10/06/19
Eurointelligence - Il Piano A dell'estrema destra è fallito, ma il piano B potrebbe far saltare in aria la UE
di Wolfgang Munchau, 6 giugno 2019
In politica come in guerra, ci sono battaglie che possono rendere lo sconfitto ancora più pericoloso per il vincitore. C'è una buona ragione per ritenere che l'apparente intenzione di Viktor Orbàn di non aggregare il suo gruppo parlamentare a quello di Matteo Salvini, il populista di estrema destra più potente nella UE, rientri esattamente in questa categoria.
La scorsa settimana, due annunci a sorpresa a Budapest sono sembrati gli ultimi chiodi sulla bara dell'apparente Piano A di Salvini per proiettarsi alla sommità della politica europea. II capo di gabinetto di Orbàn ha rifiutato disinvoltamente un'alleanza tra Fidesz e la Lega, annunciando anche l'accantonamento di una controversa riforma giudiziaria. La motivazione, secondo commentatori ungheresi indipendenti, è il risultato delle elezioni europee. La grande onda di estrema destra non è riuscita a materializzarsi, principalmente a causa delle scarse prestazioni di altri partiti di estrema destra come AfD in Germania. Nei calcoli post-elettorali di Orbàn, rimanere con gli enfant terrible dell'EPP, o stringere relazioni con il partito ultra-conservatore polacco PiS, batte l'adesione all'Alleanza Europea dei Popoli e delle Nazioni guidata da Salvini, imponente nel nome ma mediocre per numero dei propri parlamentari.
Il Piano A di Salvini, appoggiato con entusiasmo dai leader di partito che condividono le stesse idee in tutta Europa, era quello di capitalizzare la creduloneria dell'elettorato di estrema destra in modo da trasformare un miraggio in realtà politica. L'idea era di aumentare il numero dei voti di estrema destra in tutta la UE vendendo la proposta che sarebbe stato possibile creare un gruppo di parlamentari nazionali populisti abbastanza grande da attuare una trasformazione della politica europea e della stessa UE. Capitalizzando il fatto che la gran parte dei giornalisti intervistatori non avrebbe insistito sul punto per ignoranza del funzionamento dell'Europarlamento, l'estrema destra ha spensieratamente affermato che le elezioni del 2019 offrivano ai propri elettori un'opportunità senza precedenti per imporre una restrizione dei poteri della UE e cambiare il corso della politica europea. Il fatto che anche il gruppo più grande dell'Europarlamento non abbia nessuna possibilità di modellare il risultato politico senza costruire una grande coalizione è rimasto taciuto quando Jordan Bardella in Francia, Jorg Meuthen in Germania, o Salvini in Italia hanno promesso agli elettori che era arrivato il loro momento.
Notiamo l'ironia che il promesso sconvolgimento dall'interno dell'Europarlamento, un'istituzione a lungo derisa dalla destra euroscettica come un inutile luogo dove si fanno solo chiacchiere, de facto equivaleva a un'involontaria accettazione del sistema istituzionale della UE. Simpaticamente, ha spinto i candidati di spicco come Gilbert Collard del RN a dire che, ovviamente, deve essere dato maggior potere all'Europarlamento, poiché è espressione del voto del popolo. Dubitiamo che Collard fosse consapevole di mimare la posizione degli entusiasti federalisti europei. L'ironia non finisce qua. Il Piano A di Salvini ha aiutato a invertire una tendenza lunga decenni di disimpegno degli elettori dalle elezioni europee. Anche in questo caso, la Francia offre l'esempio più spettacolare. Anche se il RN ha visto il numero assoluto di voti crescere di ben oltre il mezzo milione, la sua percentuale di voti è scesa più di un punto rispetto a cinque anni fa perché ha fatto emergere anche l'opposizione al RN. Il Piano A dell'estrema destra ha rinvigorito l'importanza delle elezioni europee, aiutando l'Europarlamento ad affermare la propria autorità come l'espressione più diretta della democrazia europea.
Godere dell'ironia di tutto ciò non dovrebbe distrarci dal pericolo di fronte a noi. Il fallimento nel costruire una base di potere effettiva nell'Europarlamento logicamente farà concentrare gli sforzi dell'estrema destra su scenari alternativi. Questi sforzi saranno tutti basati sulla conquista di un maggior potere a livello nazionale, e Salvini è di gran lunga il più pericoloso tra i potenziali disgregatori. L'Italia sembra essere sul percorso che porta ad elezioni nazionali anticipate, e il sistema elettorale del paese darà alla Lega una grande vittoria, nelle attuali dinamiche politiche. Il pane quotidiano della politica di Salvini è la contrapposizione con la UE e le sue due potenze guida. Se Salvini vince le elezioni con un mandato elettorale per combattere la UE sulle politiche economiche, fiscali e sociali, potrebbe verificarsi uno scontro che porterà la UE e l'eurozona in territorio inesplorato.
La UE ha una comprovata esperienza nel far fare retromarcia ai governi, anche al prezzo di costringere un primo ministro alle dimissioni dopo averne distrutto l'autorità politica. George Papandreou ha dovuto fare un passo indietro dopo essere stato costretto ad abbandonare i suoi piani per un referendum. La posizione di Silvio Berlusconi è crollata completamente subito dopo che Angela Merkel e Nicolas Sarkozy hanno deliberatamente segnalato che non lo vedevano più come un interlocutore da prendere seriamente. Ma Salvini è molto più padrone di sé di quanto lo fosse Berlusconi. La situazione del 2019 è molto differente da quella del 2011. Oggi, Donald Trump potrebbe rallegrarsi dell'indebolimento della UE, mentre Barack Obama fece della sopravvivenza dell'eurozona una priorità fondamentale.
Nessuno che conosciamo ha una vera comprensione delle idee di Salvini e della sua ambizione finale. Vuole raggiungere il potere attraverso lo scontro, ma si tirerà indietro dall'intraprendere gli ultimi passi che farebbero rischiare all'Italia l'uscita dalla zona euro e forse dall'UE? La sua ostilità verso l'integrazione nell'UE è più tattica che ideologica? Cerca di condividere il potere con il mainstream, e se diventerà primo ministro si concederà di essere politicamente addomesticato, come membro del club dei leader? È uno stratega politico, un calcolatore attento, che flirta con la crisi ma che desidera evitarla una volta che la prospettiva diventi troppo reale? E come reagirebbero gli elettori italiani ad uno scontro che finisca fuori controllo?
Nel 2019 si può rispondere a queste stesse domande su altri leader e paesi, come ad esempio Orbàn e l'Ungheria. Ma mentre la perdita dell'Ungheria sarebbe un intoppo, la perdita dell'Italia sarebbe un disastro che potrebbe far saltare in aria la UE.
31/05/19
Le elezioni UE non contano molto. Ma la rabbia che hanno portato alla luce conterà
Di Megan McArdle, 28 maggio 2019
Arrivata in Europa per assistere alle elezioni del Parlamento europeo, la giornalista del Washington Post afferma che ha trovato difficile conciliare le storie che venivano raccontate in Europa prima delle elezioni con i loro risultati.
In Francia, la notizia è il primo posto ottenuto dal nuovo partito di Marine Le Pen, che relega in seconda posizione En Marche del Presidente Macron. Questo segnale, unito alle continue proteste dei Gilet Gialli, non promette bene per il futuro del governo francese. Tuttavia, osserva la giornalista, il consenso della Le Pen non è molto diverso da quello registrato alle precedenti politiche, né alle precedenti europee. Globalmente, secondo la McArdle, la situazione francese non è poi molto instabile. Più confusa la situazione nel resto d'Europa.
