita ha stimolato nei viziati monarchi di Riyadh una seria pausa di riflessione.

 

Quando gli Emirati – l’altro principale partner della coalizione – un mese fa hanno annunciato il ridimensionamento del loro coinvolgimento nello Yemen, la cosa deve aver suggerito a Washington e Riyadh che la guerra era davvero inutile.

 

La sconfitta è complicata ulteriormente da un conflitto aperto che si è scatenato nelle ultime settimane tra militanti sponsorizzati dai sauditi da una parte e dagli Emirati dall’altra, nella città portuale del sud di Aden. Esistono rapporti di aerei da guerra degli Emirati che hanno attaccato militanti sostenuti dai sauditi e forze accumulate dai sauditi. Tra Riyadh e Abu Dhabi è scoppiata una guerra di parole. C’è la concreta possibilità che tra le fazioni rivali possa scoppiare una guerra per procura tra l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti, presunti alleati di coalizione.

 

Senza dubbio Washington ha preso nota dell’inarrestabile disastro in Yemen e di come la sua posizione sia indifendibile e insostenibile.

 

Come in molte altre oscene guerre americane degli ultimi decenni, Washington deve affrontare un’altra ignominiosa sconfitta in Yemen. Quando gli Usa iniziano a parlare di “mettere fine alla guerra” cercando di far passare l’iniziativa come preoccupazione per la “pace reciproca”, allora sai che il gioco sporco è finalmente finito.

 

20/08/19

Salvini frenato non significa Salvini battuto

L’analista americano Tom Luongo analizza su Strategic Culture gli ultimi eventi politici italiani. Al di là degli incredibili resoconti e ricostruzioni proposti sui nostri media, la verità è che il movimento Cinque Stelle è stato messo all’angolo da Salvini. Il partito che poco più di un anno fa aveva una larga maggioranza relativa si ritrova a dover scegliere tra prendere atto di essere stato sopravanzato dalla Lega, consentendo subito nuove elezioni, oppure manipolare gli eventi per rimanere al potere con il decrepito PD, tradendo ulteriormente la fiducia dei propri residui elettori. Più probabilmente, il leader Di Maio farà la scelta peggiore: tenterà un accordo con i Democratici, crollando ulteriormente nei sondaggi, per poi rassegnarsi a tornare al voto, certificando il suicidio politico del proprio partito.

 

 

Di Tom Luongo, 18 agosto 2019

 

 

Il ministro dell'Interno italiano e leader della Lega Matteo Salvini è stato recentemente frenato nel suo tentativo di prendere il controllo della frammentata scena politica italiana. Salvini ha chiesto nuove elezioni, dopo avere dichiarato che il governo di coalizione con il Movimento Cinque Stelle non funziona più.

 

La sua mozione per un voto di sfiducia contro il presidente del Consiglio Giuseppe Conte è stata bocciata al senato italiano, dopo che i suoi precedenti alleati di coalizione hanno appoggiato una proposta degli ex-potenti Democratici.

 

Alla fin fine, non avrebbe dovuto essere una sorpresa vedere i Cinque Stelle scegliere come strano compagno di letto il partito e l’apparato politico che erano stati creati per combattere. Perché, se avessero sostenuto Salvini, avrebbero dovuto accettare lo status di spalla della Lega, visto che i sondaggi sono diventati in enorme misura loro sfavorevoli nei quattordici mesi del loro governo comune.

 

Ne emerge che, a prescindere da quanto si sia considerati rivoluzionari, in politica mantenere l’accesso al potere rimane la preoccupazione fondamentale. In generale, il primo obiettivo di qualsiasi organizzazione è la sua sopravvivenza e i Cinque Stelle hanno compiuto la Scelta di Hobson di schierarsi con i Democratici di Matteo Renzi, per restare al potere piuttosto che mantenersi saldi sui loro princìpi e rispettare la volontà del popolo italiano, che ora sostiene chiaramente Salvini e la sua Lega.

 

Come ho fatto notare nel mio articolo precedente, la Lega secondo i sondaggi è arrivata a percentuali che i Cinque Stelle non hanno mai raggiunto, 38-40%, mentre il sostegno ai Cinque Stelle è crollato sotto il venti per cento, dopo essere stato superiore al 28% (in realtà superiore anche al 32%, NdVdE) nelle elezioni di marzo 2018.

 

Quindi, il “tradimento” da parte di Salvini dei Cinque Stelle, che si sono impuntati a non attuare tutte le parti del loro contratto di governo volute da Salvini, ha portato direttamente al tradimento di Salvini da parte dei Cinque Stelle.

 

Ma se guardiamo ai sondaggi, è chiaro che il populismo di centro-destra marchiato Salvini è molto popolare. E la decisione del leader dei Cinque Stelle, Luigi di Maio, di andare contro il suo ex alleato non è destinata a portare buoni risultati al suo partito per il futuro.

 

È chiaro che Salvini viene seguito dalla popolazione italiana sulle riforme, sui tagli alle tasse, sulle spese per nuove infrastrutture e sulla fine dell’austerità imposta dalla UE e guidata dalla Germania.

 

Per il futuro prossimo, sembra che Di Maio abbia avuto la meglio sul suo ex partner di coalizione. Il presidente Sergio Mattarella benedirà con gioia un’alleanza PD / Movimento Cinque Stelle, per assicurare che non accada nulla di radicale nei prossimi, decisivi, due anni, durante i quali l’Unione Europea deve affrontare le più grandi sfide per il suo futuro.

 

Questo è particolarmente vero, visto che sembra sempre più probabile che il Regno Unito lascerà la UE la notte di Halloween, anche in assenza di accordi.

 

Ma Di Maio si ritrova ora nella stessa posizione in cui si è trovato un altro riformatore diventato leccapiedi dopo aver tradito il suo paese nel 2015: il greco Alexis Tsipras.

 

Giusto per ricordarlo, Tsipras è stato mandato a casa ed è ora una delle persone più odiate in Grecia. Il suo tradimento del popolo greco è stato così completo, che ha spinto al potere un governo di centro-destra lo scorso luglio.

 

I Cinque Stelle erano nati dal disgusto degli italiani per la loro leadership politica a Roma e per il rovesciamento tecnocratico del governo di Silvio Berlusconi nel 2011.

 

Si trattava di un partito di pura protesta, specialmente quando Beppe Grillo ne era la figura principale. Ora, fa accordi con gli stessi tecnocrati, pur di rimanere al potere.

 

Di Maio farebbe bene a pensare molto attentamente a come si evolveranno le cose da qui in poi. Ricordiamoci che erano stati i Democratici a rifiutare di allearsi con i Cinque Stelle lo scorso anno, portando all’alleanza nominalmente euroscettica tra loro e la Lega che ha cercato di governare dal giugno dello scorso anno.

 

È vero che i Cinque Stelle hanno sofferto da quando si sono alleati con la Lega, ma si è trattato di ferite auto-inflitte, dato che Salvini li ha surclassati, accusandoli di non sostenerlo mentre la sua popolarità cresceva.

 

Quello che sta avvenendo è che se i Cinque Stelle fanno un accordo con Renzi e i Democratici, si tratterà di un tradimento dello stesso ordine di grandezza di quanto Syriza ha fatto in Grecia con Tsipras. E Salvini, che si troverebbe all’opposizione, avrebbe gioco facile a impallinare il governo a ogni occasione mentre Conte, Mattarella e la loro mascotte, il ministro delle Finanze Giovanni Tria, vendono l’Italia a Bruxelles.

 

E sarebbe Salvini a ridere per ultimo, mentre i Cinque Stelle non otterrebbero nulla in cambio dell'essersi venduti, l’Italia verrebbe ulteriormente distrutta, e la carovana di migranti di George Soros riprenderebbe. Di Maio e i Cinque Stelle hanno avuto la loro opportunità di opporsi alla UE mentre questa era in difficoltà, con la crisi dei debiti sovrani e con il sistema finanziario e politico tedesco sotto stress estremo.

 

E hanno fallito.

 

La politica a questo livello è dominata dagli ego. Di Maio non è stato in grado di opporsi al malcontento interno dell’ala di sinistra del suo partito, e a causa di questo non ha potuto onorare le promesse fatte quando la coalizione si è formata.

 

Ora, ha messo il suo partito sulla strada che porta alla distruzione, mentre Salvini se ne va senza avere perso nulla di importante. Le sue politiche in una coalizione con i Cinque Stelle e Conte come presidente del consiglio non sarebbero state implementate.

 

Ora, che lo volesse o meno, ha rivelato tutti loro, inclusi i suoi ex alleati, come gli inutili arrampicatori sociali che sono, invece dei patrioti e ribelli che ostentano di essere, di fronte al popolo italiano.

 

La mossa migliore di Salvini ora è di continuare con i suoi piani e chiedere le elezioni. Forzare i Cinque Stelle e metterli ancora di più in contrasto con l’elettorato. E dopo, aspettare il suo tempo, lavorando sulla posizione della Lega al Parlamento Europeo.

 

Perché, anche si possono manipolare gli eventi nel breve periodo, non si può cambiare la tendenza generale (qualcuno direbbe che non si può fermare il vento con le mani… NdVdE).  Si tratta di un aspetto che sia l’UE sia i “poteri forti” italiani devono ancora imparare.

 

 

24/05/19

L’establishment UE sarà sonoramente bocciato alle elezioni

Come ci ricorda l'editoriale di Strategic Culture, il successo dei partiti cosiddetti populisti non è dovuto a una congiura, a un nemico esterno o alla diffusione di notizie false. L’establishment europeo nega la più semplice delle spiegazioni: si tratta della bocciatura delle sue politiche da parte dei cittadini. L’UE e gli eurocrati che l’hanno governata hanno conseguito una lunga serie di fallimenti politici ed economici. Se l’élite si ostinerà ancora una volta a negare la realtà, la ribellione del popolo non potrà che aumentare e portare ulteriore disgregazione.

 

 

 

Editoriale, 24 maggio 2019

 

 

Durante questo fine settimana, i 28 stati membri dell’Unione Europea andranno alle urne, in un impressionante esercizio di democrazia. Le elezioni si svolgeranno durante quattro giorni e termineranno domenica. I risultati completi non saranno disponibili fino alla prossima settimana. Ma è già ampiamente previsto che i partiti cosiddetti populisti otterranno successi significativi in tutta l’Unione e avranno un maggior numero dei 751 posti del Parlamento Europeo.