Fuori dalla Francia tuttavia, i risultati dipingono una situazione più caotica. I partiti populisti hanno ottenuto grandi consensi in Italia, Polonia e Ungheria, ma sono molto lontani dal poter formare una maggioranza parlamentare a livello europeo. In Inghilterra, il nuovo partito della Brexit è risultato vincitore con la sua piattaforma basata su un’uscita non concordata dalla UE, tuttavia i partiti del “remain” hanno complessivamente ottenuto una percentuale più alta. In Germania AfD ha visto addirittura una riduzione del proprio consenso rispetto alle elezioni del 2017, mentre hanno ottenuto un grande risultato i Verdi. In Spagna, hanno guadagnato consensi addirittura i noiosi social democratici.
Insomma, risultati così frammentati, rendono possibili interpretazioni divergenti. In dieci anni i populisti di destra sono passati dall’essere quasi invisibili a diventare una forza sostanziale, e non sembra che la tendenza sia in diminuzione: questa potrebbe essere la lettura di chi vede loro come futuro. Ma guardando ai Verdi, che hanno aumentato i propri seggi di un terzo, si può parlare di rivincita della sinistra.
Un modo per interpretare queste elezioni, secondo la McArdle, è considerare che nessuno dà loro molta importanza, anche perché il parlamento europeo è un simbolo del deficit di democrazia e di responsabilità delle istituzioni europee – cosa che rende più acceso il conflitto tra sovranità nazionale e decisioni collegiali.
A marzo la giornalista era in Inghilterra, dove racconta che un manifestante pro-Brexit le disse “volevamo un mercato comune, e ci hanno dato un governo comune”.
Si potrebbe ribattere in modo convincente che un mercato comune vasto e profondo come quello UE richiede un qualche tipo di governo comune. Qualcuno deve fissare tutto, dalle regole finanziarie agli standard lavorativi comuni. Sottomettersi a un governo di questo tipo comporta una certa perdita di sovranità nazionale: il proprio voto, e quello dei tuoi vicini, vale di più se si è uno dei 4,8 milioni di irlandesi, rispetto a essere uno dei 512 milioni di persone all’interno della UE.
Ma dopo questa riflessione, la giornalista aggiunge che il deficit democratico del potere ceduto alla UE viene alimentato dalla struttura bizantina dell’Unione, in cui le decisioni vengono prese molto al di sopra del livello sottoposto al controllo democratico. E questo non può che essere vissuto come un peggioramento se nella propria nazione si ha una democrazia ancora funzionante.
Non è ancora chiaro, insomma, che cosa significhino questi risultati, sia a livello nazionale, sia di governance europea. Però, secondo la giornalista, si può concludere con grande chiarezza che gli elettori non ne possono più dello status quo. E così conclude:
Alcuni vogliono ritornare a un passato di cui hanno nostalgia, di forza e unità nazionale, altri spingono per un paradiso ambientalista, ma tutti sono d’accordo che, sempre di più, odiano coloro che hanno governato fin qui, le politiche che hanno perseguito e le istituzioni da cui le hanno applicate. Anche se le elezioni del Parlamento UE non contano molto, la rabbia verso lo status quo conterà eccome.
24/05/19
FT e Telegraph - Cosa c'è in gioco nelle elezioni europee e la rotta dello stato profondo UE
Secondo il Financial Times, il risultato di queste elezioni, dalle quali dovrebbe emergere una nuova e forte ondata euroscettica e nazionalista, anche se ancora minoritaria, contribuirà a dare forma all'agenda politica di Bruxelles per i prossimi cinque anni, aprendo la strada a un cambiamento delle politiche europee.
A questo proposito, è risaputo che il Parlamento europeo non dispone di grandi poteri, in quanto condivide l'approvazione di regolamenti e direttive con il Consiglio dei Ministri, senza nemmeno avere l'iniziativa legislativa, di cui la Commissione detiene il monopolio. Oltre a questo, il Parlamento europeo ratifica i trattati e ha il potere di approvare la nomina del Presidente della Commissione e incidere sulla nomina dei vari Commissari.
In che modo dunque le elezioni del 2019 cambieranno il corso dell'Unione? Così risponde il FT:
"I deputati sono eletti a livello nazionale e in seguito vengono assegnati ai diversi gruppi del Parlamento europeo. I due principali gruppi pro-UE, il PPE e i Socialisti, rischiano di perdere terreno. Per la prima volta potrebbero perdere la loro maggioranza congiunta. Potrebbero non arrivare alla maggioranza nemmeno con l'appoggio dei Liberali. Il Parlamento europeo sta diventando più frammentato, come la politica nazionale in tutta Europa. I Verdi potrebbero acquistare potere di influenza grazie a un aumento dei consensi in Germania, ma lo stesso potrebbero fare i nazionalisti e gli euroscettici.
Si prevede che i nazionalisti e gli euroscettici conquistino peso, in particolare in Italia, in Spagna e, in misura minore, in Germania. Già nelle ultime elezioni del 2014 in Francia, Polonia, Ungheria e Regno Unito o sono arrivati primi o ci si sono avvicinati molto, e probabilmente riaccadrà. Gli euroscettici di sinistra e di destra potrebbero aggiudicarsi un terzo dei seggi, rafforzati dalla temporanea presenza degli eurodeputati britannici pro-Brexit.
Al di fuori del contingente britannico pro Brexit, nessun partito euroscettico sostiene apertamente l'uscita dall'UE. Vogliono invece portare l'UE in una direzione più conservatrice, con meno interventi da Bruxelles. Ci sono grandi differenze tra i vari partiti nazionalisti. Ma insieme potrebbero ostacolare l'agenda del Parlamento e quindi dell'UE. I nazionalisti possono assumere il controllo di alcune Commissioni e formare minoranze di blocco contrastando l'azione dell'UE in alcune aree, per esempio le procedure di infrazione nei confronti degli Stati in caso di violazione delle regole. Se i partiti mainstream sono divisi, una minoranza nazionalista potrebbe spingere il Parlamento a essere più duro sulla migrazione o sui trattati di liberalizzazione del commercio."
L'altro aspetto non secondario, anzi forse di prioritaria importanza, sottolineato dal Financial Times è che i risultati delle elezioni per il Parlamento europeo potrebbero anche avere importanti ripercussioni nella politica interna di alcuni paesi, come ad esempio l'Italia, dove, a prescindere da quanto possa essere realistica la previsione di elezioni anticipate formulata dal quotidiano, certamente una forte affermazione della Lega potrebbe modificare gli equilibri di potere all'interno della compagine di governo, rinforzando le posizioni più euroscettiche che erano nel programma della Lega prima del cosiddetto contratto di governo con i 5 Stelle, stipulato come alleato di minoranza col 17%.
"La Gran Bretagna non è l'unico paese in cui potrebbero esserci grandi ripercussioni politiche interne. Si prevede che la Lega di Matteo Salvini riporterà una decisa vittoria in Italia, superando il Movimento Cinque Stelle, suo partner nella coalizione di governo. La vittoria potrebbe incoraggiarlo a uscire dalla coalizione e provocare le elezioni anticipate, per cementare il suo vantaggio politico. Un pessimo risultato per i socialdemocratici in Germania potrebbe accelerare la fine del governo della grande coalizione di Angela Merkel. La sconfitta per il partito di governo Law and Justice in Polonia potrebbe danneggiare le sue possibilità nelle prossime elezioni politiche che si terranno in autunno. Emmanuel Macron sta affrontando il suo primo test elettorale da quando è diventato Presidente, due anni fa, mentre il partito Popolare di centro-destra in Spagna potrebbe entrare in crisi."
L'altro articolo di Ambrose Evans Pritchard sul Telegraph, "Nessuna elezione europea potrà mai deviare di un millimetro dalla sua rigida rotta lo stato profondo dell'UE", pone seri argomenti su cui riflettere. Il giornalista infatti afferma che se anche l'elezione al Parlamento europeo di un nutrito gruppo di euroscettici può senz'altro rappresentare una scossa per la politica interna della Francia o dell'Italia, non cambierà assolutamente nulla nella "governance" dell'UE. Lo stesso Steve Bannon, questa settimana, ha parlato delle elezioni del Parlamento europeo qualificandole come "una delle elezioni più importanti di sempre", e tuttavia, secondo Pritchard, una volta che il clamore si sarà calmato l'inesorabile macchina della UE riprenderà il suo ferreo controllo.
Seguiamo il suo ragionamento.
Il gruppo degli euro-ribelli non ce la farà mai a capire dove si trovano gli interruttori della luce dell'Espace Leopold a Bruxelles. Non padroneggiano le procedure e non sono capaci di stringere d'assedio le potenti commissioni che "co-decidono" —vale a dire, possono porre il veto o riscrivere – il 60 per cento delle nuove normative che calano dall'alto sui Parlamenti nazionali. La loro vocazione è la critica.
Le questioni quotidiane vengono lasciate alla squadra tedesca e ai suoi satelliti. Con questo non voglio portare avanti un argomento anti-tedesco, ma semplicemente affermare un fatto della vita europea. I deputati tedeschi sono legislatori di carriera. L'elezione è il primo passo di un incarico permanente.
Sono promossi attraverso un sistema di liste di partito per anzianità e diligenza. Quando si arriva al dunque, operano come una sola coorte, superando le differenze che separano socialdemocratici e democristiani. La Grande Coalizione di oggi a Berlino è già stata a lungo operativa a Strasburgo.
Questa professionalità è il motivo per cui i due gruppi principali sono entrambi gestiti dai tedeschi. Manfred Weber guida il blocco del centro-destra (EEP) e Udo Bullmann guida i socialisti. Klaus Welle gestisce la sala macchine come segretario generale del parlamento, mentre il suo connazionale Martin Selmayr opera in tandem come capo dell'apparato della Commissione. I punti nodali sono nelle competenti mani tedesche.
Quello che mi ha colpito durante la crisi bancaria dell'eurozona — se la si chiama "crisi di debito" ci si arrende alla falsa narrazione dei creditori — è come Berlino abbia silenziosamento assunto il controllo di ogni organismo che contava. Klaus Regling ha guidato i fondi di salvataggio (EFSF e ESM). Un diligente esecutore agli ordini di Wolfgang Schauble è stato messo alla guida dell'Eurogruppo."
Per mostrare questa inesorabile resilienza dello stato profondo della UE, Pritchard ripercorre l'episodio da molti dimenticato della Convenzione di Laeken. All'inizio del secolo, ricorda Pritchard, si era diffusa un'ondata di sfiducia e di protesta nei confronti delle istituzioni europee: i danesi e gli svedesi avevano votato no all'euro, e gli irlandesi con referendum avevano rifiutato la ratifica al trattato di Nizza, i vertici europei erano il bersaglio di veementi proteste e iI vertice di Laeken si era svolto dietro una fortezza di filo spinato:
"In quel momento di ricerca dell'anima i leader europei flirtarono brevemente con la ritirata. I popoli europei ormai vedevano l'UE come una "minaccia alla loro identità" - leggi la Dichiarazione di Laeken - e non c'era alcun desiderio di "un superstato europeo e di istituzioni europee che si insinuassero in ogni aspetto della vita".
I leader promisero di abbandonare la brutta abitudine di ricorrere ai trattati. Avrebbero restituito il potere agli stati membri. Una Convenzione, ispirata alla Convenzione di Filadelfia del 1787 e composta in parte da deputati dei Parlamenti nazionali, avrebbe scritto una costituzione europea per ripristinare la "legittimità democratica".
Menziono questo episodio dimenticato perché quanto è successo rappresenta una lezione. Gli addetti ai lavori hanno dirottato il processo. I propositi dissidenti dei sostenitori degli stati nazione furono annullati nei gruppi di lavoro. Il potere era affidato alla regale presidenza di Valéry Giscard d'Estaing. Egli impiegò gli avvocati della Commissione per redigere il documento. Le volpi hanno preso il controllo del pollaio.
"Era un gruppo auto-selezionato dell'élite politica europea", dichiarò Gisela Stuart, l'inviato di Tony Blair al praesidium. Quella dura esperienza l'ha resa un Brexiteer.
Come temeva, il testo finale proponeva un Presidente dell'Unione europea, un ministro degli Esteri, un dipartimento per la giustizia e soprattutto un tribunale supremo europeo competente per la prima volta su tutti i settori della politica (vale a dire, diritto dell'Unione e diritto comunitario, con la carta dei diritti che apre le porte a tutto). Praticamente l'impalcatura di un aspirante stato. Laeken era stato capovolto."
Anche se la costituzione fu respinta dai referendum francesi e olandesi, il processo non si fermò, perché come disse Giscard d'Estaing a Le Monde nel 2007: "L'opinione pubblica sarà guidata, senza rendersene conto, ad adottare le proposte che non osiamo presentare direttamente". Infatti la Merkel ripropose lo stesso testo della costituzione europea come trattato di Lisbona e il trattato fu ratificato senza referendum grazie a un golpe dell'esecutivo e con la complicità delle élite filo-europee nei parlamenti nazionali. Solo agli irlandesi fu necessariamente concesso un voto popolare — perché previsto dalla loro Costituzione —e avendo bocciato il trattato furono poi costretti a votarlo di nuovo con la pistola alla tempia del crollo post-Lehman del 2009.
Questa volta sarà diverso? si chiede Pritchard.
Pritchard è convinto della posizione autenticamente euroscettica di Salvini, il quale, dice "ha compreso la sfida e sa benissimo che per rompere la morsa della Curia politica dell'UE l'intera sovrastruttura gramsciana deve essere sovvertita" E tuttavia si dice purtroppo abbastanza scettico sulla possibilità di vincere questa guerra di trincea europea, che dura da quasi trent'anni, e pensa che nulla di sostanziale cambierà fino a quando non sarà la stessa Germania a perdere fiducia nel progetto dell'euro, magari a causa del debito italiano che alla fine costringerà la Bundesbank a tagliare il sostegno Target2 alla Banca d'Italia.
Su Salvini, afferma che lui e Orban non si possono più considerare degli sprovveduti outsider, e tuttavia dice che "l'uomo forte della Lega ha troppa fretta. La lunga e lenta marcia attraverso le istituzioni non fa per lui."
Sicuramente Pritchard non è un ingenuo e ha capito perfettamente come sia difficile muoversi all'interno delle istituzioni di uno stato profondo, sia questo uno stato nazionale occupato da amministratori pubblici e dirigenti fedeli al vecchio regime, sia e a maggior ragione quando si tratta delle imperscrutabili entità europee.
A tutto questo si possono però aggiungere alcune osservazioni.