 

Un’evidente anomalia è la partecipazione del Regno Unito a queste elezioni, a dispetto del fatto che, in teoria, avrebbe dovuto lasciare l'unione europea a marzo. Le discussioni sulla Brexit si sono protratte senza un risultato chiaro, il che significa che il Regno Unito è obbligato a partecipare alla elezioni parlamentari UE come gli altri 27 stati membri. I parlamentari europei eletti oltremanica potrebbero di fatto non occupare i loro posti a Bruxelles e Strasburgo, perché il processo della Brexit, una volta completato – quando sarà completato – renderà i loro posti eccedenti.

 

Un’altra anomalia è che le elezioni del 2019 sono state oscurate da affermazioni politiche e dei media, all’avvicinarsi della data del voto, secondo cui la Russia avrebbe lanciato una “campagna di interferenza” per convincere gli elettori a votare i partiti politici che avversano lo status quo UE.

 

Tuttavia, alla vigilia del voto, i media occidentali e diversi esperti di sicurezza UE hanno dovuto ammettere che non c'è stata alcuna prova della prevista “campagna di influenza del Cremlino”.

 

Questa ipotesi di una campagna russa nella UE riecheggia la vecchia e screditata favoletta applicata alle elezioni presidenziali USA del 2016. Non è mai stata prodotta alcuna prova che desse credibilità a questo scenario.

 

La Russia ha sempre negato con forza di avere tentato un’influenza di qualche tipo sugli elettori occidentali. Ma la grande anomalia è che i media occidentali e le agenzie di sicurezza UE hanno dovuto ammettere che non esiste alcuna prova che la Russia abbia messo nel mirino le elezioni UE con una campagna di interferenza sui media.

 

L’aumento dei movimenti politici nazionalisti, anti-immigrazione, euroscettici, anti-austerità, pacifisti, anti-capitalisti in tutta Europa è dovuto semplicemente a questo: un’ondata di consenso verso i partiti anti-establishment. La marea di proteste tra i cittadini europei contro l’establishment neoliberista non ha nulla a che vedere con la presunta “interferenza russa” e molto a che fare con il deficit democratico strutturale dell’Unione dei 28 membri.

 

Tentare di incolpare la Russia di avere “influenzato negativamente” i cittadini UE e avere foraggiato “partiti anti-UE”, come si è tentato di fare con lo scandalo governativo in Austria questa settimana, è un atto disperato di negazione della realtà politica da parte dell’establishment UE sui propri tremendi fallimenti politici ed economici. Questa negazione ufficiale della realtà e il tentativo di fare di Mosca un capro espiatorio sta solo alimentando ulteriormente le proteste popolari e l’instabilità interna della UE.

 

Il presidente francese Emmanuel Macron questa settimana ha incolpato come di consueto “la collusione tra i partiti nazionalisti e gli interessi stranieri che minacciano l’esistenza dell’Europa”. Le visioni elitiste di Macron sono sintomatiche del malessere dell’establishment, in realtà il nocciolo del problema della coesione e della autorevolezza della UE, che vanno collassando.

 

Il referendum inglese sulla Brexit, tenuto nel 2016, è stato un campanello di allarme sul dissenso popolare in tutta la UE nei confronti di un establishment di Bruxelles che viene considerato anti-democratico, ostaggio della grande finanza e dalla austerità neo-liberista capitalista e prono a un consenso guerrafondaio guidato da Washington e orientato verso guerre illegittime in terre straniere e all’espansionismo della NATO.

 

Lo status-quo UE ha portato a enormi problemi di immigrazione legati all’appoggio al bellicismo illegittimo USA in Medio Oriente e in Nord Africa. I cittadini europei si sono resi conto di questi problemi e si oppongono alla degenerazione dell’Europa in un vassallo dell’imperialismo di Washington. Il dissenso è inoltre evidente nella contrarietà di molti cittadini europei verso l'adesione UE alle sanzioni e all’ostilità verso la Russia imposte degli USA. Questo non significa che la Russia stia in qualche modo influenzando i movimenti di opposizione. È semplicemente un fatto che i cittadini europei si stanno rivoltando contro uno status quo anti-democratico che è troppo frequentemente servile verso l’asse transatlantico che non rispecchia i suoi fondamentali interessi democratici, così come molte altre politiche a cui lo status quo UE aderisce supinamente.

 

Emmanuel Macron e altre figure dell’establishment europeo possono anche pompare la fandonia che l’Unione sia sotto attacco da parte dei “partiti nazionalisti di estrema destra collusi con il Cremlino”.

 

Ma la realtà è che l’UE è semplicemente considerata da un numero crescente dei suoi 512 milioni di cittadini come un monolite che non risponde ai bisogni democratici. Ecco perché questi si ribellano contro lo status quo, votando per una serie di partiti anti-establishment. Se la UE non può riconoscere l’impulso verso la democrazia che arriva dal suo interno, allora il suo futuro prevede altri eventi disgreganti, come il movimento della Brexit fa presagire. Dare la colpa a “nemici esterni” come la Russia dei propri problemi politici interni si sta dimostrando una disperata negazione della realtà.

 

Questa settimana i popoli si esprimeranno. L’establishment UE farebbe meglio ad ascoltare.

 

 

22/05/19

Perché l’Occidente dovrebbe onorare il Giorno della Vittoria della Russia

Anche se molti lo ignorano, quella che noi chiamiamo la Seconda Guerra Mondiale è invece per i Russi la Grande Guerra Patriottica – e a buona ragione. Nonostante in Occidente vengano magnificati eventi come lo sbarco in Normandia, Martin Sieff ricorda su Strategic Culture che la guerra si decise quasi unicamente sul fronte orientale, nello scontro tra forze dell’Asse e Unione Sovietica. La stragrande maggioranza delle truppe tedesche combatté – e morì – sul fronte orientale. I tentativi dell’Occidente di rimuovere il contributo dell’Armata Rossa alla sconfitta nazista – oltre a essere un insulto alla storia e ai popoli coinvolti - compromettono le possibilità di pace tra NATO e Russia, rischiando di provocare un conflitto tra due potenze nucleari.

 

 

Di Martin Sieff, 12 maggio 2019

 

 

Il Giorno della Vittoria – il 9 maggio – è appena trascorso. Come sempre è stata una festa enorme e fiera in tutta la Russia e in molte altre ex repubbliche sovietiche, come il musulmano Kazakistan: ma in Europa e in Nord America è passata in completo silenzio.

 

Nemmeno un americano o un inglese su 100.000 oggi si rende conto o ricorda che il 90 per cento dei soldati nazisti uccisi nella Seconda Guerra Mondiale sono stati uccisi dall’Armata Rossa. Al contrario, come ha fatto notare Tim Kirby su questo sito, in Lettonia oggi è permesso liberamente dal governo indossare le uniformi delle SS, mentre indossare le uniformi dell’Armata Rossa è pesantemente sanzionato. Tuttavia 320 milioni di americani vivono in grave pericolo di una inutile guerra nucleare per difendere questi nostalgici Nazi e negazionisti dell'Olocausto, ansiosi di sfruttare e pervertire la protezione del loro scudo NATO sull’Europa dell’Est.

 

Nessuno oggi potrebbe immaginare, dato lo sbarramento implacabile di scherno e disprezzo nei confronti della Russia, che durante la Seconda Guerra Mondiale i Russi e l’Unione Sovietica erano molto più apprezzati nella tormentata Inghilterra rispetto agli Stati Uniti e agli Americani.

 

Eppure i sondaggi di opinione dall’inizio del 1942 durante tutta la guerra mostravano molti più inglesi che ammiravano le vittorie e i sacrifici del Popolo Russo e si risentivano per la prosperità, la tranquillità, la fiducia in sé stessi e – ai loro occhi – l’arroganza dei soldati Usa che inondavano il loro paese.

 

Dal loro ingresso in guerra dal D-Day fino alla vittoria, milioni di soldati Usa hanno combattuto coraggiosamente e bene per tutta l’Europa continentale, ma dal punto di vista strategico perfino le loro più grandi vittorie non erano che piccoli spettacolini rispetto alle titaniche battaglie che avvenivano a Est.

 

Ironicamente, oggi gli storici britannici rimangono molto più obiettivi di quelli Usa. Eccellenti storici e accademici come Richard Overy, Andrew Roberts e Max Hastings sottolineano liberamente e ripetutamente che la colossale battaglia sul Fronte Orientale è stata il perno strategico di tutta la guerra e che tutto il resto impallidisce a suo confronto.

 

Ma negli Stati Uniti, perfino gli storici teoricamente acclamati come famosi continuano ad avere una visione miope e rifiutano puerilmente i fatti più evidenti. Gli studiosi specialisti scrivono studi di grande livello, ma tra gli storici più famosi e nei documentari televisivi l’ignoranza è imbarazzante.

 

Questa cosa è vergognosa e ha implicazioni gravissime per la pace mondiale. Il comunismo se ne è andato da tempo e il Popolo russo sotto il Presidente Vladimir Putin continua a lavorare duramente e in maniera impressionante per ricostruire la propria società. Ma tutti gli anni, quando arriva il Giorno della Vittoria, i leader, gli studiosi e coloro che modellano l’opinione pubblica ad Ovest continuano a ignorarlo fermamente.

 

Facendolo, non solo disonorano la memoria di milioni di soldati dell’Armata Rossa che sono morti combattendo i Nazisti. Rifiutano anche l’opportunità di allentare le tensioni tra l’Est e l’Ovest.

 

Eppure, l’Armata Rossa si è opposta praticamente da sola ai nazisti dal 22 giugno 1941 fino all’invasione della Normandia, e il ruolo dell’URSS nello stesso D-Day è stato enorme. Il successo del D-Day è stato possibile solo grazie alla spinta straordinaria dell’Armata Rossa da Stalingrado fino al fiume Elba nei due anni che sono seguiti alla vittoria di Stalingrado del 2 febbraio 1943.

 

Solo 11 divisioni della Wehrmacht hanno combattuto gli alleati in Normandia, ma contemporaneamente 228 divisioni naziste stavano combattendo l’Armata Rossa ad Est. Mentre avveniva la Battaglia della Normandia, l’Armata Rossa otteneva una vittoria molto più importante con l’Operazione Bagration, quando l’ultima grande concentrazione di armate di Hitler veniva annientata in quella che oggi è la Bielorussia.