La prima è che ora ci troviamo in un momento storico in cui torna possibile riprendere la guerra di trincea e finalmente imboccare l'uscita da questo meccanismo mostruoso. Occorre in primo luogo dare una scossa ai governi nazionali dei singoli paesi, e del nostro in particolare, perché possa meglio difendere e portare avanti con decisione l'interesse del popolo. La guerra dentro la UE non sarà facile né breve, ma se Pritchard potrebbe anche avere ragione nel dire che Salvini non ha la vocazione alla lunga marcia dentro le istituzioni, è pur vero che comunque ha avuto la capacità di circondarsi dei migliori intellettuali di cui oggi il paese dispone, di una straordinaria competenza e capaci di agire con intelligente prudenza ed efficacia. Non facciamo loro mancare il nostro appoggio. Se lo stato profondo UE non si smuoverà, e molto probabilmente non lo farà, saranno forti abbastanza da porre argini e guidarci verso una via d'uscita. Il momento è adesso, dobbiamo sfruttarne ora le potenzialità, perché queste condizioni non si ripresenteranno, o comunque non certo prima di aver dovuto attraversare un lunghissimo e duro inverno, ancora peggiore di quello in cui ci troviamo.
14/04/19
Tom Luongo: Salvini prepara l’Italia allo scontro con l’UE
Di Tom Luongo, 10 aprile 2019
Al momento, l’italiano Matteo Salvini naviga a gonfie vele. Dopo avere mandato all’aria un paio di pretestuose azioni legali volte a pregiudicare il suo assalto al Parlamento Europeo del prossimo maggio, Salvini lavora per galvanizzare l’euroscetticismo in tutto il continente, per farne una forza politica rilevante.
Non si tratta di un lavoro facile.
Ma ha perlomeno due importanti alleati. Marine Le Pen del National Rally francese e Viktor Orban, leader ungherese. Salvini e Le Pen si sono incontrati la scorsa settimana per annunciare che faranno campagna elettorale congiunta per le elezioni europee, e per annunciare un grande incontro imminente a Milano.
Tuttavia, questo è solo l’inizio.
Ormai da un anno sostengo che Salvini dovrà essere la persona che pone le basi per una rivolta totale contro l’Unione europea e la partecipazione dell’Italia all’Eurozona.
Il suo partito, la Lega, è aumentato a dismisura nei sondaggi, ribaltando la dinamica con il partner di coalizione, il Movimento Cinque Stelle. Si tratta di una coalizione che spaventa l’establishment politico in Europa, perché non è formata dalla consueta falsa opposizione tra destra e sinistra.
È una coalizione populista con l’obiettivo comune di ribaltare il sistema corrotto e corporativo che molti governi occidentali rappresentano.
Da quando è arrivata al potere, lo scorso anno, ci sono stati numerosi tentativi di seminare zizzania tra questi compagni di strada apparentemente mal assortiti. Sono tutti falliti. In parte, questo è dovuto alla popolarità crescente della Lega e di Salvini.
Essendo sopravvissuti fino a questo punto e avendo spaventato la Ue diverse volte con “richieste provocatorie” in stile Trump sul bilancio e sulle riforme dell’immigrazione, Salvini e il suo partner populista Luigi di Maio guardano alle elezioni del Parlamento europeo come al primo test importante per il loro governo.
Riuscire a mettere insieme gruppi di tutta Europa che si accordano su una piattaforma comune per sfidare l’asse di potere franco-tedesco, li metterebbe in una buona posizione nella seconda metà del 2019 per spingere la situazione ancora più in là, specialmente per quello che riguarda la folle situazione fiscale italiana.
Mi sono reso conto da un po’ che Salvini ha due caratteristiche. È sia radicale che metodico. Non sta alimentando un fuoco di paglia di gloria. Sta costruendo la sua strategia contro la Ue lentamente, permettendo alla storia di spingere nella sua direzione.
È rimasto defilato dal disastro della Brexit, anche se sa di avere il potere di fermare il tradimento del voto e forzare il divorzio. Ma anziché farlo, è meglio lasciare che il processo prosegua da solo e che riveli interamente la sua dura verità, mentre lui prende nota e si organizza per il prossimo attacco alla Ue.
Se gli euroscettici vanno oltre gli attuali sondaggi che li vedono intorno al 30-32% dei seggi e Salvini riesce a trascinarli sotto un’unica bandiera, facendoli diventare il più grande partito del Parlamento europeo, allora manderebbe il giusto messaggio alla sua Italia.
C’è qualcosa di grosso che bolle in pentola tra Salvini e Di Maio. In primo luogo, hanno firmato l’iniziativa cinese Belt and Road, il cui secondo incontro importante si terrà alla fine di questo mese. La cosa ha fatto arrabbiare sia Trump che Angela Merkel.
Tutto in un solo giorno di lavoro.
Ma la novità più grande, secondo me, è il Parlamento italiano che spinge per riprendersi le riserve d’oro della nazione dalla Banca d’Italia. Ci sono due leggi in previsione:
la prima, darebbe ordine agli azionisti della banca centrale, in gran parte banche private, di vendere le loro azioni al Tesoro Italiano ai prezzi del 1930.
L’altra legge dichiarerebbe il popolo italiano proprietario delle riserve della Banca d’Italia, pari a 2.451,8 tonnellate d’oro, che valgono circa 102 miliardi di dollari ai prezzi attuali.
Gli azionisti della Banca d’Italia sono per lo più le banche commerciali italiane che ora sono insolventi, o a rischio di insolvenza, a causa delle regole bancarie Ue. Ciò le mette a rischio di vedere i propri depositanti espropriati e le banche ristrutturate forzatamente in una notte da parte della Banca centrale europea.
Non mi credete? Andate a vedere cosa è successo al Banco Popular spagnolo nel 2017. Venne ceduto a Santander per un dollaro dopo che la BCE lo aveva dichiarato insolvente. Nel giro di un weekend vennero azzerati gli azionisti e tutto continuò come se non fosse successo nulla.
Eppure è successo, e questo non ha certo rassicurato gli investitori che ci sia anche solo una minima speranza di riavere indietro i soldi investiti in una banca europea se la BCE può permettersi di agire così. In un certo senso, perché pensate sia così difficile per Deutsche Bank trovare il capitale necessario (da 6 a 10 miliardi di dollari) per fondersi con l’ugualmente insolvente Commerzbank?
Se doveste scegliere tra Deutsche e J.P. Morgan Chase, ora, cosa fareste? Il sistema bancario Usa sarà corrotto, ma non abbastanza stupido da buttare via l’unica cosa che assicura il flusso di capitali esteri in cerca di un “porto sicuro”, il fatto che gli investitori vengono per primi.
Chase potrà non piacermi, ma scommetterei su di lei e non su Deutsche tutti i giorni della settimana, e specialmente la domenica pomeriggio, quando Mario Draghi va in scena.
Se queste banche italiane vengono trattate in maniera analoga al Banco Popular dalla BCE, potremmo facilmente vedere la loro proprietà trasferita ai creditori e quindi, per estensione, il controllo della Banca d’Italia.
Ecco che cosa si intende quando si parla di minare la sovranità nazionale!
E qual è l’unica cosa di valore nel bilancio di Banca d’Italia? L’oro.
La spinta di Salvini e Di Maio sulla Banca d’Italia perché ceda l’oro al governo è una maniera di assicurarsi che le riserve auree italiane rimangano al sicuro e disponibili a garantire una nuova versione della Lira, se le cose dovessero arrivare a questo punto.
Come nelle negoziazioni per la Brexit l’opzione nucleare, un divorzio completo, deve essere una minaccia credibile, ossia una Brexit senza accordo e un ritiro unilaterale dall’euro.