 

È stata inoltre l’Armata Rossa a liberare i più grandi e terribile campi di sterminio nazisti, inclusi Auschwitz, Majdanek, Treblinka e Sobibor. Ma i leader occidentali e gli alleati NATO rimangono unanimemente zitti a riguardo di questo dato cruciale (ricordiamo purtroppo che l’italiano Benigni è riuscito a fare di peggio nel suo film-capolavoro La vita è bella, dove sono gli americani - e non l’Armata Rossa - a liberare Auschwitz, NdVdE).

 

Nel 2015, il governo Polacco ha vergognosamente escluso il Presidente Putin dalla cerimonia per il 70° anniversario della liberazione di Auschwitz. L’ex Primo Ministro ucraino Arseniy Yatsenyuk ha perfino sostenuto che l’Ucraina è stata invasa sia dalla Germania Nazista che dall’Unione Sovietica (la verità è che l’Armata Rossa ha liberato Kiev) e che le forze ucraine avevano liberato i campi di morte per conto loro. Si tratta di una grande bugia, degna del Ministero della Verità di George Orwell.

 

Questi atti provocatori e meschini, accolti con uguale entusiasmo dai neoliberisti e dai neoconservatori americani, sono serviti solo a inasprire ulteriormente i Russi nei confronti dell’occidente.

 

Un sincero e generoso riconoscimento del ruolo di leader che i sovietici hanno avuto nella vittoria del 1945 servirebbe a ricordare quanto gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica sono stati in grado di realizzare insieme nel loro trionfo congiunto sul fascismo. Ricorderebbe agli Americani e ai Russi quanto vitale sia per le due nazioni essere ancora alleate contro il terrorismo, il crimine internazionale, il traffico di droga, la schiavitù sessuale, i cambiamenti climatici e la proliferazione nucleare.

 

Onorare il grande e solenne anniversario del Giorno della Vittoria è semplicemente la cosa giusta da fare – dal punto di vista storico, morale e politico. Il Popolo Russo e i suoi alleati hanno pagato il prezzo colossale in termini di vite umane e sangue che richiedeva la vittoria della Seconda Guerra Mondiale. Disonorare la loro memoria è vergognoso.

 

Martin Sieff è stato per 24 anni corrispondente estero per il Washington Times e per United Press International, lavorando in 70 nazioni e raccontando 12 guerre. È specializzato in questioni economiche USA e globali.

 

 

17/05/19

La Turchia ha problemi di democrazia – ma la UE non può davvero farle la morale

Il giornalista Martin Jay sottolinea che è difficile per l’occidente, e per l'Unione europea in particolare, condannare il comportamento antidemocratico della Turchia di Erdogan. La Ue ha dato ripetutamente prova di disprezzare la democrazia, ignorando il risultato delle consultazioni popolari quando non piaceva alle élite, intralciando il processo democratico di paesi stranieri, prevedendo addirittura un parlamento che non può avviare il processo legislativo. A Bruxelles perfino il quarto potere – i media – è di fatto strutturalmente colluso con l’eurocrazia.

 

 

DI Martin Jay, 10 maggio 2019

 

 

Il primo di aprile è ormai passato da qualche settimana, ma quando leggiamo la notizia che il presidente Erdogan farà ripetere le elezioni di Istanbul alcuni di noi pensano a uno scherzo. Però il momento più spettacolare non è quando ti rendi conto di quello che sta avvenendo in Turchia - un paese che ha sicuramente problemi con i diritti umani – ma di come l’occidente si compatta per deprecarlo. L’ipocrisia è davvero stupefacente.

 

E quale altro idiota potrebbe mai essere il primo a farsi sentire, in questo ridicolo obbrobrio, se non il parlamentare giullare dell’Unione europea, Guy Verhofstadt, un classico euro-elitario che si fa fatica a ignorare, ma ne vale la pena. Questo ex primo ministro belga ha recentemente eiaculato al parlamento europeo i suoi importanti pensieri sulla Turchia ed Erdogan, allineandosi con altri ex parlamentari pronti a saltare sul carro quando questo fa i loro interessi federalisti – prima di ritrattare e permettere al circo dell'accesso [della Turchia, ndVdE] alla Ue di riversarsi su Bruxelles quando a loro conviene. In questo momento, quando mancano pochi giorni alle elezioni Ue e stando ai sondaggi i partiti populisti aumenteranno molto i loro consensi, non sorprende che l’odioso liberale belga sia salito sul palco per riversare doverosamente disprezzo sulla Turchia.
Ma ci sono momenti, in questo mondo parallelo della UE, in cui la realtà sembra essere stata soppiantata dal Truman Show. Sta accadendo davvero?

 

L’Unione europea, probabilmente l’organizzazione esistente più corrotta, anti-democratica, suprematista bianca, massonica e autocratica, che ha praticamente inventato il manuale delle fake news, degli insabbiamenti di casi di corruzione e di come corrompere giornalisti e finanziare dittatori in giro per il mondo, sta veramente chiedendo conto alla Turchia della sua reputazione democratica?

 

“Questa decisione oltraggiosa sottolinea come la Turchia di Erdogan stia scivolando verso una dittatura” è stato l'erompente tweet del parlamentare europeo belga. “Sotto una simile leadership, i colloqui sull'accesso sono impossibili. Pieno sostegno al popolo turco che protesta per i suoi diritti democratici e per una Turchia libera e aperta!”.

 

Ma aspetta un attimo. Per caso questa è la stessa Unione europea che, quando nel 2004 fu interrogata dal colossale problema di corruzione della Romania e Bulgaria (la cui polizia giudiziaria è diretta da organizzazioni mafiose) ha risposto “li lasceremo entrare, e poi li riformeremo”, solo per vedere in seguito giornalisti uccisi a colpi di arma da fuoco in Bulgaria, e che la Romania ha così tante organizzazioni anti-corruzione, che si ironizza di chiedere alla Ue un permesso per esportarle? O, per restare in argomento, è la stessa Ue che chiede ripetutamente una seconda elezione quando i risultati non sono quelli di cui ha bisogno, come in Irlanda e più recentemente nel Regno Unito con la Brexit?

 

Questa è la stessa Unione europea che ha firmato un mandato di arresto per il giornalista tedesco Hans Martin-Tillack nel 2003 – e lo ha consegnato alla polizia belga – in modo che la casa del giornalista potesse essere messa a soqquadro e il suo computer violato, mentre lui veniva sbattuto nel retro di una camionetta della polizia dove un poliziotto gli ha detto “Vabbè, non siamo in Myanmar”?

 

O è la stessa Ue che, nello stesso periodo in cui iniziava un processo di riforma, in realtà radunava semplicemente coloro che avevano denunciato dall'interno le malversazioni e li appendeva a un gancio, solo per farne un esempio e scoraggiare altri all’interno delle istituzioni Ue?

 

L’Unione europea ha una storia scioccante di abuso sui diritti umani non solo sul proprio suolo, ma più significativamente in giro per il mondo, con i regimi che sostiene con aiuti. La maggior parte dei dittatori dei paesi centrafricani sono sostenuti dal denaro della Ue, che, di conseguenza, porta a un abuso maggiore dei diritti umani su larga scala – il quale poi conduce all’esodo di migranti che finiscono in Libia, venduti come schiavi, violentati e abusati. In molti paesi gli stessi programmi ambientali sono fasulli e servono per convogliare fondi neri ai dittatori che l'Ue sostiene, come per esempio in Libano, dove i sistemi di riciclaggio e compostaggio sono in realtà così pessimi che stanno avvelenando l’acqua dei paesi e sono legati al numero di casi di cancro in aumento.

 

Questa è la realtà dei precedenti della Ue in termini di diritti umani e del suo controllo della democrazia. La lista si può allungare a piacere ed è meravigliosamente curioso che il “paese del terzo mondo” della Ue (il Belgio), che ha uno scioccante deficit in termini di libertà di stampa ed è un paese tristemente famoso per la pedofilia su vasta scala, quello che storicamente rappresenta la base finanziaria (tramite ricatti) per finanziare i partiti politici, è lo stesso paese che ha prodotto Verhofstadt e ospita i suoi patetici sermoni nel Parlamento europeo, l’unica assemblea del mondo talmente inutile che i suoi Parlamentari non possono nemmeno dare inizio al processo legislativo.

 

Verhofstadt è un membro accreditato della Wet Dream Society, o come era una volta chiamato del “Gruppo Spinelli” – una sorta di pensatoio massonico composto da coloro che credono che la Ue potrebbe un giorno diventare una superpotenza e avere un’autentica politica estera. Pertanto è normale per lui prendersi il palcoscenico e propinarci simili discorsi splendidamente noiosi e totalmente ridicoli, che se va bene sono utopistici e se va male sono semplicemente le fantasie di un vecchio. Come il sogno di Verhofstadt del 2004 di essere Presidente della Commissione Europea – un tentativo stoppato da Tony Blair.

 

Ma ecco la vera ciliegina sulla torta, se vi piace l’ironia a dosi massicce. Il Parlamento europeo utilizza uno schema per cui sussidia tutti i media per le loro spese di produzione, spendendo centinaia di milioni di euro. Se non lo facesse, la maggior parte delle emittenti non parlerebbe nemmeno di questi noiosi eventi che ottundono il cervello. Qualcuno potrebbe dire che si comprano la stampa, dal momento che c’è ovviamente una “contropartita” nell’aiutare la Ue a promuovere se stessa. Ma Euronews, che ha mostrato il discorso di Verhofstadt e gli ha dato grande enfasi, non solo guadagna da questo sistema, ma di fatto ottiene enormi sussidi dallo stesso budget annuale di Bruxelles per coprire mediaticamente i parlamentari europei – un doppio colpo, quindi. Di fatto, i vaneggiamenti di Verhofstadt erano una fake news in sé. E questa è un’istituzione – il Parlamento europeo – che ha recentemente votato per finanziare davvero le operazioni dei media perché facciano propaganda pro-Ue.

 

Sono cose talmente incredibili che non si riuscirebbe a inventarle

 

Ma nel frattempo, arrivano notizie dall’altra sponda dell’Atlantico, una vera super potenza, che suggeriscono che la CNN di Atlanta potrebbe mandare dei giornalisti alla CNN turca per far loro imparare il mestiere. Dal momento che praticamente tutti i loro reporter più famosi fabbricano le loro storie quando viaggiano per il mondo - Anderson Cooper, Christiana Ammanpour e Parisa Khosravi – come mi ha detto Elise Labbot, una ex “reporter” della CNN che non è intralciata da abilità giornalistiche, anche questa potrebbe allora essere una parodia, o una fake news. La CNN turca viene attaccata dall’occidente perché è filo-Erdogan, senza che si riconosca in alcun modo che la CNN di Atlanta è essa stessa totalmente di parte e che manipola regolarmente le notizie in favore della Clinton o di chiunque subentrerà nel suo ruolo.

 

Quantomeno la CNN non manderà a Istanbul la Labott, una reporter che si è costruita una carriera inventandosi le storie al punto che ad Atlanta alla fine hanno dovuto separarsi da lei a inizio anno, dopo che non meno di tre indagini sulla sua incredibile mancanza di etica giornalistica hanno battuto tutti i record.

 

 

Martin Jay è un giornalista freelance e commentatore politico che vive a Beirut, Libano. Ha vinto nel 2016 il prestigioso premio Elizabeth Neuffer Memorial delle Nazioni Unite a New York.

 

 

14/04/19

Tom Luongo: Salvini prepara l’Italia allo scontro con l’UE

Tom Luongo spiega su Strategic Culture la strategia che intravede nelle mosse del governo italiano. Salvini punta a ottenere un successo alle elezioni europee unendo tutti gli euroscettici sotto la stessa bandiera, per poi sfidare Bruxelles: o cambia o l’Italia se ne va, forte delle sue riserve d’oro, nel frattempo messe al sicuro.

 

 

 

Di Tom Luongo, 10 aprile 2019

 

Al momento, l’italiano Matteo Salvini naviga a gonfie vele. Dopo avere mandato all’aria un paio di pretestuose azioni legali volte a pregiudicare il suo assalto al Parlamento Europeo del prossimo maggio, Salvini lavora per galvanizzare l’euroscetticismo in tutto il continente, per farne una forza politica rilevante.

 

Non si tratta di un lavoro facile.

 

Ma ha perlomeno due importanti alleati. Marine Le Pen del National Rally francese e Viktor Orban, leader ungherese. Salvini e Le Pen si sono incontrati la scorsa settimana per annunciare che faranno campagna elettorale congiunta per le elezioni europee, e per annunciare un grande incontro imminente a Milano.

 

Tuttavia, questo è solo l’inizio.

 

Ormai da un anno sostengo che Salvini dovrà essere la persona che pone le basi per una rivolta totale contro l’Unione europea e la partecipazione dell’Italia all’Eurozona.

 

Il suo partito, la Lega, è aumentato a dismisura nei sondaggi, ribaltando la dinamica con il partner di coalizione, il Movimento Cinque Stelle. Si tratta di una coalizione che spaventa l’establishment politico in Europa, perché non è formata dalla consueta falsa opposizione tra destra e sinistra.
È una coalizione populista con l’obiettivo comune di ribaltare il sistema corrotto e corporativo che molti governi occidentali rappresentano.

 

Da quando è arrivata al potere, lo scorso anno, ci sono stati numerosi tentativi di seminare zizzania tra questi compagni di strada apparentemente mal assortiti. Sono tutti falliti. In parte, questo è dovuto alla popolarità crescente della Lega e di Salvini.

 

Essendo sopravvissuti fino a questo punto e avendo spaventato la Ue diverse volte con “richieste provocatorie” in stile Trump sul bilancio e sulle riforme dell’immigrazione, Salvini e il suo partner populista Luigi di Maio guardano alle elezioni del Parlamento europeo come al primo test importante per il loro governo.

 

Riuscire a mettere insieme gruppi di tutta Europa che si accordano su una piattaforma comune per sfidare l’asse di potere franco-tedesco, li metterebbe in una buona posizione nella seconda metà del 2019 per spingere la situazione ancora più in là, specialmente per quello che riguarda la folle situazione fiscale italiana.

 

Mi sono reso conto da un po’ che Salvini ha due caratteristiche. È sia radicale che metodico. Non sta alimentando un fuoco di paglia di gloria. Sta costruendo la sua strategia contro la Ue lentamente, permettendo alla storia di spingere nella sua direzione.

 

È rimasto defilato dal disastro della Brexit, anche se sa di avere il potere di fermare il tradimento del voto e forzare il divorzio. Ma anziché farlo, è meglio lasciare che il processo prosegua da solo e che riveli interamente la sua dura verità, mentre lui prende nota e si organizza per il prossimo attacco alla Ue.

 

Se gli euroscettici vanno oltre gli attuali sondaggi che li vedono intorno al 30-32% dei seggi e Salvini riesce a trascinarli sotto un’unica bandiera, facendoli diventare il più grande partito del Parlamento europeo, allora manderebbe il giusto messaggio alla sua Italia.

 

C’è qualcosa di grosso che bolle in pentola tra Salvini e Di Maio. In primo luogo, hanno firmato l’iniziativa cinese Belt and Road, il cui secondo incontro importante si terrà alla fine di questo mese. La cosa ha fatto arrabbiare sia Trump che Angela Merkel.

 

Tutto in un solo giorno di lavoro.

 

Ma la novità più grande, secondo me, è il Parlamento italiano che spinge per riprendersi le riserve d’oro della nazione dalla Banca d’Italia. Ci sono due leggi in previsione:

 

la prima, darebbe ordine agli azionisti della banca centrale, in gran parte banche private, di vendere le loro azioni al Tesoro Italiano ai prezzi del 1930.

 

L’altra legge dichiarerebbe il popolo italiano proprietario delle riserve della Banca d’Italia, pari a 2.451,8 tonnellate d’oro, che valgono circa 102 miliardi di dollari ai prezzi attuali.

 

Gli azionisti della Banca d’Italia sono per lo più le banche commerciali italiane che ora sono  insolventi, o a rischio di insolvenza, a causa delle regole bancarie Ue. Ciò le mette a rischio di vedere i propri depositanti espropriati e le banche ristrutturate forzatamente in una notte da parte della Banca centrale europea.

 

Non mi credete? Andate a vedere cosa è successo al Banco Popular spagnolo nel 2017. Venne ceduto a Santander per un dollaro dopo che la BCE lo aveva dichiarato insolvente. Nel giro di un weekend vennero azzerati gli azionisti e tutto continuò come se non fosse successo nulla.

 

Eppure è successo, e questo non ha certo rassicurato gli investitori che ci sia anche solo una minima speranza di riavere indietro i soldi investiti in una banca europea se la BCE può permettersi di agire così. In un certo senso, perché pensate sia così difficile per Deutsche Bank trovare il capitale necessario (da 6 a 10 miliardi di dollari) per fondersi con l’ugualmente insolvente Commerzbank?

 

Se doveste scegliere tra Deutsche e J.P. Morgan Chase, ora, cosa fareste? Il sistema bancario Usa sarà corrotto, ma non abbastanza stupido da buttare via l’unica cosa che assicura il flusso di capitali esteri in cerca di un “porto sicuro”, il fatto che gli investitori vengono per primi.

 

Chase potrà non piacermi, ma scommetterei su di lei e non su Deutsche tutti i giorni della settimana, e specialmente la domenica pomeriggio, quando Mario Draghi va in scena.

 

Se queste banche italiane vengono trattate in maniera analoga al Banco Popular dalla BCE, potremmo facilmente vedere la loro proprietà trasferita ai creditori e quindi, per estensione, il controllo della Banca d’Italia.

 

Ecco che cosa si intende quando si parla di minare la sovranità nazionale!

 

E qual è l’unica cosa di valore nel bilancio di Banca d’Italia? L’oro.

 

La spinta di Salvini e Di Maio sulla Banca d’Italia perché ceda l’oro al governo è una maniera di assicurarsi che le riserve auree italiane rimangano al sicuro e disponibili a garantire una nuova versione della Lira, se le cose dovessero arrivare a questo punto.

 

Come nelle negoziazioni per la Brexit l’opzione nucleare, un divorzio completo, deve essere una minaccia credibile, ossia una Brexit senza accordo e un ritiro unilaterale dall’euro.

 

Questa minaccia degli italiani bolle in pentola da un po’, e ogni volta che emerge la stampa di regime ripete sempre le stesse cose. Minaccia l’indipendenza della banca centrale. L’oro potrebbe venire usato per pagare i programmi di spesa populisti. E bla, bla bla.

 

No, il vero rischio è che con l’oro di proprietà del popolo, il governo italiano ricominciare con una nuova moneta.

 

E questo è il punto fondamentale.

 

Quindi, prima Salvini va al Parlamento europeo con una coalizione solida per sconvolgere le procedure e minare ulteriormente la base di potere di Angela Merkel. Poi, lui e Di Maio riportano questo successo a Roma e lo usano per avviare vere riforme al sistema finanziario Ue.

 

E se non ottengono ciò che vogliono, se la Merkel si impunta sulla sua politica basata su una Germania che depreda l’Europa attraverso l’austerità, allora passano all’offensiva, con 2.410 tonnellate d’oro in saccoccia. Sarebbe una partita vincente se l’economia europea dovesse ulteriormente implodere.

 

La Germania non è nella posizione di ingaggiare una battaglia dura, ora che la sua economia sta rapidamente sprofondando nella recessione.

 

Anche un piccolo shock a questo punto causerebbe una fuga di massa dagli asset europei. Abbiamo appena visto un’enorme fuga verso gli asset sicuri nel mese passato.

 

I mercati obbligazionari europei sono a rischio di una veloce inversione alla prima occasione.

 

Tuttavia, per attuare la sua “rivoluzione” al Parlamento europeo, Salvini e Le Pen dovranno fare i bravi con la Polonia riguardo alla Russia, aspettando a chiedere di togliere le sanzioni, per ora. Unire gli euroscettici nelle prossime sette settimane sarà difficile. Ma Salvini ha già dimostrato flessibilità fino ad oggi, con la sua coalizione.

 

Cosa vi fa pensare che non sia in grado di portare la Polonia dalla sua parte?