Questa minaccia degli italiani bolle in pentola da un po’, e ogni volta che emerge la stampa di regime ripete sempre le stesse cose. Minaccia l’indipendenza della banca centrale. L’oro potrebbe venire usato per pagare i programmi di spesa populisti. E bla, bla bla.
No, il vero rischio è che con l’oro di proprietà del popolo, il governo italiano ricominciare con una nuova moneta.
E questo è il punto fondamentale.
Quindi, prima Salvini va al Parlamento europeo con una coalizione solida per sconvolgere le procedure e minare ulteriormente la base di potere di Angela Merkel. Poi, lui e Di Maio riportano questo successo a Roma e lo usano per avviare vere riforme al sistema finanziario Ue.
E se non ottengono ciò che vogliono, se la Merkel si impunta sulla sua politica basata su una Germania che depreda l’Europa attraverso l’austerità, allora passano all’offensiva, con 2.410 tonnellate d’oro in saccoccia. Sarebbe una partita vincente se l’economia europea dovesse ulteriormente implodere.
La Germania non è nella posizione di ingaggiare una battaglia dura, ora che la sua economia sta rapidamente sprofondando nella recessione.
Anche un piccolo shock a questo punto causerebbe una fuga di massa dagli asset europei. Abbiamo appena visto un’enorme fuga verso gli asset sicuri nel mese passato.
I mercati obbligazionari europei sono a rischio di una veloce inversione alla prima occasione.
Tuttavia, per attuare la sua “rivoluzione” al Parlamento europeo, Salvini e Le Pen dovranno fare i bravi con la Polonia riguardo alla Russia, aspettando a chiedere di togliere le sanzioni, per ora. Unire gli euroscettici nelle prossime sette settimane sarà difficile. Ma Salvini ha già dimostrato flessibilità fino ad oggi, con la sua coalizione.
Cosa vi fa pensare che non sia in grado di portare la Polonia dalla sua parte?
10/02/19
Bernard-Henri Lévy: il “ragazzo immagine” di un’Europa fasulla
Di Scott McConnell, 1 febbraio 2019
Il pensatore francese Bernard-Henri Lévy è recentemente salito alla ribalta come “ragazzo immagine” nella difesa dell'"Europa" contro l'avanzata dei partiti nazionalisti-populisti così temuti dall'establishment. Ma è più probabile che il coinvolgimento di Lévy finisca per costituire un vantaggio per i nazionalisti. Nella sua lunga carriera, buona parte della quale passata sui media, come noto filosofo parigino, Lévy è stato un fondamentale artefice degli atteggiamenti culturali che hanno portato ai guai attuali della Francia.
Una strategia politica più saggia, per quanto poco onesta, per i partiti neoliberisti merkelisti e macronisti sarebbe di smussare le loro caratteristiche ideologiche e presentare i loro candidati come dei comuni, ordinari patrioti di centro-sinistra o di centro-destra. È quello che sta tentando Macron, con discreto successo, nella sua stessa battaglia contro i gilet jaunes. Oggi appare in TV con una bandiera nazionale ben in vista al suo fianco, e cerca di conquistare il pubblico con lusinghieri riferimenti patriottici all’"eccezionalità" della Francia.
Ma ecco che arriva Lévy, che con una dichiarazione pubblica sottoscritta da 30 scrittori e intellettuali getta il guanto ideologico sulle prossime elezioni. "L’idea di Europa è in pericolo", recitano Lévy e i suoi co-firmatari. È sotto attacco da parte di "falsi profeti ubriachi di risentimento e in delirio davanti all’opportunità di cogliere le luci della ribalta". Le elezioni del Parlamento europeo di maggio, affermano Lévy e i suoi firmatari, "rischiano di essere le più disastrose mai viste". Chiamano gli europei a "una nuova battaglia per la civiltà". "Suonano l'allarme" senza indugio contro "questi incendiari dell'anima e dello spirito che vogliono fare un falò delle nostre libertà". Ma a Lévy non basta una semplice lettera pubblica. Promette un tour in decine di città europee a partire da marzo. A 70 anni si propone di diventare il paladino continentale della resistenza ai partiti euroscettici.
Invero, la sua coerenza merita rispetto. Bernard-Henri Lévy, o BHL come lo chiamano in Francia, è da sempre stato acerrimo nemico del nazionalismo francese. Ne L'Ideologie francaise, il libro del 1981 che cementò la sua fama come il più telegenico dei "Nuovi filosofi" francesi e fece di lui un brillante personaggio nel mondo degli intellettuali da piccolo schermo, BHL ha dato un energico impulso di nazional-popolarità a un'idea che è diventata il cliché preferito di ogni antifa o casseur desideroso di soffocare la libertà di parola nel mondo accademico occidentale: chiunque abbia un’idea che non condividi è letteralmente Hitler.
Nel suo libro, BHL sostiene che non c’era bisogno di sconfiggere i nazisti nel 1940 perché la Francia diventasse fascista, dato che i precursori del regime di Vichy erano già ovunque nella vita intellettuale francese. Essi sono parte integrante, come proclama il titolo, de "L'ideologia francese". Si tratta della distorta semplificazione di una tesi avanzata in altri modi da storici seri - secondo cui il disprezzo per la democrazia parlamentare, l'ostilità al capitalismo borghese, l'antisemitismo, tutti elementi insiti in Vichy, non erano certo esclusiva dei tedeschi. Ma BHL spinge il ragionamento ai suoi limiti estremi, includendovi praticamente qualsiasi scrittore francese di fama e sensibilità patriottica. Maurice Barrès, cha ha celebrato in letteratura il popolo francese nato da sangue e suolo comuni: bollato come un precursore di Vichy. Il cristiano socialista Charles Péguy, anche lui precursore di Vichy. Al partito comunista francese BHL non rimprovera di essere eccessivamente stalinista, ma di essere troppo francese. Nella narrazione di BHL, ogni scrittore francese che abbia mai celebrato il popolo francese diviene un predecessore del nazional-socialismo.
In una feroce critica dell’opera, Eric Zémmour conclude: "Amare la Francia è di destra ed estrema destra; l'estrema destra è Vichy; Vichy è la retata di Vel d'Hiv; Vel 'd'Hiv, è la Shoa. QED, amore per la Francia = sterminio di ebrei". Il libro è stato un successo e ha venduto bene, nonostante le feroci critiche alla sua eccessiva semplificazione da parte di alcuni (come Raymond Aron) che pure erano vicini a Lévy e generalmente favorevoli nei confronti dei Nuovi Filosofi come gruppo. Il lavoro di Lévy è stato strumentale all'avvio di una guerra culturale nella quale il ministro degli interni francese non riesce ad espellere un immigrato clandestino senza essere bloccato da attivisti per i diritti umani benpensanti che lo paragonano a Hitler. Questa, ovviamente, è l'era in cui oggi viviamo.
La carriera di BHL non si è fermata qui: è diventato un energico attivista appassionato di diritti umani, anche se in modo selettivo. Esistono filmati dove appare sulle barricate di Maidan, o a convincere il suo amico presidente Nicolas Sarkozy che la Francia aveva il dovere aiutare i ribelli che cercavano di rovesciare il Moammar Gheddafi in Libia. Tuttavia, secondo BHL non tutte le vittime dei diritti umani meritano la stessa attenzione, e alcuni nazionalismi basati sul sangue e sul suolo sono più accettabili di altri. Col passare degli anni Levy ha sviluppato un grande attaccamento per Israele. Oggi è diventato un apologeta per qualunque cosa il governo israeliano abbia voglia di infliggere ai palestinesi, a Gaza o altrove. Come dice Zémmour, notando il contrasto tra gli interventi di Lévy sui media riguardo la Francia e Israele, "BHL ha preso l'abitudine di interpretare un doppio ruolo, Zola a Parigi e Barrès a Gerusalemme".