 

 

 

14/03/19

Via col vento: la sventurata passione tra Angela Merkel ed Emmanuel Macron

Come racconta il veterano giornalista Sieff, è utile vedere i due condottieri d’Europa per quello che sono: politici responsabili di decisioni disastrose, che stanno dilaniando i popoli di tutta Europa, tra ossessioni per l’austerità e amore per l’immigrazione incontrollata. Le loro decisioni hanno rovinato la vita dei popoli europei, ma loro non se ne preoccupano: le loro attenzioni sono per le grandi aziende, non per il loro popolo, che tutto sommato disprezzano e che mai ascoltano. Politici elitari convinti di essere illuminati altruisti, la coppia non si cura delle proteste e dei segnali di scontento, anzi vuole esportare nel resto del mondo il loro modello di governo “illuminato”. Fortunatamente, sembrano entrambi avviati verso l’imminente fine della loro esperienza politica.

 

Di Martin Sieff, 6 marzo 2019

 

 

La Cancelliera Angela Merkel e il Presidente francese Emmanuel Macron hanno portato al tracollo le loro nazioni, un tempo grandi; con la rabbia, la frustrazione, la povertà e la paura che si riversano sulle strade dell’Europa Occidentale. Ma Merkel e Macron non sono preoccupati: hanno occhi soltanto l’uno per l’altra. La loro stima reciproca e il loro infinito, vicendevole sostegno per le catastrofiche politiche che attuano continuano senza sosta.

 

La Merkel è al governo da più di tredici anni ed è abbastanza anziana da poter essere la madre di Macron. Macron è un neofita con meno di due anni di esperienza al potere, ma con un tronfio senso di autostima ridicolo come quello di Gaston ne “La bella e la bestia” (Nell’originale: come Mr. Toad nel libro per bambini “Il vento tra i salici”, NdVdE).

 

La Merkel e Macron condividono le stesse convinzioni, sono stati sostenuti dalle stesse forze e sono infinitamente festeggiati e ingannevolmente lodati dagli stessi, inutili, sapientoni.

 

Sono entrambi intellettuali arroganti ed elitari. Entrambi credono nel ridurre e togliere le funzioni sociali e le responsabilità dello stato nei confronti dei poveri e dei deboli. Entrambi pensano che lo stato dovrebbe aiutare e proteggere le grandi aziende nazionali e che le persone ordinarie vengano decisamente dopo di queste: in realtà le persone ordinarie per loro non contano affatto.

 

Credono entrambi che loro e i loro governi rappresentino le perfezioni assolute della realizzazione umana e quindi essi devono essere replicati in giro per il mondo, se possibile istantaneamente. La Merkel spinge per i ribaltoni di governo ad Est, in tutta l’Eurasia. Macron, nei suoi sogni in stile mussoliniano da grande leader, il nuovo Napoleone del Mediterraneo, orchestra il nuovo assetto del Maghreb lungo l’Africa del Nord e il Medio Oriente arabo.

 

Entrambi i leader si immaginano disinteressati, visionari internazionalisti e trattano i presidenti Donald Trump negli Stati Uniti e Vladimir Putin in Russia con fastidioso disgusto, perché questi ultimi hanno la pretesa di mettere in primo luogo gli interessi dei loro popoli.

 

Sia la Merkel che Macron provano un malcelato disprezzo per i loro stessi popoli e credono che le popolazioni indigene dei loro paesi abbiano bisogno dell’iniezione di milioni di immigrati da tutto il mondo il più velocemente possibile. Nessuno dei due tiene in grande considerazione i valori delle civiltà cristiane che hanno costruito e incarnato le loro nazioni per più di un millennio. Al contrario, disprezzano apertamente coloro che prendono seriamente la loro eredità nazionale.

 

Eppure esiste anche una strana, perfino raccapricciante attrazione reciproca tra l’anziana cancelliera tedesca e il (presunto) giovane e dinamico presidente francese.

 

Nessuno dei due ha mai avuto figli. Alla Merkel piace giocare alla statista saggia ed esperta con i più giovani e inesperti leader mondiali che condividono le sue convinzioni superficiale e alla moda. Lo statunitense Barack Obama ha assunto questo ruolo per lei, e Obama, la cui ignoranza riguardo le questioni esterne ai confini degli Stati Uniti era proverbiale, apprezzava ardentemente la sua condiscendenza.

 

Quando Obama lasciò il potere, fece un memorabile elogio della Merkel come la sua più cara amica tra i leader mondiali. Il suo commento colpì in maniera farsesca il Primo Ministro inglese David Cameron, il cui staff di pubbliche relazioni aveva pompato per sei anni la favoletta rassicurante che Cameron fosse il più vicino confidente di Obama e il suo fidato compagno sulla scena mondiale.

 

Macron ha sempre girato intorno a donne più anziane. Sua moglie ha 24 anni più di lui e si sono incontrati quando lei era la sua insegnante delle scuole superiori.

 

Negli USA e in Inghilterra, questo genere di unione innaturale avrebbe alimentato i giornali scandalistici. Il National Enquirer e il Daily Mail avrebbero potuto fare speculazioni pruriginose sulla natura del loro rapporto per anni. In Francia, dove nessuna propensione umana sorprende le persone, accettano questo genere di cose con tranquillità.

 

Pertanto, la progressione di Macron da sua moglie alla Merkel è coerente, come la Merkel che ha rimpiazzato Obama con Macron come suo discepolo giovane e ammirante e/o il suo nipote preferito.

 

Tuttavia, l’immagine più duratura che evoca la strana coppia Merkel-Macron è antecedente a loro. Prima della Seconda Guerra Mondiale, il film romantico popolare più longevo di tutti i tempi è stato girato ad Hollywood: “Via col vento”, un melodramma strappalacrime di un amore appassionato tra razzisti bianchi privilegiati nel Sud, prima della Guerra Civile Americana.

 

Non ci vuole troppa immaginazione per vedere Macron che sostituisce farsescamente le fattezze cesellate di Clark Gable che interpreta Rhett Butler, un uomo senza scrupoli, piuttosto disonesto ma sempre voglioso di rischiare e l’impetuosa Keiserin (donna imperatrice) Merkel al posto della fiera, imperiosa bellezza britannica Vivien Leigh, interprete dell’avvincente eroina piantagrane del film, Scarlett O’Hara. Come la Keiserin Angela, Scarlett doveva sempre, sempre imporre le cose a modo suo.

 

In “Via col vento” la tempestosa e virtualmente pazza passione tra Rhett e Scarlett sopravvive mentre l’intera società degli Stati schiavisti Confederati del sud razzista cade a pezzi intorno a loro. Alla fine, la città di Atlanta brucia, ma la fiera passione di Rhett e Scarlett sopravvive, anche quando si separano.

 

Le città della Francia e della Germania potrebbero benissimo andare presto a fuoco, come eredità delle disastrose politiche di “Rhett” Macron e “Scarlett” O’Merkel. Ma è facile scommettere che loro dimenticheranno ancor più facilmente le conseguenze delle loro stesse azioni. Usando le parole di Rhett Butler che concludono il film: la Merkel e Macron, francamente, se ne infischiano.

 

 

Martin Sieff è stato per 24 anni corrispondente estero per il Washington Times e la United Press International, ha visitato più di 70 nazioni e si è occupato di 12 guerre. Si è specializzato sulle questioni economiche degli Stati Uniti e globali.

13/02/19

L’Italia salva la dignità dell’Europa sulla prepotenza Usa in Venezuela

Mentre in Italia qualche politico autolesionista non perde occasione di schierarsi contro il proprio popolo, il quale ricambia generosamente nelle urne, nel dibattito internazionale il comportamento coraggioso dell’attuale governo in politica estera viene apertamente elogiato. Chi ne esce con le ossa rotte è l’ipocrita Macron, che non tollera l’appoggio di Di Maio al popolo francese in rivolta contro lui stesso, ma riconosce un presidente del Venezuela non eletto da nessuno in aperto spregio alle leggi internazionali.

 

 

 

Editoriale di Strategic Culture, 8 febbraio 2018

 

È comicamente ironico. La Francia ha richiamato l’ambasciatore di Roma a causa delle crescenti tensioni sulla presunta “interferenza” italiana negli affari politici interni francesi. Questo avviene proprio mentre la Francia e altri Stati europei si uniscono a una spudorata campagna degli Stati Uniti per rovesciare il presidente eletto del Venezuela, Nicolas Maduro. Non è facile pensare a qualcosa di più ironico.

 

Il dissidio tra Francia e Italia non è che l’ultimo capitolo di una lunga polemica tra il presidente francese Emmanuel Macron e il neoeletto governo di coalizione a Roma. Il governo italiano è formato da un’improbabile coalizione tra il sinistrorso Movimento 5 Stelle e un partito di destra, la Lega.

 

Entrambi i partiti sono molto critici verso l’establishment Ue e le politiche neoliberali capitalistiche che sono impersonificate dall’ex banchiere di Rothschild – diventato presidente francese – Macron.

 

Roma ha anche criticato la Francia per la sua responsabilità nel fomentare i problemi europei e italiani legati all' immigrazione di massa, in particolare attraverso i criminali interventi militari di Parigi, al fianco degli Usa e di altre potenze Nato, nel Medio Oriente e in Nord Africa.

 

La situazione è arrivata allo scontro aperto questa settimana, quando si è saputo che il vice primo ministro italiano Luigi Di Maio (leader del M5S) ha incontrato alcuni membri del movimento di protesta dei Gilet Gialli in Francia. Il movimento dei Gilet Gialli ha tenuto dimostrazioni in tutta la nazione nelle ultime dodici settimane, protestando contro le politiche economiche di Macron e contro quello che definiscono il suo stile elitista di governo. Di Maio e l’altro vice premier Matteo Salvini (leader della Lega) hanno apertamente appoggiato i contestatori francesi, con cui si identificano, in quanto espressione di una rivolta popolare contro l’austerità neoliberale in tutta Europa.

 

Reagendo a notizie di contatti tra il governo italiano e i contestatori francesi, il ministro francese degli Esteri – Jean-Yves Le Drian – li ha definiti una “oltraggiosa interferenza” negli affari interni del suo Paese. La polemica è aumentata ulteriormente dopo che la Francia ha richiamato il suo ambasciatore a Roma. L’ultima volta che ciò avvenne era stato nel 1940, durante la Seconda Guerra Mondiale. Si tratta di un deterioramento importante nelle relazioni tra due membri fondatori dell’Ue.

 

Questo è il punto in cui l’ironia sconfina nella farsa. La Francia tuona con rabbia contro la presunta interferenza italiana nei suoi affari interni, mentre nello stesso preciso momento il governo francese prende parte a un tentativo internazionale guidato dagli Usa di mettere in atto un cambiamento di governo in Venezuela. L’arroganza ipocrita non ha prezzo.