E adesso, questo anziano e facoltoso filosofo sarà il volto pubblico più importante della campagna per salvare l'Europa dai partiti euroscettici. Il dibattito elettorale promette di essere avvincente e senza precedenti. I partiti di destra e nazionalisti hanno, in generale, una visione articolata dell'Europa - il loro nazionalismo, in quanto tale, è diretto non contro gli altri europei, ma contro l'immigrazione di massa extra-europea. I loro punti di vista sono più o meno quelli sostenuti da Charles de Gaulle: che un'Europa degli stati nazione è più propensa a mantenere e promuovere gli aspetti creativi della civiltà europea rispetto a un'Europa dominata da burocrati che hanno elevato la libertà di movimento e diritti umani universali al rango di una pseudo-religione. Ma, nella pratica, sono molti i punti su cui occorre ancora lavorare.
Un altro gruppo di intellettuali europei [chiamato The True Europe, che include nomi come Philippe Bénéton e Roger Scruton, N.d.T.], che mira a preservare l’identità europea a fronte della globalizzazione e delle pressioni migratorie, ha pubblicato un proprio manifesto. La sottigliezza e profondità in esso espresse sono in netto contrasto con la dichiarazione redatta da BHL e dai suoi amici. Ne hanno discusso commentatori come Robert Merry, ma nel complesso ha attirato molta meno attenzione da parte dei media rispetto a BHL. I suoi autori sostengono una tesi difficile da riassumere, ma uno dei suoi punti chiave è che esiste un'Europa storica, forgiata culturalmente dal cristianesimo e politicamente dall'ascesa di stati nazione in opposizione all'imperialismo centralizzatore. Questa Europa è l'unica casa possibile dei popoli europei, e non può essere sostituita dalla falsa Europa di una UE che continua ad espandere i suoi poteri in maniera incontrollata, di un'immigrazione di massa senza assimilazione e di una cultura accademica dominata dal rimorso per qualsiasi aspetto del suo passato.
15/10/18
Bloomberg: i populisti italiani combattono Bruxelles per mettere fine all’austerità
Di John Follain, 10 ottobre 2018
I populisti italiani si stanno preparando a stappare il prosecco. Dopo aver preso il potere solo quattro mesi fa, gli strani alleati Luigi Di Maio del partito anti-establishment M5S e Matteo Salvini della Lega anti-immigrati, hanno ingaggiato una battaglia contro Bruxelles che potrebbero tranquillamente vincere.
L’Italia e gli altri 18 paesi che usano l’euro come moneta hanno tempo fino al 15 ottobre per presentare la loro manovra finanziaria alla Commissione Europea perché venga approvata. La “manovra del popolo” che DI Maio e Salvini stanno costruendo tenta di soddisfare le costose promesse elettorali, a discapito delle regole dell’Unione Europea che mettono limiti ai deficit e al debito pubblico. Se la BCE dovesse cedere, Roma porterebbe a casa uno stimolo di stampo neo-Keynesiano, sfuggendo all’austerità dominante. Se invece dovesse ricevere un semaforo rosso, gli italiani verrebbero redarguiti, cosa che il governo può sfruttare per consolidare le proprie posizioni sfruttando la rabbia della base elettorale e rinfocolando l'offensiva contro l’élite di Bruxelles. “Il governo populista non può perdere” dice Giovanni Orsina, direttore dell’Università degli studi sociali Luiss-Guido Carli di Roma. “Se l’UE dice di no alla manovra, è manna dal cielo – imposterebbero su questo la loro campagna per le elezioni europee del prossimo maggio”.
Sulla carta, la disputa è sui soldi per cominciare a onorare le promesse elettorali. Il Movimento 5 Stelle ha promesso un reddito di base per i poveri di 780€ al mese, mentre la Lega ha promesso di tagliare le tasse e di abbassare l’età di pensionamento. I piani fiscali del governo prevedono un deficit del 2,4% del PIL per il 2019, tre volte rispetto a quanto avrebbe voluto la precedente amministrazione. Nonostante le pressioni della UE e degli investitori, che hanno ripetutamente spinto al rialzo gli interessi sui bond italiani fino ai massimi da diversi anni, la coalizione al potere non ha ceduto su questo punto, accettando però di abbassare gli obiettivi di deficit per gli anni seguenti.
L’Italia si sta ribellando all’austerità, seguendo le orme del governo socialista portoghese, che ha alzato i minimi salariali e aumentato i salari del settore pubblico, facendosi beffe dello spirito del pacchetto di salvataggio da 78 miliardi ottenuto dalla UE e dal Fondo Monetario Internazionale nel 2011. Anche la Francia e la Spagna hanno giocato al tira e molla con le regole fiscali UE, senza per questo incorrere nelle sanzioni fino allo 0,2 percento del PIL che Bruxelles può richiedere ai paesi che eccedono i limiti in maniera reiterata.
Guntram Wolff, direttore del think-tank Bruegel di Bruxelles, dice che si tratta della più grande prova di forza riguardo a una manovra di un paese UE sin dalla crisi debitoria dell’eurozona che iniziò in Grecia, e poi si diffuse in Spagna e Portogallo. “La Francia ha sempre cooperato con Bruxelles, e anche il Portogallo, il dialogo c’era” ha detto. “La cosa più importante è che l’Italia ha un debito più alto e una crescita della produttività minore rispetto alla Francia” – il che significa che la sua situazione è più “fragile”.
Attestandosi sopra il 130%, il rapporto debito/PIL italiano è il secondo più alto dell’eurozona dopo quello della Grecia. “Dobbiamo fare di tutto per evitare un’altra crisi greca – questa volta in Italia”, ha detto il Presidente della Commissione Europea, Jean Claude Juncker, il primo di ottobre.
Per i populisti italiani, la battaglia sulla manovra è il simbolo del loro tentativo di strappare il controllo a Juncker e al suo esercito di eurocrati e restituirlo ai governi delle capitali europee, un tema destinato a risuonare in tutto il continente mentre ci si avvicina alle elezioni per il Parlamento Europeo del prossimo anno. “Abbiamo consegnato troppo potere a Bruxelles. Dobbiamo essere un paese leader, non un paese che si fa guidare” ha detto Michele Geraci, sottosegretario al Ministero dello Sviluppo Economico. “Vogliamo assicurarci che le regole europee sul commercio, l’immigrazione e altre questioni rispondano agli interessi italiani”.
I Cinque Stelle e la Lega sono saliti al potere sull’onda del malcontento degli elettori, che hanno sopportato una serie di primi ministri impopolari messi al comando dopo negoziazioni politiche – incluso l’economista Mario Monti, che è stato in carica dal 2011 al 2013 per guidare il paese quando la crisi del debito era più acuta. “Gli elettori si ribellano contro la cessione di sovranità a poteri che hanno imposto l'austerità e hanno raccontato che non si poteva fare niente per limitare l’immigrazione” ha detto Orsina. “Ecco perché la classe dirigente tradizionale sta pagando un prezzo più salato che in altri paesi.” La frustrazione è aumentata in anni di politiche recessive e ha prodotto quello che sembrava politicamente impossibile: unire la Lega di destra, la cui base elettorale è il ricco nord industriale, con i Cinque Stelle, un movimento nato sul web che ottiene la sua forza dal depresso sud.