 

Questa settimana la Francia e diversi altri membri dell'Unione europea, incluse la Germania, l’Inghilterra, la Spagna e l’Olanda, hanno annunciato che “riconoscevano” l’auto-proclamatosi presidente del Venezuela.

 

Juan Guaido – una marginale figura dell’opposizione – si è autodichiarato “presidente a interim” del Paese sudamericano il 23 gennaio. Esistono legami ben documentati tra Guaido, il suo partito di opposizione di estrema destra e la CIA americana. La mossa di delegittimare il presidente eletto, Nicolas Maduro, è stata orchestrata dall’amministrazione Trump. Si tratta di una manovra palesemente illegale di cambio di regime, che viola la Carta delle Nazioni Unite e il diritto internazionale. Il governo socialista di Maduro e la ricchezza petrolifera naturale della nazione – parliamo delle più grandi riserve conosciute sul pianeta – sono l'ovvio obiettivo di Washington e delle capitali europee.

 

La Russia, la Cina, l’Iran e la Turchia, così come alcuni paesi dell’America Latina, compresi il Messico, il Nicaragua, la Bolivia e Cuba, hanno giustamente denunciato l’interferenza negli affari sovrani del Venezuela. La richiesta di Washington che Maduro si dimetta sotto la minaccia di un’invasione militare Usa è un preoccupante sfoggio di aggressione imperialista. Ma questo comportamento da gangster internazionali viene sostenuto da alcuni paesi europei, in primis la Francia, che concedono una parvenza di legittimità a questo vergognoso affare.

 

L’Italia è uno dei pochi paesi Ue che si sono rifiutati di seguire la criminale campagna guidata dagli Usa per un cambiamento di regime in Venezuela. Il governo italiano ha impedito alla Ue di emettere un comunicato politico congiunto di riconoscimento di Guaido come “presidente” al posto di Maduro. Le potenze europee che si stanno associando alle violazioni di Washington nei confronti del Venezuela lo stanno facendo di loro iniziativa, non nel nome della Ue.

 

La presa di posizione dell’Italia, insieme alla Russia e alla Cina, in difesa della sovranità del Venezuela è una meritoria adesione al diritto internazionale. Non consentendo alla Ue di associarsi alla prepotenza Usa, ha inferto un colpo vitale alle macchinazioni di Washington.

 

Pertanto, il governo italiano ha evitato che la Ue si screditasse completamente. Già è abbastanza grave che alcuni membri, come la Francia, si stiano associando alle operazioni gangsteristiche degli Usa contro il Venezuela, ma l’azione frenante dell’Italia ha quantomeno impedito all’Ue in blocco di farsi complice.

 

Se il fondamentale principio di non-interferenza negli affari sovrani degli stati-nazione non viene rispettato, l’intero sistema del diritto internazionale collassa. Il principio è stato violato molte volte negli anni più recenti, in particolare con le guerre illegali condotte dagli Usa e dai loro partner della Nato nel Medio Oriente e nel Nord Africa. Ma quest’ultimo episodio di cambio di regime in Venezuela è forse il più audace mai visto. Washington e i suoi lacchè europei  sono impegnati ad abolire il mandato democratico del presidente Maduro e la sentenza della Suprema Corte Venezuelana.

 

Washington e i suoi patetici complici europei stanno aprendo il Vaso di Pandora dell'anarchia globale se riescono a farla franca con il loro bullismo criminale contro il Venezuela.

 

La Russia, la Cina, l’Italia e altre nazioni stanno essenzialmente mantenendo la linea tra un’apparenza di ordine e un caos incontrollato.

 

Potremmo considerare il contatto tra il vice premier italiano e i contestatori francesi come una politica scarsamente accorta. Ma qualsiasi errore possa aver fatto l’Italia a riguardo, è trascurabile se paragonato all’incredibile arroganza e criminalità della Francia e degli altri Stati europei nella loro violazione della sovranità del Venezuela. L’arroganza della reazione francese alla presunta interferenza dell’Italia di questa settimana è uno spettacolo imperdibile.

 

Se proprio dobbiamo dire qualcosa, l’Italia merita applausi e rispetto per avere smascherato l’ipocrisia della Francia e degli altri aspiranti neo-colonialisti europei.

 

Il lato amaro dell’ironia è questo: il presidente francese e gli altri disprezzano la democrazia e il diritto internazionale - non solo in Venezuela - ma nei confronti dei loro stessi popoli.

 

 

 

 

06/12/18

L’Italia, l’Unione europea e la caduta dell’impero romano

Un articolo di Strategic Culture evidenzia come l’ossessione europea di tutelare i creditori - e schiacciare i debitori - stia producendo una società sempre più polarizzata e impoverita, tendente a un collasso simile a quello che subì l’impero romano. Le azioni della Ue volte a contenere le forze centrifughe finiranno per accelerare involontariamente il suo processo di disgregazione.

 

Di Alastair Crookew, 3 dicembre 2018

 

 

I leader Ue stanno tentando di contenere una crisi che evolve a velocità crescente: la sfida comprende l’ascesa di Stati insubordinati (il Regno Unito, la Polonia, l’Ungheria e l’Italia) o di “blocchi culturali” storici ribelli (ovvero la Catalogna) – tutti quanti esplicitamente disillusi dall’idea di una convergenza forzata verso un “ordine” Ue uniforme, con la sua austera “disciplina” monetaria. Respingono anche la pretesa della Ue di essere, in qualche modo, depositaria di una raccolta privilegiata di valori morali.

 

Se, nel dopoguerra, la Ue rappresentò un tentativo di schivare l’egemonia anglo-americana, questi nuovi gruppi ribelli di “rinascita culturale” che cercano di posizionarsi come “spazi” indipendenti e sovrani rappresentano, a loro volta, un tentativo di sfuggire a un altro tipo di egemonia: quella dell’”uniformità” amministrativa della Ue.

 

Per uscire da questo particolare regime europeo (che originariamente si sperava fosse differente dall’imperialismo anglo-americano), l’Unione Europea fu tuttavia costretta ad appoggiarsi al costrutto archetipico della “libertà” come giustificazione all’imperialismo (ora mutato nelle “quattro libertà” Ue) sulle quali le stringenti “uniformità” Ue (le condizioni di equa concorrenza, il regolamento di tutti gli aspetti della vita, la tassazione e l’armonizzazione economica) sono state basate. Il “progetto” europeo è ora visto - ed in effetti è - come qualcosa che svuota le vecchie e differenti tradizioni identitarie.

 

Infatti, il fatto stesso che queste ribellioni vengano tentate a differenti livelli e in diverse regioni culturali e geografiche, indica che l’egemonia Ue si è già affievolita al punto che potrebbe non essere pienamente in grado di ostacolare questa nuova ondata. Quello che è in gioco per la Ue è se essa sarà in grado di rallentare e frenare in qualche modo l’emergere di questo processo di ri-sovranizzazione culturale, che ovviamente minaccia di far andare a pezzi la vantata “solidarietà” Ue, e di frammentare la sua matrice di unione doganale perfettamente gestita e area comune di commercio.

 

Tuttavia è stato Carl Schmitt – il filosofo politico – a mettere in guardia con forza contro la possibilità di quello che ha chiamato un acceleratore katechon negativo. Questa definizione sembrerebbe combaciare – perfettamente – con la situazione in cui si trova ora la Ue. Il concetto, usato in passato, sostiene che gli eventi storici spesso hanno una dimensione contraria nascosta – detto in altre parole, alcune azioni (fatte, per esempio, dalla Ue), potrebbero in effetti accelerare esattamente quei processi che dovevano essere rallentati o fermati. Per Schmitt, questo spiega il paradosso attraverso il quale una “azione frenante” (come quella che sta prendendo la Ue) potrebbe in realtà avere effetto inverso, sfociando in un’accelerazione preterintenzionale degli stessi processi che la UE intende contrastare. Schmitt lo chiamò effetto “involontario”, perché produceva effetti opposti all’intento originale. Per gli antichi, esso ricordava semplicemente che noi umani spesso siamo dei semplici oggetti della storia, e non i suoi agenti causali (qualcun altro direbbe “non si può fermare il vento con le mani…” NdVdE).

 

Potrebbe succedere che l’”azione frenante” imposta alla Grecia, all’Inghilterra, all’Ungheria – e ora all’Italia – porti precisamente verso il Katechon di Schmitt. L’Italia ha ristagnato in un limbo economico per decenni: il suo nuovo governo si è sentito in dovere di alleviare, in qualche modo, gli stress economici accumulati negli anni passati, e cercare di riavviare la crescita. Ma il paese ha un alto livello di debito/PIL, e la Ue insiste sul fatto che l’Italia deve sopportarne le conseguenze: deve obbedire alle “regole”.

 

Il professore Michael Hudson (nel suo nuovo libro) spiega come l’”azione frenante” della UE rispetto al debito italiano, rappresenti un tratto di rigidità psichica europea che ignora totalmente l’esperienza storica, e potrebbe esattamente portare come risultato il Katechon: l’opposto di ciò che si voleva. Intervistato da John Siman, Hudson ha detto:

 

“Nelle antiche società della Mesopotamia, era chiaro che la libertà veniva garantita proteggendo i debitori. Nel sistema economico delle società della Mesopotamia nel terzo e secondo millennio avanti Cristo esisteva e prosperava davvero un modello correttivo. Potremmo chiamarlo l’Amnistia totale… consisteva nel necessario e periodico condono dei debiti dei piccoli agricoltori – necessario perché questi agricoltori sono, in ogni società in cui vengono calcolati interessi sui prestiti, inevitabilmente soggetti a impoverimento, e poi confisca della loro proprietà, per finire ridotti in servitù… da parte dei loro creditori.

 

[Ed era anche necessario, dato che una] dinamica costante nella storia è la tendenza delle élite finanziarie ad appropriarsi del controllo e gestire l’economia in maniera parassitaria e predatoria. La loro apparente libertà viene ottenuta a spese delle autorità governative, e dell’economia in generale. Di conseguenza, essa diventa l’opposto della libertà – come era chiaro ai tempi dei Sumeri…

 

 

Quindi fu inevitabile [nei secoli successivi], che nella storia greca e romana, un numero crescente di piccoli agricoltori si indebitasse in maniera insostenibile, e perdesse la propria terra. Era perciò inevitabile che i loro creditori ammassassero enormi proprietà terriere e diventassero un’oligarchia parassitaria. Questa tendenza innata alla polarizzazione sociale – dovuta al non condonare i debiti – è la maledizione originale e incurabile della civiltà occidentale successiva all’ottavo secolo avanti Cristo, la lurida macchia che non può essere lavata via, né asportata.