I membri dell’establishment italiano stanno organizzando una resistenza silenziosa. Il Presidente Sergio Mattarella, un 77enne già giudice della corte costituzionale, ha formato un’alleanza con il Ministro delle Finanze Giovanni Tria nel tentativo di imporre limiti di spesa al governo [e qui vediamo i danni dell’informazione nazionale all’opera: che Tria sia mai stato contro i partiti di governo è tutto da dimostrare NdVdE]. Se la moral suasion non fosse sufficiente, Mattarella potrebbe esercitare i poteri a lui accordati dalla Costituzione del 1948 e rifiutarsi di firmare la legge finanziaria – anche se potrebbe rimandarla al parlamento una volta sola.
Più che Bruxelles, sono i mercati finanziari che hanno il potere di deludere le ambizioni dei populisti italiani, specialmente in un momento in cui la Banca Centrale Europea sta riducendo i suoi acquisti di obbligazioni. Salvini si diverte regolarmente a sfidare gli investitori “mi mangerò lo spread a colazione” ha detto, con la sua consueta retorica, lo scorso 30 settembre – riferendosi allo spread tra le obbligazioni a 10 anni italiane e tedesche, termometro della situazione del mercato.
Nonostante tutte le prese di posizione e le parole dure, Carsten Brzeski, ex funzionario della Commissione Europea, si aspetta che l’impasse tra Roma e Bruxelles venga risolto in maniera amichevole. “Ci sarà un dare-avere e alla fine troveranno un compromesso, un accordo” dice Brzeski, che ora è il capo economista di ING-DiBa AG, la filiale tedesca del gruppo bancario olandese ING.
Nel frattempo, aspettiamoci altri scontri verbali pirotecnici. Seduto di fianco alla nazionalista francese Marine Le Pen a un evento di Roma l’8 ottobre, Salvini ha lanciato una bordata contro Juncker e Moscovici, il capo della politica economica UE. “Siamo contro i nemici dell’Europa – Juncker e Moscovici – chiusi dentro i loro bunker di Bruxelles” ha detto.
CONCLUSIONE – l’imminente scontro tra Roma e Bruxelles riguardo la manovra italiana, può fornire munizioni ai nazionalisti mentre ci avviciniamo alle elezioni per il Parlamento Europeo.
16/09/18
Time - Intervista a Salvini, il volto nuovo dell'Europa
di Vivienne Walt, 13 settembre 2018
Matteo Salvini potrà non essere il Primo Ministro italiano. Ma ci sono pochi dubbi sul fatto che il ministro degli interni italiano è il politico più influente nel paese. E se ci riesce, potrebbe diventare uno dei leader più potenti in Europa.
Salvini è a capo della Lega, il partito nazionalista di estrema destra che ha ottenuto il 17,4% dei voti nelle elezioni dello scorso marzo, promuovendo una linea aggressivamente anti-immigrazione. Dopo aver contribuito a costruire una coalizione con l' anti-establishment Movimento Cinque Stelle, è diventato Ministro degli Interni con responsabilità sulla sicurezza, l'ordine pubblico e l'immigrazione.
E sull'ultimo tema non ha perso tempo per lasciare il segno. Ha provato a sospendere completamente le procedure di asilo fino a che nella UE non si raggiunga un accordo per una distribuzione equa dei rifugiati. Ha fatto imbestialire i leader UE impedendo alle barche coi migranti tratti in salvo di attraccare nei porti italiani - ad agosto, per esempio, ha rifiutato di autorizzare una nave della Guardia Costiera Italiana, la Diciotti, a sbarcare 177 migranti soccorsi nel Mediterraneo.
Questo approccio deciso del "non si fanno prigionieri" gli ha fatto conquistare nuovi consensi in Italia; i sondaggi adesso indicano che la Lega ha il sostegno del 30% degli elettori. E Salvini ha solo allargato la sua sfera di influenza. Il 7 settembre, l'ex direttore della campagna elettorale di Trump, Steve Bannon, si è incontrato con Salvini per coinvolgerlo nella sua nuova organizzazione a Bruxelles, che mira a una forte affermazione dei partiti populisti di destra alle elezioni europee del prossimo anno.
Salvini adesso ha nel mirino niente di meno che l'obiettivo di trasformare l'unione politica ed economica. "Cambiare l'Europa è un grande obiettivo", ha detto l TIME in una intervista esclusiva nel suo ufficio di Roma il 4 settembre. "Ma penso che sia alla nostra portata".
Qui di seguito la trascrizione riadattata per lunghezza e chiarezza.
TIME: Immagini che domani ci sia un altro incidente come quello della Diciotti. Cosa farà?
SALVINI: Stiamo lavorando per non avere un altro caso come quello. Ma se accadrà di nuovo, ci comporteremo esattamente allo stesso modo.
Quindi non permetterebbe nuovi sbarchi sui lidi italiani. È questo che sta dicendo? Perché l'Unione Europea, le ONG, stanno dicendo che ciò è contro il diritto del mare, contro i diritti umani, contro le convenzioni che l'Italia ha firmato.
Sono padre di due bambine, quindi anche dalla Diciotti abbiamo permesso lo sbarco di bambini, malati, donne. Ma fermare il traffico di essere umani è troppo importante per noi e per il loro futuro.
Le Figaro, il giornale francese, questa settimana ha scritto che lei vuole "far esplodere l'Unione Europea". È quello che vuole fare?
No. No. Al contrario, penso che la storia ci affidi il ruolo di salvare i valori europei - dalle radici giudaico-cristiane al diritto al lavoro, il diritto alla sicurezza, il diritto alla vita. Questa unione è cresciuta troppo, e troppo velocemente, senza radici comuni, soltanto con una moneta comune. Quindi stiamo lavorando per rifondare lo spirito europeo che è stato tradito da coloro che governano l'unione.
Quindi perché non spingere per far uscire l'Italia dall'Unione europea? Lei ha esitato su questo tema. Molti dei suoi sostenitori con cui ho parlato dicono "non vogliamo stare nella UE". Lei è d'accordo?
Io ho scelto di cambiare le cose dall'interno. Questo probabilmente è più difficile, più lungo e più complicato, ma è una soluzione più concreta. Lavorare dall'interno per cambiare le politiche monetarie, finanziarie, agricole, commerciali, industriali. Stiamo crescendo, e ci stiamo alleando con altri paesi europei per cambiare la UE dall'interno. Se abbandonassimo, sarebbe la fine della speranza.
Lei ha forze potenti contro, il Presidente francese Emmanuel Macron, e la Cancelliera tedesca Angela Merkel. Pensa di poter fare abbastanza cambiamenti da soddisfare i suoi sostenitori e convincerli che vale la pena rimanere nella UE?
Penso di sì. Stiamo lavorando con amici da Francia, Germania, Polonia, Romania, Bulgaria, Olanda, Belgio, Austria per creare un'alleanza alternativa al duopolio dei Cristiano Democratici e dei Socialisti che ha sempre governato l'Europa. È chiaro che devo cambiare le dinamiche europee per creare un luogo migliore per italiani, francesi, austriaci e spagnoli.
L'obiettivo è creare un'alleanza senza i Socialisti, quindi senza Macron, senza [l'ex Primo Ministro italiano Matteo] Renzi. Questa alleanza deve cambiare gli equilibri nel Parlamento europeo e nella Commissione europea. Sono stato eletto segretario della Lega quattro anni e mezzo fa, il partito era al 3% nei sondaggi. Oggi i sondaggi ci danno al 30%. Quindi cambiare l'Europa è un grande obiettivo, ma penso che sia alla nostra portata.