 

Hudson sostiene che il lungo declino e la caduta di Roma siano cominciati non, come sostiene Gibbon, con la morte di Marco Aurelio, ma quattro secoli prima, dopo che Annibale devastò la campagna italiana durante la Seconda Guerra Punica (218-201 a.C.). Dopo la guerra, i piccoli contadini dell’Italia non recuperarono mai la propria terra, che veniva sistematicamente incamerata dai grandi oligarchi terrieri, come Plinio il Vecchio ha evidenziato. [Naturalmente, oggi sono le piccole e medie imprese italiane che vengono accaparrate dalle multinazionali oligarchiche e pan-europee].

 

Ma tra gli studiosi moderni, come sottolinea Hudson, “Arnold Toynbee è praticamente l’unico a dare importanza al ruolo del debito nella concentrazione della ricchezza romana e della proprietà terriera” (p. xviii) – e quindi nello spiegare il declino dell’Impero Romano…

 

“Le società della Mesopotamia non erano interessate all’uguaglianza” ha dichiarato all’intervistatore, “ma erano civilizzate. E possedevano la sofisticazione finanziaria sufficiente per capire che, dal momento che gli interessi sui prestiti aumentano esponenzialmente, mentre la crescita economica nella migliore delle ipotesi segue una curva a S, è inevitabile che i debitori, se non sono protetti da un’autorità centrale, finiranno per essere eterni debitori. Pertanto i re della Mesopotamia salvavano regolarmente i debitori che stavano venendo sommersi dai debiti. Sapevano che era una misura necessaria. Più e più volte, secolo dopo secolo. Proclamavano “complete amnistie”.

 

L’Ue ha punito la Grecia per la sua prodigalità – e si appresta a punire l’Italia se dovesse ignorare le regole fiscali Ue. L’Ue sta tentando quella che Schmitt definiva un’”azione frenante”, per mantenere la sua egemonia.

 

Tuttavia, questo è davvero un caso in cui la Ue vede la pagliuzza nell’occhio dell’Italia, mentre ignora la trave nel proprio occhio. L’istituto di ricerca del ciclo economico Lakshman Achuthan scrive che:

 

“L’insieme del debito di USA, Eurozona, Giappone e Cina è aumentato più di dieci volte rispetto a quanto è aumentato il loro PIL aggregato, nell’ultimo anno. È notevole come l’economia globale – che rallenta in sincronia, nonostante l’aumento del debito – si trovi in una situazione che ricorda l’effetto “Regina di Cuori”. Come la Regina di Cuori dice ad Alice, nel libro di Lewis Carroll Alice nello specchio: “Ora, qui, vedete, dovete correre più forte che potete per rimanere fermi. Se volete andare in un altro posto, dovete correre almeno al doppio di questa velocità!”.

 

Ma questo – correre di più, accumulare più debito – può solo, infine, risolversi in una bancarotta gigante (o inflazionando il debito). Guardiamo gli Stati Uniti: il loro PIL sta crescendo al 2,5%; il debito Federale USA è al 105% del PIL, il Tesoro USA spende 1,5 miliardi di dollari di interessi al giorno, e il debito cresce del 5-6% del PIL. La situazione non è sostenibile.

 

Le richieste di Grecia e Italia di sollievo dal debito possono essere considerate da alcuni come strumentali, per fronteggiare il precedente malgoverno economico; ma, come ci dice Hudson,  le richieste dei Sumeri e dei Babilonesi non si basavano su cose di questo tipo – ma piuttosto, sulla tradizione conservativa fondata sul rituale di rinnovo del cosmo che scandiva il calendario e le sue periodicità. L’idea della Mesopotamia di riforma non aveva nulla a che vedere con quello che chiameremmo “progresso sociale”. Al contrario, le misure che il re istituiva come “giubilei” del debito erano misure pensate per ripristinare il “contesto”, ristabilire un ordine nella società, detto “maat”. “Le regole del gioco non venivano cambiate, ma a ognuno veniva data una nuova mano di carte”.

 

Hudson fa notare che “i greci e i romani rimpiazzarono l’idea del tempo ciclico e del rinnovamento della società con quella del tempo lineare” [che converge verso la “fine dei tempi”]: “La polarizzazione economica divenne irreversibile, non solo temporanea” – perché l’idea di rinnovamento venne perduta. Hudson avrebbe potuto aggiungere che l’idea del tempo lineare, e la perdita dell’imperativo di smembrare e rinnovare, hanno giocato un ruolo di primo piano nel sostenere tutti i progetti universalistici dell’Europa di un percorso lineare verso la trasformazione umana (o, verso l’utopia).

 

Questa è la contraddizione essenziale: che l’inevitabile divaricazione e polarizzazione economica stanno trasformando l’Europa in un continente tormentato da contraddizioni interne irrisolvibili. Da una parte l’Europa punisce l’Italia per il suo debito, dall’altra è stata la Bce che ha perseguito politiche di “repressione” dei tassi di interesse fino a portarli in territorio negativo, e ha monetizzato il debito per un importo pari a un terzo dell’intera produzione economica europea. Come poteva l’Ue non aspettarsi che le banche e le imprese non si sarebbero caricate di un debito che si trascinava nel tempo? Come potevano aspettarsi che le banche non gonfiassero i propri bilanci con “debito gratuito” al punto di diventare “troppo grandi per fallire”?

 

L’esplosione globale del debito è un problema macro, che trascende ampiamente il microcosmo italiano. Come l’antico Impero Romano, la Ue si è atrofizzata nel suo “ordine” fino a diventare un ostacolo al cambiamento e, non avendo alternativa se non tenere duro con un’”azione frenante”, finirà per produrre effetti completamente opposti all’intento originale (ossia un Katechon negativo involontario).

 

 

 

28/06/18

È stata l’amministrazione Obama a creare la crisi europea dei rifugiati

Questo articolo di Strategic Culture ha il merito di individuare la vera causa della migrazione di massa attualmente in atto dai paesi dell’Africa e del Medio Oriente verso l’Europa: non inevitabili calamità naturali, ma aggressive politiche neocolonialiste messe in atto dall’America di Obama e appoggiate da alcuni stati europei. L’articolo prende alcune posizioni opinabili – per esempio la feroce critica all’attuale amministrazione USA, pur ammettendo che le responsabilità maggiori sono da ricercarsi nella precedente - tuttavia ha il grosso merito di fare chiarezza su quale sia il nemico da combattere: non i popoli europei che si ribellano a questa immigrazione, non gli immigrati stessi, che ne sono le prime vittime, bensì il neocolonialismo occidentale.

 

 

Di Eric Zuesse, 24 giugno 2018

 

 

Il 18 giugno l'attuale Presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha sostenuto che la leadership della Germania e delle altre nazioni dell'UE, ha causato la crisi dei rifugiati che l'Europa sta affrontando:

 

"Il popolo tedesco si rivolta contro la sua leadership dal momento che l’immigrazione sta mettendo in crisi la già fragile coalizione di Berlino. La criminalità in Germania è in aumento. Un grave errore commesso in tutta Europa ammettere milioni di persone che hanno così fortemente e violentemente cambiato la sua cultura!"

 

Il governo USA sta chiaramente mentendo. È lo stesso governo americano ad avere causato questa crisi, che gli europei faticano ad affrontare. La crisi esisterebbe se gli Stati Uniti non avessero invaso e cercato di rovesciare (e in alcuni casi effettivamente rovesciato) i governi in Libia, Siria e altri Paesi - i posti da cui questi rifugiati stanno scappando? Il governo degli Stati Uniti e alcuni dei suoi alleati in Europa (quelli ai quali in realtà deve davvero andare parte della responsabilità di questa crisi) hanno causato queste guerre e questi colpi di Stato, ma il governo tedesco non era tra di loro, né lo erano molti altri Stati in Europa. Se il governo americano non avesse condotto queste invasioni, probabilmente neanche la Francia avrebbe partecipato. Il solo governo degli Stati Uniti è responsabile di avere creato questi rifugiati. Il governo americano stesso ha creato questo enorme fardello in Europa e ancora si rifiuta di accettare i rifugiati che esso stesso ha prodotto, dopo avere invaso e bombardato per rovesciare il governo (tra gli altri) della Libia, e poi della Siria e avendo sostenuto Al Qaeda nell'organizzare ed armare jihadisti da tutto il mondo per mandarli in Siria, per rovesciare il governo e sostituirlo con uno scelto dall’alleato-chiave mediorientale degli Stati Uniti, la famiglia reale Saudita, proprietaria dell’Arabia Saudita, e determinata a conquistare la Siria. Trump dà la colpa ad Angela Merkel per il fatto - in sostanza - che è stata alleata del regime USA, un regime aggressivo da decenni, e di cui lo stesso Trump è ora leader, anziché mettere fine alla situazione e ripristinare la democrazia negli Stati Uniti e in questo modo, ripristinare la pace e la libertà (dagli USA) nelle altre nazioni, in Europa e altrove (ad esempio in Siria, Yemen ecc.). Trump accusa la Merkel, non se stesso e il suo predecessore - cioè non le persone che nei fatti hanno creato questi rifugiati.

 

Non posso immaginare un’ipocrisia più pura di questa, che oggi proviene da Trump, non più da Obama, colui che, in realtà, è stato la causa del problema.

 

Come sostiene uno studio del 2016, "Una panoramica degli immigrati del Medio Oriente nell'UE: origine, status quo e sfide" nel suo sommario:

 

"L'UE ha la più alta percentuale di popolazione immigrata; ha una popolazione di 56 milioni di persone nate all'estero. E a causa della guerra perenne e del caos in Medio Oriente, l'ammontare della popolazione trasferita nella regione, soprattutto il numero dei rifugiati, è la maggiore del mondo intero... Ci sono un grande numero di rifugiati e richiedenti asilo che si dirigono verso i paesi dell'Unione Europea. Dopo la primavera araba, soprattutto dopo lo scoppio della guerra civile in Siria nel 2011 e l’ascesa dello "Stato islamico" nel 2013, l'intera UE ha sperimentato la più grande ondata di rifugiati dalla seconda guerra mondiale."