Vuole chiudere i confini europei?
I confini esterni. Penso che questo adesso sia l'obiettivo di quasi tutti i leader europei, anche quelli di sinistra, come Pedro Sanchez in Spagna. La protezione dei confini esterni ci permetterebbe di riaprire i confini interni che adesso sono chiusi. Mi piacerebbe la libera circolazione all'interno della UE, come risultato della protezione delle frontiere esterne.
Lei è incredibilmente concentrato sull'immigrazione. Alcuni la chiamerebbero ossessione. Perché è così deciso a controllare l'immigrazione?
Il problema più grande in Italia è il lavoro. E un'immigrazione fuori controllo danneggia il mercato del lavoro, perché gli italiani non possono competere con lavoratori illegali che vengono sfruttati. Quindi per ridare dignità al lavoro dobbiamo controllare l'immigrazione.
Non è l'unico problema. Il Ministro degli Interni ha la responsabilità della sicurezza. Quindi ci stiamo dedicando alla lotta alla Mafia, alle droghe, alla violenza contro le donne. Ma l'immigrazione è uno dei temi.
Quando parla di crimini e migranti, la gente dice che lei è un razzista o un nazista. Questo non sembra preoccuparla.
Gli immigrati regolari in Italia sono cinque milioni, l'8% della popolazione. Sono i benvenuti. ll problema è l'immigrazione irregolare, che porta crimine e conflitto sociale. Se riuscirò a ridurre il numero di questi crimini e la presenza di immigrati illegali, possono chiamarmi razzista quanto vogliono. Andrò avanti e la gente continuerà a sostenermi. Anche gli elettori di sinistra vogliono più sicurezza e più rigore in questo campo. Altrimenti non si spiegherebbe perché la Lega sia data al 30% nei sondaggi.
Per molti americani lei ricorda molto il Presidente Trump. Lui dice "Prima l'America", mentre lo slogan della sua campagna è stato "Prima gli Italiani". Lei è andato ad incontrarlo quando era un candidato presidenziale. In che modo l'ha ispirata?
Ovviamente siamo paesi diversi, con storie diverse, economie diverse e siamo due persone diverse. Ma ho apprezzato le sue proposte sulla sicurezza e specialmente sull'economia, e il fatto che ha mantenuto questi impegni dopo le elezioni - anche su temi caldi, come spostare la capitale di Israele a Gerusalemme. Mi piace il fatto che abbia mantenuto gli impegni fatti sulla protezione delle frontiere, sulla riduzione delle tasse, sugli investimenti. La situazione economica degli Stati Uniti è assolutamente positiva.
Io penso che anche se sono più piccolo e l'Italia è più piccola, condivido con il Presidente americano gli attacchi dal mondo mainstream del politicamente corretto: attori, cantanti, registi, giornalisti. E questo significa che stiamo lavorando bene.
Lei è anche un utente appassionato di social media, anche se su Facebook piuttosto che sul mezzo preferito di Trump, Twitter. Cosa ha imparato da questo?
All'inizio non volevo nemmeno avere Facebook. Ho installato Whatsapp un mese fa per lavorare al ministero. Ma attraverso i social media ho un contatto personale diretto. Per esempio, il video che ho fatto in montagna durante l'episodio della Diciotti ha raggiunto otto milioni di persone. Un numero molto più grande di quello dei media tradizionali.
È d'accordo con l'opinione del Presidente Trump, che molti dei media mainstream sono quelli che lui definisce fake news?
No. Penso che le persone adesso abbiano abbastanza opportunità per informarsi: da Internet, dalla radio, dai giornali e dalle televisioni. L'informazione in Italia è sbilanciata a favore della sinistra, ma questo è sempre stato vero, anche se non influenza più l'opinione pubblica. Non penso ci siano cospirazioni.
Pensa che lei e Trump siate parte dello stesso movimento globale?
Direi di si. La storia ha dei cicli. Questo è un ciclo che più che il confronto tra destra e sinistra rappresenta il confronto tra élite e popolo. Quindi valori popolari, famiglia, lavoro, sicurezza, benessere, bambini, contro le imposizioni di finanza, multinazionali, pensiero unico. Non so quanto durerà.
Penso che sia una storia simile. Non solo negli Stati Uniti o in Europa, ma anche in altri luoghi. I cambiamenti sono in Russia, in Cina. È un fattore comune: il confronto tra popolo e élite.
Sostiene di porre fine alle sanzioni contro la Russia? E considera Putin un alleato o no?
Ho sempre detto che le sanzioni non sono utili per raggiungere gli scopi per le quali erano state imposte e sono un costo economico per l'Italia, l'Europa e la Russia. Preferisco il dialogo alle sanzioni. Ho incontrato Putin solo una volta. Non ci sono legami economici o rapporti commerciali. Voglio soltanto delle buone relazioni tra Russia e Europa. C'è un accordo tra la Lega e il partito [di Putin] Russia Unita. Spero di mettere fine a questo regime di sanzioni il prima possibile, perché non c'è bisogno di combattere.
Il Presidente Putin in effetti ha detto, per come è stato tradotto in inglese, che gli è piaciuto come sono andate le cose dopo le elezioni in Italia. Pensa che i russi abbiano interferito con le elezioni come sembra che abbiano fatto negli Stati Uniti, in Francia e Germania?
No, non c'è stata assolutamente interferenza, e nessun tipo di collegamento economico o mediatico. Cercano hacker russi dappertutto. Gli italiani pensano con la propria testa. Non so cosa abbiano fatto o se hanno fatto qualcosa in America o in Francia. Ma, per come la vedo io, questa storia delle interferenze russe è ridicola. Le fake news sono già distribuite 24 ore al giorno dalle compagnie televisive ufficiali italiane pagate dai contribuenti italiani, e non dagli hacker russi. Non ho mai incontrato un hacker russo. Sarei curioso di incontrarne uno.
Steve Bannon ha detto di averla consigliata prima delle elezioni e vi siete riuniti per ore. Lui l'ha consigliata di formare la coalizione con il Movimento Cinque Stelle. Come è stata la discussione con lui? È stata utile?
Abbiamo parlato al telefono e ci siamo incontrati prima e dopo le elezioni, discutendo ognuno le idee dell'altro. Ha un'idea interessante per sviluppare i legami tra i paesi occidentali. Poi ovviamente in Italia abbiamo la nostra sensibilità, le nostre necessità, che non sono sempre vicine a quelle degli altri paesi. Ha un'idea interessante dell'evoluzione politica futura. L'ho incontrato, e probabilmente lo incontrerò di nuovo, poiché mi ritengo fortunato ad incontrare altri liberi pensatori, ad allargare i miei orizzonti.
Ci stiamo avvicinando alle elezioni europee del prossimo maggio. Quale sarà la sua richiesta di fondo in questa campagna europea? E cosa succederà se non otterrà quel che vuole a Bruxelles? Che tipo di influenza ha?
L'Italia è la seconda potenza industriale europea, un membro fondatore [della UE]. Siamo 60 milioni. Paghiamo 6 miliardi [di euro] all'anno al bilancio europeo. Quindi pensiamo di avere buone ragioni per essere ascoltati. Saremo ascoltati, perché l'Europa senza l'Italia non esiste.
Altri hanno provato e fallito. Qual è il suo piano B?
Porta sempre sfortuna rivelare il piano B. Lo terrò per la prossima intervista.
Quindi, nessuna uscita dalla UE?
No. Vogliamo cambiare le cose dall'interno.