 

Tutte queste invasioni sono state, e sono, invasioni che provengono da paesi dove il regime degli Stati Uniti vuole rovesciare il governo.

 

Per comprendere l'origine più profonda di questo problema, si deve capire innanzitutto la continua ossessione del regime USA per la conquista della Russia post-comunista e post patto di Varsavia; e, in secondo luogo, è necessario comprendere la conseguente e coerente ossessione del regime USA, dopo la presunta fine della guerra fredda, di assumere il controllo dei paesi alleati della Russia, compresi non solo quelli all'interno dell'Unione Sovietica e del relativo Patto militare di Varsavia, ma anche in Medio Oriente, soprattutto Siria e Iran, ma anche Paesi come la Libia, dove il leader era di nome un sunnita, ma tuttavia in buoni rapporti con la Russia. (Il link ci fornisce la documentazione non solo di ciò che viene detto qui, ma documenta anche che l'alleanza tra le due aristocrazie, degli Stati Uniti e dell'Arabia Saudita, è essenziale all'obiettivo medio-orientale dell'aristocrazia USA; e l’aristocrazia di Israele serve come un agente essenziale dei Sauditi a questo proposito cruciale, perché i Sauditi si basano pesantemente sul regime israeliano per fare la loro attività di lobby a Washington. In altre parole: l’obiettivo permanente dell'America è quello di isolare la Russia per poter infine prendere il controllo della Russia stessa. Questa è in definitiva la causa della crisi dei rifugiati in Europa).

 

All’inizio della promessa era post-guerra fredda, nel 1990, il regime USA, sotto l’allora Presidente George Herbert Walker Bush, si accordò privatamente e ripetutamente con il regime URSS, sotto l’allora presidente Mikhail Gorbaciov, per porre fine alla guerra fredda – assicurando che la NATO non si sarebbe espansa “nemmeno di un centimetro verso est” – e che non ci sarebbero state ulteriori alleanze degli Stati Unite contro l’URSS (che sarebbe presto diventata la sola Russia). Il regime USA promise che non avrebbe ammesso nella NATO alcuno dei Paesi che allora facevano parte del Patto di Varsavia (Albania, Bulgaria, Cecoslovacchia, Ungheria, Polonia e Romania) né dei Paesi della stessa URSS fuori dalla Russia (Armenia, Azerbaijan, Bielorussia, Estonia, Georgia, Kazakistan, Kirghizia, Lettonia, Lituania, Moldavia, Tagikistan, Turkmenistan, Ucraina e Uzbekistan), tranne la parte est della Germania. Il regime USA stava semplicemente mentendo. Ma il governo Russo rispettò tutti i suoi impegni. La Russia era ora intrappolata, a causa della fiducia di Gorbaciov nei bugiardi, il cui vero obiettivo era la conquista del mondo – non la pace.

 

Oggi la NATO include tutti i paesi dell’ex patto di Varsavia, e ora il regime USA sta puntando a portare a bordo anche la Bosnia, la Georgia, l’ex Repubblica Yugoslava di Macedonia e l’Ucraina. La Georgia e l’Ucraina sarebbero i primi paesi ex URSS – non semplicemente ex membri del patto di Varsavia, ma già parti dell’URSS stessa – ad unirsi all’alleanza militare anti-russa, se una di esse sarà ammessa. La sola possibilità che ciò accada va ben oltre quello che l’ingenuo Gorbaciov avrebbe mai potuto immaginare. Non aveva la minima idea di quanto malvagio fosse (e sia ancora) il Deep State american (quello che controlla l’America). Ma ora noi lo sappiamo. La storia è chiara e univoca a riguardo.

 

Il portavoce della NATO, la Brookings Institution, titolava il 15 novembre 2001, "L'allargamento della NATO prosegue; espansione dell'alleanza e completamento dell’integrazione europea " fingendo che questa espansione avesse lo scopo di aiutare i cittadini europei, e non di conquistare la Russia.

 

L’Ucraina ha il più lungo confine europeo della Russia, e quindi è stata il primo obiettivo degli USA. Ma prima di impadronirsene gli USA avevano provato nel 2008 ad aizzare la Georgia contro la Russia, e il georgiano Mikheil Saakashvili fu un agente statunitense chiave in quel tentativo. Saakashvili venne poi coinvolto nel violento colpo di stato che rovesciò il governo ucraino liberamente eletto nel febbraio 2014. Saakashvili organizzò il contingente georgiano di cecchini che furono mandati in Ucraina per sparare sulla folla in Piazza Maidan e che uccise sia poliziotti sia dimostranti, in modo che le pallottole sembrassero provenire dalla polizia (Berkut) e/o da altre forze del governo ucraino democraticamente eletto. (Aprite questo link per vedere due sicari georgiani che descrivono a cuor leggero la loro partecipazione al colpo di Stato, e si riferiscono al ruolo dell’ex presidente georgiano Saakashvili nel colpo. Ecco una raccolta di video più completa che descrive e mostra il colpo di stato stesso. Come ho fatto notare, la testimonianza di questi sicari georgiani è totalmente coerente con quanto ha stabilito l’indagine del Ministro degli Esteri UE il 24 febbraio 2014 riguardo i sicari che “erano gli stessi sicari che uccidevano persone di entrambi gli schieramenti” e che questi sicari provenivano “dal nuovo governo di coalizione” e non dal governo che stava per essere disarcionato -  insomma si è trattato di un colpo di Stato, non di una “rivoluzione” come la gente di Obama sostenne, e come la gente di Trump ora sostiene. Il regime USA ha agenti in tutti i paesi dell’ex URSS – non solo in Europa Occidentale.

 

Il colpo di stato di Obama per strappare l’Ucraina alla sua precedente neutralità e farne immediatamente un paese neo-nazista selvaggiamente ostile alla Russia ha distrutto l’Ucraina – non solo dal punto di vista dell’UE, ma (e aprite il link se non lo sapete già) dal punto di vista degli stessi ucraini. Chi non vorrebbe andarsene da lì?

 

L’Europa ha rifugiati proveniente anche dall’Ucraina, non solo (anche se principalmente) dal Medio Oriente.

 

Il nemico dell’Europa non è l’élite russa, ma quella americana. Il nemico sono le industrie che controllano le multinazionali internazionali americane – non i miliardari che controllano le multinazionali russe; sono le persone che controllano il governo USA, e nessun russo, i veri decision maker, che sono dietro le politiche europee. Perché l’Europa progredisca, è necessario che gli europei sappiano chi sono i loro veri  nemici. La radice di tutti i problemi sono gli USA, il falso alleato dell’Europa. L’attuale America non è l’America del Piano Marshall. Il governo USA è ormai nelle mani di gangster. E vogliono dominare il mondo. La crisi europea dei rifugiati non è che una delle semplici conseguenze.

 

Infatti, Obama iniziò, prima del 2011, a pianificare queste operazioni di cambio di regime in Libia, Siria e Ucraina. Ma, in ogni caso, nessuna delle operazioni di cambio di regime che hanno causato l’attuale – e senza precedenti - flusso di immigrati in Europa è iniziato a causa di quello che hanno fatto i leader europei (salvo la loro cooperazione col regime USA). Il nemico dell’Europa oggi è il governo USA, che è tutt’altro che amico dei popoli europei. Quando Trump dà la colpa di questa crisi ai leader europei sta semplicemente mentendo e calunniando.

 

E questo fatto è aggiuntivo alla simile bugia calunniosa di Trump contro gli stessi immigrati. L’8 maggio, il giornale tedesco Die Welt titolava: "Il numero dei reati scende al livello più basso dal 1992" e riferiva che il ministro degli interni tedesco, Horst Seehofer, annunciava le statistiche dei crimini nazionali per il 2017, dicendo: "La Germania è diventata più sicura," più sicura che negli ultimi 30 anni. Seehofer è un membro dell'amministrazione della Cancelliera Merkel che sta provando a sostituirla facendo appello alla forte parte anti-immigrazione del suo partito conservatore, ma perfino lui ha dovuto ammettere, in sostanza, che l’uscita contro gli immigrati che Trump aveva fatto il 18 giugno è una grossa bugia; l'esatto opposto della verità. Il commento twittato da Trump era quindi una calunnia non solo nei confronti della Merkel e degli altri leader europei, ma anche dei profughi che il regime degli Stati Uniti stesso aveva prodotto. Che vergogna! Quanto dovrebbe vergognarsi Trump?

 

La crisi dei rifugiati non è causata dai rifugiati stessi; e nemmeno dai leader europei; è dovuto al regime USA che mente praticamente sempre – le persone che controllano davvero il Governo Americano e le multinazionali americane.

 

Il 21 giugno, Manlio Dinucci di Global Research titolava "Il circuito della morte nel ‘Mediterraneo allargato'" e esordiva dicendo: "I media e gli attori politici, concentrati come sono sul flusso migratorio dal sud al nord attraverso il Mediterraneo, stanno trascurando gli altri flussi del mediterranei – quelli che vanno da nord a sud, composti da forze militari e da armi." Ma chi vende più armi nel mondo sono gli Stati Uniti, non l'Unione Europea; quindi porre tutta l’attenzione sui miliardari europei è sbagliato. I principali colpevoli sono sullo stesso lato dell'Atlantico di Trump, e ciò che viene ignorato, su entrambi i lati dell'Atlantico. Il vero problema non è dall’altra parte del Mediterraneo; è dall’altra parte dell'Atlantico. Ecco dove si trova il nemico dell'Europa.

 

Il 7 agosto 2015, avevo scritto “Gli USA stanno distruggendo l’Europa”, dicendo che:

 

"In Libia, Siria, Ucraina e in altri paesi della periferia o confinanti con l’Europa, il Presidente USA Barack Obama ha perseguito una politica di destabilizzazione, e perfino bombardamenti e altre forme di assistenza militare, che hanno spinto milioni di rifugiati a lasciare quei paesi periferici per dirigersi verso l’Europa, alimentando i sentimenti di estrema destra anti-immigrazione e di conseguenza destabilizzando la situazione politica in tutta Europa, non solo sulle periferie, ma finanche nell’Europa del Nord. "

 

La situazione non è cambiata con Trump.